Palestina

  • L’UE intensifica il sostegno internazionale ai palestinesi

    La Commissione europea ospita la seconda riunione del gruppo dei donatori per la Palestina (PDG), co-presieduta dalla Commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, e dal Primo ministro dell’Autorità palestinese, Mohammad Mustafa. A Bruxelles sono riunite 65 delegazioni per il lancio di una nuova iniziativa a sostegno della ripresa iniziale di Gaza e per discutere il programma di riforme dell’Autorità palestinese.

    La riunione produce due risultati principali: un aumento degli impegni finanziari attraverso il meccanismo PEGASE e il lancio dell’iniziativa Team Gaza. Partecipano ministri e alti funzionari degli Stati membri dell’UE e dei paesi partner, nonché rappresentanti di organizzazioni internazionali e regionali e di istituzioni finanziarie. Per la prima volta prendono parte all’incontro anche l’Alto rappresentante del Board of Peace, Nikolay Mladenov, e il capo del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, Ali Shaath.

  • Riflessioni su Israele

    Non bisogna essere antisemiti per sentirsi indignati da ciò che Israele ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Libano. In spregio a ogni presunto diritto internazionale, quelle carneficine senza fine suscitano un naturale rifiuto anche in chi, per sentimento o per convenienza strategica, guarda con simpatia verso Israele e verso gli ebrei in genere. Purtroppo per loro, l’attuale governo di Tel Aviv fa di tutto per alimentare una condanna mondiale e sembrerebbe che perfino Trump non li sopporti più perché gli stanno impedendo di raggiungere con l’Iran una qualunque pace che gli consenta di salvare la faccia. Tuttavia, non va dimenticato che la società israeliana è estremamente composita e a fianco di forsennati nazionalisti e di insopportabili fanatici religiosi c’è un gran numero di cittadini contrari al comportamento del loro governo. Quando nel prossimo ottobre, come previsto, si terranno le elezioni politiche staremo a vedere cosa sceglierà la maggioranza della popolazione.

    Un osservatore di politica internazionale che comunque voglia essere il più possibile obiettivo deve, almeno nel momento dell’analisi, prendere le distanze dalle istintive reazioni emotive e cercare di capire i punti di vista di tutti gli attori in campo.

    Della prospettiva dei palestinesi e di gran parte delle popolazioni arabe conosciamo da lungo tempo la posizione politica. Sin dalla creazione, certificata dall’ONU, dello Stato di Israele gli originali abitanti di quei territori si sono sentiti defraudati dei loro diritti su quelle terre e ben tre guerre principali, perse, erano già avvenute prima dei terribili fatti del 7 ottobre. Come non bastasse, anche i palestinesi che hanno continuato a vivere all’interno di quel che era diventato Israele nella pratica sono soltanto dei cittadini di serie B e tale condizione è stata ulteriormente confermata con la Legge Fondamentale del 2018, voluta dal governo Netanyahu. Tale Legge ha formalmente espresso essere Israele lo “Stato ebraico” (“solo il popolo ebraico ha il diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele” e: “l’ebraico è la lingua ufficiale, mentre l’arabo ha uno status speciale” – cioè minore N.D.A.). Per quanto riguarda Hezbollah e Hamas, essi, a differenza di quanto almeno a parole dichiarava l’Autorità Palestinese, sostengono non esserci alcuna possibilità di avere “due popoli, due Stati” perché entrambe sono nate con l’esplicito obiettivo di eliminare completamente Israele e rientrare in possesso di tutto il territorio. Per questo scopo si sono armate e il rinunciare agli armamenti, come richiesto da Washington e Tel Aviv, significherebbe per loro venir meno alla loro stessa ragion d’essere.

    Prima degli avvenimenti del 7 ottobre diversi Stati arabi della zona più il Sudan, il Marocco, il Kazakhistan e il Somaliland avevano deciso di sottoscrivere con Israele un impegno di collaborazione tramite gli Accordi di Abramo. Perfino l’Arabia Saudita sembrava pronta ad aderirvi e, molto probabilmente, l’assalto del 7 ottobre fu pensato proprio per impedire quest’ultima adesione, provocando una esagerata reazione israeliana e creando così una nuova difficoltà politica per la possibile pacificazione. Pacificazione che, non dimentichiamolo, sarebbe stata comunque raggiunta sulle spalle dei diritti dei palestinesi. Inoltre, chi, per motivi di volontà egemonica sul Medio Oriente, non aveva alcun interesse a che la questione trovasse una pur parziale soluzione era l’Iran, che da tempo finanziava e nutriva con armi sia Hezbollah sia Hamas (in barba alle differenze religiose: primi sunniti, i secondi sciiti come l’Iran) accreditandosi quale unico e vero difensore dei palestinesi e dell’Islam.

    Considerato quanto sopra, le ragioni della volontà israeliana di annientare senza pietà le due organizzazioni e distruggere l’Iran sembrerebbero chiare ed evidenti, ma non si possono disconoscere altri motivi che guidano il comportamento di Netanyahu e del suo governo. Indispensabili per garantire la maggioranza sono anche due partiti di estrema destra, uno più nazionalista e l’altro con forte identità religiosa. Tra questi ultimi il leader è l’attuale Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che a febbraio scorso non si è trattenuto dall’affermare che uno dei suoi obiettivi politici è: cancellare i maledetti Accordi di Oslo, smantellare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imporre la piena sovranità israeliana sulla Cisgiordania e reintrodurre un’amministrazione militare israeliana nei territori occupati. Nel suo partito (e altrove) ci sono anche fanatici religiosi che prendono alla lettera quanto scritto nel Deuteronomio (20:16–18) e cioè uno dei cinque libri della Torah: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri…». È pur vero che molti commentatori dei libri sacri ritengono che quelle parole vadano interpretate in senso riduttivo e non letterale, ma lo stesso problema interpretativo si pone anche con il Corano. Infatti, anche tra i musulmani c’è chi si comporta da fanatico quando parla di Jihad e chi invece cerca un’interpretazione del testo più “conciliante”. È bene ricordare che tra i religiosi fanatici israeliani ce ne sono anche che invocano la guerra ma rifiutano di prestare personalmente il servizio militare. Che dire poi di Ben Gvir, Ministro della Sicurezza nazionale, e dei suoi comportamenti visti in televisione e da lui fatti riprendere e diffondere con disgustosa supponenza?

    Di là dei vari fanatismi, se vogliamo trovare una qualunque giustificazione (?!) strategica alla volontà israeliana di estendere il proprio attuale territorio occorre ricordare che il Paese è circondato a sud e a nord dai nemici armati che ne chiedono la distruzione e che tra un confine e l’altro raggiunge al massino 114 chilometri e al minimo circa 10. Le guerre finora condotte, di cui una addirittura preventiva da parte di Tel Aviv, hanno visto la vittoria dell‘IDF grazie sia al forte sostegno americano sia all’abilità strategica dei suoi generali sia alla dedizione di tutti i cittadini. Nessuno può, tuttavia, dare per scontato che queste condizioni si ripetano e che altri eventuali attacchi di guerrieri altrettanto motivati e armati con mezzi moderni siano sempre automaticamente sconfitti. Invero, se la linea del fronte fosse sfondata, i cento chilometri di retrovie sarebbero ben poca cosa per consentire un contrattacco. Ecco perché, anche se ufficialmente non è ammesso, Israele si è dotata dell’arma atomica e vuole impedire che uno qualunque dei potenziali nemici, vedi Iran, se ne possa dotare. Ecco anche perché, indipendentemente dalle farneticanti dichiarazioni di Smotrich, l’IDF cercherà di non lasciare più i territori altrui che ora sta occupando.

    La logica di ciò che sta succedendo è ben chiara al Presidente libanese Aoun che, se gli fosse possibile, non solo firmerebbe immediatamente per la pace ma sottoscriverebbe volentieri un qualunque trattato di amicizia con Israele per rassicurarla che, da parte libanese, non dovranno mai temere nulla. Purtroppo tutti sappiamo che il governo di Beirut non controlla Hezbollah e che, nonostante i frequenti e ripetuti inviti al disarmo di tutte le forze politiche libanesi dopo la fine della guerra civile, Hezbollah non l’ha mai accettato e si è sempre comportata come uno Stato nello Stato esercitando il proprio potere, anche con la violenza, su certe fette di territorio (vedi il sud libanese e la Bekaa), sul governo e sui nodi infrastrutturali quali l’aeroporto e il porto di Beirut.

    Ovviamente, tutti auspichiamo che i conflitti si concludano presto e che palestinesi ed ebrei possano convivere pacificamente, magari in due Stati vicini e confinanti, ma la reciproca diffidenza, gli opposti obiettivi e le recenti stragi stanno costruendo un muro che sarà sempre più difficile abbattere.

  • Iran, USA, Israele: quale futuro?

    Riprenderanno, oppure no, le negoziazioni per Iran e Libano? E quando (e se) riprenderanno quali risultati potrebbero ottenere? Il cessate-il-fuoco già sarebbe qualcosa, ma al suo scadere? Rimarrà un perenne armistizio come successo con la guerra di Corea? Sembra piuttosto improbabile. Innanzitutto perché le situazioni geografica e politica sono molto diverse e poi perché le ragioni che hanno scatenato queste guerre sono enormemente diverse da quelle che videro scoppiare il conflitto coreano.

    Partiamo dalla questione iraniana.

    I due attaccanti, Israele e USA avevano in comune solo alcuni obiettivi: far cadere il regime per sostituirlo con uno accomodante ai desideri dei vincitori, distruggere la maggior parte delle capacità missilistiche offensive degli iraniani e porre fine ai suoi finanziamenti verso i proxi in Libano, a Gaza e altrove. Inoltre, si voleva che Tehran accettasse ufficialmente e definitivamente l’esistenza dello Stato di Israele. Per gli Stati Uniti, inoltre, un vero obiettivo era di ottenere la fine delle forniture di petrolio alla Cina e, soprattutto, che non venissero più fatte attraverso pagamenti in Yuan, confermando altresì l’uso del dollaro. Come comunicazione alle opinioni pubbliche la narrativa di entrambi era che lo scopo principale della guerra fosse impedire all’Iran di costruirsi la bomba atomica e, perfino con una certa ipocrisia, che un nuovo governo applicasse i diritti civili e umani verso la popolazione.

    Ebbene, se tutti questi erano gli obiettivi, nessuno di loro è stato raggiunto e, visto l’andamento del conflitto, non si capisce come potrebbero esserlo in un prossimo futuro. Oggettivamente, qualunque serio e onesto osservatore di politica internazionale e qualunque politico avveduto sapevano che si trattasse di obiettivi irraggiungibili ancora prima che cominciassero i bombardamenti. Obiettivi magari desiderabili, ma impossibili ad ottenersi per almeno due motivi. Il primo dovuto al ferreo controllo che le Guardie Rivoluzionarie hanno sull’economia e sugli armamenti del Paese. Il secondo perché, pur se una parte della popolazione non sopportava più il regime degli Ayatollah, un attacco dall’esterno avrebbe ricompattato (per vari motivi storici e culturali) la stragrande maggioranza dei cittadini attorno al governo nazionale, qualunque esso fosse.

    Perché, allora, Israele e Stati Uniti hanno comunque cominciata una guerra che non potevano vincere? La risposta, purtroppo, è nello stesso tempo sconfortante e semplice: per un misto di ignoranza e di malafede. L’ignoranza viene sia da inefficienti (o bugiardi?) servizi segreti che avevano dipinto l’”operazione” come facilmente fattibile e breve nel suo impiego, sia dalla presunzione del Presidente americano che, sopravvalutando sé stesso e le sue intuizioni personali, non ha ritenuto di considerare le giuste osservazioni e gli avvertimenti espressi da chi era più competente di lui. La malafede è soprattutto nel leader israeliano Netanyahu che conosceva la diffidenza contro l’Iran di tutta la popolazione ebraica del suo Paese e aveva bisogno di recuperare un po’ di consenso ma anche, magari, di allontanare a tempo indefinito il processo cui dovrebbe sottoporsi con la sicura sua condanna che ne potrebbe derivare.

    Ora è certamente possibile che i negoziati non trovino alcuna vera soluzione e che il conflitto ricominci. Un’invasione di terra sarebbe un massacro per i soldati americani ma Netanyahu potrebbe desiderarlo, indifferente alle conseguenze in termini di spreco di risorse, di vite umane e delle conseguenze terribili per le economie di tutto il mondo. Non è così per Trump. Quest’ultimo vorrebbe uscire il più presto possibile dalla trappola in cui si è trovato, ma non può farlo senza poter comunicare una qualche “vittoria” alla sua opinione pubblica, già pesantemente incattivita per i pessimi risultati economici e per essersi sentita trascinata in una guerra che considerano lontana e del tutto inutile per i propri interessi. Senza contare che la sua campagna elettorale fu basata sulla volontà di non fare più guerre e sulla critica a quelle iniziate da altri Presidenti. Malauguratamente per lui, comunque si chiuda, questa guerra è già persa ma deve trovare il modo di uscirne senza presentarsi formalmente come sconfitto. Va considerato che il tempo gioca a suo sfavore mentre gli iraniani sembrano disposti, anche per altre settimane, ad affrontare nuovi e pesanti sacrifici. Senza contare che, se anche si riuscisse a far cadere il Governo di Tehran, ne nascerebbe una guerra civile con esiti ancora più dannosi per la stabilità medio-orientale e per le economie di tutto il mondo. Come uscirne allora? Di là dalle rodomontiche dichiarazioni di Trump, il pallino è oggi nelle mani dei Pasdaran. Avendo subito una aggressione che ritengono giustamente di non aver provocato, oggi pretendono che gli USA si impegnino a finanziare la ricostruzione di tutti i danni subiti, la firma di un patto permanente di non aggressione, la vendita senza ostacoli del petrolio iraniano e dei suoi derivati e un accordo per la gestione libera dello stretto di Hormuz. Dovrebbe anche essere prevista l’eliminazione della maggior parte delle sanzioni attualmente in vigore e la restituzione del denaro iraniano ancora bloccato presso banche estere. In cambio, Tehran potrebbe accettare di rinunciare per sempre alle armi nucleari e di abbassare tutto il suo stock di uranio arricchito a un massimo di concentrazione del 3/4 percento. Il restante potrebbe essere conferito a un consorzio di cui farebbero parte Cina, Russia, Stati Uniti e i vicini del Golfo Persico eventualmente interessati.

    Ovviamente, in ogni negoziazione tutto può essere ri-discusso ma già una soluzione che parta dalla proposta di Tehran riguardo alla questione del nucleare potrebbe salvare la faccia di Trump e consentirgli di vantare una qualche vittoria da vendere alla propria opinione pubblica. Di sicuro Netanyahu farà tutto ciò che gli sarà possibile per far fallire ogni trattativa ma il costo politico ed economico di questa guerra è già troppo gravoso per gli americani e, nonostante le pressioni della lobby israeliana, Trump non può permetterselo.

    Per quanto riguarda il Libano e i bombardamenti israeliani la questione è molto diversa. In questo caso solo Israele è direttamente impegnata e quanto sta facendo in totale spregio delle vittime civili e delle distruzioni inutili, corrisponde esattamente a quanto ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Cisgiordania. Anche da Tel Aviv arrivano una spiegazione ufficiale e una (seconda) reale. La giustificazione raccontata è che sia indispensabile distruggere definitivamente le capacità offensive di Hamas e di Hezbollah, due organizzazioni che sono nate espressamente con lo scopo di “far sparire” Israele in quanto Stato. Questa motivazione ha una sua verità poiché è da anni che le due organizzazioni continuano a colpire con missili più o meno dannosi i territori e la popolazione israeliana. Ritenere dunque che i militanti di entrambe siano solo delle vittime è del tutto fuorviante. I bombardamenti e le uccisioni non riguardano però soltanto i guerriglieri ma colpiscono tanti palestinesi innocenti che magari neppure erano (almeno prima di ora) fiancheggiatori di Hamas o di Hezbollah. Come non bastasse, tra le vittime dei bombardamenti in Libano ci sono anche cittadini libanesi che nemmeno sono originari palestinesi e che non hanno nessuna colpa né hanno nutrito sentimenti ostili contro Israele. Qual è la seconda ragione di questa guerra che si affianca alla precedente? È quella che solo una frangia della popolazione israeliana osa pronunciare ad alta voce e che i coloni abusivi mettono in pratica: una pulizia etnica e la realizzazione della Grande Israele! Sembra incredibile che in un Paese che abbiamo sempre definito quale “l’unica democrazia del Medio oriente” si coltivi un tale proposito ma è ancora più incredibile che l’Europa non condanni come inaccettabile e condannabile quel comportamento. Dove sono quei “valori” che continuiamo a definire fondanti della nostra civiltà? Perché applicare sanzioni enormi alla Russia per presunte colpe molto meno catastrofiche e nulla fare verso atteggiamenti criminali eseguiti in barba non solo al “diritto internazionale” ma anche al senso comune? L’idea di “pulizia etnica” è diventata estranea alla nostra cultura perfino per quantità di popolazioni molto più ridotte, come possiamo accettare che la si rivolga contro addirittura milioni di persone che da millenni vivono in quelle zone? Tuttavia, cosa pensano di farne quegli ebrei ultra-nazionalisti religiosi che seguono i dettami del loro libro sacro (Deuteronomio 20:16-17 – Nelle città della terra promessa: “non lascerai in vita nulla che respira”) e vedono Amalek in ogni nemico? Ucciderli tutti? O mandarli altrove? E dove?

    Anche se Hamas e Hezbollah fossero distrutti completamente, la verità è che, nell’impossibilità fisica di attuare un genocidio che alcuni fanatici (fortunatamente pochi) auspicano, il problema della convivenza su quelle terre rimarrà irrisolto e nuovi adepti anti-israeliani spunteranno tra la popolazione palestinese. L’unica soluzione vera che porrebbe fine a ogni atto di guerra e di terrorismo sarebbe la co-esistenza dei due Stati: Israele e Palestina, con reciproco riconoscimento e possibili collaborazioni. Purtroppo, oltre a diffusa ostilità tra gli attuali israeliani e tra molti palestinesi verso questa ipotesi, la presenza di almeno 750.000 coloni abusivi che hanno occupato con la violenza terre e abitazioni di palestinesi in Cisgiordania rende quasi impossibile poterlo fare. Quale geografia potrebbe avere uno Stato Palestinese? Qualunque governo a Tel Aviv che volesse provare a ri-trasferire dentro Israele i coloni abusivi pesantemente armati finirebbe con lo scatenare una guerra civile.

    Il problema è che tra israeliani e palestinesi nessuno dei due ha tutte le ragioni o tutti i torti e nessuno riesce, purtroppo, a immaginare come risolvere definitivamente la questione.

  • La gravità delle cose: la pagliuzza e la trave

    Ci sono cose gravi che accadono ogni giorno, anzi gravissime, ed alle quali è data pochissima importanza, o sono semi ignorate, altre che diventano più gravi per l’impulso mediatico e partitico che le stigmatizza e da loro risonanza.

    Ci sono cose gravissime delle quali non si va a fondo per capire il perché accadono, per cercare di impedire che si ripetano.

    È gravissimo quanto accade, da ormai quattro anni in Ucraina, senza che certi benpensanti, paladini della libertà e del diritto, dedichino un po’ del loro tempo per radunarsi in piazza e marciare contro la vigliacca e barbara guerra di Putin, quegli stessi che, in gran parte pacificamente ma insieme a violenti facinorosi, hanno marciato per Gaza.

    E’ gravissimo che anche i morti contino meno se sono uccisi da Putin, al quale ancora troppa parte dell’occidente strizza l’occhio ed una parte ne ha preso o continua a prendere soldi.

    È gravissimo che durante i tanti cortei pro Pal si siano fatti molti danni ad infrastrutture pubbliche e private e ferito centinaia di poliziotti e carabinieri senza che vi sia stata una vera e ferma condanna degli organizzatori dei cortei, l’allontanamento dei delinquenti, un impegno alla vigilanza ed al controllo, un abbassamento dei toni della politica partitica di gran parte della sinistra e di Landini.

    È particolarmente grave non siano state riportate dalla stampa, con sufficiente clamore e perseveranza, le informazioni sull’iter giudiziale, se mai c’è, di coloro che in più occasioni, in quei cortei, hanno inneggiato ad Hamas, festeggiato la strage del 7 ottobre, ribadito che gli ebrei devono morire. Grave per il futuro di tutti noi, non solo degli ebrei, grave perché quelle persone sono delinquenti abituali o incoscienti succubi di altri violenti e perciò potenziali futuri delinquenti, grave anche perché, se non saranno adeguatamente puniti, si sentiranno legittimati a continuare sulla stessa strada di odio e violenza.

    Grave, molto grave che in una sede giovanile di Fratelli d’Italia, il 28 ottobre, tre, quattro ragazzi abbiano cantato inni del ventennio fascista, grave perché dimostra che in gran parte quei ragazzi non conoscono la storia recente né hanno tenuto conto del danno che, facendo quella che per loro era una bravata, procuravano alla parte politica rappresentata in quella piccola sede e della quale, probabilmente, conoscono ben poco.

    Altrettanto grave che a un episodio, svoltosi al chiuso, in pochi metri quadri, per responsabilità di alcuni ragazzi, sia stata data, a livello nazionale, sui media, più risonanza di quanto dato invece alle centinaia che, in più occasioni, hanno sfilato lanciando oggetti contundenti, incendiando e devastando vari luoghi, ferito le Forze dell’Ordine e, quello che è ancor più importante e pericoloso, inneggiato ad Hamas condividendo i crimini di terroristi organizzati militarmente i quali, dopo aver ucciso e mutilati centinaia di israeliani, hanno tenuto in ostaggio il popolo palestinese facendo subire ai civili distruzione e morte.

    Grave per l’atteggiamento della stampa ma soprattutto per le solite vaneggianti dichiarazioni di quei politici la cui unica ragion d’essere sembra quella di poter individuare un pericolo fascista ad ogni piè sospinto.

    Grave che un mondo di centro sinistra si accanisca, per un fatto importante ma marginale nella realtà italiana, ancora una volta contro il governo invece di verificare seriamente quanti al loro interno, iscritti o simpatizzanti, si siano macchiati di frasi e azioni razziste e antisemite.

    Grave, gravissima la mancanza di cultura, di rispetto degli altri, di capacità di moderato confronto oggettivo che dominano la nostra società, grave che ci sia sempre una doppia verità, una informazione non sempre coerente con la realtà.

    D’altra parte è noto, per chi ha avuto un minimo di insegnamenti e li ricorda, che è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio del vicino che la trave nel nostro.

  • Ogni cosa ha un prezzo

    Ogni cosa ha un prezzo e più l’obiettivo è importante più il prezzo sale.

    Se pace veramente sarà a Gaza, quando e come vedremo, il prezzo è stato per tutti altissimo sia per i civili palestinesi, morti a decine di migliaia per le bombe di Israele e per essere stati usati da Hamas come scudi umani, che per gli israeliani, sia quelli massacrati il 7 ottobre che gli altri, tenuti prigionieri e molti morti od uccisi durante la detenzione.

    Una pace che pesa per le condizioni che vedranno i pochi ostaggi israeliani rimasti, alcuni vivi ed altri cadaveri, restituiti a Israele mentre in cambio centinaia e centinaia di terroristi di Hamas saranno liberati, queste sono le condizioni, e facilmente questi torneranno, prima o poi, al loro turpe mestiere.

    Chi darà la garanzia che i tunnel saranno tutti distrutti, che saranno identificati tutti i depositi di armi, che i finanziamenti iraniani non continueranno a finanziare gli islamisti, che Hamas non continui ad arruolare nuove leve e a ricattare e terrorizzare la popolazione?

    Certamente il presidente Trump, e chi ha collaborato con lui nel difficile percorso che ha portato al cessate il fuoco ed aperto la strada al percorso di pace, ha dimostrato una volontà ed una capacità di mediazione ed intervento, con coprotagonisti i paesi arabi, che ci consente di sperare.

    Mentre a Gaza riprendono gli aiuti umanitari, per la popolazione allo stremo, non possiamo nascondere una realtà antica e sempre nuova, Hamas sarà veramente sconfitto, e messo in grado di non nuocere più, solo se il popolo palestinese saprà, nel suo insieme e singolarmente, riconoscere il diritto all’esistenza ed alla vita di Israele e costruirà un percorso di vita democratica mettendo al bando ogni terrorista.

    Una strada che per ora è un sentiero pieno di incognite ma che bisogna avere il coraggio di intraprendere, tutti, abbandonando quegli atteggiamenti che, anche in Europa ed in Italia, danno fiato all’antisemitismo.

  • Pace a Gaza: durerà?

    Mentre sembra che un accordo tra Hamas e Israele sia stato raggiunto tra le parti, l’intero mondo sta tirando un sospiro di sollievo. La carneficina in atto a Gaza potrebbe essere definitivamente finita e tutto lascerebbe pensare che si possa aprire una nuova era per il Medio Oriente. Purtroppo le cose non sono così semplici come si vorrebbe far apparire. L’attenzione internazionale è stata, comprensibilmente, focalizzata sui tragici avvenimenti di Gaza ma il problema dei rapporti tra israeliani e palestinesi è ben lontana dall’aver trovata una soluzione conclusiva. Trump ha tutto l’interesse ad annunciare come ha fatto nella conferenza stampa con Netanyahu che nell’area si aprirà una nuova situazione di pace ma, nonostante ognuno di noi lo auspichi, le difficoltà su quel cammino sono ancora tante ed è molto difficile intravedere un punto di arrivo sicuro, visto che le questioni più spinose restano irrisolte. Meglio poco che niente, dirà qualcuno, e certamente una pace a Gaza era indispensabile per poter pensare al futuro e dare sollievo alle popolazioni vittime di morti e distruzioni. Tuttavia, sarà davvero pace per lungo tempo?

    Cominciamo dai contenuti dell’accordo: Hamas restituirà gli ostaggi e, in cambio, gli israeliani libereranno più di un migliaio di prigionieri palestinesi. L’esercito di Israele comincerà il ritiro dalla Striscia e Hamas dovrà contemporaneamente disarmarsi completamente. Un futuro Governo sarà “tecnocratico” e controllato da un’equipe coordinata dallo stesso Trump con l’aiuto di Blair. La sicurezza sarà garantita dagli USA ma sarà gestita da una forza arabo-internazionale. In un futuro non precisato si terranno locali elezioni e saranno allora gli stessi palestinesi a gestire quel territorio. Vediamo come e perché si è arrivati a questa intesa condivisa da tutti gli Stati della zona.

    Le pressioni di Trump su Netanyahu erano diventate sempre più forti e, soprattutto dopo la fallita operazione del bombardamento israeliano a Doha, gli americani non potevano più permettersi una destabilizzazione ancora più grave dell’area medio-orientale. Da parte sua, Hamas era devastata militarmente, sentiva crescere un’ostilità popolare nei confronti del suo comportamento ed era ormai evidente che anche il possesso di ostaggi non avrebbe portato Israele alla cessazione delle ostilità o a un compromesso. Nel frattempo, stavano aumentando le pressioni di Qatar, Egitto e Turchia sulla stessa Hamas affinché si andasse verso una qualche soluzione soprattutto per non rovinare i buoni rapporti che questi Stati vorrebbero mantenere con gli USA. Per Israele la continuazione del conflitto stava diventando un onere economico insostenibile, una delegittimazione mondiale sempre più diffusa e la popolazione israeliana maggiormente ostile al Governo e alla guerra. Senza contare che anche nell’IDF la contrarietà al proseguimento delle operazioni cresceva in modo evidente. Oltre a tutto ciò, accettando il patto Netanyahu avrebbe potuto, durante le prossime elezioni, vantare di aver raggiunto tutti (o quasi) i suoi obiettivi: Hamas disarmata e fuori da ogni futuro Governo locale, ostaggi liberati, un Governo tecnocratico internazionale, una zona cuscinetto a Gaza, Hezbollah praticamente eliminata e armamento nucleare (ipotetico) dell’Iran fuori gioco. Inoltre, le pressioni americane cui non era più possibile sottarsi, davano al Primo Ministro la possibilità di giustificarsi con gli alleati estremisti nel suo Governo per “dover” rinunciare a una occupazione e ai futuri insediamenti ebraici nella Striscia.

    Ecco però nascere gli interrogativi e la possibilità che, pur avendo concordato le linee generali, si cominci ora a contrattare sugli aspetti applicativi.

    Hamas potrà impegnarsi a una qualche forma di disarmo ma la sua ragion d’essere fondamentalmente integralista e anti israeliana, il suo permanente desiderio di influenzare il futuro di Gaza e la permanenza dell’IDF, seppur parziale e ufficialmente temporanea, daranno ai terroristi le scusanti per non rinunciare del tutto alle armi. Se così sarà anche l’IDF avrà un motivo in più per rallentare o rinunciare al ritiro delle truppe. Da parte dei governi arabi che dovrebbero prendersi carico della sicurezza ci potranno allora essere ragioni per non inviare i loro militari, almeno fino a che ogni forma di ostilità armata non sarà del tutto scongiurata nella Striscia. Di certo nessun Governo arabo vorrebbe trovare i propri soldati in mezzo a un fuoco incrociato se il conflitto dovesse riaprirsi.

    Il problema più grave rimane però quello del futuro Stato Palestinese contro cui Netanyahu si è dichiarato apertamente. Se tale Stato non nascerà come realtà autonoma e indipendente il conflitto tra le due popolazioni, israeliana e palestinese, non sarà certo sopito e la tensione continuerà, ridando fiato agli estremisti di entrambe le parti. Ma quale Stato Palestinese sarà mai possibile vista l’attuale situazione? In Israele, anche chi vi era favorevole fino alla strage del 7 ottobre oggi non lo vuole più accettare perché teme che possa diventare un luogo di partenza per futuri terroristi e, pur contestando l’attuale maggioranza per tanti altri motivi, si trova d’accordo con Netanyahu nel non volerlo. Inoltre, gli insediamenti di coloni israeliani abusivi in Cisgiordania sono diventati così numerosi (e violenti) e si sono espansi a macchia di leopardo anche, e volutamente, per rendere quasi impossibile la costituzione di una qualunque organizzazione statale. Nel 2024 Israele si è appropriato di più terra in Cisgiordania che nei precedenti 20 anni messi insieme. Non si può dimenticare che dopo gli eventi del 2003 Trump non ha fatto nulla per impedire l’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e, anzi, ha persino revocato le sanzioni che Biden aveva imposto contro la violenza dei coloni, di fatto legittimandole. Tutti gli osservatori sono ora convinti che la soluzione dei Due Stati sia praticamente impossibile, almeno nel breve periodo. Purtroppo, anche la soluzione di un unico Stato ove convivano con uguali diritti ebrei e arabi sembra fuori portata. Di là dalla reciproca sfiducia, un ostacolo non minore è la Legge Fondamentale (in Israele, come in Gran Bretagna, non esiste una Costituzione) votata nel 2018 dalla Knesset che definisce Israele quale Stato degli ebrei (“casa nazionale del popolo ebraico”) e quindi riduce chi non lo è a cittadino di serie B.

    Siamo ben lungi, quindi, dall’avere raggiunta la “pace definitiva” in Medio oriente che Trump aveva annunciato. Eppure, la speranza è sempre l’ultima a morire e, almeno per ora, dobbiamo accontentarci di una tregua che consentirà per un qualche tempo che gli abitanti della Striscia non soffrano più la fame, che troveranno ancora una qualche possibile residenza stabile e che non dovranno, ce lo auguriamo, temere di essere seppelliti dalle bombe.

  • Tornati gli eroici deputati italiani

    Gli eroici deputati italiani sono velocemente tornati a casa per il loro piccolo bagno di folla mentre gli altri italiani sono, ovviamente, ancora trattenuti in Israele, come era previsto.

    Non ci saremmo aspettati diversamente visto che ormai la pubblicità c’era stata a sufficienza ma un minimo senso di rispetto, per il ruolo istituzionale che ricoprono e per il voto di quelli che li hanno scelti, avrebbe dovuto suggerire loro di rimanere con gli altri per tornare tutti insieme.

    Certo dividere per giorni le riprese televisive dalle barche, entrare nei telegiornali e nei vari mezzi di informazione è ben diverso che condividere spiacevoli e difficili giorni di detenzione, perciò ‘coerentemente’ hanno scelto di tornare subito in Italia.

    Forse faranno anche in tempo a partecipare a qualche manifestazione pro Palestina, a scrivere qualche interrogazione ed interpellanza, a fare cioè nulla di utile per i palestinesi che si stanno chiedendo che fine abbiano fatto gli aiuti alimentari e sanitari tanto sbandierati.

    Se questi aiuti sono veramente esistiti perché non consegnarli al Patriarca Latino di Gerusalemme, il Cardinale Pizzaballa, per poi proseguire comunque il percorso verso Gaza? Avrebbero ottenuto sia lo scopo di aiutare veramente la popolazione sofferente che di dare una dimostrazione politica.

    Domanda retorica ovviamente, l’operazione era solo politica, non umanitaria e il gioco delle parti continua accendendo ogni giorno nuove pericolose micce di odio e polemica.

  • L’ultima illusione ideologica

    L’ultima illusione ideologica di sentirsi protagonisti prende forma nel palcoscenico palestinese.

    Il piano di pace presentato dal Presidente Trump ha ottenuto la piena approvazione di tutti i paesi arabi ad esclusione dell’Iran, che è il principale finanziatore di gruppi terroristici di Hamas (*) ed Hezbollah. Di conseguenza nessun esponente presente all’interno della Flotilla si può più appropriare del diritto di rappresentare la maggioranza dei popoli arabi e quindi respingere la bozza di accordo presentata dagli Stati Uniti, anche perché i pochi rappresentanti in degli Stati arabi affacciati sul Mediterraneo e saliti su queste barche sono poi scesi quasi subito per una evidente incompatibilità con l’ideologia Lgbt rappresentata anche all’interno di queste barche.

    Un atteggiamento che dovrebbe far riflettere questi illuminati progressisti che vogliono salvare i palestinesi e che attribuiscono alle popolazioni arabe una inesistente mentalità inclusiva di genere.

    Pur considerando ogni forma di protesta legittima e quindi anche questa, tuttavia ancora una volta una manifestazione politica si sta trasformando in una ridicola sceneggiata. Uno spettacolo indegno confermato anche dalla presenza di parlamentari sia del Parlamento italiano che europeo, i quali, in virtù dei voti che hanno preso, dovrebbero restare ai propri seggi per ottemperare agli obblighi elettorali che hanno assunto verso i propri elettori.

    Quanto ai sindacati ed alla CGIL in primis, questi hanno assistito in silenzio alla deindustrializzazione di tutti i settori ma in particolare dell’Automotive determinata dalla politica della Commissione europea con l’applicazione del GreenDeal.

    Mentre in tutta Europa si stanno azzerando centinaia di migliaia di posti di lavoro con una ricaduta devastante per il sistema produttivo delle filiere produttive italiane, proclamare uno sciopero generale, si ribadisce NON per tutelare i lavoratori, ma come strumento di appoggio politico ed ideologico rappresenta un controsenso di dimensioni imbarazzanti.

    La reale crisi di rappresentatività che la politica italiana ed europea rappresentano in modo così evidente ora può essere allargata anche alle associazioni sindacali che hanno abbandonato come missione istituzionale la tutela dei lavoratori considerati ormai sacrificabili sull’altare del consenso ideologico. Viceversa risulta politicamente molto più appagante per tutte le associazioni sindacali rendersi protagoniste di scelte politiche ed ideologiche che con tutto hanno a che fare meno che con il mondo del lavoro e la tutela di chi opera.

    In altre parole, questa vicenda si conferma come l’ennesimo capitolo di una illusione ideologica di protagonismo che vede protagonisti attori di quart’ordine che cercano un palcoscenico che gli viene fornito purtroppo dalle tragedie e dalle guerre in atto ora in Europa quanto in Medio Oriente.

    (*) il regime reggente a Gaza

  • Accordi di pace

    Sappiamo che il Presidente americano Trump ha un forte ego e ama attribuirsi soluzioni miracolose per le situazioni politiche ed economiche più complicate che altri non hanno saputo risolvere. Chi ha potuto ascoltare la conferenza stampa che ha tenuto con il Primo Ministro israeliano Netanyahu avrà notato come il Tycoon abbia sottolineato almeno due volte che la crisi in Medio Oriente, che dura da almeno duemila anni abbia, grazie a lui, finalmente trovata una risposta positiva e definitiva. Gli ostaggi a Gaza saranno liberati entro 72 ore, l’esercito di Israele si ritirerà dalla Striscia in successive ondate, un nuovo Governo provvisorio che lui stesso coordinerà gestirà il mantenimento dell’ordine e dei servizi essenziali mentre la ricostruzione programmata consentirà a tutti i palestinesi del posto di ritornare (se lo vorranno) nel loro territorio. Un’aggiunta molto importante che ha giustamente tenuto a evidenziare ha riguardato il fatto che tutti i Paesi arabi e musulmani hanno concordato sul piano di pace da lui proposto e collaboreranno alla futura gestione dell’area. Il tono e le parole usate sono state scelte sicuramente in accordo con Netanyahu, che ha confermato tutto quanto detto dal Presidente. Mentre Trump non ha fatto alcun accenno alla questione della Cisgiordania affollata da coloni israeliani abusivi, il Primo Ministro ha però ribadito che la nascita di uno Stato palestinese è inaccettabile poiché costituirebbe un costante pericolo per la sicurezza di Israele.

    Che la possibile soluzione negoziata del conflitto a Gaza, così come presentata, sia un’ottima cosa e perfino il massimo ottenibile vista la situazione attuale resta indiscutibile. Che ciò rappresenti la risposta definitiva ai conflitti medio-orientali e sistemi una diatriba secolare è, tuttavia, una grossolana millanteria basata sul nulla. Diamo pure per buona l’idea che uno Stato di Palestina possa rappresentare un pericolo per la sopravvivenza dello stesso Israele, ma come la si mette allora con tutti i palestinesi che oggi vivono in Cisgiordania? Non sono decine, né centinaia, bensì milioni di persone a molti dei quali è stata sottratta con la forza bruta la terra che coltivavano e le case in cui abitavano. Anche chi di loro ancora può vivere del proprio raccolto e abitare nella propria casa come si organizzerà? L’ANP è screditata ma, pure se non lo fosse, quale governo potrebbe gestire una regione con pezzettini di terra distribuiti a macchia di leopardo e con difficoltà di collegamento tra l’uno e l’altro?

    A tutti noi piacerebbe che quanto detto in conferenza stampa a Washington costituisca davvero la fine dei secolari problemi tra ebrei e arabi in quelle terre ma qualche dubbio non minore rimane. Il problema della convivenza tra ebrei e musulmani non è mai esistito nella storia. A differenza di ciò che hanno fatto i cristiani verso i seguaci di Abramo attraverso pogrom, emarginazioni, persecuzioni ed esilio forzato, gli Stati a maggioranza musulmana li hanno sempre accolti pacificamente e la coesistenza delle due religioni sullo stesso territorio non ha mai creato problemi di alcun genere, tanto è vero che quando gli ebrei furono cacciati dalla Spagna cattolica la maggior parte di loro trovò rifugio e benessere proprio ove a comandare erano i musulmani. Il vero problema è cominciato solo quando i sionisti hanno preteso la creazione dello Stato di Israele e l’ONU ne ha stabilito la nascita formale. Fu allora che, nonostante l’Arabia Saudita in un primo momento e su pressioni inglesi accettasse quella decisione, gli Stati arabi della zona si ribellarono e iniziò la prima delle sanguinose guerre tutte poi vinte da Israele.

    Con gli Accordi di Abramo era sembrato che ci si incamminasse verso una soluzione pacifica ma il problema dei palestinesi era rimasto in sospeso in attesa di (im)possibili nuovi sviluppi. Perfino Riad si stava preparando ad aderirvi e, probabilmente, gli attacchi di Hamas del 7 ottobre furono scatenati proprio per impedirlo. La comprensibile reazione israeliana ha rimesso in discussione persino quell’Accordo già raggiunto rendendo impraticabile la sua continuazione. Ora, se veramente finirà la carneficina di Gaza con l’intesa tra tutti gli Stati coinvolti, gli Accordi di Abramo potrebbero anche rinascere e allargarsi. Non va, tuttavia, sottovalutato il fatto che né a Washington né a distanza, alcun rappresentante dei palestinesi sia stato direttamente coinvolto.

    Dire quindi, come hanno fatto in conferenza stampa, che si “apre una storica pace definitiva” per tutto il problema medio-orientale può essere utile a un Trump che pretende di ottenere il premio Nobel per la pace, ma a chi osserva con obiettività i fatti sembra una vanteria più che esagerata. Forse, se non ci saranno colpi di coda di Hamas (destinata ad auto-annullarsi, cioè “suicidarsi”, secondo le intese annunciate da altri) la popolazione di Gaza potrà tirare un sospiro di sollievo, ma come la metteremo con l’insieme di tutti i palestinesi e della Cisgiordania in particolare?

  • Non vi saranno mai due popoli e due Stati senza il riconoscimento di Israele e senza la resa di Hamas

    Lo abbiamo detto e scritto per anni, insieme ad alcuni altri che via via sono aumentati: la pace in Medio Oriente poteva avvenire solo con il riconoscimento dello Stato di Israele e la creazione ed il riconoscimento di uno Stato palestinese. Uno stato palestinese  liberato dai terroristi.
    Dopo anni di guerra, una guerra programmata e voluta da Hamas, con migliaia di morti e feriti, mentre Hamas continua a tenere in ostaggio i prigionieri israeliani, quelli che ancora non sono stati uccisi, ad usare i palestinesi come scudi umani e a tenere nella propria carta costitutiva, e ragion d’essere, proprio la distruzione di Israele, difficile immaginare il riconoscimento di uno Stato che non c’è e che non ha un punto politico di riferimento considerato che da un lato ci sono i terroristi che comandano e dall’altro l’autorità  palestinese di Abu Mazen che non conta più nulla.
    Sconfiggere Hamas dovrebbe essere l’impegno di tutti se si vuole raggiungere l’obiettivo di due popoli due Stati.
    Tutto questo sembra sfuggire a chi parla di riconoscere lo Stato palestinese senza che vi sia un interlocutore credibile al quale  affidare questo ipotetico stato, inoltre la decisione dei paesi arabi di tenere, salvo Iran ed Houthi, ben lontani sia Hamas che i profughi di Gaza la dice lunga sui timori che tutti hanno nella regione.
    Tutto questo sfugge completamente ai più o meno benpensanti sia della politica di centro sinistra che di parte della così detta società civile, tutti dobbiamo essere seriamente preoccupati per la disperata situazione dei civili, attanagliati dalla fame e sotto il doppio tiro dei soldati israeliani e dei miliziani di Hamas e dobbiamo tentare tutte le strade per aiutarli ma l’aiuto non sarà certo qualche facinorosa e violenta manifestazione, qualche ritrita e sterile contestazione dell’opposizione al governo italiano.
    La sinistra, ammesso che di sinistra si possa ancora parlare, vista l’incapacità di pensiero politico, di attenzione vera e di proposte concrete ai problemi principali di questo travagliato terzo decennio del terzo millennio, smetta di blaterare su due popoli e due Stati perché non vi saranno mai due popoli e due Stati senza il riconoscimento di Israele, senza la resa di Hamas, senza la nascita di una leadership palestinese credibile e autorevole.

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