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Fermarsi è come perdersi

La politica italiana è ferma, ma quella europea si muove

Se non ricordo male lo slogan fascista affermava che “chi si ferma è perduto”. Stiamo constatando ora, dopo le elezioni del 4 marzo, che la politica italiana è ferma, bloccata dal confronto tra i partiti nel tentativo di formare una maggioranza governativa. E’ un confronto necessario ed inutile nello stesso tempo, perché si sa in anticipo che le distanze tra chi ha vinto e chi ha perso sono infinite e che, anche tra chi ha vinto, le opinioni divergono radicalmente in ordine ai programmi presentati all’elettorato, tanto da far pensare che una ricomposizione di compromesso sia quasi impossibile. Ma niente è impossibile in politica e tutto potrebbe accadere. Nel frattempo, però, tra i ripensamenti, i tentativi di verifica promossi dal presidente della Repubblica attraverso degli esploratori, che fino ad ora non hanno scoperto niente, la politica italiana rimane ferma, nel senso che i temi dibattuti sono quelli funzionali alla formazione di una maggioranza, sono quelli politicanti, che non pensano al futuro ed alle riforme, ma soltanto al posizionamento tattico che potrebbe smuovere l’avversario verso l’accordo di potere. Intendiamoci!, è moneta corrente ovunque prendere tempo dopo le elezioni, soprattutto quando i risultati non assicurano la governabilità e la formazione conseguente di una maggioranza. I ritardi nelle decisioni da prendere non ci scandalizzano. In Germania sono occorso 171 giorni per giungere ad un accordo, che poi è stato stilato in 177 pagine, contenenti le scelte per il futuro riguardanti temi vitali per l’avvenire della Germania. Ma il ritardo italiano non è dovuto al tempo necessario per redigere un testo d’accordo. Di testi scritti non si parla proprio. Il tempo si perde nel porre veti reciproci, nel sottolineare le divergenze incompatibili, nel modificare il proprio programma nel tentativo di piacere all’avversario. Niente temi relativi al futuro dell’Italia ed alla sua collocazione più adeguata al contesto europeo ed internazionale. Niente analisi eventuali sul miglioramento del sistema, ma soltanto: quello non lo voglio nella eventuale maggioranza, quello non mi piace perché è diverso dal mio modo d’intendere la politica, ecc. E’ un ritardo sistemico il nostro, da Paese bloccato e senza la vitalità necessaria a farlo rimanere al passo. Per questo diciamo che è fermo. Lo è ancor prima delle elezioni. Lo è dal 4 dicembre 2016, giorno della sconfitta del referendum sul progetto di riforme. Non è quindi il ritardo che ci preoccupa, ma le cause che lo hanno prodotto, a partire dalla legge elettorale inadeguata a garantire governabilità e stabilità, e il fatto che intorno a noi l’Europa si muove. Domenica scorsa la Merkel, Macron e la May si sono consultati e hanno preso posizione contro gli Usa, che minacciano di applicare dazi alle importazioni dall’UE, e si sono chiesti se sostenere o meno il progetto americano contro l’accordo sul nucleare con l’Iran. Contestualmente si dovrà anche decidere se rinnovare o meno la sospensione delle sanzioni secondarie statunitensi verso Teheran, ovvero le sanzioni volte a impedire a parti terze di fare affari con l’Iran. Non sono temi da poco. Quali sarebbero le implicazioni di un mancato rinnovo della sospensione a livello regionale e internazionale? Quali le ricadute sulle relazioni transatlantiche, considerato che l’Europa ha più volte ribadito la necessità di preservare l’accordo e di mantenere una politica d’impegno verso Teheran? Francia, Germania e Regno Unito si concertano e rispondono a nome dei loro Paesi e indirettamente dell’Europa. E l’Italia? Può permettersi, date le sue relazioni commerciali con l’Iran, di rimanere fuori dal gioco? La diplomazia italiana, certamente, non rimarrà ferma. Ma il fatto di non partecipare al dialogo con i tre grandi che s’accordano su questi argomenti rendono debole la nostra posizione e difficile la difesa dei nostri legittimi interessi. Ecco perché i ritardi di cui abbiamo parlato sono anche responsabili della nostra debolezza sul piano internazionale oltre che europeo. Sembra che l’Italia sia scomparsa dal teatro globale della geopolitica e dell’economia. Stiamo creando un divario d’influenza e di credibilità nei confronti dei partner occidentali. Occorreranno tempo e grandi sforzi per colmarlo. “Loro avanzano – dice La Stampa – mentre noi discutiamo, distratti, di cose spesso piccole e, peggio, personalizzate, che paiono aver poco o nulla a che fare con le esigenze e le ambizioni di un grande Paese e dei suoi cittadini”. I cicli economici e storici si inseguono anche senza di noi. E chi sta fermo non è che sia perduto, ma subisce le scelte fatte da altri. Il che non è commendevole.

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