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  • In attesa di Giustizia: Roma caput mundi

    La notizia sarà probabilmente sfuggita ai più ma nei giorni scorsi, a Roma, ancora a Roma, si è annotato un episodio particolarmente grave: sono state intercettate conversazioni telefoniche di un avvocato in spregio del diritto assoluto alla riservatezza che assiste il rapporto tra il professionista e il cliente. Tranne che non siano presunti complici…ma non è questo il caso.

    La regola vuole che in queste situazioni gli addetti all’ascolto interrompano la captazione e che quanto eventualmente già registrato sia espunto dagli atti di indagine e – comunque – non sia utilizzabile. Invece, no: si è andati avanti e senza porsi alcun problema e, anzi, le conversazioni sono state trascritte e per non farsi mancare nulla anche commentate in una informativa finale della Polizia Giudiziaria che ha persino offerto considerazioni opinando che, in quei colloqui, l’indagato apparisse preoccupato.

    La dinamica delle intercettazioni vuole che le stesse – salvo deroghe autorizzate da un giudice – siano eseguite presso gli impianti in dotazione alle singole Procure e presso di esse installati: ciò per assicurare una più agevole supervisione da parte dell’Autorità Giudiziaria di un metodo di indagine tecnica molto invasivo al fine di evitarne abusi. Autorità Giudiziaria, il Pubblico Ministero nello specifico, che poi riceve costanti aggiornamenti dagli agenti sull’esito degli ascolti, i brogliacci, le annotazioni di servizio; Autorità Giudiziaria che in questo caso (purtroppo non è l’unico divenuto noto) si è serenamente disinteressata di arginare una gravissima violazione del codice di procedura e del diritto di difesa come postulato dalla Costituzione.

    Sarà perché ormai dobbiamo considerarci tutti, in qualche modo, sotto intercettazione e, perciò, sfuma il disvalore dell’invasione nella sfera privata? Telecamere, carte di credito, bancomat, palmari, navigatori, telepass, persino le carte fedeltà dei supermercati tracciano ormai ogni momento della quotidianità e raccontano dove si è stati, cosa ci piace, cosa si è fatto, con chi e per quanto tempo. Tuttavia, se c’è un presidio rigoroso a garanzia di un diritto così sensibile come quello di difesa, la indifferenza di chi dovrebbe assicurarne il rispetto allarma e – senza dimenticare che sono moltissimi coloro che svolgono le loro funzioni con lealtà, competenza e impegno – contribuisce ad un calo di fiducia nella Magistratura.

    Sono passati i tempi degli striscioni che, per le strade di Milano, inneggiavano a Di Pietro e anche L’Italia dei Valori, figlia di quel consenso, sembra essersi disciolta.

    Un recente sondaggio Ipsos rileva che a seguito della vicenda Palamara/CSM solo un italiano su tre (35%) dichiara di aver fiducia nella Magistratura mentre il 55% non ne ha: escludendo coloro che non esprimono un giudizio è il valore più basso di sempre.

    In un sistema che, come ricorda il titolo di questa rubrica, non garantisce certo il massimo dell’efficienza non si sentiva certo il bisogno di un danno reputazionale che investe l’intero settore compromettendone la credibilità e alimentando per il futuro il dubbio che le regole siano fatte per essere infrante o che una qualsiasi inchiesta o sentenza che coinvolga uno o più politici possa essere considerata dall’opinione pubblica come frutto di un conflitto tra poteri dello Stato.

    Insomma, ci mancava solo che l’attesa di Giustizia si trasformasse, potenzialmente, in attesa di ingiustizia.

  • In attesa di Giustizia: adelante Pedro, con juicio

    Il titolo di questa rubrica sottende che tratti problematiche che affliggono in forma endemica il nostro sistema giustizia: da una normazione sciatta e disorganica, passando per decisioni giudiziarie quanto meno singolari, effetti perversi di pulsioni sociali e – naturalmente, parlando di attesa – di tempi.

    La Costituzione, facendo proprio un enunciato dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ha previsto il principio di ragionevole durata del processo: ottima cosa, tanto è vero che con la legge 89/2001, nota come “legge Pinto” dal nome del Parlamentare che ne fu estensore,  è stato previsto il diritto a richiedere allo Stato un’equa riparazione per il danno (patrimoniale o non) subito per la irragionevole durata del processo. Si è così introdotto un ricorso interno, di competenza delle Corti d’Appello che deve avviarsi prima di eventualmente rivolgersi alla Corte di Strasburgo.

    Difesa corporativa, tutela delle casse dello Stato perennemente esauste? Fatto sta che alla applicazione della legge sono state opposte iniziali resistenze e sono stati ri-appellati i singoli casi alla CEDU per disapplicazione dei parametri di una materia disciplinata a livello convenzionale; infine è dovuta intervenire la Cassazione stabilendo che i giudici nazionali devono applicare i criteri di Strasburgo nel valutare i ricorsi proposti in base alla legge Pinto.

    Con il c.d. “Decreto Sviluppo” risalente al Governo Monti, successivamente, è stata anche semplificata la procedura del ricorso in sede nazionale e precisato un tetto oltre il quale la durata del processo deve considerarsi irragionevole: sei anni complessivi per i tre gradi di giudizio.

    Con la legge di Stabilità del 2016 sono stati, inoltre, fissati  gli indennizzi…ed in termini non certo generosi: da un minimo di 400 ad un massimo di 800 euro per anno o frazione di anno superiore ai sei mesi eccedenti il termine di “ragionevolezza” con possibilità di aumenti fino al 40% a seconda dello sforamento del tempo limite.

    Insomma, se proprio si deve lavorare sulla interpretazione degli aggettivi, quei tetti di indennizzo più che equi  appaiono miserabili.

    Ciononostante, con una decisione recentissima, la Corte d’Appello di Napoli ha rigettato totalmente una richiesta risarcitoria ai sensi della legge Pinto proposta da due avvocati coinvolti a titolo personale in un giudizio che solo tra primo e secondo grado di giudizio è durato nove anni. La motivazione? E’ sotto due profili, uno più inquietante dell’altro.

    Il primo è che i ricorrenti hanno lo studio in una zona elegante di Napoli e – di conseguenza – sono presuntivamente ricchi. Il sottinteso è che non avrebbero bisogno di alcun indennizzo. Come se qualche biglietto da cento euro possa cambiare la vita di chiunque…la ratio della disciplina è certamente un’altra e si fonda su una questione di principio.

    Il secondo esplicita una volta di più come al peggio non ci sia limite: trattandosi di avvocati sono abituati alle lungaggini processuali e non avrebbero neppure dovuto proporre ricorso.

    Adelante Pedro, cum juicio, potremmo dire richiamando un passo celebre dei Promessi Sposi: l’efficienza del sistema giustizia può essere stimolata, anche dettando criteri temporali certi per mettere un punto fermo sulla ragionevole durata del processo. Ma senza esagerare.

  • In attesa di Giustizia: passatempi costituzionali

    Chi ha la pazienza di seguire questa rubrica ben sa che la Costituzione ed il suo rispetto sono un riferimento costante e quando si parla di qualche intervento sulla Carta Fondamentale dello Stato vengono i brividi freddi: culmine della preoccupazione fu l’ampia riforma a trazione renziana, fortunatamente abortita in sede referendaria.

    Ora, spigolando qua e là tra i disegni di legge in gestazione, emerge dai lavori parlamentari una proposta di modifica dell’articolo 111, quello – per intendersi meglio – che regolamenta il cosiddetto “giusto processo”: ed è già un po’ inquietante che si sia sentito il bisogno di enunciare come principio cardine dell’ordinamento quell’equità che del giudizio dovrebbe essere una componente ovvia e naturale. Quando tale intervento fu fatto a fine millennio, peraltro, c’erano delle ragioni sulle quali non è necessario oggi dilungarsi, il legislatore fece un saggio copia e incolla dell’art. 6 della CEDU e nessuno ha avuto sino ad ora da lamentarsi.

    Il 4 aprile, di iniziativa dei Senatori Patuanelli e Romeo, è stato comunicato alla Presidenza della Camera Alta una proposta di integrazione dell’art. 111 composta da due soli commi, eccoli:

    Nel processo le parti sono assistite da uno o più avvocati. L’avvocato ha la funzione di garantire l’effettività della tutela dei diritti e il diritto inviolabile della difesa. In casi tassativamente previsti dalla legge è possibile prescindere dal patrocinio dell’avvocato, a condizione che non sia pregiudicata l’effettività della tutela giurisdizionale.

    L’avvocato esercita la propria attività professionale in posizione di libertà autonomia e indipendenza.

    Tutto scontato, penserà il cittadino privo di specifiche competenze tecniche, e avrebbe assolutamente ragione. Rimarrebbe forse un po’ sorpreso dalla riserva di legge sulla autodifesa ma anche ciò è già previsto in limitati casi come, per esempio, nei ricorsi al Giudice di Pace contro le contravvenzioni al codice della strada.

    Insomma, principi noti anche nelle discussioni da bar sport. Scrivono i Senatori proponenti che l’intenzione è quella di rendere espressi principi già impliciti nella Costituzione (l’allusione è all’art. 24, chiarissimo tra l’altro) ed enunciati chiaramente nell’Ordinamento della Professione Forense (art. 1 l. 31/12/2012 n. 247), ma anche in una Risoluzione del Parlamento Europeo (Atto P6_TA(2006)0108).

    E, allora, dov’è la novità, dove l’utilità? Mistero. Sembrerebbe di essere al cospetto di un innocua interpolazione e altro non sovviene per giustificare questa iniziativa di legge costituzionale che – tuttavia – comporterà laboriosi passaggi in Commissione e Aula: tempo che, forse, sarebbe meglio impiegare altrimenti, magari per dar seguito alle indicazioni del Capo dello Stato sulla necessità di colmare rapidamente lacune evidenti nella recente modifica della legittima difesa.

    In attesa di Giustizia, di leggi più comprensibili e utili, accontentiamoci di passatempi costituzionali.

  • In attesa di Giustizia: il conte Attilio

    Sapete da cosa si capisce se, in un incidente stradale, è rimasto vittima un cane oppure un avvocato? Nel caso dell’avvocato non ci sono tracce di frenata…è una delle freddure da cui si ricava – paradigmaticamente – l’impopolarità di questa categoria di professionisti sebbene la funzione dell’avvocato abbia un riconoscimento nella Costituzione laddove, all’art. 24 reca che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, con ciò intendendosi qualsiasi genere di giudizio: civile, amministrativo, contabile, tributario piuttosto che penale.

    Ma tant’è: gli avvocati sembrano non godere di grandi simpatie, soprattutto negli ultimi tempi: si è levata per prima la voce del SINAPPE, che è il Sindacato di categoria della Polizia Penitenziaria, scagliatosi con un comunicato in cui si lamentano alcune recenti modifiche dell’Ordinamento Penitenziario che, tra l’altro, conterrebbero “un regalo agli avvocati finanziato dai cittadini col gratuito patrocinio” lamentando in particolare la facoltà data ai carcerati di richiedere un risarcimento per le inaccettabili condizioni detentive (stigmatizzate, peraltro, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) che sarebbe il frutto normativo avvelenato di un Parlamento in cui è massiccia la presenza dell’avvocatura, regista occulta di simili manovre volte a far proliferare l’attività della categoria remunerata, spesso e benevolmente, dal patrocinio concesso dallo Stato. Insomma, un lobbismo da cialtroni che agevola degli accattoni.

    Ma non basta e c’è di peggio: monta, infatti, la polemica – anche interna, a livello di compagine governativa –  in merito alla proposta di sospendere definitivamente il corso della prescrizione dei reati dopo il giudizio di primo grado e, a tacere delle criticità anche di ordine costituzionale (magari ci ritorneremo in dettaglio con un prossimo articolo) che conseguirebbero ad un siffatto intervento, gli epigoni della riforma non hanno perso l’occasione per parlare a sproposito e  per di più offendendo l’Avvocatura.

    Infatti un Senatore M5S, tale Urraro, ha affermato che la riforma porterà ad un abbreviamento dei processi perché gli imputati non avranno più interesse ad allungarne i tempi per arrivare alla prescrizione.

    Gli ha fatto eco e dato supporto il Guardasigilli Bonafede condividendone il pensiero ed aggiungendo che in questo modo si porrebbe finalmente un freno agli espedienti che – secondo lui –  gli avvocati azzeccagarbugli metterebbero in campo per conseguire il traguardo della impunità per i loro assistiti.

    Urraro e Bonafede sono avvocati, così almeno risulta dalla biografia di entrambi, e dovrebbero ben sapere due cose entrambi e tre il Ministro: che la percentuale in assoluto preponderante di reati estinti per  prescrizione si registra nella fase delle indagini preliminari, cioè quando il dominus assoluto del processo è il Pubblico Ministero; quest’ultimo – oberato di fascicoli – spesso opta per trascurarne alcuni a vantaggio di altri aventi maggiore priorità e lasciando così prescrivere reati peraltro bagatellari.

    Dovrebbero, poi, sapere che qualsiasi allungamento del processo causato dal difensore o dall’imputato genera già adesso  per legge la sospensione della prescrizione e – quindi – questi espedienti quasi truffaldini cui hanno fatto riferimento sono del tutto inutili a determinare l’estinzione del reato per decorso del tempo.

    Il Ministro, poi, spingendosi a definire gli avvocati azzeccagarbugli dovrebbe sapere – essendo lui stesso avvocato – che una simile aggettivazione, oltre che ingiustificata, è diffamatoria e dunque integra un reato.

    Bonafede, criticatissimo da più parti per questa infelice uscita,  si è poi scusato, ha spiegato che non voleva offendere e che la sua frase è stata equivocata.

    Sarà: all’apparenza – se la lingua italiana ha ancora un senso – spazio agli equivoci non se ne ravvedono e dopo queste infelici espressioni aggiunte agli impropri argomenti di sostegno alla proposta di legge viene piuttosto da pensare a quel Conte Attilio dei Promessi Sposi che, spavaldo ed arrogante altrove, alla tavola di Don Rodrigo esprimeva tutta la sua subalternità di fronte proprio ad Azzeccagarbugli.

  • In attesa di Giustizia: avanti tutta!

    Il titolo di questa rubrica evoca aspettative non solo di risultati ma anche di tempi rapidi della Giustizia: una sentenza che giunga a distanza siderale dai fatti oggetto del processo, infatti, non è accettabile.

    A volte, anzi piuttosto spesso, capita che una decisione sia rapidissima, almeno con riguardo al momento in cui deve essere adottata…che è poi quello cruciale di un giudizio. Avanti tutta, allora!

    Dunque, penserà il lettore, le cose non vanno così male. Parliamone, ma non prima di avere sottoposto alcuni esempi.

    Incominciamo dalla fine: dalla Cassazione, organo supremo cui dobbiamo l’interpretazione delle norme, i ricorsi che vengono messi a ruolo di ogni udienza (che inizia, a regola, alle 10 del mattino) sono abitualmente qualche decina. Sì, avete letto bene.

    Di ogni ricorso viene fatta una relazione, cioè a dire uno dei Magistrati ne espone sinteticamente l’oggetto e i motivi a sostegno – tutti i partecipanti ne hanno una copia e, si spera, dovrebbero averlo studiato –  dopodiché la parola passa al Procuratore Generale che esprime il suo parere e formula le conclusioni: accoglimento, rigetto o inammissibilità.  Segue la discussione degli avvocati, se presenti: in Cassazione è, infatti, possibile affidarsi al semplice atto scritto.

    Trattati tutti i ricorsi (qualche ora passa), la Corte si ritira in camera di consiglio e li decide in un’unica sessione. Provate – è stato fatto da addetti ai lavori – se ne avete voglia e occasione ad andare a cronometrare quanto impiega mediamente a deciderne ognuno: basta far partire il tempo quando il Collegio si ritira e fermarlo quando suona la campanella che avvisa dell’imminenza della lettura dei dispositivi. Il risultato è che ogni ricorso ha avuto a disposizione per essere deciso una manciata di minuti che dovrebbero ricomprendere un confronto dialettico tra cinque Giudici di alto grado, la votazione e la redazione – che non di rado è ancora a mano – del dispositivo.

    E così è che questioni di diritto non di rado complesse e il destino degli uomini viene deciso in un batter di ciglia. Alzi la mano chi crede che, una discussione, magari non serrata (parliamo di un minuto o due a testa), tra i cinque ci sia stata e non che ci sia affidati ad una scelta già sostanzialmente preconfezionata dal relatore addirittura ben prima di avere udito il Procuratore Generale e gli avvocati ma solo letto gli atti in splendida solitudine e meramente illustrata agli altri componenti del Collegio.

    Tanto varrebbe “monocratizzare” la Corte Suprema, distribuendo meglio le risorse e offrendo maggiore dignità alla trattazione dei casi e ad ogni decisione.

    Provate, invece, ad andare a cronometrare il tempo che un Giudice dell’Udienza Preliminare (che dovrebbe essere un “filtro” verso il dibattimento) impiega per decidere se rinviare a giudizio o prosciogliere, anche solo parzialmente, degli imputati: il risultato è il più delle volte analogo alla Cassazione: pochi minuti per esaminare, magari, diverse posizioni e molteplici imputazioni dopo avere ascoltato le ragioni di altrettanti difensori.

    Nel prossimo numero de Il Patto Sociale continueremo ad affrontare l’argomento; nel frattempo, però, non lamentatevi più dei tempi biblici della Giustizia: ponetevi, al più, la domanda se questa lo sia.

     

  • Tutela normativa: da opportunità a vincolo

    Può sembrare incredibile come la tutela o perlomeno la presunta tutela spacciata dalla compagine governativa possa trasformarsi da strumento valorizzatore della filiera del made in Italy in vincolo e fattore anticompetitivo. Probabilmente o, meglio, purtroppo il governo spinto da una voglia e da una smania di dimostrare la propria attività dopo il disastro del semestre di presidenza dell’Unione Europea ha varato queste nuove normative relative alla filiera nel settore della pasta e del riso (che imporrebbe l’utilizzo di solo grano italiano per ottenere made in Italy) e quasi contemporaneamente ha  imposto l’aumento della percentuale di arancia nelle produzioni delle aranciate industriali.

    Paradossale poiché questa iniziativa relativa anche al riso risulti successiva alla decisione di togliere i dazi all’importazione di riso vietnamita esponendo in questo modo l’intero settore della risicoltura italiana a prodotti espressione di dumping economico, igienico, sociale e normativo. Dimenticando, anzi, peggio, omettendo come la materia relativa alla disciplina del made in risulti di competenza esclusiva dell’Unione europea e che, di conseguenza, ogni normativa all’interno del singolo Stato possa essere ritenuta valida solo per le aziende nazionali.

    Viceversa, gli operatori internazionali possono bellamente bypassare questa nuova normativa trasformando così l’iperattivismo normativo (vecchia problematica della politica italiana con 250.000 leggi) in un ulteriore fattore anticompetitivo per le aziende nazionali. Forse il governo, in pieno delirio normativo, era convinto che valesse il principio della sussidiarietà tanto caro alle compagini autonomiste ma assolutamente  non contemplato nella attribuzione delle competenze legislative nell’Unione europea.

    Per inquadrare la paradossale situazione normativa aiuta infatti rimarcare come la titolarità e la potestà legislativa relativa al made in risulti di attribuzione dell’Unione europea e non dei singoli stati. Quindi ogni iniziativa normativa in materia deve presentare un respiro ed una valenza europea.

    Logica conseguenza di queste divisioni delle potestà legislative tra singoli stati ed Unione Europea è che ogni imposizione normativa che venga attuata sul territorio italiano in relazione alla tutela, o presunta tale, dei prodotti risulti valevole solo ed esclusivamente per le aziende che operano nel territorio italiano non certo per le imprese industriali estere che esportano i propri prodotti nel mercato italiano. In questo contesto, e dimostrando una grande intelligenza, il pastificio De Cecco ha avviato una campagna di sensibilizzazione relativa al proprio prodotto indicando i luoghi di provenienza del grano (Italia Francia Australia Arizona Usa) al fine di valorizzare il processo di trasformazione italiano che rende la pasta italiana unica al mondo. Mediando il principio dello Swiss Made, che tutela la produzione del famoso cioccolato senza possedere la Svizzera all’interno del proprio territorio un unico campo coltivato a cacao e tutelando perciò il processo di trasformazione come vero valore aggiunto.

    Tale mancanza di sussidiarietà normativa fa emergere ancora una volta l’assoluta incompetenza sia dei vari ministri che hanno varato queste nuove norme quanto degli economisti ed accademici che non hanno compreso il valore disastroso di questa iniziativa legislativa al solo fine di spacciarla come un’azione di tutela e quindi semplicemente mediatica. Un iperattivismo normativo e comunicativo che ha avuto come unico risultato quello di favorire i prodotti di importazione che arrivano dall’Unione Europea che godono di un vantaggio competitivo rispetto alle aziende italiane le quali invece a queste norme risultano sottoposte.

    In più, entro la fine dell’anno, dovrebbe entrare in vigore una nuova normativa relativa all’etichettatura dei prodotti obbligando le aziende a cambiare ulteriormente il proprio packaging e la dichiarazione dei prodotti. Ancora una volta viene spacciata un’iniziativa normativa a favore  delle nostre aziende e soprattutto a tutela dell’intera filiera nazionale che interviene nella realizzazione del prodotto finito, espressione della cultura italiana intesa come sintesi felice di know how industriale, capacità professionali e creatività. Un’iniziativa che viceversa si rivela come ulteriore fattore anticompetitivo legato ad una profonda incompetenza di chi l’ha pensata e trasformata in normativa, riuscendo in una follia tutta nostrana come sintesi ed espressione della nostra cultura politica ed economica che riesce nell’arduo compito di trasformare un un’opportunità come la tutela made in Italy in vincolo.

    Una contraddizione tra intenzione ed effetto reale che dimostra l’esistenza di una classe politica assolutamente incapace anche solo di conoscere le reali esigenze delle aziende che operano nel made in Italy reale ma anche le singole competenze ed attribuzioni normative tra l’Italia e l’Unione Europea.

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