Turchia

  • Turkey’s president rejects Israel’s recognition of Somaliland

    Turkey’s President Recep Tayyip Erdogan has rejected Israel’s recognition of the breakaway region of Somaliland as an independent nation.

    During a visit to Ethiopia, Erdogan said it could prove dangerous for a volatile region.

    In December, Israel became the first country to recognise Somaliland, which declared independence from Somalia more than 30 years ago. The move upset Mogadishu, which still considers Somaliland as part of its territory.

    Landlocked Ethiopia has yet to comment, but its plans two years ago to lease a piece of Somaliland’s coastline to build a port angered Somalia at the time – and it was Erdogan who mediated an end to the dispute that had prompted fears of a wider conflict.

    In reaction to Erdogan’s comments, Somaliland’s foreign ministry said that Turkey, which has in recent years become an important geopolitical player in the Horn of Africa, should refrain from inflaming regional tensions.

    At a joint press conference in Addis Ababa with Ethiopian Prime Minister Abiy Ahmed, Erdogan said: “The Horn of Africa should not be the battlefield of foreign forces.

    “We believe that countries of the region should address their problems by themselves.”

    Meanwhile, Abiy urged Turkey to support Ethiopia’s quest for sea access, arguing that it was unjust for the country to remain landlocked.

    Eritrea officially seceded from Ethiopia in 1993, leaving the country without access to a 1,350km (840-mile) Red Sea coastline.

    “It is not right for a country with a population of over 130 million to be denied sea access and remain a geographical prisoner for a long time due to the conspiracy of our enemies,” Abiy said.

    Since the Somaliland deal fell through in 2024, Abiy has been pushing for ownership of Eritrea’s southern port of Assab – about 60km from its border – and hinted at the desire to take it by force.

    Abiy said he had asked Turkey to exert diplomatic pressure and assist peacefully in securing access to the sea.

    “We have had a strong discussion with President Erdogan to play his part in this regard. We thank him for this,” the Ethiopian prime minister added.

    This all comes against the backdrop of fears of a return to conflict in Ethiopia’s northern Tigray region, which borders Eritrea.

    During the first Tigray war, which raged between 2020 and 2022, Eritrean forces fought alongside the Ethiopian army against local Tigrayan fighters.

    But allegiances have changed – and any renewed conflict in Tigray is likely to inflame tensions between the neighbours who fought a devastating border war between 1998 and 2000 that claimed more than 100,000 lives.

    Local media has been reporting about growing panic in cities in Tigray as alleged military build-ups continue near the region.

    Banks in Tigray have run out of cash and civil servants did not receive their January salaries, further fuelling frustration.

  • Erdogan prova ad attrarre la Siria nell’orbita turca

    Le relazioni bilaterali e gli ultimi sviluppi regionali sono stati al centro dell’incontro che si è tenuto il 24 maggio a Istanbul tra i presidenti di Turchia e Siria, Recep Tayyip Erdogan e Ahmed al Sharaa. Lo ha reso noto la Direzione delle comunicazioni della Repubblica turca, spiegando che all’incontro, tenutosi a porte chiuse, hanno partecipato anche i ministri turchi degli Esteri e della Difesa, rispettivamente Hakan Fidan e Yasar Guler, il capo dell’agenzia di intelligence Mit, Ibrahim Kalin, il responsabile delle Industrie della difesa Haluk Gorgun, il consigliere capo del presidente, Sefer Turan, e il consigliere del presidente per la Politica estera e la sicurezza, Akif Cagatay Kilic. Come riporta il comunicato, nel corso delle discussioni Erdogan “ha dichiarato di ritenere che la Siria avrà giorni molto più luminosi e pacifici, e la Turchia continuerà a sostenerla come ha fatto fino ad oggi”.

    Il presidente turco ha inoltre accolto con favore la revoca delle sanzioni contro la Siria e ha sottolineato l’importanza di garantire l’integrità territoriale e l’unità del Paese. Nel corso dell’incontro, il capo dello Stato turco ha evidenziato che “l’occupazione e gli attacchi di Israele nel territorio siriano sono inaccettabili” e Ankara “continuerà a opporsi in qualsiasi piattaforma”. In merito alle relazioni bilaterali, Erdogan ha evidenziato che “la cooperazione tra Turchia e Siria continuerà a rafforzarsi in tutti i settori, in particolare quelli dell’energia, della difesa e dei trasporti”. Secondo quanto riporta il comunicato, Al Sharaa ha ringraziato il presidente turco per il “sostegno fondamentale” e per “gli sforzi orientati alla revoca delle sanzioni internazionali”.

    Quella di Istanbul è stata la prima visita del presidente siriano in Turchia dopo la decisione di Stati Uniti e Unione europea di revocare le sanzioni. Come riportato dai media siriani, Al Sharaa è stato accompagnato da una delegazione composta dal ministro degli Esteri Asaad al Shaibani e dal ministro della Difesa Murhaf Abu Qasra. L’incontro a Istanbul ha fatto seguito ai colloqui svoltisi in Siria all’inizio della settimana tra il capo dell’intelligence turca Ibrahim Kalin e Al Sharaa. La Turchia è stata tra i primi Paesi a mostrare sostegno alla nuova amministrazione siriana dopo la caduta del regime di Bashar al Assad, avvenuta lo scorso dicembre, promettendo il suo appoggio per la ricostruzione della Siria.

    Secondo indiscrezioni diffuse recentemente dai media arabi e turchi, Ankara sarebbe intenzionata anche a stabilire delle basi militari per rafforzare la lotta contro il terrorismo, in particolare contro lo Stato islamico, le cui cellule residue sono ancora presenti in Siria come anche in Iraq. Il portale d’informazione “Middle East Eye” ha riferito nei mesi scorsi che la Turchia sarebbe pronta a dispiegare sistemi di difesa aerea nella zona centrale della Siria. In particolare, Ankara starebbe pianificando l’installazione del sistema missilistico Hisar di fabbricazione turca, nonché l’invio di droni da ricognizione e da attacco con l’obiettivo di rafforzare la copertura aerea e condurre operazioni contro lo Stato islamico.

  • Altre proteste massicce, questa volta contro il regime turco

    Giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente:

    dopo la filosofia è necessaria l’azione.
    Victor Hugo, I miserabili, 1862

    Si protesta ancora nei Balcani. E non solo in Serbia. Si protesta contro gli autocrati che gestiscono ed abusano del potere conferito e/o usurpato. Da mercoledì scorso sono cominciate le proteste massicce anche in Turchia. Proteste come quelle cominciate il 28 maggio 2013 per proteggere la distruzione di Gazi Park ad Istanbul, un’area verde e molto nota in pieno centro della città, dove volevano abbattere 600 alberi. Questo prevedeva un progetto proposto dall’allora primo ministro Recep Tayyip Erdogan. I manifestanti a Gazi Park accusavano Erdogan di corruzione e appoggio a poteri occulti, mentre lui, che stava attuando la sua corsa per avere un potere possibilmente assoluto, si era scatenato allora contro tutti coloro, in Turchia e all’estero, che volevano ostacolare la realizzazione del progetto a Gazi Park. Ma da allora sono accaduti altri scontri e proteste in Turchia, come durante il colpo di Stato il 15 luglio 2016, ma non solo. E sempre si protestava contro l’autoritarismo di Erdogan. Colui che, diventato presidente della Repubblica nell’agosto del 2014, con il referendum del 16 aprile 2017 ha ufficializzato le modifiche della Costituzione che gli permettevano di rafforzare e consolidare ulteriormente la sua posizione come Presidente.

    La mattina di mercoledì scorso, 19 marzo, centinaia di poliziotti armati hanno circondato la casa del sindaco di Istanbul e poi lo hanno arrestato. Lui è stato accusato di corruzione e sostegno ad organizzazioni terroristiche. Bisogna però sottolineare che il sindaco di Istanbul non è l’unico ad essere stato arrestato. Sì, perché solo durante lo scorso anno sono stati destituiti o arrestati altri dieci sindaci, rappresentanti dell’opposizione. Il sindaco arrestato di Istanbul, Ekrem Imamoğlu, è uno dei più noti dirigenti del Partito Popolare Repubblicano (in turco Cumhuriyet Halk Partisi – CHP; n.d.a.). Si tratta del maggior partito dell’opposizione in Turchia, che è anche il più antico partito politico della Turchia, fondato il 9 settembre 1923 dal generale Mustafa Kemal Atatürk, primo presidente della Turchia, noto anche come il fondatore della Turchia post imperiale. Il sindaco di Istanbul arrestato mercoledì scorso stava esercitando il suo secondo mandato dall’anno scorso, dopo aver avuto il suo primo incarico di sindaco nel marzo 2019. Ed aveva vinto dopo che, da venticinque anni, il partito del presidente Erdogan controllava Istanbul, la più grande città di Turchia con circa 16 milioni di abitanti. Il sindaco ormai arrestato di Istanbul aveva vinto il suo secondo mandato, sempre contro il candidato del partito di Erdogan, con un risultato convincente e molto significativo. Lui aveva dichiarato che sarebbe stato il candidato del CHP contro Erdogan nelle prossime elezioni presidenziali. E, guarda caso, le primarie del suo partito per eleggere il futuro candidato presidenziale erano previste per domenica 23 marzo, proprio cinque giorni dopo il suo arresto. Una “strana coincidenza” quella! Ma in Turchia accade di tutto, pur di garantire il sempre più ampio potere del presidente autocrate del Paese, che molti chiamano sultano.

    E per garantire il potere del presidente, nel corso degli anni, sono stati arrestati molti suoi avversari politici, ma non solo. Il sindaco di Istanbul era l’ultimo di una lunga lista. Bisogna sottolineare che soltanto dopo il tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 sono stati arrestati, secondo fonti mediatiche ben informate, oltre 15 mila persone. Nei giorni successivi al 15 luglio 2016 sono stati, altresì, licenziati decine di migliaia di funzionari ed impiegati pubblici. Sono stati arrestati anche molti scrittori, giornalisti, ufficiali, giudici ed altri che erano contrari ai metodi dittatoriali usati da Erdogan per avere un sempre più vasto e personale controllo delle istituzioni e dei media.

    Subito dopo l’arresto del sindaco di Istanbul mercoledì scorso, alcuni media in Turchia hanno reso pubbliche anche le prime reazioni. Lo stesso sindaco appena arrestato aveva scritto sul sito da lui usato che “La volontà del popolo non può essere messa a tacere tramite intimidazioni o atti illeciti”. Mentre il presidente del Partito popolare repubblicano, di cui il sindaco arrestato era uno dei più noti rappresentanti, ha dichiarato mercoledì scorso, riferendosi alla vera, vissuta e spesso sofferta realtà in Turchia che “…attualmente, c’è un potere in atto che impedisce alla nazione di scegliere il prossimo presidente”. Lui ha definito l’arresto del sindaco di Istanbul come “…un tentativo di colpo di stato contro il nostro prossimo presidente“.

    Subito dopo l’arresto del sindaco di Istanbul, le autorità hanno dichiarato il divieto dei raduni e delle manifestazioni fino a domenica. Ma questa decisione delle autorità non ha impedito però a decine di migliaia di cittadini turchi di scendere nelle strade e nelle piazze di Istanbul e di altre città per protestare contro quell’arresto. In Turchia, un Paese con la stragrande maggioranza della popolazione di religione musulmana, questo mese è anche il sacro mese di Ramadan, durante il quale si digiuna dall’alba fino alle prime ore di sera e si osservano anche altre regole. E per onorare quanto prevede la religione musulmana, le proteste contro l’arresto del sindaco si svolgono in serata. Le manifestazioni pacifiche ma molto massicce, che si svolgono ogni sera ad Istanbul ed in altre città della Turchia da mercoledì scorso, si chiamano ormai le “notti della democrazia”.

    Già mercoledì sera, migliaia di cittadini si sono radunati presso la sede del Comune di Istanbul, per esprimere la loro solidarietà al sindaco arrestato. Mentre un giorno dopo l’arresto del sindaco di Istanbul, sfidando il divieto alle manifestazioni, sono scesi in piazza anche centinaia di studenti dell’Università della città. Hanno protestato pacificamente, chiedendo giustizia e rispetto dei principi della democrazia. Mercoledì scorso, dopo l’arresto del sindaco, ha reagito anche l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. “L’odierna detenzione del sindaco di Istanbul Imamoglu e gli arresti e le accuse mosse contro funzionari eletti, attivisti politici, rappresentanti della società civile e delle imprese, giornalisti e altri dall’inizio dell’anno, sollevano interrogativi in merito all’adesione della Turchia alla sua consolidata tradizione democratica”, ha dichiarato.

    Da mercoledì scorso, ogni sera, scendono nelle strade e nelle piazze di Istanbul e di altre città decine di migliaia di cittadini che protestano pacificamente. Mentre la polizia, come hanno evidenziato diversi media presenti sul posto, ha usato gas lacrimogeni, getti di idranti e proiettili di gomma contro i manifestanti ed ha arrestato alcune centinaia di loro. Venerdì sera, 21 marzo, ad Istanbul ci sono state, secondo fonti ben informate, circa 300 mila persone per protestare contro l’arresto del sindaco della città. Tutto, dopo che un giorno prima il presidente del Partito popolare repubblicano aveva dichiarato che “…Da ora in poi, nessuno si aspetti che il CHP faccia politica in sale o edifici. Da ora in poi, saremo nelle strade e nelle piazze”.

    Domenica scorsa le autorità hanno confermato l’arresto del sindaco di Istanbul, messo in atto il mercoledì 19 marzo, accusandolo solo di corruzione. Il sindaco arrestato è stato anche sospeso dall’incarico. Sempre domenica scorsa il Partito popolare repubblicano ha ufficialmente designato Ekrem İmamoğlu come candidato unico per sfidare Erdoğan alle prossime elezioni presidenziali.

    Chi scrive queste righe da anni e a tempo debito ha informato il nostro lettore sull’espressa volontà del presidente turco di controllare sempre più le istituzioni, ignorano consapevolmente i principi della separazione dei poteri e diventando così un dittatore, un vero sultano. Perciò, parafrasando Victor Hugo, anche in Turchia è giunto il momento in cui la protesta non è più sufficiente, ormai diventa necessaria l’azione. E nel frattempo le proteste continuano massicce in attesa delle azioni.

  • Leonardo produrrà droni per la guerra insieme ai turchi di Baykar

    Leonardo e Baykar, azienda turca leader nella produzione di droni, hanno firmato un memorandum d’intesa per la creazione di una joint venture paritetica che si realizzerà entro i prossimi tre mesi. L’accordo riguarda la produzione congiunta di droni, inclusi i modelli avanzati come l’Akinci da sei tonnellate, capace di trasportare carichi offensivi fino a una tonnellata, e il TB2, un drone più leggero di tipo suicida. Le attività produttive saranno localizzate sia in Italia sia in Turchia. In Italia, la produzione avverrà presso gli stabilimenti di Piaggio a La Spezia per l’assemblaggio, e a Ronchi dei Legionari per la realizzazione di componenti aeronautici. La produzione dei componenti elettronici sarà invece concentrata a Roma. La joint venture prevede di avviare la produzione all’inizio del 2026. L’accordo rappresenta senz’altro un importante passo avanti nella cooperazione industriale e tecnologica tra Italia e Turchia, consolidando la posizione di entrambe le nazioni nel settore aerospaziale e della difesa grazie alla combinazione delle rispettive competenze in termini di ingegneria e tecnologia avanzata.

    La certificazione dei droni Baykar avverrà in Italia, seguendo le direttive del ministero della Difesa. Questo passaggio è rilevante perché permetterà a Baykar di accedere all’intero mercato dell’Unione Europea. Baykar, leader mondiale nel settore con un fatturato di 1,8 miliardi di dollari, si posiziona grazie a questo accordo paritetico al 50 per cento con l’Italia come capofila nella produzione di droni in Europa, senza rivali nel continente, Regno Unito incluso. L’accordo tra Leonardo e Baykar non solo consolida la leadership in Europa ma apre anche la possibilità di estendere la cooperazione a ulteriori categorie di droni di dimensioni ridotte. I droni Baykar hanno acquisito notorietà durante il recente conflitto-lampo nel Karabakh, dove hanno giocato un ruolo decisivo nell’eliminazione delle forze corazzate e delle postazioni fortificate armene. Successivamente, sono stati impiegati anche in Ucraina, dove, nonostante l’iniziale efficacia, sono stati neutralizzati dai russi dopo tre mesi mediante l’uso di jammers, strumenti di guerra elettronica avanzati. Con l’integrazione dell’elettronica avanzata di Leonardo, notoriamente superiore e più resiliente rispetto a quella turca, i droni Baykar potrebbero diventare molto più difficili da intercettare. Attualmente, Leonardo fornisce componenti elettroniche per un valore di 300 milioni di euro all’industria turca, di cui 50 milioni direttamente a Baykar. Tale contributo sottolinea la superiorità tecnologica italiana nel settore dell’elettronica, un campo in cui Leonardo genera un fatturato annuo di sei miliardi di euro.

    L’accordo, riferisce un comunicato stampa, si basa sulle sinergie e complementarità industriali delle due aziende nell’ambito delle tecnologie nel settore unmanned. La joint venture, con sede in Italia, si occuperà di progettazione, sviluppo, produzione e manutenzione di sistemi aerei senza pilota. La partnership sfrutterà le avanzate piattaforme senza pilota di Baykar, che hanno dimostrato efficacia operativa sui mercati internazionali, e l’esperienza di Leonardo nella progettazione dei sistemi di missione e payload, e nella relativa certificazione aeronautica in Europa.

    Le aziende, entrambe impegnate nello sviluppo e nella produzione di sistemi Uav (Unmanned aerial vehicle), sistemi elettronici, payload, C4I (Command, Control, Communications, Computers, and Intelligence), Intelligenza Artificiale, sistemi di missione integrati, attrezzature e servizi spaziali, garantiranno l’interoperabilità all’interno di ecosistemi multi-dominio. Grazie alla sigla dell’accordo, Leonardo e Baykar intendono perseguire congiuntamente opportunità sia nel mercato europeo sia a livello internazionale, sfruttando anche ulteriori sinergie nel settore spaziale. “Con Baykar, diamo vita a un nuovo player di riferimento nelle tecnologie unmanned, che rivestiranno un ruolo sempre più centrale nel futuro della Difesa”, afferma Roberto Cingolani, amministratore delegato e direttore generale di Leonardo. “Oggi firmiamo una nuova alleanza internazionale che permette un salto in avanti significativo nel campo dei sistemi unmanned, aprendo nuove opportunità di mercato, soprattutto in Europa”.

    Selçuk Bayraktar, presidente e Ctodi Baykar, dichiara: “Come leader globale nello sviluppo, produzione ed esportazione di Uav armati, Baykar si è sempre concentrata nell’andare oltre i limiti dell’innovazione nell’aviazione unmanned. La capacità di Leonardo, rinomata a livello mondiale nei sistemi C4I e il suo enorme know-how nelle tecnologie di Intelligenza Artificiale, rendono questa collaborazione ancora più significativa. La partnership strategica con Leonardo segna una pietra miliare importante nell’espansione della nostra impronta tecnologica e nel rafforzamento della nostra presenza nel mondo. Baykar combinerà le tecnologie etiche basate sull’IA con le immense capacità di Leonardo Company General Use nell’Intelligenza Artificiale per sviluppare soluzioni di prossima generazione che definiranno il futuro dei sistemi aerei senza pilota. Insieme, questa sinergia porterà alla supremazia aerea definitiva guidata dall’IA per il futuro delle capacità difensive”. I siti di Leonardo impegnati nelle attività sviluppate dalla Joint Venture includono Ronchi dei Legionari, specializzato nel settore unmanned, Torino e Roma Tiburtina per gli aspetti legati alla produzione e allo sviluppo delle tecnologie integrate multi-dominio, e Nerviano per l’offerta di soluzioni congiunte per il settore Spazio.

  • Accordo per la cooperazione nella difesa tra Turchia e Somalia

    Prosegue con un nuovo accordo, questa volta di cooperazione finanziaria in ambito di difesa, il rafforzamento delle relazioni di Somalia e Turchia. Lo ha riferito “Garowe online”, dando notizia dell’intesa firmata dal ministro della Difesa somalo Abdulkadir Nur e dalla controparte turca Yaşar Guler. In base al documento, la Turchia fornirà ora al Paese del Corno d’Africa assistenza finanziaria per progetti di sviluppo militare, venendo incontro alle esigenze di Mogadiscio di colmare le lacune in termini di nuove tecnologie e modernizzazione delle attrezzature. L’accordo prevede anche investimenti in infrastrutture critiche che sono essenziali per migliorare le prestazioni delle Forze armate nazionali somale. Il rafforzamento delle relazioni con la Turchia si inserisce per Mogadiscio nel delicato processo di ripristino delle competenze di sicurezza affidate negli anni alle missioni internazionali e all’evolversi di queste ultime nell’instabile contesto regionale. Il dispositivo militare messo in campo dalla Missione di transizione dell’Unione africana in Somalia (Atmis) è infatti in fase di ritiro e al suo posto subentrerà dal prossimo primo gennaio un’analoga missione denominata Aussom.

    Alle truppe di Gibuti, Kenya, Uganda e Burundi si aggiungeranno quelle egiziane, a discapito di quelle etiopi, invise a Mogadiscio per via del contenzioso in corso da mesi con Addis Abeba. La Somalia e la Turchia hanno firmato un patto di difesa a febbraio che ha dato ad Ankara l’autorità esplicita di sviluppare le capacità marittime di Mogadiscio “per combattere le attività illegali e irregolari nelle sue acque territoriali”. A luglio, il parlamento turco ha approvato l’impiego di navi militari sulla costa della Somalia, in vista di future attività di esplorazione petrolifera. La nave da ricerca turca Oruc Reis condurrà studi sismici nelle acque somale, raccogliendo dati per l’esplorazione di petrolio e gas naturale per circa sette mesi. La Turchia ha fatto enormi investimenti nella sicurezza e nello sviluppo della Somalia da quando il presidente Tayyip Erdogan ha fatto il suo primo viaggio nel Paese, nel 2011. Proprio nel Paese africano Ankara ha basato la sua più grande struttura di addestramento militare all’estero.

  • Una pericolosa sudditanza

    Finché possiamo dire ‘quest’è il peggio’, vuol dir che il peggio ancora può venire.

    William Shakespeare; da “Re Lear”

    “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati…”. Sono dei versi di uno scrittore turco. Versi che sono stati pronunciati nel 1998 anche dall’allora sindaco di Istanbul (1994 – 1998), attualmente presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan. E proprio per aver recitato questi versi in pubblico, lui è stato condannato, nel novembre 1998, con la pena di dieci mesi ed il divieto di ricoprire cariche pubbliche a vita. Per i giudici il suo discorso pubblico è stato “un’attacco allo Stato ed incitamento all’odio religioso”. Una condanna della quale scontò soltanto quattro mesi di prigione. In più è stata annullata, dopo circa tre anni ed in seguito ad un emendamento costituzionale, anche quella parte della condanna che riguardava il divieto di ricoprire delle cariche pubbliche a vita.

    Nel 2001 Erdogan è stato uno dei fondatori del partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP; n.d.a.). Un partito che nel 2002 vinse con il 34,3% dei consensi, diventando il primo partito del Paese. Erdogan nel 2003 divenne il 59° primo ministro della Turchia. Incarico che ha mantenuto fino al 2014. Mentre il 28 agosto del 2014, è stato eletto 12o presidente della Turchia. Dopo quella sua elezione, Erdogan si è dimesso dalla guida del partito. In seguito al fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016, lui ha deciso di rafforzare i propri poteri. Perciò, come presidente della Repubblica, ha decretato lo svolgimento del referendum costituzionale il 16 aprile 2017. Referendum che gli ha permesso, tra l’altro, di diventare di nuovo anche il dirigente del partito AKP. Bisogna sottolineare che Erdogan non ha mai nascosto anche la sua propensione per la religione islamica. E durante la sua lunga carriera politica ha contribuito attivamente ad un continuo e progressivo aumento del ruolo della religione islamica nella vita del Paese. E così facendo, Erdogan ha rinnovato il rapporto tra lo Stato e la religione islamica in Turchia. Invece, con un apposito emendamento della Costituzione del 1924, nel 1928 la Turchia si proclamava Stato laico. Un emendamento che non riconosceva più l’Islam come la religione dello Stato turco.

    La Turchia, negli ultimi decenni, oltre ad aver attuato una crescita economica, ha avuto anche un ruolo non trascurabile negli sviluppi geopolitici regionali. Il che ha permesso ad Erdogan, sia come primo ministro che in seguito come presidente, di mettere attivamente in pratica quella che ormai viene riconosciuta come la “Dottrina Davutoğlu”. Una dottrina presentata in un libro di un professore di relazioni internazionali all’università di Istanbul. Il libro, intitolato Profondità Strategica. La Posizione Internazionale della Turchia, è stato pubblicato nel 2001. L’autore, Ahmet Davutoğlu, trattava nel suo libro quello che il presidente turco ai primi anni ’90 del secolo passato, Turgut Özal, considerava un obiettivo strategico della Turchia. Secondo il presidente “Il 21o secolo sarà il secolo dei turchi”. Il che poteva garantire una “… giusta posizione della Turchia nel mondo”. L’autore del sopracitato libro era convinto che “…era venuto il tempo di attuare un nuovo approccio proattivo e multidimensionale nella politica estera, cominciando con tutta l’area d’influenza dell’ex Impero ottomano”. Per lui erano “… molto importanti anche l’eredità storica e i legami etnico-religiosi e culturali stabiliti, intessuti e consolidati durante secoli dall’Impero Ottomano”. In seguito Ahmet Davutoğlu, per i suoi contributi, è stato consigliere di Erdogan, poi ministro degli Esteri (2009-2014) e anche primo ministro (2014-2016).

    L’Albania è stata parte integrante dell’Impero ottomano dal 1385 fino al 1912. Perciò, come tale, rappresenta uno dei Paesi ai quali si riferisce la “Dottrina Davutoğlu”. E i rapporti tra la Turchia e l’Albania durante questi ultimi anni lo confermano. Ma oltre ai rapporti istituzionali tra i due Paesi, soprattutto dal 2013 ad oggi, bisogna evidenziare anche i rapporti di “amicizia” tra il presidente turco ed il primo ministro albanese. Rapporti che, fatti accaduti e pubblicamente noti alla mano, dimostrano e testimoniano che più che rapporti tra due massimi rappresentanti istituzionali, sono rapporti personali, basati su degli “interessi” spesso non trasparenti. Rapporti che presentano il primo ministro albanese come un “ubbidiente sostenitore” delle volontà del presidente turco. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore a tempo debito, sia di questi rapporti che del contenuto della “Dottrina Davutoğlu” (Erdogan come espressione di totalitarismo, 28 marzo 2017; Relazioni occulte e accordi peccaminosi, 11 gennaio 2021; Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere, 18 gennaio 2021; Amicizie occulte e sudditanze pericolose, 24 gennaio 2022; Autocrati che usano gli stessi metodi non a caso si somigliano, 24 ottobre 2022; Come si può credere ad un ciarlatano?, 29 agosto 2023 ecc…).

    Nell’ambito di questi rapporti è stata anche la visita del presidente turco giovedì scorso, 10 ottobre, nella capitale albanese. Una visita che formalmente era dovuta all’inaugurazione della più grande moschea nei Balcani, costruita con dei finanziamenti turchi. Un’inaugurazione che, nonostante la costruzione della moschea fosse terminata da alcuni anni, è stata rimandata proprio per volontà del presidente turco. Sì, perché lui condizionava l’inaugurazione della moschea con la condanna dei sostenitori di Fethullah Gülen, un suo amico che poi è diventato un odiato nemico. Compresi anche alcuni dirigenti della Comunità musulmana albanese. Comunità che doveva prendere possesso della sopracitata moschea. Anche di questi fatti il nostro lettore è stato informato.

    Quello che è pubblicamente accaduto giovedì scorso ha testimoniato che il primo ministro albanese ha pienamente soddisfatto le richieste del presidente turco. La cerimonia dell’inaugurazione della moschea, vista la presenza del presidente turco, non è stata organizzata però dal protocollo dello Stato albanese, bensì da quello turco. I veri organizzatori della cerimonia non hanno invitato il dirigente della Comunità musulmana albanese e anche la maggior parte degli altri rappresentanti istituzionali della stessa Comunità. Senz’altro un’espressa condizione del presidente turco. Non solo, ma anche la cerimonia religiosa è stata presieduta da un imam turco, il quale è stato nominato dalle autorità del suo Paese come l’imam della nuova moschea. Da fonti ben informate risulterebbe che dentro la moschea erano non pochi i partecipanti non albanesi, ma che conoscevano molto bene la lingua turca. Lingua con la quale sono stati svolti tutti i riti religiosi durante la cerimonia, e non più quella araba, come di consueto. Tutto quanto è accaduto giovedì scorso, 10 ottobre, durante la cerimonia d’inaugurazione della nuova moschea a Tirana, ha riconfermato che la “Dottrina Davutoğlu” sta funzionando in Albania ed il primo ministro albanese ubbidisce ed acconsente. Quanto è accaduto giovedì scorso testimonia anche una sua pericolosa sudditanza, la quale potrebbe avere delle conseguenze non auspicabili e non solo per la stessa comunità musulmana albanese. Bisogna sottolineare che durante la sua visita il presidente turco ha annunciato anche un accordo per fornire dei droni kamikaze da combattimento “TB2 Bayraktar” all’esercito albanese. Droni che, guarda caso, si producono nelle fabbriche del genero di Erdogan. Chissà perché?!

    Chi scrive queste righe considera come una vile e pericolosa sudditanza quella del primo ministro albanese nei confronti del presidente turco. Un autocrate con i cittadini albanesi, ma che ubbidisce vergognosamente però a colui che è ormai noto come il nuovo “sultano turco”. E con quell’autocrate, che ubbidisce al “sultano”, ma anche alla criminalità organizzata e ai clan occulti, il peggio non è finito per gli albanesi e non solo. Perché, come scriveva William Shakespeare, finché possiamo dire ‘quest’è il peggio’, vuol dir che il peggio ancora può venire.

  • Von der Leyen contro Erdogan: per la Ue Cipro è una sola ed è tutta unita

    I ciprioti “meritano di vivere in un Paese riunito in condizioni di pace, convivenza, stabilità e prosperità”. Lo ha sottolineato la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, in occasione del 50mo anniversario dello sbarco delle forze turche nell’isola. La questione di Cipro “è una questione europea”, ha aggiunto von der Leyen secondo quanto riferiscono i media di Nicosia. L’Ue, ha concluso von der Leyen, continuerà a sostenere gli sforzi di riunificazione in conformità con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

    Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha rilasciato una nota in occasione dell’anniversario dello sbarco, avvenuto nel 1974, in cui rende omaggio “a coloro che hanno perso la vita nel conflitto” e chiede un accordo di pace “in linea con il piano approvato dalle Nazioni Unite”. “Noi onoriamo coloro che sono scomparsi. E ci battiamo per uno Stato europeo unificato, basato sulle risoluzioni delle Nazioni Unite. Senza truppe di occupazione straniere”, ha dichiarato Mitsotakis, citando il poeta greco-cipriota Leonidas Malenis per descrivere Cipro come “una foglia verde-oro gettata sul mare”.

    La riunificazione è “l’unica strada percorribile per Cipro”, ha dichiarato il presidente cipriota, Nikos Christodoulides, in occasione dell’anniversario dello sbarco delle forze turche nell’isola, avvenuto 50 anni fa. “Non esiste nessun’altra opzione”, ha precisato il capo dello Stato parlando con i giornalisti a Nicosia nel giorno in cui l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, ha fatto invece visita nell’autoproclamata repubblica turca di Cipro del nord per le celebrazioni dell’anniversario. Come riporta l’agenzia di stampa “Anadolu”, Erdogan è partito il 20 luglio dall’aeroporto Ataturk di Istanbul ed è atterrato all’aeroporto Erklan, dove è stato accolto dal presidente de facto dell’autoproclamata repubblica cipriota del nord, Ersin Tatar, con una cerimonia di benvenuto a cui ha preso parte anche il premier Unal Ustel, insieme a rappresentanti istituzionali e diplomatici turchi.

    La Turchia definisce lo sbarco di 50 anni fa una “operazione di pace”: il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha scritto su X che Ankara “continuerà a difendere i diritti e gli interessi di Cipro”, sottolineando che “la pace e la tranquillità raggiunte sull’isola durano da mezzo secolo”. “Oggi commemoriamo anche i nostri martiri e veterani che hanno sacrificato la loro vita per l’esistenza dei turco-ciprioti, e che sono parte integrante della nostra nazione”, ha aggiunto Fidan.

    La Turchia “è aperta al dialogo per garantire la pace e arrivare a una soluzione permanente a Cipro”, ha detto Erdogan in occasione della sua visita. Come riporta la stampa turca, Erdogan si è detto “onorato” di celebrare la ricorrenza che “ha permesso al popolo turco-cipriota di ottenere la libertà”. “Ricordo con misericordia e gratitudine i nostri eroici martiri che hanno dato la vita per mantenere in vita il Paese. Possano le anime degli uomini coraggiosi caduti per il nostro Paese, la nostra bandiera, la nostra indipendenza e il nostro futuro riposare in pace”, ha affermato il presidente turco nel suo discorso. “La Turchia e la repubblica turca di Cipro del nord sono fianco a fianco. La nostra presenza qui oggi dimostra l’importanza che la nazione turca attribuisce alla causa di Cipro”, ha sottolineato Erdogan.

    Il presidente della Turchia ha spiegato che gli anni compresi tra il 1963 e il 1974 sono stati per i turco-ciprioti “un periodo pieno di sangue, lacrime e oppressione”. Secondo Erdogan, infatti, “il popolo turco-cipriota è stato escluso dallo Stato di cui è stato fondatore e partner, subendo un’oppressione disumana”. “Nel 1974, gli attacchi contro l’esistenza dei turco-ciprioti hanno raggiunto il loro apice. Esattamente 50 anni fa, il 20 luglio 1974, come patria e Paese garante abbiamo agito secondo i nostri diritti e doveri derivanti dagli accordi internazionali, con la responsabilità posta sulle nostre spalle dalla storia. Quel giorno abbiamo dimostrato al mondo intero che i turco-ciprioti non sono soli e non saranno mai lasciati soli”, ha affermato il presidente turco, ricordando che la cosiddetta “operazione di pace” a Cipro “ha salvato i turco-ciprioti dall’oppressione, ha portato loro libertà e prosperità e ha consentito di guardare al futuro con fiducia”. “Oggi celebriamo il 20 luglio come un simbolo della protezione dei diritti sovrani e dello status paritario del popolo turco-cipriota in linea con i suoi ideali di pace e stabilità”, ha sottolineato Erdogan. Il presidente turco ha poi accusato l’amministrazione della Repubblica di Cipro – riconosciuta a livello internazionale – a considerarsi come “l’unico sovrano dell’isola di Cipro”. “I greco-ciprioti non hanno intenzione di condividere il potere politico e la prosperità economica, che comprende le risorse naturali dell’isola, con i turco-ciprioti”, ha affermato Erdogan.

    L’isola di Cipro è oggi spartita dalla cosiddetta linea verde monitorata dall’Onu, che divide in due la nazione: a sud la Repubblica di Cipro riconosciuta dalla comunità internazionale, e nella parte settentrionale l’autoproclamata repubblica turca di Cipro del Nord. Nel 1974, la Turchia invase l’isola a seguito di un colpo di Stato militare che depose l’allora presidente cipriota, l’arcivescovo greco-ortodosso Makarios, alterando gli equilibri faticosamente raggiunti con il Trattato di Zurigo e Londra del 1960 tra il Regno Unito – ex potenza coloniale -, la Grecia e la Turchia, a cui le due comunità isolane facevano riferimento per lingua, cultura e politica. La comunità greco-cipriota costituiva all’epoca all’incirca il 78% dell’intera popolazione, mentre quella turca il 22%. Con quel Trattato si legittimava l’intervento militare di ciascun garante in caso di sensibile alterazione dello status politico dell’isola.

    L’intervento militare turco, ritenuto dalla Grecia e dai suoi sostenitori un’invasione, fu denominato da Ankara “Operazione di pace a Cipro”. Dopo una serie di negoziati, si è giunti a un cessate il fuoco che tuttavia non ha impedito alla Turchia di assumere il controllo di una superficie pari a circa il 36% dell’isola cipriota. La linea del cessate il fuoco dell’agosto 1974 è diventata la zona cuscinetto delle Nazioni Unite a Cipro (linea verde). Nel 1983 la repubblica turca di Cipro del Nord ha poi dichiarato l’indipendenza, anche se la Turchia è l’unico Paese che ne riconosce l’effettiva legittimità. La comunità internazionale considera questo territorio come parte della Repubblica di Cipro occupato dalla Turchia. L’occupazione è considerata illegale ai sensi del diritto internazionale, anche perché Cipro è diventato nel frattempo un Paese membro dell’Unione europea.

    Come riporta il quotidiano turco “Daily Sabah”, oggi rappresenta una fonte di tensione anche il controllo della zona economica esclusiva offshore dell’isola di Cipro, di cui oltre il 40% è stato rivendicato dalla Turchia. Ankara continua a non riconoscere la legittimità dell’amministrazione greco-cipriota e mantiene ancora nel nord circa 35mila militari. A causa degli embarghi internazionali, tutti i voli per l’autoproclamata repubblica di Cipro del nord devono effettuare almeno uno scalo in Turchia.

  • Critiche della Corte dei conti europea ai fondi alla Turchia per fermare i flussi migratori

    Nonostante recenti miglioramenti, gli svariati miliardi messi a disposizione dall’Ue per i rifugiati in Turchia avrebbero potuto conseguire un migliore rapporto costi-benefici e dimostrare un maggiore impatto. E’ quanto si legge in una relazione della Corte dei conti europea. Benché lo strumento per i rifugiati in Turchia da 6 miliardi di euro abbia risposto ai bisogni delle comunità turche che li ospitano, i progetti finanziati sono in ritardo rispetto alle scadenze previste e, una volta terminato il sostegno Ue, non è certo che verranno continuati.

    Data la sua posizione geografica, la Turchia rappresenta un importante paese di accoglienza e di transito di rifugiati e migranti diretti verso l’Europa. Nell’ultimo decennio, il numero di rifugiati in questo Paese è aumentato, generando crescenti sfide alla coesione sociale. La Turchia ospita attualmente più di quattro milioni di rifugiati registrati, di cui oltre 3,2 milioni di origine siriana; meno del 5% di questi vive in campi. Nel 2015, l’Ue ha creato lo strumento per erogare e coordinare 6 miliardi di euro di aiuti umanitari e allo sviluppo per questo Paese. Gli aiuti sono stati gestiti dalla Commissione in un contesto di rallentamento economico della Turchia e di peggioramento delle sue relazioni con l’Ue, anche a causa dei passi indietro di questo paese nel campo dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali.

    “In un contesto politico difficoltoso, lo strumento dell’Ue per i rifugiati in Turchia ha fornito un importante sostegno ai rifugiati e alle comunità ospitanti”, ha affermato Bettina Jakobsen, rappresentante della Corte responsabile dell’audit. “Potrebbe però esservi un migliore rapporto costi-benefici e un maggiore impatto, e non è per nulla sicuro quello che succederà ai progetti in Turchia quando verranno meno gli aiuti dell’Ue”. Partendo dalle raccomandazioni già formulate dalla Corte nel 2018, la Commissione europea ha migliorato le modalità di funzionamento dello Strumento. Per rispondere a precedenti critiche, ha notevolmente migliorato i progetti che forniscono assistenza in denaro ai rifugiati, conseguendo risparmi dell’ordine di 65 milioni di euro. In aggiunta, ha ridotto i costi amministrativi: in altre parole, più soldi sono potuti arrivare ai destinatari finali. La Commissione non ha però valutato in modo sistematico la ragionevolezza dei costi dei progetti, il che ne mette a rischio l’efficienza.

    Nel complesso, gli aiuti dell’Ue hanno garantito un celere finanziamento e notevoli investimenti per alleviare la pressione sulle infrastrutture sanitarie, scolastiche e comunali causata dall’elevato afflusso di rifugiati nel paese, nonché per evitare tensioni sul mercato del lavoro. Tuttavia, i progetti di sviluppo hanno subito gravi ritardi per ragioni diverse, quali ad esempio norme di costruzione più rigorose, la pandemia di Covid-19 e il tasso di inflazione in aumento. Anche i devastanti terremoti che hanno colpito il paese nel febbraio 2023 hanno avuto un impatto significativo sui progetti, sebbene la risposta della Commissione sia stata celere.

    I progetti pianificati, quali ad esempio quelli in materia di formazione professionale e di avviamento d’impresa per i rifugiati, sono stati in generale realizzati. Tuttavia, il monitoraggio è stato insufficiente, in quanto non è arrivato a misurarne l’impatto. A titolo di esempio, non è stato monitorato il successivo status occupazionale o imprenditoriale dei rifugiati. Analogamente, sono state costruite nuove scuole per rifugiati, ma gli auditor della Corte non sono riusciti ad ottenere dal ministero turco dati sufficienti per valutarne l’impatto sui beneficiari.

    La sostenibilità degli interventi dell’Ue e la co-titolarità della Turchia sono di fondamentale importanza; per questo motivo la Commissione lavora per affidare la gestione dei progetti alle autorità turche. Tuttavia, è riuscita ad assicurare la sostenibilità solo di progetti infrastrutturali come la costruzione di scuole e ospedali, ma non del sostegno socioeconomico (ossia occupazionale), e non si sa se i suoi progetti-faro nel campo dell’istruzione e della sanità continueranno senza il sostegno dell’Ue. L’esecutivo dell’Ue ha anche provato a migliorare l’ambiente operativo per le Ong internazionali, ma la mancanza di volontà politica delle autorità nazionali ridurrà l’impatto degli sforzi profusi.

  • Turchia e Somalia discutono di affari e di difese militari

    Il presidente della Somalia Hassan Sheikh Mohamud ha incontrato il 2 marzo il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan ad Antalya, nel quadro del Forum della diplomazia in corso. Lo ha riferito la presidenza turca, precisando che le parti hanno discusso di temi tra cui la cooperazione economica e di difesa. I due governi hanno concluso lo scorso 8 febbraio un accordo volto a rafforzare la cooperazione bilaterale e il partenariato strategico bilaterale, soprattutto nei settori della sicurezza marittima e dell’economia blu.

    In base all’accordo, firmato dai rispettivi ministri della Difesa e ratificato di recente dal parlamento somalo, la Turchia fornirà addestramento e attrezzature alla Marina somala, consentendo alla Somalia di proteggere le sue risorse marine e le acque territoriali da minacce come il terrorismo, la pirateria e le “interferenze straniere”. L’accordo stimolerà inoltre lo sviluppo economico e le relazioni commerciali tra i due Paesi, poiché la Turchia aiuterà la Somalia a sfruttare il suo vasto potenziale di pesca, turismo ed energia. Il primo ministro Hamse Abdi Barre, che ha presieduto la riunione di gabinetto che ha approvato l’accordo, lo ha salutato come un risultato “storico” per il Paese e ha ringraziato la Turchia per il suo incrollabile sostegno e l’amicizia dimostrata.

    L’accordo è stato accolto favorevolmente dall’opinione pubblica somala e dalla comunità internazionale, che lo ha elogiato come un passo positivo per la pace e la stabilità della regione. La Somalia e la Turchia intrattengono relazioni strette e cordiali sin dall’istituzione di rapporti diplomatici nel 1960. La Turchia è uno dei maggiori donatori e investitori in Somalia e ha contribuito a vari settori come la sanità, l’istruzione, le infrastrutture e gli aiuti umanitari.

  • Per Erdogan anche in guerra c’è una legge, ma non lo ricorda a Putin

    Erdogan, riferendosi ad Israele e, come al solito, attaccandolo, dice “anche in guerra c’è una legge.”

    Perché non lo ricorda al suo amico Putin che da quasi due anni sta massacrando il popolo ucraino senza alcuna giustificazione se non la sua brama di sangue e potere!

    Secondo Erdogan sono diversi dai palestinesi i civili bombardati in Ucraina, i bambini morti o rapiti, gli ospedali o le case e le chiese rase al suolo, il grano, necessario anche ad altri paesi affamati, bruciato dalle bombe russe, le donne stuprate, i civili torturati? Certo non sono musulmani gli ucraini e forse perciò sono meno interessanti per il leader turco che continua, nonostante l’età, a sognare di essere un riunificatore del mondo arabo e musulmano mentre nelle sue carceri sono detenuti giornalisti, uomini di pensiero, un gran numero di coloro che non la pensano come lui, come ogni dittatore imprigiona la protesta per non confrontarsi con la realtà ma non si possono, in eterno, far stolti gli dei per far brillare come giuste le proprie colpe.

Pulsante per tornare all'inizio