violenza

  • In attesa di Giustizia: presunti colpevoli

    Non fosse per l’urgenza richiesta dalla approvazione della finanziaria che impone che l’esame di altri disegni di legge venga posticipata, la nuova legge sulla violenza sessuale sarebbe già in Gazzetta Ufficiale tra gli applausi bipartisan di Camera e Senato. In cosa consista è presto detto: un’ennesima dimostrazione del perdurante digiuno di diritto costituzionale da parte del legislatore e della sua insipiente sciatteria quando mette mano al diritto penale, con sprezzo del ridicolo, a caccia di consenso dell’elettorato. Dimentichiamo la campagna referendaria che offre continui spunti di riflessione per analizzare un’aberrante proposta, approvata la quale, il giusto processo, come lo definisce la Costituzione, sarà un ricordo anche per mariti focosi (e, perché no? Pure per le mogli!) raccontandosi la favola che possa essere giusto un processo nel quale il P.M. non abbia neppure il fastidio di cercare la prova.

    Il mutuo compiacimento di maggioranza e opposizione per aver trasfuso in un disegno di legge un’ideona della Boldrini impone che ne venga sintetizzato in un paio di punti il contenuto: perché un rapporto sessuale non sia considerato violenza sessuale una prima condizione essenziale è il consenso libero (e fin qui va bene ma la legge già lo prevede) mentre la grande novità è che quel consenso debba essere continuamente confermato (ma come?)…ed intendesi durante il medesimo rapporto con buona pace del coinvolgimento emotivo e passionale, persino tra coniugi che festeggiano le nozze d’argento. Della conoscenza approssimativa del diritto penale materiale da parte dei rappresentanti del popolo abbiamo detto: preoccupa di più il plauso che inizia a provenire da giuristi come Paola Di Nicola Travaglini, Consigliera di Cassazione che ha anche pubblicato manuali ben argomentati sulla violenza di genere ed il Codice Rosso, la quale in una recente intervista a Repubblica dice “Il consenso esiste se l’altra persona ha detto sì a quell’atto in modo chiaro, deciso e reiterato”. Reiterato, è la parola magica: in lingua italiana significa attuale in qualsiasi momento. Il consenso può essere negato dopo essere stato concesso, e dunque bisogna fermarsi immediatamente, come si diceva prima, durante l’amplesso e potrebbe essere – per esempio – la subitanea imposizione di un criterio contraccettivo largamente in disuso, sennò è violenza. Ma, così, non lo sarebbe nei confronti del partner uomo? Se non altro, dipende dai modi, potrebbe essere un reato di violenza privata che consiste nel costringere qualcuno a fare, tollerare od omettere qualcosa. La questione inizia a farsi ambigua, ma lasciamo perdere la complicazione dei dettagli tra i quali potrebbe rinvenirsi la necessità di munirsi di più moduli da far sottoscrivere prima, durante e – meglio ancora – anche dopo…in alternativa, per le coppie più trasgressive si potrebbe pensare alla presenza di un notaio o di un ufficiale di polizia giudiziaria guardone.  Altro elemento introdotto dalla normativa sembra essere – si capirà dal testo definitivamente approvato – il divieto alla vittimizzazione secondaria, ovvero la violenza ulteriore a cui la donna che asserisce di essere stata stuprata è sottoposta nel corso del processo quando i difensori dell’imputato cercano di ricostruire i fatti con domande che spesso posso sembrare insinuanti o aggressive, comunque dolorose, per chi deve rispondere. La ricostruzione dei fatti non è una banalità per chi deve decidere ma quelle domande gli avvocati non potranno più porle. E, sempre come pare, non sarà una questione di semplice continenza verbale con una tutela più assidua da parte del giudice: no, sarà vietato indugiare su qualsiasi dettaglio. In sostanza non si potrà più parlare di quello che è successo. E come si fa a tenere un dibattimento se non si può parlare di quello che è successo? La spiegazione, da brividi, la offre nella intervista già ricordata, il Giudice Paola Di Nicola Travaglini: “Con la nuova legge, ecco il cambiamento, sarà chiaro che saranno i denunciati a dover dare prova, come si dice volgarmente, che lei “ci stava”..” Tradotto, una violazione bella e buona dell’art. 27 della Costituzione che, prevedendo la presunzione di non colpevolezza sottintende sia a carico del Pubblico Ministero l’onere della prova: saranno invece gli imputati a dover dimostrare la loro innocenza, anziché gli inquirenti a dover dimostrare la loro colpevolezza. Sia ben chiaro ai mariti, fidanzati, amanti, compresi financo ai frequentatori di escort che saranno tutti considerati colpevoli fino a prova contraria.

  • Avviare una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa

    Puntualmente, sprezzanti delle celebrazioni del 20 novembre, la Giornata Universale dei Bambini, i giudici, forse nel tentativo di imitare lo Jugendamt tedesco, hanno portato via i bambini che vivevano nel bosco con i loro genitori.

    Siamo purtroppo abituati a vedere bambini semi abbandonati, dai campi rom a certe estreme periferie, senza che alcuno intervenga e vorremmo che il governo trovasse la formula per provvedere a questa emergenza, ma non avremmo mai immaginato che si potessero sottrarre i bambini ai genitori, con i quali vivono, accuditi pur nella totale semplicità.

    I motivi per togliere un minore ai propri genitori sono ben chiari: genitori drogati od alcolizzati, situazioni ambientali di grave degrado (violenze, immondizie, sporcizia), mancanza di cure sanitarie, mancanza di istruzione, mancanza di rapporti sociali, costrizione al lavoro, pratiche sessuali etc.

    Nessuno di questi motivi era presente nella vita dei bambini del bosco e non può essere certo la mancanza di elettricità una motivazione altrimenti per la mancanza d’acqua, in decine e decine di paesi in Sicilia, e non solo, i giudici dovrebbero sottrarre, alle famiglie, centinaia di bambini.

    Fortunatamente sembra, poi vedremo i risultati, che anche il governo abbia manifestato stupore e intenzione di indagare su quanto accaduto e che, da diverse parti politiche e mediatiche, si voglia andare a fondo per ripristinare il diritto, alla famiglia del bosco, di vivere in pace.

    Auguriamo ai bambini ed ai loro genitori di tornare presto, tutti insieme, nella loro casa, con i loro amici animali, in sicurezza e libertà.

    Speriamo vivamente che la vicenda non si trasformi nel solito contenzioso tra governo e magistratura o in una squallida operazione di contrapposizione politica.

    La vicenda potrebbe dare finalmente l’avvio ad una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa, cominciando anche a capire meglio l’incongruenza, specie nel terzo millennio, di un organismo come lo Jugendamt in Germania, con conseguenze anche per i cittadini di altri stati, e occupandosi, con nuove adeguate norme, di più e meglio dei bambini di famiglie povere e di quelli che vivono nei campi rom.

  • In attesa di Giustizia: stalkerizzat*

    La duplice esperienza come professionista e vittima (sì, anche vittima) di atti persecutori hanno suggerito qualche riflessione a proposito della violenza di genere al termine di un mese di ottobre grondante sangue, nella speranza che il ragionamento non sia il pretesto per aprire in dibattito in modalità “Curva Sud”.
    La premessa è che leggi, politiche di tutela ed interpretazioni giurisprudenziali sulla “violenza di genere”, la intendono come espressione di diseguaglianze storiche tra i sessi contribuendo a mettere il focus  sulla vittima donna sebbene l’uomo – con minore frequenza, è vero – possa essere altrettanto perseguitato.

    Una recente indagine di un Centro di Ascolto segnala che nel 2024 sono stati 140 gli uomini assistiti come vittime di violenza domestica da partner donne, il 68% di questi ha subito anche violenza fisica ed un articolo pubblicato nel 2023 afferma che gli uomini costituivano in allora circa il 19% delle vittime di maltrattamenti contro familiari e conviventi: una percentuale, comunque, non irrisoria.

    Alcuni fattori contribuiscono, tuttavia, ad individuare l’uomo come vittima marginale: principalmente gli stereotipi di genere che lo vedono come carnefice piuttosto che come vittima, fors’anche per una comunicazione diversamente orientata verso quella che sembra – e, verosimilmente è – l’emergenza sociale detta “femminicidio” anche quando, per fortuna, non vi sono eventi fatali a completamento di atti violenti o persecutori.

    Un altro aspetto è legato alla carenza di risorse come i centri di ascolto dedicati agli uomini ed una maggiore difficoltà nel dimostrare la soggezione psicologica quando vittima è un uomo; tutto ciò esprime un assetto mediatico-culturale che concentra l’attenzione sulla violenza contro le donne, con il rischio che gli uomini vengano trascurati in quanto non sono “vittime tipiche”. Un orientamento che la Cassazione ha ribaltato affermando che un uomo può essere vittima di maltrattamenti da parte della moglie perché la legge tutela ugualmente tale situazione essendo neutra rispetto al genere della vittima/autore. Non ci voleva molto: basti pensare alla quotidianità di casi di separazione coniugale o divorzio in cui le aspettative (soprattutto economiche) del coniuge donna vengono supportate con modalità specifiche come minacciare di togliere i figli o chiedere una verifica della Guardia di Finanza, talvolta persino di registrare video per costruire le accuse, e Dio ci salvi dalla AI generativa… La violenza femminile – pur con modalità e contesti diversi – dunque esiste e produce danni.

    Fermo resta che l’intervento legislativo e politico – talvolta con “leggi manifesto” comprese e campagne di sensibilizzazione – si è centrato sulle donne-vittime della violenza di genere, il che è, comunque, perfettamente giustificato vista la loro maggiore vulnerabilità. Al tempo stesso, le donne che commettono violenza possono essere meno frequentemente denunciate, oppure la violenza da parte delle donne viene percepita come meno grave, o “meno tipica”, e quindi può essere meno perseguita il che alimenta la percezione di un doppio standard. Una riforma utile potrebbe essere quella di adottare politiche di tutela e prevenzione che prescindano dal genere della vittima, pur mantenendo al centro la realtà delle disuguaglianze esistenti.

    Sin qui il ragionamento del tecnico del diritto che in almeno due casi è stato vittima di atti persecutori: una volta da parte di una donna e l’altra da parte di un uomo ingiustificatamente geloso; effettivamente nel primo caso la scelta è stata quella di non denunciare ma, d’altro canto, nulla era successo che fosse più di qualche fastidiosa molestia. Nel secondo caso, dopo aver registrato un certo numero di appostamenti dello stalker, in auto, sotto casa (forse per controllare ingressi o uscite della donna “contesa”) è stato sufficiente avvicinarsi al veicolo e con un coltello da parmigiano in tasca e far saltare tutte e quattro le costose gomme della sua station wagon con lui a bordo. Non è sceso a lamentarsi né si è più visto o sentito. Qualcuno penserà che tutto ciò possa essere diseducativo ma garantisco che è stato rapidamente molto efficace.

  • 7 ottobre

    Il tempo non cancella l’orrore per l’infame massacro che Hamas ha compiuto, l’indignazione e la repulsione verso un movimento terrorista che, dopo aver sterminato a tradimento e ferocemente tanti israeliani, ha usato il suo popolo come scudo umano ignorando i diritti di una popolazione che, per colpa proprio di Hamas, ha avuto migliaia di morti e feriti.

    Il nostro pensiero va agli ostaggi, i pochi sopravvissuti, ancora nelle mani di criminali per i quali la vita umana, le sofferenze degli altri non contano nulla, assassini la cui sete di sangue e di potere non si arresta di fronte a nulla.

    E la nostra collera, indignazione, repulsa va anche verso coloro che in questi giorni hanno inneggiato al massacro con grida e striscioni e ai tanti che sfilavano in pace ma non li hanno espulsi dal corteo, perché chi tace è colpevole come chi grida odio e commette violenza.

    Come dimenticare la crudeltà degli uomini di Hamas pronti a violentare, mutilare, bruciare gli innocenti civili israeliani, e la loro vigliaccheria che li ha portati a nascondersi in ospedali e scuole a Gaza tra i palestinesi inermi invece di affrontare gli israeliani in quella battaglia che loro stessi avevano iniziato a tradimento.

    Assassini e vigliacchi per i quali non si può avere nessun tipo di comprensione, devono pagare quanto hanno fatto ad Israele ed al popolo palestinese.

    Oggi tutti coloro che credono nella pace e nel diritto, nella democrazia e nella libertà, dovrebbero scendere nelle strade in memoria delle vittime di quel tragico sette ottobre e condannare per sempre, senza se e senza ma, i terroristi di Hamas ed i loro complici.

  • Orfani di femminicidio: un libro per richiamare l’attenzione sulle vittime collaterali

    Ci sono spesso delle vittime collaterali nei casi di femminicidio o comunque di assassinio di uno dei genitori da parte dell’altro (o della persona con cui si è creata una nuova relazione): sono i figli di chi viene assassinato.

    Giovanna Cardile, la cui madre Rosalba nel 1985 è stata uccisa da suo marito (padre della stessa Giovanna), porta in luce questa realtà attraverso il libro «Due vite in una – Storia di una rinascita» in cui racconta la sua esperienza e come ha subito e reagito a quel trauma. Il libro è dichiaratamente scritto proprio per offrire a chi abbia vissuto traumi analoghi l’aiuto ed i consigli di chi ha fatto quella stessa esperienza. E mira anche a richiamare l’attenzione dello Stato perché accanto alla prevenzione di simili episodi e alla punizione di chi non è stato bloccato per tempo provveda anche alla cura di chi è rimasto vittima collaterale di quella violenza. L’autrice invoca la creazione di un registro nazionale degli orfani di femminicidio (o anche, caso più raro nei fatti, di uccisione del padre da parte della compagna di questi) in base al quale fornite aiuto sia psicologico che materiale.

    Ad oggi la cura di chi resta orfano è affidata normalmente al più prossimo tra i parenti affidabili (tipicamente i suoi nonni, i genitori di chi è stato ucciso) ma la ‘privatizzazione’ di fatto della tutela di questi orfani non è sempre possibile come testimonia la stessa Giovanna, la cui nonna materna è stata uccisa insieme alla madre Rosalba.

    Allo stato dell’arte, la tutela degli orfani e delle famiglie affidatarie resta demandate a iniziative dei soggetti privati che operano in ambito sociale o di partenariati tra questi ultimi ed enti pubblici. La legge 4/2018 prevede il gratuito patrocinio degli orfani per ottenere il risarcimento del danno nei processi a carico di chi li ha resi orfani nonché un indennizzo a se stante in quanto vittime di reati intenzionali violenti e riconosce agli stessi orfani borse di studio, copertura delle spese per assistenza medica e psicologica. Manca ancora tuttavia una regia unitaria, come sottolinea la Cardile, manca una programmazione uniforme su tutto il territorio nazionale che per prima cosa censisca, attraverso apposito registro, quanti sono questi orfani, così che nei loro confronti possa essere attuato quanto prevede dalla legge 4/2018. I beneficiari della legge si stima siano 3.500 ma appunto è una stima. E manca ancora una regia che indichi delle linee guida riguardo a cosa fare, come fare per tutelare questi orfani e chi deve provvedere, così come manca una programmazione organica delle risorse necessarie per far fronte a tutto questo. Una messa a fattor comune delle attività che oggi vengono svolte frammentariamente e senza una regia a monte a tutela degli orfani consentirebbe anche di condividere le best practices, cioè i percorsi che si sono rivelati più proficui nel consentire agli orfani di superare il trauma e di avere uno sviluppo e una vita quanto più possibile identici a chi cresce in una famiglia in cui i dissapori tra i genitori (fisiologici) non sfocino in un dramma. Lo scorso 6 agosto la commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno del femminicidio ha presentato al Parlamento una relazione di 112 pagine, ma in attesa che il Parlamento prenda visione e valuti il da farsi la formazione di psicologi, avvocati e assistenti sociali che assistono gli orfani resta demandata ai soggetti che svolgono attività di filantropia.

  • La Commissione cerca esperti da inserire nella rete per la prevenzione degli abusi sessuali sui minori

    La Commissione europea ha pubblicato un invito a presentare candidature per aderire alla rete per la prevenzione degli abusi sessuali sui minori.

    La rete è stata recentemente istituita per rafforzare la cooperazione e il coordinamento tra la Commissione, gli Stati membri, i ricercatori, gli operatori in prima linea e altri portatori di interessi chiave. Il suo obiettivo è sostenere l’efficace attuazione della legislazione, dei programmi e delle politiche dell’UE in materia di prevenzione dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori. La rete si occuperà di tutte le dimensioni della prevenzione, compresa la riduzione del rischio di reati o recidivi da parte di individui e la riduzione della probabilità che i minori diventino vittime.

    Oltre a promuovere la collaborazione e lo scambio di migliori pratiche, la rete informerà la ricerca, agevolerà la cooperazione con i principali partner a livello sia dell’UE che internazionale, offrendo nel contempo sostegno alla Commissione e agli Stati membri nell’efficace attuazione dei programmi di prevenzione.

    Con l’istituzione della rete, la Commissione realizza un’iniziativa chiave della strategia dell’UE per una lotta più efficace contro gli abusi sessuali sui minori, ribadendo il suo forte impegno a favore della prevenzione quale elemento centrale della lotta contro gli abusi sessuali sui minori.

    L’invito a presentare candidature è aperto fino al 15 settembre a singoli esperti e organizzazioni attive nel settore della prevenzione dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori.

  • A scuola quasi metà dei ragazzi impara a usare il coltello

    Secondo lo studio ESPAD®Italia 2024 condotto su 20 mila studenti e circa 250 scuole italiane il 40,6% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha partecipato almeno una volta a zuffe o risse, un dato che proiettato sulla popolazione scolastica equivarrebbe a circa un milione di adolescenti coinvolti. Inoltre, il 10,9% ha assistito a scene di violenza filmate con un cellulare, segno che questi episodi vengono non solo visti, ma spesso condivisi e amplificati digitalmente, contribuendo a una sorta di “normalizzazione” della violenza. Dai dati raccolti emerge che il 3,4% ha portato con sé armi come coltelli o tirapugni a scuola, con un incremento quasi doppio rispetto all’anno precedente.

    Questo fenomeno sembra sempre più legato anche all’uso di sostanze psicoattive e all’influenza dei social e rappresenta oggi un campanello d’allarme per tutto il sistema educativo e sanitario. L’aumento della violenza tra gli adolescenti, così come l’uso e il possesso di armi, riflette un disagio che va intercettato prima che degeneri. Secondo Sabrina Molinaro dell’Unità di Epidemiologia Socio-Sanitaria dell’Istituto di Fisiologia Clinica le risultanze della ricerca vanno interpretati come sintomi di un malessere più ampio che coinvolge famiglie, scuole e società nel suo complesso. La violenza, inoltre, assume anche una funzione “sociale”: secondo i dati raccolti, molti ragazzi la utilizzano per sentirsi accettati all’interno del gruppo, come forma di legame, seppur disfunzionale. Le ragazze, pur coinvolte in misura minore, manifestano sempre più spesso forme di aggressività emotiva e verbale, spesso amplificate dall’uso dei dispositivi digitali. “Siamo di fronte a una generazione profondamente immersa nel digitale, che rischia di sottovalutare la gravità della violenza, soprattutto quando mediata da uno schermo — spiega ancora Molinaro —. Lo studio ci mostra come riprendere e condividere episodi violenti sia diventato quasi normale per molti adolescenti, alimentando un pericoloso distacco emotivo. In un contesto in cui la violenza può trasformarsi in contenuto virale, si smarriscono empatia, responsabilità e senso del limite”.

  • Missing Colombian social leaders ‘killed by rebels’, prosecutor says

    The bodies of eight Colombian religious and social leaders who had been reported missing in April have been found in a shallow grave in Guaviare province, in south-central Colombia.

    The prosecutor’s office blamed members of a rebel group called Frente Armando Ríos for their killing.

    Officials said the eight – two women and six men – had been summoned by the rebels to be interrogated about the alleged formation of a rival armed group in the area.

    There has been no response from Frente Armando Ríos to the accusations.

    Colombia is the deadliest country in the world for rights defenders and social leaders, according to a report by international rights organisation Front Line Defenders.

    The bodies were found in a rural area known as Calamar, where members of the Frente Armando Ríos are active.

    The group is an off-shoot of the Revolutionary Armed Forces of Colombia (Farc).

    The Farc signed a peace deal with the Colombian government in 2016 and many of its members laid down their arms, but parts of the group refused to disarm and set up dissident rebel groups such as the Frente Armando Ríos.

    These offshoots engage in the production and trafficking of cocaine as well as extortion and illegal mining.

    They also engage in armed confrontations with the security forces and with members of the National Liberation Army (ELN) – a rival guerrilla group.

    According to the statement released by the prosecutor’s office, leaders of the Frente Armando Ríos feared that the ELN was setting up a local cell in the area.

    They reportedly summoned two of the victims for an “interrogation” on 4 April, and the remaining six people three days later.

    Christian Solidarity Worldwide (CSW), a human rights organisation specialising in freedom of religion, said all but one were active leaders and members from two Protestant denominations: the Evangelical Alliance of Colombia Denomination (DEAC) and the Foursquare Gospel Church (ICCG). The eighth was the uncle of two of the other victims.

    Among them is a married couple – Isaíd Gómez and Maribel Silva – who often preached in their Protestant church.

    Also among those whose bodies have been found is Maryuri Hernández, who helped the evangelical pastor in the area. She is survived by her five-year-old daughter.

    According to CSW, all eight had settled in the area after fleeing violence and violations of freedom of religion in Arauca, a province bordering Venezuela where several armed groups are active.

    Religious leaders and social leaders are often targeted by armed groups in Colombia which do not tolerate any other authority than their own.

    Relatives of the victims said the eight had received a message by the Frente Armando Ríos, which demanded that they present themselves for questioning.

    According to the investigation by the prosecutor’s office, days later they were taken to an abandoned property, where they were killed.

    Officials suspect the order to kill them was given by the inner circle of Iván Mordisco, one of the most powerful commanders of the dissident rebel factions.

    The murder of the eight has been condemned by Colombian President Gustavo Petro, who called it “heinous” and denounced it as “a grave attack on the right to life, religious freedom and spiritual and community work”.

  • E’ sufficiente un passaporto americano?

    La efferata, terribile uccisione di una bambina di pochi mesi, trovata nel parco di Villa Panfili a Roma a pochi metri dal corpo della madre, assume sempre più gli aspetti di un giallo internazionale.

    Come tutti speriamo che l’uomo, dalla doppia identità, arrestato in Grecia possa essere estradato in Italia e che si possa fare luce sulle tragiche vicende che hanno portato la bambina a subire una morte atroce dopo essere stata prima affamata e picchiata.

    Rimangono ancora senza risposta anche le motivazioni che, a fronte di più controlli, effettuati in giorni diversi anche a seguito di segnalazioni da parte della polizia italiana, non si siano fatti adeguati accertamenti e non si sia portato l’uomo, più volte trovato in stato di ebrezza e in situazioni violente, in una stazione di Polizia o dei Carabinieri visto che la donna, da lui definita sua moglie, non aveva documenti e che la bambina è stata più volte vista piangere e non essere in condizione idonea per una bimba di pochi mesi.

    Un passaporto americano è sufficiente a passare sopra a comportamenti gravi che avrebbero fatto scattare invece seri provvedimenti se si fosse trattato di persona di diversa nazionalità?

    Controlli appropriati avrebbero molto probabilmente evitato almeno la morte della bambina.

  • Maltrattamenti su bambini e adolescenti: aumentati del 58% in cinque anni

    In Italia risultano in carico ai servizi sociali 374.310 minorenni, di questi 113.892 sono vittime di maltrattamento, ovvero il 30,4%. Si tratta al 31 dicembre 2023 di un aumento del 58% rispetto alla precedente indagine del 2018, in cui i minorenni in carico ai servizi sociali vittime di maltrattamento rappresentavano il 19,3%. Sul totale della popolazione minorenne residente in Italia questo significa un passaggio da 9 a 13 minorenni maltrattati ogni mille. Un’impennata registrata nell’arco di soli cinque anni.

    È quanto emerge dalla III Indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia, condotta Terre des Hommes e Cismai per l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che è stata presentata stamattina nella Sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei ministri dall’Autorità garante Marina Terragni, dalla presidente della Fondazione Terre des Hommes Italia, Donatella Vergari, e dalla presidente Cismai, Marianna Giordano. Presente la Ministra della famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella.

    La forma di maltrattamento più frequente è il Neglect (trascuratezza) subito dal 37% dei minori, seguita dalla violenza assistita, al 34%. Violenza psicologica e maltrattamento fisico, invece, incidono rispettivamente per il 12% e l’11%. Meno diffuse risultano la patologia delle cure (4%) e l’abuso sessuale (2%). Il maltrattamento colpisce indistintamente maschi e femmine ma l’indagine riporta, per la prima volta, anche un quadro puntuale delle forme in cui ciascun genere ne è vittima. Un dato balza all’occhio: nell’87% dei casi il maltrattante appartiene alla cerchia famigliare ristretta, senza differenze a livello territoriale.

    La III Indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia prende in considerazione 326 comuni italiani, selezionati da ISTAT, a fronte dei 196 considerati nell’edizione precedente del 2021, comprese 12 città metropolitane, coprendo così un bacino di 2.733.645 minorenni. L’indagine analizza il fenomeno con dati al 31 dicembre 2023 e rappresenta l’unica fotografia post pandemia da Covid-19 del maltrattamento ai danni di infanzia e adolescenza.

    Dato impressionante, tra gli altri, quello della violenza assistita, che riguarda un terzo dei casi di maltrattamento. Unitamente al fatto che ben l’87 per cento di tutti i maltrattamenti avviene all’interno della cerchia familiare ristretta, quel dato segnala la necessità e l’urgenza di porre la massima attenzione alla famiglia, colpita da una crisi sempre più diffusa e profonda”, commenta l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni.

    Con questa Indagine consegniamo alle istituzioni uno strumento fondamentale affinché il nostro Paese possa costruire una risposta sempre più efficace e al passo con le avanguardie internazionali, contro la violenza a danno di bambini e bambine. – dichiara Donatella Vergari, Presidente di Terre des Hommes Italia –  A cominciare da azioni di rafforzamento del tessuto sanitario, educativo e sociale, per una più qualificata e pronta segnalazione delle vittime e per l’individuazione e accompagnamento delle fragilità genitoriali. Fattori imprescindibili di cui tenere conto in ottica di prevenzione del fenomeno.

    La III Indagine rappresenta un’importante tappa rispetto alla conoscenza, all’analisi ed alla misurazione del multiforme fenomeno del maltrattamento all’infanzia nel nostro Paese – dichiara Marianna Giordano, Presidente Coordinamento Italiano Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia (Cismai)  Lo studio permette di riflettere sull’impatto a breve medio e lungo termine sulle traiettorie di vita di bambine, bambini, adolescenti e rappresenta uno strumento prezioso per i decisori politici, per gli amministratori locali, per le operatrici e gli operatori territoriali per definire e realizzare politiche ed azioni appropriate in tutto il Paese per prevenire e contrastare la violenza e curare le piccole vittime ed i loro genitori vulnerabili”.

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