violenza

  • La Polonia si sfila dal trattato europeo sulla violenza contro le donne

    Zbigniew Ziobro, ministro della giustizia e procuratore generale polacco, ha dichiarato che il suo ministero presenterà una richiesta al ministero del Lavoro e della famiglia per dare il via al processo di ritiro del suo Paese dalla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica.

    Ziobro ha sostenuto che la Polonia dispone di strumenti legali sufficienti per proteggere le vittime di violenza domestica e che il trattato firmato anche da Varsavia nel 2015 viola i diritti dei genitori, imponendo alle scuole di insegnare ai bambini il genere da un punto di vista sociologico.

    L’annuncio ha suscitato forti malumori e le proteste non si sono fatte attendere: durante il fine settimana migliaia di manifestanti hanno attraversato le strade della capitale e di altre città per esprimere il dissenso contro il piano del governo.

    Domenica scorsa, il partito PIS, al potere in Polonia, si è dissociato dall’annuncio, dichiarando che non tutti nella coalizione erano a favore della decisione. Anche il segretario generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejcinovic Buric, ha preso una chiara posizione contro la decisione, etichettando l’annuncio del governo polacco come “allarmante”. “La Convenzione di Istanbul è il principale trattato internazionale del Consiglio d’Europa per combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica. E’ questo il suo unico obiettivo. Un passo indietro – sottolinea la Buric – sarebbe deplorevole e rappresenterebbe un significativo regresso nella protezione delle donne dalla violenza in Europa”.

    Anche i legislatori dell’UE hanno sollevato forti perplessità e hanno invitato l’Unione europea ad accedere alla convenzione di Istanbul. Nel suo precedente incarico di Commissario per la giustizia, Vera Jourova, a giugno 2017, aveva apposto la sua firma al documento.

    La Dichiarazione è il primo strumento giuridicamente vincolante dedicato alla lotta contro la violenza verso le donne e una pietra miliare nella storia della protezione dei loro diritti, fornisce una definizione di violenza di genere e prevede, tra l’altro, la criminalizzazione di abusi come le mutilazioni genitali femminili (MGF), lo stupro coniugale e il matrimonio forzato.

    La mossa della Polonia arriva in un momento piuttosto simbolico. Durante la pandemia, diversi paesi in Europa hanno segnalato un aumento significativo degli episodi di violenza domestica, con le donne vittime di abusi dei partner.

    Preoccupazioni simili a quelle della Polonia sono state sollevate dall’Ungheria, che rifiuta di ratificare la convenzione, sostenendo che promuove “ideologie di genere distruttive” e “migrazione illegale”.

     

  • La convivenza domestica forzata aumenta le violenze

    Ancora femminicidi e sangue tra le mura domestiche. Dopo la vicenda del 45enne che per ‘vendetta’
    sulla ex ha ucciso i suoi due figli gemelli nel Lecchese prima di togliersi la vita, si registrano nuovi casi: da Grosseto, dove un uomo si è suicidato dopo aver tentato di uccidere la moglie, ora in gravi condizioni, fino al litorale laziale dove a Fregene un 39enne è stato arrestato per aver cercato di colpire
    con una cesoia la moglie in fuga da lui. Episodi che tornano tristemente all’ordine del giorno per gli investigatori: nell’ultimo Report realizzato dall’Organismo permanente di monitoraggio durante l’emergenza coronavirus, si rileva che a partire dalla fine di marzo si assiste ad un costante graduale
    incremento dei ‘reati spia’ della violenza di genere (atti persecutori, maltrattamenti e violenza sessuale), che dagli 886 di fine marzo sono arrivati a 1.080 al 10 maggio 2020, in corrispondenza del progressivo allentamento delle misure restrittive. Il reato che subisce un aumento più significativo è quello dei maltrattamenti contro familiari e conviventi. Dal primo marzo al 10 maggio, rispetto al periodo di riferimento dello scorso anno, si registra il -46,67% di femminicidi rispetto all’anno precedente (da 30 nel 2019 a 16 nel 2020), il calo è anche in ambito familiare e affettivo (da 23 a 15). Sono anche aumentate le telefonate al numero antiviolenza 1522 del Dipartimento per le Pari Opportunità, nato per sostenere ed aiutare le donne vittime di violenza. Il reato che subisce un aumento più significativo è quello dei maltrattamenti contro familiari e conviventi. L’elevato numero di richieste di aiuto pervenute al numero dedicato lascia presumere il senso di solitudine e di smarrimento connesso alla difficoltà per le donne di rivolgersi alle forze di polizia. Calano – secondo i dati della Criminalpol – anche le violenze sessuali, al -66%. Ma gli episodi proseguono e dopo il lockdown il rischio è che in questa fase 3 possano registrarsi invece nuovi picchi. Tra le vicende più recenti, c’è quella di un 64enne trovato morto e sua moglie ferita gravemente in una casa alla periferia di Grosseto. L’ipotesi al momento è che l’uomo si sia tolto la vita dopo aver tentato di uccidere la moglie. A Reggio Emilia, invece, un 42enne di origini napoletane è stato arrestato dai carabinieri per aver distrutto l’auto della moglie e poi per aver tentato di aggredire gli stessi militari. La donna, quando è rientrata dal mare, si è persino trovata il marito in casa nonostante nei confronti di quest’ultimo il giudice avesse disposto allontanamento dall’abitazione e divieto di avvicinamento alla coniuge a causa di maltrattamenti subiti in precedenza. A Fregene, invece, la polizia ha messo le manette a un cittadino marocchino di 39 anni, fermato subito dopo aver tentato di uccidere la moglie, una 35enne romana con la quale è sposato da oltre 10 anni. La donna nei giorni scorsi era
    scappata dalla casa in cui vivevano insieme ai loro tre figli, perché esasperata dalle violenze subite negli anni e si era rifugiata nella villetta di famiglia a Fregene. Quando la 35enne è rincasata, se l’è trovato alle spalle con in mano una grossa cesoia con la quale ha tentato di colpirla. Soltanto la prontezza di riflessi della vittima le ha permesso di fuggire, riuscendo ad entrare nell’abitazione e chiudendo dietro la grata della porta, sulla quale si è andato ad infrangere il colpo. Violenze e drammi colpiscono anche i minori: a Genova una studentessa di 16 anni, vittima di una violenza sessuale qualche mese fa, ha tentato il suicidio. A salvarla è stato l’amico del cuore, a cui la ragazza aveva scritto un disperato messaggio.

  • Detective Stories: Violenza e stalking ai tempi del COVID

    Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci più forte domani”. Queste le parole ormai famose, pronunciate dal Presidente del Consiglio al momento dell’inizio della quarantena.

    Ma ora che il peggio sembra essere passato, forse anche la voglia di riabbracciarsi è svanita, con episodi di violenza in aumento e le grandi città spesso teatro di aggressioni, risse e disordini. Questa situazione potrebbe essere una conseguenza della “cabin fever”, una sorta di sindrome che provoca irritabilità ed irrequietezza alle persone costrette a vivere in uno spazio ristretto per un lungo periodo di tempo. Ansia e confusione mentale sono tra gli effetti indesiderati dell’isolamento forzato, effetti che certamente hanno contribuito ad aumentare la pericolosità di alcuni soggetti in determinati contesti familiari.

    Forse ci si è preoccupati troppo degli ipotetici abbracci che ci saremmo potuti dare al termine dell’emergenza, e poco di tutti quei drammi che giornalmente si vivono all’interno dei contesti domestici.

    Tra le vittime del Covid difatti ci sono anche anziani, donne e minori che hanno subito violenze domestiche, un fenomeno che durante l’isolamento forzato, ha registrato un forte aumento.

    Dopo due mesi con le città sostanzialmente “crime free”, l’aumento dei reati è naturale, basti pensare a tutti quei criminali che per un lungo periodo non hanno potuto contare sulle solite “entrature”. Per loro è questo il momento di agire e recuperare il tempo ed il denaro perso, in diversi ambiti.

    Sotto un certo punto di vista, ciò vale anche per gli stalker, che impossibilitati ad agire durante la quarantena, hanno sviluppato nuove capacità, diventando particolarmente abili nell’acquisizione di informazioni online. Il tempo a loro disposizione gli ha consentito di creare profili “falsi” con i quali controllare ed apprendere informazioni sulle loro vittime, imparando a conoscerne abitudini e luoghi frequentati senza destare sospetti.

    È il caso di Maria (nome di fantasia), una giovane madre straniera vittima di stalking da parte dell’ex compagno, alcolizzato e violento. Prima della nascita della bambina e dell’emergenza corona virus, Maria si era trasferita a Milano, ma l’uomo non si diede per vinto ed iniziò ad inviare una serie di messaggi al numero della ragazza, minacciandola di rapire la bambina qualora non fosse tornata a Roma. Maria cancellò i suoi profili social e cambiò numero di telefono… ma non fu sufficiente. Durante la quarantena, grazie alla creazione di diversi profili falsi, l’uomo era riuscito ad agganciare alcune amiche di Maria, scoprendo così informazioni circa le routine della giovane, i luoghi frequentati e le amicizie. Anche se Maria aveva cercato di scomparire, le sue tracce si potevano ancora trovare sui profili social delle amiche. Terminata l’emergenza e con la riapertura delle regioni, l’uomo giunse a Milano ed iniziò a cercare Maria, ma fortunatamente venne notato da un amico della giovane, che la informò. Disperata Maria mi contattò alla ricerca di una soluzione. Decisi di organizzare un falso incontro tra lei e l’ex compagno, (un incontro da tenersi in un luogo pubblico e finalizzato alla documentazione del comportamento violento dell’uomo), durante il quale Maria sarebbe sempre stata monitorata a vista da un team di investigatori privati. Pochi minuti dopo l’incontro, vi fu una rapida escalation nel comportamento dell’uomo, il quale iniziò ad urlare ed afferrare violentemente Maria, attirando l’attenzione dei passanti. Informammo le forze dell’ordine ed intervenimmo subito. L’uomo venne arrestato ma forse tutto questo si sarebbe potuto evitare.

    Lo stalking non è un fatto personale, ma una piaga sociale pericolosissima, che può essere contrastata con la prevenzione. Le nostre informazioni presenti sulla rete rappresentano un pericolo in quanto possono essere sufficienti a svelare a soggetti malintenzionati molto circa le nostre abitudini.

    Per quanto cancellare la propria presenza dalla rete rappresenti una eventualità da adottare nei casi più estremi, consiglio a tutte le vittime di stalking, (effettive e potenziali), di verificare le impostazioni di privacy dei propri profili, rendendoli privati e limitandone la consultazione di certe informazioni solo alle cerchie più strette di amici, ma soprattutto consiglio di evitare sempre di fornire troppe informazioni circa la propria vita personale, evitando di taggarsi nei locali/luoghi frequentati, se non altro evitando di farlo durante il periodo della propria permanenza, in quanto ciò rende più facile la propria identificazione.

    Qualche tempo fa feci un esperimento: analizzando le Instagram stories di un bar sotto al mio ufficio durante la pausa pranzo, osservai quelle più recenti relative a quel luogo. Per tutta la settimana controllai le storie caricate dalle persone presenti nel locale in quel momento, analizzando quindi i profili social “pubblici” delle potenziali “vittime”. Con alcune brevi verifiche (svolte col cellulare ed alla portata di tutti), in alcuni casi ero riuscito a scoprire molto circa le loro amicizie, attività lavorative e luoghi frequentati. Sfruttando le informazioni acquisite, finsi di essere un conoscente comune, o una persona conosciuta tempo addietro in determinati ambiti lavorativi. Su cinque tentativi, riuscii ad ottenere il numero di telefono di tre “vittime”.

    E se fossi stato un malintenzionato?

     

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubricad.castro@vigilargroup.com

  • Con il lockdowm in aumento le violenze domestiche: la denuncia del Consiglio d’Europa

    Da quando sono entrate in vigore le misure restrittive a causa del Coronavirus sono aumentate le richieste di aiuto da parte di donne vittime di violenza domestica. Secondo il segretario generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejčinović Burić, sarebbero addirittura quadruplicate.

    Essere costretti a rimanere in casa fa accrescere significativamente le possibilità di esposizione ad abusi verbali e fisici e limita la capacità di condividere con qualcuno l’accaduto oltre a non poter  sfuggire a una situazione pericolosa.

    Marija Pejčinović Burić, in un’intervista rilasciata al tedesco DPA, ha affermato che oltre alla violenza domestica il blocco potrebbe minacciare anche l’indipendenza economica delle donne, poiché il controllo finanziario è uno strumento tipico dei partner aggressivi per manipolare le loro compagne. Molte donne, inoltre, come ha sottolineato il segretario, non sono in grado di chiedere aiuto a causa delle restrizioni imposte.

    Il Consiglio d’Europa offre perciò agli Stati membri una piattaforma per lo scambio di informazioni sulla violenza domestica e sulle migliori pratiche per prevenirla.

  • “Mai più invisibili”, il nuovo indice 2020 di WeWorld sulla condizione di donne, bambini e bambine

    2 euro da donare con sms al numero solidale 45597 dal 1 al 15 marzo – mese notoriamente dedicato alle donne – per sostenere la campagna di WeWorld Onlus #maipiùinvisibili dedicata alle donne vittime di violenza in Italia e nel mondo. Nel nostro Paese una donna su tre subisce violenza almeno una volta nella vita ma non lo dice, solo poche denunciano. Sono invisibili, come i loro bambini che assistono alla violenza sulle loro mamme, invisibili come le bambine, in tante parti del mondo, costrette a matrimoni precoci o vittime di mutilazioni genitali. “La violenza sulle donne è un problema che ci riguarda tutti e tutte, ma ognuno di noi può scegliere se voltarsi dall’altra parte o prendere posizione. Oggi con un sms possiamo fare un piccolo gesto concreto per fermarla” dichiara Marco Chiesara, Presidente di WeWorld.

    I fondi raccolti serviranno per sostenere il programma nazionale di WeWorld Onlus contro la violenza sulle donne che ha nella prevenzione e nella sensibilizzazione i propri strumenti fondamentali. A queste si unisce l’intervento sul territorio che comprende il presidio antiviolenza SOStegno Donna all’interno del Pronto Soccorso di un ospedale di Roma – un ambiente aperto h24 ore, sette giorni su sette per accogliere e proteggere le donne vittime di violenza e, se necessario, anche i loro figli – e gli Spazi Donna WeWorld presenti a Napoli (Scampia), a Milano (Giambellino) e Roma (San Basilio) e quelli in apertura di Bologna e Cosenza, dove sono accolte ogni anno 1.000 donne vulnerabili, spesso con i loro figli.
    Gli Spazi Donna sono nati con l’obiettivo di far emergere il sommerso in quartieri difficili dove molto spesso la violenza sulle donne è talmente diffusa da essere giustificata e spesso nemmeno percepita persino dalle donne che la subiscono. Ogni anno 1.000 donne, spesso con i loro figli, sono accolte e assistite grazie ai progetti della Onlus.

    La campagna #maipiùinvisibili si colloca all’interno dell’Indice 2020 ‘Mai più Invisibili’ realizzato da WeWorld in cui emerge non solo la disuguaglianza tra donne (e minori) e uomini ma anche la diversificazione da regione a regione. L’indagine è stata realizzata da WeWorld per misurare l’inclusione di donne e popolazione under 18, monitorandola attraverso 38 indicatori per rilevare molteplici aspetti (economico, educativo, sanitario, culturale, politico, civile) e considerando l’intreccio tra le condizioni di vita degli uni e delle altre.

    Il rapporto rileva come alla ormai nota suddivisione tra Nord e Sud del Paese se ne sia aggiunta un’altra: tra Nord e Centro-Ovest da una parte, Centro-Est e Sud dall’altra. Donne e bambini/e vivono in condizioni di buona e sufficiente inclusione nei territori posti a Nord e nel Centro-Ovest, mentre sono in condizione di grave esclusione o di insufficiente inclusione al Sud, nelle isole e nella parte centro orientale del Paese. La classifica finale vede al primo posto il Trentino -Alto Adige (valore Index pari a 4,8), seguito da Lombardia (3,4), Valle d’Aosta (3,4), Emilia-Romagna (3), Lazio e Friuli Venezia-Giulia (2,1), Veneto (1,9), Toscana (1,6), Liguria (1,5), Piemonte (1), Marche (0). Nella parte bassa della classifica (Index in negativo) le Regioni del Centro-est e Sud Italia: gli ultimi posti sono occupati da Sardegna (-2,6), Puglia (-3,5), Campania (-3,9), Sicilia (-4,3). Fanalino di coda è la Calabria (-4,5). Donne e bambini residenti in Calabria vivono uno svantaggio doppio rispetto a donne e bambini del Trentino- Alto Adige, con un divario di ben 9,3 punti tra le due Regioni.

    I divari tra territori sono particolarmente marcati per l’aspetto educativo dei bambini e delle bambine, con picchi di dispersione scolastica che sfiorano il 20% in alcune Regioni del Sud (contro il 10,6% della media europea) e in quella economica per le donne: in Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna circa 2 donne su 10 sono a rischio povertà ed esclusione sociale, mentre in Sicilia lo è 1 donna su 2.

    Ne emerge la fotografia di un’Italia con grandi sacche di povertà soprattutto nelle periferie più problematiche, proprio dove WeWorld interviene con progetti a sostegno dei diritti di donne e bambini, gli Spazi Donna WeWorld, appunto, nati nel 2014. L’obiettivo dell’indice “Mai più invisibili” è quello di rendere disponibili e fruibili alcuni dati che raramente arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica e di fornire un elemento utile a tutti gli attori pubblici, privati e del terzo settore per costruire migliori e più consapevoli politiche e interventi che affrontino in modo congiunto i fattori di esclusione che perpetuano il divario generazionale e di genere.

  • La violenza sulle donne è anche un arma di guerra

    Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per eliminare la violenza contro le donne eppure in alcune Paesi del mondo afflitti da conflitti locali e guerre la violenza sulle donne, perpetrata da gruppi militari armati, è considerata un arma per punire i civili delle fazioni contrastanti. Un prezzo troppo alto, pagato da bambine, ragazze e donne, come nella  Repubblica Centrafricana dove, dati UNICEF alla mano, l’80% delle donne ha subito violenza. Lesioni fisiche e psicologiche, ma non solo. Molte sono state costrette al matrimonio con uomini delle bande armate e sono state respinte dalle famiglie e dalla comunità di appartenenza, subendo così traumi, in solitudine, che è assai difficile superare.

  • No ad ogni forma di odio e di antisemitismo

    Senza se e senza ma l’antisemitismo va combattuto in modo chiaro e deciso. E per combattere l’antisemitismo bisogna essere inflessibili nel condannare tutti coloro che nel passato hanno compiuto crimini orrendi contro gli ebrei e coloro che nel presente negano l’olocausto perpetrato dal nazismo o tacciono sulle persecuzioni ed i gulag del comunismo, come ha anche ribadito una recente risoluzione approvata dal Parlamento europeo.

    Viviamo in una società che sembra abituarsi alla violenza, verbale, scritta, fisica, per questo non possiamo permetterci l’indifferenza o la debolezza né dobbiamo accettare mistificazioni. Combattere l’antisemitismo significa anche assumersi nuove responsabilità politiche rispetto alla vita dello Stato di Israele. Troppi silenzi inquietanti proprio da coloro che istituzionalmente sono deputati a far comprendere al mondo arabo che senza il riconoscimento di Israele non vi potrà essere mai pace e sicurezza in Medio Oriente e di conseguenza anche il popolo palestinese continuerà a soffrire.

    Mentre è decisa la nostra solidarietà alla senatrice Segre e a tutti coloro che, in quanto ebrei, sono stati e sono minacciati o insultati è altrettanto fermo il nostro impegno contro l’odio e la violenza, dagli stadi alla scuola, di coloro che si accaniscono contro i più deboli o distinguono e discriminano le persone in base alla religione o al colore della pelle.

    Ed è ferma la nostra condanna anche per chi, strumentalizzando un tema centrale e terribile come il razzismo, tenta di fare terra bruciata intorno agli avversari politici.

  • Dalla Ue due milioni di euro alle vittime di violenze sessuali di guerra

    Il 24 settembre, il commissario europeo per la cooperazione internazionale e lo sviluppo europeo Neven Mimica, ha annunciato un contributo di 2 milioni di euro da parte dell’Unione Europea al Fondo internazionale per i sopravvissuti alla violenza sessuale legata ai conflitti. La donazione è stata annunciata durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, dove il Commissario Mimica ha incontrato i premi Nobel per la pace, Denis Mukwege e Nadia Murad ai quali è stato dedicato il fondo. Il dottor Denis Mukwege è un ginecologo congolese che ha fondato e lavora nell’Ospedale Panzi a Bukavu, in Congo, specializzato nella cura di donne vittime di violenza sessuale da parte di gruppi di ribelli armati. Nadia Murad, invece, è un membro della minoranza Yazidi nel nord dell’Iraq sopravvissuta a un terribile attacco nel 2014 al suo villaggio da parte dello Stato Islamico. Entrambi sono stati premiati con il Nobel per la Pace per il loro impegno a porre fine a ogni tipo di violenza sessuale.

    Si tratta di una collaborazione tra più partner per fornire ai sopravvissuti l’accesso a cure e ad altre forme di sostegno per aiutarle a reintegrarsi pienamente nelle loro comunità. Nadia Murad ha messo in luce l’importanza e la consapevolezza per le vittime di individuare le responsabilità dei crimini subiti, in quanto ciò può sostenere notevolmente il processo di guarigione. Il dottor Mimica ha invece voluto sottolineare come questo fondo sia un contributo importantissimo per l’umanità, poiché è destinato a dare un sostegno alle donne che hanno dovuto affrontare il dolore indicibile della violenza sessuale in situazioni di guerra e devono ricostruire le loro vite.

    Il lancio ufficiale del fondo avrà luogo il 30 ottobre 2019 alle Nazioni Unite a New York. Anche Paesi come la Francia e la Germania hanno annunciato il loro sostegno al Fondo.

  • Arrivano la legge contro le violenze domestiche e misure contro la violenza sugli animali

    Via libera definitivo del Senato al disegno di legge sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, il cosiddetto Codice rosso. Il provvedimento, che ha incassato l’ok definitivo del Parlamento e che con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale sarà quindi legge, ha ottenuto 197 sì e 47 astenuti. Tra gli astenuti Leu e Pd.

    La nuova legge prevede anzitutto una corsia preferenziale con indagini veloci per i reati legati alla violenza sulle donne. Insomma, un ‘codice rosso’ che si applica alla trattazione di casi che hanno a che fare con la violenza domestica e di genere, in analogia al ‘codice rosso’ che nei pronto soccorso indica stati di salute particolarmente gravi da trattare con urgenza. I ventuno articoli del provvedimento catalogano i reati attraverso i quali si esercita la violenza domestica e di genere e oltre a stabilire pene più severe per la violenza sessuale e lo stalking introduce due nuovi reati: quelli di revenge porn ed anche quello di sfregi al viso.

    In base alle nuove disposizioni, si prevede che la polizia giudiziaria, acquisita la notizia di reato da ‘codice rosso’, riferisca immediatamente al pubblico ministero, anche in forma orale. Il pubblico ministero, entro tre giorni, assume informazioni dalla persone offesa o da chi ha denunciato il reato (in termine di tre giorni può essere prorogato solo in casi eccezionali, a tutela della persona offesa o per la riservatezza delle indagini).

    La violenza sessuale viene punita con la reclusione da 6 a 12 anni. Finora, per questa fattispecie di reato la reclusione andava da 5 a 10 anni. Per la violenza sessuale in danno di minori fino a 10 anni la pena base è raddoppiata, per la violenza nei confronti dei minori da 10 a 14 anni la pena base è aumentata della metà (diventa dunque reclusione da 9 a 18 anni, mentre per la violenza nei confronti di minori da 14 a 18 anni la pena base è aumentata di un terzo). Per il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi l’attuale pena della reclusione da 2 a 6 anni è stata sostituita con la reclusione da 3 a 7 anni, mentre per il reato di stalking la reclusione è stata portata da 6 mesi a 5 anni a un minimo di un anno fino a un massimo di 6 anni e 6 mesi. Per il ‘revenge porn’, ossia il reato di diffusione illecita di immagini o video pornografici è stata prevista la pena della reclusione da uno a sei anni, con multa da euro 5.000 a euro 15.000, a carico di chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde, senza l’espresso consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati. Infine è stato inserito nel codice penale il reato di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, punito con la reclusione da 8 a 14 anni.

    Per implementare le nuove norme è stata anche prevista l’attivazione di specifici corsi di formazione per il personale della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Polizia penitenziaria preposto alle attività di prevenzione e al perseguimento dei reati di violenza domestica e di genere e interviene nel trattamento penitenziario delle persone condannate per reati di violenza domestica e di genere.

    Dal 18 luglio è attiva anche la casella di posta elettronica SOSanimali.viminale@interno.it, per raccogliere le segnalazioni di maltrattamenti di animali. L’iniziativa segue il finanziamento di 1 milione di euro destinato alle regioni per il potenziamento dei servizi finalizzati ad intercettare situazioni di illegalità, scongiurando possibili rischi per gli amici a quattro zampe. Le risorse sono assegnate sulla base di piani di azione, di durata semestrale, costruiti in stretto raccordo con tutti gli enti e le amministrazioni interessate, messi a punto dalle Prefetture dei capoluoghi di regione.

  • Nei mattatoi violenza sugli animali e anche sui veterinari

    Da qualche tempo abbiamo potuto vedere, anche in tv, situazioni aberranti in alcuni allevamenti di animali da carne e in alcuni macelli. I medici veterinari del Servizio sanitario nazionale sono ovviamente preposti al controllo dei luoghi di abbattimento nei quali deve essere rispettata la normativa europea sul benessere degli animali. Da qualche tempo però accadono episodi inquietanti, come quello denunciato da una veterinaria in servizio che il 3 giugno è stata intimidita ed aggredita in un mattatoio in Sardegna. L’operatore, che era stato fermato mentre trascinava brutalmente una capra, ha puntato un coltello alla gola della veterinaria, secondo quanto riferito da Anmvi Oggi, e l’ha addirittura minacciata di darle fuoco. L’episodio è stato denunciato al ministero della Salute e ripropone due problemi che vanno di pari passo: il controllo dei mattatoi e la garanzia della sicurezza dei medici veterinari.

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