sviluppo

  • Fondi europei per la costruzione di un ponte da parte di cinesi in Tunisia

    Il ponte di Biserta, finanziato prevalentemente dall’Unione europea ma realizzato da un consorzio cinese, è in piena fase di costruzione e si avvia al completamento entro la metà del 2027. Lo ha confermato l’ambasciatore della Repubblica popolare cinese in Tunisia, Wan Li, rassicurando che “i lavori stanno procedendo bene”. In un’intervista all’agenzia di stampa tunisina “Tap”, il diplomatico ha dettagliato i progressi: circa il 14 per cento della costruzione delle fondamenta è concluso, e la prossima fase si concentrerà sulle strutture di base e sulle infrastrutture sottomarine. Con un budget totale di circa 250 milioni di euro, l’iniziativa è sostenuta da importanti partner internazionali. La Banca europea per gli investimenti (Bei) ha stanziato un prestito di 123 milioni di euro, garantito dall’Unione Europea (Ue), affiancato da un prestito di 122 milioni di euro della Banca africana di sviluppo (AfDb). Inoltre, l’Ue ha supportato il progetto sin dall’inizio, nel 2016, con una donazione di circa tre milioni di euro per gli studi di fattibilità e la progettazione. Nonostante il corposo finanziamento europeo, il contratto di costruzione, del valore di 200 milioni di euro (il 79% dell’investimento totale), è stato assegnato al colosso cinese Sichuan Road and Bridge Group (Srbg), selezionato tramite gara internazionale. Lambasciatore Wan Li ha sottolineato la stretta collaborazione con le autorità tunisine per assicurare la consegna del progetto nella seconda metà del 2027. I lavori di scavo dei pilastri sono partiti a luglio.

    Situato strategicamente tra il Lago di Biserta e il Mediterraneo, il nuovo ponte-  lungo 2,07 km e alto 56 metri – è fondamentale per la Tunisia. L’opera è destinata a migliorare significativamente la mobilità e la qualità della vita, collegando la città con la sua zona industriale e ottimizzando l’accesso al porto commerciale. Il ponte, articolato in tre fasi (collegamento sud, ponte principale, e collegamento nord con svincolo autostradale), convoglierà il traffico fuori dal centro urbano, decongestionando l’attuale ponte mobile, attraversato da oltre 44.000 veicoli al giorno. Oltre a razionalizzare il traffico, l’iniziativa è pensata a a sostenere l’attività economica regionale, facilitando gli scambi sia con il Nord-est che con l’Algeria.

    Il governatorato di Biserta, nella regione settentrionale della Tunisia, punta a rafforzare il suo ruolo economico e turistico con progetti infrastrutturali di vasta portata. Il direttore regionale dello sviluppo, Abdellatif Hamid, ha recentemente annunciato che la regione intende anche costruire un porto di terza o quarta generazione in acque profonde, capace di accogliere navi di grandi dimensioni e di rilanciare l’economia locale. Questo progetto è inserito nel piano di sviluppo quinquennale, elaborato attraverso un processo che parte dal livello locale per arrivare a quello nazionale. Nonostante il potenziale strategico—con oltre 200 chilometri di costa, ampie foreste e siti naturali unici come l’isola di La Galite e la riserva di Ichkeul—la regione deve ancora superare significative sfide, come le disparità di sviluppo tra le diverse aree del governatorato. Mentre il litorale orientale si basa principalmente sull’agricoltura e le delegazioni come Tinja e Mateur sono poli economici, le zone occidentali, come Sejnane, Joumine e Ghezala, registrano gli indicatori di sviluppo più bassi e necessitano di interventi urgenti.

    Commentando la cooperazione bilaterale, l’ambasciatore Wan Li ha aggiunto che la Cina “auspica di rafforzare in futuro la collaborazione nel settore del trasporto aereo” e ha evocato la possibilità di istituire una rotta diretta tra Pechino e Tunisi, precisando che “si tratta di una questione complessa, ma che vale la pena studiare per favorire gli scambi economici e turistici tra i due Paesi”. Nonostante i progetti congiunti di alto profilo – finanziati da terzi come nel caso del ponte di Biserta – la cooperazione economica tra Tunisia e Cina nasconde un profondo squilibrio commerciale che aggrava pesantemente il deficit tunisino. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica (Ins), la bilancia commerciale pende in modo netto a favore di Pechino: nel 2024, il disavanzo tunisino ha toccato i nove miliardi di dinari (circa 2,7 miliardi di euro). Questo forte divario è il risultato di un flusso di importazioni massiccio dalla Cina, che supera i 9,07 miliardi di dinari (circa 2,6 miliardi di euro) e include un’ampia gamma di prodotti, dai macchinari agli apparecchi elettrici, dai filamenti sintetici ai beni di consumo. Di contro, l’export tunisino verso il colosso asiatico rimane marginale, fermandosi a soli 75,7 milioni di dinari (22 milioni di euro), pari a un esiguo due per cento del totale degli scambi bilaterali. La Cina si conferma così, insieme a partner chiave come Russia e Algeria, uno dei principali fattori di pressione sulla vulnerabile bilancia commerciale della Tunisia.

    I paradossi non finiscono qui. La Cina si dice infatti anche pronta a condividere con la Tunisia la propria esperienza nello sviluppo dell’industria chimica. Come anticipato da “Agenzia Nova” nei giorni scorsi, Wan Li ha confermato che una squadra tecnica cinese è stata inviata il 21 ottobre a Gabes, al fine di valutare le condizioni ambientali nella regione. Il diplomatico cinese ha confermato che la Tunisia ha chiesto assistenza a Pechino per la riabilitazione delle unità di produzione del complesso chimico di Gabes, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas e porre fine all’inquinamento ambientale. Tale richiesta è giunta a seguito di un incontro con il ministro delle Infrastrutture e dell’Edilizia abitativa, Salah Zouari, il 18 ottobre.

  • Per il terzo anno di fila il Pil cresce più al Sud che al Nord

    Il Sud cresce più del Nord. Nel 2024, come nel biennio precedente, il Pil delle regioni meridionali è aumentato più del Centro-Nord: +1 per cento contro lo 0,6 per cento. È quanto emerge dai dati Svimez sul Pil delle regioni italiane nel 2024. La crescita è stata più sostenuta nelle regioni centrali (+1,2 per cento), meno nel Nord-Ovest (+0,9 per cento). Per il Nord-Est si stima una sostanziale stagnazione dell’attività economica (-0,2 per cento). Rispetto al 2023, il divario di crescita a favore del Sud si è tuttavia ridotto: da 1 punto percentuale a soli 0,4. A consuntivo di una inedita fase di ripresa, il Pil è cresciuto complessivamente dell’8,6 per cento tra il 2022-2024 al Sud, contro il 5,6 per cento del Centro-Nord, con uno scarto cumulato di tre punti percentuali. Nel complesso, nel 2024 il Pil italiano è cresciuto dello 0,7 per cento, in linea con il dato del 2023, ma al di sotto della media dell’Ue-27 (+1 per cento) per la prima volta dal 2021. Questa dinamica si colloca in un contesto di crescita disomogenea tra principali economie europee, che vede la Spagna in una fase di espansione pronunciata (+3,2 per cento), la Francia in crescita moderata (+1,2 per cento) e la Germania in recessione per il secondo anno consecutivo (-0,2 per cento nel 2024, dopo il -0,3 per cento del 2023). La migliore performance di crescita del Sud è determinata dallo stimolo maggiore offerto dalle costruzioni (+3 per cento contro il + 0,6 per cento del Centro-Nord), in continuità con il biennio precedente.

    Superiore al dato del Centro-Nord anche la dinamica dei servizi (+0,7 per cento contro +0,5 per cento). Nella media d’area, il comparto industriale meridionale presenta una sostanziale tenuta (+0,1 per cento), a fronte di una leggera contrazione nel resto del Paese (-0,2 per cento). L’agricoltura cresce solo dello 0,5 per cento al Sud rispetto al +2,9 per cento del Centro-Nord. La crescita italiana, in un contesto di forte incertezza internazionale e di crisi di ampi comparti dell’industria europea, è stata sostenuta dalla spinta propulsiva degli investimenti in opere pubbliche, trainati dal Pnrr e da una migliorata capacità realizzativa delle amministrazioni. La Svimez ha stimato che il Pnrr ha offerto un contributo alla crescita del Pil nel 2024 pari allo 0,6 punti percentuali nel Mezzogiorno e a 0,4 punti nel Centro-Nord. Anche nel 2024 si conferma l’ampia differenziazione interna alle diverse ripartizioni territoriali nei tassi di crescita regionali osservata nel triennio precedente. Al Sud, spiccano le performance di Sicilia (+1,5 per cento) e Campania (+1,3 per cento), accomunate dalle migliori dinamiche d’area del valore aggiunto delle costruzioni, rispettivamente pari a +6,3 per cento e +5,9 per cento. In Sicilia anche l’espansione del settore industriale (+2,7 per cento) contribuisce al risultato.

    Basilicata (+0,8 per cento), Sardegna (+0,8 per cento) e Abruzzo (+1 per cento) mostrano tassi di crescita simili, frutto però di diverse dinamiche settoriali: nell’economia sarda l’espansione riguarda i diversi settori; in Abruzzo la crescita è trainata dai servizi che compensano la perdita di valore aggiunto delle costruzioni; nell’economia lucana pesa il calo del valore aggiunto industriale e il minor stimolo offerto dalle costruzioni, ma l’aumento dei servizi sostiene la crescita. Più distante dalla media meridionale, la Puglia (+0,6 per cento), frenata dalla stagnazione del terziario e da una crescita meno vivace del valore aggiunto delle costruzioni rispetto al resto del Mezzogiorno. Infine, Molise (-0,9 per cento) e Calabria (-0,2 per cento) dovrebbero segnare un calo del Pil nel 2024. Nel primo caso, il dato risente della contrazione significativa delle costruzioni (-12,7 per cento) – la più ampia a livello regionale – e del ristagno di servizi e industria. Sullo stallo dell’economia calabrese incidono andamenti negativi diffusi tra settori, che compensano la crescita dell’industria. Nel Centro, alla stagnazione delle Marche e alla crescita moderata della Toscana (+0,4 per cento) si contrappongono le buone performance dell’Umbria (+1,2 per cento) e, soprattutto, del Lazio, prima regione italiana per crescita del Pil nel 2024 (+1,8 per cento).

    Nel Nord-Ovest, solo il Piemonte (+1,5 per cento) registra una crescita significativa, seguito dalla Lombardia (+0,9 per cento), mentre Liguria (-0,5 per cento) e Valle d’Aosta (-0,1 per cento) registrano il segno meno. La contrazione del prodotto in Veneto (-0,4 per cento) ed Emilia-Romagna (-0,2 per cento), principali economie dell’area, dovrebbero portare in territorio negativo il dato del Nord-Est (-0,2 per cento). Nel triennio 2022-2024, in termini di crescita cumulata del Pil, Sicilia (+11,2 per cento), Campania (+9,5 per cento) e Abruzzo (+9,2 per cento) hanno registrato risultati superiori alla media del Mezzogiorno. Sardegna (+7,7 per cento) e Puglia (+7 per cento), pur collocandosi al di sotto della media dell’area, hanno comunque superato il tasso di crescita medio del Centro-Nord. Restano invece al di sotto della media meridionale Molise (+5,2 per cento), Calabria (+4,2 per cento) e Basilicata (+2,7 per cento).

  • Trump realizzerà un resort di ville e campi da golf da 1,5 miliardi di dollari in Vietnam

    Il primo ministro del Vietnam, Pham Minh Chinh, ha partecipato il 21 maggio alla cerimonia di posa della prima pietra del complesso “Trump International Hung Yen”, un progetto da oltre 1,5 miliardi di dollari che sorgerà nella provincia settentrionale di Hung Yen, nel delta del Fiume Rosso. Alla cerimonia hanno preso parte anche Eric Trump, vicepresidente della Trump Organization e figlio del presidente statunitense Donald, l’ambasciatore degli Stati Uniti a Hanoi Marc Knapper e altri funzionari di alto livello dei due Paesi. Il progetto, il primo in Vietnam a portare il marchio Trump, si estenderà su quasi mille ettari e includerà un campo da golf esclusivo da 54 buche, ville di lusso, un moderno complesso urbano e strutture ricettive di standard internazionale. L’iniziativa è frutto di una collaborazione strategica tra la Trump Organization e la Hung Yen Company, affiliata del gruppo vietnamita Kinh Bac City Development. Nel suo intervento, il premier Chinh ha sottolineato il valore simbolico del progetto per il rafforzamento del partenariato strategico globale tra Vietnam e Stati Uniti. Ha evidenziato l’importanza della presenza di Eric Trump e di sua moglie, un “segnale positivo” per gli investimenti statunitensi nel Paese. Chinh ha inoltre invitato le autorità locali a fornire il massimo sostegno per completare l’opera entro due anni, in tempo per il vertice Apec del 2027 che si terrà in Vietnam.

    Il capo del governo ha ricordato che durante il suo primo mandato presidenziale Donald Trump ha visitato il Vietnam due volte, e ha espresso l’auspicio di nuove visite nell’ambito dell’approfondimento della cooperazione bilaterale. Eric Trump, da parte sua, ha definito il Vietnam uno dei mercati più promettenti al mondo e si è detto orgoglioso di portare il marchio Trump in un Paese in rapida crescita. Ha assicurato l’impegno degli investitori a completare il progetto entro due anni, affinché diventi “l’invidia dell’Asia e del mondo”. Il presidente del gruppo Kinh Bac, Dang Thanh Tam, ha infine dichiarato che l’obiettivo è trasformare Hung Yen in una delle principali destinazioni asiatiche per il golf e il turismo di alto livello.

  • Troppi luoghi comuni intorno all’Africa

    L’Africa è nell’opinione comune un luogo da cui si fugge, per l’eco mediatica che inevitabilmente hanno gli sbarchi verso l’Europa. Genocidi (in Ruanda negli anni ’90), guerre civili o scontri etnici e religiosi (Sudan, Congo) fanno certamente parte del modo di essere, purtroppo, del Continente nero, ma quest’ultimo presenta anche una serie di caratteristiche che le cattive notizie mettono in ombra.

    La notizia può apparire così datata e lontana nel tempo da essere sostanzialmente irrilevante ma l’Africa è considerata la culla del genere umano. La Rift Valley è considerata da molti studiosi; i più antichi resti di Homo sapiens sono stati trovati in Etiopia e nel 1974, vicino Khadr fu trovato lo scheletro di Lucy, un Australopithecus Afarensis che visse circa 3,2 milioni di anni fa, e che molti scienziati ritengono sia il più antico antenato diretto dell’uomo. Lo sviluppo della civiltà in Africa è attestato dalle Piramidi in Egitto, ma in realtà a vantare il maggior numero di queste opere architettoniche è il Sudan: ne ospita 223 contro le 138 dell’Egitto ma le minori dimensioni e l’ubicazione meno accessibile ha fatto sì che a divenire attrazione turistica siano state solo quelle egiziane.

    Secoli dopo l’Africa presentava uno sviluppo anche maggiore di quello europeo. Nel 1500 la città di Timbuktu nel Mali aveva 115mila abitanti, mentre Londra solo 20mila abitanti, ed ospitava anche un università. Oggi in effetti solo il 39% della popolazione africana vive in aree urbane. E benché l’Africa sia il Paese col più veloce sviluppo demografico (oggi vi vivono 1,1 miliardi di persone, nel 2050 saranno 2,3 miliardi), solo il Cairo, Egitto, e Lagos, in Nigeria sono megalopoli con oltre 10 milioni di abitanti (Nigeria ed Egitto sono peraltro i Paesi più popolosi del continente, anche se lo sviluppo demografico più alto si registra in Niger). Più noto è il fatto che l’Africa ha una popolazione prevalentemente giovane: in molti stati africani la metà della popolazione non ha ancora raggiunto i 25 anni; l’aspettativa media di vita nel continente è però bassa: 58 anni.

    Anche se, con le sole eccezioni di Etiopia e Liberia, tutta l’Africa è stata colonizzata da Paesi non africani (Regno Unito, Francia, Belgio, Spagna, Italia, Germania e Portogallo), la lingua più parlata in Africa è l’arabo, rappresentato da vari dialetti: lo parlano 170 milioni di persone e vivono principalmente in Nord Africa (in totale, le lingue parlate nei 54 Stati del continente sono 2.000).

    La povertà in Africa è sicuramente diffusa ma che l’Africa sia un Paese povero è in parte un luogo comune. L’Angola sta vivendo una vera e propria fase di boom economico, tanto da aver invertito i flussi di immigrazione verso il Portogallo (di cui è stata una colonia): oggi sono i portoghesi che emigrano in Angola. L’Angola è anche il paese che ha espresso anche il primo miliardario (in euro) della storia dell’Africa: Isabel dos Santos Fontes.

  • Il 2023 dell’Africa si apre all’insegna del debito

    Se il 2022 non è stato “facile” per l’economia dell’Africa Subsahariana, quello che si apre sembra non essere roseo. All’inizio del 2022 la regione soffriva a causa della pandemia e dei suoi effetti sull’economia. Il 2023 si apre con molte nazioni che stanno affrontando un’altra crisi: il debito insostenibile. La newsletter settimanale di Bloomberg spiega che la crisi è in  atto da anni, i prestiti a lungo termine sono più che raddoppiati raggiungendo i 636 miliardi di dollari nel decennio 2011-2021, una cifra che supera il Prodotto interno lordo di oltre 40 Paesi africani considerati nel loro insieme. La pandemia da Covid ha peggiorato la situazione economica e la guerra in Ucraina ha spinto sull’orlo del baratro molti Paesi, chiudendo l’accesso ai finanziamenti, esaurendo le riserve di valuta estera e mandando in tilt i bilanci nazionali. Non a caso il Fondo monetario internazionale parla di una regione che “vive sul filo del rasoio”. Il Ghana si è unito a Zambia e Etiopia nel tentativo di ristrutturare le passività, paesi come Nigeria e Kenya sono appesantiti da un debito sempre più preoccupante.

    Il debito è il problema maggiore che i Paesi della regione dovranno affrontare anche se l’agenzia di ratings, Fitch, prevede che il debito medio “nell’Africa subsahariana migliorerà e sarà al di sotto del 65% nel 2023, dopo aver raggiunto il 72% nel 2020, aiutato dalla ripresa economica dopo la pandemia, dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dagli sforzi per ridurre i deficit di bilancio, ma questo livello si confronta con una media del 57% nel 2019, prima della pandemia, e con meno del 30% tra il 2007 e il 2013”. Secondo l’analisi del debito pubblico dei 19 Paesi dell’Africa subsahariana, quasi la metà dei Paesi (42%) a cui Fitch assegna un rating nella regione “hanno un rapporto debito-Pil superiore al 70%, mentre il rapporto medio debito-reddito continuerà a essere superiore al 300%, il doppio del valore del 2013”. Questo, secondo Fitch, prova il deterioramento dei fondamenti economici dei paesi della regione, nonché delle prospettive di evoluzione di queste economie. I rischi che dovranno affrontare questi paesi, dovuti al significativo rallentamento globale, sono legati all’elevata inflazione, alle difficili condizioni finanziarie, al generale indebitamento delle economie determinato dalla pandemia e ora dall’invasione russa dell’Ucraina. Fitch, inoltre, prevede che l’inflazione media nella regione scenderà dal circa 8% del 2022 al 5,5% di quest’anno e che la crescita del Pil sarà intorno al 4%, vicino alla media del 3,8% nei 5 anni fino al 2019, ma ben al di sotto della crescita registrata fino al 2014. In alcuni Paesi della regione, tuttavia, l’inflazione è ben al di sopra della media regionale.

    A ciò si aggiunge che ci sono 8 Paesi dell’Africa Subsahariana con pagamenti del debito pubblico, nel 2023, che rappresentano un quarto delle riserve estere. Secondo Bloomberg i responsabili politici africani possono far ben poco per influenzare i venti contrari globali, ma possono adottare misure per costruire una sorta di “tesoretto”. L’aumento dei prezzi delle materie prime in un continente in cui ce ne sono in abbondanza – dai diamanti ai minerali di ferro, alla bauxite, al cobalto, al platino, al rame, alle cosiddette terre rare, al petrolio e al gas – offre la possibilità di creare fondi di stabilizzazione o fondi sovrani per proteggersi da shock futuri. Il 2022, inoltre, è stato un anno in cui la maggior pare delle valute africane hanno perso valore, una tendenza che potrebbe proseguire anche nel 2023.

    Tra le monete più deboli ci sono quelle dei Paesi con un contesto complesso sia dal punto di vista economico sia da quello politico-sociale come il Sudan e lo Zimbabwe, mentre le monete di Ghana, Malawi, Sierra Leone, Etiopia ed Egitto, potrebbero subire un ulteriore deprezzamento di oltre il 10% a causa dell’inflazione. Non dovrebbe, invece, subire scossoni il franco Cfa, adottato da molti Paesi francofoni, la cui stabilità è legata all’euro. Sul fronte politico molti paesi saranno chiamati alle urne durante il 2023 e anche questi appuntamenti potrebbero far crescere il malcontento delle popolazioni già fortemente sofferenti per l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. I cittadini di 8 Paesi saranno chiamati alle urne per le elezioni presidenziali. In Nigeria, il peso massimo del continente con oltre 200 milioni di abitanti, le lezioni generali sono previste per il 25 febbraio. Il presidente uscente Muhammadu Buhari non potrà candidarsi avendo già portato a termine 2 mandati. La Sierra Leone andrà al voto a giugno, la Liberia a ottobre, il Madagascar a novembre, i  presidenti uscenti di questi paesi – rispettivamente Jiulius Maada Bio, George Weah e Andrei Rajoelina – potranno candidarsi per un secondo mandato. In Gabon, la Costituzione consente al presidente Ali Bongo di ricandidarsi, in questo caso si tratterà di un terzo mandato settennale. Prima di lui il governo del Gabon e’ stato nelle mani del padre Omar Bongo per 41 anni. La Repubblica democratica del Congo andrà alle urne il 20 dicembre, la registrazione degli elettori è già iniziata, il presidente uscente, Felix Tshisekedi, ha già annunciato la sua ricandidatura, anche se molti analisti temono che possano essere rinviate a causa della perenne condizione di guerra che regna nell’Est del paese. Anche lo Zimbabwe andrà alle urne. Le elezioni generali, invece, sono già state rinviate in Sud Sudan, non si terranno quest’anno e la transizione è stata prorogata di due anni, fino al 2024. Il Sud Sudan non ha avuto elezioni presidenziali dalla sua indipendenza nel 2011. Nel 2013 è scoppiata una sanguinosa guerra civile e ancora oggi, nonostante gli accordi di pace, il paese vive una instabilità cronica.

  • Prospettive difficili per i costruttori di macchinari per plastica e gomma

    “Dopo un 2019 in ripiego – con un calo della produzione e dell’export di 6 punti, risultato peraltro atteso dopo un ciclo di crescita di 8 anni – non sarà certo il 2020 l’anno del recupero per l’industria italiana delle macchine per plastica e gomma, uno dei principali segmenti della meccanica strumentale del Paese. Difficile fare previsioni: quasi sicuramente non sarà nel 2021 che si tornerà ai livelli pre-crisi e una piena ripresa si concretizzerà probabilmente solo nel 2022”. Lo sottolinea Amaplast (l’associazione nazionale di categoria, aderente a Confindustria), segnalando come “il crollo degli ordini registrato nelle scorse settimane ha avuto un effetto praticamente immediato per i costruttori di ausiliari mentre ne risentiranno più avanti, anche nel corso del 2021, i fornitori di macchinari e impianti complessi e di maggior valore”. Amaplast segnala come i dati import-export relativi ai primi tre mesi evidenziano un cumulato che all’import risulta in calo di 7 punti
    e all’export di 13, rispetto all’analogo periodo del 2019 e “si tratta verosimilmente solo dei primi effetti – il cui picco probabilmente si verificherà nei prossimi mesi, con una coda che si protrarrà più a lungo – della crisi causata dalla pandemia”. A preoccupare è l’andamento nel continente americano che fa registrare, così come quello asiatico, un crollo delle esportazioni italiane di settore: -27% e -28%, rispettivamente (con -24% negli Usa e -27% in Cina). Per quanto riguarda il continente europeo nel suo insieme, l’arretramento è contenuto al 4%, ma con -3% la Germania e addirittura -40% per la Spagna. L’incognita sulla durata e l’intensità della pandemia nelle varie aree geografiche (nonché la possibilità che si ripresenti con nuove ondate nei prossimi mesi) “comporta grande incertezza da
    parte dei clienti esteri dei costruttori italiani di macchine per plastica e gomma, le cui vendite oltre confine si attestano mediamente al 70% della produzione, con punte del 90% per alcune tipologie di
    impianti. La contrazione degli ordini si accompagna alle limitazioni a cui sono ancora soggetti gli spostamenti delle persone, che rallentano o differiscono installazioni e manutenzioni, comportando tra l’altro anche ritardi nei pagamenti”. “Non va meglio naturalmente – osserva Amaplast – sul mercato interno, già strutturalmente debole, che non sembra al momento poter trarre beneficio immediato e consistente dalle misure straordinarie messe in campo dal governo per far fronte alla crisi”.

  • Milano sulla scia delle grandi città del mondo: studios su 20mila metri quadri

    Nonostante la pandemia, il lockdown, le difficoltà crescenti di una città che si è dovuta fermare, Milano prova a rialzare la testa e ad andare avanti. In uno dei quartieri diventati simbolo della rinascita urbana del capoluogo lombardo, Porta Nuova, aprono i battenti i Milano City Studios, un modello innovativo di location per la produzione di contenuti digitali, eventi, spot pubblicitari e riprese cine-televisive. Set di posa che si inseriscono nel cuore pulsante della città, tra grattacieli, uffici, abitazioni, percorsi ciclabili, passeggiate pedonali e un grande parco. Veri e propri teatri di posa che, ridando vita e funzionalità alle strutture preesistenti di un intero quartiere, offrono tecnologie all’avanguardia, aree di riprese indoor e outdoor per oltre 20mila metri quadrati complessivi, servizi on demand e centralità logistica.

    Un progetto per Milano e per l’Italia che nasce sulla scia dei modelli di Los Angeles, Londra e New York e che trova le sue fondamenta nell’esperienza di Big Spaces, società di venue management, con sede a Milano, che individua e gestisce spazi di eccellenza trasformandoli in amplificatori di contenuto. A monte, un accordo con Coima, la Sgr che ha in gestione i fondi che hanno contribuito alla nascita di Porta Nuova. Un piano di business realizzato in soli quattro mesi e gestito in piena emergenza Covid che trova solidità negli investimenti di una cordata di imprenditori privati ‘best in class’ del settore. Big Spaces ha infatti coinvolto nel progetto Next group, Clonwerk holding, Sts Communication, Icet Studios, Sfeera, G group international e Nexim con l’obiettivo di fornire alle aziende non solo scenari decisamente aspirazionali (concentrati in un’area unica e fortemente innovativa) ma anche l’approvvigionamento di una gamma completa di servizi e soluzioni.

    “Il progetto ha le sue fondamenta in un pensiero strategico che, traendo forza dagli stimoli tipici di un periodo non semplice quale questo dell’emergenza Covid, si è velocemente trasformato in un sistema manageriale concreto di gestione degli spazi – afferma Andrea Baccuini, partner e ceo di Big Spaces – Da oggi i Milano City Studios sono a disposizione di agenzie di comunicazione, broadcaster, etichette discografiche, case di produzione e di chi è chiamato a creare contenuti, siano essi live o digitali, nel pieno rispetto dei nuovi parametri di sicurezza. A noi il compito di occuparci della promozione, commercializzazione e gestione degli spazi, secondo il modello anglosassone del revenue sharing tra noi, la proprietà degli spazi stessi e i partner coinvolti”.

    Per i primi 18 mesi di attività, e dunque da fine giugno 2020 a dicembre 2021, il forecast del progetto si basa su più di 550 giornate di produzione complessive, distribuite su tutti gli Studios. Questo volume di utilizzo degli spazi indoor o outdoor dovrebbe generare ricavi per oltre 3,5 milioni di euro a cui potrebbe sommarsi un indotto per l’area almeno 10 volte superiore.

  • Crescita ed occupazione nell’UE grazie agli effetti del Piano Juncker

    E’ tempo di bilanci per la Commissione europea e per il suo Presidente uscente Jean-Claude Junker che lascerà la poltrona alla tedesca Ursula von der Leyen che si insedierà, con i 27 Commissari, il prossimo 1° novembre. Come dichiarato in una nota il piano di investimenti per l’Europa, il cosiddetto piano Juncker, ha avuto un ruolo chiave nel promuovere la crescita e l’occupazione nell’UE. Gli investimenti del Gruppo Banca europea per gli investimenti (BEI), con il sostegno del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) del piano Juncker, hanno aumentato dello 0,9 % il prodotto interno lordo (PIL) dell’UE e creato 1,1 milioni di nuovi posti di lavoro rispetto allo scenario di riferimento. Grazie al piano Juncker, entro il 2022 il PIL dell’UE sarà aumentato dell’1,8 %, con 1,7 milioni di posti di lavoro in più. Sono questi gli ultimi calcoli del Centro comune di ricerca (JRC) e del dipartimento di economia del Gruppo BEI, basati sugli accordi di finanziamento che risultavano approvati a fine giugno 2019. “Abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissi: riportare l’Europa su un percorso di crescita solida e stimolare l’occupazione”, il commento di Juncker. Oltre all’incidenza diretta che ha avuto sull’occupazione e sulla crescita del PIL, il piano avrà anche un impatto macroeconomico a lungo termine sull’UE. Guardando al 2037, saranno ancora evidenti i benefici delle sue operazioni: un milione di nuovi posti di lavoro e un aumento del PIL dell’UE dell’1,2 %. La migliore connettività e la maggiore produttività derivanti dai progetti sostenuti dal piano Juncker stanno contribuendo a rafforzare la competitività e la crescita dell’Europa nel lungo periodo. A partire da ottobre 2019 il piano dovrebbe mobilitare 439,4 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi in tutta l’UE. Più di un milione di start-up e piccole imprese dovrebbero ora beneficiare di un migliore accesso ai finanziamenti. Il 70% circa degli investimenti previsti provengono da risorse private, il che significa che il piano Juncker ha conseguito anche l’obiettivo di mobilitare gli investimenti privati.

    Grazie al sostegno del piano Juncker, la BEI e la sua controllata per il finanziamento delle piccole imprese, il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), hanno approvato il finanziamento di quasi 1200 operazioni e stanno mettendo capitale di rischio a disposizione di più di un milione di start-up e di PMI in un’ampia gamma di settori in tutti i 28 Stati membri. In ordine di investimenti generati dal FEIS in rapporto al PIL, a ottobre 2019 i primi paesi sono la Grecia, l’Estonia, il Portogallo, la Bulgaria e la Polonia. I progetti del piano Juncker spaziano da un’infrastruttura paneuropea per la ricarica ad alta velocità dei veicoli elettrici a una società di gestione dei rifiuti alimentari in Romania, al reinserimento nel mondo del lavoro di ex militari nei Paesi Bassi.

    Oltre al finanziamento di progetti innovativi e delle nuove tecnologie, il piano Juncker ha sostenuto altri obiettivi dell’UE, ad esempio per quanto riguarda le politiche nel settore sociale, del clima e dei trasporti: più di 10 milioni di famiglie hanno accesso alle energie rinnovabili; 20 milioni di europei beneficiano di migliori servizi sanitari; 182 milioni di viaggiatori all’anno usufruiscono di migliori infrastrutture urbane e ferroviarie.

    Il Fondo europeo per gli investimenti strategici del piano Juncker sostiene idee innovative per proteggere il pianeta. I progetti finanziati dal Gruppo BEI nell’ambito del piano Juncker dovrebbero mobilitare 90,7 miliardi di € di investimenti a favore dell’azione per il clima: edifici a energia zero, parchi eolici, progetti nel settore dell’energia solare, docce a risparmio idrico, autobus ecologici e illuminazione a LED.

    Un altro importante obiettivo è contribuire a far decollare i progetti. Il polo europeo di consulenza sugli investimenti fornisce assistenza tecnica e consulenza ai progetti in fase iniziale. Dal suo avvio nel 2015, il polo ha gestito più di 1400 richieste da parte di promotori di progetti in tutti i paesi dell’UE; di questi, più di 400 hanno beneficiato di servizi di consulenza personalizzata e più di 50 progetti sono già stati inseriti nel portafoglio prestiti della BEI, come l’ammodernamento del sistema di illuminazione stradale di Vilnius, al fine di renderlo più efficiente sotto il profilo energetico. Inoltre, a settembre 2019, 890 progetti figuravano nel portale dei progetti di investimento europei, un luogo di incontro online tra i promotori di progetti e gli investitori. I progetti coprono tutti i principali settori dell’economia dell’UE, con proposte di investimento per un importo complessivo di 65 miliardi di euro. Da quando sono stati pubblicati sul portale, più di 60 progetti hanno ottenuto finanziamenti. Il portale offre anche servizi aggiuntivi, come l’organizzazione di occasioni di incontro tra i soggetti interessati.

  • Il Comitato europeo delle Regioni chiede all’UE una maggiore politica di innovazione sociale

    In occasione della Settimana europea delle Regioni e delle Città di quest’anno, la Piattaforma di Scambio di Conoscenze (Knowledge Exchange Platform)ha riunito esperti a livello locale ed europeo per discutere di come l’innovazione sociale può aiutare le città e le regioni a creare nuovi servizi in grado di rispondere ai bisogni sociali. Il presidente del comitato, Karl-Heinz Lambertz, ha sottolineato come molti progetti di innovazione sociale iniziano con il sostegno delle autorità locali. In questo contesto, il Comitato ha presentato alcuni esempi di successo, come quello della capitale croata, Zagabria, che ha adottato l’inclusività per migliorare l’accessibilità in tutti i settori, dall’assistenza all’infanzia ai trasporti pubblici e ai servizi sociali. Un altro esempio proposto è quello del Friuli Venezia Giulia, che mira a trasformare l’invecchiamento della popolazione in un’opportunità di sviluppo sociale ed economico, introducendo misure contro la solitudine. Il Comitato ha invitato la Commissione a rendere l’innovazione sociale uno dei criteri per le domande di fondi dell’UE e ad aprire i suoi programmi a istituzioni non tradizionali.

  • Il negazionismo evolutivo

    Quello che distingue qualsiasi teoria economica dagli effetti reali nella sua applicazione viene  rappresentato dalla natura e dall’entità  degli aspetti e dei contesti  dell’evoluzione continua e costante del mercato globale all’interno del quale tale teoria viene applicata in forma di  strategia economica.

    In altre parole, per quanto possa sembrare di difficile definizione la teoria dovrebbe attualmente, al suo interno, racchiudere anche uno spazio “evolutivo” e quindi un margine di forte incertezza in relazione ai molteplici effetti  condizionati da un mercato globale  in continua evoluzione. Basti pensare agli scarsissimi effetti della politica “monetaria espansionistica ” della BCE (Tltro e quantitative easing) la  quale intendeva offrire un sostegno ad un sistema economico europeo in crisi e dal raggiungimento di  inflazione al 2% risultasse fondamentale (come da  teoria) inondare il mercato di liquidità. Non avendo previsto, per esempio, come il fattore concorrenziale di un mercato globale determini un livellamento dei prezzi al ribasso (conseguenza dell’eccesso di offerta) contro il quale qualsiasi politica monetaria perda ogni effetto.

    Di conseguenza risulta evidente come il contesto economico reale determini  una forte modificazione dei risultati previsti che le teorie economiche propongono. Questo fattore di incertezza legato alle future evoluzioni di un mercato sempre più complesso, a partire dai numerosi ed incontrollabili fattori che lo influenzano, dovrebbe cambiare o quantomeno procedere ad una evoluzione delle teorie economiche e soprattutto delle loro applicazioni. Un aspetto molto importante specialmente quando l’applicazione di tali e semplicistiche teorie determini a sua volta un aumento del debito pubblico.

    Una delle giustificazioni che il governo in carica avanzava per giustificare la scelta di quota 100 con un conseguente aumento del debito pubblico attorno ai 10 miliardi era relativa alla creazione di nuovi posti di lavoro per la sostituzione dei nuovi pensionati che lasciavano il ciclo economico e produttivo. Ora emerge dai dati come solo il 24,7% delle aziende afferma di voler sostituire (e solo parzialmente) le uscite incentivate da quota 100: dati attesi tanto banali quanto espressione di un incompetenza economica evidenti. Va ricordato infatti come nell’attuale momento economico le imprese stiamo investendo in tecnologia digitale la quale offre una diminuzione dell’intensità di manodopera  per  milione di fatturato. Questa tendenza inevitabile, e giustamente  incentivata fiscalmente, ha  l’obiettivo principale di rendere più competitivo il sistema industriale italiano in un contesto di concorrenza globale. Inoltre offre un altro  effetto parallelo tanto nel medio quanto nel lungo termine perché  diminuendo appunto il costo della manodopera per milione di fatturato a causa della minore intensità, automaticamente renderebbe sempre più vantaggioso il reshoring produttivo, specialmente in un momento storico di forte criticità commerciale tra Stati Uniti e Cina (https://www.ilpattosociale.it/2019/05/22/tempo-reale/).

    Tornando alle ridicole elaborazioni  economiche che hanno ispirato questa strategia del governo in carica si può tranquillamente ricordare come, al di là delle dottrine economiche da cui scaturiscono le conseguenti strategie elaborate, non considerare il contesto evolutivo rappresenti un errore di dimensioni epocali. Questo negazionismo evolutivo si conferma come un ulteriore aspetto di un approccio assolutamente insufficiente alle complesse problematiche  economiche. Un atteggiamento frutto di una ormai datata erudizione economica priva di ogni contatto con i diversi fattori che contribuiscono a rendere il contesto  evolutivo economico imposto dal mondo globale sempre più articolato.

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