Palestina

  • La gravità delle cose: la pagliuzza e la trave

    Ci sono cose gravi che accadono ogni giorno, anzi gravissime, ed alle quali è data pochissima importanza, o sono semi ignorate, altre che diventano più gravi per l’impulso mediatico e partitico che le stigmatizza e da loro risonanza.

    Ci sono cose gravissime delle quali non si va a fondo per capire il perché accadono, per cercare di impedire che si ripetano.

    È gravissimo quanto accade, da ormai quattro anni in Ucraina, senza che certi benpensanti, paladini della libertà e del diritto, dedichino un po’ del loro tempo per radunarsi in piazza e marciare contro la vigliacca e barbara guerra di Putin, quegli stessi che, in gran parte pacificamente ma insieme a violenti facinorosi, hanno marciato per Gaza.

    E’ gravissimo che anche i morti contino meno se sono uccisi da Putin, al quale ancora troppa parte dell’occidente strizza l’occhio ed una parte ne ha preso o continua a prendere soldi.

    È gravissimo che durante i tanti cortei pro Pal si siano fatti molti danni ad infrastrutture pubbliche e private e ferito centinaia di poliziotti e carabinieri senza che vi sia stata una vera e ferma condanna degli organizzatori dei cortei, l’allontanamento dei delinquenti, un impegno alla vigilanza ed al controllo, un abbassamento dei toni della politica partitica di gran parte della sinistra e di Landini.

    È particolarmente grave non siano state riportate dalla stampa, con sufficiente clamore e perseveranza, le informazioni sull’iter giudiziale, se mai c’è, di coloro che in più occasioni, in quei cortei, hanno inneggiato ad Hamas, festeggiato la strage del 7 ottobre, ribadito che gli ebrei devono morire. Grave per il futuro di tutti noi, non solo degli ebrei, grave perché quelle persone sono delinquenti abituali o incoscienti succubi di altri violenti e perciò potenziali futuri delinquenti, grave anche perché, se non saranno adeguatamente puniti, si sentiranno legittimati a continuare sulla stessa strada di odio e violenza.

    Grave, molto grave che in una sede giovanile di Fratelli d’Italia, il 28 ottobre, tre, quattro ragazzi abbiano cantato inni del ventennio fascista, grave perché dimostra che in gran parte quei ragazzi non conoscono la storia recente né hanno tenuto conto del danno che, facendo quella che per loro era una bravata, procuravano alla parte politica rappresentata in quella piccola sede e della quale, probabilmente, conoscono ben poco.

    Altrettanto grave che a un episodio, svoltosi al chiuso, in pochi metri quadri, per responsabilità di alcuni ragazzi, sia stata data, a livello nazionale, sui media, più risonanza di quanto dato invece alle centinaia che, in più occasioni, hanno sfilato lanciando oggetti contundenti, incendiando e devastando vari luoghi, ferito le Forze dell’Ordine e, quello che è ancor più importante e pericoloso, inneggiato ad Hamas condividendo i crimini di terroristi organizzati militarmente i quali, dopo aver ucciso e mutilati centinaia di israeliani, hanno tenuto in ostaggio il popolo palestinese facendo subire ai civili distruzione e morte.

    Grave per l’atteggiamento della stampa ma soprattutto per le solite vaneggianti dichiarazioni di quei politici la cui unica ragion d’essere sembra quella di poter individuare un pericolo fascista ad ogni piè sospinto.

    Grave che un mondo di centro sinistra si accanisca, per un fatto importante ma marginale nella realtà italiana, ancora una volta contro il governo invece di verificare seriamente quanti al loro interno, iscritti o simpatizzanti, si siano macchiati di frasi e azioni razziste e antisemite.

    Grave, gravissima la mancanza di cultura, di rispetto degli altri, di capacità di moderato confronto oggettivo che dominano la nostra società, grave che ci sia sempre una doppia verità, una informazione non sempre coerente con la realtà.

    D’altra parte è noto, per chi ha avuto un minimo di insegnamenti e li ricorda, che è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio del vicino che la trave nel nostro.

  • Ogni cosa ha un prezzo

    Ogni cosa ha un prezzo e più l’obiettivo è importante più il prezzo sale.

    Se pace veramente sarà a Gaza, quando e come vedremo, il prezzo è stato per tutti altissimo sia per i civili palestinesi, morti a decine di migliaia per le bombe di Israele e per essere stati usati da Hamas come scudi umani, che per gli israeliani, sia quelli massacrati il 7 ottobre che gli altri, tenuti prigionieri e molti morti od uccisi durante la detenzione.

    Una pace che pesa per le condizioni che vedranno i pochi ostaggi israeliani rimasti, alcuni vivi ed altri cadaveri, restituiti a Israele mentre in cambio centinaia e centinaia di terroristi di Hamas saranno liberati, queste sono le condizioni, e facilmente questi torneranno, prima o poi, al loro turpe mestiere.

    Chi darà la garanzia che i tunnel saranno tutti distrutti, che saranno identificati tutti i depositi di armi, che i finanziamenti iraniani non continueranno a finanziare gli islamisti, che Hamas non continui ad arruolare nuove leve e a ricattare e terrorizzare la popolazione?

    Certamente il presidente Trump, e chi ha collaborato con lui nel difficile percorso che ha portato al cessate il fuoco ed aperto la strada al percorso di pace, ha dimostrato una volontà ed una capacità di mediazione ed intervento, con coprotagonisti i paesi arabi, che ci consente di sperare.

    Mentre a Gaza riprendono gli aiuti umanitari, per la popolazione allo stremo, non possiamo nascondere una realtà antica e sempre nuova, Hamas sarà veramente sconfitto, e messo in grado di non nuocere più, solo se il popolo palestinese saprà, nel suo insieme e singolarmente, riconoscere il diritto all’esistenza ed alla vita di Israele e costruirà un percorso di vita democratica mettendo al bando ogni terrorista.

    Una strada che per ora è un sentiero pieno di incognite ma che bisogna avere il coraggio di intraprendere, tutti, abbandonando quegli atteggiamenti che, anche in Europa ed in Italia, danno fiato all’antisemitismo.

  • Pace a Gaza: durerà?

    Mentre sembra che un accordo tra Hamas e Israele sia stato raggiunto tra le parti, l’intero mondo sta tirando un sospiro di sollievo. La carneficina in atto a Gaza potrebbe essere definitivamente finita e tutto lascerebbe pensare che si possa aprire una nuova era per il Medio Oriente. Purtroppo le cose non sono così semplici come si vorrebbe far apparire. L’attenzione internazionale è stata, comprensibilmente, focalizzata sui tragici avvenimenti di Gaza ma il problema dei rapporti tra israeliani e palestinesi è ben lontana dall’aver trovata una soluzione conclusiva. Trump ha tutto l’interesse ad annunciare come ha fatto nella conferenza stampa con Netanyahu che nell’area si aprirà una nuova situazione di pace ma, nonostante ognuno di noi lo auspichi, le difficoltà su quel cammino sono ancora tante ed è molto difficile intravedere un punto di arrivo sicuro, visto che le questioni più spinose restano irrisolte. Meglio poco che niente, dirà qualcuno, e certamente una pace a Gaza era indispensabile per poter pensare al futuro e dare sollievo alle popolazioni vittime di morti e distruzioni. Tuttavia, sarà davvero pace per lungo tempo?

    Cominciamo dai contenuti dell’accordo: Hamas restituirà gli ostaggi e, in cambio, gli israeliani libereranno più di un migliaio di prigionieri palestinesi. L’esercito di Israele comincerà il ritiro dalla Striscia e Hamas dovrà contemporaneamente disarmarsi completamente. Un futuro Governo sarà “tecnocratico” e controllato da un’equipe coordinata dallo stesso Trump con l’aiuto di Blair. La sicurezza sarà garantita dagli USA ma sarà gestita da una forza arabo-internazionale. In un futuro non precisato si terranno locali elezioni e saranno allora gli stessi palestinesi a gestire quel territorio. Vediamo come e perché si è arrivati a questa intesa condivisa da tutti gli Stati della zona.

    Le pressioni di Trump su Netanyahu erano diventate sempre più forti e, soprattutto dopo la fallita operazione del bombardamento israeliano a Doha, gli americani non potevano più permettersi una destabilizzazione ancora più grave dell’area medio-orientale. Da parte sua, Hamas era devastata militarmente, sentiva crescere un’ostilità popolare nei confronti del suo comportamento ed era ormai evidente che anche il possesso di ostaggi non avrebbe portato Israele alla cessazione delle ostilità o a un compromesso. Nel frattempo, stavano aumentando le pressioni di Qatar, Egitto e Turchia sulla stessa Hamas affinché si andasse verso una qualche soluzione soprattutto per non rovinare i buoni rapporti che questi Stati vorrebbero mantenere con gli USA. Per Israele la continuazione del conflitto stava diventando un onere economico insostenibile, una delegittimazione mondiale sempre più diffusa e la popolazione israeliana maggiormente ostile al Governo e alla guerra. Senza contare che anche nell’IDF la contrarietà al proseguimento delle operazioni cresceva in modo evidente. Oltre a tutto ciò, accettando il patto Netanyahu avrebbe potuto, durante le prossime elezioni, vantare di aver raggiunto tutti (o quasi) i suoi obiettivi: Hamas disarmata e fuori da ogni futuro Governo locale, ostaggi liberati, un Governo tecnocratico internazionale, una zona cuscinetto a Gaza, Hezbollah praticamente eliminata e armamento nucleare (ipotetico) dell’Iran fuori gioco. Inoltre, le pressioni americane cui non era più possibile sottarsi, davano al Primo Ministro la possibilità di giustificarsi con gli alleati estremisti nel suo Governo per “dover” rinunciare a una occupazione e ai futuri insediamenti ebraici nella Striscia.

    Ecco però nascere gli interrogativi e la possibilità che, pur avendo concordato le linee generali, si cominci ora a contrattare sugli aspetti applicativi.

    Hamas potrà impegnarsi a una qualche forma di disarmo ma la sua ragion d’essere fondamentalmente integralista e anti israeliana, il suo permanente desiderio di influenzare il futuro di Gaza e la permanenza dell’IDF, seppur parziale e ufficialmente temporanea, daranno ai terroristi le scusanti per non rinunciare del tutto alle armi. Se così sarà anche l’IDF avrà un motivo in più per rallentare o rinunciare al ritiro delle truppe. Da parte dei governi arabi che dovrebbero prendersi carico della sicurezza ci potranno allora essere ragioni per non inviare i loro militari, almeno fino a che ogni forma di ostilità armata non sarà del tutto scongiurata nella Striscia. Di certo nessun Governo arabo vorrebbe trovare i propri soldati in mezzo a un fuoco incrociato se il conflitto dovesse riaprirsi.

    Il problema più grave rimane però quello del futuro Stato Palestinese contro cui Netanyahu si è dichiarato apertamente. Se tale Stato non nascerà come realtà autonoma e indipendente il conflitto tra le due popolazioni, israeliana e palestinese, non sarà certo sopito e la tensione continuerà, ridando fiato agli estremisti di entrambe le parti. Ma quale Stato Palestinese sarà mai possibile vista l’attuale situazione? In Israele, anche chi vi era favorevole fino alla strage del 7 ottobre oggi non lo vuole più accettare perché teme che possa diventare un luogo di partenza per futuri terroristi e, pur contestando l’attuale maggioranza per tanti altri motivi, si trova d’accordo con Netanyahu nel non volerlo. Inoltre, gli insediamenti di coloni israeliani abusivi in Cisgiordania sono diventati così numerosi (e violenti) e si sono espansi a macchia di leopardo anche, e volutamente, per rendere quasi impossibile la costituzione di una qualunque organizzazione statale. Nel 2024 Israele si è appropriato di più terra in Cisgiordania che nei precedenti 20 anni messi insieme. Non si può dimenticare che dopo gli eventi del 2003 Trump non ha fatto nulla per impedire l’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e, anzi, ha persino revocato le sanzioni che Biden aveva imposto contro la violenza dei coloni, di fatto legittimandole. Tutti gli osservatori sono ora convinti che la soluzione dei Due Stati sia praticamente impossibile, almeno nel breve periodo. Purtroppo, anche la soluzione di un unico Stato ove convivano con uguali diritti ebrei e arabi sembra fuori portata. Di là dalla reciproca sfiducia, un ostacolo non minore è la Legge Fondamentale (in Israele, come in Gran Bretagna, non esiste una Costituzione) votata nel 2018 dalla Knesset che definisce Israele quale Stato degli ebrei (“casa nazionale del popolo ebraico”) e quindi riduce chi non lo è a cittadino di serie B.

    Siamo ben lungi, quindi, dall’avere raggiunta la “pace definitiva” in Medio oriente che Trump aveva annunciato. Eppure, la speranza è sempre l’ultima a morire e, almeno per ora, dobbiamo accontentarci di una tregua che consentirà per un qualche tempo che gli abitanti della Striscia non soffrano più la fame, che troveranno ancora una qualche possibile residenza stabile e che non dovranno, ce lo auguriamo, temere di essere seppelliti dalle bombe.

  • Tornati gli eroici deputati italiani

    Gli eroici deputati italiani sono velocemente tornati a casa per il loro piccolo bagno di folla mentre gli altri italiani sono, ovviamente, ancora trattenuti in Israele, come era previsto.

    Non ci saremmo aspettati diversamente visto che ormai la pubblicità c’era stata a sufficienza ma un minimo senso di rispetto, per il ruolo istituzionale che ricoprono e per il voto di quelli che li hanno scelti, avrebbe dovuto suggerire loro di rimanere con gli altri per tornare tutti insieme.

    Certo dividere per giorni le riprese televisive dalle barche, entrare nei telegiornali e nei vari mezzi di informazione è ben diverso che condividere spiacevoli e difficili giorni di detenzione, perciò ‘coerentemente’ hanno scelto di tornare subito in Italia.

    Forse faranno anche in tempo a partecipare a qualche manifestazione pro Palestina, a scrivere qualche interrogazione ed interpellanza, a fare cioè nulla di utile per i palestinesi che si stanno chiedendo che fine abbiano fatto gli aiuti alimentari e sanitari tanto sbandierati.

    Se questi aiuti sono veramente esistiti perché non consegnarli al Patriarca Latino di Gerusalemme, il Cardinale Pizzaballa, per poi proseguire comunque il percorso verso Gaza? Avrebbero ottenuto sia lo scopo di aiutare veramente la popolazione sofferente che di dare una dimostrazione politica.

    Domanda retorica ovviamente, l’operazione era solo politica, non umanitaria e il gioco delle parti continua accendendo ogni giorno nuove pericolose micce di odio e polemica.

  • L’ultima illusione ideologica

    L’ultima illusione ideologica di sentirsi protagonisti prende forma nel palcoscenico palestinese.

    Il piano di pace presentato dal Presidente Trump ha ottenuto la piena approvazione di tutti i paesi arabi ad esclusione dell’Iran, che è il principale finanziatore di gruppi terroristici di Hamas (*) ed Hezbollah. Di conseguenza nessun esponente presente all’interno della Flotilla si può più appropriare del diritto di rappresentare la maggioranza dei popoli arabi e quindi respingere la bozza di accordo presentata dagli Stati Uniti, anche perché i pochi rappresentanti in degli Stati arabi affacciati sul Mediterraneo e saliti su queste barche sono poi scesi quasi subito per una evidente incompatibilità con l’ideologia Lgbt rappresentata anche all’interno di queste barche.

    Un atteggiamento che dovrebbe far riflettere questi illuminati progressisti che vogliono salvare i palestinesi e che attribuiscono alle popolazioni arabe una inesistente mentalità inclusiva di genere.

    Pur considerando ogni forma di protesta legittima e quindi anche questa, tuttavia ancora una volta una manifestazione politica si sta trasformando in una ridicola sceneggiata. Uno spettacolo indegno confermato anche dalla presenza di parlamentari sia del Parlamento italiano che europeo, i quali, in virtù dei voti che hanno preso, dovrebbero restare ai propri seggi per ottemperare agli obblighi elettorali che hanno assunto verso i propri elettori.

    Quanto ai sindacati ed alla CGIL in primis, questi hanno assistito in silenzio alla deindustrializzazione di tutti i settori ma in particolare dell’Automotive determinata dalla politica della Commissione europea con l’applicazione del GreenDeal.

    Mentre in tutta Europa si stanno azzerando centinaia di migliaia di posti di lavoro con una ricaduta devastante per il sistema produttivo delle filiere produttive italiane, proclamare uno sciopero generale, si ribadisce NON per tutelare i lavoratori, ma come strumento di appoggio politico ed ideologico rappresenta un controsenso di dimensioni imbarazzanti.

    La reale crisi di rappresentatività che la politica italiana ed europea rappresentano in modo così evidente ora può essere allargata anche alle associazioni sindacali che hanno abbandonato come missione istituzionale la tutela dei lavoratori considerati ormai sacrificabili sull’altare del consenso ideologico. Viceversa risulta politicamente molto più appagante per tutte le associazioni sindacali rendersi protagoniste di scelte politiche ed ideologiche che con tutto hanno a che fare meno che con il mondo del lavoro e la tutela di chi opera.

    In altre parole, questa vicenda si conferma come l’ennesimo capitolo di una illusione ideologica di protagonismo che vede protagonisti attori di quart’ordine che cercano un palcoscenico che gli viene fornito purtroppo dalle tragedie e dalle guerre in atto ora in Europa quanto in Medio Oriente.

    (*) il regime reggente a Gaza

  • Accordi di pace

    Sappiamo che il Presidente americano Trump ha un forte ego e ama attribuirsi soluzioni miracolose per le situazioni politiche ed economiche più complicate che altri non hanno saputo risolvere. Chi ha potuto ascoltare la conferenza stampa che ha tenuto con il Primo Ministro israeliano Netanyahu avrà notato come il Tycoon abbia sottolineato almeno due volte che la crisi in Medio Oriente, che dura da almeno duemila anni abbia, grazie a lui, finalmente trovata una risposta positiva e definitiva. Gli ostaggi a Gaza saranno liberati entro 72 ore, l’esercito di Israele si ritirerà dalla Striscia in successive ondate, un nuovo Governo provvisorio che lui stesso coordinerà gestirà il mantenimento dell’ordine e dei servizi essenziali mentre la ricostruzione programmata consentirà a tutti i palestinesi del posto di ritornare (se lo vorranno) nel loro territorio. Un’aggiunta molto importante che ha giustamente tenuto a evidenziare ha riguardato il fatto che tutti i Paesi arabi e musulmani hanno concordato sul piano di pace da lui proposto e collaboreranno alla futura gestione dell’area. Il tono e le parole usate sono state scelte sicuramente in accordo con Netanyahu, che ha confermato tutto quanto detto dal Presidente. Mentre Trump non ha fatto alcun accenno alla questione della Cisgiordania affollata da coloni israeliani abusivi, il Primo Ministro ha però ribadito che la nascita di uno Stato palestinese è inaccettabile poiché costituirebbe un costante pericolo per la sicurezza di Israele.

    Che la possibile soluzione negoziata del conflitto a Gaza, così come presentata, sia un’ottima cosa e perfino il massimo ottenibile vista la situazione attuale resta indiscutibile. Che ciò rappresenti la risposta definitiva ai conflitti medio-orientali e sistemi una diatriba secolare è, tuttavia, una grossolana millanteria basata sul nulla. Diamo pure per buona l’idea che uno Stato di Palestina possa rappresentare un pericolo per la sopravvivenza dello stesso Israele, ma come la si mette allora con tutti i palestinesi che oggi vivono in Cisgiordania? Non sono decine, né centinaia, bensì milioni di persone a molti dei quali è stata sottratta con la forza bruta la terra che coltivavano e le case in cui abitavano. Anche chi di loro ancora può vivere del proprio raccolto e abitare nella propria casa come si organizzerà? L’ANP è screditata ma, pure se non lo fosse, quale governo potrebbe gestire una regione con pezzettini di terra distribuiti a macchia di leopardo e con difficoltà di collegamento tra l’uno e l’altro?

    A tutti noi piacerebbe che quanto detto in conferenza stampa a Washington costituisca davvero la fine dei secolari problemi tra ebrei e arabi in quelle terre ma qualche dubbio non minore rimane. Il problema della convivenza tra ebrei e musulmani non è mai esistito nella storia. A differenza di ciò che hanno fatto i cristiani verso i seguaci di Abramo attraverso pogrom, emarginazioni, persecuzioni ed esilio forzato, gli Stati a maggioranza musulmana li hanno sempre accolti pacificamente e la coesistenza delle due religioni sullo stesso territorio non ha mai creato problemi di alcun genere, tanto è vero che quando gli ebrei furono cacciati dalla Spagna cattolica la maggior parte di loro trovò rifugio e benessere proprio ove a comandare erano i musulmani. Il vero problema è cominciato solo quando i sionisti hanno preteso la creazione dello Stato di Israele e l’ONU ne ha stabilito la nascita formale. Fu allora che, nonostante l’Arabia Saudita in un primo momento e su pressioni inglesi accettasse quella decisione, gli Stati arabi della zona si ribellarono e iniziò la prima delle sanguinose guerre tutte poi vinte da Israele.

    Con gli Accordi di Abramo era sembrato che ci si incamminasse verso una soluzione pacifica ma il problema dei palestinesi era rimasto in sospeso in attesa di (im)possibili nuovi sviluppi. Perfino Riad si stava preparando ad aderirvi e, probabilmente, gli attacchi di Hamas del 7 ottobre furono scatenati proprio per impedirlo. La comprensibile reazione israeliana ha rimesso in discussione persino quell’Accordo già raggiunto rendendo impraticabile la sua continuazione. Ora, se veramente finirà la carneficina di Gaza con l’intesa tra tutti gli Stati coinvolti, gli Accordi di Abramo potrebbero anche rinascere e allargarsi. Non va, tuttavia, sottovalutato il fatto che né a Washington né a distanza, alcun rappresentante dei palestinesi sia stato direttamente coinvolto.

    Dire quindi, come hanno fatto in conferenza stampa, che si “apre una storica pace definitiva” per tutto il problema medio-orientale può essere utile a un Trump che pretende di ottenere il premio Nobel per la pace, ma a chi osserva con obiettività i fatti sembra una vanteria più che esagerata. Forse, se non ci saranno colpi di coda di Hamas (destinata ad auto-annullarsi, cioè “suicidarsi”, secondo le intese annunciate da altri) la popolazione di Gaza potrà tirare un sospiro di sollievo, ma come la metteremo con l’insieme di tutti i palestinesi e della Cisgiordania in particolare?

  • Non vi saranno mai due popoli e due Stati senza il riconoscimento di Israele e senza la resa di Hamas

    Lo abbiamo detto e scritto per anni, insieme ad alcuni altri che via via sono aumentati: la pace in Medio Oriente poteva avvenire solo con il riconoscimento dello Stato di Israele e la creazione ed il riconoscimento di uno Stato palestinese. Uno stato palestinese  liberato dai terroristi.
    Dopo anni di guerra, una guerra programmata e voluta da Hamas, con migliaia di morti e feriti, mentre Hamas continua a tenere in ostaggio i prigionieri israeliani, quelli che ancora non sono stati uccisi, ad usare i palestinesi come scudi umani e a tenere nella propria carta costitutiva, e ragion d’essere, proprio la distruzione di Israele, difficile immaginare il riconoscimento di uno Stato che non c’è e che non ha un punto politico di riferimento considerato che da un lato ci sono i terroristi che comandano e dall’altro l’autorità  palestinese di Abu Mazen che non conta più nulla.
    Sconfiggere Hamas dovrebbe essere l’impegno di tutti se si vuole raggiungere l’obiettivo di due popoli due Stati.
    Tutto questo sembra sfuggire a chi parla di riconoscere lo Stato palestinese senza che vi sia un interlocutore credibile al quale  affidare questo ipotetico stato, inoltre la decisione dei paesi arabi di tenere, salvo Iran ed Houthi, ben lontani sia Hamas che i profughi di Gaza la dice lunga sui timori che tutti hanno nella regione.
    Tutto questo sfugge completamente ai più o meno benpensanti sia della politica di centro sinistra che di parte della così detta società civile, tutti dobbiamo essere seriamente preoccupati per la disperata situazione dei civili, attanagliati dalla fame e sotto il doppio tiro dei soldati israeliani e dei miliziani di Hamas e dobbiamo tentare tutte le strade per aiutarli ma l’aiuto non sarà certo qualche facinorosa e violenta manifestazione, qualche ritrita e sterile contestazione dell’opposizione al governo italiano.
    La sinistra, ammesso che di sinistra si possa ancora parlare, vista l’incapacità di pensiero politico, di attenzione vera e di proposte concrete ai problemi principali di questo travagliato terzo decennio del terzo millennio, smetta di blaterare su due popoli e due Stati perché non vi saranno mai due popoli e due Stati senza il riconoscimento di Israele, senza la resa di Hamas, senza la nascita di una leadership palestinese credibile e autorevole.

  • Gaza: chi dovrebbe essere riconosciuto?

    Anche l’ultimo tentativo per trovare le condizioni per una pace a Gaza è finito con un fallimento. Israele e Stati Uniti hanno abbandonato Doha e l’inviato americano Witkoff ha accusato Hamas di esserne il responsabile. L’accusa si basava sul fatto che, fino a poche ore prima, l’accordo sembrava possibile salvo che Hamas ha preteso che in cambio di una parte degli ostaggi ancora detenuti i palestinesi incarcerati nelle carceri israeliane che dovevano essere liberati fossero qualche centinaio in più del concordato.

    Witkoff e gli stessi negoziatori di Hamas hanno entrambi ragione e torto, contemporaneamente. Il problema vero, quello che impedisce il raggiungimento della pace temporanea o definitiva, è che sia Hamas sia Israele pretendono di raggiungere un obiettivo che non dichiarano ma che sanno inaccettabile per la controparte. L’attuale governo di Israele punta non solo ad eliminare Hamas ma a creare le condizioni per cui il maggior numero possibile di Gaziani si senta costretto a emigrare. Da parte sua, Hamas vuole ottenere non una tregua, bensì una pace definitiva (almeno sulla carta) che le consenta di sopravvivere come organizzazione e consentirle di urlare alla vittoria. È bene sapere che Hamas, un gruppo integralista religioso e nazionalista, nel suo atto costitutivo ha scritto che l’obiettivo era la “distruzione di Israele come Stato” (La richiesta della “sparizione di Israele” è esplicitamente presente nella Carta del 1988 e implicita nel documento del 2017 che continua a negare la legittimità dello Stato di Israele). Se le cose stanno così ogni atto, anche la morte di qualche (sic!) palestinese, è giustificata pur di raggiungere il risultato finale.

    Se vogliamo cercare di essere obiettivi, pur in una situazione umanamente tragica, dobbiamo ammettere che il governo di Netanyahu e Hamas si stanno comportando quotidianamente in un modo che può essere definito con due semplici aggettivi: cinico e spregevole.

    Come tutti sanno, il problema della convivenza tra arabi ed ebrei nel territorio che fu un protettorato britannico non è mai stato totalmente pacifico ma è molto peggiorato subito dopo che l’ONU autorizzò la costituzione dello Stato di Israele (soprattutto con l’avvallo di Gran Bretagna e Unione Sovietica mentre gli USA lo riconobbero solo in seguito). Se volessimo andare più lontano nel tempo dobbiamo ricordare che quelli che si autodefiniscono ebrei non furono la popolazione originaria di quell’area ma vi arrivarono circa 1800-1500 anni avanti Cristo occupando, con la forza, terre che erano già abitate da altri popoli quali, ad esempio, i filistei, i cananei, gli amorrei e gli ittiti. Nei libri sacri ebraici (il Pentateuco = Torah) è scritto che quella terra fu loro promessa da Dio in persona e che avrebbero dovuto distruggere ogni essere vivente che ci abitava prima: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita nulla che respiri, ma li voterai allo sterminio… come ti ha comandato il Signore tuo Dio, perché non vi insegnino a imitare tutte le abominazioni che fanno per i loro dèi.» (Deuteronomio 20:16–18). Questo pensiero che noi troviamo oggi abominevole non va dimenticato perché è proprio a quella ipotetica “promessa” e l’idea di essere il “popolo eletto da Dio” che si rifanno gli attuali fanatici religiosi ebrei che hanno i numeri indispensabili per garantire a Netanyahu la maggioranza, il Governo e la conseguente garanzia di evitare di essere processato per corruzione. Molte famiglie ebraiche erano arrivate in Palestina diversi anni prima che l’ONU autorizzasse la nascita di Israele e vi si erano stabilite generalmente in modo pacifico. Lo avevano fatto in gran parte per fuggire all’intolleranza e ai vari pogrom cui erano sottoposti dagli Stati e dalle popolazioni cristiane e avevano scelto proprio la Palestina non solo perché ricordava loro la “terra promessa” ma soprattutto perché nei territori controllati dall’impero ottomano non ci sarebbero stati problemi, salvo pagare tasse a carico di chiunque non fosse musulmano.  Altri vi arrivarono più tardi dall’Europa a causa dell’aumentare dell’anti-semitismo, sentimento in crescita fino a manifestare il peggio durante il nazismo.

    Conoscere queste premesse è importante per avere maggiori elementi di comprensione dell’Israele odierna e allo stesso tempo, però, non si deve dimenticare che il mondo ebraico ha sempre avuto forti dibattiti al proprio interno tanto che perfino della Torah esistono varie versioni. Anche tra gli attuali abitanti ebrei di Israele il dibattito politico è sempre stato piuttosto vivace e non è mai esistito un pensiero unico. La risicata maggioranza su cui si regge l’attuale governo e le forti contestazioni che lo accompagnano ne sono la dimostrazione. In merito al comportamento attualmente tenuto a Gaza e all’abusiva occupazione di terre palestinesi in Cisgiordania, una gran parte degli israeliani si oppongono a ciò che il Governo e i coloni abusivi dicono e fanno.

    Dopo l’atroce carneficina del 7 ottobre 2023 (su cui per motivi politici non è stato possibile aprire una inchiesta) gli iniziali obiettivi della necessaria reazione israeliana apparvero diversi tra chi puntava soltanto a rimuovere del tutto la futura minaccia terroristica da Gaza perseguendo i capi di Hamas e chi invece nutriva obiettivi ideologici massimalistici quali una occupazione israeliana permanente, la ricostruzione degli insediamenti ebraici e l’instaurazione della piena sovranità israeliana sulla Striscia.

    Chi pensava che lo scopo dovesse essere solo quello di distruggere le capacità militari di Hamas puntava a creare zone cuscinetto dentro e intorno al territorio e ottenere, allo stesso tempo, il ritorno di tutti gli ostaggi. Rientrava in questo piano il progetto di causare dei danni significativi, fino allo smantellamento, delle infrastrutture militari dei terroristi. Mentre l’esercito partì con questo obiettivo, i partiti della destra radicale molto influenti nel governo già pensavano che non solo Hamas ma tutta la popolazione civile palestinese andasse rimossa, anche a costo di sacrificare gli ostaggi rimasti. I rappresentanti di questi partiti estremisti si sono anche sempre dichiarati contrari agli scambi con ex prigionieri palestinesi poiché, e su questo hanno avuto spesso ragione, la maggior parte di loro sarebbe tornata al terrorismo immediatamente dopo il rilascio. La dimostrazione che su ciò avevano ragione è stato Yahya Sinwar, il leader di Hamas che fu la testa dell’operazione del 7 ottobre.

    Quando IDF cominciò la campagna di guerra il 27 ottobre 2023procedette come previsto attaccando un’area alla volta per poter concentrare gli sforzi e consentire alla popolazione civile di evacuare. Li però cominciò a manifestarsi l’atroce cinismo di Hamas che ha evitato assolutamente ogni scontro diretto per usare come campo di battaglia tutte le zone urbane e fare scudo umano di tutti i civili di Gaza.    Nella loro guerriglia, i miliziani hanno usato anche le centinaia di chilometri di tunnel che avevano costruito sotto il territorio per trasformare ospedali, scuole e siti delle Nazioni Unite in rifugi militari. Per evitare una molto probabile ostilità presente in alcune parti della popolazione palestinese, i guerriglieri terroristi hanno accentuato una repressione violenta contro la popolazione e utilizzato gli aiuti umanitari dell’ONU come arma per mantenere un consenso forzato. Con questo ricatto alimentare Hamas ha anche potuto rimpiazzare le perdite di miliziani combattenti con nuove reclute “obbligate”. Come previsto sin dall’inizio dell’operazione del 7 ottobre, Hamas ha usato gli ostaggi come merce di scambio e ogni volta che un accordo è stato raggiunto ne ha approfittato per far circolare internazionalmente filmati in cui si celebrava la vittoria e si costringevano all’umiliazione gli ostaggi in via di scambio. Ogni volta che, dopo aver “bonificato” l’area l’IDF se ne andava, Hamas ne riprendeva il controllo continuando a trattare i propri civili come scudi e a controllare l’ingresso e la distribuzione dei vari tipi di aiuti, alimentari e non, che arrivavano dall’esterno. L’idea di far gestire gli aiuti umanitari ad una organizzazione americana aveva l’obiettivo di separare Hamas dalla popolazione e di consentire la nascita di una opposizione interna contro il dominio violento di Hamas. Contrariamente alle intenzioni, di questa iniziativa si è visto il risultato fallimentare anche se non si può nemmeno escludere che i disordini e alcuni dei morti in fila per ritirare quegli aiuti siano imputabili alla stessa organizzazione terroristica. L’infiltrazione dei miliziani tra la popolazione inerme e il continuo aumento delle vittime, dà la prospettiva che la lotta contro i fanatici terroristi possa continuare per anni o decenni e ogni giorno che passa rende più probabile la morte dei prigionieri israeliani, tanto è vero che alcuni di loro sembrano essere stati giustiziati proprio mentre l’IDF si avvicinava alle loro posizione.

    È indubbio che il comportamento di Hamas sia riuscito a creare problemi anche all’interno di Israele poiché le forze politiche israeliane che avrebbero voluto un atteggiamento diverso nei confronti della popolazione inerme sono stati messi sotto accusa come “sostenitori del nemico”.

    Quanto sta accadendo può anche far comodo alla destra religiosa fanatica poiché la continuazione dei bombardamenti non può che spingere sempre di più, chi può farlo, ad emigrare. Secondo il Ministro delle Finanze Smotrich la campagna “distruggerà ciò che resta della Striscia di Gaza…… i residenti di Gaza raggiungeranno il sud della Striscia e da lì, a Dio piacendo (se ne andranno) verso paesi terzi come parte del piano del presidente Trump”. Sempre che lo vogliano, verso dove potrebbero andare non è chiaro a nessuno, anche perché, per ragioni della loro sicurezza interna, tutti i paesi arabi confinanti hanno già dichiarato di non essere disposti a riceverli.

    Nonostante la repressione interna, in alcune zone del sud della Striscia sembra si stia organizzando un fronte armato anti Hamas. A capeggiarlo sarebbe Mohamed Dahlan che era, fino al 2007, il referente dell’ANP nella Striscia. Ne fu cacciato manu militari ma, per completare il suo percorso, fu anche incriminato dai sodali di Ramallah per una presunta corruzione. Ora sembra che stia preparando il suo ritorno proprio puntando sul malcontento dei Gaziani verso Hamas e degli abitanti dei Territori verso Abu Mazen e i suoi sodali tutti sospettati di malgoverno e di corruzione.

    Come la questione potrà risolversi per ora è ancora una totale incognita. L’idea di una occupazione perenne di Gaza, progetto che piace tanto agli estremisti israeliani, è difficilmente gestibile perché il costo del mantenimento in loco di migliaia di militari in perenne stato di guerra costerebbe miliardi di dollari e sarebbero costantemente soggetti ad attentati. L’investimento necessario per tenere occupata la Striscia diventerebbe economicamente così importante da influenzare le priorità sociali di Israele, lo stato dell’economia e dell’esercito per qualche futuro decennio. Tuttavia, se Israele si ritirasse senza che siano nate le basi per un governo alternativo o la Striscia cadrebbe nell’anarchia o Hamas ritornerebbe a ricostituirsi e a dominare. Anche l’idea di assegnarne il governo all’ANP è praticamente impossibile, visto l’assoluto discredito di cui oramai gode sia a Gaza sia nella stessa Cisgiordania.

    Sempre che si riesca a mettere fuori gioco l’estrema destra israeliana (e quindi lo stesso Netanyahu) l’unica soluzione teoricamente praticabile nel prossimo futuro è quella di una insurrezione interna alla Striscia che renda possibile la nascita di un governo alternativo, magari controllato da Dahlan, che trovi l’appoggio di importanti Paesi arabi quali Arabia Saudita, Egitto e Giordania e che sia considerato accettabile da un nuovo governo israeliano. Riconoscere oggi lo Stato Palestinese, come vorrebbe fare Macron, potrebbe sembrare una buona mossa per sbloccare la situazione, salvo che ciò che manca è il soggetto: se non può essere Hamas e l’ANP è totalmente discreditata, chi dovrebbe essere riconosciuto?

    Per intanto, con l’aumentare delle distruzioni in atto e delle sofferenze dei civili palestinesi, Israele ha perso molto del consenso umano e politico che aveva raccolto in vari Paesi del mondo dopo il 7 ottobre ed è oggetto di condanne formali e di minacce di rottura di aiuti e rapporti diplomatici. Il Paese si trova oggi in una crisi morale, politica e sociale da cui ha difficoltà ad uscire e, oltre al problema di Gaza, avrà al più presto da affrontare anche la questione delle centinaia di migliaia di coloni che si sono illegalmente installati nell’attuale Cisgiordania e che per qualunque nuovo governo sarà ben difficile far sloggiare.

  • Il Qatar smette di fare il mediatore tra Hamas e Israele

    Il Qatar ha deciso di porre fine al suo ruolo di mediatore nei negoziati tra Israele e il movimento islamista palestinese Hamas. Lo ha confermato al quotidiano “Times of Israel” una fonte diplomatica che ha familiarità con la questione. Se il Qatar non fa più da mediatore, non ha più motivo di permettere a Hamas di mantenere il suo ufficio politico nel Paese, ha affermato la stessa fonte. In precedenza, fonti statunitensi e qatariote hanno dichiarato all’emittente “Cnn” che il Qatar ha accettato di espellere i leader di Hamas dalla capitale Doha in seguito a una richiesta arrivata dagli Stati Uniti dopo mesi di tentativi falliti per convincere il gruppo islamista ad accettare un accordo di tregua con Israele nella Striscia di Gaza. Secondo la fonte di “Times of Israel”, i leader di Hamas si sposteranno dal Qatar in Turchia. A seguito della notizia del ritiro dalla mediazione del Qatar, un funzionario di Hamas di alto livello ha dichiarato ai media internazionali che il gruppo islamista non ha ricevuto alcuna indicazione dal Paese di Golfo di lasciare Doha, dove da anni ha sede il suo ufficio politico. “Non abbiamo nulla da confermare o smentire riguardo a quanto pubblicato da una fonte diplomatica non identificata e non abbiamo ricevuto alcuna richiesta di lasciare il Qatar”, ha dichiarato il funzionario di Hamas da Doha.

    Secondo quanto riferito da “Cnn”, circa due settimane fa i funzionari Usa avrebbero informato le loro controparti del Qatar sulla necessità di smettere di dare rifugio a Hamas a Doha. Il Qatar ha accettato e ha dato al gruppo islamista un preavviso circa una settimana fa, hanno affermato le fonti di “Cnn”. “Hamas è un gruppo terroristico che ha ucciso statunitensi e continua a tenerli in ostaggio”, ha dichiarato a “Cnn” un funzionario di alto livello dell’amministrazione Biden, aggiungendo: “Dopo aver rifiutato ripetute proposte di rilascio degli ostaggi, i suoi leader non dovrebbero più essere i benvenuti nelle capitali dei partner degli Usa”.

    Nel corso dei negoziati mediati da Usa, Qatar ed Egitto nell’ultimo anno per raggiungere una tregua tra Israele e Hamas, i funzionari statunitensi hanno chiesto al Paese del Golfo di usare la minaccia di espulsione da Doha come leva nei colloqui con il gruppo islamista. L’impulso finale che avrebbe spinto il Qatar ad accettare di cacciare Hamas dalla sua capitale è arrivato di recente, dopo la morte dell’ostaggio statunitense-israeliano Hersh Goldberg-Polin e il rifiuto del movimento palestinese dell’ultima proposta di cessate il fuoco. Non è chiaro né quando i leader di Hamas saranno espulsi dal Qatar né dove andranno. Un funzionario statunitense ha spiegato a “Cnn” che al gruppo non è stato concesso un periodo di tempo prolungato per lasciare il Paese. Sebbene la Turchia sia vista come una possibile opzione, è probabile che gli Stati Uniti non approvino questo scenario.

  • La fine di Sinwar esempio per irriducibili fautori di violenza

    Quando muore una persona, specie se è uccisa, umanamente dispiace ma quando è eliminato uno dei più feroci terroristi ed assassini come Sinwar pensiamo solo che con la sua morte saranno risparmiate le vite di migliaia di innocenti.

    La fine dei vertici di Hamas ci auguriamo porti al più presto ad una nuova era per la Palestina e per Israele, che l’intera area ritrovi una convivenza civile, che ogni popolo, ogni legittimo governo abbiano la capacità, la volontà di sconfiggere qualunque tipo di terrorismo.

    La fine di Sinwar serva di estremo esempio agli irriducibili fautori di violenze, dagli Hezbollah all’Iran.

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