Natura

  • L’importanza degli insetti

    Abbiamo spesso parlato di animali ma non dobbiamo dimenticarci che insieme a noi, sulla terra, vivono centinaia di miliardi di insetti, dalle vette ghiacciate alle regioni più torride. Gli insetti sono essenziali per la sopravvivenza della vita, a loro dobbiamo l’impollinazione senza la quale non ci sarebbero più le piante ed ogni tipo di vegetazione che ci dà ogni tipo di nutrimento. Gli insetti puliscono il terreno producendo, dagli scarti, un terriccio che serve alla riproduzione ed alla crescita delle piante.

    Oggi il pericolo è che a causa della deforestazione, della cementificazione, dell’agricoltura intensiva e dell’inquinamento la presenza degli insetti si riduca in modo pericoloso e già questa diminuzione è in atto in modo esponenziale, tutti ricordiamo i diversi e molteplici gridi di allarme per la continua diminuzione delle api.

    Molti insetti contrastano i problemi delle piante colpite dagli afidi, le coccinelle, ad esempio, sono preziose per una coltivazione biologica ma sono molti gli insetti, anche allevati e venduti proprio per consentire di coltivare non utilizzando prodotti nocivi per la salute e per l’ambiente.

    Con i tanti insetti utili per la vita del pianeta e perciò per la vita degli esseri umani ce ne sono anche di nocivi che uccidono le piante, distruggono le foglie dalle quali, fino all’ultimo, anche quando sta già arrivando l’inverno, le piante prendono nutrimento, le piante producono le foglie e tramite le foglie prendono tutto ciò che serve alla loro vita fino all’ultima foglia che cade alla fine d autunno. Vi sono Insetti nocivi che, come le cavallette, distruggono centinaia di ettari di raccolti, procurando terribili carestie, o insetti che arrivano da paesi lontani portando malattie alle nostre piante le quali, non avendoli mai conosciuti, non hanno strumenti per difendersi. Gli insetti non hanno polmoni e respirano attraverso tubicini che raccolgono ossigeno da forellini nell’addome e lo distribuiscono al resto del corpo, possono essere piccolissimi, anche invisibili ad occhio nudo o molto più grandi come l’insetto stecco che può misurare 62 centimetri.

    Gli insetti sono un mondo variegato e complesso nel quale per combattere quelli nocivi intervengono gli insetti buoni, utili alla nostra vita, come un’eterna lotta tra il bene ed il male.

  • Ritorno alla natura

    Pronti per la liberazione in natura due bei maschi arrivati nella sede del Cheetah Conservation Fund in Namibia il 7 maggio scorso. Sono stati prelevati loro sangue e sperma e sono stati collarizzati con GPS. Hanno circa 4 anni, sono in ottima salute e sono molto grandi, 45 e 47 kg di peso. Ancora una volta l’équipe del CCF è entrata in azione al 100% per far sì che i due ghepardi ottenessero le cure migliori possibili.

  • So prendermi cura di loro

    Cari bambini, dovete sapere che ci sono esseri umani che hanno vissuto per millenni nel grande deserto africano del Kalahari (che in lingua Tswara significa “Terra della Grande Sete”). Deserto che si estende in una vasta  area dell’Africa australe tra Botswana, Namibia, Angola, Zambia, Zimbabwe e Sudafrica. È un popolo di nomadi conosciuti come, San, Khwe, Basarwa o Boscimani (dall’inglese bushmen “uomini della boscaglia”. Appellativo usato dagli uomini bianchi come offesa).

    Quanti nomi!

    Ma sono tutti dati da altre tribù o dagli europei perché loro non si sono mai dati un nome. E se chiedete a loro: “Chi siete?”. Vi risponderanno semplicemente: “Siamo esseri umani, persone”.

    Gli esseri umani, come ci sembra rispettoso continuare a definirli, sono sopravvissuti per secoli grazie alla loro straordinaria intelligenza e ammirevole capacità di adattamento ad un ambiente fra i più ostili del pianeta: il deserto. Un luogo dove la temperatura può superare i 40°C di giorno e scendere sotto zero di notte. Qui l’acqua scarseggia ma i serpenti velenosi e i grandi felini abbondano.

    E come hanno fatto? Vi starete chiedendo.

    Ci sono riusciti perché hanno memorizzato e si sono tramandati, di generazione in generazione, tutti i tipi di vegetali (radici, foglie, bacche, frutti, etc.) e di insetti e animali (selvatici) per avere un’alimentazione completa e ricca di tutte le sostanze nutritive fondamentali e perché si sono tramandati tutte le necessarie conoscenze per vivere (di poco e con poco) e per convivere in costante equilibrio con gli altri esseri viventi. Forti! Non è vero?

    Pensate che non hanno mai avuto bisogno di mappe perché sanno orientarsi con le stelle; di medici perché sanno curarsi con il cibo e le piante spontanee; di telefoni e computer perché comunicano fra di loro utilizzando tutti i cinque sensi; di scienziati perché conoscono le leggi e il susseguirsi dei fenomeni naturali. E pensate che non hanno mai avuto bisogno di andare a scuola perché la loro più grande maestra è Madre Natura. Immaginate! Dalle laboriose formiche hanno imparato a viaggiare uno in fila all’altro; dalle scattanti e veloci gazzelle hanno imparato a correre; dai possenti e astuti felini hanno imparato a cacciare e a nascondersi; dai gioiosi e allegri uccelli hanno imparato a cantare e a danzare, eccetera, eccetera.

    Intelligenti! vero?

    Ora, a causa di chi si è sempre sentito più intelligente di loro, ovvero le comunità di europei insediatesi nella zona (e non solo), le loro condizioni di vita sono andate sempre più peggiorando. Infatti, essendo quei territori ricchi anche di selvaggina e di diamanti (come si è scoperto da qualche decennio) a causa dei forti interessi occidentali nell’area, gli esseri umani hanno dovuto subire ogni sopruso e violenza possibile. Fino al 1930 Sua Maestà Britannica in persona firmava licenze di “caccia ai boscimani” (un regale nulla osta al massacro) e mentre vi scrivo sono ancora minacciati e spesso caricati su camion e trasportati chissà dove. Politici locali corrotti (o minacciati) da dalle più importanti compagnie diamantifere e turistiche, vietano loro di accedere ai pochi pozzi d’acqua della zona. Perché c’è bisogno di tantissima acqua per le estrazioni di diamanti (tanto ricercati dai Principi e dalle Principesse) e per mantenere i lussuosissimi resort con piscina costruiti per gli amanti della caccia “grossa” (leoni, rinoceronti, elefanti, etc.) e dei cocktail con vista savana.

    Oggi, la maggior parte dei sopravvissuti vive in campi di reinsediamento (così adesso chiamano i campi di concentramento) fuori dalle loro zone di origine. Qui per sopravvivere dipendono dalle razioni di cibo distribuite dal governo e vengono torturati e arrestati se sorpresi a raccogliere piante selvatiche o a cacciare. Alcolismo, malattie fisiche (diabete, tubercolosi, Aids, etc.) e mentali (depressione, ansia, etc.) sono diffusissime. Questa è l’attuale condizione degli esseri umani da quando hanno incontrato la “disumana” civiltà.

    Se non riusciranno a tornare nelle loro terre da persone libere, sarà la fine per loro ed anche per i nostri nipoti. Perché sono tra i pochi semi selvatici dell’umanità rimasti e, per questo, tra i pochi capaci di sopravvivere a contatto con la Natura ancora oggi e anche quando la nostra civiltà crollerà inesorabilmente.

    Se, nonostante i tanti nostri attuali problemi vogliamo fare qualcosa per loro (e per i nostri nipoti) sosteniamo quelle associazioni no profit (come Survival International) grazie alle quali sono in atto durissime e costosissime battaglie legali (molte anche vinte) per garantire loro (e ai nostri nipoti) un primitivo futuro possibile.

    “So come prendermi cura dei vegetali e degli animali. Con i vegetali e gli animali sono nato e vissuto; qui c’è ancora tanta natura e selvaggina. Se venite nella mia terra troverete tante piante e tanti animali, e questo dimostra che so prendermi cura di loro”

    Frase di un Essere Umano

  • Anche le vacche lo sanno

    “Se non faccio qualcosa” pensò il giovane Payeng “anche noi uomini saremo destinati a morire come questi serpenti”. Payeng Jadav aveva sedici anni quando una mattina del 1979 fece una scoperta che lo turbò molto. Decine di serpenti giacevano morti lungo le rive sabbiose dell’isola Majuli del fiume Brahmaputra. Dopo essere stati trasportati da un’inondazione su questo lembo di terra arida, perché anche deforestato dall’uomo, i rettili erano morti per le temperature torride e la totale assenza di ombra. Quel ragazzino non lo trovava giusto e sentiva di dover fare qualcosa, ma cosa? Andò a chiedere consiglio agli anziani del villaggio e loro gli risposero che solo una foresta avrebbe potuto contrastare la forza delle alluvioni e l’avanzamento della desertificazione nelle stagioni calde. Gli consigliarono di iniziare dal bambù locale, perché capace di generare forti e profonde radici legnose. Da quel lontano giorno di quarantuno anni fa, Payeng ha piantato fino ad oggi, con la sola forza delle sue nude mani, più di trentamila piante.

    Ci troviamo in India, nello stato dell’Assam, nell’estremo est del Paese e la rigogliosa area verde, nota oggi come la foresta di Molai (dal soprannome di Payeng) si estende per oltre cinquecentocinquanta ettari (più di ottocento campi da calcio). Così ricoperta di alberi, l’isola è “rinata”, dando riparo a migliaia di specie animali differenti: insetti, rettili, volatili e a piccoli e grandi mammiferi selvatici come lepri, cinghiali, cervi, bufali, rinoceronti, elefanti e persino scimmie e la braccatissima Tigre del Bengala.

    Il Governo Indiano venne a conoscenza della foresta di Molai solo nel 2008, quando venne individuato un branco di circa 100 elefanti selvatici che si erano allontanati dalla foresta per qualche giorno. Da allora Payeng non ha avuto più una vita tanto semplice. Premi, riconoscimenti e decine di giornalisti che ogni anno lo raggiungono per intervistarlo. Qualcuno gli ha anche chiesto di andare con loro in Europa o in America ma Payeng ha sempre risposto che c’era ancora tanto da fare perché “Finché la natura sopravvive sull’Isola di Majuli, anch’io sopravvivo!”. Negli anni Payeng è diventato anche un bravo fotografo, raccogliendo migliaia di foto di specie vegetali ed animali selvatici che sono preziosi documenti di studio presso diversi istituiti di ricerca sparsi per il Mondo. Un giornalista americano una volta gli chiese: “Da dove nasce tutto questo amore per la Natura?”. Lui gli rispose “Dalla mia educazione, specialmente quella di mia nonna. Vengo da una famiglia povera, che non ha studiato ma che ha potuto vivere solo grazie al fiume e alla foresta”. E, ad un altro intervistatore che gli chiese: “Come hai fatto a fare tutto questo da solo?”, lui, con il suo bellissimo sorriso, rispose: “Non ho fatto tutto da solo. Pianta uno o due alberi. Loro faranno i semi. Il vento sa come piantarli, qui gli uccelli sanno tutti come piantarli, anche le vacche lo sanno, anche gli elefanti lo sanno, anche il fiume Brahmaputra lo sa. L’intero ecosistema lo sa”.

    Solo noi non lo sappiamo?

    PICCOLO PROMEMORIA

    Circa 350 milioni di nativi vivono vicino o all’interno delle poche foreste ancora esistenti sul Pianeta. Foreste che da sole ospitano l’80% della biodiversità terrestre. Preservare il loro ambiente è fondamentale per tutte le specie, compresi gli esseri umani. Chiunque può fare la differenza, piantando anche un solo albero quando può. Payeng docet.

     

  • Guerra e Natura II^ puntata

    L’Asia e forse ancor più l’Africa, sono continenti che racchiudono meravigliosi tesori naturalistici ma anche quelli più massacrati da guerre e guerriglie che ne mettono in pericolo la sopravvivenza.

    Alcuni conservazionisti hanno dato la vita per la  loro missione: ricordiamo personaggi come Diane Fossey, uccisa a colpi di machete nel 1985 per proteggere gli ultimi gorilla di  montagna in Rwanda (D. Fossey “Gorilla in the mist”); o come George Adamson (ex marito di Joy Adamson autrice del best-seller ”Nata libera-storia della leonessa Elsa”), che visse per anni insieme a leoni e leopardi che lui stesso aveva reinserito in natura. Predisse che la sua morte non sarebbe avvenuta ad opera di questi pur pericolosi carnivori selvaggi: fu ucciso infatti nel 1989 da un gruppo di guerriglieri o banditi somali armati, che scorrazzava nel Kenya settentrionale. (G. Bellani “Felines of the World” Elsevier, USA)

    ASIA (16 stati e 169 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    AFGANISTAN

    Prima della spaventosa situazione nella quale si è trovato l’Afganistan in questi ultimi decenni, lo zoo di Kabul fu inaugurato nel 1967, quando l’economia del paese era fiorente. Si trattava di un’istituzione importante che, come molti altri moderni zoo, faceva parte di Programmi Internazionali di Conservazione e allevamento di specie in pericolo. Accoglieva circa 400 animali con gruppi riproduttori di specie rare; nello zoo si sperimentava la riproduzione di quelle specie che stavano per estinguersi in Afganistan o in altri paesi del medioriente quali: il Cervo di Bukhara o battriano (Cervus (elaphus?) bactrianus) e altri rari ruminanti selvatici di montagna, come alcune specie di capre e pecore selvatiche vale a dire Stambecchi, Markor, Egagro, Mufloni e Argali, e anche specie del deserto, come la Gazzella persiana (Gazella subgutturosa). Fase successiva era la messa in atto di progetti di reintroduzione di queste specie nei loro luoghi di origine.  Oggi in questo zoo, trasformatosi in un ”lager per animali”, gran parte di quegli esemplari sono scomparsi dai loro recinti e non sappiamo che fine abbiano fatto; né conosciamo l’attuale situazione degli ultimi contingenti afgani delle 75 specie di piante e animali selvatici a rischio, originarie di questo paese, compreso il raro Leopardo delle nevi o Irbis (Panthera uncia) delle zone montuose più elevate del paese. Interessante a questo proposito sarebbe la lettura del libro “The Snow Leopard project and other Adventures in Warzone Conservation” di Alex Dehgan, direttore della Wildlife Conservation Society, che nel 2006, viaggiando alla ricerca di animali superstiti nelle zone più remote del Nuristan, si è ritrovato in un campo ancora minato e non ancora bonificato.

    AFRICA (29 Stati e 220 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    CORNO D’AFRICA (SOMALIA, ETIOPIA , ERITREA, SUD SUDAN ecc…)

    Nel ”Manifesto sulla conservazione e sulle risorse naturali” stilato a Mogadiscio, capitale della Somalia, si legge: ”La Repubblica somala riconosce che la conservazione della natura (…) costituisce un fondamento per il consolidamento e l’armonico sviluppo del paese (…) e si impegna (…) con la costituzione di Parchi nazionali, riserve naturali e l’insegnamento della conservazione della natura nelle scuole. Purtroppo il manifesto risale al 1968; oggi quasta nazione, devastata da guerriglie tribali e mancante di un governo stabile e riconosciuto, è nelle mani dei cosiddetti ‘signori della guerra’.

    Attualmente la parte settentrionale della penisola somala che guarda sul Golfo di Aden si è resa indipendente dal resto del paese col nome di Somaliland, e versa in condizioni politiche e economiche migliori, tanto che la Dott.ssa Laurie Marker a capo del CCF (Cheetah Conservation Fund)  è riuscita ad organizzare e allestire un centro di recupero per i piccoli ghepardi che vengono sequestrati alle frontiere e nei porti del paese dove, bracconieri senza scrupoli, dopo averli sottratti giovanissimi alle cure della madre (spesso uccisa per prendere i cuccioli indifesi) tentano di esportare i giovanissimi ghepardi vendendoli nella penisola arabica; qui infatti è diventato di gran moda, come vero Status Symbol,  passeggiare con un ghepardo addomesticato al guinzaglio o esibirlo sulla propria auto (fonte CCF Italia).

    In Somalia sono state censite ben 158 specie rare: tutti i grossi carnivori, gli ultimi elefanti, ecc ma molte delle specie rappresentano ‘endemismi’ tipici del Corno d’Africa, si tratta quindi di animali che vivono solo in questa regione. L’Italia ha sempre mantenuto rapporti di collaborazione anche in campo naturalistico con questa sua storica ex colonia (Africa Orientale Italiana), tanto che negli anni ’70 diede il suo contributo per l’istituzione di un grande parco nazionale di oltre 30.000 Km², denominato dell’Oltre Giuba, dotato di strutture per la ricerca e l’accoglienza. Oggi non si hanno notizie di questa area protetta e delle sue infrastrutture, nè si conosce la sorte di molte specie rarissime tipiche della fauna somala, come due piccole antilopi: il Beira (Dorcatragus megalotis), delle montagne settentrionali e il Dibatag  (Ammodorcas clarkei), delle zone aride centro-meridonali; il Dibatag sopravvive in un particolare ambiente semi-arido con varie specie di Acacia e Commiphora, denominato ”gedguwa” poco conosciuto ed ormai degradato dal pascolo del bestiame e dalla caccia eccessiva. In una ristrettissima porzione costiera di questo stesso ambiente vive anche la più piccola delle specie di Dik dik, il Dik-dik argentato o di Piacentini (Madoqua piacentinii), che secondo la ‘Red-list’ delle specie rare, redatta dall’IUCN, viene classificata come DD, Deficient Data, vale a dire che mancano dati sulla sua situazione numerica, ma si teme l’estinzione sicura entro pochissimi anni, se gli ultimi esemplari non verranno inseriti in un serio programma di salvaguardia (Bellani G.G. 2013 Gnusletter Vol 31); sempre la ‘Red-list’ liquida anche la situazione della quasi sconosciuta Genetta abyssinica con uno scofortante DD (Deficient data). Non spetta una sorte migliore nemmeno a tre specie di gazzelle: quella di Pelzeln (Gazella dorcas pelzelnii) e di Soemmering (G. soemmerringii berberana) e la gazzella naso o di Speke (Gazella spekei) nè alla popolazione degli ultimi Asini selvatici somali (Equus africanus somalicus) massacrati, forse anche per fame, dalle tribù locali nonostante la protezione nel parco di Yangudi Rassa.

    LIBERIA, SIERRA LEONE, NIGERIA ECC.

    In Liberia, il regime di terrore di Charles Taylor (fortunatamente cacciato nel 2003 ed oggi in carcere per crimini di guerra), ha finanziato i ribelli della Sierra Leone (RUF), desideroso di impossessarsi delle ricchissime miniere di diamanti di cui è ricco il paese. Nazioni come la Liberia e la Sierra Leone (di quest’ultima l’ONU dichiara: ”é il peggior posto al mondo in cui vivere”) non praticano nessun rispetto per i diritti umani; uccisioni e torture degli avversari politici, arruolamento di bambini nell’esercito e 30.000 persone condannate ad amputazioni punitive, sono attività tollerate. Da quando è iniziato il conflitto si contano oltre 100.000 morti e 2 milioni e mezzo di profughi. E’ penoso anche solo elencare le brutture sopportate dalle popolazioni dei paesi dell’Africa occidentale che si affacciano sul Golfo di Guinea, una regione ricchissima di risorse naturali; un tempo era ricoperta da splendide foreste tropicali, oggi in gran parte distrutte insieme alla ricchissima biodiversità che custodivano. Nel 2000 è stata dichiarata estinta una bellissima scimmia, il Colobo di Waldron (Colobus badius waldronae), mentre non si conoscono ancora i contingenti superstiti di molte specie quasi sconosciute, alcune delle quali scoperte solo pochi anni fa, come la Mangusta della Liberia (Liberiictis kuhni) conosciuta e classificata nel 1958 e oggi già sull’orlo dell’estinzione. Molto vulnerabili sono anche l’ippopotamo pigmeo (Hexaprotodon liberiensis) tipico delle foreste umide, varie specie di scimmie come alcuni Colobi e Cercopitechi, piccoli carnivori come due Genette (Genetta thierryi e G. johnstoni),  ed alcune piccoli antilopi di foresta come l’antilope reale o pigmea (Neotragus pigmaeus) e il cefalofo zebra (Cephalophus zebra); queste ultime fanno parte della cosiddetta “bushmeat” o carne da selvaggina, e sono l’unico apporto proteico possibile per alcune popolazioni ridotte alla fame.

    EPILOGO

    Non esiste un epilogo molto confortante e non si pensi che dove la guerra è durata molti anni, la cessazione dei conflitti possa risolvere da un giorno all’altro la situazione del patrimonio naturalistico. Gran parte delle aree dove sopravvive il rarissimo Stambecco del Simien (Capra walie), dell’Etiopia, sono disseminate di campi minati, pericolosissimi per le innumerevoli mine ancora inesplose. Durante il Genocidio Rwandese dei Tutsi (forse un milione di perone massacrate) il centro di Karisoke, fondato da Diane Fossey per i Gorilla venne completamente distrutto nel 1994 e migliaia di profughi in fuga invasero le foreste dei gorilla uccidendo un gran numero dei grossi e pacifici Primati.

    Armi e combattimenti lasciano conseguenze disastrose: per esempio durante la guerra del Viet-Nam si fece largo uso di defolianti che causarono l’estrema rarefazione di molte specie di scimmie le quali, come i Langur (Presbytis), si nutrono esclusivamente di foglie; ma i danni maggiori alla biodiversità del paese avvennero al termine del dissidio, quando il governo vietnamita cominciò un selvaggio taglio del patrimonio boschivo sopravvissuto, per poter ottenere il legname indispensabile alla ricostruzione post bellica. In alcuni casi persino la cessazione dei conflitti e i tentativi di ripristino delle condizioni di normalità economica e sociale, purtroppo ricadono ancora sugli abitanti più indifesi degli ambienti naturali, tra i quali certamente gli animali.

  • Guerra e natura – I^ Puntata

    La Guerra e i disordini sociali creano enormi problemi alle attività di conservazione della biodiversità in tutti i ‘punti caldi’ dei paesi del mondo. In una inchiesta in due puntate faremo partecipi i nostri lettori delle problematiche che gli addetti ai lavori incontrano nell’organizzazione delle attività di protezione ‘in situ’, cioè nei luoghi stessi che vedono la coesistenza fra disordini bellici e bisogno di conservazione della natura; vedremo i luoghi più caldi di Europa Asia e Africa e i pericoli che i conservazionisti devono correre per salvare gli ultimi contingenti di specie in via di estinzione.”Per conservare gli ambienti naturali (…) è necessario trovare soluzioni ai problemi sociali delle popolazioni: alleviare la povertà, alleggerire il debito, e creare condizioni per rallentare la crescita demografica e il raggiungimento di un’armonia duratura tra uomo e  natura.-  M.W. Holdgate, Direttore Generale della I.U.C.N.

    Le guerre, scatenate per validi motivi di difesa, per motivi umanitari o con pretesti che nascondono fini puramente economici, inevitabili o meno che siano, portano sofferenza non solo direttamente alle popolazioni umane che vi restano coinvolte, ma anche all’ambiente: l’aria, il suolo, le piante e soprattutto la vita degli animali selvatici dei paesi devastati da conflitti bellici subiscono danni spesso irreversibili e quindi quasi irrecuperabili anche dopo la cessazione dei conflitti. E’ stato straziante vedere le fatiche che i profughi afgani, vittime dal 1978 di tremende guerre civili, hanno affrontato per raggiungere paesi meno dilaniati da guerriglie e inumane leggi fondamentaliste. Da anni ormai giungono in Europa, attraverso il Mediterraneo o attraverso la cosiddetta rotta Balcanica, migliaia di profughi, specialmente mediorientali e africani che, rischiando la vita propria e quella della loro famiglia, lasciano i paesi nativi oppressi da guerre religiose e  civili, guerriglie e bande armate. Eppure una quindicina di anni fa il mondo si commosse anche per  le tristi immagini di Marjan, il vecchio leone trovato morente nel fatiscente zoo di Kabul, la capitale dell’Afganistan; il malandato maschio era sopravvissuto ai bombardamenti della città e dello zoo stesso. Marjan era sfigurato e reso cieco dalla bomba di un talebano folle che voleva vendicare l’aggressione e il ferimento mortale di un amico il quale, per provare scioccamente il proprio coraggio, si era introdotto nella gabbia del leone. Dopo essere comparso su tutti i media del mondo, il povero animale è poi morto a causa di una grave infezione. L’A.Z.A. (American Zoo and Aquarium Association) aveva inviato a Kabul i farmaci per curare Marjan insieme a qualche fondo per soccorrere e nutrire gli ultimi affamati ospiti dello zoo (un tempo importante Istituzione scientifica) ridotti ora alla fame dai continui bombardamenti della città: sei orsi e alcuni piccoli carnivori, alcuni cervi, gazzelle, mufloni, ecc. Ci si potrebbe allora chiedere se sia giusto commuoversi per la sorte di un vecchio leone o che un’associazione come l’A.Z.A. invii aiuti agli sfortunati ospiti di uno zoo, in un paese dove la popolazione umana versa nelle condizioni che tutti conosciamo. L’interrogativo può sembrare legittimo, ma pensiamo ad alcune situazioni analoghe in paesi come il nostro: cambiano i soggetti ma il dubbio è lo stesso; per esempio sappiamo che ogni anno si trovano bambini appena nati e subito abbandonati, persino nei cassonetti dell’immondizia: non per questo, crediamo, si debba tacciare di cinismo anche chi finanzia “Pubblicità Progresso” contro la cattiva abitudine di abbandonare il proprio cane per strada quando si parte per le vacanze estive.

    Se è dunque giusto che le associazioni umanitarie quali Croce Rossa, Medici Senza Frontiere ed Emergency (con l’eroico Gino Strada) abbiano tutti i fondi necessari per alleviare le sofferenze umane causate da conflitti bellici e guerre civili, è coerente e ragionevole che le associazioni naturalistiche e protezionistiche si preoccupino ”anche” per la sorte delle ultime popolazioni di animali selvatici o per quelle allevate negli zoo, e che sopravvivono nei paesi sconvolti da situazioni politico-economiche catastrofiche. Si potrebbe anzi affermare che le operazioni di monitoraggio e salvaguardia della biodiversità assolte da associazioni ambientaliste quali l’ I.U.C.N. (International Union for Conservation Nature and Natural Resources) ed il W.C.N. (World Conservation Union), possano essere considerate un aiuto, aggiungendo un motivo in più, se mai ce ne fosse bisogno, per un serrato ritorno di pace e normalità nelle zone più devastate del nostro pianeta.

    I paesi stremati da guerre militari o civili non hanno certo la possibilità (e alcuni dei regimi totalitari giunti al potere, nemmeno la volontà) di impiegare tempo, denaro o risorse umane adeguate, per politiche di conservazione della natura; in epoca di globalizzazione (ma la natura, e soprattutto gli animali, non riconoscono confini politici), sono quindi le associazioni internazionali per la conservazione della natura e delle specie in via di estinzione, nate in paesi economicamente più sviluppati, che si accollano questo impegno. Purtroppo non sempre ciò è possibile dato che in alcuni paesi la situazione è talmente difficile e pericolosa che a volte non si può fare altro che denunciare l’impossibilità di intervento.

    Secondo il rapporto annuale del Global Trends dell’UNHCR (l’organizzazione dell’ONU per i rifugiati) e del suo sito Wars in the World, nel 2016 nel mondo sarebbero almeno 47 i paesi coinvolti in azioni belligeranti di vario tipo che vanno da una vera e propria guerra tra Stati a guerre civili tra gruppi armati. Riportiamo solo alcuni degli infiniti dati sul coinvolgimento degli stati in guerre e guerriglie sanguinose che sconvolgono l’assetto politico-economico di un paese e i danni causati alla conservazione della biodiversità da questi fenomeni.

    Soffermiamoci per ora solo su Europa e Medio Oriente, vedremo nel prossimo numero alcune situazioni in Asia e Africa.

    EUROPA (9 stati e 81 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    Negli ultimi decenni la fauna delle regioni del Caucaso e dei Carpazi ha subito perdite che ancora stiamo valutando a causa, per esempio, delle guerre di separazione della Cecenia e dell’Ucraina dall’ex Unione Sovietica. La fauna della catena montuosa del Caucaso annovera specie rare e poco conosciute come il leopardo persiano (Panthera pardus tulliana=saxicolor), il gatto selvatico del Caucaso e due specie endemiche di capre selvatiche: il Tur o stambecco del Caucaso occidentale (Capra caucasica) e quello orientale (Capra cilindricornis). Nei Carpazi sopravvive dispersa l’unica popolazione veramente selvatica dell’ormai rarissimo Bisonte europeo (Bison bonasus).

    MEDIO ORIENTE (7 Stati e 248 tra gruppi di guerriglieri, di terroristi, di separatisti, ecc)

    IRAN (EX PERSIA)

    L’Iran è un paese che dagli anni ‘70 , quando la rivoluzione del 1978 fece cadere il regime dello Scià, ha visto anni di guerre contro l’Iraq di Saddham Hussein ed è stato coinvolto nell’aiuto a molte guerre in paesi arabi del Medio oriente (Siria, Libano ecc). La fine dei conflitti si è chiusa con una pesante dittatura di forze fondamentaliste islamiche contro cui la popolazione per anni ha cercato di opporsi con rivolte soffocate nel sangue (“repressione del dissenso”) dal Corpo delle guardie della rivoluzione Islamica o Pasdaran. In questo clima di forte e pericolosa sospensione dei diritti civili e umani, nel 2018 lavoravano alcuni conservazionisti per monitorare la presenza degli ultimi ghepardi asiatici (Acinonyx jubatus venaticus), sottospecie che sopravvive ormai solo in alcune aree protette dell’Iran, con circa 70-110 esemplari (G. Bellani “Felines of the World” Elsevier, USA)

    Nei primi mesi del 2018 un tribunale di Tehran ha emanato un verdetto di colpevolezza per otto ricercatori-conservazionisti che studiano i ghepardi, tra cui due donne, con l’accusa di spionaggio e sentenze che vanno dai sei, ai dieci anni di reclusione, solo per aver utilizzato, come si fa in tutto il resto del mondo, macchine fotografiche e telecamere che entrano in funzione per mezzo di trappole a raggi infrarossi, unico mezzo possibile per monitorare la presenza di questi rarissimi e timidissimi felini. Il ramo locale di intelligence del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, li ha accusati di essere spie assoldate da paesi nemici per monitorare l’Iran e quattro di loro  rischiano la pena di morte poiché accusati di “Portare la corruzione sulla Terra”……

    Questi scienziati lavorano tutti per la Persian Wildlife Heritage Foundation (PWHF), una organizzazione no-profit con sede a Tehran che si occupa di tutelare il ghepardo asiatico e altre specie rare in Iran; i ricercatori hanno già trascorso quasi due anni in carcere ma Kavous Seyed-Emami, professore iraniano-canadese e amministratore delegato della Persian Wildlife Heritage Foundation (PWHF), dopo essere stato imprigionato è poi morto nelle carceri di Evin e secondi i suoi carcerieri si sarebbe ufficialmente suicidato.

  • La spesa del colibrì

    Un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio…

    Così inizia una nota (e toccante) fiaba africana che descrive la forza d’animo di un piccolo colibrì che, nonostante il veloce avanzare delle fiamme e la fuga degli altri animali, continuava a tuffarsi nel fiume per raccogliere ogni volta una piccola goccia d’acqua da far cadere sopra la foresta incendiata; e continuava imperterrito, nonostante alcuni animali adulti, fra i quali il leone, avessero iniziato a prenderlo in giro per l’apparente inutilità del suo agire. Tuttavia, continua la fiaba, contagiati dal suo esempio, i cuccioli degli animali presenti, si prodigarono per aiutare il loro piccolo amico. Di lì a poco anche gli adulti, pieni di vergogna, iniziarono a darsi da fare anche loro. Prima che arrivasse la notte l’incendio era domato e il leone, rivolgendosi al piccolo colibrì esausto disse “Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti, ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d’acqua può essere importante e che insieme si può spegnere un grande incendio”.

    Ora, il colibrì e tutti gli altri animali, non avevano alcuna colpa per quanto accadde quel giorno ma noi, per quanto sta accadendo oggi nel Mondo, una piccola o più grande responsabilità ce l’abbiamo.

    L’inquinamento, infatti, (come la perdita di biodiversità, i cambiamenti climatici, la sete e la fame nel mondo, l’impoverimento globalizzato e molte guerre passate e presenti) è causato dalla somma di tutti i consumi (di aria, acqua, risorse ambientali, etc.) dei popoli urbanizzati (come noi) ed in via di urbanizzazione. Gli scienziati stimano, infatti, che un miliardo di persone consumi 32 volte di più le risorse naturali che i restanti 6 miliardi di persone e che se tutti gli abitanti della Terra consumassero come gli Italiani ci vorrebbero 2,5 pianeti. Fa male, ma è così. Pertanto, dovendo invertire questa tendenza è necessario fare la nostra parte (se pur apparentemente piccola e inutile) nel consumare meno e meglio.

    Da bravi colibrì, quindi, proviamo a seguire poche regole per la nostra spesa alimentare quotidiana per tutelare l’ambiente (1/3 dell’effetto serra mondiale è causato dal sistema agroalimentare moderno) e migliorare il nostro stato di salute e l’economia di casa. A questo proposito segue un piccolo memorandum evergreen.

    PRIMA DI TUTTO, INFORMATI!
    Cerca, consulta o chiedi ad un nutrizionista le linee guida (quantità e qualità) per una corretta alimentazione vegetariana di stagione (aggiungervi un po’ di carne o pesce sarà poi semplice e a vostra scelta) perché generalmente è più dinamica e salubre (ricca di alimenti integrali). Informati bene sulla qualità dell’acqua del tuo rubinetto. Cerca produttori locali che forniscano alimenti certificati biologici o comunque prodotti in modo naturale. Dubita sempre dei bei nomi (soprattutto quelli che richiamano alla tanto ignorata e non rispettata vera cultura contadina) e leggi sempre le etichette per conoscere quanto più possibile su origine e qualità degli ingredienti utilizzati. Evita lo zucchero raffinato (e tutti i suoi surrogati) e le bevande zuccherate. Fanno male alla tua famiglia e all’ambiente.

    Ci sono tanti modi antichi e/o alternativi per fare ottimi e salubri dolci. Ricordati: la salute è la prima libertà (ed economia) della persona, della famiglia, di una comunità e di tutta una nazione.

    PRIMA DI USCIRE, FAI SEMPRE LA LISTA DELLA SPESA
    Ti aiuterà a evitare sprechi e a risparmiare denaro.
    Ricordati: una dieta sana costa meno e ci fa vivere meglio.

    EVITA DI FARE LA SPESA A STOMACO VUOTO
    Eviterai, in questo modo, di acquistare cibi inutili, insalubri e, spesso, costosi.

    VAI A PIEDI O IN BICI O USA I MEZZI PUBBLICI
    Meglio comperare poco e sfuso (così evitiamo tonnellate di plastica) e fare la spesa tutti i giorni o quasi (così usiamo meno l’auto e ci costringiamo a fare anche un po’ di movimento e vita sociale).

    ACQUISTA CIBI LOCALI, DI STAGIONE E DI QUALITA’
    I cibi di stagione costano meno di quelli fuori stagione (per i quali la produzione e/o il loro trasporto costano di più anche all’ambiente) così come la maggior parte della frutta e verdura locali costano meno rispetto a quelli di lontano o esotici.

    EVITA L’USA E GETTA
    A casa come al lavoro, educati ad utilizzare il più possibile un tuo set di posate di acciaio ed un tuo tovagliolo di stoffa. Farai ridere i più ma riempire di orgoglio (fra dieci anni) i tuoi figli. Evita più che puoi tutto ciò che è prodotto o imballato per essere usato una volta sola. Per secoli abbiamo utilizzato pochi ma utili oggetti. Facciamola diventare una moda e una competizione positiva a chi è più virtuoso.

    GESTISCI CON CURA GLI SCARTI E GLI AVANZI
    Informati se i tuoi rifiuti organici possono essere direttamente utili (e da te facilmente e quotidianamente trasportabili) ad un contadino o allevatore in zona. Educati a gestire gli avanzi commestibili con coscienza: studia nuove ricette o coinvolgi amici o persone bisognose nella loro gestione.

    USA DETERGENTI NATURALI
    Per la gestione della cucina (come di tutta la casa) cerca prodotti ecologici con pochi ingredienti o producili tu stesso. È divertente oltre che estremamente economico.

    Piccole gocce quotidiane per arrivare a spegnere, anche noi, il più grande di tutti gli incendi.

  • L’uomo e il pianeta vivranno solo se l’ecosistema manterrà il suo equilibrio

    Sabato 19 ottobre, al Mulino di Tuna (Gazzola – PC), si è svolto il convegno Dal ghepardo all’elefante, dal lupo all’orso, per salvare l’uomo e la terra. Grande la partecipazione del pubblico che ha manifestato interesse e desiderio di rimanere aggiornato sui problemi e sulle proposte per mantenere e salvare l’ecosistema. All’incontro hanno partecipato Betty von Hoenning, presidente della sezione italiana del Cheetah Conservation Fund, Giovanni Quintavalle Pastorino, ricercatore all’Università Statale di Milano e dell’Università di Manchester, Maurizio Ritorto, veterinario che si occupa prevalentemente di medicina e chirurgia degli animali da compagnia, Anastasia Palli, responsabile per la Lombardia di A.A.A.L.I. (Associazione degli Affidatari Allevatori del Lupo Italiano), l’On. Cristiana Muscardini, che al Parlamento europeo è stata vicepresidente dell’Intergruppo per la protezione degli animali e della quale riportiamo di seguito l’intervento tenuto in occasione del convegno.

    Il pianeta e perciò l’uomo possono continuare a vivere solo se l’ecosistema mantiene il suo equilibrio. L’inquinamento è una delle principali cause del disequilibrio, ormai in essere, e per questo da qualche tempo si sono alzate più voci, accademiche e di popolo, affinché la politica e l’economia, nei suoi vari aspetti produttivi, invertano la rotta rendendo compatibili le diverse attività umane con l’abbassamento dell’inquinamento. Vi sono poi cause naturali che portano a modifiche climatiche che a loro volta modificheranno l’assetto geologico e la vita delle future generazioni.

    Un aspetto che sembra però sfuggire, sia alla politica che all’economia, è che l’ecosistema si basa sulla sopravvivenza delle migliaia di specie della fauna e della flora. Stanno scomparendo, e sono già scomparse, troppe specie non solo di animali selvatici ma anche domestici. Il non rispetto delle diversità oltre a creare omologazione culturale, anche nel cibo e nei manufatti, crea squilibri sempre più pericolosi. La distruzione, voluta e procurata, di immense aree verdi, dall’Amazzonia alle aree nordiche, non ha solo distrutto i polmoni verdi del pianeta ma piante, insetti ed animali la presenza dei quali ha consentito, fino ad ora, quell’equilibrio che ormai è seriamente a rischio. Se a questo aggiungiamo che la popolazione mondiale è in continuo aumento, nonostante la sempre più forte carenza di acqua e di cibo, è facile comprendere come la preservazione delle specie in via di estinzione dovrebbe essere un dovere non solo di associazioni meritorie che purtroppo sono troppo isolate nella loro tenace attività.

    Come far convivere gli animali selvatici con l’agricoltura, le strade, le case che avanzano? In Europa l’inutile consumo di suolo è un problema ignorato dalla politica mentre deve essere una priorità, non solo per i paesi meno industrializzati, l’attenzione a non distruggere le aree verdi, i polmoni verdi che non appartengono ad un solo stato o ad un solo continente ma ad un intero pianeta ed in certe aree del mondo questo è un problema che va affrontato anche culturalmente.

    La battaglia per evitare sparizione di alcune specie animali è alle ultime battute, se non si interviene sarà troppo tardi. Citiamo solo alcuni esempi: il corno d’Africa, per altro quasi tutto in mano agli Shabaab, gli islamisti terroristi che si sono macchiati e continuano a macchiarsi dei più sanguinosi attacchi terroristici anche negli stati confinanti, alimenta un importante commercio illegale di cuccioli di ghepardo. La Cnn rivela che ogni anno almeno 300 cuccioli sono catturati, ancora piccolissimi, la maggior parte muore durante il trasporto verso gli Emirati arabi dove sono molto richiesti come status symbol per super ricchi.

    Il rinoceronte bianco è ormai estinto e solo la passione di alcuni scienziati, tra i quali Cesare Galli, cerca di salvarne la specie con l’unione degli ovuli delle uniche due femmine viventi e lo sperma congelato di due maschi già deceduti, un’impresa difficilissima alla quale auguriamo ogni successo. Ma anche i rinoceronti neri sono ad altissimo rischio, infatti i bracconieri continuano a cacciarli per poter vendere ad alto prezzo il loro corno richiestissimo, specie in Cina, per le sue fantomatiche doti afrodisiache e curative. Ancora nel novembre del 1991 chiedevo, in una interrogazione alla Commissione europea, in quali Stati, a partire dal Regno Unito, fosse ancora in essere la vendita dei corni di rinoceronte visto che era già entrato in vigore il divieto. Ancora nel dicembre 2012 tornavo sul problema del bracconaggio, che negli anni ha sterminato decine di migliaia di elefanti, per chiedere ragione della continua caccia permessa in alcuni Stati sia ai grandi felini che in Namibia alle ontarie da pelliccia. Stava e sta di fatto che, nonostante gli sforzi di alcuni governi, il Kenia ha addirittura bruciato tonnellate d’avorio come esempio per lottare contro questo traffico, il prezzo dell’avorio e del corno di rinoceronte continua a salire per una domanda che non si arresta, ecco perché il problema è anche culturale.

    Oltre mille ghepardi sarebbero in mano a privati nei paesi del Golfo e secondo Il Corriere della Sera del 27 agosto in Iran alcuni scienziati, impegnati nel collocare fotocamere per controllare i movimenti dei cinquanta ghepardi superstiti, al fine di preservarli, sono stati arrestati dai Guardiani per la Rivoluzione con l’accusa di spionaggio ed uno di loro è morto in prigione.

    Dal primo film del Re Leone, uscito 25 anni fa, la popolazione dei leoni africani si è dimezzata. I contrabbandieri e i bracconieri, nonostante le leggi che proteggono gli animali selvaggi, uccidono i leoni per estrarre denti ed artigli che saranno poi utilizzati per fabbricare gioielli. Se dal Nepal arriva la buona notizia dell’opera che sta facendo il Wwf per salvare la tigre, purtroppo lo sterminio di questo animale continua in alcuni paesi asiatici, in tutto il Nepal sono rimaste solo 235 tigri e 103 nel Bhutan. Le fotocamere sono uno strumento molto importante per ben identificare le tigri e i loro spostamenti in quanto ogni tigre ha delle strisce diverse  dall’una all’altra.

    Secondo un articolo di Francesco Petretti mentre le specie selvatiche si estinguono al ritmo di due al giorno si stanno estinguendo anche diverse razze di animali domestici dalla capra girgentina, con le corna a cavatappi, agli asinelli bianchi dell’Asinara, solo in Italia sono a rischio 38 razze di pecora, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di uccelli da cortile e 7 di asini. “La scomparsa delle razze domestiche non è solo una perdita culturale ma significa mettere un’ipoteca sulla capacità futura di produrre cibo”, certamente Petretti ha ragione perché le diversità delle razze e degli animali domestici corrispondeva alle diversità ed alle esigenze del territorio.

    La recente strage di elefanti in Sri Lanka ripropone il problema di come salvare gli animali salvando le colture, l’agricoltura, gli insediamenti di una popolazione in espansione e che deve capire come gli animali possono anche essere fonte di reddito tramite il turismo.

    In Italia, nonostante la legislazione europea, ‘Progetto Life’, vi sono regioni che insistono nel chiedere l’abbattimento dei lupi, specie protetta ed oltremodo necessaria per controllare l’eccessiva proliferazione di ungulati. In questi anni gli agricoltori si sono lamentati più volte per l’eccessivo aumento dei cinghiali, animale particolarmente prolifico e solo dove sono finalmente ritornati i lupi, per altro in tutta Italia non sono più di mille, il problema dei cinghiali si è ridimensionato. Anche l’orso è nel mirino di chi vuole tornare ad aprire la caccia a loro e ai lupi. Nei giorni scorsi vi è stata una manifestazione a Roma, a Piazza Montecitorio, per ricordare che dell’orso marsicano ormai esistono solo 50 esemplari, infatti negli ultimi 25 anni abbiamo perso 43 orsi, di cui il 40% per bracconaggio (avvelenamento, arma da fuoco e lacci), il 25% per cause accidentali legate all’uomo (investimenti stradali e ferroviari e annegamento in vasche artificiali). Anche i lupi continuano ad essere uccisi dai bracconieri, impiccati, impalati, torturati perché la violenza dell’essere umano è resa ancora più devastante dalla crudeltà e dall’ignoranza, tanto l’animale uccide per sfamarsi nel rispetta della più antica legge di natura, la catena alimentare, tanto l’uomo uccide per depravazione e piacere perverso.

    Vi è necessità di interventi urgenti per consentire la convivenza tra gli uomini, la loro attività e gli animali selvatici. Vi è urgenza di tutelare quanto è necessario all’uomo per vivere e all’essere umano è necessario che l’ecosistema sopravviva ma senza le diverse specie animali l’ecosistema muore.

  • La più bella di tutte le battaglie

    Nel vestibolo dell’Inferno, Dante, a un certo punto, viene assordato dagli strazianti lamenti delle infinite turbe di anime che si muovono nella nebbia circostante. Si trova nell’anticamera dell’Inferno, il luogo dove il tempo non ha più l’avvicendamento del giorno e della notte ma, su ogni cosa, sovrasta un cupo grigiore. Così, un po’ frastornato, chiede a Virgilio che gente sia quella così devastata da tanto dolore e Virgilio gli risponde che sono l’anime tristi di coloro, che visser senza infamia e senza lodo. Gli ignavi, che nella vita non commisero alcun male da meritar biasimo ma che nemmeno fecero alcun bene da meritar lode. Gli ignavi (dal lat. “i non attivi” o gli indifferenti, come li definì qualcuno) che non sono solo quelli che mostrano la loro passività di fronte al bene e al male ma sono quelli che vivono senza un ideale per cui battersi e, più semplicemente, vivono pensando solo a sé stessi (non furon ribelli, né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro). Dunque gli ignavi, come vissero fuori dal consorzio civile, così sono messi al bando dai Cieli e dall’Inferno. E ad essi, si aggiunge il disprezzo umano, la condanna più terribile alle loro pene. Scrutando fra le turbe degli ignavi, Dante, infatti, non fa il nome di nessuno di loro, condannandoli volutamente all’oblio eterno e facendo dire a Virgilio la nota frase, non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Come a dire, non perdiamo tempo con chi tempo per gli altri o per le giuste cause non ne ha avuto mai. Ma parliamo ora della nostra anticamera dell’inferno. Del mondo in cui viviamo. Cosa dobbiamo dire della nostra ignavia ai milioni di piccoli e giovani manifestanti in difesa dell’ambiente? Della nostra indifferenza o incapacità di affrontare con consapevole volontà e decisione i sempre più gravi problemi ambientali? Delle tante emergenze affrontate soprattutto a parole? E cosa rispondiamo ai bambini che ci chiedono il perché, se la plastica inquina, lo Stato (l’adulto) permette ancora di produrla? O sul perché gli diciamo che i cibi e le bevande industriali fanno male ma lo Stato (l’adulto) permette ancora di produrle e di venderle nelle loro scuole? Cosa gli raccontiamo? La verità? Ovvero che siamo caduti nelle tante tentazioni e illusioni di un benessere (e di una logica del profitto economico) a cui è ancora difficile rinunciare? Oppure gli raccontiamo la stessa favola che hanno raccontato anche a noi tanti anni fa (come si stanno sbracciando in questi giorni in televisione alcuni innominabili personaggi) ovvero che il benessere (di pochi) ha fatto del bene a tutti e che quella occidentale è la migliore società possibile? O ancora, Greta sì o Greta no? Il tipico balletto orchestrato per non parlare dei veri problemi. Qui, oggi, se non consumiamo di meno, se non siamo i primi, noi adulti a rimettere in discussione il nostro stile di vita iperconsumistico e, quindi, facciamo vedere ai nostri figli che abbiamo capito di aver sbagliato e che adesso ci siamo, e siamo con loro, al loro fianco, e al fianco dei più deboli, non lamentiamoci se non racconteranno nulla di noi a loro figli (se mai li potranno avere). Poi io sento spesso dire in giro che i giovani di oggi sono persi. E, sotto tanti punti di vista (vista questa società) come non essere d’accordo? Ma se quando fanno un cosa veramente giusta noi non li incoraggiamo o affianchiamo nel fare quello che non siamo stati capaci di fare, ovvero salvaguardare questo pianeta, beh! allora, non lamentiamoci più di loro e, soprattutto, non rompiamo più i coglioni con le nostre scuse o i nostri “faremo”. Perché come ci ha dantescamente suggerito un ribelle del XIX secolo “la strada per l’Inferno è lastricata di buone intenzioni[1]” e, allora, quello che dobbiamo aiutarci a fare tutti quanti assieme, parafrasando un altro ribelle, stavolta, del XX secolo, è di cercare di essere il cambiamento che vorrebbero vedere i nostri figli nel Mondo[2]. Ci costerà molti sacrifici, indubbiamente, ma ci guadagneremo l’amore di chi diciamo di amare e la possibilità di dare loro un futuro.

     

    [1] Karl Heinrich Marx (1818-1883)

    [2] Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948)

  • Ambiente: la miopia europea ed italiana

    Mentre l’Europa ed il nostro Paese eleggono ad icona di una “nuova stagione di sensibilità sostenibile” e come conseguenza si trovano a seguire una adolescente svedese in delirio di visibilità, dalla quale pretendono di individuare le nuove opzioni ambientaliste di sviluppo economico, il mondo della conoscenza, dell’industria e della scienza offrono visioni radicalmente diverse.

    I trend della crescita dell’inquinamento dimostrano, ancora una volta, come sotto accusa non sia tanto il modello industriale ed economico europeo (tanto meno italiano che è il più eco-sostenibile in Europa (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/) quanto la crescita esponenziale delle emissioni dei paesi dell’estremo Oriente, come dimostra il grafico.

    Contemporaneamente l’ottusità del nuovo mondo talebano-ambientalista individua nelle auto, in particolare quelle diesel, la causa dell’inquinamento quando invece questa, in virtù della tecnologia applicata alla motorizzazione diesel, risulta avere un impatto ambientale inferiore alla stessa motorizzazione elettrica, icona dell’ambientalismo di nuovo conio (https://www.tecnoandroid.it/2019/06/16/diesel-inquina-meno-elettrico-scomoda-verita-541122/amp?__twitter_impression=true).

    La componente talebana di tali posizioni emerge, poi, dalla negazione dei risultati delle nuove tecnologie applicate sia al mondo economico ed industriale che alla vita quotidiana. Di fatto viene negato implicitamente il valore stesso dell’evoluzione tecnico-scientifica che ha portato l’occidente all’attuale livello e qualità di vita, espressione di una cultura complessiva. Questo atteggiamento negazionista comporta anche il rischio di azzerare il vantaggio tecnologico ed industriale europeo a favore di progetti di sviluppo per i quali non esiste neppure la elementare copertura energetica (elettrificazione dei mezzi di trasporto) ai quali l’apporto delle stesse centrali nucleari risulterebbe ampiamente insufficiente.

    Mai come ora l’impreparazione, espressione di una posizione ideologica e moralista, anticamera di uno Stato etico della componente oscurantista dei movimenti ambientalisti, arriva a negare persino l’appello di 500 scienziati (https://www.startmag.it/energia/500-scienziati-greta-clima-onu-emergenza-climatica/) in contrapposizione al fenomeno mediatico di Greta non tanto in relazione ai cambiamenti climatici quanto alle cause degli stessi. Dimenticando contemporaneamente, o forse più semplicemente ignorando, i risultati di una  ricerca della NASA relativamente all’effetto fertilizzante dell’anidride carbonica  (https://www.nasa.gov/feature/goddard/2016/carbon-dioxide-fertilization-greening-earth).

    Affrontare i cambiamenti climatici che hanno sempre caratterizzato le diverse fasi della storia evolutiva del nostro pianeta attraverso una visione politica ed oscurantista si traduce nella perdita della consapevolezza relativa al valore dello sviluppo come della conoscenza evolutiva, sintesi di conoscenza, sapere e tecnologia.

    Ulteriore conferma di un declino del nostro continente, incapace di valorizzare le proprie eccellenze e sempre più incline a avvitarsi in una decrescita sempre più infelice.

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