Turchia

  • Per Erdogan anche in guerra c’è una legge, ma non lo ricorda a Putin

    Erdogan, riferendosi ad Israele e, come al solito, attaccandolo, dice “anche in guerra c’è una legge.”

    Perché non lo ricorda al suo amico Putin che da quasi due anni sta massacrando il popolo ucraino senza alcuna giustificazione se non la sua brama di sangue e potere!

    Secondo Erdogan sono diversi dai palestinesi i civili bombardati in Ucraina, i bambini morti o rapiti, gli ospedali o le case e le chiese rase al suolo, il grano, necessario anche ad altri paesi affamati, bruciato dalle bombe russe, le donne stuprate, i civili torturati? Certo non sono musulmani gli ucraini e forse perciò sono meno interessanti per il leader turco che continua, nonostante l’età, a sognare di essere un riunificatore del mondo arabo e musulmano mentre nelle sue carceri sono detenuti giornalisti, uomini di pensiero, un gran numero di coloro che non la pensano come lui, come ogni dittatore imprigiona la protesta per non confrontarsi con la realtà ma non si possono, in eterno, far stolti gli dei per far brillare come giuste le proprie colpe.

  • La Commissione apre il programma Europa digitale alla Turchia

    La Commissione europea ha firmato un accordo di associazione con la Turchia nell’ambito del programma Europa digitale. L’accordo di associazione entrerà in vigore dopo le firme e il completamento dei processi di ratifica. Le imprese, le pubbliche amministrazioni e altre organizzazioni ammissibili in Turchia potranno accedere agli inviti del programma Europa digitale, che gode di una dotazione complessiva di 7,5 miliardi di € per il periodo 2021-2027.

    In particolare, i partecipanti della Turchia potranno prendere parte a progetti che diffondono nell’UE tecnologie digitali in settori specifici quali l’intelligenza artificiale e le competenze digitali avanzate. Potranno inoltre istituire poli dell’innovazione digitale in Turchia.

    Con questo accordo di associazione l’Unione europea e la Turchia rafforzeranno i loro forti legami nel settore delle tecnologie digitali, con potenziali benefici derivanti dalle capacità e dalle risorse della Turchia negli ambiti contemplati dal programma Europa digitale, compresa l’IA.

    La Commissione auspica inoltre che la Turchia promuova legami più stretti con l’economia e la società dell’UE, collabori maggiormente allo sviluppo delle nostre capacità tecnologiche e sostenga la digitalizzazione, in particolare delle piccole e medie imprese.

    I fondi del programma Europa digitale integreranno i finanziamenti a disposizione della Turchia a titolo di altri programmi dell’UE, come Orizzonte Europa. Gli obiettivi e i settori tematici specifici attualmente ammissibili al finanziamento sono specificati nei programmi di lavoro.

  • Ancora schermaglie tra Svezia e Turchia sull’ampliamento della Nato

    L’adesione della Svezia e della Finlandia alla Nato si conferma un percorso a ostacoli, per l’incognita di un possibile veto di Recep Tayyp Erdogan. «La Turchia ha avanzato richieste che non possiamo accettare», è l’ultimo allarme lanciato dal governo di Stoccolma. Resta ottimista invece il segretario generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg, secondo cui la partita si può chiudere positivamente entro quest’anno.

    Dopo l’intesa a tre firmata a giugno per sbloccare l’impasse (Svezia e Finlandia rinunciano a ospitare militanti del Pkk in cambio del sì turco all’adesione alla Nato), i punti di frizione non appaiono ancora essere stati superati. In particolare Stoccolma, che ha legami più solidi con la diaspora curda, è accusata da Ankara di non aver fatto abbastanza per estradare sospetti terroristi. Ora però il premier svedese Ulf Kristersson ha messo in chiaro che il suo governo ha rispettato i suoi impegni. «La Turchia ha confermato che abbiamo fatto quello che avevamo promesso, ma dice anche che vuole cose che noi non possiamo, che non vogliamo, dare», ha detto Kristersson durante una conferenza sulla sicurezza a Salen. Aggiungendo che la decisione di Erdogan dipenderà molto dalla “politica interna» turca: un chiaro riferimento alle presidenziali di giugno, in cui il sultano corre per la riconferma.

    Quanto alla Nato, si mantiene il profilo di fiduciosa attesa. Stoltenberg, sempre dalla conferenza di Salen, ha detto di aspettarsi un’adesione di Svezia e Finlandia entro il 2023, perché i 2 Paesi «sono chiaramente impegnati in una cooperazione a lungo termine con la Turchia». E l’ingresso dei 2 Paesi nell’Alleanza è fondamentale, nella misura in cui l’aggressività russa mostrata in Ucraina può avere conseguenze anche sulla “sicurezza delle regioni nordiche» dell’Europa, ha sottolineato Stoltenberg.

    La Svezia, in attesa del fatidico sì di Ankara (e di Budapest, che però non appare un ostacolo), parteciperà ai pattugliamenti della Nato nel Mare del Nord: un ulteriore segnale da parte del blocco militare occidentale che l’adesione di Stoccolma non è più una questione di se, ma di quando.

  • Vittoria dell’UE nel procedimento presso l’OMC riguardante le pratiche discriminatorie della Turchia in materia di prodotti farmaceutici

    L’UE accoglie con favore la sentenza arbitrale d’appello pronunciata dall’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) nel procedimento intentato dall’UE contro la Turchia in materia di prodotti farmaceutici. Questa sentenza di appello conferma la decisione del panel ed evidenzia come la misura di localizzazione discrimini i prodotti farmaceutici stranieri in quanto non si tratta di una forma di appalto pubblico di prodotti farmaceutici. Non è inoltre intesa a conseguire obiettivi di salute pubblica, né a garantire il rispetto delle leggi che impongono alla Turchia di assicurare alla sua popolazione un’assistenza sanitaria accessibile, efficace e finanziariamente sostenibile. In particolare le pratiche discriminatorie obbligano i produttori stranieri di prodotti farmaceutici a trasferire la loro produzione in Turchia affinché tali prodotti possano essere oggetto di rimborso da parte dei sistemi di sicurezza sociale del paese. Tali pratiche non sono pertanto compatibili con gli impegni assunti dalla Turchia nell’ambito dell’OMC.

    Questa decisione rappresenta la prima sentenza arbitrale d’appello a norma dell’articolo 25 dell’Intesa sulla risoluzione delle controversie (DSU) dell’OMC e la prima decisione in appello dell’OMC da oltre due anni, a causa della paralisi dell’organo d’appello. L’appello in questione è stato reso possibile grazie alle procedure d’arbitrato d’appello concordate tra l’UE e la Turchia, che sono state trasmesse ai membri dell’OMC il 25 marzo 2022.

    Concordando tali procedure d’arbitrato, l’UE e la Turchia hanno fatto in modo di garantire che una risoluzione delle controversie pienamente operativa, comprendente un esame d’appello, potesse continuare in seno all’OMC per questo procedimento nonostante la paralisi dell’organo d’appello. Sebbene si tratti di un accordo ad hoc tra l’UE e la Turchia, le sue norme e le sue procedure sono molto simili a quelle dell’accordo provvisorio in materia di arbitrato d’appello. L’importanza di questa procedura di arbitrato d’appello va quindi ben oltre il caso specifico.

    L’UE accoglie con favore in particolare gli sforzi profusi dagli arbitri per applicare le procedure in modo efficiente, consentendo la presentazione di una relazione ben motivata entro il termine di 90 giorni previsto dall’accordo.

    Il panel ha inoltre rilevato che la Turchia non può dare priorità ai prodotti farmaceutici nazionali rispetto a quelli stranieri per quanto riguarda gli accertamenti per i rimborsi e le domande di autorizzazione all’immissione in commercio. La Turchia non ha fatto ricorso contro le conclusioni del panel sulla misura di attribuzione della priorità, che restano pertanto valide e applicabili.

    La Turchia deve eliminare le sue misure di localizzazione e di attribuzione della priorità immediatamente o entro un periodo di tempo negoziato con l’UE o fissato da un arbitro dell’OMC.

    L’UE ha presentato tale controversia (DS583) contro la Turchia nell’aprile 2019. La relazione del panel è stata pubblicata il 28 aprile 2022, insieme all’appello presentato dalla Turchia contro la relazione del panel.

    Fonte: Commissione europea

  • La Turchia arresta il leader in carica dell’Isis ‘senza sparare un colpo’

    La Turchia ha arrestato l’uomo che in marzo era stato nominato nuovo leader dell’Isis, Abu al-Hasan al-Hashimi al-Qurashi, preso “senza sparare un solo colpo di pistola”:  lo ha rivelato il portale turco OdaTv, secondo cui l’operazione delle squadre anti terrorismo, in collaborazione con i servizi segreti di Ankara, è avvenuta nelle scorse settimane, dopo che l’abitazione del leader del ‘Califfato’ era stata tenuta d’occhio per giorni.

    Il presidente Recep Tayyip Erdogan è stato subito informato e, stando a quanto dice la stampa, dovrebbe commentare pubblicamente l’arresto, anche se non si sa esattamente quando.

    Secondo la ricostruzione, sarebbero state ottenute informazioni molto importanti in seguito all’interrogatorio. Abu al-Hasan al-Hashimi al-Qurashi è infatti finora l’unico leader dell’Isis ad essere stato catturato vivo e a non essersi fatto esplodere prima di essere preso, come il predecessore Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi e il primo storico leader dell’organizzazione, Abu Bakr al-Baghdadi. Entrambi morirono in seguito ad operazioni dirette dagli Usa, il primo nel 2019 e il secondo pochi mesi fa, a inizio febbraio. Al contrario dell’ultimo capo dell’Isis, il luogo dove i precedenti leader del califfato islamico si nascondevano, e dove si tolsero la vita, è lo stesso: la regione di Idlib, nel nordovest della Siria sul confine con la Turchia.

    L’area è da anni sotto il controllo di Ankara che nel 2016 ha iniziato una serie di operazioni militari oltre confine contro l’Isis ma anche per colpire le forze curde siriane dello Ypg, che a loro volta combattevano nella zona i militanti del sedicente Stato islamico con il sostegno degli Usa. Negli anni, le milizie curde hanno perso sempre più il controllo del territorio e pochi giorni fa Erdogan ha annunciato che presto l’esercito turco inizierà una nuova campagna militare contro di loro per completare il progetto di una zona di sicurezza sul confine con la Siria profonda 30 km.

    L’arresto del nuovo capo dell’Isis potrebbe gettare l’ombra del dubbio sulle accuse – frequenti in passato sia da parte di Mosca che dall’Occidente – secondo cui la Turchia avrebbe avuto presunti rapporti con il califfato islamico, o con gruppi ad esso legati. Sicuramente, il successo dell’operazione dell’antiterrorismo rafforza le recenti dichiarazioni del Segretario della Nato Jens Stoltenberg che, durante il forum di Davos, ha sottolineato “il ruolo chiave nella lotta all’Isis” da parte di Ankara. Nel suo discorso, il Segretario generale ha anche affermato che “nessun altro alleato Nato ha sofferto più attacchi terroristici della Turchia”.

    Il Paese è stato duramente colpito dalla violenza dell’Isis che, tra il 2015 e il 2016, ha messo a segno e rivendicato una lunga serie di attentati con oltre 200 vittime in meno di due anni. La magistratura turca ha condannato vari militanti del sedicente Stato islamico, ad esempio, per la strage a una manifestazione di protesta ad Ankara nell’ottobre del 2015, che con oltre 100 vittime resta l’attentato con più morti nella storia della repubblica turca.

  • Per mediare con lo zar occorrono solo un imperatore e un califfo?

    Le accuse di Pechino alla Nato ed agli Stati Uniti, considerati dal Dragone i responsabili della guerra in Ucraina, sono l’ennesimo esempio della strategia che la Cina ha messo in essere da tempo, ma questa ultima dichiarazione fa ben comprendere come sia difficile credere che l’imperatore cinese possa essere il mediatore più adatto a fermare Putin e a fargli accettare la pace.

    Tralasciando le iniziative cinesi degli ultimi anni, acquisizioni di importanti porti internazionali come del debito di molti paesi africani, espansione continua della propria area di influenza politica e commerciale, dure repressioni verso coloro che rivendicavano un po’ di autonomia e libertà, come Hong Kong, o un minimo di diritti umani, come gli uiguri, non possiamo dimenticare i colpevoli silenzi e le informazioni che la Cina ha negato al mondo all’inizio della pandemia. Proprio in questi giorni nuovi studi rilanciano la sempre più consistente probabilità che il covid si sia espanso per la fuga del virus da un loro laboratorio. Inoltre già dalla scorsa estate i cinesi hanno iniziato due operazioni entrambi preoccupanti: l’acquisto e l’accantonamento di molti prodotti alimentari e di alcune materie prime e il rallentamento nelle consegna di molte merci destinate all’Occidente. Se aggiungiamo a questi pochi, ma significativi ed incontestabili fatti, che la Cina, da mesi, riceveva dalla  Russia più gas di quanto era contemplato dal  contratto, che è stato siglato da poche settimane un nuovo accordo per una ancor più ingente fornitura e che Putin e Xi Jinping hanno platealmente rinsaldato i loro rapporti di amicizia e collaborazione, si comprende bene come sia più che legittimo ritenere che il presidente cinese conoscesse, almeno in gran parte, le vere intenzioni di Putin verso l’Ucraina.

    C’è in gioco, per i due autocrati con ambizioni imperiali, la capacità di poter influenzare il resto del mondo sia economicamente che militarmente assicurandosi che nessuno possa frapporsi per impedire le loro mire espansioniste e la coercizioni che esercitano sui loro popoli e su quelli che hanno conquistato o conquisteranno.

    Il mondo libero deve cominciare a comprendere che sono messe in pericolo tutte le conquiste fatte nei decenni passati, dalla democrazia alla libertà, dai diritti umani al mercato e al benessere sociale.

    Gravi responsabilità pesano su alcuni governi ed istituzioni occidentali se, per avere un mediatore in grado di trattare con Putin, si deve sperare in Erdogan o in Xi Jinping, entrambi noti, all’interno e all’esterno del loro Paese, per il disprezzo che hanno dimostrato verso la democrazia ed il diritto.

    Terminata la guerra, ci auguriamo presto e senza altri drammatici eventi, il mondo libero dovrà cominciare seriamente a pensare a come rivedere il modo di rapportarsi, anche sul piano economico, con paesi e governi che non credono nei suoi valori fondanti.

  • Amicizie occulte e sudditanze pericolose

    La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi,
    che  si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.

    Aristotele; Politica

    Un proverbio cinese ci avverte che bisogna fare molta attenzione a chi arriva con un regalo perché chiederà sicuramente un favore. Una saggezza millenaria quella, che si verifica spesso, non soltanto tra gli esseri umani, ma anche quando si tratta di rapporti governativi tra Paesi diversi. E soprattutto quando quelli che governano e gestiscono la cosa pubblica hanno stabilito tra di loro dei rapporti occulti e delle sudditanze ed ubbidienze pericolose.

    Una settimana fa, lunedì 17 gennaio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è stato in Albania per una visita ufficiale, anche se, realmente, è stata proprio una visita per incontrare ed accordarsi con il suo “amico e discepolo”, il primo ministro albanese. Con colui che non nasconde, anzi, esprime pubblicamente la sua “ammirazione” per l’illustre ospite. Colui che proprio quel lunedì dichiarava che era “…molto orgoglioso di potersi considerare amico del presidente Erdogan”. Guarda caso, il protocollo di Stato aveva escluso dagli incontri, anche quello, protocollarmente obbligatorio, tra i due omologhi. E cioè dell’ospite, nella qualità di Presidente della Turchia e del Presidente albanese. Una “inedita protocollare” che non è stata mai spiegata e chiarita da chi di dovere, nonostante l’espresso interessamento pubblico e mediatico.

    Durante quella breve ma intensa visita in Albania il 17 gennaio scorso, il presidente turco era venuto anche per inaugurare quanto aveva “generosamente regalato” in precedenza, durante la visita del primo ministro albanese in Turchia, il 6 – 7 gennaio 2021. Si è trattato di 522 unità abitative in una località colpita dal terremoto del 26 novembre 2019. Dei regali per il povero e bisognoso popolo albanese. Ma soprattutto dei “regali” per il suo amico e discepolo, il primo ministro. Si è trattato e si tratta di “regali”, di supporto, anche elettorale, come nel caso di un ospedale in una città albanese, bastione del partito del primo ministro. Un’altra promessa fatta dal presidente turco al suo “fratello ed amico” albanese nel gennaio 2021, proprio tre mesi prima delle elezioni politiche del 25 aprile. L’ospedale è stato ormai inaugurato l’anno scorso, come promesso. Chissà però in cambio di quali favori quei “regali”?! E dei favori fortemente voluti e richiesti, anche pubblicamente, ci sono e come!

    Lunedì 17 gennaio, il presidente turco ha inaugurato la restaurazione, con dei finanziamenti turchi, di una moschea nel pieno centro della capitale albanese. Ma come ci insegna il sopracitato proverbio cinese, non è mancata neanche la richiesta del presidente turco, dopo i regali fatti. Una richiesta per il suo “fratello”, per il suo “amico”, per il primo ministro albanese; una sola, ma all’esaudimento della quale il presidente turco ci tiene fortemente e in maniera determinata. Una richiesta fatta anche prima. Una richiesta però, che mette in serie difficoltà il primo ministro albanese perché lo mette tra due “fuochi” dai quali si guarda ben attentamente di non essere “bruciato”: sia dal “fuoco” del suo “amico”, il presidente turco, sia dal “fuoco” dei Paesi occidentali e degli Stati Uniti d’America. Si tratta di una richiesta, quella pubblicamente fatta dal presidente turco, che riguarda tutto quello e quelli che hanno a che fare con colui che, fino al 2012, era un suo caro amico e stretto collaboratore. Colui che però, dal 2013, ha denunciato pubblicamente diversi scandali di corruzione, che vedevano direttamente coinvolto l’attuale presidente turco e/o i suoi familiari. E proprio per quella ragione, da quel periodo lui diventò un pericoloso nemico da perseguire e combattere, ad ogni costo. Quel nemico è Fethullah Gülen. Ed insieme con lui tutti i suoi collaboratori e sostenitori, compresi tutti gli appartenenti dell’organizzazione FETÖ (Fethullahçı Terör Örgütü – Organizzazione del Terrore Gülenista; n.d.a.), ovunque loro si trovino nel mondo. Anche in Albania. Il presidente turco considera Gülen l’ideatore e l’organizzatore del fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016 in Turchia. Ormai lui è il principale ricercato dalla giustizia turca, accusato di terrorismo. Da anni ormai Gülen si trova negli Stati Uniti d’America. Ragion per cui la Turchia ha chiesto, a più riprese, alle autorità statunitensi la sua estradizione. Estradizione che è stata però sempre rifiutata. Non solo, ma sia gli Stati Uniti che tutti gli Stati membri dell’Unione europea hanno fermamente condannato le accuse di Erdogan nei suoi confronti. Questo acerrimo nemico del presidente turco, un noto politologo e predicatore dell’Islam, è anche il fondatore di una ben altra organizzazione, il Movimento Gülen. Egli è, allo stesso tempo, tra i fondatori dell’Associazione per la Lotta contro il Comunismo, nonché il fondatore di una rete di scuole e altre strutture di insegnamento privato, ben radicate sia in Turchia che in altri paesi, Albania compresa. Ma il presidente turco, nonostante la protezione personale data al suo principale nemico dagli Stati Uniti d’America, non demorde mai e, determinato, usa ogni occasione ed ogni mezzo per colpire e danneggiare sia il suo nemico che i suoi collaboratori e sostenitori, compresa la rete di scuole da lui fondate. Ragion per cui il presidente turco continua ad insistere con la sua richiesta per combattere i sostenitori del Movimento Gülen e sradicare le strutture scolastiche da lui fondate e finanziate. Presenti anche in Albania. E così facendo, da anni, sta mettendo in seria difficoltà anche il primo ministro albanese, suo “discepolo” perché essendo il nemico del presidente turco protetto dagli Stati Uniti e sostenuto anche dai Paesi europei il primo ministro albanese, il “fratello e amico” del presidente turco, cerca in tutti i modi di esaudire le ripetute richieste del suo “idolo”, ma cerca anche, possibilmente, di fare tutto senza dare nell’occhio dell’altra parte. Mentre il presidente turco, determinato ed agguerrito com’è, non perde occasione di ripetere e pretendere che la sua richiesta sia presa e trattata con la dovuta attenzione ed esaudita prima possibile. Lo ha fatto determinato, ma anche con una certa arroganza e prepotenza, lunedì 17 gennaio, parlando ai deputati presenti nell’aula del Parlamento albanese. Riferendosi ai collaboratori e ai sostenitori del suo acerrimo nemico, il presidente turco ha detto che “…questo gruppo mantiene ancora la sua presenza in Albania nel settore dell’istruzione, della sanità, delle organizzazioni religiose e nel settore privato”. Poi ha “avvertito” i deputati che gli appartenenti alle organizzazioni fondate dal suo nemico rappresentano anche un “pericolo per la sicurezza nazionale dell’Albania”, come per la Turchia. E con dei “messaggi tra le righe”, riferendosi sempre ai suoi nemici, considerandoli come dei “terroristi che hanno le mani coperte di sangue”, ha ribadito che “mentre ci sono tante questioni tra noi di cui parlare, discutere e intraprendere dei passi verso il nostro futuro comune, a noi (presidente turco e i suoi; n.d.a.) dispiace che stiamo perdendo tempo per una simile cosa. Speriamo che durante il nostro prossimo incontro di turno, questa questione possa essere cancellata dalla nostra agenda!”.

    Parte integrante, molto importante e significativa della visita del presidente turco in Albania, lunedì scorso 17 gennaio, ben preparata e gestita dal “protocollo ufficiale”, era proprio, come sopracitato, anche la cerimonia per la restaurazione, con dei finanziamenti turchi, della moschea sulla piazza principale, in pienissimo centro di Tirana. Una cerimonia con la quale si è conclusa la breve visita del presidente turco e nella quale però il “protocollo ufficiale” non aveva previsto la presenza dei rappresentanti della Comunità musulmana dell’Albania. In realtà in quella cerimonia tutto parlava turco. Da colui che invitava a parlare tutti quelli che era previsto parlassero, alle scritture sul podio fino alle scenografie sui muri “ristrutturati” della moschea. Anche la preghiera è stata recitata in lingua turca da un alto religioso turco. Mentre la ragione della vistosa e molto significativa mancanza, durante quella cerimonia, dei rappresentanti della Comunità musulmana dell’Albania era “semplicemente” dovuta al fatto che il presidente turco considera loro come sostenitori del suo sopracitato acerrimo nemico.

    La visita del presidente turco lunedì scorso, 17 gennaio, in Albania ha suscitato molte contestazioni espresse pubblicamente da analisti, opinionisti, ma anche da molti semplici cittadini. E non solo per il fatto che quella visita coincideva proprio con il 554o anniversario della morte dell’Eroe nazionale albanese, Giorgio Castriota. Di colui che per 25 anni consecutivi, dal 1443 e fino al 1468 (morì da malattia il 17 gennaio 1468), ha combattuto e vinto contro gli eserciti ottomani, alcune volte guidate personalmente dai sultani dell’epoca. Tenendo presente anche l’agenda della visita e le dichiarazioni del presidente turco il 17 gennaio scorso in Albania, la “coincidenza” sulla data scelta a molti è sembrata proprio come una sfida che l’ospite ed il caro “amico” del primo ministro faceva agli albanesi, i quali sono molto legati al loro Eroe nazionale. In più, sia il presidente turco che il suo anfitrione, il primo ministro albanese, durante quella visita, con le loro dichiarazioni hanno cercato di camuffare e di nascondere le vere ragioni della visita stessa. Hanno detto delle frasi che ne contraddicevano altre e non riuscivano a nascondere i veri obiettivi geostrategici della Turchia in Albania e nei Balcani. Tutto come previsto nella ormai nota Dottrina Davutoglu. Una dottrina quella che, da più di dieci anni ormai, è diventata parte integrante ed attiva della politica estera della Turchia. La Dottrina Davutoglu, fortemente sostenuta anche dall’attuale presidente turco, si basa sul principio dell’istituzione di una specie di Commonwelth degli Stati ex ottomani, dal nord Africa fino ai Balcani. Secondo questa dottrina, la Turchia dovrebbe diventare un “catalizzatore e motore dell’integrazione regionale”. La Turchia deve non essere “un’area di anonimo passaggio” ma diventare “l’artefice principale del cambiamento”. Mentre Erdogan, prima da primo ministro e poi da presidente, continua deciso all’attuazione di questa dottrina. Da alcuni anni l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore, non solo della Dottrina Davutoglu, ma anche dei rapporti di “amicizia occulta” tra il presidente turche e il primo ministro albanese e di quelle che egli considera come delle “sudditanze pericolose”. (Erdogan come espressione di totalitarismo, 28 marzo 2017; Relazioni occulte e accordi peccaminosi, 11 gennaio 2021; Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere, 18 gennaio 2021).

    Chi scrive queste righe da tempo è convinto della pericolosità delle amicizie occulte e dei rapporti di ubbidiente sudditanza che crea e segue il primo ministro albanese con altri suoi “simili”. Compreso anche il presidente turco. Simili soprattutto per il loro comportamento con il potere istituzionale e per i loro rapporti con i principi della democrazia. Simili per la loro arroganza e prepotenza e per il loro modo despotico di calpestare i sacrosanti diritti innati, acquisiti e riconosciuti dell’essere umano. Ma simili anche per le loro capacita demagogiche con le quali cercano e spesso anche riescono ad ingannare i propri cittadini. Confermando così quanto pensava Aristotele circa cinque secoli fa. E cioè che “La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi che si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie”.

  • Il simbolismo della sedia e i nuovi dittatori

    C’è un limite, oltre il quale la pazienza cessa di essere una virtù.

    Edmund Burke

    Martedì scorso, 6 aprile 2021, ad Ankara si è svolto un vertice, ai massimi livelli, tra l’Unione europea e la Turchia. L’Unione era rappresentata dal presidente del Consiglio Charles Michel e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, mentre la Turchia dal presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan. Durante quel vertice si dovevano trattare, tra l’altro, anche delle importanti questioni che da tempo preoccupano le istituzioni dell’Unione europea, come quelle dei diritti umani e dell’assistenza, in territorio turco, dei rifugiati provenienti dal nord Africa e da altri Paesi. Il vertice però cominciò subito con quello che è stato definito come un “incidente diplomatico”, ossia l’incidente della “sedia mancante” o della “sedia negata”. Chissà se si è trattato realmente di una disattenzione, di una svista casuale, da parte degli addetti del protocollo ufficiale dei padroni di casa, oppure di un voluto e premeditato “avvertimento”? Ma il protocollo ufficiale turco è noto per la sua stretta osservanza delle regole. Allora perché, a quale scopo, quella “poltrona mancante” per la presidente della Commissione europea?! Ormai sono di dominio pubblico le immagini di tutto quello che è accaduto. Si vedono il presidente del Consiglio europeo ed il presidente turco accomodarsi nelle soltanto due poltrone, con dietro le rispettive bandiere. Si vede, però, anche la presidente della Commissione europea, l’unica donna partecipante al vertice, che, non trovando la sua di poltrona, guarda per alcuni secondi gli altri, poi fa un gesto con la mano destra e sembra sentirsi un suo “ehm” di disappunto e di imbarazzo. In seguito lei viene “sistemata” di fianco, su un divano, di fronte al ministro degli Esteri turco, il quale, però, ha uno status inferiore dal punto di vista del protocollo diplomatico. E’ vero che per il protocollo dell’Unione europea, riferendosi alle più alte cariche istituzionali, nell’ambito delle rappresentanze internazionali, il presidente del Consiglio europeo precede il presidente della Commissione, ma è altrettanto vero però, che in tutti i casi precedenti, recentemente accaduti, nei quali i due alti rappresentanti dell’Unione europea sono stati presenti insieme, durante degli incontri internazionali con delle massime autorità nazionali, a loro è stato riservato sempre lo stesso trattamento protocollare, come lo testimoniano anche alcune fotografie, pubblicate dai media dopo l’incidente della “sedia mancante”. Sono fotografie scattate nel 2015, nell’ambito di un vertice dei Paesi del G20, sempre in Turchia e sempre tra l’attuale presidente turco e gli allora presidenti del Consiglio e della Commissione europea. Ebbene, tutti e tre erano seduti nelle loro poltrone, posizionate equidistanti tra di loro. Chissà perché allora quella “disattenzione”, quella “svista protocollare”, il 6 aprile scorso, durante il vertice, ai massimi livelli di rappresentanza, tra l’Unione europea e la Turchia?! E guarda caso, era un vertice durante il quale si doveva trattare anche la recente uscita della Turchia, il 21 marzo 2021, dalla Convenzione di Istanbul, il cui obiettivo è quello di prevenire la violenza contro le donne. Un’uscita quella, molto criticata dalle istituzioni dell’Unione europea. Una “strana coincidenza” però, perché quella Convenzione del Consiglio d’Europa è stata aperta alla firma dei Paesi membri proprio ad Istanbul, nel maggio 2011. Chissà se anche quell’atteggiamento “disattento” del protocollo turco, nei confronti della presidente della Commissione europea, aveva a che fare con quella Convenzione?! Si sa, però, che il presidente turco aveva espresso, anche in precedenza, la sua opinione discriminatoria sulle donne. Ormai è di dominio pubblico la sua opinione, espressa pubblicamente nel 2016 sulle donne; per lui esse sono “prima di tutto delle madri”!

    Dopo il sopracitato incidente diplomatico, sono state diverse le reazioni degli alti rappresentanti delle istituzioni e delle cancellerie europee. E’ stata molto significativa quella, fatta l’8 aprile scorso, dal presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi. “Non condivido assolutamente Erdogan” ha detto Draghi, il quale era “….dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dovuto subire “. E poi, riferendosi al presidente turco, ha detto che si tratta di dittatori che bisogna chiamarli “per quello che sono”.

    Il simbolismo della sedia non è stato usato soltanto il 6 aprile scorso, durante il vertice tra L’Unione europea e la Turchia. Quel simbolismo è ormai noto e usato anche prima, ovviamente in ben altri contesti. Lo ha usato nel 1965 il presidente francese Charles de Gaulle. Allora la Commissione della Comunità economica europea aveva avanzato la proposta della costituzione di un mercato agricolo comune e sovranazionale, controllato e finanziato indipendentemente dai Paesi membri. La Commissione aveva proposto anche altre modifiche, che secondo i promotori, dovevano portare ad un rafforzamento, sia del Parlamento europeo che della Commissione stessa. Un’altra proposta, che allora non andava a genio ai rappresentanti della Francia, era la votazione non più all’unanimità, per delle decisioni del Consiglio dei ministri dei Paesi membri della Comunità, bensì la votazione a maggioranza qualificata. Si trattava di proposte che miravano a garantire l’integrazione europea dai Paesi membri e il superamento del carattere nazionale nelle decisioni prese dal Consiglio. Ma tutto ciò non era condiviso dal presidente francese De Gaulle. Per esprimere pubblicamente il suo dissenso e la sua contrarietà usò il simbolismo della sedia. Sì, proprio così. A partire dal 30 giugno 1965 lui decise di lasciare la “sedia vuota”, durante tutte le riunioni della Comunità. Quella sedia rimase “vuota” fino al 29 gennaio 1966 quando tutti gli Stati membri della Comunità firmarono quello che è noto come il compromesso di Lussemburgo. Con quel compromesso veniva confermato il voto all’unanimità quando uno Stato membro riteneva compromesso un suo particolare interesse considerato di grande importanza. Con la firma del compromesso di Lussemburgo finì anche la cosiddetta “crisi della sedia vuota”.

    Il simbolismo della sedia ha suscitato anche la fantasia degli artisti. Ne è una nota espressione la “sedia rotta”, chiamata anche la “sedia a tre gambe”, a Ginevra. Si tratta di una scultura di legno di grandi dimensioni che, messa nella piazza di fronte al Palazzo delle Nazioni, attira sempre l’attenzione dei passanti. La scultura è dedicata alle vittime delle mine antiuomo. E proprio la mancanza di una gamba della sedia simboleggia le gravi conseguenze dell’uso di quelle mine e, più in generale, anche le vittime di guerra. Ovviamente, non sono solo questi i casi in cui viene usato il simbolismo della sedia, ma, riferendosi a quelli sopracitati, si sa il perché della “sedia vuota” usata dal presidente de Gaulle. Si sa benissimo anche il significato del simbolismo della “sedia rotta” a Ginevra. Rimane da sapere il perché della sedia rifiutata alla presidente della Commissione europea, durante il vertice tra l’Unione europea e la Turchia il 6 aprile scorso.

    Nel frattempo in Albania continua la campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 aprile prossimo. Il primo ministro sta sfoggiando tutto il suo arsenale degli insulti e delle offese coatte per i suoi avversari. In questa campagna lui sta beneficiando molto anche del dichiarato sostegno del suo “carissimo amico”, il presidente turco, che ha dichiarato di aver garantito fondi per la costruzione di un ospedale e di 522 unità abitative nelle zone colpite dai terremoti del 2019, prima del 25 aprile. Di tutto ciò il nostro lettore è stato ormai informato (Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere; 18 gennaio 2021). Il presidente turco ha recentemente agevolato anche l’arrivo in Albania di una certa limitata quantità di vaccini cinesi, sempre come sostegno elettorale per il suo “caro amico” albanese. Il presidente turco è stato vicino al primo ministro albanese anche la scorsa settimana, in un periodo di bisogno. Sì, perché la scorsa settimana i controllori di volo dell’unico aeroporto internazionale in Albania, dopo che per quasi un anno le loro richieste sono state ignorate da chi di dovere, usando le clausole previste dalla legge, non si sono presentati al lavoro. Il che ha messo in difficoltà e in agitazione il primo ministro, anche perché si stavano evidenziando, in piena campagna elettorale, degli scandali finanziari del governo. Allora, per sormontare quella imbarazzante situazione, dalla Turchia sono arrivati alcuni crumiri, per sostituire i loro colleghi albanesi. Gli “amici” servono per questo e ben altro.

    Chi scrive queste righe, anche in questo caso, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio, per trattare quest’ultimo argomento, nonché le gravi conseguenze dell’operato dei nuovi dittatori. Sia in Turchia che in Albania. Ma lo farà prossimamente. Nel frattempo però, egli è convinto che anche in Albania si potrebbe trattare il simbolismo della sedia. Si potrebbe trattare più che di un simbolismo; si potrebbe trattare la realtà della sedia, anzi, delle sedie impropriamente occupate, delle sedie istituzionali usurpate da persone irresponsabili e pericolose. Come in primo ministro, ma non solo. In Albania è ormai di dominio pubblico la realtà delle sedie occupate e/o usurpate e delle persone attaccate alle sedie istituzionali di qualsiasi tipo e appartenenza. Un simbolismo sui generis quello della sedia in Albania. Ed una realtà molto preoccupante e pericolosa quella dei nuovi dittatori! Dittatori che bisogna considerarli “per quello che sono”! Di fronte a simili realtà, per tutte le persone responsabili, sia in Albania, che nell’Unione europea e nelle cancellerie occidentali, dovrebbe essere un limite, oltre il quale la pazienza cesserebbe di essere una virtù.

  • Erdogan il dittatore

    Quando fu eletto primo ministro nel 2003 molti lo pensavano un democratico riformatore ma già dal 2010 l’atteggiamento era cambiato con una riforma costituzionale che dava all’esecutivo, e cioè a lui, molti più poteri mentre, contestualmente, espelleva dal suo partito i membri più liberali. Nel 2013 le proteste di migliaia e migliaia di giovani furono represse nel sangue con 11 morti e 8000 feriti, sconosciuto il numero delle persone incarcerate. Nel 2016 il vero o presunto tentato colpo di stato portò allo stato di emergenza e a repressioni che continuano ancora, furono licenziate migliaia di persone che lavoravano nell’apparato pubblico, dai magistrati, agli insegnanti e ai militari e da allora, ed ancora oggi, sono centinaia i giornalisti e scrittori impediti a svolgere il loro lavoro o incarcerati. Nel 2017 diventa presidente per bypassare i limiti dei troppi mandati come primo ministro, incarico che elimina con una nuova riforma costituzionale che dà ulteriori poteri al presidente anche sulla magistratura. Da più di 10 anni ogni giorno la democrazia in Turchia arretra ed Erdogan controlla dall’economia alla giustizia, dall’esercito al sistema elettorale, con continue chiusure di università, centri di ricerca, mezzi di comunicazione mentre diventa sempre più forte la sua presenza sia nel mondo islamico più oscurantista che nelle scenario delle diverse guerre che continuano nell’area, dalla Siria alla Libia. Arrogante verso l’Europa continua in un autentico ricatto minacciando di far arrivare nell’Unione decine di migliaia di profughi ed immigrati per i quali ha ricevuto ingenti quantità di denaro che non ha mai utilizzato per creare condizioni di vita più umane.

  • Draghi e il coraggio di chiamare persone e cose con il loro nome

    Qualcuno si può veramente stupire che il Presidente Draghi abbia definito Erdogan un dittatore? Erdogan è un dittatore e siamo onorati di avere un Presidente del Consiglio che ha il coraggio di dire quello che pensiamo tutti, che tutti sanno. Siamo invece molto amareggiati per il nuovo passo indietro fatto dall’Europa con il comportamento del Presidente Michel, si è dimostrato pavido oltre che maschilista ed incompetente è stato il rappresentante europeo in Turchia che non ha verificato il rispetto delle regole che avevano contraddistinto i precedenti incontri tra le autorità europee e quelle turche. Quello che è accaduto ha anche particolare rilevanza proprio per la recente decisione di Erdogan di far uscire la Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, per altro principale motivo dell’incontro. D’ altra parte l’inconsistenza politica di Michel non è, purtroppo, una novità e proprio questa inconsistenza, la sua pusillanimità unita all’ego di chi preferisce sedersi su una poltrona piuttosto che affrontare con dignità e fermezza il problema che Erdogan, con arroganza, aveva volutamente creato non facendo preparare un posto adeguato per la presidente della Commissione, dimostra come l’Europa non possa decollare e contare se non troverà un diverso assetto istituzionale e un diverso modo di scegliere i propri maggiori rappresentanti. Michel poteva rimanere in piedi, con dignità, poteva cavallerescamente cedere la sedia alla von der Leyen e sedersi lui sul divano, poteva dimostrarsi uomo e capo di una istituzione che sarebbe un gigante di fronte alla Turchia se non avesse come presidente un ominicchio. Grazie al Presidente Draghi che chiama le cose e le persone con il suo vero nome.

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