Vaccini

  • Ricerca sulle piante per ricavarne vaccini

    Piante utilizzate come biofabbriche per produrre molecole destinate allo sviluppo di vaccini e kit diagnostici per alcune malattie di ovini e suini trasmissibili all’uomo. È quanto Enea è impegnata a realizzare nel suo ruolo di coordinamento del progetto europeo Reprodivac da 6 milioni di euro per il contrasto di tali patologie. “Attualmente le nostre attività sono focalizzate sulla produzione di antigeni, ovvero molecole presenti su virus e batteri patogeni che vengono riconosciute dal sistema immunitario per attivare una risposta di difesa specifica”, spiega la coordinatrice del progetto per Enea, Selene Baschieri, ricercatrice del Laboratorio Biotecnologie Green presso il Dipartimento Sostenibilità. “Questi antigeni – aggiunge – rappresentano strumenti biologici fondamentali e saranno utilizzati per la formulazione di nuovi vaccini, se le prove in vitro e in vivo confermeranno la loro efficacia nell’attivare risposte immunitarie in grado di conferire protezione negli animali”. L’attività è condotta con l’ausilio del Plant Molecular Farming, una piattaforma tecnologica sviluppata e perfezionata dall’Enea nel corso di oltre vent’anni di ricerca, che sfrutta le piante come “biofabbrica” per la produzione di biofarmaci.

    Per produrre antigeni virali e batterici o anticorpi, i ricercatori Enea introducono nella pianta Nicotiana benthamiana, una specie di tabacco selvatico, le informazioni genetiche necessarie alla sintesi dei biofarmaci, sfruttando la capacità naturale del batterio del suolo Agrobacterium tumefaciens di trasferire materiale genetico nelle cellule vegetali. La pianta produce, quindi, la biomolecola nei suoi tessuti da dove può essere estratta e purificata. “I costi e i tempi di produzione delle biomolecole con il Plant Molecular Farming sono significativamente inferiori rispetto a quelli dei farmaci biologici prodotti in colture cellulari di mammifero. Dall’idea al prodotto possono essere sufficienti poche settimane. Inoltre, queste tecnologie potrebbero essere più accessibili per i paesi in via di sviluppo, dove spesso le malattie zoonotiche, ossia trasmissibili dagli animali agli uomini, sono più diffuse e le infrastrutture per la produzione farmaceutica tradizionale scarse”, sottolinea la responsabile della divulgazione del progetto Reprodivac Maria Elena Villani, ricercatrice del Laboratorio Enea Biotecnologie Green. Il progetto Reprodivac si focalizza su quattro malattie riproduttive del bestiame: la sindrome riproduttiva e respiratoria dei suini (Prrs) di origine virale, la febbre Q causata dal batterio Coxiella burnetii che colpisce soprattutto ovini e caprini, l’aborto enzootico ovino causato dal batterio Chlamydia abortus e la brucellosi suina causata dal batterio Brucella suis.

    Queste malattie causano importanti perdite economiche a livello globale, in quanto incidono in maniera significativa sulla riproduzione e sulla redditività del bestiame, in particolare di bovini, ovini e suini con costi di gestione dell’emergenza in caso di focolai che arriverebbero fino a 200 miliardi di dollari l’anno, a fronte di una spesa per la prevenzione valutata in circa 20 miliardi. Inoltre, i tre batteri rappresentano un rischio anche per la salute pubblica in quanto agenti patogeni trasmissibili direttamente dagli animali infetti all’uomo. In generale, nei primi 36 mesi del progetto Reprodivac, le attività scientifiche dei team di ricerca coinvolti si sono concentrate sulla definizione del tipo di risposta immunitaria in grado di conferire protezione contro ciascun agente patogeno, sull’identificazione e caratterizzazione degli antigeni bersaglio della risposta immunitaria protettiva, sulla produzione degli antigeni selezionati mediante l’utilizzo di cellule o piante come “biofabbriche” e sull’esecuzione delle prime prove di efficacia in vitro e in vivo, oltre che sulla messa a punto di test diagnostici. Attualmente il progetto Reprodivac si sta dedicando anche al perfezionamento e alla semplificazione del processo di produzione di un vaccino esistente contro C. abortus. Questa attività è stata portata a termine con successo e il protocollo migliorato è stato trasmesso a uno dei partner commerciali per la valutazione e l’ulteriore industrializzazione. Oltre allo sviluppo di nuovi prodotti, gli sforzi della ricerca sono dedicati anche alla messa a punto di approcci sperimentali basati sui principi delle 3R (Replacement, Refinement and Reduction), finalizzati a sostituire, ridurre e affinare l’uso di animali nella ricerca scientifica, promuovendo metodi più etici e al tempo stesso scientificamente validi per valutare l’efficacia di medicinali di nuova concezione.

  • COVID-19: la Commissione firma un contratto di aggiudicazione congiunta per vaccini

    La Commissione europea ha firmato, su richiesta di 14 paesi, un contratto quadro di aggiudicazione congiunta con l’azienda farmaceutica spagnola HIPRA. I paesi partecipanti potranno ordinare fino a 4 milioni di dosi del vaccino anti COVID-19 a base proteica Bimervax®, a seconda delle necessità e del contesto nazionale e senza un numero minimo di dosi da acquistare. Il contratto avrà una durata massima di due anni, e i vaccini saranno pronti per la consegna in tempo per l’attuale stagione vaccinale.

    Benché siano già disponibili vaccini a mRNA, questo contratto di appalto congiunto aumenta le opzioni a disposizione dei sistemi sanitari pubblici offrendo vaccini a base proteica.

    Un ulteriore vantaggio dell’accordo odierno con HIPRA è che la ricerca e sviluppo, la produzione, l’infialamento e il confezionamento avvengono tutti in Europa. Ciò rafforza l’autonomia strategica degli Stati membri accorciando la catena di approvvigionamento e riducendo la dipendenza dai paesi terzi per la produzione e l’esportazione.

  • Consegnate al Congo le prime 200mila dosi di vaccini per il vaiolo delle scimmie

    Le prime 200 mila dosi di vaccini contro il Mpox, precedentemente noto come vaiolo delle scimmie, sono state consegnate a partire dal giovedì 5 settembre 2024, alla Repubblica democratica del Congo (Rdc). Lo ha annunciato oggi all’emittente “Rfi” il direttore generale dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc Africa), Jean Kaseya, secondo cui le dosi, che saranno consegnate in due lotti da 100 mila l’uno, sono state trasportate in aereo a Kinshasa tra giovedì 5 e venerdì 6 settembre e poi distribuite tra la capitale, Goma e Lubumbashi. La distribuzione di un totale di 3,6 milioni di dosi assicurate dall’Africa Cdc è programmata poi nei successivi 15 giorni, in altri Paesi africani colpiti dall’epidemia di Mpox: Gabon, Burundi, Repubblica Centrafricana e Costa d’Avorio. “Siamo molto soddisfatti dell’arrivo di questo primo lotto di vaccini nella Rdc. Si tratta di 99.100 dosi che arriveranno domani giovedì 5 settembre alle 12:10 all’aeroporto di Kinshasa”, ha detto Kaseya. “Ringraziamo l’Unione europea, attraverso l’Autorità europea di risposta alle emergenze sanitarie, per aver risposto immediatamente al nostro appello di solidarietà volto a garantire l’accesso al vaccino contro il morbo nei paesi colpiti dall’Unione africana”, ha aggiunto.

    Il continente africano è oggi l’epicentro dell’infezione. Con oltre 15.600 casi segnalati e 537 decessi dall’inizio dell’anno, la Repubblica democratica del Congo (Rdc) è il Paese più colpito dal Mpox in Africa, dove la maggior parte dei decessi sono bambini sotto i 15 anni di età, ma casi – seppur in entità minore – sono stati registrati anche in altri 11 paesi africani (Sudafrica, Kenya, Ruanda, Uganda, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Camerun, Nigeria, Costa d’Avorio e Liberia). Un caso della nuova variante Clade 1b è stato segnalato in Svezia, il primo al di fuori del continente. Un bilancio che lo scorso 14 agosto ha spinto l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) a dichiarare l’Mpox “emergenza di salute pubblica internazionale”. In Africa, la Nigeria è stato il primo Paese a ricevere vaccini per combattere l’epidemia: dagli Stati Uniti sono state donate 10 mila dosi, destinate alle persone più a rischio.

    Di fronte alla rapida diffusione del virus Mpox (in precedenza noto come vaiolo delle scimmie) nell’Africa orientale, nel Corno d’Africa e nell’Africa meridionale, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) ha lanciato un appello a raccogliere 18,5 milioni di dollari per sostenere gli sforzi di prevenzione, controllo e risposta all’infezione, in particolare per le popolazioni migranti e sfollate. Queste, sottolinea in una nota Oim, sono più esposte al contagio a causa delle condizioni di vita precarie e dei numerosi ostacoli all’accesso alle cure. Secondo Unicef, i casi di bambini e persone vulnerabili sono in aumento soprattutto in cinque Paesi dell’Africa orientale e meridionale: Kenya, Uganda, Burundi, Ruanda e Sudafrica. La nuova variante Clade 1b è stata identificata in tutti i Paesi colpiti, tranne il Sudafrica, e desta preoccupazione per il suo potenziale di trasmissione a gruppi di età più ampi, in particolare ai bambini piccoli. Il Burundi sta registrando il maggior numero di infezioni in tutta la regione: al 20 agosto 2024, sono stati rilevati 170 casi confermati di Mpox in 26 dei 49 distretti del Paese, di cui il 45,3 per cento sono donne. I bambini e gli adolescenti di età inferiore ai 20 anni costituiscono quasi il 60 per cento dei casi rilevati, mentre i bambini sotto i 5 anni rappresentano il 21 per cento dei casi.

    Fra i Paesi dell’Unione europea che hanno annunciato l’invio di vaccini ci sono la Germania e la Spagna. Da Berlino è arrivata la promessa di 100 mila dosi. Per Steffen Hebestreit, portavoce del cancelliere Olaf Scholz, lo scopo dell’iniziativa è di “sostenere in modo solidale gli sforzi internazionali per contenere l’mpox sul continente africano”. Le dosi saranno disponibili “a breve termine”, ha detto Hebestreit, annunciando anche la creazione di un laboratorio mobile in Congo. Da parte sua, la Spagna donerà 500 mila dosi di vaccino contro l’mpox, come annunciato dal ministero della Salute di Madrid. Il governo spagnolo ha informato la Commissione europea che donerà il 20 per cento del suo stock di vaccini, ossia 100 mila fiale equivalenti a 500 mila dosi, e ha chiesto all’istituzione di estendere agli altri Paesi membri la proposta di donare il 20% del loro stock di vaccini.

  • Un imbroglione che confessa, poi nega ed in seguito elogia altri

    Non confessiamo mai i nostri difetti se non per vanità.

    François de La Rochefoucauld

    “Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. E supplico la beata sempre vergine Maria, gli angeli, i santi e voi fratelli e sorelle di pregare per me il Signore Dio nostro”. Così comincia ogni Santa Messa nel rito romano, con la confessione dei propri peccati da parte di tutti i partecipanti. Ma la confessione, quella vera e sentita, non ha niente a che vedere con delle confessioni obbligate, dovute a delle costrizioni e, soprattutto, al raggiungimento di determinati obiettivi di convenienza.

    Era il 9 ottobre scorso. Nell’aula Magna dell’Università di Bergamo si svolgeva un’attività culturale organizzata dall’associazione Cultura Italiae. Quest’anno il tema era “La cultura salverà il mondo”. L’intervento finale, prima della chiusura dell’attività, era riservato al primo ministro albanese. Lui, intervistato per l’occasione dal direttore di un noto canale televisivo italiano di notizie, ha confessato per la prima volta quanto era accaduto durante i primi mesi della pandemia di Covid. Ha svelato una “collaborazione tra amici”. Uno era lui stesso. L’altro era il ministro degli Esteri italiano, presente anche lui nell’aula Magna dell’Università di Bergamo quel giorno. Erano seduti tutti e due insieme, l’uno accanto all’altro. Il primo ministro albanese ha confessato di aver chiesto al ministro italiano degli Esteri di aiutarlo a procurare con urgenza una piccola quantità di vaccini, visto che in Albania mancavano. Vaccini che nel frattempo erano arrivati in Italia. Ma purtroppo l’accordo ufficiale che l’Italia aveva sottoscritto con una nota azienda farmaceutica statunitense non permetteva la cessione dei vaccini ad un Paese terzo. Ragion per cui l’unico modo di procurare quella piccola quantità di vaccini, così importante per il primo ministro albanese, era quello di farli contrabbandare dall’Italia in Albania. Ed era proprio quello che, secondo la confessione del primo ministro albanese, è stato fatto. Anche con l’aiuto dei servizi segreti.

    “Racconto oggi una cosa che nessuno sa”. Così ha cominciato il primo ministro albanese la sua insolita confessione il 9 ottobre scorso. Specificando che lui è “…un albanese – italiano” mentre il ministro italiano degli Esteri è “un napoletano – albanese”. E poi, subito dopo, ha confessato che loro due avevano “fatto insieme un’operazione di contrabbando”. Aggiungendo però anche una domanda retorica: “Che italiano o albanese sei, se resti sempre in linea con la legge?” (Sic!). Sarebbe stato strano se quest’ultima domanda e, allo stesso tempo, affermazione la avesse fatta un qualsiasi funzionario pubblico di un qualsiasi normale Paese democratico e, men che meno, un primo ministro. Perché è obbligatorio, legalmente e moralmente, è un conditio sine qua non, che un qualsiasi funzionario pubblico di un qualsiasi normale Paese democratico “resti sempre in linea con la legge” e non il contrario. Ma non per il primo ministro albanese però. Perché lui, che controlla tutto e tutti in Albania, fatti accaduti, testimoniati e denunciati alla mano, ha fatto sua la famosa frase pronunciata da Luigi XIV; La loi c’est moi (La legge sono io; n.d.a.).

    Poi il primo ministro albanese continua la sua confessione. Racconta che il ministro italiano degli Esteri, colui che stava al suo fianco nell’aula Magna dell’Università di Bergamo il 9 ottobre scorso, aveva chiesto ai suoi collaboratori se c’era qualche possibilità di esaudire la richiesta del primo ministro albanese. Ma la risposta a lui data era stata negativa. Ragion per cui il ministro italiano degli Esteri, riferendosi al “contrabbando” dei vaccini, gli aveva detto che era “veramente grave; non possiamo farlo perché facciamo una cosa gravissima”. Ma nonostante tutto ciò e non si sa esattamente come e perché, loro due poi hanno fatto quella “cosa gravissima tramite un’operazione con i servizi segreti” come ha detto il primo ministro albanese il 9 ottobre scorso. Aggiungendo, con un po’ d’orgoglio, che avevano fatto “una cosa incredibile” loro due, “il ministro degli Esteri dell’Italia e il primo ministro dell’Albania che passavano della merce di contrabbando per salvare delle persone”! Ma era veramente questa la ragione?! Oppure quei vaccini servivano al primo ministro albanese per fare la solita sua messinscena propagandistica? Perché, fatti accaduti durante tutto il periodo della pandemia alla mano, dimostrerebbero proprio questo. Dimostrerebbero che tanti, tantissimi poveri cittadini albanesi sono stati lasciati al loro destino, mentre il primo ministro e/o chi per lui firmavano dei contratti concessionari segreti milionari per cose che poco avevano a che fare con la salute dei semplici cittadini. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito di questa realtà da chi scrive queste righe (Tempo di coronavirus, di bugie e d’inganni scandalosi, 9 marzo 2020; Come continuano a sopportarlo ancora?, 23 marzo 2020; Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia, 4 maggio 2020; Decisioni ipocrite e pericolose conseguenze, 30 marzo 2020; Deliri e irresponsabilità di un autocrate, 22 febbraio 2021; Obiettivi mascherati di una messinscena mediatica, 6 aprile 2020; Misere bugie ed ingannevoli messinscene che accusano, 4 aprile 2022 ecc….). E chissà anche cosa c’era dietro la “missione” dei trenta medici ed infermieri albanesi arrivati in Italia a fine marzo 2020? Chissà su cosa si erano accordati allora i due amici che stavano insieme il 9 ottobre scorso? E chissà, forse, se il ministro degli Esteri italiano si sentiva in debito con il primo ministro albanese per quella “missione”, per poi accettare, qualche mese dopo, di fare quella “operazione di contrabbando” dei vaccini. Anche perché si era parlato, scritto e commentato molto in Italia di quella “missione”, come un atto di solidarietà da parte di un piccolo e non ricco Paese come l’Albania. Tutto ciò mentre altri Paesi ricchi e membri dell’Unione europea avevano trascurato le richieste d’aiuto fatte più volte dall’Italia, sia ai singoli Paesi, che nell’ambito delle istituzioni dell’Unione europea. In quel periodo anche il ministro degli Esteri italiano, lo stesso che stava insieme con il primo ministro albanese il 9 ottobre scorso, ha fatto più volte riferimento a quella “missione” dei trenta medici ed infermieri albanesi arrivati in Italia. Lo ha fatto lui, come lo hanno fatto anche molti altri suoi colleghi e rappresentanti delle istituzioni, per far sentire in “colpa” le massime autorità di determinati Paesi e/o delle istituzioni dell’Unione europea. L’autore di queste righe scriveva allora per il nostro lettore: “Domenica scorsa, 29 marzo, è arrivato in Italia un gruppo di 30 medici ed infermieri dall’Albania. Dopo l’arrivo e l’accoglienza ufficiale a Verona, il gruppo è stato trasferito a Brescia, dove era stabilito che gli specialisti albanesi dovevano prestare servizio”. In seguito egli scriveva: “…Quell’evento è stato accompagnato da un impressionante rendiconto mediatico, seguito da un’altisonante eco, sia televisivo che della carta stampata”. Evidenziando però che al pubblico italiano il primo ministro albanese “…è stato presentato come un “modello interessante di positività”, mentre in patria la sua irresponsabilità istituzionale e/o personale, nonché il modo abusivo di gestire il potere e la cosa pubblica risultano essere ormai un’opinione sempre più consolidata e diffusa”. Per poi sottolineare che “…Così facendo, i “registi” e gli attenti “curatori” della buffonata hanno semplicemente ingannato il pubblico italiano, presentandogli il primo ministro albanese come un “santo”, un dirigente “premuroso”, sia per i suoi cittadini che per quegli italiani, in questo grave momento di grande bisogno dovuto alla pandemia. Nascondendo così il suo vero volto e il vero carattere, quello del dittatore imbroglione” (Obiettivi mascherati di una messinscena mediatica, 6 aprile 2020).

    Il primo ministro albanese, alla fine della sua confessione fatta nell’aula Magna dell’Università di Bergamo il 9 ottobre scorso, ha raccontato che la nota azienda farmaceutica statunitense lo aveva contattato e gli avevano chiesto chi aveva fornito quelle dosi all’Albania. La sua risposta era stata “Un Paese amico”. Ma siccome gli avvocati della nota azienda farmaceutica insistevano, allora il primo ministro albanese raccontò di aver risposto: “Sapete, noi abbiamo imparato dai napoletani che mai, mai, mai devi mollare il tuo amico davanti alla polizia”. Aggiungendo: “E così io non ho mollato quel’amico”. E quel’amico era il ministro italiano degli Esteri, seduto accanto a lui in prima fila il 9 ottobre scorso nell’aula Magna dell’Università di Bergamo. E proprio a lui si è rivolto alla fine del suo discorso il primo ministro albanese dicendoli: “Adesso lo possiamo dire. Adesso avrai i giornali che diranno che sei addirittura un contrabbandiere. Adesso sei un uomo libero, Luigi”. Sì, il ministro degli Esteri italiano non avendo ottenuto un seggio parlamentare dopo le elezioni del 25 settembre scorso era diventato “un uomo libero”. Quell’“uomo libero” però non ha detto niente, non ha fatto nessun commento, non ha negato e non ha aggiunto niente, nonostante le domande dei giornalisti, dopo la confessione del primo ministro albanese nell’aula Magna dell’Università di Bergamo. Chissà perché?!

    Dopo la sua confessione, la reazione mediatica e pubblica è stata immediata e, nella maggior parte, anche molto critica. Sia in Italia che in Albania. Ragion per cui il primo ministro albanese ha cambiato subito versione della sua precedente confessione. Lui, da noto imbroglione, ma anche vigliacco com’è, prima che passasse un giorno dalla sua confessione, ha dovuto smentire quello che aveva detto il 9 ottobre scorso sul contrabbando dei vaccini, insieme con il ministro italiano degli Esteri e con il supporto, anche, dei servizi segreti. Il 10 ottobre scorso lui ha dichiarato: “Sono sbalordito per il fatto che la mia confessione per una simbolica quantità di vaccini che ci è stata regalata dall’Italia nel momento più buio della pandemia possa dare addirittura l’ispirazione a prendere sul serio la parola ‘contrabbando’, da me usata per descrivere scherzosamente una collaborazione fraterna che ha salvato vite umane”. E poi ha ribadito che si sentiva obbligato a “…sottolineare che quello che la stampa ha riportato del mio intervento di ieri a Bergamo sull’invio di vaccini dall’Italia è chiaramente il racconto di un paradosso che in nessun caso non si può interpretare traendo fuori contesto una parola usata scherzosamente”. Aggiungendo anche: “Non intendevo certo dire sul serio che insieme al ministro Di Maio o ad altre istituzioni italiane abbiamo fatto contrabbando, ci mancherebbe altro!  Tanto più che queste dosi sono state donate dal governo italiano all’Albania e utilizzate in un momento di grave emergenza”. Un imbroglione innato, un bugiardo, ma anche un noto vigliacco come il primo ministro albanese non poteva fare altrimenti!

    Il 15 ottobre scorso il primo ministro albanese era a Berlino per partecipare al congresso dei partiti socialisti europei. Durante il suo intervento quell’imbroglione ha criticato i Paesi europei, perciò anche l’Italia, che durante il periodo della pandemia non avevano aiutato l’Albania! Ma, guarda caso, aveva nel frattempo “dimenticato” quanto aveva detto sia il 9 ottobre scorso durante la sua confessione, che il 10 ottobre smentendo proprio quello che aveva confessato un giorno prima sull’aiuto italiano con i vaccini. Durante il suo intervento a Berlino lui ha elogiato la Turchia ed il suo “carissimo amico”, il presidente turco, che è stato vicino all’Albania nel periodo duro della pandemia. Il primo ministro albanese ha detto che durante quel periodo “abbiamo corso dappertutto per trovare i vaccini” per poi trovarli proprio in quei Paesi che l’Unione europea spesso considera come Paesi “…da dove viene il pericolo: la Cina, la Russia e la Turchia”!

    Chi scrive queste righe lascia trarre al nostro lettore le dovute conclusioni sul comportamento di un imbroglione qual è il primo ministro albanese. Colui che, chissà perché, prima confessa, poi nega ed in seguito elogia altri, compreso il suo “carissimo amico”, il nuovo sultano della Turchia. Colui che, parafrasando François de La Rochefoucauld, “confessa” di tutto e se confessa i suoi difetti lo fa semplicemente per vanità.

  • Unione europea della salute: inizia la consegna dei vaccini in risposta al vaiolo delle scimmie

    E’ iniziata il 29 giugno la consegna delle prime dosi di vaccino acquistate dall’Autorità per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (HERA) della Commissione europea in risposta al vaiolo delle scimmie, con 5.300 dosi iniziali che arrivano in Spagna, su un totale di 109.090 dosi acquistate. È la prima di una serie di consegne che si svolgeranno regolarmente nelle settimane e nei mesi a venire per garantire che tutti gli Stati membri siano pronti, dando la priorità agli Stati membri più colpiti.

    Fonte: Commissione europea

  • Ue e Africa accelerano sui vaccini ma è scontro sui brevetti

    Più fondi, più cooperazione, più parità nell’interlocuzione: il vertice tra Ue e Unione Africana, annunciato da giorni in pompa magna a Bruxelles e arricchito dalla presenza di oltre settanta capi di Stato e di governo punta a segnare un punto di svolta nelle relazioni tra i due continenti ma non risolve un nodo chiave come la cessione delle licenze sui brevetti dei vaccini. L’Oms ha annunciato il trasferimento della tecnologia necessaria affinché sei Paesi africani – Egitto, Kenya, Nigeria, Senegal, Sud Africa e Tunisia – mettano in campo la produzione di propri vaccini mRna. Ma il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha scandito tutta l’indignazione di un intero continente: “Le donazioni non bastano, sull’accesso ai vaccini dimostrate serietà”.

    Le parti, al momento, sono lontane. L’Ua vuole l’applicazione della clausola degli accordi Trips che prevede la sospensione dell’esclusiva dei brevetti autorizzando uno o più Paesi a produrre farmaci salvavita in situazione di emergenza. La proposta dell’Ue si ferma alla licenza obbligatoria per la concessione, limitata nel tempo, dell’uso dei brevetti. “La proprietà intellettuale non deve essere un freno alla diffusione del sapere ma va protetta”, ha sottolineato Emmanuel Macron mentre Ursula von der Leyen si è fatta portavoce della mediazione finale, annunciando per la primavera un summit ad hoc tra Commissione Ue e Commissione Ua per trovare una soluzione.

    Per ora l’Ue prova a smorzare il malcontento africano garantendo 450 milioni di dosi entro metà anno, mettendo in campo 425 milioni di euro subito per strumentistica e personale anti-Covid e certificando l’offensiva anti-cinese (e anti-Russa) in Africa con un piano da 150 miliardi da qui al 2027. Transizione ecologica e digitale, educazione e formazione, energie rinnovabili, connessioni internet. Nella dichiarazione finale viene messa nero su bianco anche una maggiore cooperazione sui migranti. Le strade, nel breve periodo, sono 2: accelerare sugli accordi di rimpatrio e prevedere la presenza di Frontex non solo nel Mediterraneo ma più a Sud, laddove i flussi hanno origine. Sulla nuova partnership Ue-Africa pesano le instabilità della Libia e soprattutto del Sahel. Francia e Ue stanno per spostare le operazioni militari dal Mali ai Paesi vicini, Niger in testa. I rapporti tra la giunta militare di Bamako – esclusa dal vertice come Burkina Faso e Guinea – e Parigi sono tesissimi. Al Mali che chiedeva all’Eliseo di ritirare “immediatamente” i soldati Macron ha risposto rimarcando “la sicurezza” dei francesi e il “rispetto” per Parigi.

    Il vertice di Bruxelles è stato anche teatro di un ‘mini sofagate’, l’incidente diplomatico che ad Ankara coinvolse von der Leyen attirando critiche su Recep Tayyp Erdogan e su Charles Michel. Il ministro degli Esteri ugandese Jeje Odongo al termine photo-op, ha infatti stretto la mano a Michel e Macron ‘saltando’ la presidente della Commissione e innescando qualche secondo di imbarazzo. Ad intervenire è stato Macron indicando con una certa decisione al ministro africano che c’era anche von der Leyen al suo fianco.

  • In tutto il mondo gettate ogni giorno 3,4 miliardi di mascherine anti-Covid

    L’emergenza Covid-19 ha imposto ai Paesi di tutto il mondo l’immediata necessità di garantire enormi forniture di dispositivi di protezione individuale (mascherine innanzitutto), di vaccini e di attrezzature ospedaliere. La stessa attenzione, tuttavia, non è stata posta allo smaltimento sicuro e sostenibile dei rifiuti sanitari creati da questa pandemia. Una mancanza che rischia di avere un impatto pesante sull’ambiente e la salute. A lanciare l’allarme è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in un rapporto appena pubblicato in cui si evidenzia l’urgente bisogno di migliorare i modelli di gestione dei rifiuti e si stima che ogni giorno siano finite nella spazzatura fino a 3,4 miliardi di mascherine.

    Fare un bilancio dei rifiuti sanitari legati alla pandemia è difficile, spiega l’Oms. Tuttavia esistono numerose ricerche che danno una misura dell’entità del problema. Un’analisi dello United Nations Development Programme (Undp) ha calcolato che la pandemia, incidendo per esempio sui protocolli di sicurezza, ha aumentato la quantità di rifiuti sanitari a 3,4 kg al giorno per ogni letto ospedaliero, che è circa 10 volte di più rispetto ai tempi pre-pandemia. Gli stessi vaccini sono un’importante fonte di rifiuti: ne sono state somministrate oltre 8 miliardi di dosi a livello globale che hanno prodotto 144.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi, 88.000 in fiale, 48 mila in siringhe e 8.000 in contenitori termici.

    Il rapporto Oms porta anche l’esempio del programma messo in piedi dall’Onu all’inizio della pandemia per far fronte alle richieste di dispositivi di protezione individuale soprattutto da parte dei Paesi a basso reddito. Solo all’interno di questo programma sono state prodotte 87.000 tonnellate di dispositivi di protezione individuale (Dpi) acquistati tra marzo 2020 e novembre 2021 solo nell’ambito di una iniziativa di emergenza promossa dalle Nazioni Unite. Sono stati inoltre distribuiti oltre 140 milioni di kit per i test potenzialmente in grado di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi (principalmente plastica) e 731.000 litri di solventi chimici (equivalenti a un terzo di una piscina olimpionica).

    “È assolutamente importante fornire i dispositivi necessari, ma è altrettanto fondamentale che il loro utilizzo e smaltimento avvenga in sicurezza e senza impatto sull’ambiente circostante”, dichiara Michael Ryan, direttore esecutivo del programma per le emergenze sanitarie dell’Oms.

  • Questa volta il governo ha fatto degli errori

    Certo le scuole devono essere aperte ma in sicurezza e ad oggi manca la necessaria sicurezza per I trasporti pubblici, vi è la mancanza di personale scolastico sufficiente, non si è certi della validità dei tamponi e della tempestività nell’eseguirli, pertanto sarebbe stato logico che invece di scontrarsi per giorni sulla data della fine vacanza si fosse provveduto a sanare i deficit ancora esistenti rimandando di 10 giorni il ritorno a scuola. Si sarebbero, in questo periodo, potuti  fare molti altri vaccini ai ragazzi e ci saremmo allontanati anche dalle date delle festività che per i molti incontri, famigliari e non, hanno aumentato notevolmente il contagio. Questa volta il governo ha sbagliato, troppe mediazioni, troppe pressioni e ricatti, troppa attenzione ai dati elettorali più che alle reali esigenze del Paese.

    L’obbligo vaccinale, secondo molti compreso chi scrive, andava esteso a tutta la cittadinanza perché tutti i non vaccinati sono a rischio ospedalizzazione e rianimazione con le ormai note conseguenze che ricadono  sul resto della popolazione, cioè sulla stragrande maggioranza degli italiani. L’aumento dei contagi, per responsabilità  dei non vaccinati, con un’occupazione degli ospedali che impedisce il ricovero per altre gravi patologie e procura nuovi danni spesso irreparabili, è un costo umano ed economico enorme. Ha sbagliato il governo a indicare l’obbligo vaccinale solo per chi ha più di 50 anni ed ha sbagliato fissando una ridicola multa di 100 euro per chi, nella fascia d età  dell’obbligo vaccinale non è vaccinato e non è lavoratore. La multa deve essere almeno in parte commisurata al danno che si produce, Ogni giorno di ospedale ha un costo di  1500 euro, ma il costo ancora superiore è quello che i no vax fanno a tutti gli altri cittadini mettendo a rischio la loro salute. Inoltre sappiamo bene come moltissime persone non lavorano ufficialmente ma svolgono molte attività a contatto con gli altri. Questa volta non c’è stato il compromesso di qualità ma il tentativo di mettere  insieme visioni completamente diverse della vita ha prodotto decisioni incomplete e in parte inutili o dannose.

  • Un nome che è un destino, di arroganza!

    Le regole dovrebbero sempre essere uguali per tutti e il rispetto degli altri dovrebbe essere la prima regola specialmente per un campione dello sport. Purtroppo l’arroganza porta alcuni a sentirsi diversi, superiori, sopra le regole che vigono per il resto del mondo. Casi ce ne sono anche troppi ma quello di Novak Djokovic, numero del tennis mondiale, li assomma in un estremo esempio negativo mentre le autorità australiane hanno tutta la stima di quella parte della comunità internazionale che lotta per contrastare il covid e arginare lo spaventoso aumento di contagi e decessi.

    Il padre del campione di tennis definisce il figlio lo Spartaco  del nuovo mondo, peccato che non conosca la storia: 1) Spartaco si batteva per gli oppressi non per coloro che per difendere la propria libertà ledono quella altrui e diventano alleati del virus aumentando i contagi e mettendo  a rischio la salute di tutti intasando gli ospedali, 2) Spartaco non era ricco e non raccontava bugie, 3) Spartaco purtroppo ha fatto una brutta fine mentre il nostro campione no vax fa il martire per crearsi altra pubblicità e di conseguenza aumentare il suo potere mediatico ed economico. No il campione di tennis non è che un esempio negativo.

  • India alternativa alla Cina per gli investitori post-Covid, ma non mancano le ombre

    Kongthong è un villaggio indiano di 700 anime dove i figli vengono chiamati con un fischio: a ogni bambina e bambino appena nati viene assegnato dalla madre un motivetto che si porterà per l’intera vita, suo ed esclusivo. Come riferisce un reportage di Sette, il supplemento settimanale del Corriere della Sera, il sistema si chiama Jingrwai Iawbei. Lo scorso settembre, il governo di Delhi ha candidato Kongthong a entrare nella lista dei Migliori Villaggi Turistici della World Tourist Organization dell’Onu, perché questo luogo remoto anche per gli indiani, grazie ai nomi fischiati, sta diventando un’attrazione.

    Ma mentre si impegna tanto per sdoganarsi sul mercato globale del turismo, il Paese si sottrae all’impegno della comunità internazionale per l’eliminazione drastica delle centrali a carbone chiesta da altri alla Cop26 di Glasgow. Eppure L’India non è certamente un Paese arretrato: a Bangalore (ora rinominata Bengaluru), nel centro del cono Sud della penisola, Sette riferisce che sono registrate 67mila aziende dell’Information Technology e vi hanno stabilito attività praticamente tutti i grandi nomi dell’hi-tech globale: i campioni nazionali Infosys e Wipro, ma anche Amazon, Ibm, Dell, Microsoft, Siemens, Sap, Google, Nokia e via dicendo. Chennai, la ex Madras, conta 4mila imprese tecnologiche. Hyderabad, più a Nord, è un altro centro per lo sviluppo del software. E poi naturalmente Delhi, Bombay (Mumbai), Calcutta (Kolkata). Dall’inizio del 2021, inoltre 35 start up diventate “unicorni”, hanno cioè superato il valore di un miliardo di dollari. E, in generale, la dinamicità che l’economia dell’India sta mostrando dopo i disastri nella gestione della pandemia s’incontra con la necessità di molti investitori di mettere meno denaro in Cina, dove Xi Jinping sta conducendo una serrata repressione tra le imprese private, soprattutto hi-tech, e di trovare alternative. Il Financial Times ha riportato che nel settore tecnologico quest’anno gli investimenti nelle imprese indiane sono cresciuti del 287%, contro il 118% di quelli nelle aziende cinesi. Nel trimestre luglio-agosto 2021, per ogni dollaro investito in una società hi-tech cinese, un dollaro e mezzo è andato a una indiana. L’orgoglio dell’establishment, a cominciare da quello del primo ministro Narendra Modi, si è ulteriormente gonfiato in ottobre quando il Fondo monetario internazionale ha previsto che l’economia del Paese crescerà del 9,5% quest’anno e dell’8,5% il prossimo, contro i rispettivi 8% e 5,6% della Cina.

    Nonostante il Paese sia il maggior produttore di vaccini al mondo, la campagna di immunizzazione ha avuto ritardi e solo da pochi giorni ha superato il miliardo di dosi somministrate (la popolazione sfiora gli 1,4 miliardi). La burocrazia elefantiaca e la corruzione restano una palla al piede. I contadini continuano ad assediare Delhi per protesta contro una riforma modernizzatrice della distribuzione dei prodotti agricoli. C’è un grande bisogno di riforme ma farle è straordinariamente faticoso in un Paese povero, diviso in 28 Stati e 8 Territori dell’Unione, nel quale si parlano 22 lingue riconosciute nella Costituzione. Popolato da lobby, divisioni religiose, partiti politici locali. C’è, appunto l’India che corre, alle velocità delle start-up e della Borsa o con il passo più lento del villaggio dei nomi musicati, e c’è l’India che sta ferma e frena.

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