riso

  • Buhari unveils ‘rice pyramids’ to showcase farming

    Nigeria’s President Muhammadu Buhari has unveiled what one of his media aides has dubbed the “world’s largest rice pyramids” – made with one million bags of rice – in the capital, Abuja.

    The temporary “rice pyramids” were aimed at showcasing the government’s efforts to boost rice production, and to make Nigeria – Africa most populous state – self-sufficient in food.

    It was one of the main electoral pledges that Mr Buhari made when he took office in 2015.

    Mr Buhari’s media aide Bashir Ahmed tweeted that the initiative has led to a sharp reduction of Nigeria’s annual rice import bill – from $1.5bn (£1.1bn) in 2015 to $18.5m.

    The bags of rice for the pyramids were collected from farmers across Nigeria, whose efforts to increase production received financial backing from the central bank in a scheme known as the Anchor Borrowers’ Programme.

    “As a critical policy of the government, the Anchor Borrowers’ Programme is expected to catalyse the agricultural productive base of the nation, which is a major part of our economic plan to uplift the economy, create jobs, reduce reliance on imported food and industrial raw materials, and conserve foreign exchange,” Mr Buhari was quoted by local media as saying at the event.

    While Mr Ahmed said the “world’s largest rice pyramids” had been unveiled, the central bank preferred to call them “mega rice pyramids”:

    Earlier, a senior official of the Rice Farmers Association of Nigeria, Shehu Muazu, warned that immediately after the unveiling of the “pyramids”, the bags of rice would be allocated to processors, and sold at a discounted price.

    This will lead to drastic reduction in price once it starts rolling into the market,” he was quoted as saying.

  • Italia verso l’autarchia nella produzione di riso

    L’obbligo di indicare l’origine in etichetta farà aumentare le semine di riso Made in Italy per circa 3500 ettari nel 2019, secondo quanto emerge da una analisi della Coldiretti divulgata in occasione della presentazione dell’iniziativa “Abbiamo riso per una cosa seria” organizzata insieme alla Focsiv a favore dell’agricoltura familiare in Italia e nel mondo.

    A un anno dall’entrata in vigore, nel febbraio 2018, dell’obbligo di indicare la provenienza in etichetta, la coltivazione di riso in Italia riguarderà 220.670 ettari  (secondo l’ultimo sondaggio dell’Ente Risi a marzo), in controtendenza rispetto agli ultimi tre anni, che hanno portato a perdere quasi 20.000 ettari di superfici seminate a riso (già nel 2018 le importazioni di riso straniero sono crollate del 24%, scendendo a 180 milioni di chili, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat).

    In Europa l’Italia è il primo produttore di riso con 1,40 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4mila aziende che copre il 50% dell’intera produzione Ue con una gamma varietale del tutto unica. Alla valorizzazione della produzione nazionale ha contributo anche lo stop all’invasione di riso asiatico nell’Ue, tramite i dazi imposti da metà gennaio 2019 sulle importazioni provenienti da Cambogia e Birmania/Myamar (quest’ultima ritenuta peraltro responsabile di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione Rohinya, una minoranza etnica di religione musulmana).

    Nel dettaglio sono previsti dazi solo sul riso Indica lavorato e semilavorato per un periodo non superiore a tre anni, con un valore scalare dell’importo da 175 euro a tonnellata nel 2019, a 150 euro a tonnellata nel 2020 fino a 125 euro a tonnellata nel 2021 ma è possibile una proroga ove sia giustificata da particolari circostanze. Secondo i primi dati aggiornati alla fine di marzo della Commissione Europea, i numeri dimostrano che la clausola di salvaguardia inizia a fare effetto. Le importazioni di semilavorato e lavorato da Cambogia e Myanmar nel mese di marzo in Europa sono calate di 24mila tonnellate (16.000 a fronte delle 40.000 registrate a febbraio e delle 54.000 tonnellate di gennaio).

    Si tratta di una esperienza che dimostra l’importanza della trasparenza dell’informazione ai consumatori per salvare il consumo di suolo in un Paese come l’Italia dove nel 2019 sono scomparsi 100mila ettari di terra coltivata, pari alla superficie di 150mila campi da calcio, a causa del consumo di suolo e della cementificazione ma anche del mancato riconoscimento del lavoro degli agricoltori e dei bassi prezzi pagati per i prodotti agricoli nazionali per la concorrenza sleale delle importazioni low cost di prodotti dall’estero.

  • Dazi ed etichette fanno impennare le quotazioni del riso italiano

    A un anno dall’entrata in vigore dell’obbligo di indicare in etichetta l’origine del riso aumentano fino al 75% le quotazioni dei raccolti Made in Italy rilevate da una analisi della Coldiretti (che ha fortemente sostenuto la nuova normativa sull’obbligo di indicare la provenienza in etichetta entrata in vigore nel febbraio 2018). Secondo lo studio, le quotazioni nell’arco di un anno sono aumentate del 70% per la varietà Arborio che ha raggiunto i 520 euro a tonnellata, mentre per il Selenio l’incremento è stato addirittura del 75% con 490 euro a tonnellata. Variazioni positive anche per tutti gli altri risi Made in Italy: dal Roma +54% al Sant’Andrea +49%, dal Carnaroli + 55% al Vialone Nano +32% fino al Lungo B +20%.

    L’indicazione in etichetta dell’origine per il riso deve riportare le diciture “Paese di coltivazione del riso”, “Paese di lavorazione” e “Paese di confezionamento”. Qualora le fasi di coltivazione, lavorazione e confezionamento del riso avvengano nello stesso Paese, può essere recata in etichetta la dicitura “origine del riso”, seguita dal nome del Paese. In caso di riso coltivato o lavorato in più Paesi, possono essere utilizzate le diciture “UE”, “non UE”, ed “UE e non UE”.

    Alla valorizzazione della produzione nazionale ha contributo anche lo stop all’invasione di riso asiatico nell’Unione europea che da metà gennaio 2019 ha messo dazi sulle importazioni provenienti da Cambogia e Birmania, con un valore scalare dell’importo da 175 euro a tonnellata nel 2019, a 150 euro a tonnellata nel 2020 fino a 125 euro a tonnellata nel 2021 (è possibile una proroga ove sia giustificata da particolari circostanze).

    “Si tratta del risultato della mobilitazione della Coldiretti nelle piazze italiane e nelle sedi istituzionali che ha portato al via libera all’etichetta Made in Italy a  livello nazionale mentre Bruxelles ha riconosciuto il danno economico generato dai volumi di importazioni di riso, che nell’arco dal 2011/12 al 2017/18 sono aumentati del 256% giustificando l’attivazione della clausola di salvaguardia e lo stop alle agevolazioni a dazio zero” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorre lavorare per estenderli anche al riso non lavorato. Un obiettivo che – ha continuato Prandini – potrebbe arrivare presto a seguito della verifica in atto da parte dell’Unione Europea sul deterioramento dello stato dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori nel Myamar che potrebbe determinare l’avvio di una procedura per la sospensione del regime preferenziale EBA, come già accaduto alla Cambogia, che porterebbe al ripristino strutturale dei dazi anche per il riso non lavorato”.

    L’Italia in Europa è il primo produttore di riso con 1,40 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4mila aziende di 219.300 ettari, che copre circa il 50 % dell’intera produzione Ue con una gamma varietale del tutto unica.Riso Coldiretti

  • Riso nell’Unione Europea: finalmente i dazi

    L’economia reale molto spesso supera quella teorica ed accademica attraverso le sue molteplici applicazioni, anche perché la prima valuta gli effetti e la realtà oggettiva mentre  la seconda spesso  non li conosce arrivando persino a negarli.

    Da anni considero “l’ideologia economica” con i propri dogmi applicati al libero mercato come un’utopia indicatrice non solo di una scelta strategica ma anche del distacco con le realtà oggettive di un mercato complesso. Un mix di schemi politico economici rigidi che non tengono in nessun conto, per esempio, dei diversi quadri normativi delle diverse espressioni statali che operano nel libero mercato in materia di sicurezza per i lavoratori e dei processi di produzione fino al prodotto finito, per esempio per le norme  igienico sanitarie come espressione dello sviluppo dei paesi.

    Per anni, anzi per troppi anni, abbiamo assistito allo scempio delle strutture industriali italiane quasi azzerate dalla invasione  di prodotti a basso costo, espressione di civiltà e complessi normativi incompatibili con il nostro livello di sviluppo e di considerazione per il consumatore finale ed il prodotto stesso.

    Finalmente la scelta dell’Unione Europea di introdurre i dazi sul riso proveniente dalla Cambogia e dal  Myanmar sembra  offrire l’espressione di una valutazione reale del  diverso complesso normativo alla base del settore agroalimentare italiano ed europeo nei confronti di quelli dei paesi dell’estremo oriente.

    L’importazione di riso tax free ha portato il valore della tonnellata del prezioso alimento di cui l’Italia detiene il primato mondiale della qualità da 700 a 300 euro alla tonnellata. Una riduzione che ha di fatto (considerati i costi incomprimibili delle filiera italiana) estromesso dal mercato molti  produttori italiani. Sopratutto però tale riduzione  di oltre il 60%del costo del riso/tonnellata non ha prodotto alcun vantaggio per i consumatori sia italiani che europei.

    Questa mancata traduzione sul prezzo finale a causa della “maggiore concorrenza” della riduzione del costo per tonnellata annienta la teoria economica tanto cara ai vari Alesina e Giavazzi i quali indicano nel semplice aumento della produttività la risposta alla invasione tax free di prodotti a basso costo. In più, come principio, ogni schema o teoria economica devono trovare una specifica caratteristica per ogni mercato di riferimento (saturo/maturo/in via di sviluppo etc.), per cui la semplice declinazione di qualsiasi principio economico privo di aggiornamento  in tempo reale e senza una specifica taratura per il mercato di riferimento risulta possedere il valore di una recita scolastica. Dimenticando, poi, come un prodotto attualmente  rappresenti la sintesi culturale di un sistema economico e normativo in un determinato momento storico.

    Quindi a fronte di un “vantaggio normativo ed economico” che i paesi in via di sviluppo ( soprattutto a scapito  di tutela del lavoro e sanitaria) offrono,  risulta impossibile attraverso il solo parametro dell’aumento della produttività rispondere a prodotti sintesi di “lacune normative inaccettabili nella nostra cultura contemporanea”.

    In una parola, si passa in questo modo dal prodotto  espressione di una filiera complessa ed articolata (per esempio il Made in Italy) ad un prodotto espressione della applicazione del principio speculativo di origine finanziaria applicato al mondo della produzione.

    In questo senso e contesto  l’introduzione dei dazi sul riso delle due nazioni  destituisce di ogni fondamento reale, finalmente e definitivamente, l’illusione che il libero mercato senza un adeguamento normativo comune  di base per tutti gli attori  possa trovare una applicazione ed un via di sviluppo propria.

    Il mercato libero e basato sulla concorrenza non può che scaturire da una precedente condivisione di normative base di tutela del diritto dei lavoratori e di condizioni igienico sanitarie valide fino al prodotto finale: SOLO da questa condivisione si possono creare le basi per un mercato concorrenziale che spinga le aziende ad aumentare la competitività e la produttività. Tutto il resto riamane un semplice concetto  speculativo di derivazione finanziaria applicato al mondo dell’industria e dell’agro-alimentare.

    Una Unione Europea peraltro,  va ricordato, piuttosto ondivaga che ha molto criticato i dazi della amministrazione statunitense di Trump sull’alluminio cinese dimenticandosi di averli applicati mesi prima.

    Si spera ora che una linea coerente venga intrapresa e seguita finalmente a tutela delle attività  produttive del settore agroalimentare ed industriale le quali devono venire poste nelle condizioni di competere  ad armi pari con i concorrenti internazionali (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/10/libero-scambio-quale-modello/).

    Certamente l’utilizzo dei dazi rappresenta un passaggio di un percorso molto più completo ed articolato che dovrebbe portare i diversi sistemi economici espressione degli Stati sovrani  come anticipato alla condivisione di un quadro normativo di base dal quale poi  tutti gli attori del mercato globale possano esprimere le proprie peculiarità e porre le basi per un mercato concorrenziale e competitivo. Anche in questo senso l’amministrazione statunitense dimostra la propria centralità e visione nella gestione delle diverse problematiche concedendo nell’accordo con il Canada il tax free per quei prodotti del settore automotive espressione al 75% di realtà industriali con una remunerazione minima di 14 dollari all’ora per le maestranze (https://www.ilpattosociale.it/2018/10/08/the-one-and-only-way-to-development/).

    Per fortuna dopo molti tentennamenti  e cambi di direzione improvvisi la Ue comprende la necessità di rendere proprie le esigenze di un mercato come quello della risicoltura italiana che rappresenta il 50% della produzione europea  e detiene il primato in qualità come la migliore a livello mondiale.

    L’introduzione di dazi (si daranno pace i grandi economisti italiani) non significa un tradimento del libero mercato concorrenziale ma semplicemente la presa di coscienza del fatto che le differenze normative si traducono  in termini di costi rendendo impossibile la creazione di un mercato libero senza l’imposizione di dazi che permettano salvaguardia dalle produzione stessa.

    Certamente  i dazi rappresentano un passaggio di un percorso più ampio ed articolato che la nomenklatura economica vorrebbe risolvere attraverso il solo parametro dell’aumento della produttività e quindi della concorrenza sbilanciata e speculativa: cioè speculatrice di fattori economici impropri come il basso costo della manodopera, espressione non solo del livello economico ma soprattutto della lacunosa normativa applicata al mondo del lavoro.

    Mai come in questo caso la via più semplice risulta anche quella peggiore e comunque sbagliata.

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