Parlamento Europeo

  • Il “candidato di punta” Manfred Weber non molla per la presidenza della Commissione europea

    I negoziati tra i governi per la scelta del candidato finale alla carica di presidente della Commissione europea non hanno trovato ancora un accordo, che deve essere raggiunto entro il 30 giugno, data della prossima riunione del Consiglio europeo. Tutto è bloccato da una richiesta di Macron, presidente della repubblica francese, coadiuvato da alcuni altri leader, di cambiare la regola imposta dalla tradizione dello “spitzenkandidat”, il candidato di punta, cioè quello espresso dal gruppo politico che alle elezioni ha ottenuto il maggior numero di voti. Per questa ragione, il gruppo del Partito Popolare Europeo ha presentato la candidatura del suo presidente, il democratico-cristiano bavarese Manfred Weber, che però nel corso dell’ultima riunione del Consiglio europeo non ha trovato un consenso maggioritario. Macron e i leader dei Paesi di Visegrad rifiutano il suo nome proprio perché respingono il sistema dello “spitzenkandidat”. Bisogna guardare avanti e puntare su personalità conosciute e meritevoli per la qualità del loro lavoro e per l’eccellenza della loro esperienza. Macron non ha fatto nomi che corrispondano a questo profilo. Ha anzi ritirato quello della commissaria europea alla concorrenza, la liberale danese Vestager. Che fare allora? Coloro che speravano in un ritiro di Weber si sono sbagliati di grosso. Il PPE resta fermo sulla difesa del metodo del candidato di punta e lo stallo nel Consiglio europeo non gli fa certo cambiare parere. Il PPE vuole difendere il principio democratico (chi vince ha il diritto di pretendere la candidatura) e la funzione primaria del Parlamento in seno all’UE. Così è anche per gli altri grandi gruppi. La diversità di opinioni in ordine alle candidature in seno al Consiglio è un problema del Consiglio, non del Parlamento. E’ vero che il Consiglio propone e il Parlamento decide. C’è quindi il rischio che il Consiglio presenti una candidatura che potrebbe non essere accettata dai parlamentari, aprendo in questo modo una crisi istituzionale dagli esiti per ora imprevedibili, perché il caso, fino ad ora, non si è mai presentato. In una intervista rilasciata a Marco Bresolin de La Stampa di Torino, Manfred Weber ha dichiarato che “il PPE difenderà la democrazia e un sacrosanto principio: se uno vuole fare il presidente della Commissione europea deve dirlo prima del voto. Altrimenti torniamo indietro ai giorni più bui degli accordi presi soltanto a porte chiuse. E’ questo che vogliamo? E’ così che pensiamo di riavvicinarci alla gente?”. Dopo aver dichiarato che il PPE è pronto al compromesso con gli altri Gruppi politici, alla domanda se ciò voleva dire anche essere pronti a cedere la presidenza della Commissione, Weber ha così risposto: “No, io sono il candidato del PPE che è stato il partito più votato con 41 milioni di voti. Sono stato nominato dal congresso e ho un mandato da difendere. In ogni governo di coalizione è il primo partito che ha il diritto di esprimere il candidato: a parte qualche piccola eccezione, è un principio base della democrazia. La nostra apertura al compromesso è sui contenuti del programma”. Ma il giornalista insiste: ma lei sarebbe disposto a farsi da parte per difendere questo metodo? E Weber: “Non è questo il punto, la vera questione oggi è che io sono il candidato del partito che è arrivato primo alle elezioni. E il partito mi sostiene…In parlamento senza il PPE non si va da nessuna parte. Nessuno dei nostri leader ha detto apertamente che gli “spitzenkandidaten” sono ufficialmente fuori dalla corsa. Curiosamente lo hanno fatto altri leader socialisti e liberali”. Il Consiglio si riunirà domenica 30 giugno. La sessione costitutiva del nuovo Parlamento è prevista per martedì 2 luglio. E se entro quella data il Consiglio non troverà un accordo, che cosa potrebbe succedere? “Senza un’intesa sull’intero pacchetto delle nomine il Parlamento si auto-organizzerà e credo sarà in grado di eleggere un proprio presidente” – conclude Weber. Lui comunque è sempre in corsa e le attese di chi lo voleva dimissionario per ora rimangono deluse.

  • Altra nomina al Parlamento europeo

    Il deputato europeo Raffaele Fitto, eletto nella lista di Fratelli d’Italia, è stato scelto co-presidente del gruppo dei Conservatori e riformisti (ECR – 61 seggi) insieme al polacco Ryszard Legutko (Diritto e Giustizia – Pis). “Non solo è un grande onore essere stato eletto all’unanimità – ha detto Fitto dopo l’elezione – ma è anche un motivo di soddisfazione e orgoglio per me e Fratelli d’Italia, che oggi in Europa è la seconda delegazione del gruppo europeo dei conservatori”. A lui si sono aggiunti, nella riaffermazione dell’orgoglio, i dirigenti di Fratelli d’Italia della Puglia, regione d’origine di Fitto. rivendicandone il merito anche a Giorgia Meloni, che avrebbe intuito vittoriosamente le possibilità del partito di ritornare forza importante nel dialogo europeo, La copresidenza di un gruppo europeo non è nuova nella storia degli ex Alleanza nazionale. Cristiana Muscardini, infatti, dopo essere stata vice presidente nella quinta legislatura (1999-2004), è stata copresidente nella sesta (2004-2009) insieme ad un irlandese del Fianna Fail, del gruppo Unione per l’Europa delle Nazioni (UEN), con una delegazione di 9 eletti di Alleanza Nazionale. Nella settima legislatura (2009-2014), dal 2012 è stata presidente del movimento CSR (Conservatori social riformatori) e membro del gruppo ECR, quello odierno di Fitto. C’era dunque una solida tradizione da onorare e Fitto è riuscito a renderle omaggio.

    I leader europei riuniti nel Consiglio europeo non sono stati in grado, invece, di trovare un accordo sui posti chiave a Bruxelles. Un nuovo vertice è stato convocato appositamente per il 30 giugno. “E’ stata una notte difficile – ha dichiarato il presidente Conte – ma farò ogni sforzo, fino all’ultimo”. Anche per l’Italia dunque la notte è stata complicata, forse di più di altri Paesi, con il capo del governo impegnato a sondare il terreno e le posizioni degli leader europei sulla possibile procedura d’infrazione per debito eccessivo. Conte ha incontrato il presidente francese Macron in un faccia a faccia in piena notte, a cui si sono aggiunti  il lussemburghese Xavier Bettel e poi Angela Merkel, la cancelliera tedesca. “Serve un pacchetto di proposte che rispecchi la diversità dell’Unione europea e serve tempo per trovarlo” – ha aggiunto Tusk. Il nuovo appuntamento è previsto per il 30 giugno, due giorni prima dell’elezione del parlamento europeo, ma le discussioni nel frattempo continueranno anche in occasione della riunione del G20 di Osaka. Pare comunque destinata a tramontare l’ipotesi del “candidato di punta”, che avrebbe favorito il bavarese Manfred Weber per la carica di presidente della Commissione europea e sembra uscito di scena anche Michel Barnier, che non avrebbe il gradimento della Germania. Anche le ipotetiche candidature del premier e della presidente della Croazia, Andrej Plenkovic e Kolinda Grabar Ritarovic, sorte non si sa bene da dove, sarebbero tramontate, insieme alla presidente della Banca mondiale, la bulgara Kristalina Georgieva. Candidature un po’ misteriose, queste ultime, forse lanciate per occupare lo spazio lasciato vuoto dal polemico rifiuto di Macron del sistema degli spitzenkandidaten, forse per contrastare un’ipotetica candidatura di un Paese forte, con candidature di un paese più debole, non in grado, a causa del suo peso, di imporre le sue vedute all’intera Unione europea. L’incontro dei leader è stato caratterizzato, come si poteva presumere, dal braccio di ferro tra Merkel e Macron, che era sostenuto dai liberali e dai socialisti per evitare l’applicazione del principio del “candidato di punta”, in sostanza, per impedire che il presidente del Ppe Weber diventasse presidente della Commissione. L’Italia, senza far nomi, ha indicato quale candidato ideale per la presidenza una personalità che sarebbe pronta a cambiare le regole europee. Non sono state spiegate quali, ma si presuppone quelle che impediscono all’attuale governo italiano di fare spese in deficit, aumentando il debito. Ma più che di candidature alle nuove cariche, Conte ha speso il suo tempo per evitare l’apertura della procedura d’infrazione per debito eccessivo. Ha incontrato molti leader e gli osservatori asseriscono che il clima era cordiale anche con Macron e con la Merkel. “Ma la situazione resta complicata” – avverte Conte, che non nasconde il fastidio causato dalle dichiarazioni di ieri del Commissario per gli Affari economici, Moscovici. Gli sembrano interpretazioni rigide, che potrebbe condurre a soluzioni irragionevoli o addirittura punitive per l’Italia. “Sarebbe grave” – avverte. L’Italia contesta i numeri e non i vincoli nella trattativa sulla procedura. Ma alla fine, che diranno i numeri? Ci sono modi diversi per verificarli? Lo sapremo dalle decisioni che verranno prese dal Consiglio, cioè dai governi degli Stati membri e non da Moscovici.

     

  • Le prime nomine al Parlamento europeo

    Le riunioni dei nuovi gruppi politici eletti al Parlamento europeo cominciano a dare  i primi frutti. Quello che era il gruppo liberale ALDE, ora trasformatosi in gruppo “Renew Europe” con l’arrivo dei macroniani francesi, ha eletto il suo nuovo presidente nella persona del rumeno Dacian Ciolos, già premier a Bucarest e commissario europeo all’agricoltura. La sua nomina ha però diviso il gruppo. Da un lato i suoi sostenitori, tra cui Macron, dall’altro tutti coloro che non dimenticano le sue vecchie posizioni del 2016 contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso e a sostegno della famiglia tradizionale. I malumori riguardanti la nomina del rumeno si concentrerebbero soprattutto nell’ala più legata ai valori liberali dell’ex ALDE, che avrebbero preferito la nomina dello svedese Frederick Federley o dell’olandese Sophie in’t Veld. Che la preferenza per la famiglia tradizionale rappresenti un discrimine, e sostanzialmente un ostacolo per la nomina a responsabilità politiche europee, la dice lunga sulla deriva culturale a cui si è giunti in Europa e addirittura in seno ad un gruppo politico detto liberale fino a ieri, se i suoi dirigenti non possono essere liberi di pensarla come vogliono a proposito di famiglia. Oggi quell’aggettivo qualificativo è stato tolto dalla denominazione del gruppo, pare per decisione di Macron, ma quell’eliminazione potrebbe voler dire “o la pensate così, o potete rinunciare a stare con noi”. Con buona pace della libertà di pensiero!

    Anche il gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, secondo gruppo con 153 seggi, ha un nuovo presidente. Si tratta dell’eurodeputata spagnola Iratxe Garcia Perez, che dirigerà il gruppo S&D nella prossima legislatura. E’ la seconda donna a presiederlo in 20 anni, dopo l’ex eurodeputata Pauline Green. E’ stata eletta per acclamazione su proposta del capo delegazione italiano David Sassoli. “Siamo tutti d’accordo – ha dichiarato la nuova presidente  nel suo discorso inaugurale – che dobbiamo fornire ai cittadini risposte solide e innovative in questo momento cruciale per il progetto europeo e per la nostra famiglia politica, la socialdemocrazia europea”. Per la nuova eletta, l’Europa deve riacquistare la sua anima sociale e porre le persone e la lotta contro le disuguaglianze al centro della sua azione politica, “basata su standard sociali che ci portano avanti. Siamo in grado di guidare i cambiamenti necessari – ha continuato la Garcia Perez – per continuare a servire i nostri cittadini, garantire standard sociali equi, guidare la lotta contro il cambiamento climatico, migliorare i diritti del lavoro in un’economia sostenibile e essere un faro di libertà e democrazia nel mondo”.

    Ieri sera intanto, Boris Johnson, favorito nella corsa per diventare premier britannico e leader del partito conservatore, ha partecipato per la prima volta ad un dibattito con i suoi quattro contendenti conservatori. L’ex sindaco di Londra, in grande vantaggio nelle “primarie” dei Tory, non ha commesso gaffe, come gli succede spesso, ma nello stesso tempo non ha brillato per le sue idee e per le convinzioni espresse. L’ultima trovata di Johnson è che l’accordo sulla Brexit di Theresa May con l’UE (respinto per ben tre volte dal Parlamento) in realtà, secondo lui, può essere rinegoziato spostando le discussioni sull’annoso confine irlandese nel periodo di transizione, cioè nelle trattative sulle future relazioni che si dovrebbero tenere dopo l’uscita di Londra dall’UE. Forse Johnson dimentica, o fa finta di dimenticare, che Bruxelles e i 27 Paesi membri dell’UE, non accetteranno mai questo punto, come hanno già detto e fatto capire molte volte in passato. Il futuro dell’Irlanda va negoziato prima, non dopo. Secondo Johnson, poi, c’è un margine di manovra con l’UE prima del 31ottobre, la nuova data limite della Brexit. Ma anche questo è un wishful thinking: pare davvero improbabile che dopo due anni di trattative a vuoto, ora improvvisamente si trovi una soluzione, soprattutto con un euroscettico come Johnson, soluzione mai trovata con una May abbastanza moderata. Tutti pensano però che la sua strategia porti ad un’uscita no deal, con tutte le conseguenze che si temono, soprattutto sull’economia e sul confine irlandese. Il dibattito non è stato chiaro e non ha presentato proposte di soluzioni convincenti, diverse da quelle conosciute all’epoca della May. Pare insomma che i politici conservatori non abbiano fatto una gran bella figura. La novità è rappresentata da Rory Stewart, il più europeista di tutti, che al secondo turno a Westminster è balzato al quarto posto con 37 voti, dietro ai 41 di Gove, ai 46 di Hunt e agli inarrivabili 126 di Johnson. Stewart è però sembrato un candidato che difficilmente arriverà in fondo. Johnson insomma pare non avere rivali e ciò per il futuro del Regno Unito e dell’Europa potrebbe essere una cattiva notizia: con lui il NO DEAL è sempre più probabile.

  • Le elezioni europee in Francia

    Macron non ce l’ha fatta. Il “Raggruppamento Nazionale” (già Fronte Nazionale) di Marine Le Pen ha superato di un punto (23,5%) il partito “En Marche” (22,5%) del presidente della Repubblica. Il risultato rappresenta certamente una bella umiliazione per Macron, che in ogni caso avrà modo di rifarsi in Europa, poiché il suo partito aderirà al gruppo politico dei liberali (ALDE&R – 109 deputati) che hanno conquistato il terzo posto, dopo il gruppo dei democratici cristiani (PPE- 180 deputati) e quello dei Socialisti (S&D- 145 deputati). La Le Pen aderirà al gruppo ENF, lo stesso della Lega di Salvini, con 58 deputati. Si può dire per lei quello che è stato detto per Farage nel Regno Unito e per Salvini in Italia: vincitori in patria e perdenti in Europa. Il voto francese ha espresso altre riserve. E’ in flessione la “France insoumise” di Mélenchon, che esce molto ridimensionata dal voto (6,3% con 6 deputati); sono in crisi i Repubblicani (8,2% con 7 deputati) e i Socialisti 6,4% con 6 deputati). Il loro crollo è epocale se si pensa che fino a qualche anno fa erano i partiti che si contendevano l’Eliseo. Un exploit di rilievo è rappresentato invece dai Verdi che hanno ottenuto il 13,1% dei voti con 12 deputati, collocandosi al terzo posto, meta insperabile fino a qualche mese fa. Le due liste riconducibili ai “gilet gialli”, invece, che tanto scalpore hanno avuto negli ultimi mesi con le loro violente manifestazioni contro il presidente della Repubblica, non hanno ottenuto nessun seggio, conseguendo un flop macroscopico al di sotto della soglia di sbarramento: Alliance Jaune lo 0,6% e The Patriots lo 0.7%. Quadro politico scombussolato, dunque, rispetto ai parametri dei partiti nell’Assemblea Nazionale, con un’affermazione “sovranista” indubbia della Le Pen che sarà nettamente minoritaria in seno al Parlamento europeo. Macron si rifarà in Europa, dicevamo, e lo abbiamo visto all’opera a Bruxelles, prima della riunione del Consiglio europeo, operando contatti con numerosi leader nazionali in previsione delle importanti nomine che dovranno avere luogo a seguito delle elezioni. Contatti lobbystici, diremmo, tesi a stabilire alleanze e a garantire quel potere che dovrà gestire gli affari dell’Unione europea. Questa fase di contatti e di incontri è assolutamente indispensabile al fine di ottenere un equilibrio tra nazionalità e tra tendenze politiche. A questo proposito Macron ha già infranto una tradizione: quella degli spitzenkandidaten, secondo la quale il partito che otteneva in Europa il maggior numero di seggi poteva pretendere, e ottenere, la presidenza della Commissione europea. Questa regola ha funzionato per più di sessant’anni, ma per Macron è ora di cambiarla, perché il suo gruppo non è il primo al Parlamento europeo, quindi si invoca la riforma che lo possa soddisfare. Due sono i suoi candidati, il francese Michel Barnier, capo negoziatore della Brexit per conto dell’UE, e la danese Margrethe Vestager, commissario alla Concorrenza nella Commissione di Juncker. Attivissimo in questa funzione di lobby, Macron esercita indefessamente nello stesso tempo una funzione di leadership, che vede in ombra Angela Merkel, tanto più che il candidato alla presidenza della Commissione, secondo la tradizione che Macron vuole abbattere, è proprio un tedesco, l’attuale presidente del gruppo del PPE, che ha il maggior numero di deputati (180), il bavarese Manfred Weber. Macron, non solo scombina le prospettive tedesche, ma sta operando assiduamente per avere con sé la Spagna, la quale potrebbe sostituire l’Italia nell’assegnazione di funzioni che l’Italia perderebbe, da un lato per l’isolamento in cui si trova attualmente con il governo giallo-verde, e dall’altro per l’insipienza del Presidente del Consiglio e per lo stato di minoranza in cui si trova in Europa uno dei suoi due vice, il vincitore delle elezioni in Italia, Matteo Salvini. Dopo l’atteggiamento dell’altro suo Vice, Luigi Di Maio, che andò in Francia per sostenere i “gilets gialli”, è improbabile che Macron tenga conto delle esigenze italiane. Quali esigenze, tra l’altro? Fino ad ora nessuno le ha formulate, mentre in Europa i giochi sono in corso e le alleanze si stanno formando. Per concludere, si può affermare che non avendo ottenuto soddisfazione in Francia, dalle elezioni europee, Macron la soddisfazione la cerca in Europa e non è detto che non riesca ad ottenerla, anche a scapito nostro.

  • In Europa per rappresentare l’Italia. E lasciare le risse a casa

    Finite le elezioni europee ed in attesa che finiscano anche i vari, e spesso astratti, commenti ed analisi del voto restano da affrontare i problemi europei e quelli italiani.
    Cosa faranno i deputati, riconfermati o di prima nomina, tenuto conto che i capipartito, salvo Berlusconi, rimarranno in Italia, vista l’incompatibilità tra parlamento nazionale ed europeo e che perciò si dovrà creare quel raccordo Roma Bruxelles che fino ad ora non è mai esistito? I ministri italiani andranno a Bruxelles conoscendo i dossier da discutere, le priorità degli altri paesi per potere aprire trattative ed ottenere compromessi politici utili anche all’Italia o continueranno nelle polemiche sterili e nelle minacce a vuoto che hanno fino ad ora contraddistinto la nostra
    politica? I governativi comprenderanno che se continueranno  a parlare esclusivamente con i paesi  che non accettano nessun migrante i migranti comunque continueranno ad arrivare proprio in Italia, mentre il problema è europeo a va discusso, con preparazione, decisione nella sostanza e moderazione nei toni, all’interno del Consiglio europeo? Capiranno che non è possibile ottenere un salario minimo europeo se prima non si realizza una comune politica economica attraverso la quale dare un nuovo impulso allo sviluppo e perciò alzare il tenore di vita, gli stipendi, nelle ex repubbliche dell’est? In caso contrario si rischia che il salario minimo porti ad  abbassare i salari nei paesi più sviluppati.

    Realizzare una politica economica comune, che ancora manca, e l’assenza della quale ci fa sopportare l’invasione di merci illegali e contraffatte, la delocalizzazione, la scorrettezza di troppe vendite on line, l’insicurezza doganale e  l’ingiustizia fiscale mentre aumentano le nuove povertà e diminuisce costantemente la natalità. Nello stesso tempo non è possibile garantire stabilità e riprendere un progresso economico e sociale senza una politica estera comune, l’esempio della Libia valga per tutto e per tutti.

    I nuovi deputati hanno chiaro che, al di là della loro appartenenza partitica, in Europa si rappresenta l’Italia, il suoi diritti, i suoi doveri, la sua immagine di paese fondatore e di potenza mondiale e che perciò le risse di casa si risolvono in casa e non nel Parlamento europeo? Hanno chiaro che studiare i dossier non significa dare retta ad una lobby o ad un sistema industriale ma sentire le varie parti, studiare i problemi, confrontarsi con i colleghi degli altri paesi per trovare alleanze e condivisioni? E i deputati dell’opposizione riusciranno ad avere la necessaria determinazione per affrontare i colleghi della maggioranza senza posizioni preconcette cercando di aprire la strada ad un nuovo e più significativo ruolo del Parlamento chiedendo ai colleghi di tutti i gruppi e di tutte le nazionalità di sostenere la richiesta di una nuova Convenzione europea come il percorso necessario per siglare quel nuovo trattato che realizzi il voto comunitario, almeno per alcuni temi, all’interno del Consiglio ed un vero potere legislativo per il Parlamento?
    Nell’attesa continueremo in Italia, come sempre, ad assistere alle note risse da cortile sperando che si fermino qui e che, prima o poi, prevalga il buon senso ed il vero interesse nazionale del quale troppi parlano e troppi si dimenticano.

  • Le elezioni europee: vinte in Italia, perse in Europa

    Finalmente le tanto attese e temute elezioni europee hanno avuto luogo. Attese dagli uni, i non sovranisti, nella speranza di spostare consensi dal blocco giallo-verde (Lega e Grillini), attese dagli altri, i sovranisti, nella prospettiva di cambiare le cose in Europa e di far recuperare sovranità agli Stati nazionali. La posta in gioco, a livello europeo, era la prosecuzione del processo di integrazione europea, o la vittoria dei sovranisti, con l’arresto di tale processo. A livello nazionale italiano la posta riguardava tanto l’aspetto europeo, quanto la verifica dei consensi, da confermare, o da re-distribuire,  tra i partiti in lizza, rispetto ai risultati delle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Orbene, i risultati in Europa hanno premiato i non sovranisti, poiché questi ultimi sono risultati una minoranza, anche se sono riusciti ad affermarsi in alcuni Paesi, come in Italia, con la Lega, in Francia con Marine Le Pen e nel Regno Unito con il partito Brexit di Farage. Nonostante gli indubbi successi nei loro rispettivi Paesi, in Europa conteranno poco e, per fortuna di tutti noi, le loro idee alternative all’integrazione non avranno successo. I media dell’establishment, all’indomani del voto, hanno sottolineato con enfasi il grande successo dell’Europa attraverso la partecipazione al voto di poco superiore al 50%, cosa che non accadeva da vent’anni. Sarà un successo rispetto a vent’anni fa, non lo neghiamo, ma non è una gran cosa in assoluto, se pensiamo che nel 1979, in occasione delle prime elezioni europee, la percentuale media è stata del 62% e dell’85,6% in Italia. Da allora si sono fatti passi indietro e la colpa non è tutta dell’Europa, che non avrebbe saputo interessare i suoi cittadini, ma delle forze politiche che, obnubilate dal problema del potere, tra divisioni interne, mercanteggiamenti meschini, disinformazione costante, non hanno saputo, o non hanno voluto, fare politica in funzione europea, con un salto di qualità e di interesse che li avrebbe distolti dal persistente provincialismo, ristretto di vedute e limitato nelle prospettive. Questa apertura non è avvenuta ed anche il nuovo che nasceva in Europa era percepito come una costrizione, anziché come un necessario passo in avanti sulla via della costruzione europea e della sua sovranità rispetto alla globalizzazione senza regole, come è malauguratamente accaduto con la decennale crisi iniziata alla fine del 2007. Partecipare alle elezioni è una presa di coscienza necessaria per trasformare gli elettori in cittadini e per renderli consapevoli che il loro voto è un elemento indispensabile nella gestione della cosa pubblica. Più si partecipa, più si è coscienti, e viceversa. L’auspicio è che la prossima legislatura europea sia uno stimolo costante, anche attraverso l’informazione corretta, per elevare i partiti dei nostri Paesi membri, all’altezza dei compiti che li attendono e non per strumentalizzare le ragioni europee ai fini della politica interna. In Italia i risultati hanno premiato in larga misura il capo della Lega Matteo Salvini, che ha superato il 34% dei voti, distanziando i Grillini di 17 punti e che hanno ottenuto soltanto la metà dei voti leghisti (17,7%). Il Partito Democratico, in seconda posizione, ha superato i Grillini di 5 punti, arrivando al 22,69%. Anche Fratelli d’Italia è da annoverare tra i partiti vincitori, avendo superato la temuta soglia del 4% ed ottenuto il 6,45% con 6 seggi. “E’ un risultato storico” proclama il titolo del Secolo d’Italia. Sarà anche vero, ma nelle elezioni del 1994 Alleanza Nazionale, da cui discende in parte Fratelli d’Italia,  ottenne 11 seggi, e in quelle del 1999 e del 2004 si fermò a 9, e con una vice presidenza di gruppo nel 1999 e una copresidenza nel 2004. La vittoria di Salvini è la grande novità che ha scombussolato i consensi espressi alle elezioni politiche del marzo 2018, novità che mette in forse la coalizione giallo-verde e che vede Salvini proiettato verso la presidenza del Consiglio. “Siamo il primo partito italiano in seno al Parlamento europeo”, dicono. Tutto vero. E quanto conterà questo primo posto in Europa? Salvini non andrà a Strasburgo. Quale personalità lo sostituirà? In quale gruppo politico troverà collocazione? Certamente nell’ENF (Europa delle Nazioni e delle Libertà), con Marine Le Pen e l’olandese Geert Wilders, gruppo che dispone di 58 seggi; forse un po’ pochi per far fronte ai gruppi dei democratici cristiani del PPE (180 seggi), dei socialisti del S&D (146 seggi), dei Liberali dell’ALDE&R (109 seggi), dei VERDI/EFA (69 seggi). In questi giorni a Bruxelles si incontrano i capi di governo di vari Paesi per il raggiungimento di accordi relativi alle nomine più importanti dell’UE: Presidente del Consiglio europeo, presidente della Commissione europea, Vice presidente della Commissione e Alto Rappresentante per la Politica Estera, Presidente della BCE. Macron la fa da padrone e tenta di mandare all’aria gli equilibri garantiti fino ora da democristiani e socialisti.  Chi c’è a Bruxelles per difendere gli interessi italiani e negoziare con gli altri partner per assicurare a una personalità italiana una di queste importanti funzioni?  I vincitori italiani dove sono? Non certamente dove si negozia e si regolano accordi. Forse ci potrebbe essere Berlusconi, che non potrà parlare e negoziare per conto dell’Italia, non essendo al governo. Potrà farlo indirettamente in seno al PPE, di cui è un autorevole rappresentante.  L’Italia è tra i sei Paesi fondatori delle Comunità europee e meriterebbe,  a nostro parere, una sorte migliore. La Lega ha vinto in Italia, ma ha perso in Europa se non arriverà ad assicurare una delle funzioni indicate ad una personalità italiana. Sulle prospettive delle politiche europee ne parleremo in un’altra occasione, dopo che le nomine avranno avuto luogo e che i nuovi schieramenti saranno stati decisi.

  • Per cambiare in meglio l’Europa bisogna conoscerla davvero

    Tra poche ore il voto per il Parlamento europeo e per il presidente della Commissione, ancora qualche fuoco d’artificio e poi rien ne va plus, bisognerà solo andare al seggio, votare e sperare, nel marasma generale, che i risultati non siano troppi penalizzanti per l’Italia e che chi ha fatto tante sparate in campagna elettorale sia capace di trovare un po’ di buon senso e si metta a studiare seriamente per evitare di far fare all’Italia altri passi indietro.

    Gi italiani voteranno anche se i partiti, i loro capi, i candidati, nella maggior parte dei casi, non hanno parlato di Europa se non per dire che va cambiata e giornali e giornalisti si sono adeguati, continuando invece a fare domande sulla durata del governo, su eventuali elezioni nazionali e su più o meno innaturali nuove alleanze.

    Quei pochi che hanno tentato di affrontare i temi europei  più urgenti, dalla difesa comune all’immigrazione, dalla lotta al terrorismo a quella delle nuove povertà, dall’ambiente alle regole per impedire che mezzi tecnologici ed informatici da grande risorsa si tramutino in un nuovo grande ed irrisolvibile problema, sono stati relegati in qualche articolo interno e più o meno banditi dalle televisioni. Siamo ancora un paese che si guarda l’ombelico pensando che sia il centro del mondo, che pensa di risolvere i problemi ignorandoli o sparando frasi ad effetto, che non fa i conti con la realtà e non ha progetti per il futuro. Anche per questo l’Europa è necessaria e cambiarla in meglio significa conoscerne pregi e difetti, conoscere le esigenze degli altri paesi, non per fare  lo sterile gioco del tiro alla fune ma per trovare corrette mediazioni che rispettino i diritti e le necessità di ciascuno.

    In Europa bisogna starci fisicamente, non ignorare le riunioni o assentarsene dopo poco, e bisogna starci con la testa, conoscere i dossier e le mentalità diverse per ogni nazione, bisogna impegnarsi  per trovare il modo di fare si che il Consiglio europeo, l’organo che ha in mano il vero potere, trovi, almeno per alcuni temi, un sistema di voto comunitario per impedire che interessi nazionali esasperati, come è avvenuto per l’immigrazione, impediscano fattive collaborazioni e creino dannose rivalità, sempre a vantaggio dei più capaci e forti e dei loro stati satellite, come è avvenuto per il Made in con le note conseguenze economiche. Occorre una nuova Convenzione europea per definire limiti ed obblighi, per dare maggiore valenza e peso al Parlamento che rappresenta i cittadini, per ridisegnare le missioni, gli obiettivi interni ed esterni all’Unione, tenendo ben presenti le variegate realtà africane e cinesi, per identificare le priorità in campo economico e finanziario prima che il crollo di qualche banca europea, oltre Atlantico, ci riprecipiti in una nuova crisi o che un paese europeo scateni guerre, come quella libica, le conseguenze delle quali pagheremo tutti ancora per molto.

  • Ok del Parlamento europeo a programmi per investimenti di 700 miliardi entro il 2027

    Il Parlamento europeo ha dato il via libera al nuovo programma europeo per sostenere gli investimenti e l’accesso ai finanziamenti nel periodo 2021-2027, concordato in parte con i ministri dell’Unione europea. Con l’obiettivo di generare quasi 700 miliardi di euro di investimenti, l’iniziativa “InvestEU” sostituisce l’attuale Fondo europeo per gli investimenti strategici (il Feis, che faceva parte del “Piano Juncker”) istituito dopo la crisi finanziaria del 2008. Gli eurodeputati vogliono migliorare la proposta della Commissione europea, aumentando la dotazione dell’Ue da 38 miliardi di euro a 40,8 miliardi di euro per innescare investimenti pari a 698 miliardi di euro (l’obiettivo della Commissione era di 650 miliardi di euro).

    La relazione di José Manuel Fernandes (Ppe) e Roberto Gualtieri (Pd-S&D) è stata approvata con 463 voti favorevoli, 64 contrari e 29 astensioni. “Con InvestEU stiamo dando forma al futuro dell’Ue verso maggiori investimenti a sostegno delle piccole e medie imprese e dei progetti locali. Inoltre, colleghiamo questo nuovo strumento a un forte incentivo a sostenere i progetti ambientali, sociali e di governance, promuovendo la cultura e garantendo una finanza etica e sostenibile”, ha spiegato Gualtieri correlatore e presidente della commissione per i problemi economici e monetari. Il Parlamento ha ora concluso la sua prima lettura, che comprende le parti già concordate con gli Stati membri. I colloqui con i ministri Ue proseguiranno nel corso della prossima legislatura.

  • Questa sera summit europeo sulla Brexit

    Theresa May, la premier britannica, è stata ieri a Berlino e a Parigi, in preparazione del Consiglio europeo straordinario, la conferenza al vertice dei capi di Stato o di governo, che avrà luogo a Bruxelles questa sera, per decidere se concedere o meno una seconda proroga in meno di un mese, al fine di evitare che Londra sia costretta, venerdì prossimo, a uscire dall’UE senza un accordo. Dopo gli incontri si è fatta strada l’idea di una proroga lunga e flessibile che arrivi fino alla fine del 2019 o all’inizio del 2020. La decisione impone l’unanimità dei consensi; tutti i 27 governi dovranno trovarsi d’accordo. E se così non fosse? In questo caso il Regno Unito sarebbe costretto ad uscire dall’Unione europea senza un accordo (ipotesi no deal) alle ore 23 di venerdì 12 aprile. Si tratta però di un’ipotesi remota, che tra l’altro avrebbe la conseguenza di creare forte incertezza sui mercati e di danneggiare gravemente vari Paesi europei, primo fra tutti l’Irlanda. Non a caso il primo ministro irlandese Leo Varadkar ha dichiarato sabato scorso che un Paese UE che ponesse il veto su una proroga di Brexit “non sarebbe mai perdonato” dal governo e dai cittadini irlandesi. Nell’ipotesi in cui si vada invece nella direzione di una proroga, il problema sarebbe quello della sua durata: proroga breve o proroga lunga? Nel primo caso la proroga arriverebbe fino al 22 maggio, alla vigilia delle elezioni europee che si dovrebbero tenere nel Regno Unito, o al massimo, fino al 30 giugno, poiché il 2 luglio il Parlamento europeo eletto terrà la sua prima seduta. Una minoranza di Paesi UE, tuttavia, sembra favorevole a una proroga breve, con il rischio di convocare ripetutamente dei Consigli straordinari per dei rinvii di breve durata, essendo evidente che la May avrebbe grosse difficoltà a trovare un accordo con i laburisti per avere una maggioranza in seno al Parlamento in meno di tre mesi. Tanto più che per Bruxelles l’accordo sottoscritto a fine 2018 non può essere rimesso in discussione. Il compromesso tra conservatori e laburisti, dunque, dovrebbe riguardare soltanto la dichiarazione politica che regola i futuri rapporti tra Londra e Bruxelles. Pare perciò che il Regno Unito sia costretto a rimanere nell’UE a pieno titolo ancora per un periodo di tempo significativo. Da ciò l’ipotesi di una proroga lunga, che richiederebbe però la partecipazione di Londra alle elezioni europee. Ma quale impatto la partecipazione britannica alle elezioni di fine maggio potrebbe avere sugli equilibri politici del prossimo Parlamento europeo? Il rafforzamento dei gruppi politici euroscettici potrebbe disturbare la formazione di una grande coalizione che potrebbe comprendere i popolari, i socialdemocratici, i liberali dell’Alde e i deputati del partito di Macron, che però non hanno ancora deciso. La presenza dei deputati del RU inciderebbe senza dubbio sull’equilibrio previsto dei gruppi politici e ridurrebbe ulteriormente la già frammentata maggioranza europeista. In più, inciderebbe sugli equilibri interni ai due più grandi schieramenti, quello europeista e quello euroscettico. Nel primo aumenterebbero i socialdemocratici con la presenza dei laburisti, mentre i popolari ridurrebbero percentualmente i loro seggi, dal momento che i conservatori britannici non appartengono al PPE. Nel secondo, il gruppo ECR risulterebbe il più grande avendo con sé i conservatori britannici. Che diranno quelli della Lega e del Movimento 5 stelle, che potrebbero essere svantaggiati percentualmente dalla presenza dei conservatori?  Una proroga lunga potrebbe dunque scontentare molti, ma sembra che la maggioranza del Consiglio vi sia favorevole. Come andrà a finire questa sera lo sapremo durante la notte, che dovrebbe portare buon consiglio, con la lettera minuscola. Speriamo che anche quello con la lettera maiuscola sia saggio e ragionevole.

  • Il Parlamento europeo approva la direttiva sul Copyright

    “Con il voto di oggi il Pe dà il via libera definitivo alla nuova direttiva per la protezione del diritto d’autore dimostrando la sua determinazione a proteggere e valorizzare l’inestimabile patrimonio di cultura e creatività europeo”. Il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, esprime tutta la sua soddisfazione dopo che gli eurodeputati, riuniti in Sessione plenaria a Strasburgo, hanno approvato con 348 voti favorevoli, 274 contrari e 36 astensioni la direttiva europea sul copyright. Adesso spetterà agli Stati membri approvare, nelle prossime settimane la decisione dell’Europarlamento. Si conclude così l’iter legislativo iniziato nel 2016 e che, con il voto del 26 marzo, garantirà nuove norme, che includono salvaguardie alla libertà di espressione, grazie alle quali creatori ed editori di notizie potranno negoziare con i giganti del web.

    Dare un’organizzazione al mondo del web era un compito che l’Europa si era riproposta dal 2001 ma da allora le cose sono molto cambiate, all’epoca infatti non esistevano ancora le piattaforme Social, né i grandi giganti dell’e-commerce. Con la direttiva attuale, il cui testo era stato formulato dalla Commissione europea nel 2016, si spera di poter fare finalmente ordine, attraverso regole precise e condivise, in quello che lo stesso Tajani ha definito un “far west” delle notizie. E sappiamo bene quanto l’uso inappropriato degli strumenti digitali in questi anni abbia prodotto danni, a partire dalla diffusione di fake news.

    La direttiva intende così garantire che diritti e obblighi del diritto d’autore di lunga data si applichino anche online. YouTube, Facebook e Google News sono alcuni dei nomi di gestori online che saranno più direttamente interessati da questa legislazione. La direttiva si impegna inoltre a garantire che Internet rimanga uno spazio di libera espressione.

    Secondo la nuova normativa i titolari dei diritti, in particolare musicisti, artisti, interpreti e sceneggiatori (creativi), editori di notizie e giornalisti potranno negoziare accordi migliori sulla remunerazione derivata dall’utilizzo delle loro opere presenti sulle piattaforme Internet le quali, a loro volta,saranno direttamente responsabili dei contenuti caricati sul loro sito, dando automaticamente agli editori di notizie il diritto di negoziare accordi per conto dei giornalisti sulle informazioni utilizzate dagli aggregatori di notizie.

    Numerose disposizioni sono specificamente concepite per garantire che Internet rimanga uno spazio di libertà di espressione. Poiché la condivisione di frammenti di articoli di attualità è espressamente esclusa dal campo di applicazione della direttiva, essa può continuare esattamente come prima. Tuttavia, la direttiva contiene anche delle disposizioni per evitare che gli aggregatori di notizie ne abusino.

    Lo “snippet” (frammento) può quindi continuare ad apparire in un newsfeed (sezione notizie) di Google News, ad esempio, o quando un articolo è condiviso su Facebook, a condizione che sia “molto breve”.

    Il caricamento di opere protette per citazioni, critiche, recensioni, caricature, parodie o pastiche è stato protetto ancor più di prima, garantendo che meme e GIF continuino ad essere disponibili e condivisibili sulle piattaforme online.

    Nel testo viene inoltre specificato che il caricamento di opere su enciclopedie online in modo non commerciale come Wikipedia (che per protesta aveva oscurato il sito italiano il giorno prima del voto di Strasburgo), o su piattaforme software open source come GitHub, sarà automaticamente escluso dal campo di applicazione della direttiva. Le piattaforme di nuova costituzione (start-up) saranno soggette a obblighi più leggeri rispetto a quelle più consolidate.

    Autori, artisti, interpreti o esecutori potranno chiedere alle piattaforme una remunerazione aggiuntiva per lo sfruttamento dei loro diritti qualora la remunerazione originariamente concordata fosse sproporzionatamente bassa rispetto ai benefici che ne derivano per i distributori.

    Questi ultimi due passaggi, che nel testo precedente, modificato a febbraio, facevano capo gli assai discussi articoli 11 e 13 sono stati rielaborati con due nuove articoli, 15 e 17.

    L’accordo mira a facilitare l’utilizzo di materiale protetto da diritti d’autore per la ricerca che si basa sull’estrazione di testi e dati, eliminando così un importante svantaggio competitivo che i ricercatori europei si trovano attualmente ad affrontare. Viene inoltre stabilito che le restrizioni del diritto d’autore non si applicheranno ai contenuti utilizzati per l’insegnamento e la ricerca scientifica.

    Infine, la direttiva consentirà l’utilizzo gratuito di materiale protetto da copyright per preservare il patrimonio culturale. Le opere fuori commercio possono essere utilizzate quando non esiste un’organizzazione di gestione collettiva che possa rilasciare una licenza.

    Cosa cambia allora con l’approvazione della direttiva? Attualmente, le aziende online sono poco incentivate a firmare accordi di licenza equi con i titolari dei diritti, in quanto non sono considerate responsabili dei contenuti che i loro utenti caricano. Sono obbligate a rimuovere i contenuti che violano i diritti solo su richiesta del titolare. Tuttavia, ciò è oneroso per i titolari dei diritti e non garantisce loro un reddito equo.

    La responsabilità delle società online aumenterà le possibilità dei titolari dei diritti (in particolare musicisti, interpreti e sceneggiatori, nonché editori di notizie e giornalisti) di ottenere accordi di licenza equi, ricavando in tal modo una remunerazione più giusta per l’uso delle loro opere sfruttate in forma digitale.

    E’ inutile sottolineare che il voto del PE ha suscitato reazioni controverse tra chi ha applaudito alla nuova norma e chi invece ha visto nella sua approvazione un bavaglio alla libera informazione, una contrapposizione che ha coinvolto anche gli eurodeputati italiani chiamati a votare in Aula. Le delegazioni del Movimento 5 Stelle e della Lega all’Europarlamento hanno votato compatte contro, mentre la grande maggioranza dei deputati europei del Pd ha votato a favore della direttiva, insieme all’intera delegazione di Forza Italia, ma tre deputati del Pd – Brando Benifei, Renata Briano e Daniele Viotti –  hanno votato contro il testo. Nel gruppo dei Socialisti&Democratici, anche Eli Schlein di Possibile e Sergio Cofferati di Sinistra Italiana hanno espresso voto negativo. Contrari alla direttiva anche Barbara Spinelli e Eleonora Forenza del gruppo di estrema sinistra della Gue, nonché i due ex deputati eletti al M5S Marco Affronte (passato ai Verdi) e David Borrelli (non iscritti). Un’altra ex del M5S, ha preferito invece astenersi. Infine, hanno votato a favore i deputati italiani del gruppo dei Conservatori e riformatori europei Raffaele Fitto, Innocenzo Leontini e Remo Sernagiotto

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