Minori

  • Un punto di vista sul diritto di visita del genitore non collocatario ai tempi del covid-19

    Sin dall’inizio del periodo emergenziale che stiamo vivendo, i genitori separati, di diritto o di fatto, si sono trovati a porsi il problema se, in un simile frangente in cui molte nostre libertà sono, per forza di cose, limitate, il loro di diritto di visita ai figli collocati presso l’altro genitore rimanesse invariato.

    Tornando indietro all’8 marzo, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri emanato in tale data ha iniziato l’iter che, in poco tempo, avrebbe portato ad inibire, sull’intero territorio nazionale, la mobilità e la socialità, nell’ottica del contenimento dell’epidemia.

    Nella vigenza del predetto decreto, tuttavia, complici le chiare indicazioni fornite dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri sul proprio sito internet, non sono state favorite interpretazioni restrittive del diritto del genitore non collocatario a recarsi al domicilio dell’altro genitore per prendere con sé il figlio e portarlo alla propria abitazione e di ivi riaccompagnarlo.

    Ed infatti, il Tribunale di Milano, pronunciando in via d’urgenza, ha confermato, in data 11 marzo 2020, che il genitore poteva continuare ad esercitare il proprio diritto di visita in conformità alle modalità previste dal giudice che si era occupato della separazione, del divorzio o dell’affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio.

    Il quadro si è fatto, seppure per un breve periodo di tempo, più confuso, in seguito al successivo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 marzo 2020, ed in particolare al divieto, ivi contenuto, per tutte le persone, di trasferirsi o spostarsi in un comune diverso rispetto a quello in cui si trovassero, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute.

    Tale formulazione ha portato a chiedersi se il diritto di visita del genitore fosse configurabile come una “assoluta urgenza”, e dunque tale da consentire gli spostamenti.

    Una riflessione obbligata, che troppo spesso ha scontato prese di posizione aprioristiche, ma che, invero, ha una portata di assoluta rilevanza.

    Ebbene, a fronteggiarsi sono due diritti costituzionalmente garantiti: il diritto/dovere del genitore di mantenere, istruire ed educare i figli, cui corrisponde il diritto di questi ultimi (art. 30 Cost.) ed il diritto alla salute (art. 32 Cost.).

    Non sembra davvero possibile porre tali diritti in ordine assoluto di importanza, essendo, a ben vedere, intrinsecamente compenetrata nella cura che il genitore ha il diritto ed il dovere di avere verso il figlio la tutela della salute di quest’ultimo.

    In un simile quadro, sono stati emessi provvedimenti giudiziari, ed in particolare il riferimento è alle decisioni della Corte di Appello di Bari e del Tribunale di Napoli, entrambe del 26.03.2020, che hanno deciso di sospendere le visite paterne ai figli, sostituendole con videochiamate.

    Se si condivide la necessità di valutare, caso per caso, la situazione della famiglia – e, del resto, la logica del caso concreto è quella che pare meglio adattarsi al diritto di famiglia – non sembra invece che siano i provvedimenti governativi a spingere in tale direzione.

    Ed infatti, ben presto sul sito della Presidenza del Consiglio si è chiarito che “gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, sono consentiti anche da un Comune all’altro” e che “tali spostamenti dovranno in ogni caso avvenire scegliendo il tragitto più breve e nel rispetto di tutte le prescrizioni di tipo sanitario (persone in quarantena, positive, immunodepresse etc.), nonché secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione o divorzio o, in assenza di tali provvedimenti, secondo quanto concordato tra i genitori”.

    A livello normativo, pertanto, possiamo certamente affermare con sicurezza che, oggi, ogni genitore che non viva con la prole può spostarsi, anche da un Comune all’altro, per prendere con sé i minori onde consentire l’esplicarsi del diritto di visita.

    Ciò verrà fatto nel rispetto di quanto previsto dal giudice, ove tra i genitori fosse già stato dato un provvedimento relativo all’affidamento ed alle visite, oppure, ove non si sia ancora avuta una decisione giudiziaria, secondo l’accordo che i genitori hanno la facoltà di raggiungere.

    Tale chiarimento di massima da parte del Governo si rivela senz’altro apprezzabile, in quanto funzionale ad evitare l’accesso alla giustizia, ed il conseguente contenzioso, in tutte quelle situazioni che non manifestano particolarità tali, in termini di rischio sanitario, da meritare di essere sottoposte alla valutazione di un giudice.

    Tuttavia, rimangono prive di tutela – rectius, anche di questa tutela – le famiglie disgregate che ancora non hanno avuto una regolamentazione giudiziaria, e nelle quali non si riesce a raggiungere un accordo tra i genitori sul diritto di visita.

    Al riguardo, è essenziale rammentare ai genitori che un diritto di rango costituzionale, quale il diritto del bambino ad un tempo significativo di cura da parte di entrambe le figure genitoriali, che altro non è che l’altra faccia del diritto di ogni genitore di prendersi cura del figlio, non può essere limitato senza serie e comprovate ragioni. Neppure in emergenza sanitaria.

    Una grande responsabilità investe pertanto l’avvocatura responsabile nella gestione del problema: nella gestione del diritto di visita ai tempi del COVID-19.

  • “Mai più invisibili”, il nuovo indice 2020 di WeWorld sulla condizione di donne, bambini e bambine

    2 euro da donare con sms al numero solidale 45597 dal 1 al 15 marzo – mese notoriamente dedicato alle donne – per sostenere la campagna di WeWorld Onlus #maipiùinvisibili dedicata alle donne vittime di violenza in Italia e nel mondo. Nel nostro Paese una donna su tre subisce violenza almeno una volta nella vita ma non lo dice, solo poche denunciano. Sono invisibili, come i loro bambini che assistono alla violenza sulle loro mamme, invisibili come le bambine, in tante parti del mondo, costrette a matrimoni precoci o vittime di mutilazioni genitali. “La violenza sulle donne è un problema che ci riguarda tutti e tutte, ma ognuno di noi può scegliere se voltarsi dall’altra parte o prendere posizione. Oggi con un sms possiamo fare un piccolo gesto concreto per fermarla” dichiara Marco Chiesara, Presidente di WeWorld.

    I fondi raccolti serviranno per sostenere il programma nazionale di WeWorld Onlus contro la violenza sulle donne che ha nella prevenzione e nella sensibilizzazione i propri strumenti fondamentali. A queste si unisce l’intervento sul territorio che comprende il presidio antiviolenza SOStegno Donna all’interno del Pronto Soccorso di un ospedale di Roma – un ambiente aperto h24 ore, sette giorni su sette per accogliere e proteggere le donne vittime di violenza e, se necessario, anche i loro figli – e gli Spazi Donna WeWorld presenti a Napoli (Scampia), a Milano (Giambellino) e Roma (San Basilio) e quelli in apertura di Bologna e Cosenza, dove sono accolte ogni anno 1.000 donne vulnerabili, spesso con i loro figli.
    Gli Spazi Donna sono nati con l’obiettivo di far emergere il sommerso in quartieri difficili dove molto spesso la violenza sulle donne è talmente diffusa da essere giustificata e spesso nemmeno percepita persino dalle donne che la subiscono. Ogni anno 1.000 donne, spesso con i loro figli, sono accolte e assistite grazie ai progetti della Onlus.

    La campagna #maipiùinvisibili si colloca all’interno dell’Indice 2020 ‘Mai più Invisibili’ realizzato da WeWorld in cui emerge non solo la disuguaglianza tra donne (e minori) e uomini ma anche la diversificazione da regione a regione. L’indagine è stata realizzata da WeWorld per misurare l’inclusione di donne e popolazione under 18, monitorandola attraverso 38 indicatori per rilevare molteplici aspetti (economico, educativo, sanitario, culturale, politico, civile) e considerando l’intreccio tra le condizioni di vita degli uni e delle altre.

    Il rapporto rileva come alla ormai nota suddivisione tra Nord e Sud del Paese se ne sia aggiunta un’altra: tra Nord e Centro-Ovest da una parte, Centro-Est e Sud dall’altra. Donne e bambini/e vivono in condizioni di buona e sufficiente inclusione nei territori posti a Nord e nel Centro-Ovest, mentre sono in condizione di grave esclusione o di insufficiente inclusione al Sud, nelle isole e nella parte centro orientale del Paese. La classifica finale vede al primo posto il Trentino -Alto Adige (valore Index pari a 4,8), seguito da Lombardia (3,4), Valle d’Aosta (3,4), Emilia-Romagna (3), Lazio e Friuli Venezia-Giulia (2,1), Veneto (1,9), Toscana (1,6), Liguria (1,5), Piemonte (1), Marche (0). Nella parte bassa della classifica (Index in negativo) le Regioni del Centro-est e Sud Italia: gli ultimi posti sono occupati da Sardegna (-2,6), Puglia (-3,5), Campania (-3,9), Sicilia (-4,3). Fanalino di coda è la Calabria (-4,5). Donne e bambini residenti in Calabria vivono uno svantaggio doppio rispetto a donne e bambini del Trentino- Alto Adige, con un divario di ben 9,3 punti tra le due Regioni.

    I divari tra territori sono particolarmente marcati per l’aspetto educativo dei bambini e delle bambine, con picchi di dispersione scolastica che sfiorano il 20% in alcune Regioni del Sud (contro il 10,6% della media europea) e in quella economica per le donne: in Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna circa 2 donne su 10 sono a rischio povertà ed esclusione sociale, mentre in Sicilia lo è 1 donna su 2.

    Ne emerge la fotografia di un’Italia con grandi sacche di povertà soprattutto nelle periferie più problematiche, proprio dove WeWorld interviene con progetti a sostegno dei diritti di donne e bambini, gli Spazi Donna WeWorld, appunto, nati nel 2014. L’obiettivo dell’indice “Mai più invisibili” è quello di rendere disponibili e fruibili alcuni dati che raramente arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica e di fornire un elemento utile a tutti gli attori pubblici, privati e del terzo settore per costruire migliori e più consapevoli politiche e interventi che affrontino in modo congiunto i fattori di esclusione che perpetuano il divario generazionale e di genere.

  • In attesa di Giustizia: decisioni inopportune

    Sta facendo molto discutere la decisione della Corte d’Appello dei Minori di Napoli di autorizzare uno dei responsabili, reo confesso, dell’omicidio di una guardia giurata avvenuto solo pochi mesi fa di trascorrere a casa con i famigliari, invece che in carcere, il giorno del suo diciottesimo compleanno.

    Vero è che si tratta di un soggetto minorenne, almeno all’epoca dei fatti, e il processo minorile contempla possibilità decisionali molto ampie in termini non solo di gestione della libertà personale ma anche delle modalità definitorie del processo, non ultimo in tema di dosimetria delle pene. Il tutto tenendosi conto delle relazioni che esperti dei servizi sociali forniscono all’autorità giudicante che – a sua volta – è integrante nella composizione da professionisti non togati provenienti dal settore della psicologia evolutiva, sociologia e altri affini.

    In questo caso, come sembra sia accaduto, l’autorizzazione sarebbe stata concessa proprio sulla scorta di una positiva valutazione del giovane che – senza averla letta – è da ritenersi fondata su una rivisitazione critica positiva del proprio vissuto da parte dell’autore del fatto, di una elaborazione della condotta criminale posta in essere registrandone l’estremo disvalore.

    E sin qui va bene: se la legge lo consente – e lo consente – e vi sono i presupposti emergenti dalla relazione degli assistenti sociali, la Corte d’Appello ben poteva concedere il permesso, ma avrebbe anche potuto negarlo rilevando, per esempio, la estrema gravità del reato commesso, la prossimità temporale con il fatto, l’inopportunità dell’autorizzazione a un soggetto ancora in una fase di rieducazione iniziale attraverso il trattamento penitenziario.

    Oppure, avrebbe potuto decidere favorevolmente ma ponendo degli obblighi in capo al beneficiato quali per esempio, il divieto di festeggiamenti per così dire “pubblici”, cosa che al giorno d’oggi si può realizzare – così come si è realizzata – mediante l’impiego dei social media.

    Se da un lato è ragionevole pensare che per il giovane omicida sia stato un momento di comprensibile gioia trascorrere un compleanno importante tra gli affetti famigliari e non in carcere e lo stesso sia stato il sentimento provato dai parenti più stretti, questa occasione di giubilo è stridente con il dolore ancora recentissimo dei congiunti della vittima che non avranno più né compleanni, né Festività Natalizie, né altre occasioni per brindare con il proprio, padre, marito, amico.

    Le immagini della festa diffuse senza risparmio su Facebook piuttosto che su Instagram non sono sfuggite, provocando l’indignazione non solo dei famigliari della sventurata guardia giurata uccisa solo a marzo scorso. Tutto ciò assume il sapore di una beffa che la giustizia avrebbe dovuto e potuto impedire: da un lato un assassino conclamato che poco tempo dopo un omicidio brinda, dall’altro le lacrime ancora calde di chi ha perso per mano sua una persona cara.

    Bastava davvero poco e la Giustizia poteva avere il suo corso naturale, concedendo ciò che poteva essere concesso a un giovane che – forse – si sta davvero recuperando e ponendo i presupposti per rispettare la sensibilità delle vittime indirette delle sue azioni. Troppo veloce, questa volta la Giustizia, soprattutto è arrivata con modalità del tutto inopportune ed era questione non tanto di applicazione della legge ma di buonsenso.

  • Achtung Binational Babies: il modello tedesco di Bibbiano

    Le recenti inchieste della magistratura relative ai casi di bambini strappati ai propri genitori per futili motivi, spesso con l’impiego delle forze di polizia, hanno svelato un modo di procedere che pare degno di una feroce dittatura e hanno reso visibile la punta dell’iceberg del mondo del business sui bambini. E’ la diffusa realtà in cui il bambino si trasforma in merce di scambio e fonte di guadagno, finalità spacciata però come “protezione” e “interesse superiore del minore”. Si tratta dello stesso “interesse del minore” al centro di numerose convenzioni internazionali, regolamenti europei e leggi nostrane. Si tratta di un concetto talmente vago e soggettivo, che l’ho definito, ormai da una decina d’anni, una sorta di scatola vuota nella quale i personaggi coinvolti, poiché dotati di poteri più o meno estesi, e comunque di gran lunga più incisivi rispetto a quelli riconosciuti ai genitori, possono mettervi ciò che vogliono e impossessarsi così della “merce bambino”, proclamando di volerlo proteggere e di voler perseguire gli interessi del piccolo.

    Adesso anche l’opinione pubblica inizia a scoprire che nulla è come sembra. Emergono metodologie ben note a chi è impegnato da tanti anni nella difesa (vera!) dei bambini, ma che per troppo tempo non sono state e ancora oggi non vengono completamente rese note all’opinione pubblica. Servizi sociali che relazionano sulla condizione abitativa di famiglie alle quali non hanno mai fatto visita, psicologi che procedono all’ascolto dei bambini senza registrazione, manipolano i bambini e solo a manipolazione conclusa passano all’ascolto in modalità registrata, in sostanza costruendo di sana pianta le prove contro i genitori e distruggendo la psiche di bambini innocenti. Operatori delle case famiglia che raccontano bugie ai bambini, nascondendo lettere e regali per far credere loro di essere stati abbandonati. Ricatti, cioè confessioni estorte di fatti mai accaduti in cambio di un incontro, che mai avrà luogo, con la mamma o il papà. Ricorso a psicofarmaci, spesso ancora in fase sperimentale e dei quali dunque non si conoscono conseguenze ed effetti collaterali, per i più ribelli. E’ orribile tutto ciò, ma non è tutto. Quando si è deciso di passare dalla protezione del bambino da pericoli concreti, come quelli rappresentati da genitori violenti o che costringono i figli a rubare o prostituirsi, alla protezione da pericoli impalpabili, come la mancata o insufficiente “capacità genitoriale”, si è aperta la porta del business dei bambini. Cioè quando l’accusa di abusi passa dall’ambito fisico a quello psicologico privo di riscontri oggettivi, si passa in realtà da qualcosa che si può provare, a ciò che è profondamente soggettivo e pertanto opinabile. L’opinione che conta di meno è sempre quella dei genitori. Ma non cerchino i tribunali di scaricare tutta la responsabilità sugli assistenti sociali. La responsabilità maggior è del giudice, perché è lui che emette ordinanze e decreti, è lui che alla fine toglie ai genitori i diritti sui propri figli. E’ lui che, in nome del popolo italiano, manda in carcere genitori innocenti. Certamente non tutti i giudici hanno agito e agiscono in questo modo, ma se anche uno solo lo ha fatto, è uno di troppo.

    Le tecniche usate, fin qui riassunte non sono un’invenzione degli operatori ora all’onore delle cronache. Ascoltate cosa affermava Federica Anghinolfi, una degli indagati nell’inchiesta Angeli e Demoni, già Responsabile del Distretto Unione Comuni Val D’Enza nel Servizio Integrato ai Minori:

    https://www.youtube.com/watch?v=ENIS9udm6yg&feature=share&fbclid=IwAR3SJnfCsRaqAJ0Fc1fz_m7WjwVGNnWil-vllOCN4_slzAw_y5fsmelEK4c&app=desktop

    Ci diceva che la richiesta di famiglie affidatarie è maggiore dell’offerta e che pertanto vengono organizzate campagne provinciali alla ricerca di famiglie affidatarie. Esattamente come in Germania, dove gli affidatari vengono cercati con gli annunci sui giornali e dove si fanno previsioni annuali sul numero sempre crescente di bambini che verranno sottratti ai genitori. E’ la stessa Anghinolfi che cita la Germania come modello e quale paese trainante nel sostenere la bontà dell’affido di bambini a coppie omosessuali e si rifà a studi tedeschi risalenti agli anni ’70. In effetti in Germania si è iniziato negli anni ’70 a sperimentare in questo campo. E’ appunto degli anni ’70 l’esperimento del pedagogo e sociologo Helmut Kentler che favorì gli abusi sessuali su bambini e ragazzi, in quanto riteneva fosse necessario affidare questi minorenni a pedofili recidivi. Egli sosteneva che tali padri affidatari si sarebbero occupati al meglio dei bambini. Il fatto che inoltre li costringessero ad avere con loro dei rapporti sessuali non era certo un impedimento, secondo Kentler. Questo suo esperimento fu sostenuto e finanziato dallo Jugendamt di Berlino, cioè dalla Amministrazione per la Gioventù tedesca che detiene poteri cento volte maggiori di quelli dei servizi sociali e che, per legge, detta al giudice la sentenza da emettere. Se infatti ci si scandalizza – a ragione – dei 30-50.000 bambini sottratti in Italia ai genitori, sarà bene riflettere sui 70-80.000 bambini che invece annualmente vengono sottratti in Germania ai genitori. Di questi bambini sottratti il 72% ha almeno un genitore di origine straniera, stando alle informazioni fornite dal Ministero tedesco. Facendo una rapida addizione, ci si rende conto che in Germania, solo negli ultimi anni sono stati sottratti ai genitori quasi mezzo milione di bambini e tra di essi quasi tre quarti non sono interamente tedeschi, cioè moltissimi sono Italiani (la Germania è la prima meta dei nostri concittadini espatriati). Sono quegli Italiani che non rientrano in nessuna statistica, che sono solo merce per il sistema tedesco, e sono tragicamente inesistenti per lo Stato italiano che preferisce non sapere. Sono bambini al macello. Dunque attenzione a pensare che lo scandalo rivelato dall’inchiesta Angeli e Demoni sia una vergogna tutta italiana. Il modello applicato in quelle sottrazioni illecite viene d’Oltralpe e da lì si sta diffondendo in tutta Europa. Quello che è stato scoperto in Italia ha portato ad inchieste ed arresti, le stesse modalità in Germania sono perfettamente legali. E’ il corposo codice sociale tedesco ad attribuire allo Jugendamt (Amministrazione per la Gioventù) poteri quasi illimitati. Lo Jugendamt interviene per legge in ogni procedimento minorile in qualità, non di consulente del giudice, bensì come parte in casa, cioè come terzo genitore. Lo Jugendamt può presentare appello in proprio della decisione del giudice. Agisce come agenzia per il lavoro, erogando sussidi ed andando a riscuotere, anche all’estero, cioè a casa nostra, il pagamento di somme per gli alimenti che lui stesso ha stabilito. E’ responsabile dell’esecuzione delle sentenze che ovviamente e in tutta legalità non esegue, se non gli aggradano. E’ autorizzato dalla Legge a mentire in tribunale (§162 FamFG). Svolge funzioni dell’ufficio anagrafe, conservando il registro degli affidi. E’ guardiano e garante del tasso di natalità in Germania che fa aumentare, impedendo ad ogni bambino, anche straniero, di lasciare la giurisdizione tedesca, mentre fa in modo che in caso di separazione i bambini vengano sempre affidati al genitore tedesco. In Germania gli Jugendamt sono 700 e dispongono di un budget annuale di 35 miliardi (dati del Ministero tedesco). Sono lo strumento di disgregazione familiare con il quale trasformare i bambini in esseri sottomessi, ubbidienti e mercificati, da spostare in base alle esigenze economiche. Sono il modello invocato da Bibbiano, ma anche il punto di arrivo che si pongono ormai troppi Tribunali italiani (in riferimento a Milano, vedi: https://www.youtube.com/watch?v=i3-yTUhcI5Q&t=24s ).

    Persino le goffe giustificazioni di Gloria Soavi, presidente del Cismai (Coordinamento italiano dei Servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’Infanzia), del quale erano associati gli operatori legati a “Hansel e Gretel”, oggi indagati, sono identiche a quelle invocate dai deputati tedeschi nel giustificare le azioni orribili dello Jugendamt: “tra i tanti fascicoli trattati, è ammissibile che si sia verificato qualche errore, ma il sistema è perfetto”:

    https://www.avvenire.it/attualita/pagine/errori-gravi-ma-noi-siamo-diversi?fbclid=IwAR3Kj43byFUyr8KXMHPLZd0kVsdV5tgzyoc4VEIIGryCjinfRwYzM9W5E1k

    Quanto accaduto a Bibbiano non va dunque considerato solo come il vergognoso scandalo di un sistema uscito dai binari. Al contrario quel sistema sta nella corsia principale di una autostrada che già troppe autorità hanno deciso di percorrere e verrà presto esportato e applicato in tutta Europa. Riteniamo che vada fermato e per farlo è imprescindibile avvalersi della competenza di chi ha già vissuto, all’estero, la realtà che attende l’Italia tra qualche anno.

    Membro della European Press Federation
    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma
    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera
    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

  • Achtung Binational Babies: Condanna dello Jugendamt da parte del Parlamento europeo

    Dopo anni di dolorose, impari lotte, abbiamo finalmente ottenuto un documento ufficiale del Parlamento Europeo che “ricorda alla Germania i suoi obblighi internazionali ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, compreso l’articolo 8” e riconosce che il sistema tedesco in materia di diritto di famiglia controllato dallo Jugendamt discrimina i genitori stranieri e lede, anziché proteggere, l’interesse superiore del minore.

    Per ottenere tale documento ci siamo impegnati in prima persona per oltre due legislature. Il nostro lavoro è stato sempre osteggiato dagli eurodeputati tedeschi di tutti i gruppi politici e purtroppo anche da molti eurodeputati italiani che hanno pedissequamente seguito le indicazioni del loro gruppo di appartenenza (per lo più a maggioranza tedesca) lavorando così contro gli interessi del loro Paese e dei loro concittadini. In quest’ultima legislatura abbiamo avuto il supporto dell’eurodeputata italiana della Commissione Petizioni e siamo riusciti ad avere su questo tema un Gruppo di Lavoro che ha stilato una serie di raccomandazioni[1], per arrivare poi alla Proposta di risoluzione[2], discussa in Plenaria il 15 novembre e votata da tutto il Parlamento europeo il 29 novembre 2018[3]. Oggi nessuno e soprattutto nessuna Autorità, né politico, né magistrato italiano potrà dire “non sapevo”, “non è vero”, “è un’invenzione dei germanofobi”.  Ma c’è di più, oltre a evidenziare le discriminazionidi cui sono vittime i genitori non-tedeschi in Germania e ad elencare una serie di raccomandazioni alla Germania (che come al solito quel paese disattenderà) il documento costringe anche le nostre autorità consolari e diplomatiche in genere a prendersi carico dei propri connazionali che denunciano discriminazioni gravi, quali il ritiro senza motivo fondato dell’affido e della potestà sui figli.

    Inoltre “ricorda agli Stati membri l’importanza di attuare sistematicamente le disposizioni della convenzione di Vienna del 1963 e di assicurarsi che le ambasciate e le rappresentanze consolari siano informate fin dalle prime fasi di tutti i procedimenti di presa in carico dei minori riguardanti i loro cittadini e abbiano pieno accesso ai relativi documenti; sottolinea l’importanza di una cooperazione consolare affidabile in questo settore e suggerisce che alle autorità consolari sia consentito di partecipare a tutte le fasi del procedimento”. Non ci saranno dunque più scuse, il Console competente può d’ora in poi chiedere di visionare gli atti relativi al concittadino che ha chiesto il suo aiuto (il nostro consiglio: dovrà ricordarsi di chiedere anche del fascicolo, di solito segreto, tenuto dallo Jugendamt!) e quando verrà richiesta la sua presenza durante le udienze, potrà e dovrà esserci!

    Anche giudici ed avvocati italiani dovranno leggere attentamente questo documento prima di autorizzare un genitore a trasferirsi dall’Italia in Germania (il rischio di perdere il genitore che resta in Italia è pari al 99%) e, nel caso in cui emettano una sentenza che andrà riconosciuta in Germania, devono sapere che i bambini, anche se di soli 3 anni, vanno ascoltati, pena il non-riconoscimento della stessa da parte dei tribunali tedeschi. Ciò che sosteniamo da anni è ora finalmente scritto nel testo del Parlamento che “esprime preoccupazione per il fatto che, nelle controversie familiari che hanno implicazioni transfrontaliere” le autorità tedesche possono “rifiutare sistematicamente di riconoscere le decisioni giudiziarie adottate in altri Stati membri nei casi in cui i minori che non hanno ancora tre anni non siano stati ascoltati”.

    In particolare i giudici dei Tribunali per i Minorenni competenti per i procedimenti in Convenzione Aja (e l’Autorità centrale del Ministero) non dovrebbero più limitarsi ad effettuare rimpatri (o a lasciare il bambino all’estero) solo sulla base del principio che il bambino abitava all’estero (o non è nato in Italia) perché il concetto di residenza abituale non è univoco, come (finalmente) ci ricorda il documento del Parlamento europeo che “sottolinea, conformemente alla giurisprudenza della CGUE, la nozione autonoma di “residenza abituale” del minore nella legislazione dell’UE e la pluralità dei criteri che le giurisdizioni nazionali devono utilizzare per determinare la residenza abituale.

    Questa risoluzione ci aiuta infine nel grande lavoro di informazione fatto da anni, confermando quanto già avevamo instancabilmente spiegato perché “sottolinea il diritto dei cittadini di rifiutare di accettare documenti non scritti o tradotti in una lingua che comprendono, come previsto all’articolo 8, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 1393/2007 relativo alla notificazione e comunicazione di atti; invita la Commissione a valutare attentamente l’attuazione in Germania delle disposizioni di tale regolamento al fine di affrontare adeguatamente tutte le possibili violazioni”. E’ dunque ufficiale, basta lettere di minaccia in tedesco inviate dallo Jugendamt! Rispediremo al mittente, come previsto dal citato regolamento, ogni comunicazione che non sia redatta in Italiano.

    La battaglia contro questo sistema che si appropria dei bambini e delle vite altrui non è finita, questa è però una battaglia vinta. Ce ne saranno altre e ci vedranno sempre in prima linea.

    [1]

    [2]

    [3]

  • Alla Triennale di Milano torna ‘Scatti per bene’, l’asta fotografica a sostegno dell’Associazione Caf

    Per il 15esimo anno torna Scatti per bene, e per festeggiare l’importante traguardo appassionati di fotografia, professionisti e filantropi si incontreranno alla Triennale di Milano, viale Alemagna 6, giovedì 25 ottobre dalle ore 18,30. L’asta fotografica, promossa ed organizzata dall’ASSOCIAZIONE CAF in collaborazione con la casa d’aste Sotheby’s, anche quest’anno chiama a raccolta i migliori fotografi nazionali e internazionali che donano i propri scatti a favore dell’Associazione. Il ricavato dall’evento sarà destinato al sostegno delle attività di accoglienza e cura dei minori vittime di abusi e maltrattamenti ospiti delle 5 Comunità Residenziali dell’Associazione CAF. Le opere (oltre 80 lotti) battute all’asta da Filippo Lotti, Amministratore Delegato di Sotheby’s Italia, sono firmate da molti nomi noti del panorama fotografico italiano tra cui: Niccolò Aiazzi, Gabriele Basilico, Settimio Benedusi, Francesco Carrozzini, Nicola Cicognani, Carmela e Giovanna Cipriani, Giovanni Crovetto, Maurizio Gabbana, Maurizio Galimberti, Marco Glaviano, Francesco Jodice, Cosmo Laera, Giorgio Majno, Amaranta Medri, Mimmi Moretti, Franco Piavoli, Massimo Siragusa, Oliviero Toscani, Jonny Viganò, Massimo Vitali, Romana Zambon. E tra gli stranieri: Sara Baxter, Charlotte Colbert e Anne De Carbuccia. Tra i lotti speciali l’omaggio a Dario Fo con l’opera pittorica “I primi incolpati della strage sono gli anarchici” dedicata al racconto della strage di Milano in Piazza Fontana.

     

  • Achtung Binational Babies: Adelio, un piccolo Italiano abbandonato dal suo Paese

    Nella vita di Giovanni c’è un grande amore, quello per suo figlio e un immenso dolore unito alla delusione per quello che non hanno fatto le Istituzioni Italiane per riportare a casa questo nostro piccolo connazionale e soprattutto per tutelarlo dalla violenza.

    Per questo caso di sottrazione internazionale, già tre anni fa, la Farnesina “seguiva la vicenda con attenzione”. A tante belle parole, come quasi sempre, non è seguito nulla di veramente efficace. Gli avvocati hanno incassato numerose parcelle di almeno cinque cifre, ma non hanno ottenuto niente. I tribunali italiani hanno emesso condanne che non hanno avuto nessun effetto, peggio ancora, hanno complicato la situazione.

    Il piccolo A. si trova ora in Kazakistan, dove lo ha condotto la madre, cittadina di quel paese e al tempo moglie di Giovanni. Il bambino ha dunque la doppia nazionalità. Il Kazakistan non aveva al tempo ratificato la convenzione dell’Aja e per questo non è stato chiesto il suo rimpatrio. Il tribunale kazako ha pertanto deciso sull’affidamento del piccolo, fissando la sua residenza in quel paese. In Italia, la madre è stata condannata, in via ormai definitiva, per sottrazione internazionale ed è stata richiesta la sua estradizione. Perché l’Italia chiede l’estradizione di una cittadina kazaka e illude il padre del piccolo, sapendo che il Kazakistan non estrada i suoi concittadini?

    Di fatto si è creata la situazione che sempre si andrebbe a creare se passasse la proposta di legge che prevede addirittura di considerare la sottrazione internazionale come un sequestro di persona (reato dunque molto più grave): l’unica possibilità di riportare il bambino in Italia era la mediazione, era il tentativo di convincere la madre a rientrare nel nostro paese, dove avrebbe giovato di condizioni di vita più agiate. Sarebbe stato possibile, soprattutto perché Giovanni più che degni di questo nome, che non ha perso di vista il bene di suo figlio e non si è lasciato prendere dal desiderio di vedere innanzi tutto in carcere la donna che lo ha sottratto La mediazione però non si può più fare perché la donna, rientrando in Italia, verrebbe immediatamente condotta in carcere ed è pertanto ormai decisa a restare nel suo paese e ha interrotto ogni dialogo con l’ex coniuge.

    Ciò che è successo a questa famiglia è ciò che succede praticamente sempre nei casi di sottrazione internazionale. Da tre anni un padre, un cittadino italiano, si batte (e si dissangua!) per un figlio che presto verrà allontanato definitivamente da lui, dalla sua lingua e dalla sua famiglia nella totale indifferenza dei media e della politica.

    Ma in questa vicenda c’è un risvolto ben più grave: il bambino di fatto non vive con la mamma. Vive con persone che lo picchiano e lo maltrattano, mentre la madre lavora a migliaia di chilometri di distanza. Provate ad immaginare cosa si prova nel vedere, nei rari contatti concessi con la webcam, il proprio figlio che non ti mostra più affetto, ma soprattutto viene picchiato con la cinghia da uno sconosciuto. E tu sei lì che guardi impotente, pur avendo fatto il possibile e l’impossibile per riportare a casa tuo figlio, e ti senti tradito e vilipeso in primo luogo da chi ha speso solo parole vuote, da chi – ora lo sai – ha solo fatto finta di aiutarti e dal quel baraccone istituzionale che ha solo pensato a svuotarti le tasche. Ti chiedi se è questo il significato dell’essere cittadino Italiano. L’Italia è un grande Paese che rispetta i diritti di tutti, tranne che dei propri connazionali, soprattutto dei più deboli e indifesi. Ci si mobilita per le bambine indiane in India, i bambini brasiliani in Brasile, gli Africani in Africa, ma mai una parola e soprattutto mai un gesto concreto per tutelare i diritti fondamentali dei bambini italiani all’estero.

    Ormai solo la politica potrà salvare il piccolo A., ma non la politica che abbiamo conosciuto fino ad ora, quella che per diplomazia intende sottomissione, bensì una nuova politica che esiga il rispetto dei diritti fondamenti, che intervenga con determinazione e non farfugli sommessamente, ma parli ad alta voce e riporti a casa anche questo piccolo connazionale. Anche lui ha diritto, come tutti i bambini, a crescere in un ambiente sereno, senza violenza né maltrattamenti. Questo diritto non gli può essere negato oltre, solo perché Italiano!

  • Preoccupazione dei pediatri per la dipendenza digitale, tablet all’asilo in Veneto

    Qual è il genitore che non doterebbe il proprio figlio, ancor più se piccolo, di uno smartphone, così da poterlo rintracciare? Il problema è che secondo i medici pediatri la tecnologia può creare una vera e propria dipendenza digitale, che esiste certo anche negli adulti si obietterà ma che in tenera età può favorire la miopia (la medicina esiste proprio per curare, ma intanto è già stato lanciato l’allarme: la miopia tra i 18 e 25 anni passerà dal 20% al 40% nei prossimi anni). I pediatri consigliano di non lasciare che un bambino trascorra più di 2 ore al giorno davanti a smartphone e tablet, pena una riduzione delle performance scolastiche, un’alterazione della sfera emotiva e aumento di problematiche neuropsichiatriche (c’è anche un problema delle radiazioni a cui si è esposti); il sindaco di Arcugnano (Vicenza) ha invece lanciato un asilo digitale, sfruttando i 4,3 milioni forniti dalla Regione Veneto per un nuovo polo dell’infanzia, nelle cui aule la didattica verrà svolta con l’impiego di tablet, webcam e anche robot. Il Centro per la Salute del Bambino, onlus di Trieste, in collaborazione con l’Associazione culturale pediatri ha d’altronde diagnosticato la seguente evoluzione della razza umana: un bambino su 5 nel nostro Paese prende contatto con il cellulare nel primo anno di vita e l’80% dei bimbi tra i 3 e i 5 anni sa usare il telefonino di mamma e papà (negli Usa utilizza device elettronici un terzo degli infanti con appena 6 mesi di età).

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