Minori

  • Le Ue contesta a Meta di non impedire l’accesso ai social agli under 13 e lancia l’app per identificare l’età di chi naviga in rete

    La Commissione rileva preliminarmente che Meta viola il regolamento sui servizi digitali (Dsa) per non aver impedito ai minori di 13 anni l’accesso su Instagram e Facebook.

    Nonostante i termini e le condizioni di Meta stabiliscano che l’età minima per utilizzare in sicurezza Instagram e Facebook sia di 13 anni, le misure adottate dall’azienda per far rispettare tali restrizioni non sembrano efficaci. In particolare, non impediscono adeguatamente l’accesso ai minori sotto i 13 anni né consentono di identificarli e rimuoverli tempestivamente qualora abbiano già ottenuto l’accesso.

    Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha dichiarato: «Le stesse condizioni generali di Meta indicano che i loro servizi non sono destinati ai minori di 13 anni. Tuttavia, i nostri risultati preliminari mostrano che Instagram e Facebook fanno molto poco per impedire ai bambini al di sotto di questa età di accedere ai loro servizi. Il DSA richiede alle piattaforme di applicare le proprie regole: i termini e le condizioni non devono essere semplici dichiarazioni scritte, ma la base per azioni concrete volte a proteggere gli utenti, compresi i minori».

    La Commissione ha inoltre adottato una raccomandazione che esorta gli Stati membri ad accelerare il lancio dell’app di verifica dell’età dell’Ue e a renderla disponibile entro la fine dell’anno. L’app, sicura, affidabile e rispettosa della privacy, rappresenta un passo fondamentale per proteggere i minori da contenuti online dannosi e inappropriati. Gli Stati membri possono distribuire l’app di verifica dell’età come applicazione autonoma oppure integrarla in un portafoglio europeo di identità digitale. La raccomandazione specifica inoltre le azioni che gli Stati membri dovrebbero intraprendere per garantire una rapida disponibilità e l’interoperabilità della soluzione di verifica dell’età dell’Ue. L’esecutivo comunitario ha sviluppato un modello (blueprint) dell’app, che consente agli utenti di dimostrare di raggiungere una determinata soglia di età senza rivelare l’età esatta, l’identità o altri dati personali. Spetta ora agli Stati membri adattare e realizzare l’app per i propri cittadini.

    La protezione dei minori online è una priorità per la Commissione. In base al regolamento dell’UE sui servizi digitali, le piattaforme online devono garantire un elevato livello di privacy, sicurezza e protezione per i minori. Sempre Virkkunen, ha dichiarato: «Una verifica dell’età efficace e rispettosa della privacy è il prossimo tassello del puzzle che ci avvicina alla creazione di uno spazio online in cui i nostri bambini siano al sicuro e messi nelle condizioni di utilizzare Internet in modo positivo e responsabile, senza limitare i diritti degli adulti».

  • A breve l’app Ue per accedere ai social

    Arriva l’app europea per verificare l’età online. Ad annunciarlo è la Presidente della Commissione europea Ursula von der Lyen durante una conferenza stampa a Bruxelles con la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen.

    Il funzionamento è semplice: basta scaricare l’applicazione sul proprio dispositivo, si configura tramite documento d’identità o passaporto, si utilizza per dimostrare la maggiore età quando si accede a piattaforme online. Secondo von der Leyen, l’app permetterà di verificare l’età senza condividere altri dati sensibili garantendo l’anonimato completo dell’utente e l’impossibilità di tracciamento. Il sistema sarà open source, il codice sarà quindi accessibile e verificabile da chiunque e compatibile con tutti i dispositivi (smartphone, tablet e computer).

    “Questa app – ha spiegato von der Leyen – offre a genitori, insegnanti e tutori un potente strumento per proteggere i bambini, perché non tollereremo in alcun modo le aziende che non rispettano i diritti dei nostri bambini: i diritti dei bambini nell’Unione europea vengono prima degli interessi commerciali, e faremo in modo che sia così. La situazione – continua la Presidente – è estremamente preoccupante: un bambino su sei è vittima di bullismo online e un bambino su otto è un bullo online”.  Un modo per affrontare le modalità con le quali i siti, grazie a design sempre più accattivanti, catturano l’attenzione e la dipendenza dallo schermo. “Più è il tempo che i nostri figli trascorrono online, più è probabile che siano esposti a contenuti dannosi e illegali, nonché al rischio di adescamento da parte di predatori online. Spetta ai genitori educare i propri figli, non alle piattaforme”, ha concluso von der Leyen.

  • Minori, genitori, tribunali

    In Italia, a seguito di provvedimenti dei tribunali dei minori, vivono fuori dal contesto familiare, in strutture protette o comunità più di 30mila bambini e adolescenti.

    A Milano, la città ormai è diventata punto di riferimento non solo di manifestazioni internazionali ma anche di persone particolarmente abbienti che l’hanno scelta come città più favorevole ai loro interessi, ci sono circa 800 minori sottratti alle loro famiglie.

    Situazioni di disagio familiare o sociale, marginalità e vulnerabilità sono ovunque più frequenti di quanto si pensi. A volte i bambini sono affidati al Comune e inseriti in una struttura socio-educativa, altre volte vengono affidati temporaneamente a famiglie, altri ancora vivono in comunità con le madri.

    Vi sono situazioni difficilmente reversibili, come quando i genitori sono dipendenti da droga o alcol oppure sono incapaci di svolgere la loro funzione genitoriale.

    In Italia il tribunale per i minorenni interviene in presenza di una segnalazione, di un pregiudizio concreto per il minore, le segnalazioni dei servizi sociali portano a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, in genere, in caso di maltrattamenti, significativa trascuratezza, incapacità genitoriale, ovviamente con particolare attenzione allo stato igienico-sanitario, alla scolarizzazione e alla socializzazione.

    L’Autorità nazionale garante per i minori sottolinea però la necessità di fare maggior chiarezza sugli allontanamenti, infatti l’allontanamento dovrebbe essere una misura eccezionale da adottare solo in caso di grande pericolo, come ad esempio quando i bambini siano in stato di totale abbandono morale o materiale.

    Salvo casi di emergenza la legge non prevede che sia compito delle forze dell’ordine intervenire nei prelevamenti dei minori e inoltre se questi oppongono resistenza al trasferimento bisogna sospenderlo e va data comunicazione al magistrato che lo ha disposto.

    Proprio quest’anno la Garante Marina Terragni ha preparato, col supporto di avvocati, un documento che sottolinea come il minore debba essere ascoltato da parte del giudice, a differenza di quando abitualmente accade, e che il ricorso a strutture di accoglienza non dovrebbe essere la prassi ma l’extrema ratio.

    Se si tiene conto che un minore in una struttura costa 150 euro al giorno si comprende bene come in molti casi le situazioni di indigenza di certe famiglie potrebbero essere eliminate attraverso un supporto economico che sarebbe di gran lunga meno traumatizzante per i bambini e meno oneroso per lo Stato.

    Si attende un disegno di legge proprio in materia di affido anche per avere un censimento sistematico delle strutture di accoglienza e delle famiglie affidatarie, infatti al momento non vi sono dati certi che consentano, secondo la Garante, di distinguere in modo attendibile quanti collocamenti di urgenza siano stati disposti e mancano le valutazioni sugli impatti traumatici sui bambini e connessi agli allontanamenti.

    Per esperienza di molti rimangono assolutamente carenti i mezzi a supporto del lavoro degli assistenti sociali e non tutti gli assistenti sociali sono dotati delle competenze e delle sensibilità idonee ad affrontare i problemi legati a situazioni minorili difficili. Spesse volte i Comuni, per problemi economici più o meno reali, non gestiscono direttamente i servizi sociali ma si affidano a cooperative o organizzazioni esterne. Anche i magistrati hanno responsabilità quando non ascoltano i minori prima di decidere e non hanno una valutazione diretta della situazione familiare.

    Come già detto, alcune situazioni di indigenza potrebbero essere risolte tramite sussidi ad hoc; in molti casi non occorrerebbe sottrarre i bambini alle famiglie che avrebbero solo bisogno del sostegno di tutor e di migliori condizioni abitative e lavorative per ritrovare un corretto equilibrio.

    Questi sono solo alcuni dei tanti punti che abbiamo voluto evidenziare sul tema portato alla ribalta dalle vicende della casa nel bosco, che ha fatto poi scoprire che esistono altri nuclei familiari che hanno scelto questo tipo di vita.

    Come domanda finale, in attesa del disegno di legge di cui sopra, chiediamo: a un bambino, che ha genitori amorevoli, porta più danno vivere nel bosco coi suoi genitori, a contatto con alcune regole e principi e confortato dalla conoscenza da ciò che natura e animali gli possono insegnare o piuttosto porta più danno avere in mano, dai primissimi anni di vita, uno smartphone sul quale impara presto a vedere le tante oscenità presentati dai vari TikTok e che portano alle violenze in scuole e strade che tutti vediamo?

  • Misure per garantire il rispetto delle norme sulla di protezione dei minori previste dal regolamento sui servizi digitali

    La Commissione europea ha adottato due misure di esecuzione a norma del regolamento sui servizi digitali, in particolare ha avviato un procedimento formale per verificare se Snapchat stia garantendo un elevato livello di sicurezza, tutela della vita privata e protezione dei minori online, conformemente al regolamento sui servizi digitali.

    La Commissione europea ha inoltre constatato in via preliminare che Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos violano il regolamento sui servizi digitali per non aver protetto i minori dall’esposizione a contenuti pornografici sui loro servizi.

  • Prendere decisioni serie

    Continua la tragedia – farsa dei bambini nel bosco, mentre le guerre infuriano e tanti bambini rimangono orfani, sbalestrati da situazioni terrorizzanti, privi a volte della stessa identità, quando arrivano da soli sui barconi dei trafficanti di esseri umani, ed altri bambini rimangono feriti ed uccisi, rimane strabiliante la decisione di allontanare la mamma del bosco dai suoi bambini.

    I bambini continuano ad essere le prime vittime di magistrature politicizzate ed ideologizzate come abbiamo più volte scritto raccontando le tragedie umane prodotte dallo Jugendamt tedesco.

    L’Europa con le frontiere aperte per le merci, che legifera su tutto, anche su quanto sarebbe di miglior competenza degli Stati nazionali, non ha ancora trovato la volontà politica ed il coraggio di difendere i bambini e la loro necessità, eventualmente anche sotto un controllo di personale veramente qualificato, di vivere con i genitori.

    Sulla scia dello Jugendamt ora anche l’Italia, che non ha mai fatto niente per difendere i genitori italiani privati, dalla Germania, del loro diritto di vedere i figli, si adegua impedendo alla mamma di stare con i suoi bambini, anche all’interno della cosiddetta casa protetta.

    Nel frattempo i bambini dei nomadi non vanno a scuola, vivono nella sporcizia, imparano a rubare e a fare accattonaggio ed altri minori sono relegati nei campi e nelle strutture per extracomunitari perdendo ogni possibilità di inserimento.

    Dire che c’è qualcosa che non va è decisamente riduttivo, qui non stanno funzionando troppe cose e al di là delle dichiarazioni politiche, che servono solo a qualche riga sui social, è arrivato il momento di prendere decisioni serie.

    La vicenda dei bambini nel bosco dovrebbe imporre alle forze politiche a formulare finalmente proposte globali e serie per l’effettiva tutela dei minori non dimenticando che, da destra come da sinistra, il silenzio dei governi italiani ed europei, sullo Jugendamt e non solo, è una macchia che andrebbe finalmente cancellata.

  • Donna somala giustiziata per l’omicidio di una minorenne in un caso che ha suscitato indignazione

    Le autorità del Puntland, regione semi-autonoma della Somalia, hanno giustiziato una donna condannata per l’omicidio di una ragazza di 14 anni, in un raro caso nella regione in cui la pena di morte è stata eseguita contro una donna. Hodan Mohamud Diiriye, 34 anni, è stata fucilata martedì nella città di Galkayo dopo che un tribunale l’ha dichiarata colpevole di aver picchiato a morte un’adolescente che lavorava come collaboratrice domestica.

    L’omicidio di Saabirin Saylaan a novembre ha scatenato proteste a Galkayo, insieme a rinnovate richieste di maggiore tutela dei minori.

    Il caso ha toccato un nervo scoperto in un paese in cui gli abusi sui minori spesso non vengono denunciati, soprattutto quando si verificano all’interno di famiglie allargate.

    Le autorità hanno affermato che la sentenza è stata eseguita in base al “qisas”, un principio giuridico islamico che consente alla famiglia di una vittima di omicidio di chiedere l’esecuzione anziché accettare un risarcimento economico. Un decreto nella regione di Mudug, dove è avvenuto l’omicidio, impone l’applicazione della legge islamica in casi simili.

    Membri della famiglia di Saabirin e di Diiriye erano presenti all’esecuzione della sentenza, secondo Faysal Sheikh Ali, governatore di Mudug.

    Le autorità del Puntland hanno affermato che questa era la prima volta in oltre 10 anni che una donna veniva giustiziata lì per ritorsione. L’ultima esecuzione nota di una donna risale al 2013, quando 13 membri del gruppo militante islamista al-Shabaab, tra cui una donna, furono giustiziati tramite fucilazione per il loro coinvolgimento nell’omicidio di un importante studioso islamico, dichiarò all’epoca le autorità.

  • Nel mondo 160 milioni di bambini lavorano anziché andare a scuola

    L’Unicef stima che più di 160 milioni di bambini siano coinvolti in forme di lavoro minorile, diffuso soprattutto nell’Asia-Pacifico e nell’Africa subsahariana. Secondo la Banca Mondiale, poi, 69 milioni di bambini soffrono di malnutrizione, e tre quarti di loro vivono nei Paesi in via di sviluppo.

    Famiglie con un tenore di vita inferiore ai due dollari al giorno, come accade al 40% della popolazione dell’Africa subsahariana, tendono a vedere nei figli una risorsa economica piuttosto che qualcuno da educare, tramite la scuola.

    Il lavoro minorile più diffuso è quello familiare: invisibile, difficile da quantificare, ma presente in ogni angolo del mondo. Il 72% dei minori lavoratori si muove tra campi, cucine, stalle e botteghe. Le cifre sono parlano di più di 122 milioni di bambini lavorano in agricoltura, solo 37 milioni nelle zone urbane. Tra i 5 e gli 11 anni, un bambino su quattro svolge mansioni pericolose per la salute, la sicurezza o la dignità. E chi non va a scuola ha più del doppio delle probabilità di lavorare. Le bambine poi in Paesi come Pakistan e Afghanistan sono costrette ad abbandonare la scuola molto prima dei loro coetanei maschi per occuparsi di cure domestiche, lavori informali o fare i conti con gravidanze precoci e matrimoni forzati.

    Esiste poi purtroppo anche la tratta di minori. Ogni anno migliaia di minori vengono sottratti alle loro famiglie con false promesse: un lavoro, un futuro, una cura. Secondo l’Unodoc (United nations office on drugs and crime), nel 2020 quasi 20.000 minori sono stati identificati come vittime di tratta. Ma il numero reale è molto più alto. La percentuale è triplicata in 15 anni. In Africa subsahariana, i bambini trafficati vengono sfruttati nel lavoro forzato. In America Centrale, le adolescenti finiscono in reti di sfruttamento sessuale. In Asia meridionale il matrimonio forzato è ancora pratica diffusa.

    «Il mondo ha compiuto progressi significativi nella riduzione del numero di bambini e adolescenti costretti al lavoro. Eppure, troppi bambini continuano a lavorare nelle miniere, nelle fabbriche o nei campi, spesso svolgendo lavori pericolosi per sopravvivere», ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice Generale dell’UNICEF. «Sappiamo che i progressi per porre fine al lavoro minorile sono possibili attraverso l’applicazione di tutele legali, l’estensione della protezione sociale, l’investimento in un’istruzione gratuita e di qualità e il miglioramento dell‘accesso al lavoro dignitoso per gli adulti. I tagli su scala globale dei finanziamenti minacciano di far retrocedere le conquiste faticosamente ottenute. Dobbiamo impegnarci a garantire che i bambini siano nelle aule e nei campi da gioco, non al lavoro».

  • Avviare una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa

    Puntualmente, sprezzanti delle celebrazioni del 20 novembre, la Giornata Universale dei Bambini, i giudici, forse nel tentativo di imitare lo Jugendamt tedesco, hanno portato via i bambini che vivevano nel bosco con i loro genitori.

    Siamo purtroppo abituati a vedere bambini semi abbandonati, dai campi rom a certe estreme periferie, senza che alcuno intervenga e vorremmo che il governo trovasse la formula per provvedere a questa emergenza, ma non avremmo mai immaginato che si potessero sottrarre i bambini ai genitori, con i quali vivono, accuditi pur nella totale semplicità.

    I motivi per togliere un minore ai propri genitori sono ben chiari: genitori drogati od alcolizzati, situazioni ambientali di grave degrado (violenze, immondizie, sporcizia), mancanza di cure sanitarie, mancanza di istruzione, mancanza di rapporti sociali, costrizione al lavoro, pratiche sessuali etc.

    Nessuno di questi motivi era presente nella vita dei bambini del bosco e non può essere certo la mancanza di elettricità una motivazione altrimenti per la mancanza d’acqua, in decine e decine di paesi in Sicilia, e non solo, i giudici dovrebbero sottrarre, alle famiglie, centinaia di bambini.

    Fortunatamente sembra, poi vedremo i risultati, che anche il governo abbia manifestato stupore e intenzione di indagare su quanto accaduto e che, da diverse parti politiche e mediatiche, si voglia andare a fondo per ripristinare il diritto, alla famiglia del bosco, di vivere in pace.

    Auguriamo ai bambini ed ai loro genitori di tornare presto, tutti insieme, nella loro casa, con i loro amici animali, in sicurezza e libertà.

    Speriamo vivamente che la vicenda non si trasformi nel solito contenzioso tra governo e magistratura o in una squallida operazione di contrapposizione politica.

    La vicenda potrebbe dare finalmente l’avvio ad una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa, cominciando anche a capire meglio l’incongruenza, specie nel terzo millennio, di un organismo come lo Jugendamt in Germania, con conseguenze anche per i cittadini di altri stati, e occupandosi, con nuove adeguate norme, di più e meglio dei bambini di famiglie povere e di quelli che vivono nei campi rom.

  • Entro il 2030 30 milioni di bambini rischiano di morire prima dei 5 anni

    30 milioni di bambini nei prossimi 5 anni rischiano di morire a causa di conflitti, cambiamenti climatici e violenza diffusa e della parallela diminuzione dei fondi per la cooperazione internazionale.

    La denuncia arriva da Fondazione CESVI che, in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia, ricorda che, solo nell’ultimo anno, il taglio dei finanziamenti ha messo a rischio i servizi e i progetti di lotta alla fame e alla malnutrizione di cui beneficiano oltre 14 milioni di minori, rischiando di lasciare senza assistenza 2,3 milioni di bambini affetti da deperimento acuto e di causare fino a 369mila decessi infantili in più, oltre mille al giorno.

    Attualmente, nel mondo, sono quasi 40 milioni i bambini con meno di 5 anni che soffrono di malnutrizione acuta mentre circa 1 miliardo di minori è esposto a shock climatici e ambientali con quasi il 90% del carico globale delle malattie associate ai cambiamenti climatici, al degrado ambientale e all’inquinamento che ricade proprio sui più piccoli. A questo si aggiunge la violenza causata dall’uomo: nell’ultimo anno le Nazioni Unite hanno rilevato oltre 41mila gravi violazioni contro i bambini durante conflitti armati tra cui quasi 12mila casi di uccisione o mutilazione e oltre 7.400 casi di reclutamento o utilizzo di minori come soldati e quasi 5mila casi di rapimento.  I conflitti nella Striscia di Gaza, in Sudan, in Myanmar e in Burkina Faso sono stati i più letali per i bambini.

    Complessivamente, sono oltre 500 milioni i minori che vivono in zone colpite da intensi conflitti, di cui 218 milioni nella sola Africa, dove ben il 32,6% del totale dei bambini risiede in zone colpite da violenza armata. Tra i contesti più drammatici, il Sudan, il Paese con la più grave crisi umanitaria al Mondo (30,4 milioni di persone, più di 3 sudanesi su 5, con bisogni umanitari urgenti), dove la guerra ha stravolto la vita di 24 milioni di bambini esponendoli anche ad uccisioni, mutilazioni, rapimenti, violenze sessuale e reclutamento da parte di gruppi armati e dove più di 12 milioni di persone sono a rischio di violenza di genere e abusi. Nel Paese, grazie al sostegno della Cooperazione Italiana, CESVI ha avviato un progetto dedicato alla protezione delle donne, dei bambini e dei sopravvissuti alla violenza di genere e sta realizzando spazi sicuri (Protection Safe Corners) all’interno dei centri di salute, dove le persone più vulnerabili possano ricevere assistenza psicologica e supporto legale in un ambiente protetto, riservato e dignitoso. In questi spazi, gestiti da psicologi e operatori specializzati, vengono forniti servizi di assistenza sociale per le vittime, supporto psicosociale, sostegno economico e distribuzione di kit per l’igiene e la dignità femminile.

    Anche in Italia, seppure di diversa origine, si registrano significative situazioni di pericolo per bambini e adolescenti. In particolare, in Italia 1 minore su 4 è a rischio di povertà ed esclusione sociale anche a causa di esposizione al rischio di maltrattamento. Secondo l’ultima edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia di Fondazione CESVI, le regioni italiane dove è più pericoloso essere bambini sono Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, dove non solo sono presenti fattori di rischio elevati, ma si riscontrano anche importanti criticità sul fronte del sistema dei servizi di contrasto, che risultano al di sotto della media nazionale.  In linea generale, quasi tutte le regioni del Meridione, secondo il rapporto,  sono “ad elevata criticità” sul fronte del rischio del maltrattamento, anche a causa di condizioni socio-economiche più difficili: nelle regioni del Mezzogiorno il 43,6% dei bambini e ragazzi con meno di 16 anni è a rischio di povertà o di esclusione sociale, un dato estremamente più elevato sia rispetto alla media nazionale (26,7%) che rispetto ai dati territoriali relativi al Centro (26,2%) e al Nord Italia (14,3%).

  • Via le restrizioni per i minori sui social di Zuckerberg

    Alcuni dipendenti ed ex dipendenti di Meta hanno accusato la multinazionale di avere deliberatamente soppresso le attività di ricerca tese a scoprire eventuali rischi per la sicurezza di bambini e adolescenti sulle sue piattaforme e durante l’utilizzo dei suoi dispositivi per la realtà virtuale. Lo scrive il “Washington Post”, che ha ottenuto una serie di documenti e dichiarazioni inviate dai dipendenti al Congresso lo scorso maggio. A seguito di una serie di audizioni parlamentari nel 2021, lo staff legale di Meta avrebbe iniziato a “rivedere, modificare o anche vietare” attività interne di ricerca dedicate ai rischi per i giovani derivanti dall’utilizzo di dispositivi per la realtà virtuale. L’articolo del “Washington Post” fa riferimento a un episodio specifico avvenuto in Germania nel 2023, quando un adolescente avrebbe detto a due ricercatori di Meta di avere “incontrato di frequente adulti” durante l’utilizzo di dispositivi per la realtà aumentata. Il ragazzo avrebbe aggiunto che suo fratello, di nemmeno 10 anni di età, avrebbe ricevuto “proposte di natura sessuale” durante le stesse attività. Jason Sattizahn, uno dei due ricercatori, ha detto al quotidiano che la leadership di Meta avrebbe ordinato di cancellare la registrazione del colloquio avuto in Germania, così come tutta la documentazione scritta sulle sue affermazioni.

    Un rapporto interno successivamente pubblicato sulla ricerca ha evidenziato che i genitori tedeschi sono preoccupati per il rischio di adescamento sulle piattaforme di Meta, senza però includere riferimenti specifici all’episodio. Secondo quanto riferito dai dipendenti al Congresso, lo staff legale di Meta avrebbe soppresso le attività di ricerca di questo tipo con l’obiettivo di stabilire una “negazione plausibile” agli effetti negativi derivanti dai dispositivi e dalle piattaforme dell’azienda. I documenti condivisi con i parlamentari includono linee guida che spiegano ai ricercatori “come gestire temi sensibili” che potrebbero portare alla pubblicazione di articoli di stampa che metterebbero la società in cattiva luce. In uno scambio risalente al 2023, un avvocato di Meta avrebbe detto a un ricercatore di “evitare” di raccogliere dati sull’utilizzo dei dispositivi per la realtà aumentata prodotti dall’azienda da parte dei bambini, per motivi “regolamentari”.

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