Minori

  • Crescono i reati sui minori in Italia, in aumento i maltrattamenti in famiglia

    Nuovo record per i reati commessi a danno di minori in Italia nel 2025: ben 7.272 le vittime. Se la crescita rispetto all’anno precedente è contenuta – 68 vittime in più, circa l’1% – al contrario la tendenza negli ultimi 10 anni è in netta crescita, con un aumento del 43% dal 2015. In termini assoluti si tratta di 2.192 vittime in più. I dati, elaborati dal Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale, sono stati resi noti dalla Fondazione Terre des Hommes.

    La fattispecie di gran lunga più numerosa è quella dei maltrattamenti in famiglia, che conta 3.008 vittime, il 41,4% del totale. Seguono la violenza sessuale (881 vittime) e la violenza sessuale aggravata (664), che insieme raggiungono le 1.545 vittime. Il terzo reato con più vittime è l’abbandono di persone minori o incapaci, con 637. Insieme, queste voci raccolgono 5.190 vittime: il 71,4% del totale. Oltre sette su dieci. Il peso dei maltrattamenti, delle violenze sessuali e dell’abbandono è quindi centrale nella lettura del quadro complessivo.

    I dati sono pubblicati all’interno del Dossier indifesa “La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo” 2026, presentato alla sede ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, in vista della Giornata internazionale delle bambine (11 ottobre). Alla presentazione hanno partecipato il presidente ANCI Gaetano Manfredi; il Vice Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, Direttore Centrale della Polizia Criminale, Prefetto Raffaele Grassi; Annalisa D’Amato, responsabile Area welfare e politiche sociali ANCI; Donata Columbro, data journalist e rappresentante Comitato Scientifico Dossier Indifesa; il direttore scientifico ASVIS Enrico Giovannini; il direttore generale Terre des Hommes Paolo Ferrara.

    Nel corso dell’incontro è stata inoltre anticipata la firma di un Protocollo di intesa tra ANCI e Fondazione Terre des Hommes Italia, finalizzato a rafforzare il ruolo dei Comuni nella promozione dei diritti, nella prevenzione della violenza e nella protezione di bambine, bambini e adolescenti.

    Sei vittime di reati a danno di minori su 10 sono bambine e ragazze, ma il peso della connotazione di genere del fenomeno appare ancora più chiaro se si considerano le sette fattispecie sessuali: violenza sessuale, violenza sessuale aggravata, atti sessuali con minorenne, corruzione di minorenne, prostituzione minorile, pornografia minorile e detenzione di materiale pornografico. I reati sessuali contano, infatti, 2.024 vittime di sesso femminile su 2.451, l’82,6%. Più di 8 su 10. Bambine e ragazze rappresentano l’87% delle vittime di violenza sessuale e l’86% di quelle di violenza sessuale aggravata. Sono il 79% negli atti sessuali con minorenne e il 76% nella prostituzione minorile. Ancora, il 79% nella detenzione di materiale pornografico, il 71% nella pornografia minorile e il 65% nella corruzione di minorenne.

    La famiglia continua a essere, per troppi bambini e bambine, quello nel quale subiscono violenza, trascuratezza o abuso. I maltrattamenti in famiglia sono il reato più diffuso. Nel 2025, per la prima volta, le vittime superano quota 3.000: sono 3.008, contro le 2.975 del 2024 e le 1.442 del 2015. Un incremento dell’1% rispetto all’anno precedente e del 109% rispetto al 2015. In dieci anni le vittime sono più che raddoppiate. Anche per questa fattispecie di reato, negli ultimi 10 anni è emersa una tendenza costante di crescita delle vittime femminili, seppur meno marcata rispetto ai reati sessuali: nel 2025 bambine e ragazze sono state il 54% delle vittime.

    Aumentano anche altri reati che chiamano direttamente in causa la responsabilità degli adulti nella cura e nella protezione dei più piccoli. Le vittime di abbandono di persone minori o incapaci raggiungono quota 637, crescendo del 10% rispetto al 2024 e del 56% rispetto al 2015. I casi di sottrazione di persone incapaci sono 311, con aumenti rispettivamente del 12% e del 23%. L’abuso dei mezzi di correzione o di disciplina coinvolge 360 vittime: il 4% in più nell’ultimo anno e il 35% in più rispetto a dieci anni prima.

  • Accesso ristretto ai social per minorenni, parte la consultazione sulle restrizioni introdotte da Bruxelles

    La Commissione europea sta raccogliendo pareri sul Kids Act in cui si propongono delle restrizioni graduali all’accesso ai social dei minori. L’obiettivo, spiega l’esecutivo Ue in una nota, è raccogliere contributi da parte di bambini, genitori, tutori, insegnanti ed educatori, nonché dalle piattaforme online interessate dalla proposta.

    Si potrà contribuire fino al 26 novembre 2026. Tutte le risposte ricevute saranno sintetizzate dalla Commissione e presentate al Parlamento europeo e al Consiglio con l’obiettivo di alimentare il dibattito legislativo

    I miglioramenti attesi dalla consultazione si baseranno sull’ampia base di dati pubblici che ha sostenuto la proposta, tra cui la relazione dei copresidenti del gruppo speciale sulla sicurezza online dei minori, le consultazioni dedicate a bambini, genitori ed educatori e la ricerca del 2026 sulle esperienze online dei bambini.

    Adottato a settembre, il Kids Act migliorerà la sicurezza online dei minori in tutta l’Unione introducendo un periodo di attesa per l’accesso ai social media, norme rigorose sulla progettazione sicura delle piattaforme, sistemi di verifica dell’età che tutelino la privacy e misure di applicazione efficaci.

    Si potrà contribuire fino al 26 novembre 2026. Tutte le risposte ricevute saranno sintetizzate dalla Commissione e presentate al Parlamento europeo e al Consiglio con l’obiettivo di alimentare il dibattito legislativo.

    Come anticipato dalla presidente dell’esecutivo comunitario Ursula von der Leyen, il regolamento prevede una età minima di 13 anni, sotto la vigilanza dei genitori. Solo dai 15 anni in poi i giovani potranno avere un proprio profilo. Il tema è scivoloso e le discussioni in Consiglio e Parlamento si preannunciano accese. «Con questa nostra proposta – ha detto a Strasburgo la vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen -, garantiamo che i nostri bambini possano godere dei propri diritti online: imparare, rimanere in contatto ed esplorare. Forniamo inoltre ai genitori gli strumenti necessari per accompagnare i propri figli nella navigazione in un mondo digitale sicuro. Tutto questo mantenendo alta la pressione sulle piattaforme, poiché queste devono dimostrare che i loro servizi non arrechino danno».

    Dai 13 ai 15 anni il regolamento europeo prevede che l’uso del profilo possa avvenire solo sotto la vigilanza di un adulto. Secondo la Commissione europea «i servizi disponibili sui profili per i 13-15 anni devono essere progettati con misure di protezione, quali contatti sociali limitati e un tempo di utilizzo dello schermo limitato a un’ora al giorno, riconoscendo il ruolo dei tutori nel sostenere lo sviluppo autonomo e sicuro dei propri figli online». La proposta di regolamento impone una serie di obblighi a tutte le piattaforme che offrono ai minori di 18 anni servizi di rete sociale, condivisione di video, videogiochi online, assistenti basati sull’intelligenza artificiale. «Tra questi figurano il divieto di funzionalità che creano dipendenza (…) Sono inoltre vietati lo scorrimento infinito delle immagini, i meccanismi di ricompensa ingannevoli e le notifiche durante le ore di sonno». La proposta – ha spiegato la vicepresidente Virkkunen – inverte l’onere della prova, attribuendo ai gestori delle piattaforme online di grandi dimensioni la responsabilità di dimostrare che i loro servizi sono sicuri fin dalla loro progettazione. L’iniziativa comunitaria giunge dopo un lungo dibattito tra i commissari, e la pubblicazione dell’analisi di un gruppo di esperti che a suo tempo aveva suggerito un approccio graduale.

    La consultazione è stata indetta perché il tema è controverso e l’iter di approvazione della proposta da parte del Consiglio e del Parlamento rischia di essere impervio. Molti credono che la questione dell’accesso dei più giovani alle reti sociali debba essere regolamentato ed alcuni Paesi lo hanno già fatto, come il Portogallo o la Grecia, altri invece sono più reticenti, come la Finlandia, tendenzialmente più liberale.

  • L’Eurobarometro conferma il legame tra uso dei social media e benessere

    Si è riunito per la terza e ultima volta il panel speciale sulla sicurezza dei minori online. Il 13 luglio, i co-presidenti del panel presenteranno alla Presidente Ursula von der Leyen raccomandazioni su come rafforzare ulteriormente il modello di riferimento dell’UE per la tutela dei minori online.

    In occasione della riunione finale del panel, un nuovo sondaggio Eurobarometro conferma il significativo impatto negativo dell’eccessivo tempo trascorso davanti agli schermi e dell’uso dei social media sulla salute mentale e fisica dei giovani. In media, i giovani in tutta Europa trascorrono 4,5 ore online durante un giorno di scuola e 6,1 ore al giorno nei fine settimana. Il dato più sorprendente è che il 14% degli adolescenti dichiara di trascorrere più di 10 ore al giorno davanti a uno schermo.

    La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato: “I social media possono connettere e ispirare. Ma quando un giovane su tre afferma che lo fanno sentire stressato, triste o escluso, non possiamo ignorare l’impatto sulla loro salute mentale e sul loro benessere. E quando un quarto dei nostri giovani si trova esposto a contenuti problematici online – dai discorsi d’odio alle pressioni legate all’aspetto fisico, fino a scene di violenza inattese – è un chiaro segnale che è giunto il momento di cambiare.”

  • Le Ue contesta a Meta di non impedire l’accesso ai social agli under 13 e lancia l’app per identificare l’età di chi naviga in rete

    La Commissione rileva preliminarmente che Meta viola il regolamento sui servizi digitali (Dsa) per non aver impedito ai minori di 13 anni l’accesso su Instagram e Facebook.

    Nonostante i termini e le condizioni di Meta stabiliscano che l’età minima per utilizzare in sicurezza Instagram e Facebook sia di 13 anni, le misure adottate dall’azienda per far rispettare tali restrizioni non sembrano efficaci. In particolare, non impediscono adeguatamente l’accesso ai minori sotto i 13 anni né consentono di identificarli e rimuoverli tempestivamente qualora abbiano già ottenuto l’accesso.

    Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha dichiarato: «Le stesse condizioni generali di Meta indicano che i loro servizi non sono destinati ai minori di 13 anni. Tuttavia, i nostri risultati preliminari mostrano che Instagram e Facebook fanno molto poco per impedire ai bambini al di sotto di questa età di accedere ai loro servizi. Il DSA richiede alle piattaforme di applicare le proprie regole: i termini e le condizioni non devono essere semplici dichiarazioni scritte, ma la base per azioni concrete volte a proteggere gli utenti, compresi i minori».

    La Commissione ha inoltre adottato una raccomandazione che esorta gli Stati membri ad accelerare il lancio dell’app di verifica dell’età dell’Ue e a renderla disponibile entro la fine dell’anno. L’app, sicura, affidabile e rispettosa della privacy, rappresenta un passo fondamentale per proteggere i minori da contenuti online dannosi e inappropriati. Gli Stati membri possono distribuire l’app di verifica dell’età come applicazione autonoma oppure integrarla in un portafoglio europeo di identità digitale. La raccomandazione specifica inoltre le azioni che gli Stati membri dovrebbero intraprendere per garantire una rapida disponibilità e l’interoperabilità della soluzione di verifica dell’età dell’Ue. L’esecutivo comunitario ha sviluppato un modello (blueprint) dell’app, che consente agli utenti di dimostrare di raggiungere una determinata soglia di età senza rivelare l’età esatta, l’identità o altri dati personali. Spetta ora agli Stati membri adattare e realizzare l’app per i propri cittadini.

    La protezione dei minori online è una priorità per la Commissione. In base al regolamento dell’UE sui servizi digitali, le piattaforme online devono garantire un elevato livello di privacy, sicurezza e protezione per i minori. Sempre Virkkunen, ha dichiarato: «Una verifica dell’età efficace e rispettosa della privacy è il prossimo tassello del puzzle che ci avvicina alla creazione di uno spazio online in cui i nostri bambini siano al sicuro e messi nelle condizioni di utilizzare Internet in modo positivo e responsabile, senza limitare i diritti degli adulti».

  • A breve l’app Ue per accedere ai social

    Arriva l’app europea per verificare l’età online. Ad annunciarlo è la Presidente della Commissione europea Ursula von der Lyen durante una conferenza stampa a Bruxelles con la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen.

    Il funzionamento è semplice: basta scaricare l’applicazione sul proprio dispositivo, si configura tramite documento d’identità o passaporto, si utilizza per dimostrare la maggiore età quando si accede a piattaforme online. Secondo von der Leyen, l’app permetterà di verificare l’età senza condividere altri dati sensibili garantendo l’anonimato completo dell’utente e l’impossibilità di tracciamento. Il sistema sarà open source, il codice sarà quindi accessibile e verificabile da chiunque e compatibile con tutti i dispositivi (smartphone, tablet e computer).

    “Questa app – ha spiegato von der Leyen – offre a genitori, insegnanti e tutori un potente strumento per proteggere i bambini, perché non tollereremo in alcun modo le aziende che non rispettano i diritti dei nostri bambini: i diritti dei bambini nell’Unione europea vengono prima degli interessi commerciali, e faremo in modo che sia così. La situazione – continua la Presidente – è estremamente preoccupante: un bambino su sei è vittima di bullismo online e un bambino su otto è un bullo online”.  Un modo per affrontare le modalità con le quali i siti, grazie a design sempre più accattivanti, catturano l’attenzione e la dipendenza dallo schermo. “Più è il tempo che i nostri figli trascorrono online, più è probabile che siano esposti a contenuti dannosi e illegali, nonché al rischio di adescamento da parte di predatori online. Spetta ai genitori educare i propri figli, non alle piattaforme”, ha concluso von der Leyen.

  • Minori, genitori, tribunali

    In Italia, a seguito di provvedimenti dei tribunali dei minori, vivono fuori dal contesto familiare, in strutture protette o comunità più di 30mila bambini e adolescenti.

    A Milano, la città ormai è diventata punto di riferimento non solo di manifestazioni internazionali ma anche di persone particolarmente abbienti che l’hanno scelta come città più favorevole ai loro interessi, ci sono circa 800 minori sottratti alle loro famiglie.

    Situazioni di disagio familiare o sociale, marginalità e vulnerabilità sono ovunque più frequenti di quanto si pensi. A volte i bambini sono affidati al Comune e inseriti in una struttura socio-educativa, altre volte vengono affidati temporaneamente a famiglie, altri ancora vivono in comunità con le madri.

    Vi sono situazioni difficilmente reversibili, come quando i genitori sono dipendenti da droga o alcol oppure sono incapaci di svolgere la loro funzione genitoriale.

    In Italia il tribunale per i minorenni interviene in presenza di una segnalazione, di un pregiudizio concreto per il minore, le segnalazioni dei servizi sociali portano a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, in genere, in caso di maltrattamenti, significativa trascuratezza, incapacità genitoriale, ovviamente con particolare attenzione allo stato igienico-sanitario, alla scolarizzazione e alla socializzazione.

    L’Autorità nazionale garante per i minori sottolinea però la necessità di fare maggior chiarezza sugli allontanamenti, infatti l’allontanamento dovrebbe essere una misura eccezionale da adottare solo in caso di grande pericolo, come ad esempio quando i bambini siano in stato di totale abbandono morale o materiale.

    Salvo casi di emergenza la legge non prevede che sia compito delle forze dell’ordine intervenire nei prelevamenti dei minori e inoltre se questi oppongono resistenza al trasferimento bisogna sospenderlo e va data comunicazione al magistrato che lo ha disposto.

    Proprio quest’anno la Garante Marina Terragni ha preparato, col supporto di avvocati, un documento che sottolinea come il minore debba essere ascoltato da parte del giudice, a differenza di quando abitualmente accade, e che il ricorso a strutture di accoglienza non dovrebbe essere la prassi ma l’extrema ratio.

    Se si tiene conto che un minore in una struttura costa 150 euro al giorno si comprende bene come in molti casi le situazioni di indigenza di certe famiglie potrebbero essere eliminate attraverso un supporto economico che sarebbe di gran lunga meno traumatizzante per i bambini e meno oneroso per lo Stato.

    Si attende un disegno di legge proprio in materia di affido anche per avere un censimento sistematico delle strutture di accoglienza e delle famiglie affidatarie, infatti al momento non vi sono dati certi che consentano, secondo la Garante, di distinguere in modo attendibile quanti collocamenti di urgenza siano stati disposti e mancano le valutazioni sugli impatti traumatici sui bambini e connessi agli allontanamenti.

    Per esperienza di molti rimangono assolutamente carenti i mezzi a supporto del lavoro degli assistenti sociali e non tutti gli assistenti sociali sono dotati delle competenze e delle sensibilità idonee ad affrontare i problemi legati a situazioni minorili difficili. Spesse volte i Comuni, per problemi economici più o meno reali, non gestiscono direttamente i servizi sociali ma si affidano a cooperative o organizzazioni esterne. Anche i magistrati hanno responsabilità quando non ascoltano i minori prima di decidere e non hanno una valutazione diretta della situazione familiare.

    Come già detto, alcune situazioni di indigenza potrebbero essere risolte tramite sussidi ad hoc; in molti casi non occorrerebbe sottrarre i bambini alle famiglie che avrebbero solo bisogno del sostegno di tutor e di migliori condizioni abitative e lavorative per ritrovare un corretto equilibrio.

    Questi sono solo alcuni dei tanti punti che abbiamo voluto evidenziare sul tema portato alla ribalta dalle vicende della casa nel bosco, che ha fatto poi scoprire che esistono altri nuclei familiari che hanno scelto questo tipo di vita.

    Come domanda finale, in attesa del disegno di legge di cui sopra, chiediamo: a un bambino, che ha genitori amorevoli, porta più danno vivere nel bosco coi suoi genitori, a contatto con alcune regole e principi e confortato dalla conoscenza da ciò che natura e animali gli possono insegnare o piuttosto porta più danno avere in mano, dai primissimi anni di vita, uno smartphone sul quale impara presto a vedere le tante oscenità presentati dai vari TikTok e che portano alle violenze in scuole e strade che tutti vediamo?

  • Misure per garantire il rispetto delle norme sulla di protezione dei minori previste dal regolamento sui servizi digitali

    La Commissione europea ha adottato due misure di esecuzione a norma del regolamento sui servizi digitali, in particolare ha avviato un procedimento formale per verificare se Snapchat stia garantendo un elevato livello di sicurezza, tutela della vita privata e protezione dei minori online, conformemente al regolamento sui servizi digitali.

    La Commissione europea ha inoltre constatato in via preliminare che Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos violano il regolamento sui servizi digitali per non aver protetto i minori dall’esposizione a contenuti pornografici sui loro servizi.

  • Prendere decisioni serie

    Continua la tragedia – farsa dei bambini nel bosco, mentre le guerre infuriano e tanti bambini rimangono orfani, sbalestrati da situazioni terrorizzanti, privi a volte della stessa identità, quando arrivano da soli sui barconi dei trafficanti di esseri umani, ed altri bambini rimangono feriti ed uccisi, rimane strabiliante la decisione di allontanare la mamma del bosco dai suoi bambini.

    I bambini continuano ad essere le prime vittime di magistrature politicizzate ed ideologizzate come abbiamo più volte scritto raccontando le tragedie umane prodotte dallo Jugendamt tedesco.

    L’Europa con le frontiere aperte per le merci, che legifera su tutto, anche su quanto sarebbe di miglior competenza degli Stati nazionali, non ha ancora trovato la volontà politica ed il coraggio di difendere i bambini e la loro necessità, eventualmente anche sotto un controllo di personale veramente qualificato, di vivere con i genitori.

    Sulla scia dello Jugendamt ora anche l’Italia, che non ha mai fatto niente per difendere i genitori italiani privati, dalla Germania, del loro diritto di vedere i figli, si adegua impedendo alla mamma di stare con i suoi bambini, anche all’interno della cosiddetta casa protetta.

    Nel frattempo i bambini dei nomadi non vanno a scuola, vivono nella sporcizia, imparano a rubare e a fare accattonaggio ed altri minori sono relegati nei campi e nelle strutture per extracomunitari perdendo ogni possibilità di inserimento.

    Dire che c’è qualcosa che non va è decisamente riduttivo, qui non stanno funzionando troppe cose e al di là delle dichiarazioni politiche, che servono solo a qualche riga sui social, è arrivato il momento di prendere decisioni serie.

    La vicenda dei bambini nel bosco dovrebbe imporre alle forze politiche a formulare finalmente proposte globali e serie per l’effettiva tutela dei minori non dimenticando che, da destra come da sinistra, il silenzio dei governi italiani ed europei, sullo Jugendamt e non solo, è una macchia che andrebbe finalmente cancellata.

  • Donna somala giustiziata per l’omicidio di una minorenne in un caso che ha suscitato indignazione

    Le autorità del Puntland, regione semi-autonoma della Somalia, hanno giustiziato una donna condannata per l’omicidio di una ragazza di 14 anni, in un raro caso nella regione in cui la pena di morte è stata eseguita contro una donna. Hodan Mohamud Diiriye, 34 anni, è stata fucilata martedì nella città di Galkayo dopo che un tribunale l’ha dichiarata colpevole di aver picchiato a morte un’adolescente che lavorava come collaboratrice domestica.

    L’omicidio di Saabirin Saylaan a novembre ha scatenato proteste a Galkayo, insieme a rinnovate richieste di maggiore tutela dei minori.

    Il caso ha toccato un nervo scoperto in un paese in cui gli abusi sui minori spesso non vengono denunciati, soprattutto quando si verificano all’interno di famiglie allargate.

    Le autorità hanno affermato che la sentenza è stata eseguita in base al “qisas”, un principio giuridico islamico che consente alla famiglia di una vittima di omicidio di chiedere l’esecuzione anziché accettare un risarcimento economico. Un decreto nella regione di Mudug, dove è avvenuto l’omicidio, impone l’applicazione della legge islamica in casi simili.

    Membri della famiglia di Saabirin e di Diiriye erano presenti all’esecuzione della sentenza, secondo Faysal Sheikh Ali, governatore di Mudug.

    Le autorità del Puntland hanno affermato che questa era la prima volta in oltre 10 anni che una donna veniva giustiziata lì per ritorsione. L’ultima esecuzione nota di una donna risale al 2013, quando 13 membri del gruppo militante islamista al-Shabaab, tra cui una donna, furono giustiziati tramite fucilazione per il loro coinvolgimento nell’omicidio di un importante studioso islamico, dichiarò all’epoca le autorità.

  • Nel mondo 160 milioni di bambini lavorano anziché andare a scuola

    L’Unicef stima che più di 160 milioni di bambini siano coinvolti in forme di lavoro minorile, diffuso soprattutto nell’Asia-Pacifico e nell’Africa subsahariana. Secondo la Banca Mondiale, poi, 69 milioni di bambini soffrono di malnutrizione, e tre quarti di loro vivono nei Paesi in via di sviluppo.

    Famiglie con un tenore di vita inferiore ai due dollari al giorno, come accade al 40% della popolazione dell’Africa subsahariana, tendono a vedere nei figli una risorsa economica piuttosto che qualcuno da educare, tramite la scuola.

    Il lavoro minorile più diffuso è quello familiare: invisibile, difficile da quantificare, ma presente in ogni angolo del mondo. Il 72% dei minori lavoratori si muove tra campi, cucine, stalle e botteghe. Le cifre sono parlano di più di 122 milioni di bambini lavorano in agricoltura, solo 37 milioni nelle zone urbane. Tra i 5 e gli 11 anni, un bambino su quattro svolge mansioni pericolose per la salute, la sicurezza o la dignità. E chi non va a scuola ha più del doppio delle probabilità di lavorare. Le bambine poi in Paesi come Pakistan e Afghanistan sono costrette ad abbandonare la scuola molto prima dei loro coetanei maschi per occuparsi di cure domestiche, lavori informali o fare i conti con gravidanze precoci e matrimoni forzati.

    Esiste poi purtroppo anche la tratta di minori. Ogni anno migliaia di minori vengono sottratti alle loro famiglie con false promesse: un lavoro, un futuro, una cura. Secondo l’Unodoc (United nations office on drugs and crime), nel 2020 quasi 20.000 minori sono stati identificati come vittime di tratta. Ma il numero reale è molto più alto. La percentuale è triplicata in 15 anni. In Africa subsahariana, i bambini trafficati vengono sfruttati nel lavoro forzato. In America Centrale, le adolescenti finiscono in reti di sfruttamento sessuale. In Asia meridionale il matrimonio forzato è ancora pratica diffusa.

    «Il mondo ha compiuto progressi significativi nella riduzione del numero di bambini e adolescenti costretti al lavoro. Eppure, troppi bambini continuano a lavorare nelle miniere, nelle fabbriche o nei campi, spesso svolgendo lavori pericolosi per sopravvivere», ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice Generale dell’UNICEF. «Sappiamo che i progressi per porre fine al lavoro minorile sono possibili attraverso l’applicazione di tutele legali, l’estensione della protezione sociale, l’investimento in un’istruzione gratuita e di qualità e il miglioramento dell‘accesso al lavoro dignitoso per gli adulti. I tagli su scala globale dei finanziamenti minacciano di far retrocedere le conquiste faticosamente ottenute. Dobbiamo impegnarci a garantire che i bambini siano nelle aule e nei campi da gioco, non al lavoro».

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