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  • In attesa di Giustizia: fantasia al potere

    Settimana abbastanza tranquilla sul fronte giudiziario, nella misura in cui i magistrati non si sono arrestati tra di loro e sembra che sia avviata alla conclusione la storia infinita della nomina del Procuratore Capo di Roma mentre quello di Milano – Francesco Greco – ha festeggiato il settantesimo compleanno e con esso la pensione che comporta anche l’esaurirsi automatico di un procedimento disciplinare che fu avviato, un paio di mesi addietro, mancando già dei tempi tecnici per arrivare ad una decisione proprio per l’imminente pensionamento; nel frattempo, l’indagine cui era sottoposto a Brescia si avvia all’archiviazione.

    Insomma, tutto è bene quello che finisce bene, ma non per tutti: come per Riccardo Fuzio, già Procuratore Generale della Cassazione che aveva confidato a Luca Palamara l’esistenza dell’inchiesta aperta a Perugia nei suoi confronti, e che era stato assolto dalle accuse di rivelazione di segreto d’ufficio.

    Contro questa sentenza si è, però, appellata in questi giorni la Procura Generale di Perugia (sede giudiziaria competente per i magistrati romani) e, parrebbe, con un certo fondamento: Fuzio, infatti, era stato prosciolto motivando che in occasione delle prime confidenze non vi era stata ancora secretazione degli atti: come se una delle più alte cariche del sistema giudiziario non sia comunque tenuto al riserbo a prescindere dalla esistenza di un passaggio meramente formale.

    La porzione più fantasiosa della motivazione è – però – quella che riguarda la rivelazione di altre notizie, quelle in seguito coperte dal segreto istruttorio: è stato, infatti, ritenuto che il fatto sia di particolare tenuità, quindi irrilevante dal punto di vista penale; si dice in sentenza che Palamara già sapeva qualcosa e che, quindi, si trattava di  innocenti ed innocui chiacchiericci tra vecchi amici e colleghi…senza considerare – tra l’altro – che i due, per accordarsi sul dove come vedersi e parlarne, a riprova che non fossero proprio sciocchezzuole, usassero telefoni a loro non riconducibili e stratagemmi vari per mantenere quegli incontri e i loro contenuti riservati.

    Il premio fantasia della settimana spetta però, ancora una volta e con pieno merito, al nostro legislatore. Albert Einstein diceva che il segreto della creatività è nel saper tenere nascoste le proprie fonti: il nostro Parlamento dispone, evidentemente, di fonti ispiratrici sulle quali è meglio stendere un velo pietoso. Ed è in ogni caso difficile individuarle tutte, salvo qualche celebre esponente del furore giacobino.

    La creatività, allora, si traduce non di rado in sciatteria normativa; d’altronde, come ricordava Cordero: «a terminologie esatte corrisponde chiarezza di idee». E di idee chiare non se ne segnalano molte, partitamente in materia di giustizia e legislazione.

    L’ultima perla partorita dalle Camere si rinviene nel nuovo codice della strada pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 9 novembre: per tutelare gli automobilisti ed evitare distrazioni alla guida viene introdotto il divieto di affiggere lungo le strade pubblicità con messaggi sessisti, discriminatori, lesivi delle diversità, dell’orientamento politico e religioso…concetti molto vaghi che riecheggiano i contenuti del d.d.l. Zan senza che sia ben chiaro a chi verrà assegnato il compito di valutare (e con che criteri) i cartelloni, tutti i cartelloni che fiancheggiano le decine di migliaia di chilometri di statali, provinciali, autostrade, tangenziali, strade urbane ed extraurbane e piste ciclabili, naturalmente. Come se, fino ai giorni nostri, se ne fossero visti molti.

    E’ vero, probabilmente e per esempio, che fu fatto molto peggio quando anni fa fu inserita una modifica della legge sul traffico di droga all’interno del decreto legislativo con cui venivano dettate disposizioni per l’organizzazione delle Olimpiadi invernali del Sestrière (poi dichiarate incostituzionali per eccesso di delega a distanza di anni, creando un putiferio per rimettere ordine nella infinità di processi celebrati e conclusi nel frattempo con pene tecnicamente illegali): che sia da considerare un segnale positivo? Ai posteri e a chi dovrà giudicare i “consigli per gli acquisti” l’ardua sentenza.

  • Una vera democrazia

    Uno Stato democratico deve tutelare le persone in quanto tali all’interno di sistema in continuo miglioramento. Per ogni fattispecie di reato nel codice penale vengono inserite le possibili aggravanti e le attenuanti generiche. Quando, invece, all’interno di una non meglio definita legislazione contro “i crimini d’odio” (definizione troppo vicina alla configurazione dei “reati di opinione”) ed altrettanto quando viene configurato un reato “specifico” come quello del femminicidio sulla sola base dell’appartenenza della  vittima ad uno specifico genere (femminile) in entrambi i casi  lo Stato propone una scelta che di per sé aggiunge una tutela in più rispetto ad un determinato genere ed automaticamente ne sottrae a tutti gli altri esclusi.

    In questo modo, invece di arginare un fenomeno terribile come quello dell’omicidio delle donne inasprendo le pene di omicidio e magari aumentando le risorse per il settore della giustizia, si preferisce introdurre “una specificità” attraverso un principio di disparità all’interno della legislazione nazionale punendo con maggiore durezza un reato in relazione al sesso di appartenenza della vittima. Di conseguenza, implicitamente, viene penalizzata una eventuale vittima del medesimo reato ma di sesso diverso per la sola “colpa” di non appartenere a quel genere al centro di un preoccupante fenomeno criminale.

    Ancora peggio quando si intendono introdurre nuove normative specifiche e contemporaneamente generiche contro i “crimini d’odio” in relazione alle legittime attitudini sessuali di ogni individuo qualora queste dovessero diventare oggetto di offesa.

    In questo modo lo Stato adotta ed introduce un ulteriore parametro di valutazione interpretativo (per altro demandato al giudice) in relazione non tanto ad una legittima gravità sociale già prevista dai codici quanto ad un giudizio arbitrario relativo alla tutela specifica a beneficio di determinati generi espressione di determinate attitudini sessuali. Un atteggiamento ed approccio storicamente perdente in quanto partirebbe dal principio in base al quale non riuscendo ad applicare la legge in modo da arginare un allarme e degenerazione sociale risulterebbe allora sufficiente aumentarne la pena per diminuirne l’allarme sociale.

    Viceversa, all’interno di uno Stato democratico e liberale non si considera la tutela della persona e della sua stessa vita in rapporto all’appartenenza ad uno specifico genere o, peggio ancora, ad una minoranza sociale definita solo sulla base delle proprie attitudini private e sessuali come la Lgbt: mai un ordinamento giuridico dovrebbe farne menzione in quanto sono di assoluta pertinenza privata legittimando di fatto una vera e propria ghettizzazione normativa.

    Come logica conseguenza la tutela, espressione specifica del genere sesso o di altre diverse attitudini sessuali, del singolo privato cittadino diventa automaticamente discriminante per i generi esclusi. In più nel nostro Paese, la cui gestione della macchina della giustizia risulta già ampiamente compromessa per la presenza di oltre centoundicimila (111.000) leggi, una norma che preveda una specifica aggravante in rapporto alle attitudini sessuali o l’appartenenza ad un genere rappresenta di per sé il venir meno del principio di uguaglianza, situazione ancora più evidente per i “reati d’odio”.

    Un principio democratico trae la propria massima forza dal riconoscimento esplicito di tutela per ogni singolo cittadino, quindi di qualsivoglia minoranza, indipendentemente dai connotati politici, sessuali o razziali assolutamente ininfluenti nella determinazione e nella applicazione del principio stesso.

    Una minoranza, sarebbe bene ricordarlo, è tanto più tutelata in un complesso sistema normativo quando all’interno del Codice Penale e civile non risultino presenti norme specifiche legate al “privato” e considerate come fattori caratterizzanti ed elementi distintivi. Qualora si intendesse inserire una tutela specifica sulla base di fattori che attengono alla vita privata, infatti, verrebbe meno l’essenza stessa dello Stato democratico e liberale declinando verso una entità pubblica la quale scegliendo delle protezioni specifiche aggiuntive introduce una propria valutazione anche in relazione all’allarme sociale del reato. In questo modo si inserisce un elemento di discriminazione sulla base dei comportamenti sessuali ed anche allora in un secondo momento della provenienza geografica o dell’etnia.

    La democrazia ha sicuramente dei costi, uno dei quali sicuramente viene rappresentato dall’atto di fiducia dei cittadini nei confronti dell’istituzione, consapevoli come sia sempre migliorabile e molto lontana dalla perfezione.

    Solo una vera Democrazia Liberale garantisce quindi la volontà di tutelare, anche se in modo imperfetto, le persone in quanto tali, senza distinzioni di sesso, etnia ed orientamento politico o sessuale.

  • Leggi chiare per garantire sicurezza e controlli

    Quanti anni ci vorranno per sapere chi è colpevole per il sistema antincendio che non ha funzionato e per lo scriteriato, criminale uso di materiali a rapida combustione utilizzati per il rivestimento del grattacelo Torre del Moro a Milano? E quanto tempo occorrerà perché le istituzioni verifichino, in tutta Italia, quanti altri stabili, costruiti per altro recentemente, siano a reale rischio incendi? Quando sarà attuata una legge ad hoc per impedire che gli incendi tramutino in pochi minuti un intero palazzo in un fiammifero? Quando i comuni avranno uffici tecnici capaci di valutare i materiali impiegati per l’edilizia?

    Dopo la tragedia del ponte di Genova stiamo ancora aspettando che siano messi a norma tutti i ponti e cavalcavia pericolanti e la maggior parte delle strade statali, provinciali e comunali presentano rischi continui per il grave dissesto del manto stradale. Far ripartire l’edilizia non è consentire nuove urbanizzazioni con un costante, tragico, dannoso ed inutile consumo del suolo ma far finalmente partire un reale monitoraggio della situazione delle vie di comunicazione e degli edifici pubblici e privati, monitoraggio che non può continuare ad essere fine a se stesso ma deve essere contestuale alle necessarie opere per la messa in sicurezza di tutto quanto resta al momento un pericolo per l’incolumità delle persone, basta pensare a quanti edifici scolastici sono ancora a rischio nonostante le promesse fatte ancora dal governo Renzi.

    C’è una carenza legislativa che va di pari passo con la carenza di controlli a tutti i livelli. Non vogliamo ancora più leggi che appesantiscano i già difficili iter burocratici ma vogliamo leggi chiare che garantiscano insieme lavoro e sicurezza e vogliamo che i controlli siano fatti da persone competenti e incorruttibili, i comuni e le regioni dovranno assumersi responsabilità concrete e lo Stato dovrà essere garante della loro efficienza, lo Stato deve essere capace di offrire normative che non consentano, tanto per cambiare, che si possa ancora dire “fatta la legge trovato l’inganno”. Anche per questo una maggiore lotta alla criminalità organizzata, che nell’edilizia, in modo palese o attraverso intermediari, ha trovato terreno di conquista insediandosi nei gangli vitali della società, è una priorità alla quale crediamo che il governo Draghi possa dare risposta, partiti politici e mondo imprenditoriale permettendo.

  • Il ruolo e le idee dei liberali italiani

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, pubblicato sul ‘Corriere della Sera’ il 21 luglio 2021.

    Caro direttore,

    tutti gli elementi a disposizione portano a ritenere che nessuna intesa sarà possibile in questo scorcio di legislatura per il varo di una nuova legge elettorale, pur indispensabile alla luce dello sciagurato referendum costituzionale che, insensatamente, ha tagliato il numero dei parlamentari.

    La Fondazione Luigi Einaudi in quell’occasione ha dato un segnale preciso, portando, praticamente da sola, oltre il 30% degli italiani a votare contro quello scempio di democrazia. Quel seme darà i suoi frutti.

    E forse è possibile partire proprio da lì. Li c’è un’Italia che vuol voltare pagina.

    Oggi abbiamo una sinistra che vorrebbe tenere tutto insieme, senza una visione del futuro, in nome del pericolo rappresentato dalle «destre al potere», e una destra che continua a chiedersi «che cosa è», visto che è tutto e il contrario di tutto: europeista e sovranista, garantista e giustizialista, liberista e statalista.

    E poi c’è un’area centrale dell’elettorato, che potremmo definire liberale o per comodità «draghiana», su cui si incentrano le attenzioni di molti analisti politici.

    Dall’osservatorio privilegiato della Fondazione Einaudi scrutiamo sogni, ambizioni e velleità di questo mondo, che pur ci appartiene. Dicevo della legge elettorale, cioè delle regole del gioco. E le regole sono importanti, anche se non determinanti. Cercherò di spiegare il perché. Determinante è esistere, indipendentemente dalle regole del gioco, che in Italia cambiano anche troppo spesso.

    Primum vivere… i liberali tedeschi (Fdp) in questi decenni sono stati alternativamente al governo, presenti in Parlamento, ma anche al di fuori per non aver raggiunto la soglia di sbarramento (in Germania del 5%). Ma sono sempre loro, sono presenti e rappresentano una fetta di elettorato, anche un insediamento sociale ben individuato e indipendente dalle fortune elettorali. In Italia per tutta la cosiddetta seconda Repubblica un soggetto di tal fatta non è esistito.

    Dopo questa necessaria premessa torniamo alle «regole del gioco». Siamo ben consapevoli che anche se hai undici Maradona in squadra e quando entri sul terreno di gioco trovi i canestri del basket le buschi da chiunque. Ora i liberali italiani sono in una condizione anche peggiore: hanno undici leader che si credono ognuno un Maradona e che, nella maggior parte dei casi, non sono neanche Comunardo Niccolai (ricordo solo per i più anziani). Con l’aggravante che invece di giocare di squadra non solo non si passano la palla, ma quando passa vicino un compagno gli tirano un calcione. In queste condizioni è veramente difficile costruire alcunché.

    A chi quotidianamente chiede un intervento risolutivo alla Fondazione Einaudi rispondiamo sempre alla stessa maniera: siamo una fondazione culturale, vogliamo continuare ad occuparci di storia e cultura liberale, provvedano altri a svolgere il compito.

    Se si dovesse palesare qualcosa di serio e credibile all’orizzonte, la Fondazione Einaudi farà la sua parte. Fornirà idee, donne, uomini, docenti, professionisti di vaglia e progetti. Lo auspichiamo vivamente. Altrimenti, faremo di tutto per assicurare comunque la presenza di una pattuglia autenticamente liberale prima nel Parlamento italiano e, successivamente, nel 2024 nel Parlamento europeo.

    Non ha importanza come. Alleati con chiunque e a una sola condizione: che gli eletti si relazionino direttamente con il gruppo di Renew Europe e con il partito dei liberali europei (ALDE), inevitabilmente sempre più transnazionale. Insomma offriamo il meglio del nostro mondo a chi degli schieramenti in campo prospetterà le condizioni migliori, senza alcuna mediazione sulle nostre idee che sono e resteranno sempre le stesse: un europeismo senza se e senza ma; un garantismo intransigente; un economia di mercato in cui lo Stato faccia il suo, senza limitare concorrenza e innovazione affinché siano valorizzate le capacità di individui liberamente diseguali.

    Giuseppe Benedetto

    Presidente Fondazione Luigi Einaudi

  • Il disegno di legge Zan più che garantire i diritti sembra cercare vendette

    La sensazione che si ha sull’iter sempre più contorto che sta prendendo il disegno di legge Zan, che era stato concepito giustamente per difendere dalle discriminazioni le persone lgbt+, è che sembra esprimere un crescente spirito di rivalsa, che in alcuni passaggi deborda pericolosamente in desiderio di vendetta, con una deriva sui principi di libertà di espressione, che mai possono essere subordinati a interessi di singole categorie, senza rischiare di vulnerare irrimediabilmente la democrazia.

    Non è più uno scontro tra Destra e Sinistra ma, specie nel fronte progressista, emergono resistenze fortissime all’attuale stesura. Ed è questo che fa sorgere il sospetto che il vero obiettivo della norma celi ben altri inconfessabili obiettivi.

    E’ questo il caso dell’articolo 1 della legge, laddove si introduce un principio antropologico inedito con cui chiunque potrà, con la sua sola dichiarazione, affermare la sua “identità di genere” unicamente in base alla “sua percezione e indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”.

    Un fatto assurdo che metterebbe in discussione qualunque certezza giuridica e chiaramente discriminante per le persone etero sessuali, che in alcuni casi ne potrebbero essere danneggiate, anche gravemente. Basti pensare ai carcerati, che dichiarandosi con percezione personale donne, o uomini, potrebbero essere trasferiti nelle carceri del nuovo genere percepito con conseguenze per gli altri detenuti; o l’uso strumentale della dichiarazione per usufruire delle “quote rosa” e tanti altri casi ancora. Una assenza di qualsiasi certezza di diritto, che introdurrebbe caos e opportunismo, grazie ad una norma scritta senza alcuna specificazione ed indirizzo applicativo che possa renderla gestibile e legittima.

    O l’art. 4 della legge che, bontà sua, fa salve la libera di espressione di convincimenti e opinioni, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti, come se già non ci fosse la Costituzione a garantire tali libertà. Ma appunto è una falsa autorizzazione. Perché quando mai in una legge si è scritto un passaggio del genere, che in una vera democrazia nessuno aggiungerebbe essendo la base stessa della libertà? Se questo avviene nel ddl Zan è perché si vuole affermare il contrario e cioè che la distinzione tra propaganda, che sarebbe ammessa, e discriminazione, che sarebbe vietata, è lasciata letteralmente al caso, con la conseguenza che chi manifesterà per motivi religiosi o ideologici le proprie idee contrarie, ad esempio al matrimonio tra persone dello stesso sesso, o all’adozione omogenitoriale, o a qualsiasi altra questione attinente, pur senza nessuna volontà di istigazione alla discriminazione o alla violenza, sarà inibito dal farlo perché la valutazione sulla natura dell’intervento è lasciata alla percezione di chi ascolta e alla sua personale valutazione. Ed è questo il punto, chiunque esprima opinioni e giudizi di contrarietà a tali questioni, in qualsiasi sede e ruolo, il prete a messa, il politico nel comizio ecc.., può essere denunciato e sarà il giudice a stabilire se l’atto rientrava nelle specifica di propaganda delle idee, cosa legale, o di istigazione alla discriminazione, cosa illegale e punita con severità. Il risultato è che il ddl Zan fa lo scambio tra discriminazioni, si tolgono quelle subite fino ad ora e si mettono quelle nuove cui sottoporre i presunti precedenti aguzzini. Infine l’articolo 7 prevede l’istituzione della “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” che prevede che le scuole organizzino cerimonie e incontri ed altre iniziative di sensibilizzazione contro pregiudizi omotransfobici. Ed è da questo che traspare ulteriormente il senso di rivalsa e di prepotenza nell’imporre temi che inevitabilmente investono sfere di sensibilità fondamentali quali l’orientamento sessuale, a scolari e studenti cui non è mai neanche stata fatta una sola lezione di educazione sessuale, passando dalla sensibilizzazione alla lotta contro la discriminazione, alla propaganda di scelte sessuali da sottoporre alla sensibilità di bambini e ragazzi in una età in cui tali “insegnamenti” potrebbero contribuire più che ad orientarli, addirittura a condizionarli, considerata l’assoluta assenza di esperienza e capacità di decidere consapevolmente sulla propria sessualità.

    Possono quindi definirsi democratici e responsabili partiti e leader degli stessi, che assecondino un provvedimento di tale ricercata prepotenza, nell’imporre, per come è stato scritto, una linea non di difesa della discriminazione, ma di offesa a chiunque la pensi in modo diverso? E rifiutare ogni modifica in quanto “snaturerebbe un provvedimento equilibrato”?

    E’ veramente oscena questa prepotenza e questo rifiuto di ascoltare le ragioni degli altri, che non a caso ha fatto breccia anche in molti ambienti della sinistra che hanno capito che siamo chiaramente di fronte ad una discriminazione al contrario. Andare all’approvazione della legge con la chiusura a qualsiasi forma di confronto, a parte l’antidemocraticità dell’atto, non aiuterà affatto le persone lgbt+, ma renderà ancora più forte il contrasto, a discapito proprio del principale obiettivo da perseguire, che è quello di creare una società dei diritti e del rispetto reciproco, non degli scontri e delle rivalse, che questa legge sembra privilegiare. Il ddl Zan va approvato con un serio confronto e la eliminazione delle prepotenze, per dare vita a un processo di vero rispetto fondato sulla tutela della dignità umana e del riconoscimento dei diritti per tutti, aborrendo ogni genere di discriminazione.

    *Già sottosegretario ai BB. AA. CC.

  • Unire le forze per legiferare meglio nell’UE e prepararsi al futuro

    La Commissione ha adottato la comunicazione “Legiferare meglio” con l’obiettivo di migliorare il processo legislativo dell’UE. Per agevolare la ripresa in Europa, è più che mai importante legiferare nella maniera più efficace possibile adoperandosi al contempo per rendere le leggi dell’UE più adeguate alle esigenze di domani.

    Fondamentale in questa ottica è la cooperazione tra le istituzioni dell’UE, con gli Stati membri e i portatori di interesse, come le parti sociali, le imprese e la società civile. Per contribuire ad affrontare i problemi attuali e futuri, la Commissione propone di:

    Eeiminare gli ostacoli e gli oneri burocratici che rallentano gli investimenti e costruire le infrastrutture del XXI secolo, collaborando con gli Stati membri, le regioni e le principali parti interessate.

    Semplificare le consultazioni pubbliche introducendo un unico invito a presentare contributi sul portale “Di’ la tua”, di recente migliorato;

    adottare un approccio “one in, one out”, al fine di ridurre gli oneri amministrativi per i cittadini e le imprese, prestando particolare attenzione alle implicazioni e ai costi dell’applicazione della legislazione, soprattutto per le piccole e medie imprese. Tale principio garantisce che gli eventuali nuovi oneri introdotti da una nuova legge siano controbilanciati dalla riduzione di oneri precedenti nello stesso settore di attività;

    integrare gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, per garantire che le proposte legislative contribuiscano all’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile;

    adoperarsi ancora di più per far sì che legiferare meglio promuova la sostenibilità e la trasformazione digitale;

    integrare la previsione strategica nel processo di elaborazione delle politiche, per rendere queste ultime adeguate al futuro, ad esempio tenendo conto delle megatendenze emergenti in ambito ecologico, digitale, geopolitico e socioeconomico.

    Legiferare meglio è un obiettivo e una responsabilità condivisa di tutte le istituzioni dell’UE. Avvieremo con il Parlamento europeo e il Consiglio un dialogo per quanto riguarda il loro impegno ai fini della valutazione e del monitoraggio dell’impatto della legislazione dell’UE e dei programmi di spesa dell’UE. Inoltre, coopereremo più strettamente con le autorità nazionali, regionali e locali e le parti sociali per l’elaborazione delle politiche dell’UE.

    Alcuni degli elementi nuovi di questa comunicazione sono già stati avviati nella pratica, come le attività della piattaforma Fit for Future, che fornisce consulenza su metodi per agevolare l’applicazione della legislazione dell’UE e renderla più efficace e più adatta al futuro. Le altre componenti saranno attuate nei prossimi mesi. Tra le iniziative di quest’anno vi sono l’indagine annuale sugli oneri 2020, che espone i risultati per quanto riguarda l’obiettivo della Commissione di ridurre gli oneri; gli orientamenti e strumenti per legiferare meglio, riveduti al fine di tenere conto dei nuovi elementi della comunicazione, che forniscono ai servizi della Commissione europea linee guida concrete per la preparazione di nuove iniziative e proposte e per la gestione e la valutazione di quelle già in corso.

    Nel 2019 la Commissione ha effettuato un bilancio della sua agenda “Legiferare meglio”, che ha confermato che nel complesso il sistema funziona bene, pur richiedendo miglioramenti che scaturiscano dall’esperienza acquisita.

    L’UE vanta un’esperienza di lunga data, che risale al 2002, per quanto riguarda l’elaborazione di politiche basate su dati concreti, compresa la riduzione degli oneri normativi: valutazioni periodiche della legislazione in vigore, un sistema molto avanzato di valutazione d’impatto, un approccio di primo piano alla consultazione dei portatori di interessi e un programma complessivo di riduzione degli oneri amministrativi (REFIT).

    Fonte: Commissione europea

  • In attesa di Giustizia: a proposito di informazioni di garanzia

    L’articolo 111 della Costituzione recita che “la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico e disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa”: risiede in questa previsione l’istituto della informazione di garanzia che – però – non di rado viene notificata in coincidenza con la conclusione delle indagini (di cui, fino ad allora, l’accusato nulla sapeva) e quindi anche a distanza di anni non solo dai fatti ma anche dall’inizio delle indagini, con buona pace dell’allestimento di una efficace e tempestiva difesa. Oppure, si assiste a una velocissima comunicazione, normalmente priva dei crismi di riservatezza: dipende chi è il destinatario e la natura delle accuse.

    E’ storia recentissima: una funzionaria del M.I.U.R. apprende di essere indagata dalla Procura di Roma per corruzione, del fondamento dell’accusa nulla sa né può sapere perché l’informazione di garanzia contiene solo l’incolpazione preliminare: poco più che la parafrasi di un articolo del codice penale, i tempi per saperne di più e potersi effettivamente ed efficacemente difendere non saranno brevi e la donna lo immagina. Nell’attesa di incontrare il suo avvocato, mentre lo attende in sala di aspetto, cede alla disperazione e si lancia dalla finestra. Ora lotta tra la vita e la morte.

    Non sappiamo molto di questa signora e molto poco della sua vicenda: ma sono note le dinamiche sempre drammatiche che si innestano nella mente di una persona che, raggiunta da un grave sospetto, diventa una preda del branco di cacciatori di notizie, e se c’è di mezzo la Pubblica Amministrazione è sempre caccia grossa. Perché di questo si tratta: nel nome di un malinteso diritto-dovere di informare i cittadini, il mostro – anzi il presunto tale – viene subito sbattuto in prima pagina. Peccato che l’informazione non c’entri nulla: come si fa a dare informazione di qualcosa che non si conosce? Come si può rivendicare il diritto di diffondere una notizia geneticamente parziale ed unilaterale di cui non si è in grado di verificare la fondatezza? Un’ avviso di garanzia non fornisce dati sufficienti nemmeno all’indagato, figuriamoci a chi non sa nulla della vicenda…a tacer del fatto che, di per sé, quella notizia è (o sarebbe…) coperta dal segreto investigativo. Non è, non dovrebbe essere divulgabile la notizia della pendenza di una indagine su qualcuno ma le sanzioni sono ridicole, anzi inesistenti. Ovviamente, la cronaca di una indagine in corso non potrà che essere interamente modellata sulla ipotesi accusatoria, perciò parziale, e rispetto alla quale le persone coinvolte sono prive di un diritto di replica. Cosa dovrebbero dire: “sono innocente”? Come no, pensa che notiziona.

    L’ipocrisia e la viltà intellettuale che ruota intorno a questa malposta rivendicazione del diritto–dovere di informazione è intollerabile. Cosa viene sottratto alla conoscenza pubblica, vietando la diffusione di quella che è in realtà una non-notizia? Un P.M. che riceve comunicazione di un fatto che egli reputa potrebbe avere rilievo penale iscrive l’indagato nell’apposito registro ed inizia la sua attività di verifica e di approfondimento investigativo. Tutto qui, e in nome di quale diritto, e del diritto di chi soprattutto, deve essere lecito rendere pubblico un fatto che, per sua natura, è lontanissimo dall’aver raggiunto connotazioni non solo di certezza, ma nemmeno di plausibilità? Si tratta di una ipotesi unilaterale che ancora non si è nemmeno misurata con una seppur sommaria confutazione difensiva.

    Tuttavia, l’informazione anche solo limitata ad una ipotesi investigativa, è dotata di una forza devastante che attrae morbosamente la pubblica opinione per la quale una semplice tesi accusatoria si presuppone fondata promanando da soggetti assistiti da una presunzione assoluta di affidabilità, attendibilità ed imparzialità.

    Vi è poi la regola non scritta del più becero populismo giustizialista, secondo cui se un personaggio pubblico -politico, pubblico amministratore- viene raggiunto dal sospetto, merita perciò stesso che la notizia abbia la massima diffusione.

    Il costo che la persona raggiunta dagli strali della cultura della intolleranza e del sospetto deve pagare è sproporzionato rispetto al preteso diritto di informazione che vorrebbe giustificalo. Vita professionale, politica, familiare travolte spesso in modo irreparabile, reputazione personale inesorabilmente compromessa con brutale violenza dai morsi feroci della gogna mediatica.

    Nessuna vicenda umana dovrebbe affidarsi a valutazioni semplificate, meno che mai se si tratta di una vicenda giudiziaria: tra l’innocenza e la colpevolezza vi è una vasta gamma di comportamenti (imprudenze, equivoci, coincidenze, gravi azzardi) che ciascuno di noi deve poter avere il diritto di chiarire e spiegare, a sé stesso ed agli altri, prima di essere trascinato nel fango, e nella disperazione alla quale ha ceduto questa signora.

    Qualunque cosa possa aver fatto o non fatto, ha semplicemente capito di non avere già più il tempo per spiegare e di attendere Giustizia.

  • Il latino dimenticato: Tacito

    Non passa giorno in cui esponenti della politica sia nazionale che regionale non propongano una nuova legge per vietare o quantomeno “disciplinare” un determinato” fenomeno.

    Buona parte delle iniziative legislative trova la principale motivazione nell’intenzione di arginare, se non addirittura vietare, una determinata espressione comportamentale anche se spesso questa risulti assolutamente ininfluente nella vita quotidiana. Basti ricordare il divieto di fumare in auto con dei figli piccoli equivalente ad un obbligo di affetto e buona educazione verso i genitori.

    Non è azzardato, quindi, affermare come buona parte di queste iniziative normative non abbiano come fine la creazione di strumenti per lo sviluppo economico e sociale ma limitazioni se non appunto addirittura divieti di fenomeni già in atto. In più, anche sotto anche il solo profilo della tempistica, emerge evidente il ritardo, anche solo della comprensione, di un fenomeno in atto.

    Successivamente si manifesta anche il carattere quasi sempre censorio come prima motivazione politica di queste iniziative “democratiche” in Italia. In più, la sintesi di questa continua “regolamentazione normativa” si rivela come espressione non tanto di una visione politica a medio-lungo termine quanto di un’attività comunque in perenne ritardo in relazione alla realtà quotidiana.

    All’interno di questa ipertrofia normativa trova forma una della più infantili espressioni di giustificazione della presenza in vita dell’intero comparto della politica nazionale e locale.

    Il triste e complesso risultato di un simile approccio della classe politica degli ultimi trent’anni deriva dalla semplice constatazione di un paese che si ritrova ora con circa 111.000 norme in vigore alle quali va aggiunta la cospicua produzione normativa regionale.

    A questo vero e proprio pantano normativo in grado di affossare o quantomeno rallentare qualsiasi attività economica ma anche sociale fa riscontro la Germania la quale organizza il proprio sistema con 5.500 leggi (meno del 5% rispetto al nostro ordinamento), mentre la Francia ne presenta 7.000 (poco più del 6% rispetto al nostro Paese), un sistema normativo questo che comunque possiede oltre il doppio di leggi rispetto alle 3.000 della Gran Bretagna (meno del 3% rispetto al nostro complesso ordinamento).

    Si riguarda, infatti, come non esista nell’articolata storia del nostro Paese un solo governo che non abbia contribuito alla crescita sconsiderata del quadro normativo fino al punto di non ritorno da questa metastasi legislativa.

    Il disastroso ed elefantiaco quadro normativo nazionale rappresenta la massima espressione di questo fenomeno imputabile all’intera classe politica che potremmo definire come “normofascismo/normocomunismo“.

    In questo contesto disarmante sotto il profilo operativo ecco allora venire in aiuto, al fine di comprendere la reale situazione del nostro ordinamento e lo Stato reale della nostra democrazia il pensiero di Tacito il quale recitava: “moltissime sono le leggi quando lo stato è corrotto”.

    Il poeta latino dimostra come anche da un semplice confronto percentuale delle leggi in vigore tra il nostro Paese ed altre tre democrazie europee, l’Italia non possa più essere considerata una democrazia reale.

    In altre parole, lo Stato rappresenta, per chi ne acquisisce il potere esecutivo e legislativo, lo strumento per controllare un popolo inconsapevole ma egualmente colpevole del proprio livello di sottomissione. A questo si aggiunga come con una simile situazione normativa venga meno ogni possibilità di ripresa economica e di crescita ma contemporaneamente si moltiplicano i centri di controllo burocratico e politico che si trasformano in vere e proprie forme di potere vessatorio.

    Paradossale, inoltre, come si continui a parlare di una società liquida quando nella realtà quotidiana il nostro Paese è caratterizzato da una moltitudine di obblighi e gabelle burocratiche.

    Il combinato di queste norme ha l’unica giustificazione nella manifestazione della prova dell’esistenza stessa dello stato e soprattutto di chi le esercita in nome di questo Stato ” sovrano”.

    Probabilmente sarà anche per questo che ogni tanto qualche genio della politica propone di escludere il latino dalle materie fondamentali del nostro sistema di istruzione.

    Mai come in questo periodo nel quale l’informazione di ogni tipo ed ogni genere fluttua liberamente la cultura classica rappresenta un presidio fondamentale per comprendere il vero senso della democrazia.

  • In attesa di Giustizia: rimedi peggiori del male

    Il cosiddetto “Avvocato degli Italiani” (uno da cui non farsi scrivere neppure una diffida al vicino di casa che ascolta i Rolling Stones ad alto volume in orario notturno) ha tolto il disturbo e vi è da sperare che la politica politicante non abbia la meglio imponendo, tra l’altro, al Premier incaricato la permanenza di Fofò Bonafede al Ministero della Giustizia… salvo che non possa rendersi utile per fare delle fotocopie.

    Il cambio della guardia in via Arenula con una figura di ben altro ed alto profilo è tanto auspicabile quanto necessaria al fine di mettere in campo una riforma radicale della giustizia che è rivendicata altresì tra i presupposti fondamentali per garantirsi il riconoscimento dei fondi europei destinati a sostenere la rinascita del Paese dopo l’emergenza sanitaria.

    Al momento il legislatore (l, rigorosamente minuscola) ha elaborato un disegno di legge delega per migliorare l’efficienza del processo penale che si può definire – tanto per utilizzare un eufemismo – per nulla convincente e risolutivo se confrontato con la attuale crisi di autorevolezza ed effettività della giurisdizione. Del resto, dall’homo ridens e dalla sua compagnia di giro non poteva attendersi di meglio.

    Un progetto innovativo deve innanzitutto prevenire l’attuale irragionevole durata del processo che – con la attuale disciplina della prescrizione – ha perso certezza dei tempi. L’obiettivo può raggiungersi solo con la previsione di termini tassativi per la ultimazione delle diverse fasi e sanzioni nel caso che non vengano rispettati. Inadeguata, in proposito, appare la via ipotizzata della sanzione disciplinare – vista anche l’inaffidabilità dell’Organo preposto, quel C.S.M. ostaggio degli interessi correntizi e clientelari –  e sarebbe preferibile prevedere equi indennizzi in caso di proscioglimento se non l’improseguibilità dell’azione penale.

    E’, inoltre, necessario riaffermare la centralità del dibattimento che, attualmente, è sbilanciato a tutto vantaggio delle indagini preliminari in contrasto con lo spirito informatore del codice del 1989; si badi che il progetto di riforma prevede addirittura l’eliminazione sostanziale di termini di durata per inchieste legate a specifiche ipotesi di reato ritenute di maggiore allarme sociale cioè a dire una variabile inconciliabile con le certezze richieste da una materia che incide sulla libertà dei cittadini.

    In quest’ottica, appare irragionevole per non dire apertamente incostituzionale la previsione di una specie di “federalismo giudiziario” che rimette la selezione di criteri di priorità di trattazione dei reati da perseguire ad una casistica disomogenea e variabile misurata sui diversi uffici giudiziari presenti nel territorio nazionale.

    Cercando di sintetizzare ed esemplificare il più possibile argomenti e concetti per “i non addetti ai lavori”, non si può, infine, trascurare la mortificazione tendenziale del giudizio di appello trasformato in un simulacro della giurisdizione: meglio sarebbe, piuttosto, stabilire un regime rigoroso di inammissibilità delle impugnazioni sul modello del processo civile. Non è la soluzione ottimale ma – se non altro – offrirebbe maggiori possibilità di una trattazione più approfondita e ragionata dei processi che superino tale sbarramento.

    Tant’è: l’auspicio in questi giorni è per un “Governo dei migliori” ma basterà? Perché con le attese dei politici e la funzione parlamentare bisogna pure fare i conti e nei banchi di Montecitorio e Palazzo Madama non è che sieda proprio il meglio del Paese e una buona parte dei membri di quelle Assemblee prende ordini da una misteriosa piattaforma e da un comico che fa ridere solo il suo (ex) Ministro della Giustizia.

  • Referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari

    Si scrive “referendum”, si legge “trappola”.

    Quando si voterà per alcune regioni, alcuni comuni e per elezioni suppletive in pochi collegi, è molto probabile che il cosiddetto “election day” richieda anche il voto per un referendum confermativo della modifica costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari.

    A differenza dei referendum abrogativi, che per essere validi devono raggiungere il quorum della maggioranza degli aventi diritto, il referendum di tipo approvativo si considera valido anche qualora vi partecipasse una minima parte dei cittadini.

    Mettendo da parte le ragioni puramente demagogiche che hanno spinto la maggioranza dei politici a votarlo, sono la data di questo referendum e il suo abbinamento con le altre elezioni che suscitano molte perplessità.  Tanti costituzionalisti storcono il naso sul fatto che elezioni politiche o amministrative possano coincidere con una consultazione referendaria perché la Costituzione prevede, addirittura, che in caso di elezioni per il Parlamento (e s’intende anche per qualunque altra elezione) un referendum, perfino se già indetto, sia posticipato di un anno o due. La ragione è che sia la campagna a favore o contro un quesito referendario non debba essere contaminata da una campagna elettorale evidentemente animata da tutt’altri obiettivi.

    A ben guardare, tuttavia, i problemi sono anche altri e purtroppo non sembra che se ne parli sufficientemente. Gli osservatori della politica sembrano convinti che la maggioranza dei votanti al referendum sia già orientata ad approvare la riduzione. Ebbene, qualora ciò avvenisse, le nuove elezioni politiche per Camera e Senato non potrebbero aver luogo prima che si realizzino altri passaggi. In particolare, per evitare intoppi o pasticci istituzionali, servirà una nuova legge elettorale che tenga conto del cambiamento del numero degli eletti. Sempre che la sostanza della nuova legge mantenga il metodo attuale che toglie agli elettori ogni possibilità di scegliersi i propri rappresentanti, servirà comunque ridisegnare i collegi elettorali. Attualmente, la discussione in merito non è neppure cominciata e nessuno può sensatamente ipotizzare quanto tempo sarà necessario per trovare un accordo. Ancora più complicate, sia nel merito sia nel tempo necessario, saranno le successive modifiche della Costituzione che si renderanno necessarie. Senza contare le modifiche ai rispettivi regolamenti interni di Camera e Senato che coinvolgeranno in totale almeno quarantasei articoli.

    Le modifiche costituzionali da approvarsi dopo la possibile approvazione di questo referendum (e prima di nuove elezioni politiche) riguardano il superamento della base regionale per l’elezione dei senatori a favore di una base circoscrizionale e la riduzione da tre a due dei delegati regionali che parteciperebbero di diritto all’elezione del Presidente della Repubblica. Tra le condizioni chieste dalle sinistre per approvare la riduzione dei parlamentari c’era anche, per il Senato, l’abbassamento a 25 anni dell’elettorato passivo e a 18 per quello attivo. I 46 articoli dei Regolamenti di Camera e Senato da cambiare riguardano invece il funzionamento dei lavori interni. Essi vanno dalla modifica al numero legale richiesto per certe attività, a quale numero di parlamentari debba essere necessario per ottenere che un voto sia segreto e, in genere, a tutte quelle attività che richiedono esplicitamente un numero specifico e definito di deputati e senatori.

    Se queste ultime modifiche sono modificabili con tempi relativamente veloci poiché interne alle singole camere, le modifiche costituzionali necessarie richiederanno, invece, tempi piuttosto lunghi. Per modificare la Costituzione è necessario che le votazioni siano essere almeno due per ogni camera (Senato- Camera e poi ancora Senato-Camera o viceversa) e che tra il primo turno e il secondo passino almeno tre mesi. Inoltre, qualora il risultato favorevole fosse inferiore alla soglia dei 2/3 degli aventi diritto è possibile che, come successo nel caso attuale, si debba superare lo scoglio di uno, o più, nuovi referendum popolari confermativi da approvarsi prima che le modifiche possano entrare in vigore.

    E’ interessante ricordare che nei primi passaggi parlamentari sulla riduzione del numero dei rappresentanti del popolo, sia il Partito Democratico, sia Liberi e Uguali avevano votato contro il provvedimento, salvo sacrificare il proprio orientamento pur di entrare in maggioranza e sostenere un nuovo governo Conte. Se ora decidessero di tornare alle loro prime convinzioni e invitassero i propri elettori a votare NO, ciò implicherebbe la rottura dell’attuale maggioranza e quindi la caduta del Governo. La cosa sembra quindi altamente improbabile.

     

    Il vero problema è che, una volta che il referendum fosse approvato, sarà impossibile avere nuove elezioni politiche fino a che sia i regolamenti interni delle Camere, sia la Costituzione non siano adeguatamente corretti.

    Che questo voto rappresenti una “assicurazione sulla vita” per l’attuale Parlamento?

    Il sospetto è forte e non si può escludere che proprio questo sia il calcolo di qualcuno. E’ vero che, dal punto di vista strettamente tecnico, tutte le procedure potrebbero risolversi in pochi mesi ma occorrerebbe una forte volontà politica che è difficile attribuire all’attuale maggioranza. Com’è possibile immaginare che chi si trova oggi in Parlamento si precipiti a redigere e approvare una nuova legge elettorale che implicherebbe la fine della legislatura e l’improbabilità di essere rieletto? E come si potrebbe ipotizzare che tutti si precipitino a votare a raffica la stessa legge di modifica costituzionale, due volte alla Camera e due al Senato, per ottenere poi il risultato di andarsene a casa? Non hanno già lasciato tutti intendere che, comunque vadano le cose, vorranno essere sempre loro a votare per il nuovo Presidente della Repubblica?

    Certamente tutto può succedere, ma è molto probabile che chi voterà favorevolmente al referendum per ridurre il numero dei Parlamentari convinto di fare un ennesimo atto di “antipolitica” contro la “casta”, contribuirà invece a garantire agli attuali “rappresentanti” di poter godere un po’ più a lungo dei benefici che godono attualmente. Benefici che molti di loro non riuscirebbero mai più a ottenere quando ritorneranno alla vita “civile”.

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