Germania

  • Alitalia: la storia infinita

    Nel 2021 il nuovo governo Draghi si è insediato alla guida del nostro Paese con l’importante funzione di segnare un importante e definitivo punto di svolta rispetto alla disastrosa gestione pandemica ed economica dei governi Conte 1 e Conte 2. Le sfide da affrontare erano e sono tutt’oggi molteplici, articolate e di difficile soluzione.

    Molto spesso, inoltre, le diverse problematiche da affrontare rappresentano la infelice risultante di politiche gestionali le cui proprie origini, come le responsabilità, devono venire individuate in un arco temporale che comprenda gli ultimi vent’anni.

    In questa situazione la compagnia di bandiera Alitalia sicuramente rappresenta l’emblema di una struttura mantenuta in vita da tutti i governi e costata fino ad oggi oltre 12 miliardi per ritrovarsi immancabilmente ogni sei mesi in crisi di liquidità. Dai capitani coraggiosi passando per Cimoli, condannato a 8 anni per la propria gestione di Alitalia, fino all’attuale dirigenza nulla è cambiato e soprattutto, in considerazione delle professionalità e delle strategie presentate dai responsabili del nuovo governo Draghi, nulla cambierà. Alla nuova Alitalia, infatti, verranno assegnati, ancora una volta, altri tre (3) miliardi di aiuti di Stato per una compagnia che conta 45 velivoli e 4.500 dipendenti. Questa scelta è interamente attribuibile alla competenza del nuovo ministro delle Infrastrutture e della movimentazione sostenibile Giovannini unita a quella espressa dal ministro dello Sviluppo economico Giorgetti.

    Anche la tedesca Lufthansa, come tutte le grandi compagnie aeree, ha subito sostanzialmente quasi un azzeramento del proprio fatturato. A fronte di questa situazione insostenibile sotto il profilo finanziario il governo di Angela Merkel ha assegnato alla compagnia tedesca aiuti di finanza straordinaria per nove (9) miliardi. In considerazione del profilo dimensionale dell’azienda va ricordato come Lufthansa abbia nel proprio organico 135.000 dipendenti (30 volte quelli di Alitalia) e 265 velivoli. A fronte di questi aiuti statali straordinari la compagnia tedesca sarà comunque costretta a cedere il 20% delle proprie azioni al governo, così come alcuni slot, per aumentare la concorrenza sui cieli germanici.

    La sostanziale “cilindrata” tra la struttura di Alitalia e di Lufthansa risulta evidente in modo imbarazzante ma non evidentemente al pluriaccademico Giovannini e, ovviamente, neppure al ministro dello Sviluppo economico Giorgetti.

    Il ministro Giovannini, in pieno delirio gestionale, sempre all’interno di una visione di compatibilità e di una maggiore sostenibilità della quale si considera un sostenitore, avrebbe addirittura in previsione di avviare un accordo tra l’Italia e Trenitalia (l’unica vera concorrente nelle tratte brevi nazionali della compagnia di bandiera). Una strategia finalizzata alla creazione di un cartello nel settore dei servizi trasporto che l’Unione Europea non boccerebbe sicuramente.

    Sembra incredibile come, ancora una volta, si stia assistendo al salvataggio di un’azienda decotta come la compagnia di bandiera italiana incapace da due decenni di trovare il proprio posizionamento all’interno di un mercato molto concorrenziale. Un’operazione che vede impegnato, per di più, un sostenitore della mobilità sostenibile dimostrando per l’ennesima volta come questo concetto si traduca sostanzialmente, sotto il profilo gestionale, in un ennesimo maggiore esborso per i contribuenti italiani. Il semplice ed imbarazzante confronto, infatti, tra le risorse destinate ad Alitalia dimostra come queste siano circa 666.666 euro per dipendente e rappresentano una cifra pari a dieci (10) volte rispetto all’aiuto finanziario del governo di Angela Merkel che ha destinato a Lufthansa pari a 66.666 euro per singolo dipendente: 1/10 appunto di quanto riconosciuto per Alitalia.

    Il mondo accademico rappresentato da Giovannini unito a quello professionale rappresentato da Giorgetti, colui che ci portò a 24 ore dalla squalifica dalle Olimpiadi di Tokyo con la complicità dell’ex ministro Spadafora per la creazione con il governo Conte 1 di Sport&Salute, hanno perso un’altra occasione per dimostrare la propria competenza all’interno di una problematica gestionale. In particolare la credibilità stessa del mondo accademico si dimostra, alla verifica dei fatti, una semplice sintesi di competenze teoriche unite a concetti prettamente di convenienza politica completamente svincolati dall’economia reale.

    La “innovativa” strategia della compagnia di bandiera Alitalia mette ancora una volta a nudo il declino culturale del nostro Paese con un universo accademico incapace di convertire delle competenze teoriche in scelte di economia reale. La nuova Alitalia rappresenta un ulteriore esempio della mala gestione governativa di allora come oggi. Il nuovo che avanza assomiglia sempre più al peggiore passato ed il concetto di sostenibilità tanto caro al neo Ministro Giovannini si traduce come sempre in un maggior onere per i contribuenti.

  • La stagflazione politica-amministrativa

    In passato si era già affrontato il problema del nostro Paese per le inevitabili ricadute economiche della gestione delle due forme massime di potere italiano rappresentate (1) dalla gestione della spesa pubblica e da quella del credito (2) nel lontano novembre 2018 (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    L’esercizio di questi due poteri, interamente in mano alla classe politica (1) che interagisce con i vertici degli Istituti bancari (2), come poteva risultare ampiamente prevedibile invece di partorire delle politiche che potessero supportare il sistema economico italiano si sono rivelati dei veri e propri strumenti di autofinanziamento elettorale e sostegno finanziario al sistema bancario, totalmente a danno del sistema Italia.

    Questa metastasi economico-istituzionale ha prodotto negli ultimi vent’anni degli effetti devastanti, ora amplificati dopo un anno di pandemia.

    Anche durante l’ultimo anno questa alleanza tra due poteri ha dimostrato i propri effetti: basti in questo senso ricordare come dei 150 miliardi di garanzie statali destinati alle imprese stanziati dal governo Conte 2 solo 39 miliardi di reali risorse effettivamente si siano rese disponibili in termini di garanzie statali per gli imprenditori. Una buona parte di queste garanzie statali di Cassa Depositi e Prestiti risultano, viceversa, trattenute all’interno del circuito bancario ed utilizzate per rientri dei fidi della clientela e conseguentemente riduzione dei rischi stessi per l’istituto bancario.

    In questa operazione il silenzio del governo relativo a tale distorsione rispetto alla funzione originale di queste garanzie risulta assolutamente complice.

    Sicuramente la devastante pandemia da covid-19 ha amplificato un disastroso trend iniziato proprio nel 2000.

    Va ricordato, infatti, come dall’inizio del terzo millennio ad oggi la spesa pubblica sia aumentata del 85% ma con effetti fortemente contraddittori. In questo senso, per cominciare, va ricordato come, dato 100 il 1999, il sistema privato abbia aumentato la propria produttività di 29 punti (129) mentre la pubblica amministrazione lo abbia ridotto di 12,5 (87,5). L’aumento della spesa pubblica quindi, pur rendendo disponibili maggiori risorse finanziarie (frutto della sintesi di maggior debito e maggiore pressione fiscale), non ha prodotto alcun miglioramento dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione e quindi della sua efficienza a supporto dell’impresa. Addirittura, e siamo appunto all’effetto paradossale, questa maggiore dotazione finanziaria per la P.A. ha determinato un abbassamento delle produttività vanificando, così, in buona parte i risultati ottenuti dal settore privato sempre sul fronte della produttività. Un fattore determinante assieme alla scarsa crescita da oltre vent’anni caratterizzante la nostra economia (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linutile-crescita-della-produttivita/).

    In più, durante l’ultimo ventennio, i governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese hanno continuato a sperperare risorse pubbliche col duplice obiettivo di mantenere i propri bacini elettorali. Contemporaneamente hanno condotto delle battaglie politiche aspramente criticate dalla BCE (*) a favore della moneta elettronica (anche attraverso fiscalità premianti) come contropartita all’azione degli Istituti bancari nell’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano.

    Questa assoluta mancanza di responsabilità, che coinvolge tutti i ministri economici degli ultimi governi, parte dalla comune considerazione di come, seppur basso, un tasso di crescita potesse comunque risultare compatibile con la gestione della finanza pubblica italiana, perlomeno nell’immediato che rappresenta l’orizzonte massimo di valutazione della classe politica italiana. Un pensiero espressione di una cultura economica irresponsabile come testimoniano gli ultimi dati relativi alla crescita del reddito disponibile degli italiani.

    Va ricordato come agli inizi del 2000 il reddito medio italiano rappresentasse l’83% di quello tedesco: ora, dopo vent’anni, questo rappresenta ormai solo poco più del 67%.

    In altre parole, al di là dell’andamento sinusoidale dell’economia internazionale, il nostro Paese ha registrato una diminuzione di reddito prodotto rispetto alla Germania pari al -0,75 % annuo

    All’interno di un mercato competitivo nel quale la Germania rappresenta la prima industria manifatturiera e noi la seconda è evidente che gli effetti devastanti di questo declino economico si manifestino in una progressiva perdita di competitività e un contemporaneo aumento dei costi sia per le imprese quanto per i consumatori.

    Solo al fine di offrire un esempio di economia quotidiana: per un’impresa italiana attualmente il gasolio alla pompa viene erogato al prezzo medio di 1,48 euro, in Germania viceversa risulta di 1,21 (**), una differenza di poco superiore al 22%, ovviamente a favore dell’utenza e delle imprese tedesche.

    Se poi si valuta anche il differenziale di reddito disponibile è evidente come il carburante in Italia venga pagato circa il 50% in più di quanto in Germania.

    A questo immediato “svantaggio competitivo” per l’economia italiana risulta inevitabile aggiungere, per quanto riguarda il trasporto delle merci su gomma (82% del totale) ma anche in termini più generali per l’economia nel suo complesso, ovviamente il costo delle autostrade. La concessione di un monopolio pubblico a gruppi privati, come sostenuto dall’intera classe di economisti ad accademici negli anni 90, non ha creato alcun vantaggio per l’utenza e tantomeno aumentato gli investimenti nelle Infrastrutture. Con buona pace delle teorie economiche che sostenevano strategie diverse da quanto realizzato in Svizzera ed in Germania.

    Due semplici esempi che mettono in evidenza come la nostra struttura economica sia caratterizzata da una serie di rendite di posizione a favore tanto dello Stato quanto di gruppi privati i quali hanno determinato una diminuzione per l’impresa della competitività e dei cittadini del reddito disponibile attraverso un continuo aggravio dei costi di servizio.

    In altre parole, il costante aumento delle tariffe dei servizi (sia in termini di costi diretti quanto di qualità del servizio stesso) forniti dalla pubblica amministrazione, pur con un aumento di risorse finanziarie e compensato da una bassa inflazione, risulta il primo elemento di una stagflazione.

    Il secondo elemento è conseguenziale al primo, individuabile nella sempre bassa crescita che ha caratterizzato negli ultimi vent’anni la nostra economia.

    Una vera e propria stagflazione politica – amministrativa che definisce in modo chiaro il fallimento di una scuola economica e politica i cui effetti sono stati un progressivo aumento della spesa pubblica e del debito ma con una diminuzione del reddito disponibile dei cittadini anche per i consumi.

    Si aggiunga poi che a causa di servizi della pubblica amministrazione sempre più scadenti molti contribuenti sono stati costretti a rivolgersi a soggetti privati per ottenere gli stessi servizi finanziati già col prelievo fiscale.

    Un doppio costo che drena risorse al circuito economico. In altre parole, la sintesi di un fallimento economico politico.

    (*) solo negli ultimi sei mesi la BCE ha richiamato due volte il Governo Conte ad una posizione neutrale rispetto alle forme di pagamento.

    (**) Grazie ad una riduzione dell’IVA a sostegno della ripresa economica post pandemia.

  • Achtung, binational babies: la doppia faccia della giustizia familiare

    La settimana scorsa abbiamo illustrato come un trasferimento in Germania possa comportare la perdita dei figli, portando ad esempio il caso concreto di un papà italiano. Oggi vogliamo illustrare, sempre basandoci su storie vere e ben documentate, ciò che succede se invece è la mamma del bambino ad essere italiana e il padre è tedesco. L’inizio della vicenda non ha nulla di particolare, i due si conoscono in Italia, si innamorano, si sposano, dal loro amore nasce un bambino. Poi lui la convince a trasferirsi in Germania ed è così che tutta la famiglia si trova sottoposta alla giurisdizione tedesca. Lei, come la maggior parte delle persone, ovviamente non sa nulla del sistema familiare di quel paese, inoltre pensa che tutto ciò non la riguardi, perché loro tre sono una famiglia unita. Quando però il comportamento del marito cambia e lei scopre con orrore il passato, ed ora anche il presente nascosto dell’uomo che ha sposato, dovrà scoprire anche come funziona il sistema familiare tedesco. Il marito era tossicodipendente ed è ora ricaduto nella dipendenza, ecco il motivo del suo cambiamento. La vita in comune si fa insostenibile e per tutelare sia se stessa che il bambino, si separa. Resta in Germania e continua a far frequentare al figlio il padre, cercando di nascondere al piccolo la triste dipendenza. Si adopera in tutti i modi affinché il piccolo continui a guardare il padre come il suo eroe, affinché i legami con la famiglia paterna si mantengano forti, affinché loro due genitori continuino a dialogare per il bene del bimbo. Lui si dimostra riconoscente nei confronti della moglie, lodandola spesso per come educa il bambino e per come ha imparato a gestire la sua vita in un paese straniero. Sembrerebbe che i due adulti siano riusciti in modo lucido e responsabile a gestire la nuova situazione e, tra un ricovero in clinica e l’altro, la famigliola si incontra per far sì che papà e figlio si vedano, ma i due non restano mai da soli, bensì sempre con almeno un membro della famiglia paterna presso cui la mamma porta il bambino. Ma quest’uomo, questo padre, mentre da un lato continua a dire e scrivere alla moglie quanto apprezza il suo operato, dall’altra la trascina in tribunale, sostenuto da un’avvocatessa decisa a far passare questa mamma per una, come oggi si dice, “madre malevola”.

    Poiché non le si può oggettivamente rimproverare nulla e per fare in modo che la sua accondiscendenza vacilli, le si chiede di dar via a degli incontri in cui padre e bambino restino da soli. Di fronte ai problemi del marito, la donna non se la sente di avvallare tale modalità e chiede con forza la presenza di una terza persona che si prenda la responsabilità di quanto potrebbe accadere o meglio, che impedisca si concretizzino situazioni problematiche. Lei non vuole assolutamente essere sempre presente, ma chiede che gli incontri si svolgano con un parente (della famiglia paterna, visto che la sua è in Italia!) o con la persona che il giudice vorrà designare ed alla quale conferirà la responsabilità degli incontri. Il padre è unanimemente riconosciuto come affetto da dipendenza da sostanze e, secondo quanto scrive la sua stessa avvocata, in maniera irreversibile ed è forse per questo che nessuno vuole assumersi tale responsabilità. Il giudice non è stato fino ad ora in grado di nominare nessuno che svolga questo ruolo e le udienze in tribunale continuano. In quelle aule si procede lentamente ma inesorabilmente al capovolgimento dei fatti: il problema non è più il padre con dipendenze che entra ed esce dalle cliniche, ma la madre italiana che impedirebbe il rapporto padre-figlio. La spiegazione sintetica di quanto accade è una sola: la mamma è italiana e il padre è tedesco e questa è la giustizia equa e giusta del 2021 in Germania, Europa.

    Contatto in caso di necessità: sportellojugendamt@gmail.com

  • Achtung, binational babies: Missione o massacro?

    Negli articoli precedenti di questa rubrica abbiamo ripetutamente evidenziato come i bambini binazionali con un genitore tedesco ed uno straniero, nel nostro caso italiano, vengano sempre affidati al genitore tedesco, anche se con tutta evidenza inidoneo. Se, pur risiedendo in Germania, entrambi i genitori non sono tedeschi, l’affido andrà a colui che intende rimanere in Germania ed è più legato a lingua, mentalità e cultura di quel paese. Se nessuno dei due ha i requisiti necessari, il bambino viene dato, a breve o medio termine, ad una delle famiglie affidatarie selezionate dallo Jugendamt, l’ormai nota Amministrazione (tedesca) per la gioventù. Tutte le iniziative vengono rivestite con una buona dose di legalità, poiché ogni decisione viene presa, come indicato dalla legge, sia tedesca che internazionale, nel nome del “bene del bambino” (Kindeswohl). Ovviamente nessuna Autorità non tedesca – quelle italiane purtroppo brillano per la solitudine nella quale lasciano spesso i propri connazionali – si è mai preoccupata di indagare a fondo e sulla base di prove ed evidenze, in che cosa consista questo Kindeswohl. Consiste nel permettere alla Germania di impossessarsi di ogni bambino che abbia risieduto per almeno sei mesi sul suo territorio. Per quanto incredibile questo possa sembrare, succede anche di peggio. Il trasferimento che il datore di lavoro propone, o addirittura la missione all’estero a cui vengono chiamati alcuni militari dello Stato italiano rischia di trasformarsi, da riconoscimento e gratificazione, nel peggiore incubo della propria vita. Può succedere – e succede! – che il militare che si trasferisce con moglie e prole faccia rientro in Italia, dopo 3-4 anni, al termine della missione, spogliato di ogni diritto sui propri figli e spogliato anche dei propri averi che ha dovuto lasciare alla ormai ex-moglie che vuole rimanere in Germania. Le accuse lanciate contro il genitore italiano, in questi casi di solito il padre, non hanno bisogno di essere provate davanti al giudice tedesco ed hanno per conseguenza il suo allontanamento dalla casa e dai figli. L’avvocato in Germania – purtroppo la quasi totalità di quelli residenti in quel paese con nazionalità italiana o conoscenza della nostra lingua – non solo non difende efficacemente il proprio cliente, ma arriva a dirgli “Lei tornerà in Italia, sua moglie vuole restare qui ed è libera di farlo, mentre il bambino ormai si è abituato e non può essere sradicato, il bambino ormai è tedesco, rimarrà in Germania”. Inutile precisare che stiamo parlando di bambini interamente italiani o comunque senza una sola goccia di sangue tedesco. Per descrivere i sentimenti che affollano l’animo di un genitore che si sente dare una simile spiegazione, oltretutto dal proprio avvocato, non basterebbe lo spazio di questo articolo. Se l’atteggiamento delle autorità tedesche è inaccettabile, la reazione italiana lo è, se possibile, ancora di più: lo Stato Italiano, che il militare è andato a rappresentare e servire in Germania, non solo non supporta il proprio concittadino, non solo non previene mettendo in guarda del pericolo chi ancora non è partito, ma non sostiene chi di questi genitori tenta, purtroppo da solo, di non perdere quanto gli è più caro nella vita, i propri figli. Non solo i tribunali tedeschi considerano tedeschi questi bambini italiani, anche i tribunali italiani, che restano territorialmente competenti per molti aspetti delle problematiche familiari, trovano però molto più “comodo” delegare quelli tedeschi persino per quegli aspetti legali che, secondo i regolamenti europei, restano inequivocabilmente di competenza italiana. Chi si rivolge a Consolati ed Ambasciata, almeno per informare delle distorsioni e dei soprusi subiti, viene liquidato con lettere di circostanza nelle quali un elemento ricorre sempre: ha ragione la parte tedesca, noi qui siamo ospiti, il consolato non può intervenire nelle vicende giuridiche, ecc…

    Ovviamente nessuno si aspetta né auspica ingerenze della politica nei tribunali. Ma ci si aspetta che venga fatto quello anche per cui il personale italiano all’estero è stipendiato: sostenere e restare al fianco del proprio concittadino, chiedere ed esigere dalle autorità locali informazioni precise e dettagliate, essere presente alle udienze, far valere il ruolo del Console quale giudice tutelare del minore, ecc. Certamente ciò che ci aspettiamo è anche la spiegazione pubblica ed ufficiale del fatto che nell’ufficio del consolato che si occupa del sociale e di famiglia vengano assunti come capufficio dei cittadini tedeschi. Qualcuno potrebbe avere la sgradevole sensazione che non siano l’aiuto più indicato.

    Contatto in caso di necessità: sportellojugendamt@gmail.com

    Membro della European Press Federation

    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma

    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera

    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

  • Nel ventre molle della Ue la diversa visione di Germania ed Italia

    Molto spesso vengono giustamente criticate le autorità politiche e governative italiane a causa della loro inadeguatezza nella visione strategica dello sviluppo economico ed in particolare nei confronti di una vera strategia industriale.

    La lontananza dal mondo produttivo è confermata, ancora una volta, da questo governo il quale riduce le risorse finanziarie messe a disposizione dal Recovery Fund da 35 a 25 miliardi. Questa scelta risulta essere una ulteriore dimostrazione dell’incapacità di comprendere i connotati del necessario supporto finanziario ed infrastrutturale che successivamente potrebbero trasformarsi in fattore competitivo stabile.

    L’avvilente quadro politico italiano, tuttavia, è ampiamente simile a quello offerto dai quadri politici e burocratico-dirigenziali dell’Unione Europea.

    All’interno di una economia globale sostanzialmente identificabile in tre macroaree di mercato e di capacità di influenza dominate dagli Stati Uniti (1) e dalla Cina (2), l’Unione europea (3) rappresenta il ventre molle per la propria scarsa capacità di influenza istituzionale, politica ed economica.

    E’ di soli due anni fa la scellerata decisione di bocciare la fusione fra Alstom e Siemens viziata da una visione domestica dell’economia europea ed espressione della incapacità di adottare un respiro globale impedendo così la creazione di un competitor internazionale nei confronti dei colossi cinesi e statunitensi (https://www.ilpattosociale.it/europa/lunione-europea-espressione-del-ritardo-culturale/).

    Questa incapacità europea interamente attribuibile alla classe politica e dirigente di burocrati rappresenta il maggiore limite allo sviluppo del continente europeo in quanto ogni decisione politica e strategica presenta come visione il mercato interno molto lontano dalla competizione globale. Va sottolineato, poi, come la stessa puntigliosa ed in parte giustificata contrarietà europea agli aiuti di Stato (assolutamente giustificata quando tende a mantenere in vita aziende decotte come Alitalia) diventa un grottesco arroccamento su principi decisamente infantili-economici se confrontati con i reali comportamenti dei competitor nel mercato internazionale.

    Questo strabismo europeo ed una inadeguata coerenza permettono a soggetti economici partecipati dallo Stato cinese di acquisire aziende private come l’Iveco venendo meno ai più elementari principi della concorrenza globale. In altre parole, quanto è vietato in Europa viene invece considerato espressione del libero mercato per i competitor mondiali.

    La sintesi, quindi, di questa incapacità governativa italiana coadiuvata dal medesimo strabismo dell’Unione Europea creano una miscela devastante confermando il processo di deindustrializzazione italiano ed europeo.

    L’ennesima conferma dell’assoluta volontà di non supportare il sistema produttivo che rimane l’unico settore che possa rappresentare un volano per la ripresa economica, in particolar modo nelle prime fasi successive la pandemia.

    In questo contesto, tuttavia, spicca la strategia isolata della Germania la quale, invece, con la classe dirigente della Volkswagen sta realizzando un polo degli autoarticolati nato dalla fusione della tedesca Man con la svedese Scania unita anche all’americana Novistar.

    La creazione di un polo industriale dei mezzi pesanti determina l’arricchimento del know-how storico e progettuale tedesco e del loro fatturato con la semplice acquisizione. Viceversa, l’operazione Iveco trasferisce in un colpo solo decenni di ricerca e know-how che la casa italiana aveva raggiunto e sviluppato: per di più rendendola disponibile anche allo stesso stato cinese che partecipa nella società acquirente. Una scelta legittima ovviamente per quanto riguarda la parte imprenditoriale in relazione alla volontà di abbandonare da parte della famiglia Agnelli un settore considerato non strategico. In aperto contrasto, tuttavia, con quanto indicato dal povero Marchionne il quale, già in occasione della vendita di Magneti Marelli, aveva definito invece come auspicabile la sua quotazione (https://www.ilpattosociale.it/attualita/magneti-marelli-dalla-possibile-quotazione-alla-cassa-integrazione/).

    Gli effetti della diversa strategia di politica industriale si rendono evidenti perché permettono alla Germania di reperire le risorse necessarie (ristori) per le aziende chiuse durante la pandemia aumentando semplicemente di sei (6) punti il debito sul PIL dal 69% prima della pandemia al 71% nel 2020 fino al 75% per il 2021.

    L’Italia si è invece presentata al febbraio 2019 con un debito pubblico al 135% sul PIL ed ora si trova con 25 punti percentuali in più (160% debito pubblico/Pil) ma sempre in difficoltà nel reperire comunque le risorse necessarie per il Ristori.

    Paradossale poi che tanto il governo italiano quanto le autorità europee applaudano all’elezione di Joe Biden il quale fa partire proprio dal supporto alle imprese industriali la propria strategia per lo sviluppo successivo alla pandemia (https://www.ilpattosociale.it/attualita/president-biden-1-2-3-7/).

    Il ventre molle europeo nasce dalla presunzione di una classe politica e dirigente autoreferenziale nazionale ed europea convinta di mantenere il livello di galleggiamento di un sistema politico istituzionale con la semplice gestione della pressione fiscale. Ignorando, invece, per evidente deficit formativo, i diversi fattori che concorrono a determinare la base imponibile come espressione di una crescita economica.

  • I Verdi tedeschi vogliono la cancelleria dopo Merkel

    I Verdi tedeschi vogliono la cancelleria. E ai ribelli di un tempo, agli scapigliati che rivoluzionarono il look del Bundestag per migliorare il mondo, il leader ha chiesto di non aver paura del potere. “Macht

    kommt von machen”, ha detto Robert Habeck, risalendo all’etimologia della parola tedesca: “Il potere significa poter fare”. Nel suo intervento al Parteitag virtuale, lo scrittore dello Schleswig-Holstein ha chiarito una volta per tutte che in gioco, l’anno prossimo, c’è la successione ad Angela Merkel. “Nel 2019 siamo cresciuti, nel 2020 siamo cresciuti come comunità. Il 2021 sarà l’anno in cui supereremo noi stessi”.

    Via le felpe e i cappucci, che raccontano le origini sul Baltico, l’abito grigio dimostra l’intento di strappare proprio al centro quanti più voti possibile per dare un’altra spinta agli ecologisti: i consensi sono lievitati al 20% e il partito è stabilmente da tempo al secondo posto dopo aver sorpassato i socialdemocratici; ma l’Unione dei conservatori è al 36%, e per superarla bisogna fare di più. Habeck, in ogni caso, non ha attaccato la Cdu: il suo discorso ha anzi del tutto ignorato la concorrenza fra partiti, per concentrarsi sull’esigenza di spronare la truppa in vista della corsa. E per far questo le radici e il mare tornano, come metafore: “Abbiamo avuto il vento in poppa, poi lo abbiamo avuto contrario. Adesso dobbiamo remare…”.

    Il comizio ha risentito molto del Covid: le parole sono state calate in un silenzio assordante, manca il calore della sala, mancavano gli applausi, perfino i fischi che una platea fisica di delegati avrebbe restituito all’oratore. E pure la scelta di leggere un testo sul gobbo elettronico ha penalizzato l’autenticità di un politico cresciuto molto in Germania negli ultimi anni, proprio perché fuori dallo stampo degli interpreti del ‘Verantwortungsträger’ (colui che esercita la responsabilità dell’azione pubblica) col fare controllato e noioso tipico della scena berlinese. Ma i contenuti sono stati quelli dell’idealista, sceso in campo con in testa una missione: “Il terreno comune della nostra società si è inaridito. Sono nate fenditure e sorte piccole placche. Su queste placche vivono gruppi di persone e gruppetti – ha detto -. Se piove forte, un terreno così secco non può accogliere tutta l’acqua. E così viene fuori una fossa, che divide il Paese in due metà”.

    Anche a causa della grande prova della pandemia, si rischiano conflitti fra generazioni, città e campagna, fra i sessi, fra le maggioranze e le minoranze. “La base complessiva della nostra democrazia liberale viene portata via”. Dove porta tutto questo si vede anche nel controverso epilogo della presidenza di Donald Trump. E del resto in Germania la destra cerca di approfittare della situazione. “Noi però possiamo costruire un nuovo ‘noi’ – ha affermato Habeck -. Un ‘noi’ che litiga, ma sulla base di una realtà comune. Una società di molti, ma appunto, una società”. I Verdi hanno “questo compito”, ha concluso. Il fatto che non abbiano chiarito chi invieranno alla cancelleria, quando avranno vinto, è un po’ “sfrontato”, certo, e “va bene così”.

  • A ciascuno quello che si merita

    La giustizia non è mossa dalla fretta… e quella di Dio ha secoli a disposizione.

    Umberto Eco

    Il 20 novembre 1945 nella città di Norimberga, nota per le celebrazioni organizzate dal Partito del Reich di Hiltler, una delle città simbolo del regime nazista, ebbero inizio i processi giudiziari contro i crimini di guerra. I processi durarono per circa un anno e sono stati svolti presso la Corte Militare Internazionale. La decisione per la costituzione di quella Corte, che doveva giudicare i crimini di guerra dei nazisti, era stata presa già prima della fine della seconda guerra mondiale dalle tre potenze vincitrici: Stati Uniti d’America, Unione Sovietica e Regno Unito. Nel primo processo di Norimberga venivano giustiziati i più stretti collaboratori di Hiltler, tutti giudicati colpevoli e condannati a morte per impiccagione. La stessa Corte dichiarò criminale anche la famigerata Organizzazione delle SS (le Schutzstaffel – squadre di protezione; n.d.a.). Secondo i giudici, le SS sono state colpevoli di “…persecuzione e lo sterminio degli ebrei, brutalità ed esecuzioni nei campi di concentramento, eccessi nell’amministrazione dei territori occupati, l’amministrazione del programma di lavoro schiavistico e il maltrattamento e assassinio di prigionieri di guerra”.. Un altro processo di Norimberga, chiamato anche il “processo ai dottori”, giudicava le responsabilità dei rappresentanti di rango inferiore nella gerarchia nazista. Quanto ebbe inizio 75 anni fa a Norimberga e le seguenti decisioni della Corte Militare Internazionale rappresentano una significativa e valida esperienza e non soltanto giuridica.

    Purtroppo con la fine della seconda guerra mondiale e dopo le decisioni prese dal Processo di Norimberga non ebbero fine i crimini di guerra commessi in diversi paesi del mondo. E neanche in Europa. Compresi quelli nell’ex Jugoslavia, durante l’inarrestabile processo di disgregazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Sono note e testimoniate ormai le crudeltà fatte dalle forze armate, militari e paramilitari della Serbia e subite dalle diverse popolazioni dell’ex Jugoslavia. Crimini che ormai sono stati giudicati e condannati dal Tribunale Penale internazionale per l’ex Jugoslavia, un’istituzione giuridica delle Nazioni Unite con un mandato provvisorio. È stato costituito nel maggio del 1993, in base alla Risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di giudicare e decidere sui crimini di guerra commessi dalle strutture militari e paramilitari dell’ex Jugoslavia dal 1991 in poi. Quel Tribunale ha avuto l’obbligo istituzionale di trattare i crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio ecc., durante i conflitti armati in Croazia (1991-1995), in Bosnia-Erzegovina (1992-1995) in Kosovo (1998-1999) ed in Macedonia (2001). Quel Tribunale ha concluso definitivamente la sua attività, come previsto, il 31 dicembre 2017.

    Tornando ai giorni nostri, il 5 novembre scorso il Tribunale speciale del Kosovo ha ordinato l’arresto del presidente della Repubblica kosovara. Negli stessi giorni sono stati arrestati, sempre con ordine del Tribunale speciale del Kosovo, anche tre altri alti rappresentanti politici di primo piano. La scorsa settimana il nostro lettore ha avuto modo di informarsi su quanto sta attualmente accadendo in Kosovo (Che siano semplicemente delle fortuite coincidenze! 16 novembre 2020). Subito dopo essere stata resa nota la decisione del Tribunale, il presidente della Repubblica del Kosovo ha rassegnato le sue dimissioni. Attualmente gli arrestati si trovano nella sede del Tribunale speciale all’Aia (Olanda). Dal 9 novembre scorso sono iniziati i processi giudiziari contro gli arrestati. Bisogna sottolineare che nonostante il Tribunale speciale abbia sede all’Aia, si tratta sempre di un Tribunale del Kosovo, costituito nell’agosto del 2015, dopo l’approvazione del Parlamento in Kosovo. L’obiettivo del Tribunale è quello di indagare e deliberare sui crimini di guerra commessi dai dirigenti dell’Esercito di Liberazione Nazionale e/o da altri, contro le “minoranze etniche e oppositori politici” residenti in Kosovo, durante la guerra tra la Serbia ed il Kosovo (1998-1999) e negli anni a seguire. Il Tribunale speciale si compone di quattro Camere specialistiche e dell’Ufficio dei procuratori specializzati. La costituzione di quel Tribunale è stata chiesta dopo la pubblicazione di un Rapporto del Consiglio d’Europa, redatto da un senatore svizzero. In quel documento ufficiale si rapportava di crimini di guerra commessi da dirigenti e membri del Esercito di Liberazione del Kosovo, durante e subito dopo il conflitto armato del 1998-1999 tra la Serbia ed il Kosovo. In seguito, tra i rappresentanti delle istituzioni del Kosovo e dell’Unione europea, si sono negoziate e concordate le modalità del funzionamento del Tribunale speciale, dei suoi obiettivi e delle procedure da svolgere. Bisogna sottolineare però che non tutti i partiti in Kosovo hanno votato per la costituzione del Tribunale speciale. Le ragioni principali erano legate al fatto che un simile Tribunale non doveva giudicare soltanto i crimini, fatti dagli albanesi nel territorio del Kosovo durante la guerra e negli anni successivi, ma anche quelli fatti, sempre in Kosovo e sempre nello stesso periodo, dai serbi (militari e/o cittadini). In più, secondo quelli che hanno votato contro, il Tribunale, che non aveva nessun giudice dal Kosovo, doveva avere la sua sede in Kosovo e non all’Aia, perché così si minimizzava l’autorità dello del Kosovo. Quelli che hanno votato contro hanno ribadito comunque che rispettavano la professionalità e la serietà dei giudici e dei procuratori del Tribunale speciale. Da anni però in Kosovo una parte consistente dell’opinione pubblica, degli analisti e degli opinionisti ha espresso delle perplessità sulle decisioni che prenderà il Tribunale speciale. Non tanto per la professionalità, quanto, secondo loro, perché si potrebbero confondere le colpe individuali di singoli dirigenti kosovari, con la bontà e la giustezza della guerra di liberazione del Kosovo dalla Serbia. Una Guerra quella fortemente sostenuta, sia diplomaticamente che militarmente, dalle grandi potenze internazionali. Ma temendo anche dei “parallelismi” tra i crimini di guerra, ormai documentati e condannati, fatti dalla Serbia, con dei crimini di alcuni dirigenti che devono rispondere individualmente, nel caso le accuse fatte dall’Ufficio dei procuratori specializzati risultino fondate. A proposito, un’altra fossa comune è stata scoperta il 16 novembre scorso in una miniera nel sud della Serbia, dopo mesi di scavi, con dei cadaveri che secondo gli specialisti, con molta probabilità, potrebbero essere degli albanesi del Kosovo uccisi durante la guerra.

    Quanto sta accadendo in Kosovo ha suscitato reazioni anche in Albania. Subito è stata attivata la propaganda governativa per accusare il capo dell’opposizione, il quale, durante la guerra del Kosovo, era stato assunto come traduttore dall’UNMIK (la Missione dell’Amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo; n.d.a.). Il primo ministro albanese ha messo in atto la sua ennesima “buffonata” propagandistica, basandosi su delle accuse “prefabbricate ad arte”, con la speranza di spostare, anche per poco tempo, l’attenzione dai suoi innumerevoli scandali.

    Chi scrive queste righe pensa che il capo dell’opposizione albanese ne ha delle colpe, ma che riguardano il modo in cui ha fatto “opposizione” a questo primo ministro. Ne ha colpe anche, e soprattutto, per aver compromesso e sgretolato sistematicamente lo spirito di rivolta e di protesta dei cittadini albanesi, dopo le tante “forti” promesse fatte da lui pubblicamente e mai mantenute. Chi scrive queste righe pensa che, sia nel caso dei dirigenti del Kosovo, ormai arrestati e sotto processo, che nel caso del capo dell’opposizione albanese, è la giustizia che si deve esprimersi.  Egli è convinto però che il tempo è galantuomo e che, prima o poi, a ciascuno sarà dato quel che si merita. Che il processo di Norimberga sia un esempio! La giustizia non è mossa dalla fretta. E quella di Dio ha secoli a disposizione.

  • L’opposizione politica tedesca chiede al governo di bandire gli ultranazionalisti Lupi Grigi turchi

    I partiti di opposizione tedeschi hanno sollecitato il governo a bandire i Lupi Grigi della Turchia, gruppo ultranazionalista affiliato agli alleati politici del presidente Recep Tayyip Erdogan.

    A farsi promotore della richiesta Sevim Dagdelen, presidente del gruppo parlamentare tedesco di sinistra (Die Like) che invita a sostenere la decisione presa nei giorni scorsi dalla Francia di bandire i Lupi Grigi perché fautori della teoria della cospirazione anti-armena del governo turco. Die Linke chiede lo scioglimento della Federazione delle associazioni degli idealisti democratici turchi (ADÜTDF) – l’organizzazione ombrello dei gruppi ultranazionalisti turchi nel paese respingendo le affermazioni di Erdogan, secondo cui il gruppo è un “prodotto di fantasia”, e sottolineando che comprende circa 170 associazioni e 7.000 membri.

    Anche il parlamentare del Partito dei Verdi Cem ozdemir ha etichettato l’ADÜTDF come la più grande organizzazione estremista in Germania, che conta fino a 20.000 membri.

    La richiesta è trasversale perché anche il partito di estrema destra tedesco, l’Alternativa per la Germania (AfD), ha chiesto di mettere al bando il gruppo, sostenendo che i lupi grigi sono “la brigata estremista di Erdogan”.

    L’invito arriva meno di una settimana dopo che la Francia ha sciolto i Lupi Grigi perché incitavano all’odio e alla violenza, la richiesta era stata precedentemente espressa nel 2018.

    All’inizio di ottobre, il governo tedesco aveva detto che avrebbe pianificato una legislazione per vietare i simboli e i gesti del gruppo dei Lupi Grigi e in particolare il saluto della mano “wold”, etichettandolo come un reminiscenza del saluto nazista.

    Il gruppo dei Lupi Grigi è affiliato al Partito del Movimento nazionalista turco (MHP) di Devlet Bahceli, che ha un’alleanza politica con il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) di Erdogan. I Lupi Grigi sono considerati l’ala militante dell’MHP.

  • Dittature abbattute e da abbattere

    È nel sonno della pubblica coscienza che maturano le dittature.
    Visconte Alexis de Tocqueville

    Era il 9 novembre del 1989. Proprio trentuno anni fa si abbatteva il muro di Berlino. Si abbatteva il famigerato simbolo delle dittature comuniste. Ormai è pubblicamente noto quanto accadde durante quel giorno a Berlino. Era Günter Schabowski, l’allora ministro della propaganda della Repubblica Democratica tedesca (DDR) a cui fu dato il compito di dichiarare la decisione presa dal politburò del partito. Decisione secondo la quale i cittadini potevano attraversare il confine che divideva le due Germanie. Confine che il muro di Berlino delimitava. Alla domanda dell’inviato ANSA sull’apertura dei posti di blocco in diversi punti del Muro, il ministro rispose “…Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente”. La notizia si diede in diretta televisiva. Ci volle poco che i cittadini del Berlino Est, avendo seguito la dichiarazione del ministro della propaganda, corressero subito verso il Muro. Le guardie, non essendo state avvertite in tempo, comunque non potevano opporsi a quella inarrestabile onda umana ed aprirono i punti di controllo. Finalmente, dopo ventotto anni (la costruzione del muro iniziò il 13 agosto 1961; n.d.a.), i cittadini berlinesi potevano andare liberamente dall’altra parte. Quel 9 novembre 1989 segnò l’abbattimento simbolico del Muro di Berlino. Proprio quell’abbattimento che il 12 giugno 1987 il presidente degli Stati Uniti d’America Ronald Reagan chiese a distanza a Michail Gorbačëv, Segretario Generale del Politburò dell’Unione Sovietica, davanti alla Porta di Brandeburgo, a Berlino Ovest. Erano provvidenziali e rimarranno nella memoria pubblica quelle parole pronunciate da Regan. Rivolgendosi a Gorbačëv disse: “Se cerca la pace, se cerca la prosperità per l’Unione Sovietica e per l’Europa orientale, se cerca liberalizzazione, venga qui a questa porta. Signor Gorbačëv apra questa porta! Signor Gorbačëv, signor Gorbačëv, abbatta questo muro!” (Tear down this wall! – Abbatta questo muro!). Quelle erano parole che tuonarono forti e saranno ricordate a lungo. Quella richiesta e quella sfida diretta si realizzarono due anni dopo, proprio il 9 novembre 1989! In seguito cominciò un processo inarrestabile che sancì l’abbattimento dei sistemi autoritari e dittatoriali costituiti in tutti i paesi dell’Est europeo, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Quella data, il 9 novembre 1989, sarà ricordata sempre come una delle più importanti e significative date del ventesimo secolo.

    L’Albania è stato l’ultimo Paese dove, nel dicembre del 1990, con le proteste degli studenti di Tirana, cominciò finalmente l’abbattimento della dittatura comunista. Ed, a confronto delle altre, era la dittatura più spietata, fatti storici e realtà vissute e drammaticamente sofferte alla mano. Cominciò allora in Albania il periodo della difficile transizione verso un sistema democratico. Ma nessuno allora avrebbe pensato che quel processo di transizione durasse così a lungo. Perché purtroppo rimane ancora un processo in corso, essendo l’Albania considerato come un Paese con una “democrazia ibrida” dalle istituzioni internazionali specializzate. In realtà sta accadendo ben peggio. Sì, perché da alcuni anni risulterebbe che in Albania si stia restaurando e consolidando una nuova dittatura. Una dittatura sui generis, che la propaganda governativa cerca, in tutti i modi, di nasconderla come realtà vissuta e sofferta e di camuffarla dietro delle facciate fasulle di una democrazia in crescita. Ma dati, fatti accaduti e documentati alla mano, risulterebbe che si tratti proprio di una nuova, restaurata e funzionante dittatura, ormai gestita da una pericolosa alleanza del potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti internazionali. Il che, per certi aspetti, sarebbe anche peggio della stessa dittatura comunista.

    L’autore di queste righe, da anni ormai, ha informato il nostro lettore di una simile preoccupante realtà in Albania. Anche quanto egli scriveva la scorsa settimana era un’ulteriore testimonianza del consolidamento di questa dittatura in azione (Irresponsabilmente determinato nella sua folle corsa; 2 novembre 2020). Si trattava dell’ultimo atto, in ordine di tempo, che testimoniava il continuo consolidamento della nuova dittatura in Albania. Il 29 ottobre il Parlamento, totalmente controllato dal primo ministro, approvò di nuovo gli emendamenti costituzionali e del Codice elettorale, dopo che il presidente della Repubblica non gli aveva decretati. E dopo che anche i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea avevano chiesto al primo ministro di attendere le opinioni della Commissione di Venezia. Emendamenti quelli che potrebbero facilitare al primo ministro la sua corsa verso un terzo mandato. Nel frattempo però, proprio la scorsa settimana, è stata resa nota una proposta di legge, che il governo presenterà in Parlamento nei prossimi giorni. Si tratta di una proposta di legge che riguarda la significativa ed allarmante restrizione dei poteri costituzionali proprio del Presidente della Repubblica, dando quei poteri al Parlamento. Tutto ciò, mentre da più di tre anni ormai in Albania non funziona più [volutamente] anche la Corte Costituzionale. E mentre il primo ministro, in seguito alla “Riforma” del sistema della giustizia, controlla ormai tutto il sistema. Una “Riforma” quella, diabolicamente concepita ed in seguito anche attuata, che adesso permette al primo ministro di controllare personalmente, e/o da chi per lui, tutte le decisioni prese dalle istituzioni “riformate” del sistema di giustizia.

    Nel frattempo però il primo ministro sembra determinato di approvare in Parlamento anche la legge “anti-calunnia”, come a lui piace chiamarla. Una legge fortemente contrastata e criticata, sia dalle organizzazioni locali ed internazionali dei giornalisti che dalle istituzioni dell’Unione europea e dalla Commissione di Venezia. La preoccupazione delle istituzioni internazionali per il contenuto di quella legge è talmente alta che addirittura il Consiglio europeo, nel marzo scorso, lo annoverò tra le 15 condizioni sine qua non poste all’Albania da adempiere, prima dell’avvio delle procedure dell’Adesione nell’Unione europea. Ma visto il sopracitato precedente del 29 ottobre scorso però, le aspettative sono tutt’altro che positive. Quello che è accaduto e sta accadendo in Albania in questi ultimi mesi dimostrerebbe e testimonierebbe palesemente che il primo ministro sta ormai ignorando tutto e tutti, compresi anche i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea. Lui ha così gettato finalmente anche la maschera del “convinto europeista” e sta proseguendo deciso la sua folle corsa verso un terzo mandato. Perché per lui adesso è indispensabile, è vitale avere un terzo mandato, visto i tanti e innumerevoli scandali milionari. Scandali che sono paurosamente aumentati in questi ultimi mesi, abusando clamorosamente dei soldi pubblici. Il primo ministro però continua indisturbato e incurante di tutto e di tutti. Come il suo “carissimo amico” Erdogan, come il suo simile Lukashenko e come tutti i dittatori del mondo! Se questa non è una dittatura, allora cos’è?!

    Chi scrive queste righe ricorda le parole di Erich Honecker, Segretario generale del Politburo del DDR, dimessosi soltanto il 18 ottobre 1989, tre settimane prima dell’abbatimento del Muro di Berlino. Secondo lui “…Il Muro esisterà ancora fra cinquanta e anche fra cento anni, fino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno”. Esattamente trentuno anni fa, il 9 novembre 1989, cominciò l’abbattimento delle dittature dell’Est europeo. Sono state abbattute ormai quasi tutte. Rimane però ancora da abbattere la nuova restaurata dittatura in Albania. Chi scrive queste righe è fermamente convinto che le sorti del Paese, nelle drammatiche condizioni in cui si trova, le dovono decidere i cittadini. E se ci sarà qualcuno, come Ronald Reagan che nel 1987 chiedeva di abbattere il Muro, il quale possa contribuire per abbattere la nuova dittatura in Albania che ben venga! Ma gli albanesi non devono mai dimenticare che “È nel sonno della pubblica coscienza che maturano le dittature.”

  • Con 9 anni di ritardo apre l’aeroporto nuovo di Berlino

    È fatta, certo, ma non poteva accadere in un periodo peggiore: la grande opera incompiuta di Berlino l’aeroporto Willy Brandt, dalla sigla BER, è finalmente entrato in funzione, inaugurato da due atterraggi paralleli di Easyjet e Lufthansa. Dopo 14 anni di lavori di costruzione e innumerevoli rinvii, il momento non poteva essere meno propizio: la pandemia colpisce soprattutto il trasporto aereo, e la piccola cerimonia, in stile Covid, taglierà il nastro ad uno scalo che nasce a mezzo servizio (nelle migliori previsioni).

    Il nuovo aeroporto della capitale tedesca, che sostituirà i due scali di Schönefeld e Tegel, è stato a lungo sotto i riflettori, non solo in Germania. Clamoroso fu l’improvviso rinvio di un’inaugurazione praticamente già pronta, nel 2012, dopo aver già mostrato la nuova struttura alla stampa di tutto il mondo. Difetti tecnici, cui seguirono un mare di polemiche e tante rogne per l’allora sindaco di Berlino, Klaus Wowereit. Con i tempi sono lievitati, inevitabilmente, anche i costi: un investimento di 6 miliardi a fronte di una previsione di 2-3. “Noi ingegneri tedeschi ci siamo vergognati molto”, ammette il direttore generale Lütke Daldrup, citato dalla Welt.

    Ma il nuovo BER si farà perdonare, riuscendo ad accogliere un adeguato numero di passeggeri: quando si tornerà alla normalità prepandemica – le previsioni per il traffico aereo suggeriscono la data del 2024 – l’aeroporto sarà in grado di accogliere 40 milioni di passeggeri in tre dei suoi terminal. I due che sostituisce ne accoglievano fino a 34 milioni.

    Al momento, le compagnie aeree hanno ovviamente ridotto moltissimo l’attività e sono fra le principali vittime dell’impatto economico del coronavirus. Una circostanza che si rifletterà subito anche sui numeri del Willy Brandt, che è entrato in servizio “regolarmente” proprio nel giorno in cui è scattato il semi-lockdown, il 2 novembre. E dunque mentre il governo sconsiglia viaggi nella maggior parte del mondo – anche l’Italia è entrata quasi interamente nella lista dei Paesi a rischio – e vieta i pernottamenti turistici negli alberghi su base federale. Easyjet prevede quindi 180 voli a settimana (fra Tegel e Schonefeld di voli nel 2019 ne offriva 250). E stazionerà qui per ora solo 18 aerei, invece di 34. Lufthansa non ha suoi aerei in questo scalo, e pianifica per ora solo 30 voli al giorno, la metà rispetto ai tempi pre-Covid. La filiale Eurowings, ne prevede 70 a settimana, e Ryanair taglia del 40% l’offerta rispetto all’anno scorso.

    Il sindaco Michael Mueller non si lascia comunque abbattere: “Abbiamo visto con Tegel e Schoenefeld che gli aeroporti guadagnano”, ha detto alla Dpa. Adesso siamo in una fase particolare, ha concluso, “ma quando la crisi sarà superata, il nuovo aeroporto guadagnerà esattamente come quelli vecchi”. Prima però dovrà far rientrare le spese.

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