Minori

  • Achtung Binational Babies: Condanna dello Jugendamt da parte del Parlamento europeo

    Dopo anni di dolorose, impari lotte, abbiamo finalmente ottenuto un documento ufficiale del Parlamento Europeo che “ricorda alla Germania i suoi obblighi internazionali ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, compreso l’articolo 8” e riconosce che il sistema tedesco in materia di diritto di famiglia controllato dallo Jugendamt discrimina i genitori stranieri e lede, anziché proteggere, l’interesse superiore del minore.

    Per ottenere tale documento ci siamo impegnati in prima persona per oltre due legislature. Il nostro lavoro è stato sempre osteggiato dagli eurodeputati tedeschi di tutti i gruppi politici e purtroppo anche da molti eurodeputati italiani che hanno pedissequamente seguito le indicazioni del loro gruppo di appartenenza (per lo più a maggioranza tedesca) lavorando così contro gli interessi del loro Paese e dei loro concittadini. In quest’ultima legislatura abbiamo avuto il supporto dell’eurodeputata italiana della Commissione Petizioni e siamo riusciti ad avere su questo tema un Gruppo di Lavoro che ha stilato una serie di raccomandazioni[1], per arrivare poi alla Proposta di risoluzione[2], discussa in Plenaria il 15 novembre e votata da tutto il Parlamento europeo il 29 novembre 2018[3]. Oggi nessuno e soprattutto nessuna Autorità, né politico, né magistrato italiano potrà dire “non sapevo”, “non è vero”, “è un’invenzione dei germanofobi”.  Ma c’è di più, oltre a evidenziare le discriminazionidi cui sono vittime i genitori non-tedeschi in Germania e ad elencare una serie di raccomandazioni alla Germania (che come al solito quel paese disattenderà) il documento costringe anche le nostre autorità consolari e diplomatiche in genere a prendersi carico dei propri connazionali che denunciano discriminazioni gravi, quali il ritiro senza motivo fondato dell’affido e della potestà sui figli.

    Inoltre “ricorda agli Stati membri l’importanza di attuare sistematicamente le disposizioni della convenzione di Vienna del 1963 e di assicurarsi che le ambasciate e le rappresentanze consolari siano informate fin dalle prime fasi di tutti i procedimenti di presa in carico dei minori riguardanti i loro cittadini e abbiano pieno accesso ai relativi documenti; sottolinea l’importanza di una cooperazione consolare affidabile in questo settore e suggerisce che alle autorità consolari sia consentito di partecipare a tutte le fasi del procedimento”. Non ci saranno dunque più scuse, il Console competente può d’ora in poi chiedere di visionare gli atti relativi al concittadino che ha chiesto il suo aiuto (il nostro consiglio: dovrà ricordarsi di chiedere anche del fascicolo, di solito segreto, tenuto dallo Jugendamt!) e quando verrà richiesta la sua presenza durante le udienze, potrà e dovrà esserci!

    Anche giudici ed avvocati italiani dovranno leggere attentamente questo documento prima di autorizzare un genitore a trasferirsi dall’Italia in Germania (il rischio di perdere il genitore che resta in Italia è pari al 99%) e, nel caso in cui emettano una sentenza che andrà riconosciuta in Germania, devono sapere che i bambini, anche se di soli 3 anni, vanno ascoltati, pena il non-riconoscimento della stessa da parte dei tribunali tedeschi. Ciò che sosteniamo da anni è ora finalmente scritto nel testo del Parlamento che “esprime preoccupazione per il fatto che, nelle controversie familiari che hanno implicazioni transfrontaliere” le autorità tedesche possono “rifiutare sistematicamente di riconoscere le decisioni giudiziarie adottate in altri Stati membri nei casi in cui i minori che non hanno ancora tre anni non siano stati ascoltati”.

    In particolare i giudici dei Tribunali per i Minorenni competenti per i procedimenti in Convenzione Aja (e l’Autorità centrale del Ministero) non dovrebbero più limitarsi ad effettuare rimpatri (o a lasciare il bambino all’estero) solo sulla base del principio che il bambino abitava all’estero (o non è nato in Italia) perché il concetto di residenza abituale non è univoco, come (finalmente) ci ricorda il documento del Parlamento europeo che “sottolinea, conformemente alla giurisprudenza della CGUE, la nozione autonoma di “residenza abituale” del minore nella legislazione dell’UE e la pluralità dei criteri che le giurisdizioni nazionali devono utilizzare per determinare la residenza abituale.

    Questa risoluzione ci aiuta infine nel grande lavoro di informazione fatto da anni, confermando quanto già avevamo instancabilmente spiegato perché “sottolinea il diritto dei cittadini di rifiutare di accettare documenti non scritti o tradotti in una lingua che comprendono, come previsto all’articolo 8, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 1393/2007 relativo alla notificazione e comunicazione di atti; invita la Commissione a valutare attentamente l’attuazione in Germania delle disposizioni di tale regolamento al fine di affrontare adeguatamente tutte le possibili violazioni”. E’ dunque ufficiale, basta lettere di minaccia in tedesco inviate dallo Jugendamt! Rispediremo al mittente, come previsto dal citato regolamento, ogni comunicazione che non sia redatta in Italiano.

    La battaglia contro questo sistema che si appropria dei bambini e delle vite altrui non è finita, questa è però una battaglia vinta. Ce ne saranno altre e ci vedranno sempre in prima linea.

    [1]

    [2]

    [3]

  • Alla Triennale di Milano torna ‘Scatti per bene’, l’asta fotografica a sostegno dell’Associazione Caf

    Per il 15esimo anno torna Scatti per bene, e per festeggiare l’importante traguardo appassionati di fotografia, professionisti e filantropi si incontreranno alla Triennale di Milano, viale Alemagna 6, giovedì 25 ottobre dalle ore 18,30. L’asta fotografica, promossa ed organizzata dall’ASSOCIAZIONE CAF in collaborazione con la casa d’aste Sotheby’s, anche quest’anno chiama a raccolta i migliori fotografi nazionali e internazionali che donano i propri scatti a favore dell’Associazione. Il ricavato dall’evento sarà destinato al sostegno delle attività di accoglienza e cura dei minori vittime di abusi e maltrattamenti ospiti delle 5 Comunità Residenziali dell’Associazione CAF. Le opere (oltre 80 lotti) battute all’asta da Filippo Lotti, Amministratore Delegato di Sotheby’s Italia, sono firmate da molti nomi noti del panorama fotografico italiano tra cui: Niccolò Aiazzi, Gabriele Basilico, Settimio Benedusi, Francesco Carrozzini, Nicola Cicognani, Carmela e Giovanna Cipriani, Giovanni Crovetto, Maurizio Gabbana, Maurizio Galimberti, Marco Glaviano, Francesco Jodice, Cosmo Laera, Giorgio Majno, Amaranta Medri, Mimmi Moretti, Franco Piavoli, Massimo Siragusa, Oliviero Toscani, Jonny Viganò, Massimo Vitali, Romana Zambon. E tra gli stranieri: Sara Baxter, Charlotte Colbert e Anne De Carbuccia. Tra i lotti speciali l’omaggio a Dario Fo con l’opera pittorica “I primi incolpati della strage sono gli anarchici” dedicata al racconto della strage di Milano in Piazza Fontana.

     

  • Achtung Binational Babies: Adelio, un piccolo Italiano abbandonato dal suo Paese

    Nella vita di Giovanni c’è un grande amore, quello per suo figlio e un immenso dolore unito alla delusione per quello che non hanno fatto le Istituzioni Italiane per riportare a casa questo nostro piccolo connazionale e soprattutto per tutelarlo dalla violenza.

    Per questo caso di sottrazione internazionale, già tre anni fa, la Farnesina “seguiva la vicenda con attenzione”. A tante belle parole, come quasi sempre, non è seguito nulla di veramente efficace. Gli avvocati hanno incassato numerose parcelle di almeno cinque cifre, ma non hanno ottenuto niente. I tribunali italiani hanno emesso condanne che non hanno avuto nessun effetto, peggio ancora, hanno complicato la situazione.

    Il piccolo A. si trova ora in Kazakistan, dove lo ha condotto la madre, cittadina di quel paese e al tempo moglie di Giovanni. Il bambino ha dunque la doppia nazionalità. Il Kazakistan non aveva al tempo ratificato la convenzione dell’Aja e per questo non è stato chiesto il suo rimpatrio. Il tribunale kazako ha pertanto deciso sull’affidamento del piccolo, fissando la sua residenza in quel paese. In Italia, la madre è stata condannata, in via ormai definitiva, per sottrazione internazionale ed è stata richiesta la sua estradizione. Perché l’Italia chiede l’estradizione di una cittadina kazaka e illude il padre del piccolo, sapendo che il Kazakistan non estrada i suoi concittadini?

    Di fatto si è creata la situazione che sempre si andrebbe a creare se passasse la proposta di legge che prevede addirittura di considerare la sottrazione internazionale come un sequestro di persona (reato dunque molto più grave): l’unica possibilità di riportare il bambino in Italia era la mediazione, era il tentativo di convincere la madre a rientrare nel nostro paese, dove avrebbe giovato di condizioni di vita più agiate. Sarebbe stato possibile, soprattutto perché Giovanni più che degni di questo nome, che non ha perso di vista il bene di suo figlio e non si è lasciato prendere dal desiderio di vedere innanzi tutto in carcere la donna che lo ha sottratto La mediazione però non si può più fare perché la donna, rientrando in Italia, verrebbe immediatamente condotta in carcere ed è pertanto ormai decisa a restare nel suo paese e ha interrotto ogni dialogo con l’ex coniuge.

    Ciò che è successo a questa famiglia è ciò che succede praticamente sempre nei casi di sottrazione internazionale. Da tre anni un padre, un cittadino italiano, si batte (e si dissangua!) per un figlio che presto verrà allontanato definitivamente da lui, dalla sua lingua e dalla sua famiglia nella totale indifferenza dei media e della politica.

    Ma in questa vicenda c’è un risvolto ben più grave: il bambino di fatto non vive con la mamma. Vive con persone che lo picchiano e lo maltrattano, mentre la madre lavora a migliaia di chilometri di distanza. Provate ad immaginare cosa si prova nel vedere, nei rari contatti concessi con la webcam, il proprio figlio che non ti mostra più affetto, ma soprattutto viene picchiato con la cinghia da uno sconosciuto. E tu sei lì che guardi impotente, pur avendo fatto il possibile e l’impossibile per riportare a casa tuo figlio, e ti senti tradito e vilipeso in primo luogo da chi ha speso solo parole vuote, da chi – ora lo sai – ha solo fatto finta di aiutarti e dal quel baraccone istituzionale che ha solo pensato a svuotarti le tasche. Ti chiedi se è questo il significato dell’essere cittadino Italiano. L’Italia è un grande Paese che rispetta i diritti di tutti, tranne che dei propri connazionali, soprattutto dei più deboli e indifesi. Ci si mobilita per le bambine indiane in India, i bambini brasiliani in Brasile, gli Africani in Africa, ma mai una parola e soprattutto mai un gesto concreto per tutelare i diritti fondamentali dei bambini italiani all’estero.

    Ormai solo la politica potrà salvare il piccolo A., ma non la politica che abbiamo conosciuto fino ad ora, quella che per diplomazia intende sottomissione, bensì una nuova politica che esiga il rispetto dei diritti fondamenti, che intervenga con determinazione e non farfugli sommessamente, ma parli ad alta voce e riporti a casa anche questo piccolo connazionale. Anche lui ha diritto, come tutti i bambini, a crescere in un ambiente sereno, senza violenza né maltrattamenti. Questo diritto non gli può essere negato oltre, solo perché Italiano!

  • Preoccupazione dei pediatri per la dipendenza digitale, tablet all’asilo in Veneto

    Qual è il genitore che non doterebbe il proprio figlio, ancor più se piccolo, di uno smartphone, così da poterlo rintracciare? Il problema è che secondo i medici pediatri la tecnologia può creare una vera e propria dipendenza digitale, che esiste certo anche negli adulti si obietterà ma che in tenera età può favorire la miopia (la medicina esiste proprio per curare, ma intanto è già stato lanciato l’allarme: la miopia tra i 18 e 25 anni passerà dal 20% al 40% nei prossimi anni). I pediatri consigliano di non lasciare che un bambino trascorra più di 2 ore al giorno davanti a smartphone e tablet, pena una riduzione delle performance scolastiche, un’alterazione della sfera emotiva e aumento di problematiche neuropsichiatriche (c’è anche un problema delle radiazioni a cui si è esposti); il sindaco di Arcugnano (Vicenza) ha invece lanciato un asilo digitale, sfruttando i 4,3 milioni forniti dalla Regione Veneto per un nuovo polo dell’infanzia, nelle cui aule la didattica verrà svolta con l’impiego di tablet, webcam e anche robot. Il Centro per la Salute del Bambino, onlus di Trieste, in collaborazione con l’Associazione culturale pediatri ha d’altronde diagnosticato la seguente evoluzione della razza umana: un bambino su 5 nel nostro Paese prende contatto con il cellulare nel primo anno di vita e l’80% dei bimbi tra i 3 e i 5 anni sa usare il telefonino di mamma e papà (negli Usa utilizza device elettronici un terzo degli infanti con appena 6 mesi di età).

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