violenza

  • Dall’ICE a Torino violenza

    Negli Stati Uniti l’ICE arresta, picchia, uccide anche persone inermi

    In Italia i manifestanti aumentano le già note violenze arrivando a picchiare, con martello ed i bastoni, un carabiniere e a dare fuoco a camionette e blindati.

    Che gli uomini dell’ICE non vengano in Italia per le Olimpiadi è un auspicio che facciamo in tanti ma più che a manifestare contro l’ICE i “soliti ben pensanti”, che per altro non abbiamo visto molto interessati a difendere il popolo iraniano ed ucraino, dovrebbero cominciare a manifestare contro le continue violenze dei sinistri violenti che da troppo tempo distruggono beni pubblici e feriscono poliziotti e carabinieri

    Sta aumentando il clima di violenza e prevaricazione e c’è troppa connivenza di alcuni partiti e sindacati i quali, in odio al governo, sono disposti a lasciar crescere quella che ormai non è più una contestazione ma una vera delinquenza organizzata

  • South Sudan army threat to ‘spare no-one’ condemned

    The UN says it is gravely concerned after a senior military leader in South Sudan urged his troops to “spare no-one” including “children, the elderly, and civilians” when they are deployed to opposition-held areas of the country.

    “Inflammatory rhetoric calling for violence against civilians… is utterly abhorrent and must stop now,” said the head of the UN’s mission in South Sudan.

    South Sudan’s deputy army chief Gen Johnson Oluny made the call as he addressed his Agwelek militia as they prepared to be sent to parts of Jonglei state. The government said this was not an order.

    Forces aligned to South Sudan’s suspended Vice-President Riek Machar have captured several areas in recent weeks.

    He is currently on trial on charges of murder, treason and crimes against humanity, which he denies.

    The military has ordered all civilians and personnel from the UN mission and all other aid agencies to evacuate three counties in Jonglei state ahead of an imminent operation against opposition forces.

    Last week, the chief of the defence force ordered troops deployed in the region to ”crush the rebellion” within seven days.

    Oluny can be heard addressing his troops in a video posted on Facebook saying: “spare no-one – the elderly, children, birds or leave no house standing”.

    But in an interview with the BBC’s Newsday programme the government denied that the statement made by the deputy army chief amounted to an order.

    “The government is committed to ensure the protection of civilians. We give warnings to civilians, in order not to be caught up in a crossfire. The government is responsible and are protecting civilians,” Minister of Information Ateny Wek Ateny said.

    The UN Commission on Human Rights in South Sudan (UNCHRSS) expressed “grave alarm” at the latest fighting in Jonglei state, north of the capital Juba, where witnesses have described civilians fleeing into swamps.

    The UN says more than 180,000 people are believed to have been forced to flee their homes by escalating fighting.

    ”No senior political or military leader in Juba can claim to be unaware of the blatant public incitements to commit serious crimes in Jonglei,” the UNCHRSS said in a statement issued on Sunday night in Geneva.

    “Language that calls for the killing of those who are hors de combat [no longer participating in hostilities] and civilians, including the elderly—with assertions that ‘no one should be spared’—is not only shocking, it is profoundly dangerous,” said UNCHRSS head Yasmin Sooka.

    The military said all civilians living in Nyirol, Uror and Akobo counties in Jonglei were “directed to immediately evacuate for safety to government-controlled areas as soon as possible.”

    All personnel from the United Nations Mission in South Sudan (Unmiss) and those working for non-governmental organisations were also ordered to evacuate the three counties within 48 hours.

    An Unmiss spokesperson told Reuters news agency: “Our peacekeepers in Akobo remain in place, carrying out all efforts under our mandate to help de-escalate tensions and prevent conflict.” She did not say whether UN staff also remained in the other counties.

    South Sudan’s main opposition group, Machar’s Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition (SPLM-IO), told the BBC its forces expect to reach the capital, Juba, by the end of February.

    However, the army has dismissed the threat, saying the opposition lacks the capacity to attack the capital.

    “We are not sure if they will have the courage to face us, but we are prepared for any eventualities,” said army spokesperson Gen Lul Ruai Koang.

    Koang said that although the SPLM-IO currently controls some counties in Jonglei, Bor, the state capital, remains under government control.

    Conflict in South Sudan, the world’s youngest nation, broke out in 2013, two years after independence, when President Salva Kiir accused Machar of plotting to overthrow him.

    A 2018 peace deal ended the civil war that had killed nearly 400,000 people, but it has never been properly implemented and the relationship between Kiir and Machar has become increasingly strained amid ethnic tensions and sporadic violence.

    A power-sharing agreement between the two main sides is all but dead after President Salva Kiir moved against Machar, his vice-president and long-time rival Machar, who was arrested last March.

    During the civil war the country was divided along ethnic lines, as the army and political elite fractured and the conflict saw ethnic violence between members of Kiir’s Dinka community and the Nuers who were seen as backing Machar.

  • Progetto in 250 scuole elementari contro la violenza di genere

    ‘Storie spaziali per maschi del futuro’ è il nome del progetto volto a proporre nuovi modelli contro gli stereotipi che in 250 scuole elementari si prefigge di contrastare la violenza di genere e far comprendere fin da bambini l’importanza del consenso nelle relazioni sociali, così da accompagnare i futuri ragazzi e adulti in un percorso di accettazione delle proprie fragilità e di gestione di emozioni come la rabbia e la tristezza. Guidato da fondazione Libellula con l’autrice Francesca Cavallo e ScuolAttiva Onlus, il progetto è stato presentato alla Camera alla presenza di parlamentari del Pd (Filippo Sensi), M5s (Stefania Ascari) e Avs (Francesca Ghirra): da marzo porterà fiabe, formazione docenti e strumenti educativi in 250 scuole su tutto il territorio nazionale (il 60% delle quali nelle periferie delle nostre città) coinvolgendo migliaia di bambini, insegnanti e famiglie per promuovere “modelli maschili più liberi, empatici e inclusivi”.

    Il nome dato al progetto rimanda al libro scritto da Cavallo, “Storie spaziali per Maschi del Futuro”, una raccolta di fiabe che affronta gli stereotipi di genere che “danneggiano non solo le bambine, ma anche i bambini maschi, mettendo in discussione modelli tradizionali di maschilità legati al principe azzurro al supereroe – si spiega -. Attraverso la narrazione il libro apre spazi nuovi per immaginare un maschile capace di fragilità, ascolto ed empatia”.

    Al 30 settembre scorso, secondo l’Osservatorio permanente sui delitti di genere pubblicato sul sito di ‘Non una di meno’, in Italia risultavano «70 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 1 suicidio indotto di un ragazzo trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo, 6 casi in fase di accertamento. Inoltre, ci sono stati almeno altri 62 tentati femminicidi riportati nelle cronache on line di media nazionali e locali e almeno due ragazzi uccisi dal padre». «Tra le persone uccise – si legge sul sito -, la vittima più giovane aveva 1 anno, la più anziana 93. Le vittime hanno un’età media di 55 anni. Si contano 12 casi con denunce o segnalazioni per violenza, stalking, persecuzione nei mesi precedenti. Due persone uccise erano sex worker, 13 persone uccise avevano una disabilità o una malattia grave, spesso cronica o degenerativa, 10 i casi in cui gli minori hanno assistito al femminicidio, 54 gli minori sono rimasti orfani in seguito al femminicidio della madre».

    Il report ha analizzato anche l’identità degli assassini e le modalità delle aggressioni: «Nei 70 casi accertati di omicidio, il colpevole o presunto tale ha un’età media di 51 anni. Il più giovane aveva 19 anni al momento del delitto, il più anziano 91. Ventidue uomini colpevoli si sono suicidati subito dopo aver compiuto l’omicidio. Ciò significa che non sarà possibile procedere per via giudiziaria e dunque attestare la gravità del gesto e le motivazioni di genere e patriarcali della violenza espressa. Altri 6 uomini colpevoli hanno tentato di togliersi la vita». «Nella quasi totalità dei casi – si legge ancora -, l’assassino era conosciuto dalla persona uccisa. Nel 50 per cento dei casi l’assassino era il marito, il partner, il convivente (35 casi). In 13 casi, a compiere il gesto è stato l’ex partner da cui la persona uccisa si era separata o aveva espresso l’intenzione di separarsi. In 11 casi, l’omicida è il figlio. Negli altri casi la relazione con la vittima era: amico, nipote, cliente, o conoscente». E ancora: «Dei 70 casi accertati di omicidio, 21 sono morte per accoltellamento, e 12 per i colpi di arma da fuoco. Altre cause del decesso sono soffocamento o strangolamento (16), percosse, colpi di forbici, colpi d’ascia, caduta dalla finestra».

  • In attesa di Giustizia: presunti colpevoli

    Non fosse per l’urgenza richiesta dalla approvazione della finanziaria che impone che l’esame di altri disegni di legge venga posticipata, la nuova legge sulla violenza sessuale sarebbe già in Gazzetta Ufficiale tra gli applausi bipartisan di Camera e Senato. In cosa consista è presto detto: un’ennesima dimostrazione del perdurante digiuno di diritto costituzionale da parte del legislatore e della sua insipiente sciatteria quando mette mano al diritto penale, con sprezzo del ridicolo, a caccia di consenso dell’elettorato. Dimentichiamo la campagna referendaria che offre continui spunti di riflessione per analizzare un’aberrante proposta, approvata la quale, il giusto processo, come lo definisce la Costituzione, sarà un ricordo anche per mariti focosi (e, perché no? Pure per le mogli!) raccontandosi la favola che possa essere giusto un processo nel quale il P.M. non abbia neppure il fastidio di cercare la prova.

    Il mutuo compiacimento di maggioranza e opposizione per aver trasfuso in un disegno di legge un’ideona della Boldrini impone che ne venga sintetizzato in un paio di punti il contenuto: perché un rapporto sessuale non sia considerato violenza sessuale una prima condizione essenziale è il consenso libero (e fin qui va bene ma la legge già lo prevede) mentre la grande novità è che quel consenso debba essere continuamente confermato (ma come?)…ed intendesi durante il medesimo rapporto con buona pace del coinvolgimento emotivo e passionale, persino tra coniugi che festeggiano le nozze d’argento. Della conoscenza approssimativa del diritto penale materiale da parte dei rappresentanti del popolo abbiamo detto: preoccupa di più il plauso che inizia a provenire da giuristi come Paola Di Nicola Travaglini, Consigliera di Cassazione che ha anche pubblicato manuali ben argomentati sulla violenza di genere ed il Codice Rosso, la quale in una recente intervista a Repubblica dice “Il consenso esiste se l’altra persona ha detto sì a quell’atto in modo chiaro, deciso e reiterato”. Reiterato, è la parola magica: in lingua italiana significa attuale in qualsiasi momento. Il consenso può essere negato dopo essere stato concesso, e dunque bisogna fermarsi immediatamente, come si diceva prima, durante l’amplesso e potrebbe essere – per esempio – la subitanea imposizione di un criterio contraccettivo largamente in disuso, sennò è violenza. Ma, così, non lo sarebbe nei confronti del partner uomo? Se non altro, dipende dai modi, potrebbe essere un reato di violenza privata che consiste nel costringere qualcuno a fare, tollerare od omettere qualcosa. La questione inizia a farsi ambigua, ma lasciamo perdere la complicazione dei dettagli tra i quali potrebbe rinvenirsi la necessità di munirsi di più moduli da far sottoscrivere prima, durante e – meglio ancora – anche dopo…in alternativa, per le coppie più trasgressive si potrebbe pensare alla presenza di un notaio o di un ufficiale di polizia giudiziaria guardone.  Altro elemento introdotto dalla normativa sembra essere – si capirà dal testo definitivamente approvato – il divieto alla vittimizzazione secondaria, ovvero la violenza ulteriore a cui la donna che asserisce di essere stata stuprata è sottoposta nel corso del processo quando i difensori dell’imputato cercano di ricostruire i fatti con domande che spesso posso sembrare insinuanti o aggressive, comunque dolorose, per chi deve rispondere. La ricostruzione dei fatti non è una banalità per chi deve decidere ma quelle domande gli avvocati non potranno più porle. E, sempre come pare, non sarà una questione di semplice continenza verbale con una tutela più assidua da parte del giudice: no, sarà vietato indugiare su qualsiasi dettaglio. In sostanza non si potrà più parlare di quello che è successo. E come si fa a tenere un dibattimento se non si può parlare di quello che è successo? La spiegazione, da brividi, la offre nella intervista già ricordata, il Giudice Paola Di Nicola Travaglini: “Con la nuova legge, ecco il cambiamento, sarà chiaro che saranno i denunciati a dover dare prova, come si dice volgarmente, che lei “ci stava”..” Tradotto, una violazione bella e buona dell’art. 27 della Costituzione che, prevedendo la presunzione di non colpevolezza sottintende sia a carico del Pubblico Ministero l’onere della prova: saranno invece gli imputati a dover dimostrare la loro innocenza, anziché gli inquirenti a dover dimostrare la loro colpevolezza. Sia ben chiaro ai mariti, fidanzati, amanti, compresi financo ai frequentatori di escort che saranno tutti considerati colpevoli fino a prova contraria.

  • Avviare una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa

    Puntualmente, sprezzanti delle celebrazioni del 20 novembre, la Giornata Universale dei Bambini, i giudici, forse nel tentativo di imitare lo Jugendamt tedesco, hanno portato via i bambini che vivevano nel bosco con i loro genitori.

    Siamo purtroppo abituati a vedere bambini semi abbandonati, dai campi rom a certe estreme periferie, senza che alcuno intervenga e vorremmo che il governo trovasse la formula per provvedere a questa emergenza, ma non avremmo mai immaginato che si potessero sottrarre i bambini ai genitori, con i quali vivono, accuditi pur nella totale semplicità.

    I motivi per togliere un minore ai propri genitori sono ben chiari: genitori drogati od alcolizzati, situazioni ambientali di grave degrado (violenze, immondizie, sporcizia), mancanza di cure sanitarie, mancanza di istruzione, mancanza di rapporti sociali, costrizione al lavoro, pratiche sessuali etc.

    Nessuno di questi motivi era presente nella vita dei bambini del bosco e non può essere certo la mancanza di elettricità una motivazione altrimenti per la mancanza d’acqua, in decine e decine di paesi in Sicilia, e non solo, i giudici dovrebbero sottrarre, alle famiglie, centinaia di bambini.

    Fortunatamente sembra, poi vedremo i risultati, che anche il governo abbia manifestato stupore e intenzione di indagare su quanto accaduto e che, da diverse parti politiche e mediatiche, si voglia andare a fondo per ripristinare il diritto, alla famiglia del bosco, di vivere in pace.

    Auguriamo ai bambini ed ai loro genitori di tornare presto, tutti insieme, nella loro casa, con i loro amici animali, in sicurezza e libertà.

    Speriamo vivamente che la vicenda non si trasformi nel solito contenzioso tra governo e magistratura o in una squallida operazione di contrapposizione politica.

    La vicenda potrebbe dare finalmente l’avvio ad una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa, cominciando anche a capire meglio l’incongruenza, specie nel terzo millennio, di un organismo come lo Jugendamt in Germania, con conseguenze anche per i cittadini di altri stati, e occupandosi, con nuove adeguate norme, di più e meglio dei bambini di famiglie povere e di quelli che vivono nei campi rom.

  • In attesa di Giustizia: stalkerizzat*

    La duplice esperienza come professionista e vittima (sì, anche vittima) di atti persecutori hanno suggerito qualche riflessione a proposito della violenza di genere al termine di un mese di ottobre grondante sangue, nella speranza che il ragionamento non sia il pretesto per aprire in dibattito in modalità “Curva Sud”.
    La premessa è che leggi, politiche di tutela ed interpretazioni giurisprudenziali sulla “violenza di genere”, la intendono come espressione di diseguaglianze storiche tra i sessi contribuendo a mettere il focus  sulla vittima donna sebbene l’uomo – con minore frequenza, è vero – possa essere altrettanto perseguitato.

    Una recente indagine di un Centro di Ascolto segnala che nel 2024 sono stati 140 gli uomini assistiti come vittime di violenza domestica da partner donne, il 68% di questi ha subito anche violenza fisica ed un articolo pubblicato nel 2023 afferma che gli uomini costituivano in allora circa il 19% delle vittime di maltrattamenti contro familiari e conviventi: una percentuale, comunque, non irrisoria.

    Alcuni fattori contribuiscono, tuttavia, ad individuare l’uomo come vittima marginale: principalmente gli stereotipi di genere che lo vedono come carnefice piuttosto che come vittima, fors’anche per una comunicazione diversamente orientata verso quella che sembra – e, verosimilmente è – l’emergenza sociale detta “femminicidio” anche quando, per fortuna, non vi sono eventi fatali a completamento di atti violenti o persecutori.

    Un altro aspetto è legato alla carenza di risorse come i centri di ascolto dedicati agli uomini ed una maggiore difficoltà nel dimostrare la soggezione psicologica quando vittima è un uomo; tutto ciò esprime un assetto mediatico-culturale che concentra l’attenzione sulla violenza contro le donne, con il rischio che gli uomini vengano trascurati in quanto non sono “vittime tipiche”. Un orientamento che la Cassazione ha ribaltato affermando che un uomo può essere vittima di maltrattamenti da parte della moglie perché la legge tutela ugualmente tale situazione essendo neutra rispetto al genere della vittima/autore. Non ci voleva molto: basti pensare alla quotidianità di casi di separazione coniugale o divorzio in cui le aspettative (soprattutto economiche) del coniuge donna vengono supportate con modalità specifiche come minacciare di togliere i figli o chiedere una verifica della Guardia di Finanza, talvolta persino di registrare video per costruire le accuse, e Dio ci salvi dalla AI generativa… La violenza femminile – pur con modalità e contesti diversi – dunque esiste e produce danni.

    Fermo resta che l’intervento legislativo e politico – talvolta con “leggi manifesto” comprese e campagne di sensibilizzazione – si è centrato sulle donne-vittime della violenza di genere, il che è, comunque, perfettamente giustificato vista la loro maggiore vulnerabilità. Al tempo stesso, le donne che commettono violenza possono essere meno frequentemente denunciate, oppure la violenza da parte delle donne viene percepita come meno grave, o “meno tipica”, e quindi può essere meno perseguita il che alimenta la percezione di un doppio standard. Una riforma utile potrebbe essere quella di adottare politiche di tutela e prevenzione che prescindano dal genere della vittima, pur mantenendo al centro la realtà delle disuguaglianze esistenti.

    Sin qui il ragionamento del tecnico del diritto che in almeno due casi è stato vittima di atti persecutori: una volta da parte di una donna e l’altra da parte di un uomo ingiustificatamente geloso; effettivamente nel primo caso la scelta è stata quella di non denunciare ma, d’altro canto, nulla era successo che fosse più di qualche fastidiosa molestia. Nel secondo caso, dopo aver registrato un certo numero di appostamenti dello stalker, in auto, sotto casa (forse per controllare ingressi o uscite della donna “contesa”) è stato sufficiente avvicinarsi al veicolo e con un coltello da parmigiano in tasca e far saltare tutte e quattro le costose gomme della sua station wagon con lui a bordo. Non è sceso a lamentarsi né si è più visto o sentito. Qualcuno penserà che tutto ciò possa essere diseducativo ma garantisco che è stato rapidamente molto efficace.

  • 7 ottobre

    Il tempo non cancella l’orrore per l’infame massacro che Hamas ha compiuto, l’indignazione e la repulsione verso un movimento terrorista che, dopo aver sterminato a tradimento e ferocemente tanti israeliani, ha usato il suo popolo come scudo umano ignorando i diritti di una popolazione che, per colpa proprio di Hamas, ha avuto migliaia di morti e feriti.

    Il nostro pensiero va agli ostaggi, i pochi sopravvissuti, ancora nelle mani di criminali per i quali la vita umana, le sofferenze degli altri non contano nulla, assassini la cui sete di sangue e di potere non si arresta di fronte a nulla.

    E la nostra collera, indignazione, repulsa va anche verso coloro che in questi giorni hanno inneggiato al massacro con grida e striscioni e ai tanti che sfilavano in pace ma non li hanno espulsi dal corteo, perché chi tace è colpevole come chi grida odio e commette violenza.

    Come dimenticare la crudeltà degli uomini di Hamas pronti a violentare, mutilare, bruciare gli innocenti civili israeliani, e la loro vigliaccheria che li ha portati a nascondersi in ospedali e scuole a Gaza tra i palestinesi inermi invece di affrontare gli israeliani in quella battaglia che loro stessi avevano iniziato a tradimento.

    Assassini e vigliacchi per i quali non si può avere nessun tipo di comprensione, devono pagare quanto hanno fatto ad Israele ed al popolo palestinese.

    Oggi tutti coloro che credono nella pace e nel diritto, nella democrazia e nella libertà, dovrebbero scendere nelle strade in memoria delle vittime di quel tragico sette ottobre e condannare per sempre, senza se e senza ma, i terroristi di Hamas ed i loro complici.

  • Orfani di femminicidio: un libro per richiamare l’attenzione sulle vittime collaterali

    Ci sono spesso delle vittime collaterali nei casi di femminicidio o comunque di assassinio di uno dei genitori da parte dell’altro (o della persona con cui si è creata una nuova relazione): sono i figli di chi viene assassinato.

    Giovanna Cardile, la cui madre Rosalba nel 1985 è stata uccisa da suo marito (padre della stessa Giovanna), porta in luce questa realtà attraverso il libro «Due vite in una – Storia di una rinascita» in cui racconta la sua esperienza e come ha subito e reagito a quel trauma. Il libro è dichiaratamente scritto proprio per offrire a chi abbia vissuto traumi analoghi l’aiuto ed i consigli di chi ha fatto quella stessa esperienza. E mira anche a richiamare l’attenzione dello Stato perché accanto alla prevenzione di simili episodi e alla punizione di chi non è stato bloccato per tempo provveda anche alla cura di chi è rimasto vittima collaterale di quella violenza. L’autrice invoca la creazione di un registro nazionale degli orfani di femminicidio (o anche, caso più raro nei fatti, di uccisione del padre da parte della compagna di questi) in base al quale fornite aiuto sia psicologico che materiale.

    Ad oggi la cura di chi resta orfano è affidata normalmente al più prossimo tra i parenti affidabili (tipicamente i suoi nonni, i genitori di chi è stato ucciso) ma la ‘privatizzazione’ di fatto della tutela di questi orfani non è sempre possibile come testimonia la stessa Giovanna, la cui nonna materna è stata uccisa insieme alla madre Rosalba.

    Allo stato dell’arte, la tutela degli orfani e delle famiglie affidatarie resta demandate a iniziative dei soggetti privati che operano in ambito sociale o di partenariati tra questi ultimi ed enti pubblici. La legge 4/2018 prevede il gratuito patrocinio degli orfani per ottenere il risarcimento del danno nei processi a carico di chi li ha resi orfani nonché un indennizzo a se stante in quanto vittime di reati intenzionali violenti e riconosce agli stessi orfani borse di studio, copertura delle spese per assistenza medica e psicologica. Manca ancora tuttavia una regia unitaria, come sottolinea la Cardile, manca una programmazione uniforme su tutto il territorio nazionale che per prima cosa censisca, attraverso apposito registro, quanti sono questi orfani, così che nei loro confronti possa essere attuato quanto prevede dalla legge 4/2018. I beneficiari della legge si stima siano 3.500 ma appunto è una stima. E manca ancora una regia che indichi delle linee guida riguardo a cosa fare, come fare per tutelare questi orfani e chi deve provvedere, così come manca una programmazione organica delle risorse necessarie per far fronte a tutto questo. Una messa a fattor comune delle attività che oggi vengono svolte frammentariamente e senza una regia a monte a tutela degli orfani consentirebbe anche di condividere le best practices, cioè i percorsi che si sono rivelati più proficui nel consentire agli orfani di superare il trauma e di avere uno sviluppo e una vita quanto più possibile identici a chi cresce in una famiglia in cui i dissapori tra i genitori (fisiologici) non sfocino in un dramma. Lo scorso 6 agosto la commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno del femminicidio ha presentato al Parlamento una relazione di 112 pagine, ma in attesa che il Parlamento prenda visione e valuti il da farsi la formazione di psicologi, avvocati e assistenti sociali che assistono gli orfani resta demandata ai soggetti che svolgono attività di filantropia.

  • La Commissione cerca esperti da inserire nella rete per la prevenzione degli abusi sessuali sui minori

    La Commissione europea ha pubblicato un invito a presentare candidature per aderire alla rete per la prevenzione degli abusi sessuali sui minori.

    La rete è stata recentemente istituita per rafforzare la cooperazione e il coordinamento tra la Commissione, gli Stati membri, i ricercatori, gli operatori in prima linea e altri portatori di interessi chiave. Il suo obiettivo è sostenere l’efficace attuazione della legislazione, dei programmi e delle politiche dell’UE in materia di prevenzione dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori. La rete si occuperà di tutte le dimensioni della prevenzione, compresa la riduzione del rischio di reati o recidivi da parte di individui e la riduzione della probabilità che i minori diventino vittime.

    Oltre a promuovere la collaborazione e lo scambio di migliori pratiche, la rete informerà la ricerca, agevolerà la cooperazione con i principali partner a livello sia dell’UE che internazionale, offrendo nel contempo sostegno alla Commissione e agli Stati membri nell’efficace attuazione dei programmi di prevenzione.

    Con l’istituzione della rete, la Commissione realizza un’iniziativa chiave della strategia dell’UE per una lotta più efficace contro gli abusi sessuali sui minori, ribadendo il suo forte impegno a favore della prevenzione quale elemento centrale della lotta contro gli abusi sessuali sui minori.

    L’invito a presentare candidature è aperto fino al 15 settembre a singoli esperti e organizzazioni attive nel settore della prevenzione dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori.

  • A scuola quasi metà dei ragazzi impara a usare il coltello

    Secondo lo studio ESPAD®Italia 2024 condotto su 20 mila studenti e circa 250 scuole italiane il 40,6% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha partecipato almeno una volta a zuffe o risse, un dato che proiettato sulla popolazione scolastica equivarrebbe a circa un milione di adolescenti coinvolti. Inoltre, il 10,9% ha assistito a scene di violenza filmate con un cellulare, segno che questi episodi vengono non solo visti, ma spesso condivisi e amplificati digitalmente, contribuendo a una sorta di “normalizzazione” della violenza. Dai dati raccolti emerge che il 3,4% ha portato con sé armi come coltelli o tirapugni a scuola, con un incremento quasi doppio rispetto all’anno precedente.

    Questo fenomeno sembra sempre più legato anche all’uso di sostanze psicoattive e all’influenza dei social e rappresenta oggi un campanello d’allarme per tutto il sistema educativo e sanitario. L’aumento della violenza tra gli adolescenti, così come l’uso e il possesso di armi, riflette un disagio che va intercettato prima che degeneri. Secondo Sabrina Molinaro dell’Unità di Epidemiologia Socio-Sanitaria dell’Istituto di Fisiologia Clinica le risultanze della ricerca vanno interpretati come sintomi di un malessere più ampio che coinvolge famiglie, scuole e società nel suo complesso. La violenza, inoltre, assume anche una funzione “sociale”: secondo i dati raccolti, molti ragazzi la utilizzano per sentirsi accettati all’interno del gruppo, come forma di legame, seppur disfunzionale. Le ragazze, pur coinvolte in misura minore, manifestano sempre più spesso forme di aggressività emotiva e verbale, spesso amplificate dall’uso dei dispositivi digitali. “Siamo di fronte a una generazione profondamente immersa nel digitale, che rischia di sottovalutare la gravità della violenza, soprattutto quando mediata da uno schermo — spiega ancora Molinaro —. Lo studio ci mostra come riprendere e condividere episodi violenti sia diventato quasi normale per molti adolescenti, alimentando un pericoloso distacco emotivo. In un contesto in cui la violenza può trasformarsi in contenuto virale, si smarriscono empatia, responsabilità e senso del limite”.

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