Parlamento Europeo

  • Pragmatismo ed idealismo insieme per un’Europa democratica

    La nuova legislatura europea è iniziata con una scelta difficile per chi lotta per un’Europa sociale: alla presidenza della Commissione europea è stata nominata la tedesca conservatrice Ursula von der Leyen e noi eurodeputati siamo stati chiamati a ratificare la decisione dei Governi. Può essere lei a incarnare quel radicale cambiamento democratico dell’Unione europea che abbiamo promesso ai nostri elettori? E’ lei la persona che sognavamo alla guida dell’esecutivo comunitario?
    No, non ci sono dubbi: non è lei la persona che sognavamo. Ma il Ppe è il gruppo arrivato primo alle elezioni europee e il nostro dovere non è quello di sognare, ma di provare a cambiare la realtà. L’Unione europea che ci ha regalato settant’anni di pace e di benessere economico è stata costruita grazie al coraggio di chi ha saputo coniugare idealismo e pragmatismo, non grazie a chi vuole vendere agli elettori la propria immacolata purezza politica.
    E’ stato proprio grazie al mix di idealismo e pragmatismo che la nostra delegazione di eurodeputati Pd è stata determinante nel negoziare con Ursula von der Leyen i punti chiave di un programma politico così spostato a sinistra da provocare delle defezioni tra gli stessi conservatori del Ppe.
    All’interno del Gruppo S&D noi eurodeputati Pd siamo la seconda delegazione, dopo quella spagnola. Con i socialisti spagnoli schiacciati sul “Sì” a prescindere, per ragioni di politica interna, e la Spd tedesca sul “No” a prescindere, ugualmente per ragioni di politica interna, siamo stati noi eurodeputati Pd a condurre il negoziato con Von der Leyen, dimostrandoci esigenti e puntuali nelle richieste, ma allo stesso tempo aperti al confronto. Una linea riformista e costruttiva che ha portato a impegni scritti nero su bianco su flessibilità, investimenti, clima, sostenibilità e stato di diritto. Questo risultato, sottolineato dal discorso in aula della candidata alla presidenza, significativamente differente dalle prime audizioni al Parlamento europeo, è quello che ha fatto cambiare opinione anche a molti altri componenti del Gruppo S&D.
    Alla fine hanno prevalso i voti favorevoli, anche se con solo nove voti di scarto. Abbiamo scongiurato una crisi istituzionale europea ed eletto la prima donna a capo della Commissione. I tentativi della Lega di condizionare il nuovo esecutivo comunitario sono stati mandati in fumo dal nostro protagonismo e alla fine i leghisti hanno scelto di arroccarsi in un voto contrario che nuocerà al nostro Paese. I grillini hanno votato a favore, spaccando la maggioranza di governo italiana e contraddicendo anni di propaganda euroscettica e di alleanza con Farage. In altre parole sovranisti e populisti sono allo sbando e l’Unione europea si è spostata in senso progressista. È questo il mandato che ci è stato affidato dai nostri elettori e che continueremo a svolgere vigilando attentamente sugli impegni presi. E’ così che nella scorsa legislatura abbiamo portato a casa, tra le altre cose, il piano Ue per gli investimenti e che in questa vogliamo concretizzare l’assicurazione europea per la disoccupazione, chiesta da noi e promessa da Ursula von der Leyen.

    *Deputato europeo, PD – S&D, vicepresidente  ITRE (Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia del PE)

  • Pietro Fiocchi: in Europa per difendere il Made in Italy e dialogare con tutti

    Difesa del made in Italy, delle PMI e dialogo con tutti i Gruppi politici. Pietro Fiocchi, eletto per la prima volta al Parlamento europeo lo scorso 26 maggio nella Circoscrizione Nord ovest con Fratelli d’Italia, ha le idee chiare e tanto entusiasmo. A Bruxelles siede tra i banchi dell’ECR (Conservatori e Riformisti Europei) e sa che non sarà facile affrontare questa legislatura in cui forte è la spinta ad isolare i partiti di centro destra tacciati di antieuropeismo.

    On. Fiocchi nella sua prima esperienza al Parlamento europeo ha già posto l’attenzione su uno dei problemi più importanti per i Paesi del Sud Europa, e cioè i problemi legati alle PMI (un concetto molto diverso, per dimensioni e strutture organizzative assai diverso da quello che hanno i Paesi del Nord Europa). Quale pensa potrebbe essere il progetto da perseguire?
    Mi sono appena insediato e ho partecipato, martedì 16 luglio, alla votazione per la Presidenza della Commissione Europea,tuttavia ho le idee chiare sui problemi di cui vorrei occuparmi,tra questi vi sono sicuramente quelli legati alle PMI. Percepisco un approccio potenzialmente pesante e integralista sulle questioni ambientali con obiettivi, secondo me esagerati, di riduzione di CO2. E’ ancora presto per esporre un progetto al riguardo, quello che posso anticipare è che intendo muovermi, facendo squadra con gli altri eurodeputati per riuscire a migliorare la situazione

    L’Italia ha delle particolari specificità nel manifatturiero, ritiene che potrebbe essere ancora interessante riproporre al Parlamento ed alla Commissione la famosa norma sulla denominazione d’origine dei prodotti extra UE, meglio nota come Made In, sulla quale il Parlamento ha lavorato per otto anni, con la Commissione, e nonostante abbia raggiunto un voto positivo, a larghissima maggioranza, il Consiglio ha ignorato?
    L’Italia ha delle eccellenze in molti settori ed esse vanno tutelate come “Made in Italy”. Questo è uno dei punti del mio programma che mi sono impegnato a portare avanti, il prodotto nazionale va difeso anche attraverso la sua tracciabilità rispetto ai prodotti extra UE, ciò al fine di evitare ulteriori e gravi danni economici e di immagine. Ritengo quindi utile riproporre il tema.

    Viste le peculiarità del sistema Italia sarebbe opportuno avere un Commissario europeo al Commercio, all’Economia o alla Concorrenza, tutti ruoli occupati da rappresentanti dei Paesi del Nord Europa nella precedente legislatura… Ci sono finalmente le condizioni e soprattutto la volontà per ottenere uno dei ruoli in questione?
    Questa è una domanda delicatissima, alla luce di come sono andate le elezioni per la Presidenza della Commissione e di come si sono schierati alcuni movimenti politici italiani. Io tifo Italia e gradirei che uno dei Commissari che contano in Europa fosse un italiano competente, ma non so se ne sussista l’effettiva possibilità.

    Come certamente Lei sa, uno dei problemi con il quale il mondo dell’impresa deve confrontarsi è quello della contraffazione e del commercio illegale. Ormai tutto si contraffa, dall’accendino usa e getta alle gomme delle macchine, dai vestiti alle componenti metal meccaniche. Nel vostro settore (munizioni per armi) avete potuto notare se esiste questo problema e che conseguenze comporta?
    Quello della contraffazione è un serio problema, crea enormi danni ai produttori e ai nostri unici prodotti. Tuttavia ritengo che il livello della nostra qualità e del nostro design sia difficilmente imitabile, tanto da far riconoscere l’originale dal contraffatto (fake). Vi sono stati timidi tentativi anche nel mio settore, ma il tutto si è rivelato ininfluente per i livelli qualitativi raggiunti dalla Fiocchi munizioni e da altri produttori italiani. Si tenga presente inoltre che il nostro è uno dei settori tra i più regolati e controllati, rendendo la vita dei potenziali contraffattori ulteriormente difficile.

    Lo sviluppo di un sistema aziendale oggi passa anche attraverso la tutela dell’ambiente. Come ci si sta muovendo nel suo settore e cosa pensa di proporre al Parlamento europeo in materia di questioni ambientali?
    Ormai tutte le Aziende devono avere tra le loro policy la responsabilità sociale d’Impresa che vede la sicurezza, la tutela della salute e dell’ambiente come priorità. La drastica diminuzione degli insetti “impollinatori”, in particolare del calo delle api, è un preciso segno ed  allarme per cui vi è, a mio avviso, da indagarne  le cause, di questo vorrei investire il Parlamento Europeo.

    Come eletto di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo siederà tra i banchi dell’ECR (European Conservatives and Reformists), un gruppo che potrebbe subire ridimensionamenti quando la Brexit avrà luogo, che non è riuscito ad esprimere un candidato per le più importanti cariche europee e che per alcuni aspetti è lontano dagli interessi che l’Italia porta a Bruxelles. Come pensa di riuscire a collaborare e che sostegno si aspetta?
    Nel Gruppo ECR mi trovo bene, in particolare con Raffaele Fitto, ma voglio creare un buon  rapporto con europarlamentari di altri Gruppi, senza  barriere e steccati ideologici precostituiti. Il pensiero europeo dovrebbe affrontare i vari problemi in maniera comune e condivisa, nello spirito dei Padri fondatori,non lasciando soli i singoli Stati membri, come ad esempio per la  questione dei migranti. Nella realtà con la Brexit perderemo 4 inglesi  che saranno integrati  da 4  nuovi eurodeputati, di cui 1 di FDI, per cui il numero totale rimarrà invariato. Abbiamo  uno dei cinque Questori e siamo ben posizionati nelle commissioni, ove avviene il grosso dell’attività legislativa e normativa. Vi è una grossa spinta ambientalista e potenzialmente una spinta volta ad isolare la destra, in particolar modo i partiti percepiti come anti Europa.Vedremo come la situazione si evolverà, ora è di difficile lettura.

  • Ursula von der Leyen nuova presidente della Commissione europea

    Ursula von der Leyen, 60 anni, tedesca, protestante luterana, 7 figli, della CDU di Angela Merkel, già ministro della Difesa, sarà la nuova presidente della Commissione europea, in sostituzione di Jean-Claude Juncker, cristiano-sociale lussemburghese. È stata eletta martedì sera, 16 luglio, dal Parlamento europeo con 383 voti a favore, con un scarto di soli 9 voti sui 374 necessari per avere la maggioranza. I voti contrari sono stati 327 e gli astenuti 22. I timori della vigilia su di una possibile bocciatura sono svaniti, ma il risultato finale dimostra una spaccatura anche all’interno dei gruppi politici.  Dei socialisti mancano almeno 40 voti e non tutti i liberali hanno votato a favore. Il Ppe ha votato compatto per Ursula, pare con qualche leggera sbavatura individuale. La Lega ha votato contro, come i Fratelli d’Italia, mentre i Grillini hanno votato a favore, insieme al Pd e a Forza Italia. Tra il gruppo dei Conservatori e Riformisti solo i polacchi hanno votato a favore.  L’elezione comunque conferma l’esistenza di una maggioranza anti sovranista centrata sui tre gruppi politici maggiori. I Verdi, non avendo ottenuto dalla candidata l’impegno per ridurre del 55% le emissioni di gas serra (lei si è limitata al 50%), le hanno votato contro e hanno criticato in aula l’insufficiente – a loro dire –  politica ambientalista. Per avere un’idea del fenomeno dei “franchi tiratori” è sufficiente constatare il divario fra la somma dei seggi dei gruppi Ppe, S&D socialisti e Renew europe liberali, che si sono dichiarati a favore della candidata tedesca (444 deputati) e i voti realmente ottenuti: 383. E’ presto per dire che quella appena apertasi sarà una legislatura debole, vista la scarsa maggioranza ottenuta con la scelta della presidenza. Bisognerà attendere l’elezione dei Commissari e verificare il loro spessore di competenze e di  personalità prima di pronunciarci sulle possibili qualità dell’esecutivo, ma è indubbio che un segno di debolezza, più che dalla composizione della stessa Commissione, è rappresentato dalle striature divisorie esistenti all’interno dei gruppi politici. L’esempio fornito dal gruppo socialista nel corso della votazione non è consolante. A nulla è servita l’azione del presidente Davide Sassoli per riportare il gruppo all’unità prima del voto. D’altro canto anche la sua elezione, avvenuta al secondo scrutinio, dimostra una certa assonanza con quella della Von der Leyen. E’ riuscito con 345 voti, undici in più rispetto alla maggioranza di 334 voti richiesti. La votazione della Presidente della Commissione  ha ripetuto la debolezza della maggioranza che si era già presentata con la votazione del presidente del Parlamento. Se molti commentatori continuano ad affermare che la situazione è tranquilla perché i sovranisti sono stati battuti, c’è legittimamente da chiedersi, tuttavia, se questa tranquillità in realtà non sia che un puro auspicio. Il discrimine non è rappresentato soltanto dal populismo sovranista contro una certa visione del processo europeo di integrazione, ma può manifestarsi su tutta una serie di problemi di gestione delle istituzioni e di scelte programmatiche importanti,  come una politica estera, di difesa e di sicurezza comuni, che segnerebbe una svolta politica qualitativamente molto importante per l’avvenire dell’UE e dei suoi Stati membri. Non sarà una legislatura tranquilla. Vorremmo che non fosse una legislatura che si perde in una dialettica politica inconsistente, che si divide su tanti argomenti e sulle numerose scelte, che invece richiedono unità di visione e maggioranze consistenti. Indicazioni più certe arriveranno nei prossimi giorni, quando i governi dei Paesi membri presenteranno le candidature dei Commissari. Prima di metà settembre Von der Leyen dovrà assegnare i portafogli. E tra metà settembre e metà ottobre avranno luogo a Bruxelles le audizioni dei candidati commissari da parte delle competenti commissioni parlamentari. Si prevede che tra il 21 e il 23 ottobre il Parlamento si riunisca a Strasburgo per la votazione definitiva dell’insieme della nuova Commissione europea. Il Consiglio, invece, darà il via libera il 17 ottobre e la nuova Commissione di Von der Leyen si insedierà ufficialmente tra il 1° e il 4 novembre. Si concluderanno così le molteplici procedure scaturite dalle elezioni del 26 maggio per consentire al nuovo esecutivo ed alle altre istituzioni dell’Unione (Presidenza dell’UE, Alto Rappresentante per la politica estera e Vice Presidente della Commissione, Banca Centrale europea) di iniziare una nuova fase politica, caratterizzata, senza alcun dubbio, dai marcati risultati elettorali: sovranisti, nazionalisti, europeisti, di destra, di sinistra, ambientalisti, globalisti, antiglobalisti, ecc. Risultati spesso contradditori e in ogni caso, tendenti a non rispettare la tradizione – come il rifiuto del principio dello “spitzenkandidat”- e a giocare in proprio su ogni argomento. La nuova presidente, per fortuna nostra, ha le idee molto chiare sull’avvenire nostro e dell’Unione. Essere uniti, accettare il dialogo ed i compromessi che ne derivano, considerare l’Europa una società aperta e fondata su regole e sulla democrazia, aprirsi al nuovo senza essere sottomessi alle tecnologie, ma usarle per la maggiore libertà di tutti e per far emergere quanto di buono l’umanità sa esprimere, nel rispetto della sua dignità di persona e nella consapevolezza che il benessere va condiviso con chi ne ha meno o non ne ha affatto. L’Italia non ha ancora scelto il suo candidato Commissario, pur pretendendo il settore della Concorrenza. Il ministro degli Affari esteri, Moavero Milanesi, ha una grande e lunga esperienza del settore, avendo svolto la funzione di membro del gabinetto prima, e di Capo gabinetto poi, del Commissario italiano alla Concorrenza. Ha anche scritto un libro che rappresenta un punto di riferimento specifico per i cultori della materia. Ma ha il demerito di non essere iscritto alla Lega o al partito dei Grillini. Vedremo come andrà a finire, con il governo che si è spaccato anche sul nome della Presidente Ursula von der Leyen. Italia debole, in un’Europa meno solida e coesa.!

  • Il “candidato di punta” Manfred Weber non molla per la presidenza della Commissione europea

    I negoziati tra i governi per la scelta del candidato finale alla carica di presidente della Commissione europea non hanno trovato ancora un accordo, che deve essere raggiunto entro il 30 giugno, data della prossima riunione del Consiglio europeo. Tutto è bloccato da una richiesta di Macron, presidente della repubblica francese, coadiuvato da alcuni altri leader, di cambiare la regola imposta dalla tradizione dello “spitzenkandidat”, il candidato di punta, cioè quello espresso dal gruppo politico che alle elezioni ha ottenuto il maggior numero di voti. Per questa ragione, il gruppo del Partito Popolare Europeo ha presentato la candidatura del suo presidente, il democratico-cristiano bavarese Manfred Weber, che però nel corso dell’ultima riunione del Consiglio europeo non ha trovato un consenso maggioritario. Macron e i leader dei Paesi di Visegrad rifiutano il suo nome proprio perché respingono il sistema dello “spitzenkandidat”. Bisogna guardare avanti e puntare su personalità conosciute e meritevoli per la qualità del loro lavoro e per l’eccellenza della loro esperienza. Macron non ha fatto nomi che corrispondano a questo profilo. Ha anzi ritirato quello della commissaria europea alla concorrenza, la liberale danese Vestager. Che fare allora? Coloro che speravano in un ritiro di Weber si sono sbagliati di grosso. Il PPE resta fermo sulla difesa del metodo del candidato di punta e lo stallo nel Consiglio europeo non gli fa certo cambiare parere. Il PPE vuole difendere il principio democratico (chi vince ha il diritto di pretendere la candidatura) e la funzione primaria del Parlamento in seno all’UE. Così è anche per gli altri grandi gruppi. La diversità di opinioni in ordine alle candidature in seno al Consiglio è un problema del Consiglio, non del Parlamento. E’ vero che il Consiglio propone e il Parlamento decide. C’è quindi il rischio che il Consiglio presenti una candidatura che potrebbe non essere accettata dai parlamentari, aprendo in questo modo una crisi istituzionale dagli esiti per ora imprevedibili, perché il caso, fino ad ora, non si è mai presentato. In una intervista rilasciata a Marco Bresolin de La Stampa di Torino, Manfred Weber ha dichiarato che “il PPE difenderà la democrazia e un sacrosanto principio: se uno vuole fare il presidente della Commissione europea deve dirlo prima del voto. Altrimenti torniamo indietro ai giorni più bui degli accordi presi soltanto a porte chiuse. E’ questo che vogliamo? E’ così che pensiamo di riavvicinarci alla gente?”. Dopo aver dichiarato che il PPE è pronto al compromesso con gli altri Gruppi politici, alla domanda se ciò voleva dire anche essere pronti a cedere la presidenza della Commissione, Weber ha così risposto: “No, io sono il candidato del PPE che è stato il partito più votato con 41 milioni di voti. Sono stato nominato dal congresso e ho un mandato da difendere. In ogni governo di coalizione è il primo partito che ha il diritto di esprimere il candidato: a parte qualche piccola eccezione, è un principio base della democrazia. La nostra apertura al compromesso è sui contenuti del programma”. Ma il giornalista insiste: ma lei sarebbe disposto a farsi da parte per difendere questo metodo? E Weber: “Non è questo il punto, la vera questione oggi è che io sono il candidato del partito che è arrivato primo alle elezioni. E il partito mi sostiene…In parlamento senza il PPE non si va da nessuna parte. Nessuno dei nostri leader ha detto apertamente che gli “spitzenkandidaten” sono ufficialmente fuori dalla corsa. Curiosamente lo hanno fatto altri leader socialisti e liberali”. Il Consiglio si riunirà domenica 30 giugno. La sessione costitutiva del nuovo Parlamento è prevista per martedì 2 luglio. E se entro quella data il Consiglio non troverà un accordo, che cosa potrebbe succedere? “Senza un’intesa sull’intero pacchetto delle nomine il Parlamento si auto-organizzerà e credo sarà in grado di eleggere un proprio presidente” – conclude Weber. Lui comunque è sempre in corsa e le attese di chi lo voleva dimissionario per ora rimangono deluse.

  • Altra nomina al Parlamento europeo

    Il deputato europeo Raffaele Fitto, eletto nella lista di Fratelli d’Italia, è stato scelto co-presidente del gruppo dei Conservatori e riformisti (ECR – 61 seggi) insieme al polacco Ryszard Legutko (Diritto e Giustizia – Pis). “Non solo è un grande onore essere stato eletto all’unanimità – ha detto Fitto dopo l’elezione – ma è anche un motivo di soddisfazione e orgoglio per me e Fratelli d’Italia, che oggi in Europa è la seconda delegazione del gruppo europeo dei conservatori”. A lui si sono aggiunti, nella riaffermazione dell’orgoglio, i dirigenti di Fratelli d’Italia della Puglia, regione d’origine di Fitto. rivendicandone il merito anche a Giorgia Meloni, che avrebbe intuito vittoriosamente le possibilità del partito di ritornare forza importante nel dialogo europeo, La copresidenza di un gruppo europeo non è nuova nella storia degli ex Alleanza nazionale. Cristiana Muscardini, infatti, dopo essere stata vice presidente nella quinta legislatura (1999-2004), è stata copresidente nella sesta (2004-2009) insieme ad un irlandese del Fianna Fail, del gruppo Unione per l’Europa delle Nazioni (UEN), con una delegazione di 9 eletti di Alleanza Nazionale. Nella settima legislatura (2009-2014), dal 2012 è stata presidente del movimento CSR (Conservatori social riformatori) e membro del gruppo ECR, quello odierno di Fitto. C’era dunque una solida tradizione da onorare e Fitto è riuscito a renderle omaggio.

    I leader europei riuniti nel Consiglio europeo non sono stati in grado, invece, di trovare un accordo sui posti chiave a Bruxelles. Un nuovo vertice è stato convocato appositamente per il 30 giugno. “E’ stata una notte difficile – ha dichiarato il presidente Conte – ma farò ogni sforzo, fino all’ultimo”. Anche per l’Italia dunque la notte è stata complicata, forse di più di altri Paesi, con il capo del governo impegnato a sondare il terreno e le posizioni degli leader europei sulla possibile procedura d’infrazione per debito eccessivo. Conte ha incontrato il presidente francese Macron in un faccia a faccia in piena notte, a cui si sono aggiunti  il lussemburghese Xavier Bettel e poi Angela Merkel, la cancelliera tedesca. “Serve un pacchetto di proposte che rispecchi la diversità dell’Unione europea e serve tempo per trovarlo” – ha aggiunto Tusk. Il nuovo appuntamento è previsto per il 30 giugno, due giorni prima dell’elezione del parlamento europeo, ma le discussioni nel frattempo continueranno anche in occasione della riunione del G20 di Osaka. Pare comunque destinata a tramontare l’ipotesi del “candidato di punta”, che avrebbe favorito il bavarese Manfred Weber per la carica di presidente della Commissione europea e sembra uscito di scena anche Michel Barnier, che non avrebbe il gradimento della Germania. Anche le ipotetiche candidature del premier e della presidente della Croazia, Andrej Plenkovic e Kolinda Grabar Ritarovic, sorte non si sa bene da dove, sarebbero tramontate, insieme alla presidente della Banca mondiale, la bulgara Kristalina Georgieva. Candidature un po’ misteriose, queste ultime, forse lanciate per occupare lo spazio lasciato vuoto dal polemico rifiuto di Macron del sistema degli spitzenkandidaten, forse per contrastare un’ipotetica candidatura di un Paese forte, con candidature di un paese più debole, non in grado, a causa del suo peso, di imporre le sue vedute all’intera Unione europea. L’incontro dei leader è stato caratterizzato, come si poteva presumere, dal braccio di ferro tra Merkel e Macron, che era sostenuto dai liberali e dai socialisti per evitare l’applicazione del principio del “candidato di punta”, in sostanza, per impedire che il presidente del Ppe Weber diventasse presidente della Commissione. L’Italia, senza far nomi, ha indicato quale candidato ideale per la presidenza una personalità che sarebbe pronta a cambiare le regole europee. Non sono state spiegate quali, ma si presuppone quelle che impediscono all’attuale governo italiano di fare spese in deficit, aumentando il debito. Ma più che di candidature alle nuove cariche, Conte ha speso il suo tempo per evitare l’apertura della procedura d’infrazione per debito eccessivo. Ha incontrato molti leader e gli osservatori asseriscono che il clima era cordiale anche con Macron e con la Merkel. “Ma la situazione resta complicata” – avverte Conte, che non nasconde il fastidio causato dalle dichiarazioni di ieri del Commissario per gli Affari economici, Moscovici. Gli sembrano interpretazioni rigide, che potrebbe condurre a soluzioni irragionevoli o addirittura punitive per l’Italia. “Sarebbe grave” – avverte. L’Italia contesta i numeri e non i vincoli nella trattativa sulla procedura. Ma alla fine, che diranno i numeri? Ci sono modi diversi per verificarli? Lo sapremo dalle decisioni che verranno prese dal Consiglio, cioè dai governi degli Stati membri e non da Moscovici.

     

  • Le prime nomine al Parlamento europeo

    Le riunioni dei nuovi gruppi politici eletti al Parlamento europeo cominciano a dare  i primi frutti. Quello che era il gruppo liberale ALDE, ora trasformatosi in gruppo “Renew Europe” con l’arrivo dei macroniani francesi, ha eletto il suo nuovo presidente nella persona del rumeno Dacian Ciolos, già premier a Bucarest e commissario europeo all’agricoltura. La sua nomina ha però diviso il gruppo. Da un lato i suoi sostenitori, tra cui Macron, dall’altro tutti coloro che non dimenticano le sue vecchie posizioni del 2016 contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso e a sostegno della famiglia tradizionale. I malumori riguardanti la nomina del rumeno si concentrerebbero soprattutto nell’ala più legata ai valori liberali dell’ex ALDE, che avrebbero preferito la nomina dello svedese Frederick Federley o dell’olandese Sophie in’t Veld. Che la preferenza per la famiglia tradizionale rappresenti un discrimine, e sostanzialmente un ostacolo per la nomina a responsabilità politiche europee, la dice lunga sulla deriva culturale a cui si è giunti in Europa e addirittura in seno ad un gruppo politico detto liberale fino a ieri, se i suoi dirigenti non possono essere liberi di pensarla come vogliono a proposito di famiglia. Oggi quell’aggettivo qualificativo è stato tolto dalla denominazione del gruppo, pare per decisione di Macron, ma quell’eliminazione potrebbe voler dire “o la pensate così, o potete rinunciare a stare con noi”. Con buona pace della libertà di pensiero!

    Anche il gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, secondo gruppo con 153 seggi, ha un nuovo presidente. Si tratta dell’eurodeputata spagnola Iratxe Garcia Perez, che dirigerà il gruppo S&D nella prossima legislatura. E’ la seconda donna a presiederlo in 20 anni, dopo l’ex eurodeputata Pauline Green. E’ stata eletta per acclamazione su proposta del capo delegazione italiano David Sassoli. “Siamo tutti d’accordo – ha dichiarato la nuova presidente  nel suo discorso inaugurale – che dobbiamo fornire ai cittadini risposte solide e innovative in questo momento cruciale per il progetto europeo e per la nostra famiglia politica, la socialdemocrazia europea”. Per la nuova eletta, l’Europa deve riacquistare la sua anima sociale e porre le persone e la lotta contro le disuguaglianze al centro della sua azione politica, “basata su standard sociali che ci portano avanti. Siamo in grado di guidare i cambiamenti necessari – ha continuato la Garcia Perez – per continuare a servire i nostri cittadini, garantire standard sociali equi, guidare la lotta contro il cambiamento climatico, migliorare i diritti del lavoro in un’economia sostenibile e essere un faro di libertà e democrazia nel mondo”.

    Ieri sera intanto, Boris Johnson, favorito nella corsa per diventare premier britannico e leader del partito conservatore, ha partecipato per la prima volta ad un dibattito con i suoi quattro contendenti conservatori. L’ex sindaco di Londra, in grande vantaggio nelle “primarie” dei Tory, non ha commesso gaffe, come gli succede spesso, ma nello stesso tempo non ha brillato per le sue idee e per le convinzioni espresse. L’ultima trovata di Johnson è che l’accordo sulla Brexit di Theresa May con l’UE (respinto per ben tre volte dal Parlamento) in realtà, secondo lui, può essere rinegoziato spostando le discussioni sull’annoso confine irlandese nel periodo di transizione, cioè nelle trattative sulle future relazioni che si dovrebbero tenere dopo l’uscita di Londra dall’UE. Forse Johnson dimentica, o fa finta di dimenticare, che Bruxelles e i 27 Paesi membri dell’UE, non accetteranno mai questo punto, come hanno già detto e fatto capire molte volte in passato. Il futuro dell’Irlanda va negoziato prima, non dopo. Secondo Johnson, poi, c’è un margine di manovra con l’UE prima del 31ottobre, la nuova data limite della Brexit. Ma anche questo è un wishful thinking: pare davvero improbabile che dopo due anni di trattative a vuoto, ora improvvisamente si trovi una soluzione, soprattutto con un euroscettico come Johnson, soluzione mai trovata con una May abbastanza moderata. Tutti pensano però che la sua strategia porti ad un’uscita no deal, con tutte le conseguenze che si temono, soprattutto sull’economia e sul confine irlandese. Il dibattito non è stato chiaro e non ha presentato proposte di soluzioni convincenti, diverse da quelle conosciute all’epoca della May. Pare insomma che i politici conservatori non abbiano fatto una gran bella figura. La novità è rappresentata da Rory Stewart, il più europeista di tutti, che al secondo turno a Westminster è balzato al quarto posto con 37 voti, dietro ai 41 di Gove, ai 46 di Hunt e agli inarrivabili 126 di Johnson. Stewart è però sembrato un candidato che difficilmente arriverà in fondo. Johnson insomma pare non avere rivali e ciò per il futuro del Regno Unito e dell’Europa potrebbe essere una cattiva notizia: con lui il NO DEAL è sempre più probabile.

  • Le elezioni europee in Francia

    Macron non ce l’ha fatta. Il “Raggruppamento Nazionale” (già Fronte Nazionale) di Marine Le Pen ha superato di un punto (23,5%) il partito “En Marche” (22,5%) del presidente della Repubblica. Il risultato rappresenta certamente una bella umiliazione per Macron, che in ogni caso avrà modo di rifarsi in Europa, poiché il suo partito aderirà al gruppo politico dei liberali (ALDE&R – 109 deputati) che hanno conquistato il terzo posto, dopo il gruppo dei democratici cristiani (PPE- 180 deputati) e quello dei Socialisti (S&D- 145 deputati). La Le Pen aderirà al gruppo ENF, lo stesso della Lega di Salvini, con 58 deputati. Si può dire per lei quello che è stato detto per Farage nel Regno Unito e per Salvini in Italia: vincitori in patria e perdenti in Europa. Il voto francese ha espresso altre riserve. E’ in flessione la “France insoumise” di Mélenchon, che esce molto ridimensionata dal voto (6,3% con 6 deputati); sono in crisi i Repubblicani (8,2% con 7 deputati) e i Socialisti 6,4% con 6 deputati). Il loro crollo è epocale se si pensa che fino a qualche anno fa erano i partiti che si contendevano l’Eliseo. Un exploit di rilievo è rappresentato invece dai Verdi che hanno ottenuto il 13,1% dei voti con 12 deputati, collocandosi al terzo posto, meta insperabile fino a qualche mese fa. Le due liste riconducibili ai “gilet gialli”, invece, che tanto scalpore hanno avuto negli ultimi mesi con le loro violente manifestazioni contro il presidente della Repubblica, non hanno ottenuto nessun seggio, conseguendo un flop macroscopico al di sotto della soglia di sbarramento: Alliance Jaune lo 0,6% e The Patriots lo 0.7%. Quadro politico scombussolato, dunque, rispetto ai parametri dei partiti nell’Assemblea Nazionale, con un’affermazione “sovranista” indubbia della Le Pen che sarà nettamente minoritaria in seno al Parlamento europeo. Macron si rifarà in Europa, dicevamo, e lo abbiamo visto all’opera a Bruxelles, prima della riunione del Consiglio europeo, operando contatti con numerosi leader nazionali in previsione delle importanti nomine che dovranno avere luogo a seguito delle elezioni. Contatti lobbystici, diremmo, tesi a stabilire alleanze e a garantire quel potere che dovrà gestire gli affari dell’Unione europea. Questa fase di contatti e di incontri è assolutamente indispensabile al fine di ottenere un equilibrio tra nazionalità e tra tendenze politiche. A questo proposito Macron ha già infranto una tradizione: quella degli spitzenkandidaten, secondo la quale il partito che otteneva in Europa il maggior numero di seggi poteva pretendere, e ottenere, la presidenza della Commissione europea. Questa regola ha funzionato per più di sessant’anni, ma per Macron è ora di cambiarla, perché il suo gruppo non è il primo al Parlamento europeo, quindi si invoca la riforma che lo possa soddisfare. Due sono i suoi candidati, il francese Michel Barnier, capo negoziatore della Brexit per conto dell’UE, e la danese Margrethe Vestager, commissario alla Concorrenza nella Commissione di Juncker. Attivissimo in questa funzione di lobby, Macron esercita indefessamente nello stesso tempo una funzione di leadership, che vede in ombra Angela Merkel, tanto più che il candidato alla presidenza della Commissione, secondo la tradizione che Macron vuole abbattere, è proprio un tedesco, l’attuale presidente del gruppo del PPE, che ha il maggior numero di deputati (180), il bavarese Manfred Weber. Macron, non solo scombina le prospettive tedesche, ma sta operando assiduamente per avere con sé la Spagna, la quale potrebbe sostituire l’Italia nell’assegnazione di funzioni che l’Italia perderebbe, da un lato per l’isolamento in cui si trova attualmente con il governo giallo-verde, e dall’altro per l’insipienza del Presidente del Consiglio e per lo stato di minoranza in cui si trova in Europa uno dei suoi due vice, il vincitore delle elezioni in Italia, Matteo Salvini. Dopo l’atteggiamento dell’altro suo Vice, Luigi Di Maio, che andò in Francia per sostenere i “gilets gialli”, è improbabile che Macron tenga conto delle esigenze italiane. Quali esigenze, tra l’altro? Fino ad ora nessuno le ha formulate, mentre in Europa i giochi sono in corso e le alleanze si stanno formando. Per concludere, si può affermare che non avendo ottenuto soddisfazione in Francia, dalle elezioni europee, Macron la soddisfazione la cerca in Europa e non è detto che non riesca ad ottenerla, anche a scapito nostro.

  • In Europa per rappresentare l’Italia. E lasciare le risse a casa

    Finite le elezioni europee ed in attesa che finiscano anche i vari, e spesso astratti, commenti ed analisi del voto restano da affrontare i problemi europei e quelli italiani.
    Cosa faranno i deputati, riconfermati o di prima nomina, tenuto conto che i capipartito, salvo Berlusconi, rimarranno in Italia, vista l’incompatibilità tra parlamento nazionale ed europeo e che perciò si dovrà creare quel raccordo Roma Bruxelles che fino ad ora non è mai esistito? I ministri italiani andranno a Bruxelles conoscendo i dossier da discutere, le priorità degli altri paesi per potere aprire trattative ed ottenere compromessi politici utili anche all’Italia o continueranno nelle polemiche sterili e nelle minacce a vuoto che hanno fino ad ora contraddistinto la nostra
    politica? I governativi comprenderanno che se continueranno  a parlare esclusivamente con i paesi  che non accettano nessun migrante i migranti comunque continueranno ad arrivare proprio in Italia, mentre il problema è europeo a va discusso, con preparazione, decisione nella sostanza e moderazione nei toni, all’interno del Consiglio europeo? Capiranno che non è possibile ottenere un salario minimo europeo se prima non si realizza una comune politica economica attraverso la quale dare un nuovo impulso allo sviluppo e perciò alzare il tenore di vita, gli stipendi, nelle ex repubbliche dell’est? In caso contrario si rischia che il salario minimo porti ad  abbassare i salari nei paesi più sviluppati.

    Realizzare una politica economica comune, che ancora manca, e l’assenza della quale ci fa sopportare l’invasione di merci illegali e contraffatte, la delocalizzazione, la scorrettezza di troppe vendite on line, l’insicurezza doganale e  l’ingiustizia fiscale mentre aumentano le nuove povertà e diminuisce costantemente la natalità. Nello stesso tempo non è possibile garantire stabilità e riprendere un progresso economico e sociale senza una politica estera comune, l’esempio della Libia valga per tutto e per tutti.

    I nuovi deputati hanno chiaro che, al di là della loro appartenenza partitica, in Europa si rappresenta l’Italia, il suoi diritti, i suoi doveri, la sua immagine di paese fondatore e di potenza mondiale e che perciò le risse di casa si risolvono in casa e non nel Parlamento europeo? Hanno chiaro che studiare i dossier non significa dare retta ad una lobby o ad un sistema industriale ma sentire le varie parti, studiare i problemi, confrontarsi con i colleghi degli altri paesi per trovare alleanze e condivisioni? E i deputati dell’opposizione riusciranno ad avere la necessaria determinazione per affrontare i colleghi della maggioranza senza posizioni preconcette cercando di aprire la strada ad un nuovo e più significativo ruolo del Parlamento chiedendo ai colleghi di tutti i gruppi e di tutte le nazionalità di sostenere la richiesta di una nuova Convenzione europea come il percorso necessario per siglare quel nuovo trattato che realizzi il voto comunitario, almeno per alcuni temi, all’interno del Consiglio ed un vero potere legislativo per il Parlamento?
    Nell’attesa continueremo in Italia, come sempre, ad assistere alle note risse da cortile sperando che si fermino qui e che, prima o poi, prevalga il buon senso ed il vero interesse nazionale del quale troppi parlano e troppi si dimenticano.

  • Le elezioni europee: vinte in Italia, perse in Europa

    Finalmente le tanto attese e temute elezioni europee hanno avuto luogo. Attese dagli uni, i non sovranisti, nella speranza di spostare consensi dal blocco giallo-verde (Lega e Grillini), attese dagli altri, i sovranisti, nella prospettiva di cambiare le cose in Europa e di far recuperare sovranità agli Stati nazionali. La posta in gioco, a livello europeo, era la prosecuzione del processo di integrazione europea, o la vittoria dei sovranisti, con l’arresto di tale processo. A livello nazionale italiano la posta riguardava tanto l’aspetto europeo, quanto la verifica dei consensi, da confermare, o da re-distribuire,  tra i partiti in lizza, rispetto ai risultati delle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Orbene, i risultati in Europa hanno premiato i non sovranisti, poiché questi ultimi sono risultati una minoranza, anche se sono riusciti ad affermarsi in alcuni Paesi, come in Italia, con la Lega, in Francia con Marine Le Pen e nel Regno Unito con il partito Brexit di Farage. Nonostante gli indubbi successi nei loro rispettivi Paesi, in Europa conteranno poco e, per fortuna di tutti noi, le loro idee alternative all’integrazione non avranno successo. I media dell’establishment, all’indomani del voto, hanno sottolineato con enfasi il grande successo dell’Europa attraverso la partecipazione al voto di poco superiore al 50%, cosa che non accadeva da vent’anni. Sarà un successo rispetto a vent’anni fa, non lo neghiamo, ma non è una gran cosa in assoluto, se pensiamo che nel 1979, in occasione delle prime elezioni europee, la percentuale media è stata del 62% e dell’85,6% in Italia. Da allora si sono fatti passi indietro e la colpa non è tutta dell’Europa, che non avrebbe saputo interessare i suoi cittadini, ma delle forze politiche che, obnubilate dal problema del potere, tra divisioni interne, mercanteggiamenti meschini, disinformazione costante, non hanno saputo, o non hanno voluto, fare politica in funzione europea, con un salto di qualità e di interesse che li avrebbe distolti dal persistente provincialismo, ristretto di vedute e limitato nelle prospettive. Questa apertura non è avvenuta ed anche il nuovo che nasceva in Europa era percepito come una costrizione, anziché come un necessario passo in avanti sulla via della costruzione europea e della sua sovranità rispetto alla globalizzazione senza regole, come è malauguratamente accaduto con la decennale crisi iniziata alla fine del 2007. Partecipare alle elezioni è una presa di coscienza necessaria per trasformare gli elettori in cittadini e per renderli consapevoli che il loro voto è un elemento indispensabile nella gestione della cosa pubblica. Più si partecipa, più si è coscienti, e viceversa. L’auspicio è che la prossima legislatura europea sia uno stimolo costante, anche attraverso l’informazione corretta, per elevare i partiti dei nostri Paesi membri, all’altezza dei compiti che li attendono e non per strumentalizzare le ragioni europee ai fini della politica interna. In Italia i risultati hanno premiato in larga misura il capo della Lega Matteo Salvini, che ha superato il 34% dei voti, distanziando i Grillini di 17 punti e che hanno ottenuto soltanto la metà dei voti leghisti (17,7%). Il Partito Democratico, in seconda posizione, ha superato i Grillini di 5 punti, arrivando al 22,69%. Anche Fratelli d’Italia è da annoverare tra i partiti vincitori, avendo superato la temuta soglia del 4% ed ottenuto il 6,45% con 6 seggi. “E’ un risultato storico” proclama il titolo del Secolo d’Italia. Sarà anche vero, ma nelle elezioni del 1994 Alleanza Nazionale, da cui discende in parte Fratelli d’Italia,  ottenne 11 seggi, e in quelle del 1999 e del 2004 si fermò a 9, e con una vice presidenza di gruppo nel 1999 e una copresidenza nel 2004. La vittoria di Salvini è la grande novità che ha scombussolato i consensi espressi alle elezioni politiche del marzo 2018, novità che mette in forse la coalizione giallo-verde e che vede Salvini proiettato verso la presidenza del Consiglio. “Siamo il primo partito italiano in seno al Parlamento europeo”, dicono. Tutto vero. E quanto conterà questo primo posto in Europa? Salvini non andrà a Strasburgo. Quale personalità lo sostituirà? In quale gruppo politico troverà collocazione? Certamente nell’ENF (Europa delle Nazioni e delle Libertà), con Marine Le Pen e l’olandese Geert Wilders, gruppo che dispone di 58 seggi; forse un po’ pochi per far fronte ai gruppi dei democratici cristiani del PPE (180 seggi), dei socialisti del S&D (146 seggi), dei Liberali dell’ALDE&R (109 seggi), dei VERDI/EFA (69 seggi). In questi giorni a Bruxelles si incontrano i capi di governo di vari Paesi per il raggiungimento di accordi relativi alle nomine più importanti dell’UE: Presidente del Consiglio europeo, presidente della Commissione europea, Vice presidente della Commissione e Alto Rappresentante per la Politica Estera, Presidente della BCE. Macron la fa da padrone e tenta di mandare all’aria gli equilibri garantiti fino ora da democristiani e socialisti.  Chi c’è a Bruxelles per difendere gli interessi italiani e negoziare con gli altri partner per assicurare a una personalità italiana una di queste importanti funzioni?  I vincitori italiani dove sono? Non certamente dove si negozia e si regolano accordi. Forse ci potrebbe essere Berlusconi, che non potrà parlare e negoziare per conto dell’Italia, non essendo al governo. Potrà farlo indirettamente in seno al PPE, di cui è un autorevole rappresentante.  L’Italia è tra i sei Paesi fondatori delle Comunità europee e meriterebbe,  a nostro parere, una sorte migliore. La Lega ha vinto in Italia, ma ha perso in Europa se non arriverà ad assicurare una delle funzioni indicate ad una personalità italiana. Sulle prospettive delle politiche europee ne parleremo in un’altra occasione, dopo che le nomine avranno avuto luogo e che i nuovi schieramenti saranno stati decisi.

  • Per cambiare in meglio l’Europa bisogna conoscerla davvero

    Tra poche ore il voto per il Parlamento europeo e per il presidente della Commissione, ancora qualche fuoco d’artificio e poi rien ne va plus, bisognerà solo andare al seggio, votare e sperare, nel marasma generale, che i risultati non siano troppi penalizzanti per l’Italia e che chi ha fatto tante sparate in campagna elettorale sia capace di trovare un po’ di buon senso e si metta a studiare seriamente per evitare di far fare all’Italia altri passi indietro.

    Gi italiani voteranno anche se i partiti, i loro capi, i candidati, nella maggior parte dei casi, non hanno parlato di Europa se non per dire che va cambiata e giornali e giornalisti si sono adeguati, continuando invece a fare domande sulla durata del governo, su eventuali elezioni nazionali e su più o meno innaturali nuove alleanze.

    Quei pochi che hanno tentato di affrontare i temi europei  più urgenti, dalla difesa comune all’immigrazione, dalla lotta al terrorismo a quella delle nuove povertà, dall’ambiente alle regole per impedire che mezzi tecnologici ed informatici da grande risorsa si tramutino in un nuovo grande ed irrisolvibile problema, sono stati relegati in qualche articolo interno e più o meno banditi dalle televisioni. Siamo ancora un paese che si guarda l’ombelico pensando che sia il centro del mondo, che pensa di risolvere i problemi ignorandoli o sparando frasi ad effetto, che non fa i conti con la realtà e non ha progetti per il futuro. Anche per questo l’Europa è necessaria e cambiarla in meglio significa conoscerne pregi e difetti, conoscere le esigenze degli altri paesi, non per fare  lo sterile gioco del tiro alla fune ma per trovare corrette mediazioni che rispettino i diritti e le necessità di ciascuno.

    In Europa bisogna starci fisicamente, non ignorare le riunioni o assentarsene dopo poco, e bisogna starci con la testa, conoscere i dossier e le mentalità diverse per ogni nazione, bisogna impegnarsi  per trovare il modo di fare si che il Consiglio europeo, l’organo che ha in mano il vero potere, trovi, almeno per alcuni temi, un sistema di voto comunitario per impedire che interessi nazionali esasperati, come è avvenuto per l’immigrazione, impediscano fattive collaborazioni e creino dannose rivalità, sempre a vantaggio dei più capaci e forti e dei loro stati satellite, come è avvenuto per il Made in con le note conseguenze economiche. Occorre una nuova Convenzione europea per definire limiti ed obblighi, per dare maggiore valenza e peso al Parlamento che rappresenta i cittadini, per ridisegnare le missioni, gli obiettivi interni ed esterni all’Unione, tenendo ben presenti le variegate realtà africane e cinesi, per identificare le priorità in campo economico e finanziario prima che il crollo di qualche banca europea, oltre Atlantico, ci riprecipiti in una nuova crisi o che un paese europeo scateni guerre, come quella libica, le conseguenze delle quali pagheremo tutti ancora per molto.

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