violenza

  • Ancora sangue

    Ancora due italiani uccisi mentre adempiono al loro dovere e compiono azioni di pace e speranza, rendiamo tutti onore alla loro memoria. L’Ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci sono vittime non solo della scellerata violenza delle bande armate, che da troppo tempo insanguinano l’Africa, ma anche di colpevoli disattenzioni alla sicurezza. Mentre il cordoglio di tutti non porterà sollievo alle famiglie distrutte né riporterà il padre alle bambine rimaste orfane ci chiediamo, ancora una volta, quale sia lo strumento più efficace per combattere la violenza che trascina tante popolazioni civili alla fame ed alla morte, visto che in troppi casi le bande armate ed il terrorismo sono allevati o tollerati anche da esponenti del potere ufficiale, e come  fare comprendere che, senza adeguata protezione ed organizzazione, non si può andare in molte aree del pianeta. Ci auguriamo che l’inchiesta per accertare i fatti sia celere e completa, purtroppo in troppi casi, nel passato, la verità non è mai stata appurata con chiarezza.

    Ogni giorno continuano le uccisioni di donne da parte di mariti, ex mariti, fidanzati o compagni, una autentica catena di vittime e sempre più sono anche i bambini uccisi. Come è ben scritto nel libro denuncia La solitudine oltre la legge, di Carlo Sala, pubblicato da ‘Ulisse edizioni’, le leggi non bastano, neppure le ultime emanate, se le stesse non sono applicate tempestivamente, se non c’è prevenzione, individuazione dei casi a rischio ed un’immediata protezione delle donne e dei bambini. Occorre una più incisiva campagna di sensibilizzazione, inasprire al massimo le pene per chi commette femminicidio o comunque violenza, occorrono fondi subito per aiutare le donne che per salvarsi devono reinventarsi una vita, occorre un preciso e nuovo programma scolastico dalle primarie fino all’Università, occorre che i figli sappiano a chi rivolgersi per segnalare casi di violenza famigliare, occorre che le indagini sui casi siano immediate e celeri i processi. Su questi punti il governo deve intervenire subito.

  • Il femminicidio? Secondo molte sentenze è una manifestazione di gelosia

    I femminicidi raccontano che il luogo e l’ambito più pericolosi per la donna spesso sono la sua abitazione e la sfera sentimentale. Sono i due elementi tra loro correlati che affiorano da uno studio sulla violenza di genere (“Femminicidi a processo”) condotto da ricercatori e docenti dell’università di Palermo coordinati dalla sociologa Alessandra Dino. Due elementi che purtroppo troppo spesso ricorrono nella lunga scia di storie di donne ammazzate.

    Alessandra Dino sottolinea, nel saggio, gli “effetti perversi” prodotti, sia nelle sentenze giudiziarie che in alcune cronache giornalistiche, della definizione di “gelosia”, utilizzata quasi come una sorta di attenuante per delitti che vanno invece classificati semplicemente e ancor più tragicamente come “futili e abbietti”.  I percorsi della ricerca, promossa dal Miur, svelano gli stessi caratteri del fenomeno che si ritrovano negli ultimi casi di cronaca di cui sono state vittime la cantante palermitana Piera Napoli uccisa in casa dal marito, Ilenia Fabbri sgozzata in cucina a Faenza e Roberta Siragusa, la 17enne assassinata e bruciata, sostiene l’accusa, dal fidanzato Pietro Morreale a Caccamo nel Palermitano.

    I ricercatori dell’università di Palermo hanno analizzato per la loro indagine, dalla quale è stato ricavato un volume in fase di pubblicazione, 370 sentenze emesse tra il 2010 e il 2016. Tra le carte giudiziarie si fa riferimento nel 27,4% in “una crisi nella sfera della relazione sentimentale” presentata nelle più varie declinazioni. In alcune sentenze – fanno notare i ricercatori- viene chiamata ancora “gelosia” e spesso è associata a una dimensione “morbosa”. Per Alessandra Dino si tratta di uno dei tanti “pregiudizi”, non solo lessicali ma anche giudiziari. “Lo vediamo – dice – nelle motivazioni e nei dispositivi di alcune sentenze. Quasi sempre a un delitto per ‘gelosia’ vengono riconosciute le attenuanti generiche e quasi mai all’imputato viene contestata l’aggravante dei motivi abietti e futili”. In qualche sentenza si legge perfino che l’assassino ha agito sotto la spinta di una “non controllata gelosia”.

    I ricercatori di Palermo, che hanno interpellato anche 30 testimoni privilegiati (magistrati, avvocati, medici legali) hanno approfondito la lettura dei femminicidi per ricavarne alcune tipologie fortemente connotate. Il marito o il fidanzato uccide per esercitare “possesso e dominio”. Il gesto estremo diventa in questi casi l’affermazione del potere incondizionato dell’uomo sulla donna e come la “negazione totale della libertà della donna di autodeterminarsi”.

    L’indagine ha poi individuato pochi casi (appena il 3,3%) di uccisioni collegate a una violenza sessuale e alcuni episodi di “femminicidio altruistico” compiuto da mariti che non sopportano le sofferenze della moglie ammalata e la uccidono per risparmiarle altre pene. In generale, nella statistica criminale, il numero delle donne uccise è cresciuto in percentuale nel rapporto con i morti di genere maschile. È un altro indicatore che esprime la maggiore vulnerabilità della donna. E serve a dare un senso alle proposte di cui si fa portavoce Alessandra Dino: alzare il livello di prevenzione sul territorio, puntare sulla formazione di magistrati e operatori, creare una rete di protezione dei soggetti femminili a rischio. Senza trascurare la lettura della dimensione culturale dei femminicidi.

  • Detective Stories: la violenza contro le donne nel 2020

    Diversamente da quanto ritenuto dalla maggior parte delle persone, la violenza sulle donne non è solo fisica e sessuale, ma comprende anche tutti quegli atteggiamenti e comportamenti che possono contribuire nel far sentire una donna a disagio o addirittura in pericolo, come ad esempio nei casi di advances insistenti che possono trasformarsi in stalking, ma anche quelli più banali, come “fischiare” per attirare l’attenzione, una semplice azione che se effettuata in determinate situazioni o circostanze può generare in una donna sola sensazioni di ansia e paura.

    La colpa di tutto questo è prevalentemente di retaggi culturali arcaici, della cultura “machista” e di certi ambienti familiari che favoriscono lo scarso rispetto e considerazione per le donne.

    Sembra impossibile, ma ancora nel 2020 sentiamo troppo spesso parlare di violenza contro le donne, soprattutto domestica durante i periodi di lockdown.

    La realtà dei fatti è che una donna vittima di qualsiasi tipo di violenza è spesso soggetta a poche tutele, sia dalle autorità che dall’opinione pubblica.

    Ad esempio, se una ragazza viene violentata, il primo pensiero di molti è che molto probabilmente “se l’è andata a cercare”, oltre a quello di domandarsi come fosse vestita.. E’ forse troppo auspicare che al giorno d’oggi una donna possa sentirsi libera di uscire di casa vestita come vuole senza temere di essere violentata prima e giudicata poi?

    Un altro triste dato di fatto è di come troppe volte nei casi di femminicidio, le vittime si siano rivolte alle autorità per un aiuto, senza però ottenere alcun tipo di soluzione al loro problema, se non in molti casi l’effetto opposto, specie nei casi di violenza domestica.

    L’unico consiglio che mi sento di dare alle donne vittime di violenze domestiche è quello di cercare di documentare in qualsiasi modo le violenze subite servendosi di registratori vocali e telecamere nascoste, il che si rivelerà particolarmente utile al momento della denuncia presso le autorità.

    In tutti gli altri casi, al di là dei soliti discorsi sulla prevenzione, la cosa più importante è quella di denunciare in maniera tempestiva, magari affrontando tutto l’iter con il supporto di qualcuno, che sia una persona di fiducia, una associazione o un professionista.

    Per quanto sia più facile cercare di dimenticare l’accaduto e voltare pagina, è fondamentale affrontare gli eventi nella maniera più opportuna senza lasciar passare troppo tempo, sarà poi compito della giustizia accertare i fatti e punire i criminali.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

  • Violenza contro le donne: imparare a combatterla sin dalle scuole elementari

    Il 25 novembre è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, un dramma sul quale andrebbero accesi i riflettori tutti i giorni, senza mai spegnerli. Il problema, malgrado leggi più punitive e iniziative istituzionali e private, è ancora purtroppo molto grave, come raccontano le cronache quotidiane, perché le violenze domestiche, fisiche e psicologiche, sono in aumento e restano le discriminazioni. Combattere questa piaga si può anche con una adeguata educazione che inizia sin dalle scuole elementari.

  • La Polonia si sfila dal trattato europeo sulla violenza contro le donne

    Zbigniew Ziobro, ministro della giustizia e procuratore generale polacco, ha dichiarato che il suo ministero presenterà una richiesta al ministero del Lavoro e della famiglia per dare il via al processo di ritiro del suo Paese dalla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica.

    Ziobro ha sostenuto che la Polonia dispone di strumenti legali sufficienti per proteggere le vittime di violenza domestica e che il trattato firmato anche da Varsavia nel 2015 viola i diritti dei genitori, imponendo alle scuole di insegnare ai bambini il genere da un punto di vista sociologico.

    L’annuncio ha suscitato forti malumori e le proteste non si sono fatte attendere: durante il fine settimana migliaia di manifestanti hanno attraversato le strade della capitale e di altre città per esprimere il dissenso contro il piano del governo.

    Domenica scorsa, il partito PIS, al potere in Polonia, si è dissociato dall’annuncio, dichiarando che non tutti nella coalizione erano a favore della decisione. Anche il segretario generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejcinovic Buric, ha preso una chiara posizione contro la decisione, etichettando l’annuncio del governo polacco come “allarmante”. “La Convenzione di Istanbul è il principale trattato internazionale del Consiglio d’Europa per combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica. E’ questo il suo unico obiettivo. Un passo indietro – sottolinea la Buric – sarebbe deplorevole e rappresenterebbe un significativo regresso nella protezione delle donne dalla violenza in Europa”.

    Anche i legislatori dell’UE hanno sollevato forti perplessità e hanno invitato l’Unione europea ad accedere alla convenzione di Istanbul. Nel suo precedente incarico di Commissario per la giustizia, Vera Jourova, a giugno 2017, aveva apposto la sua firma al documento.

    La Dichiarazione è il primo strumento giuridicamente vincolante dedicato alla lotta contro la violenza verso le donne e una pietra miliare nella storia della protezione dei loro diritti, fornisce una definizione di violenza di genere e prevede, tra l’altro, la criminalizzazione di abusi come le mutilazioni genitali femminili (MGF), lo stupro coniugale e il matrimonio forzato.

    La mossa della Polonia arriva in un momento piuttosto simbolico. Durante la pandemia, diversi paesi in Europa hanno segnalato un aumento significativo degli episodi di violenza domestica, con le donne vittime di abusi dei partner.

    Preoccupazioni simili a quelle della Polonia sono state sollevate dall’Ungheria, che rifiuta di ratificare la convenzione, sostenendo che promuove “ideologie di genere distruttive” e “migrazione illegale”.

     

  • La convivenza domestica forzata aumenta le violenze

    Ancora femminicidi e sangue tra le mura domestiche. Dopo la vicenda del 45enne che per ‘vendetta’
    sulla ex ha ucciso i suoi due figli gemelli nel Lecchese prima di togliersi la vita, si registrano nuovi casi: da Grosseto, dove un uomo si è suicidato dopo aver tentato di uccidere la moglie, ora in gravi condizioni, fino al litorale laziale dove a Fregene un 39enne è stato arrestato per aver cercato di colpire
    con una cesoia la moglie in fuga da lui. Episodi che tornano tristemente all’ordine del giorno per gli investigatori: nell’ultimo Report realizzato dall’Organismo permanente di monitoraggio durante l’emergenza coronavirus, si rileva che a partire dalla fine di marzo si assiste ad un costante graduale
    incremento dei ‘reati spia’ della violenza di genere (atti persecutori, maltrattamenti e violenza sessuale), che dagli 886 di fine marzo sono arrivati a 1.080 al 10 maggio 2020, in corrispondenza del progressivo allentamento delle misure restrittive. Il reato che subisce un aumento più significativo è quello dei maltrattamenti contro familiari e conviventi. Dal primo marzo al 10 maggio, rispetto al periodo di riferimento dello scorso anno, si registra il -46,67% di femminicidi rispetto all’anno precedente (da 30 nel 2019 a 16 nel 2020), il calo è anche in ambito familiare e affettivo (da 23 a 15). Sono anche aumentate le telefonate al numero antiviolenza 1522 del Dipartimento per le Pari Opportunità, nato per sostenere ed aiutare le donne vittime di violenza. Il reato che subisce un aumento più significativo è quello dei maltrattamenti contro familiari e conviventi. L’elevato numero di richieste di aiuto pervenute al numero dedicato lascia presumere il senso di solitudine e di smarrimento connesso alla difficoltà per le donne di rivolgersi alle forze di polizia. Calano – secondo i dati della Criminalpol – anche le violenze sessuali, al -66%. Ma gli episodi proseguono e dopo il lockdown il rischio è che in questa fase 3 possano registrarsi invece nuovi picchi. Tra le vicende più recenti, c’è quella di un 64enne trovato morto e sua moglie ferita gravemente in una casa alla periferia di Grosseto. L’ipotesi al momento è che l’uomo si sia tolto la vita dopo aver tentato di uccidere la moglie. A Reggio Emilia, invece, un 42enne di origini napoletane è stato arrestato dai carabinieri per aver distrutto l’auto della moglie e poi per aver tentato di aggredire gli stessi militari. La donna, quando è rientrata dal mare, si è persino trovata il marito in casa nonostante nei confronti di quest’ultimo il giudice avesse disposto allontanamento dall’abitazione e divieto di avvicinamento alla coniuge a causa di maltrattamenti subiti in precedenza. A Fregene, invece, la polizia ha messo le manette a un cittadino marocchino di 39 anni, fermato subito dopo aver tentato di uccidere la moglie, una 35enne romana con la quale è sposato da oltre 10 anni. La donna nei giorni scorsi era
    scappata dalla casa in cui vivevano insieme ai loro tre figli, perché esasperata dalle violenze subite negli anni e si era rifugiata nella villetta di famiglia a Fregene. Quando la 35enne è rincasata, se l’è trovato alle spalle con in mano una grossa cesoia con la quale ha tentato di colpirla. Soltanto la prontezza di riflessi della vittima le ha permesso di fuggire, riuscendo ad entrare nell’abitazione e chiudendo dietro la grata della porta, sulla quale si è andato ad infrangere il colpo. Violenze e drammi colpiscono anche i minori: a Genova una studentessa di 16 anni, vittima di una violenza sessuale qualche mese fa, ha tentato il suicidio. A salvarla è stato l’amico del cuore, a cui la ragazza aveva scritto un disperato messaggio.

  • Detective Stories: Violenza e stalking ai tempi del COVID

    Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci più forte domani”. Queste le parole ormai famose, pronunciate dal Presidente del Consiglio al momento dell’inizio della quarantena.

    Ma ora che il peggio sembra essere passato, forse anche la voglia di riabbracciarsi è svanita, con episodi di violenza in aumento e le grandi città spesso teatro di aggressioni, risse e disordini. Questa situazione potrebbe essere una conseguenza della “cabin fever”, una sorta di sindrome che provoca irritabilità ed irrequietezza alle persone costrette a vivere in uno spazio ristretto per un lungo periodo di tempo. Ansia e confusione mentale sono tra gli effetti indesiderati dell’isolamento forzato, effetti che certamente hanno contribuito ad aumentare la pericolosità di alcuni soggetti in determinati contesti familiari.

    Forse ci si è preoccupati troppo degli ipotetici abbracci che ci saremmo potuti dare al termine dell’emergenza, e poco di tutti quei drammi che giornalmente si vivono all’interno dei contesti domestici.

    Tra le vittime del Covid difatti ci sono anche anziani, donne e minori che hanno subito violenze domestiche, un fenomeno che durante l’isolamento forzato, ha registrato un forte aumento.

    Dopo due mesi con le città sostanzialmente “crime free”, l’aumento dei reati è naturale, basti pensare a tutti quei criminali che per un lungo periodo non hanno potuto contare sulle solite “entrature”. Per loro è questo il momento di agire e recuperare il tempo ed il denaro perso, in diversi ambiti.

    Sotto un certo punto di vista, ciò vale anche per gli stalker, che impossibilitati ad agire durante la quarantena, hanno sviluppato nuove capacità, diventando particolarmente abili nell’acquisizione di informazioni online. Il tempo a loro disposizione gli ha consentito di creare profili “falsi” con i quali controllare ed apprendere informazioni sulle loro vittime, imparando a conoscerne abitudini e luoghi frequentati senza destare sospetti.

    È il caso di Maria (nome di fantasia), una giovane madre straniera vittima di stalking da parte dell’ex compagno, alcolizzato e violento. Prima della nascita della bambina e dell’emergenza corona virus, Maria si era trasferita a Milano, ma l’uomo non si diede per vinto ed iniziò ad inviare una serie di messaggi al numero della ragazza, minacciandola di rapire la bambina qualora non fosse tornata a Roma. Maria cancellò i suoi profili social e cambiò numero di telefono… ma non fu sufficiente. Durante la quarantena, grazie alla creazione di diversi profili falsi, l’uomo era riuscito ad agganciare alcune amiche di Maria, scoprendo così informazioni circa le routine della giovane, i luoghi frequentati e le amicizie. Anche se Maria aveva cercato di scomparire, le sue tracce si potevano ancora trovare sui profili social delle amiche. Terminata l’emergenza e con la riapertura delle regioni, l’uomo giunse a Milano ed iniziò a cercare Maria, ma fortunatamente venne notato da un amico della giovane, che la informò. Disperata Maria mi contattò alla ricerca di una soluzione. Decisi di organizzare un falso incontro tra lei e l’ex compagno, (un incontro da tenersi in un luogo pubblico e finalizzato alla documentazione del comportamento violento dell’uomo), durante il quale Maria sarebbe sempre stata monitorata a vista da un team di investigatori privati. Pochi minuti dopo l’incontro, vi fu una rapida escalation nel comportamento dell’uomo, il quale iniziò ad urlare ed afferrare violentemente Maria, attirando l’attenzione dei passanti. Informammo le forze dell’ordine ed intervenimmo subito. L’uomo venne arrestato ma forse tutto questo si sarebbe potuto evitare.

    Lo stalking non è un fatto personale, ma una piaga sociale pericolosissima, che può essere contrastata con la prevenzione. Le nostre informazioni presenti sulla rete rappresentano un pericolo in quanto possono essere sufficienti a svelare a soggetti malintenzionati molto circa le nostre abitudini.

    Per quanto cancellare la propria presenza dalla rete rappresenti una eventualità da adottare nei casi più estremi, consiglio a tutte le vittime di stalking, (effettive e potenziali), di verificare le impostazioni di privacy dei propri profili, rendendoli privati e limitandone la consultazione di certe informazioni solo alle cerchie più strette di amici, ma soprattutto consiglio di evitare sempre di fornire troppe informazioni circa la propria vita personale, evitando di taggarsi nei locali/luoghi frequentati, se non altro evitando di farlo durante il periodo della propria permanenza, in quanto ciò rende più facile la propria identificazione.

    Qualche tempo fa feci un esperimento: analizzando le Instagram stories di un bar sotto al mio ufficio durante la pausa pranzo, osservai quelle più recenti relative a quel luogo. Per tutta la settimana controllai le storie caricate dalle persone presenti nel locale in quel momento, analizzando quindi i profili social “pubblici” delle potenziali “vittime”. Con alcune brevi verifiche (svolte col cellulare ed alla portata di tutti), in alcuni casi ero riuscito a scoprire molto circa le loro amicizie, attività lavorative e luoghi frequentati. Sfruttando le informazioni acquisite, finsi di essere un conoscente comune, o una persona conosciuta tempo addietro in determinati ambiti lavorativi. Su cinque tentativi, riuscii ad ottenere il numero di telefono di tre “vittime”.

    E se fossi stato un malintenzionato?

     

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubricad.castro@vigilargroup.com

  • Con il lockdowm in aumento le violenze domestiche: la denuncia del Consiglio d’Europa

    Da quando sono entrate in vigore le misure restrittive a causa del Coronavirus sono aumentate le richieste di aiuto da parte di donne vittime di violenza domestica. Secondo il segretario generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejčinović Burić, sarebbero addirittura quadruplicate.

    Essere costretti a rimanere in casa fa accrescere significativamente le possibilità di esposizione ad abusi verbali e fisici e limita la capacità di condividere con qualcuno l’accaduto oltre a non poter  sfuggire a una situazione pericolosa.

    Marija Pejčinović Burić, in un’intervista rilasciata al tedesco DPA, ha affermato che oltre alla violenza domestica il blocco potrebbe minacciare anche l’indipendenza economica delle donne, poiché il controllo finanziario è uno strumento tipico dei partner aggressivi per manipolare le loro compagne. Molte donne, inoltre, come ha sottolineato il segretario, non sono in grado di chiedere aiuto a causa delle restrizioni imposte.

    Il Consiglio d’Europa offre perciò agli Stati membri una piattaforma per lo scambio di informazioni sulla violenza domestica e sulle migliori pratiche per prevenirla.

  • “Mai più invisibili”, il nuovo indice 2020 di WeWorld sulla condizione di donne, bambini e bambine

    2 euro da donare con sms al numero solidale 45597 dal 1 al 15 marzo – mese notoriamente dedicato alle donne – per sostenere la campagna di WeWorld Onlus #maipiùinvisibili dedicata alle donne vittime di violenza in Italia e nel mondo. Nel nostro Paese una donna su tre subisce violenza almeno una volta nella vita ma non lo dice, solo poche denunciano. Sono invisibili, come i loro bambini che assistono alla violenza sulle loro mamme, invisibili come le bambine, in tante parti del mondo, costrette a matrimoni precoci o vittime di mutilazioni genitali. “La violenza sulle donne è un problema che ci riguarda tutti e tutte, ma ognuno di noi può scegliere se voltarsi dall’altra parte o prendere posizione. Oggi con un sms possiamo fare un piccolo gesto concreto per fermarla” dichiara Marco Chiesara, Presidente di WeWorld.

    I fondi raccolti serviranno per sostenere il programma nazionale di WeWorld Onlus contro la violenza sulle donne che ha nella prevenzione e nella sensibilizzazione i propri strumenti fondamentali. A queste si unisce l’intervento sul territorio che comprende il presidio antiviolenza SOStegno Donna all’interno del Pronto Soccorso di un ospedale di Roma – un ambiente aperto h24 ore, sette giorni su sette per accogliere e proteggere le donne vittime di violenza e, se necessario, anche i loro figli – e gli Spazi Donna WeWorld presenti a Napoli (Scampia), a Milano (Giambellino) e Roma (San Basilio) e quelli in apertura di Bologna e Cosenza, dove sono accolte ogni anno 1.000 donne vulnerabili, spesso con i loro figli.
    Gli Spazi Donna sono nati con l’obiettivo di far emergere il sommerso in quartieri difficili dove molto spesso la violenza sulle donne è talmente diffusa da essere giustificata e spesso nemmeno percepita persino dalle donne che la subiscono. Ogni anno 1.000 donne, spesso con i loro figli, sono accolte e assistite grazie ai progetti della Onlus.

    La campagna #maipiùinvisibili si colloca all’interno dell’Indice 2020 ‘Mai più Invisibili’ realizzato da WeWorld in cui emerge non solo la disuguaglianza tra donne (e minori) e uomini ma anche la diversificazione da regione a regione. L’indagine è stata realizzata da WeWorld per misurare l’inclusione di donne e popolazione under 18, monitorandola attraverso 38 indicatori per rilevare molteplici aspetti (economico, educativo, sanitario, culturale, politico, civile) e considerando l’intreccio tra le condizioni di vita degli uni e delle altre.

    Il rapporto rileva come alla ormai nota suddivisione tra Nord e Sud del Paese se ne sia aggiunta un’altra: tra Nord e Centro-Ovest da una parte, Centro-Est e Sud dall’altra. Donne e bambini/e vivono in condizioni di buona e sufficiente inclusione nei territori posti a Nord e nel Centro-Ovest, mentre sono in condizione di grave esclusione o di insufficiente inclusione al Sud, nelle isole e nella parte centro orientale del Paese. La classifica finale vede al primo posto il Trentino -Alto Adige (valore Index pari a 4,8), seguito da Lombardia (3,4), Valle d’Aosta (3,4), Emilia-Romagna (3), Lazio e Friuli Venezia-Giulia (2,1), Veneto (1,9), Toscana (1,6), Liguria (1,5), Piemonte (1), Marche (0). Nella parte bassa della classifica (Index in negativo) le Regioni del Centro-est e Sud Italia: gli ultimi posti sono occupati da Sardegna (-2,6), Puglia (-3,5), Campania (-3,9), Sicilia (-4,3). Fanalino di coda è la Calabria (-4,5). Donne e bambini residenti in Calabria vivono uno svantaggio doppio rispetto a donne e bambini del Trentino- Alto Adige, con un divario di ben 9,3 punti tra le due Regioni.

    I divari tra territori sono particolarmente marcati per l’aspetto educativo dei bambini e delle bambine, con picchi di dispersione scolastica che sfiorano il 20% in alcune Regioni del Sud (contro il 10,6% della media europea) e in quella economica per le donne: in Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna circa 2 donne su 10 sono a rischio povertà ed esclusione sociale, mentre in Sicilia lo è 1 donna su 2.

    Ne emerge la fotografia di un’Italia con grandi sacche di povertà soprattutto nelle periferie più problematiche, proprio dove WeWorld interviene con progetti a sostegno dei diritti di donne e bambini, gli Spazi Donna WeWorld, appunto, nati nel 2014. L’obiettivo dell’indice “Mai più invisibili” è quello di rendere disponibili e fruibili alcuni dati che raramente arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica e di fornire un elemento utile a tutti gli attori pubblici, privati e del terzo settore per costruire migliori e più consapevoli politiche e interventi che affrontino in modo congiunto i fattori di esclusione che perpetuano il divario generazionale e di genere.

  • La violenza sulle donne è anche un arma di guerra

    Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per eliminare la violenza contro le donne eppure in alcune Paesi del mondo afflitti da conflitti locali e guerre la violenza sulle donne, perpetrata da gruppi militari armati, è considerata un arma per punire i civili delle fazioni contrastanti. Un prezzo troppo alto, pagato da bambine, ragazze e donne, come nella  Repubblica Centrafricana dove, dati UNICEF alla mano, l’80% delle donne ha subito violenza. Lesioni fisiche e psicologiche, ma non solo. Molte sono state costrette al matrimonio con uomini delle bande armate e sono state respinte dalle famiglie e dalla comunità di appartenenza, subendo così traumi, in solitudine, che è assai difficile superare.

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