Germania

  • Berlino accoglierà 1500 migranti dai campi in fiamme della Grecia

    La Germania accoglierà 1.553 migranti da cinque isole greche dopo gli incendi che hanno devastato il campo di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo, lasciando migliaia senza riparo e nella disperazione più totale. Si tratta di 408 famiglie con bambini che hanno già ottenuto lo status di rifugiato in Grecia, ma che potrebbero anche non provenire dal campo di Moria. A questi si aggiungono 150 minori non accompagnati provenienti invece tutti da Moria e la cui accoglienza era stata annunciata la scorsa settimana dal governo tedesco in una misura condivisa con altri 10 Paesi europei.

    L’annuncio ufficiale di Berlino è arrivato dal vicecancelliere Olaf Scholz dopo la decisione presa dalla cancelliera Angela Merkel in accordo con il ministro dell’Interno Horst Seehofer. “Garantiamo che 1.553 familiari già riconosciuti come rifugiati dalle autorità greche lasceranno le isole” del Mar Egeo per la Germania, ha confermato Scholz. La Francia ha accettato di accogliere 150 minori dal campo di Moria mentre altri Paesi dell’Ue ne prenderanno 100.

    Nel frattempo, il ministro greco della Protezione Civile, Michalis Chrysohoidis, ha annunciato l’arresto di sei migranti sospettati di aver appiccato le fiamme a Lesbo: “Cinque giovani stranieri sono stati arrestati. Si cerca un sesto che è stato identificato”. Gli arresti, ha spiegato poi, “screditano l’ipotesi che ad appiccare il fuoco al campo sia stato un gruppo di estremisti”.

    Circa 800 degli oltre 12mila migranti e rifugiati fuggiti dall’inferno di Moria la scorsa settimana sono stati trasferiti in un nuovo campo, situato a tre chilometri dal porto di Mitilene, capoluogo di Lesbo. Ma la stragrande maggioranza dorme ancora in strada o sui marciapiedi mentre diverse organizzazioni umanitarie cercano di assisterli: l’Unhcr ha già fornito 600 tende familiari, bagni chimici e postazioni per lavare le mani. Le autorità greche affermano che 21 persone nel nuovo campo sono risultate positive al coronavirus e sono state poste in isolamento nel sito temporaneo di Kara Tepe, vicino al campo devastato dal rogo.

    Intanto, il ministro per la Protezione Civile ha annunciato che l’isola di Lesbo sarà svuotata dai rifugiati entro la Pasqua del prossimo anno. “Se ne andranno tutti”, ha assicurato Chrysochoidis. “Dei circa 12.000 rifugiati prevedo che 6.000 verranno trasferiti sulla terraferma entro Natale e il resto entro Pasqua. La gente di quest’isola ne ha passate tante. Sono stati molto pazienti”, ha aggiunto. Moria “era il campo della vergogna”, ha ammesso il ministro. “Adesso appartiene alla storia. Sarà ripulito e sostituito dagli uliveti”.

     

  • Continuano anche in Europa i problemi dei figli minori di coppie binazionali spesso sottratti ad uno dei genitori

    Cristiana Muscardini si occupa del problema dal 2008, senza arrendersi alla triste evidenza di vari governi italiani ed istituzioni europee indifferenti e di fatto conniventi.

    Di seguito la lettera inviata al direttore di Panorama nella speranza che finalmente gli organi d informazione che si dichiarano liberi trovino la forza di risollevare il problema.

    Chi vorrà approfondire la scomoda realtà dello Jugendamt può mettersi in contatto con la dottoressa Marinella Colombo (marinellacolombomi@gmail.com) o scrivere al Patto Sociale (segreteria.redazione@ilpattosociale.it).

    Dott. Maurizio Belpietro

    Direttore Panorama

    Via Vittor Pisani, 28

    20124 Milano

    Milano, 14 settembre 2020

    Egregio Direttore,

    nel numero del 26 agosto Panorama affronta, con coraggio, il problema dei bambini, figli di coppie binazionali, sottratti ad uno dei genitori. Il problema è molto grave perché anche tra Stati membri dell’Unione europea non ci sono reciproche garanzie e norme a tutela dei minori. Nell’articolo si parla di alcuni di questi Paesi europei ma penso sarebbe interessante ed utile che il Suo giornale proseguisse l’inchiesta dopo aver analizzato quanto avviene e continua ad avvenire in Germania dove, tuttora, lo Jugendamt, istituzione nata durante il nazismo, continua ad avere potere assoluto sulla vita ed il futuro di tanti bambini.

    Per diversi anni il Parlamento europeo ha cercato di intervenire sulle palesi violazioni dei diritti dei minori e dei loro genitori non tedeschi ma i risultati non sono stati pari all’impegno e alle diverse denunce presentate alle istituzioni nazionali ed europee. Forse se Panorama volesse approfondire l’argomento ci potrebbe essere la speranza di poter ricominciare ad affrontare un problema che ha causato e causa tanto dolore ed ingiustizia.

    La ringrazio per l’attenzione ed in attesa di conoscere il Suo pensiero La saluto cordialmente

    Cristiana Muscardini 

  • La scellerata politica fiscale del governo Conte

    La Germania nell’ultimo trimestre ha registrato una riduzione del PIL di oltre -10%: un valore decisamente preoccupante per l’economia tedesca ma anche per quella europea in quanto, da sempre, la Germania rappresenta la locomotiva continentale. Basti ricordare quante filiere complesse dell’industria tedesca utilizzino prodotti intermedi e strumentali, espressione delle eccellenze delle PMI italiane.

    Tornando, quindi, alla situazione contingente tedesca, il governo, di fronte a  questa nuova emergenza economica conseguente alla diffusione del covid-19, ha posto in atto una serie di iniziative economiche e fiscali finalizzate sostanzialmente alla creazione di stimoli economici ed ammortizzatori sociali per aziende e lavoratori. La strategia espressa dal governo germanico ha preso forma attraverso una serie di iniziative ed anche attraverso la riduzione del peso fiscale in determinati settori considerati fondamentali o particolarmente colpiti dalla crisi economica in modo da abbassare la soglia economica di accesso a determinati beni o servizi.

    In questa ottica va inserita l’ottima scelta di ridurre l’IVA (dal 19 al 16%) per sei  mesi anche sui carburanti, espressione di un tessuto connettivo per l’economia industriale e nella distribuzione e nel turismo. Un minor costo degli spostamenti*, infatti, grazie alla riduzione dei carburanti rappresenta, soprattutto nella movimentazione delle merci, un incentivo importante fino ad assumere la forma e la sostanza di un vero e proprio fattore competitivo in  una ripresa economica stabile (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-fattore-competitivo/).

    Tornando alla situazione italiana la rilevazione statistica del sistema economico ha individuato invece una discesa del Pil del -12,4%. Il crollo italiano, quindi, viene rappresentato da un +20% rispetto al nostro principale concorrente industriale.

    In questo contesto comparativo una minima comprensione dei principi ispiratori delle scelte della prima economia europea avrebbe dovuto portare il governo italiano a varare delle misure simili se non addirittura  uguali a quella adottate dal nostro concorrente tedesco.

    Sembra incredibile, se non addirittura agghiacciante, apprendere invece l’intenzione da parte del ministro Costa, esponente di punta di questo governo, di togliere le agevolazioni fiscali per il gasolio accrescendo il carico fiscale di oltre cinque (5) miliardi. In un paese nel quale oltre l’80% della merce viaggia su gomma l’aggravio fiscale determinerebbe un aumento dei costi di trasporto e quindi dei prezzi finali innescando una pericolosa spirale inflazionistica. Quest’ultima, sposata alla stagnazione dell’economia, potrebbe innescare le condizioni per una stagflazione causata da fattori endogeni, cioè da una becera ed immonda politica fiscale.

    Il cigno nero (covid 19) rappresenta una situazione assolutamente imprevedibile che richiede competenze ed azioni articolate e complesse per mitigarne gli effetti straordinari.

    L’azione del governo in carica, e del ministro Costa in particolare, risponde invece a  decrepite fissazioni pseudo ambientaliste, espressione di una mancanza di conoscenza della economicità dei motori diesel e che contemporaneamente confermano, ancora una volta, l’arretratezza culturale di questa compagine governativa .

    Ignorare gli effetti delle proprie azioni rappresenta la peggiore forma di ignoranza che diventa dolosa quando diventa espressione del comportamento di una carica pubblica espressione del potere esecutivo.

    (*) Al 3 di agosto il gasolio in Italia alla pompa era a 1.34 €/litro, in Germania 1.13 €/lt, circa -20%

  • La Germania chiede all’UE sanzioni contro gli hacker russi per il cyber attacco al Bundestang nel 2015

    Il governo tedesco ha proposto all’UE di imporre sanzioni agli hacker russi responsabili di un attacco informatico al Bundestag nel 2015. Se la proposta inviata agli Stati membri sarà approvata si tratterà del primo utilizzo del sistema di sanzioni informatiche dell’UE adottato nel 2017.

    Il massiccio attacco alla camera bassa del Parlamento tedesco nel 2015 aveva costretto i suoi sistemi informatici ad essere chiusi per giorni, con l’agenzia di intelligence tedesca che accusava l’intelligence militare russa (GRU) di cyber hacking.

    Si è trattato del più grande atto di pirateria informatica mai realizzato contro il Bundestag e considerato un tentativo di spionaggio e sabotaggio. Circa 16 gigabyte di dati, documenti ed e-mail sono stati rubati dalla rete del parlamento di Berlino, tra cui migliaia di e-mail dall’ufficio di Angela Merkel.

    A maggio, il procuratore generale tedesco ha emesso un mandato di arresto nei confronti del cittadino russo Dmitry Badin, membro del gruppo APT28, sospettato di essere responsabile dell’attacco, mentre il Paese ritiene che sia stato coinvolto anche un hacker del GRU.

  • La forma e la sostanza ora coincidono: Germania alla guida della Ue fino a fine anno

    Nei corridoi di Bruxelles e di Berlino la chiamano già “la presidenza Corona”. Quella della Germania sarà una presidenza del Consiglio Ue “completamente diversa” da quella che era stata programmata inizialmente. “Non sarà certo quella che avevamo preparato: abbiamo dovuto riprogrammare tutto”, ha spiegato alla vigilia una fonte diplomatica tedesca a Bruxelles.

    In ogni caso, per la prima potenza dell’Ue, che per sei mesi avrà la presidenza della Commissione e del Consiglio insieme, la “priorità” sarà “combattere la pandemia” di Covid-19 e le sue conseguenze economiche. Il successo o il fallimento della presidenza della Germania si misurerà su due dossier, che hanno la precedenza su tutti gli altri. Anzitutto, il pacchetto costituito dal Recovery Plan da 750 miliardi di euro e dall’Mff 2021-27, il bilancio pluriennale dell’Ue da 1.100 miliardi. E poi la Brexit che, anche se il Regno Unito è ormai uscito dall’Ue, continua a pendere come una spada di Damocle sul Vecchio Continente, perché alla crisi nera provocata dalla pandemia si aggiunge il rischio di una Brexit dura sul piano economico il 31 dicembre 2020, senza un accordo sulla relazione futura.

    Anche se è la premier più longeva del Continente e anche se la risposta alla pandemia le ha dato nuova forza politica, neppure Angela Merkel ha la bacchetta magica: “Ci sono troppe aspettative per la presidenza tedesca – spiega il diplomatico – se durante la presidenza avremo un accordo sul Recovery Plan e sull’Mff, questo per noi sarà un successo fantastico”. E “se avessimo anche un accordo” sulla relazione futura con il Regno Unito, sarebbe “magnifico”, ma anche in questo caso “bisogna essere in due per ballare il tango”. Per arrivare ad un accordo con Londra “serve maggiore realismo da parte britannica. Se avremo queste due cose, sarà un successo enorme”. Arrivare ad un accordo sul Recovery Plan e sull’Mff 2021-27 “è possibile”, ma “non sarà facile”, spiega il diplomatico. Le principali discussioni, che sono in corso, vertono sulla proporzione di trasferimenti e prestiti, con i Paesi Frugali (Olanda, Austria, Danimarca e Svezia) contrari ai primi, oppure inclini a ridurne l’entità (nella proposta sono 500 mld i trasferimenti e 250 miliardi i prestiti), ma anche sui criteri di allocazione delle risorse che, anche se suonano “tecnici”, determinano “quanto ciascuno prende dalla torta”.

    Si discute anche della condizionalità, cioè sul fatto che “se prendi i soldi fai le riforme”. Il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel dovrebbe proporre presto una “negobox”, un pacchetto negoziale, dopodiché si discuterà “intensamente” fino al Consiglio Europeo del 17-18 luglio, quando la palla sarà nelle mani dei leader. “Speriamo che sia possibile” arrivare ad un accordo “al più tardi entro la fine del mese”, dice la fonte. Per il diplomatico “ci sono buone possibilità di avere un accordo già il 17-18 luglio. Forse occorrerà arrivare a domenica mattina, ma è possibile. Siamo ottimisti”. Un accordo entro luglio è necessario, perché poi occorre negoziare con il Parlamento, che può bocciare il bilancio. Oggi il presidente della commissione Bilanci del Parlamento Johann van Overtveldt ha avvertito che l’Aula non si lascerà schiacciare da una fretta dovuta ai ritardi del Consiglio.

    Per quanto riguarda invece la Brexit, o meglio l’accordo sulla relazione futura tra Ue e Regno Unito, che a fine anno uscirà da mercato unico e unione doganale, gli scogli sono il “level playing field”, cioè la concorrenza leale, ossia le condizioni alle quali le imprese britanniche potranno accedere al mercato unico, la pesca e la governance, incluso il ruolo della Corte di Giustizia Ue.

    Questi sono i punti “più difficili”, spiega il diplomatico. Ma non dipende tutto dall’Ue, né dalla Germania: per arrivare ad un accordo occorrerà “un approccio più pragmatico e meno ideologico” da parte del Regno Unito. Un’intesa deve essere trovata entro il Consiglio Europeo di ottobre, al più tardi entro l’inizio di novembre, per permettere le ratifiche parlamentari.

    Sul dossier migrazioni, che è diventato “tossico”, è inutile aspettarsi miracoli: “Non riusciremo a chiudere il file – prevede il diplomatico – se riusciremo a mettere un po’ di movimento nella discussione” sarà già un successo, “vista la situazione”.

    Bene ha fatto la Commissione, con una mossa “intelligente”, a rimandare la presentazione della riforma del sistema Ue di asilo a dopo l’accordo sul Recovery Plan. Una volta incassata l’intesa, allora “daremo un’occhiata al dossier, ma non mi aspetto che saremo in grado di chiuderlo”, dice la fonte.

    Mentre si sono già fatti grandi “progressi” sulla legge europea sul clima, sarà più complicato, anche a causa della pandemia, organizzare la conferenza sul futuro dell’Europa. Si pensa ad una soluzione mista, in parte conferenza fisica in parte on line, “forse a Bruxelles e a Strasburgo, forse negli Stati membri”. La conferenza si dovrebbe tenere, ma “quando è difficile da dire”. Se non arriverà una vera “seconda ondata” di Covid-19, potrebbe svolgersi nella “seconda metà della presidenza tedesca, cioè tra ottobre e dicembre. Un altro “tema complicato” che emergerà sarà la digital tax, anche se in vista delle elezioni presidenziali Usa non ci si aspetta una guerra commerciale.

    La presidenza tedesca sarà segnata da difficoltà operative dovute alla pandemia di Covid-19, come già quella croata. Il Consiglio Europeo del 17-18 luglio dovrebbe essere il “primo incontro fisico” nel Consiglio da marzo. Al massimo, gli incontri fisici nel Consiglio potranno essere portati al 30% del livello normale, ma non oltre, a causa del distanziamento sociale. Si rimedia con le videoconferenze che però, per il lavoro diplomatico, non sono l’ideale. “Abbiamo calcolato che sono efficienti il 20% di un incontro fisico”, spiega il diplomatico, perché non è possibile negoziare faccia a faccia, cosa indispensabile per arrivare ad un vero compromesso. Inoltre, “c’è un problema di riservatezza”, dato che la confidenzialità è difficile da garantire nel formato digitale. Persino a livello di capi di Stato e di governo “vediamo che le cose escono sulla stampa in tempo reale”. E questo “è un problema”. Senza contare le difficoltà che tutti hanno sperimentato durante il lockdown, cioè i problemi tecnici, con le disconnessioni, le difficoltà di comunicazione audio, i microfoni che non funzionano, i “can you hear me?”. In ogni caso, “dovremo convivere con tutto questo”. Senza contare che, Dio non voglia, potrebbe arrivare “una vera seconda ondata” e, in quel caso, si dovrebbe ritornare “al punto di partenza”, cioè al formato 100% digitale.

  • Coronavirus: per la Germania necessaria l’unione economica, per la Grecia no a supervisioni da parte dell’UE

    Il presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, in un articolo pubblicato sul quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), ha invitato gli Stati membri dell’UE a trovare il “coraggio” di trasformare la zona euro in ‘unione economica’, per rispondere ai bisogni della crisi senza precedenti che si è venuta a creare per gli effetti del Coronavirus. Il presidente del parlamento tedesco ha sostenuto che se l’UE avesse istituito un fondo monetario “prevalente” durante la crisi greca del 2010 oggi sicuramente si sarebbe stati tutti un passo avanti. L’UE infatti ha competenza sulla politica monetaria ma la politica economica è invece una responsabilità nazionale.

    E mentre Schäuble si appella ad un rafforzamento dell’unione economica c’è chi, come il primo ministro greco Mitsotakis, rifiuta il monitoraggio dell’UE nelle operazioni economiche di aiuto per il coronavirus. In un’intervista rilasciata al Financial Times affermato che dopo la crisi “i greci sono maturati molto” e che il paese vuole fare le sue riforme. Non sosterrà perciò il ritorno della supervisione rigorosa e impopolare imposta al suo paese dalla “troika” di funzionari dell’UE, della Banca centrale europea (BCE) e del Fondo monetario internazionale (FMI) come avvenne durante la crisi del debito nazionale. La Grecia farà le sue riforme, una revisione semestrale della performance economica condotta dalla Commissione europea è stata sufficiente e non sono ste necessarie ulteriori rigide condizioni.

  • Urge l’accordo sul Recovery Fund. Lo chiedono Angela Merkel e Ursula von der Leyen

    Angela Merkel e Ursula von der Leyen insieme per sostenere, entro luglio, un rapido accordo sul fondo di risanamento e sul bilancio a lungo termine dell’UE per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia da Coronavirus.

    La cancelliera tedesca e il capo della Commissione europea si sono confrontate virtualmente sulle modalità con le quali uscire dalla crisi. Un incontro non casuale visto che la Germania il 1° luglio ha assunto la presidenza del Consiglio dell’UE. Le due donne avranno sei mesi per promuovere le loro priorità, che sono pienamente allineate: negoziati sul cambiamento climatico, digitalizzazione, resilienza e post-Brexit con il Regno Unito.

    Il pacchetto UE da 750 miliardi di euro proposto dalla Commissione ha portato a diverse divisioni tra gli Stati Membri con i ‘quattro frugali’, vale a dire Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia, a sostegno della fornitura di prestiti che devono essere rimborsati, anziché sovvenzioni, ai paesi colpiti dalla pandemia.

    I leader dell’UE si incontreranno ‘di persona’ il 17 e 18 luglio per un vertice straordinario, nel tentativo di raggiungere un accordo prima della pausa estiva. E la Merkel parrebbe non prendere neppure in considerazione altre opzioni.

    Nella conferenza stampa congiunta dopo la riunione virtuale delle due leader la Presidente von der Leyen ha anche sottolineato che l’erogazione del fondo ha bisogno dell’approvazione dell’europarlamento e della ratifica da parte dei parlamenti nazionali sottolineando anche che, sebbene siano previsti cambiamenti sia nel fondo di ricostituzione che nel quadro finanziario pluriennale (QFP) per le proposte 2021-2027, la costruzione generale non sarà messa in discussione.

  • La differenza tra Germania e Italia? Lufthansa licenzia, Alitalia riceve più fondi delle scuole

    Come a rispecchiare la differenza tra la solidità tedesca e la debolezza italiana, mentre Alitalia ha trovato nel coronavirus l’ennesima boccata d’ossigeno, oltre 3 miliardi di aiuti pubblici (ben più di quanto stanziato per l’istruzione) per evitare il fallimento anche formale oltre che di fatto del vettore, Lufthansa, pure beneficiaria di aiuti pubblici, è pronta a licenziare. Secondo voci raccolte dalla stampa tedesca la compagnia ha in progetto il taglio di circa 26 mila posti su scala mondiale per far fronte alla crisi provocata dal coronavirus.

    La notizia è emersa al termine di un vertice che si è svolto ieri tra azienda e sindacati concluso, come riferisce il sindacato Ufo, con la possibile decisione di arrivare a un taglio complessivo di 26 mila posizioni, di cui almeno 22 mila a tempo pieno. Un taglio, fanno notare i sindacati, che di fatto raddoppierebbe quanto finora previsto sul fronte della riduzione del personale, con un naturale irrigidimento della trattativa. Ufo nei giorni scorsi si era detto pronto a possibili concessioni, ma in un quadro di garanzie che con la mossa odierna verrebbe meno.

    Lufthansa, che possiede anche Swiss, Austrian Airlines e Brussels Airlines, ha dichiarato nei giorni scorsi che prevede di avere circa 100 aerei in meno in servizio dopo la pandemia. Il sindacato ricorda però che negli scorsi giorni, era stato approvato il piano di salvataggio della compagnia pari a circa 9 miliardi di euro, che vedrà il governo tedesco diventare primo azionista del gruppo con il 20% del capitale. Un piano che gli azionisti della compagnia dovranno valutare in un Cda straordinario fissato per il 25 giugno. La situazione ha avuto pesanti ripercussioni in Borsa con il titolo della compagnia che a Francoforte alla fine della giornata in cui sono emerse le indiscrezioni sui possibili tagli ha ceduto il 9,94% a 10,06 euro.

  • Ue, così non si va certo avanti

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su Italia Oggi il 9 maggio 2020.

    Non è la prima volta nella storia della Germania che i più alti giudici tedeschi si trovano a dover prendere delle decisioni i cui effetti vanno ben oltre la mera valutazione giuridica. Negli anni Trenta, Carl Schmitt, l’allora giurista capo della Germania, purtroppo, scelleratamente giustificò l’adozione delle Notverordnungen, “le leggi di emergenza” che furono poi utilizzate per imporre la dittatura nazista.

    Sia chiaro non c’è la benché minima intenzione di paragonare la Germania di oggi con quella del passato. Vogliamo semplicemente evidenziare che le più importanti decisioni economiche e politiche in tutte le parti del mondo sono di assoluta prerogativa dei governi. Per le quali devono assumersi la totale responsabilità, senza delegarla ad altre istituzioni.

    Non per sua iniziativa, la Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe è stata chiamata a pronunciarsi sulla piena legittimità delle misure monetarie non convenzionali di allentamento quantitativo, attuate negli anni passati dalla Banca centrale europea.

    Nella sentenza di questi giorni, Karlsruhe non ha espresso criticità sul quantitative easing, ma ha chiesto al Governo tedesco di fornire, entro tre mesi, gli elementi che possano dimostrare che gli obiettivi di politica monetaria relativa all’acquisto di titoli pubblici dei paesi membri della Bce siano proporzionati rispetto agli effetti di politica economica e fiscale del programma in questione.

    Le parole usate sono molto forti. Si afferma che le misure prese da un organo europeo “non sono coperte dalle competenze europee” e per questo “non potrebbero avere validità in Germania”.

    Dalla risposta del governo tedesco dipenderà anche l’eventuale partecipazione futura della Bundesbank al programma di acquisti della Bce. Quest’ultima, in verità, non dovrebbe avere molte difficoltà nel dimostrare la proporzionalità finora attuata con il programma PSPP (Publich Sector Purchase Program). Si ricordi che tra marzo 2015 e la fine del 2018, la Banca centrale europea ha investito circa 2.600 miliardi di euro in titoli di stato e in altri titoli.

    In merito, la Banca d’Italia afferma di acquistare sul mercato secondario titoli pubblici italiani, con rischio interamente a carico del bilancio dell’Istituto. Per gli acquisti effettuati dalla Bce in titoli di Stato, sia italiani sia di altri paesi dell’area euro, e per gli acquisti di titoli emessi da entità europee sovranazionali, che complessivamente rappresentano il 20 per cento del totale del programma PSPP, vige il principio della condivisione dei rischi tra le banche centrali nazionali dell’euro-sistema in base alla propria quota capitale.

    La sentenza risponde a un ricorso del 2015, firmato da alcuni politici apertamente critici dell’Unione europea, tra cui anche il fondatore del partito di estrema destra AfD, che sollevava la questione dell’incostituzionalità delle politiche di acquisto di titoli pubblici iniziata da Mario Draghi. Secondo costoro, Francoforte avrebbe violato i vincoli dei Trattati europei contravvenendo al divieto di finanziamento del debito dei paesi membri.

    La Corte, a nostro avviso, ha preso l’unica decisione possibile: chiamare in causa direttamente Berlino affinché esprima, con piena responsabilità politica, le sue intenzioni passate e future rispetto alla politica economica dell’Unione europea e al ruolo sovrano della Bce nella definizione della politica monetaria unitaria europea.

    Adesso il governo tedesco, ma, di fatto, anche tutti gli altri paesi europei, sono obbligati a pronunciarsi in modo concreto sul futuro dell’Ue. In primo luogo non si può continuare con una politica monetaria congiunta e con una moneta unica mantenendo una politica fiscale completamente nazionale.

    La sentenza di Karlsruhe, per tanto, non è entrata nel merito del nuovo programma, a carattere temporaneo, denominato Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp) che ha l’obiettivo di contrastare i rischi per la politica monetaria e per le prospettive di crescita derivanti dalla diffusione del coronavirus. Il Pepp prevede acquisti aggiuntivi di titoli pubblici e privati per complessivi 750 miliardi per tutto il 2020.

    In ogni caso, poiché l’acquisto futuro di titoli sovrani nazionali di qualsiasi paese dell’Unione potrebbe essere sempre visto come una violazione dei Trattati, la risposta, secondo noi, starebbe proprio nella realizzazione del cosiddetto Recovery Fund, con il potere di emettere bond. Non più, quindi, titoli di singoli Stati ma titoli comuni, europei a tutti gli effetti. Essi sarebbero strumenti di debito adeguati che la Bce potrebbe acquistare senza problemi e senza rischi d’incostituzionalità.

    Un secondo aspetto rilevante riguarda la prevalenza o meno della giurisdizione europea rispetto a quelle nazionali. Infatti, se il diritto nazionale fosse ritenuto superiore a quello europeo, vi sarebbe il rischio di un conflitto continuo relativo ai poteri decisionali a livello europeo.

    Allora l’Ue sarebbe continuamente a rischio di sopravvivenza. In questo caso è stato proprio così. La Corte di Karlsruhe non ha riconosciuto, poiché «assolutamente non comprensibile», una sentenza preliminare della Corte di giustizia europea (Cgue), che nel dicembre 2018 aveva, invece, approvato il programma di acquisto di obbligazioni.

    Se dovesse malauguratamente affermarsi il primato delle costituzioni nazionali, si affermerebbe che i singoli Stati membri dell’Ue resterebbero, di fatto, i «padroni» dei Trattati europei. Di conseguenza l’Unione europea rimarrebbe un’entità confederale, non federale. Sarebbe fondata sul principio della concorrenza e non più della solidarietà.

    È esattamente il contrario di quanto sarebbe necessario per affrontare anche l’attuale emergenza della pandemia. Sarebbe il fallimento dell’idea stessa di Europa unita che in poco tempo finirebbe inevitabilmente per implodere. Sarebbe una iattura, anche per la Germania.

     *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Quarto Reich? La Germania fa dell’anniversario della resa la via per l’europeismo

    Quest’anno perOgg la prima volta, e per ora è previsto che sia anche l’unica, l’8 maggio il Land di Berlino si è fermato per festeggiare la capitolazione della Germania nella Seconda guerra mondiale. La resa incondizionata della Wehrmacht nel 1945 decretò la liberazione dal nazionalsocialismo in un Paese che, dopo aver provocato il conflitto, finì in ginocchio. “Non esiste la fine della memoria, e non c’è possibilità di redenzione dalla storia”, ha detto il capo dello Stato Frank-Walter Steinmeier, con parole come sempre inequivocabili. “La storia tedesca è una storia rotta. A questa appartiene la responsabilità di milioni di assassinii e di altrettanta sofferenza. Questo ci fa il cuore a pezzi. Per questo, si può amare questo Paese soltanto con il cuore a pezzi”.

    Steinmeier ha colto questa occasione anche per riaffermare lo spirito europeista della Germania, lanciando un appello all’unità europea, che vacilla proprio nel tempo della pandemia, e alla difesa della democrazia. “Mai più – ha affermato – significa mai più soli! Dobbiamo tenere l’Europa insieme. Come europei dobbiamo pensare, sentire ed agire. Se noi in Europa, anche dentro e dopo questa pandemia, non restiamo insieme, non rendiamo onore a questo 8 maggio”, ha incalzato il presidente socialdemocratico. “All’epoca fummo liberati – la chiosa -. Oggi dobbiamo liberare noi stessi. Dall’odio, dalla xenofobia e dal disprezzo della democrazia”. Al suo fianco, nel monumento alle vittime della guerra della ‘Neue Wache’ di Berlino dove sono state poste delle corone di fiori – l’atto di Stato previsto inizialmente con 1.600 ospiti è stato disdetto a causa del coronavirus – c’era la cancelliera Angela Merkel, che ha telefonato al presidente russo Vladimir Putin, a quello francese Emmanuel Macron e all’americano Donald Trump per ricordare “i milioni di vittime e la sofferenza incommensurabile” provocata dalla Germania nazista con la guerra. Alla commemorazione erano inoltre presenti i rappresentanti degli organi dello Stato: il presidente del Bundestag, Wolfgang Schaeuble, il presidente del Senato, Dietmar Woidke e il presidente della Corte costituzionale Andreas Vosskuhle.

    Tornando al conflitto provocato da Adolf Hitler, che provocò la morte di circa 60 milioni di persone nel mondo uccise 6 milioni di ebrei europei nell’orrore dei campi di sterminio, Steinmeier ha ribadito che non è possibile tirare una linea col passato: “Chi lo fa toglie valore a tutto quello che abbiamo conquistato da allora e rinnega il seme essenziale della nostra democrazia”. Questa festa una tantum ha riguardato soltanto il calendario del Land di Berlino. “Che debba diventare un giorno di festa nazionale, oppure no, lo deciderà il Parlamento – ha affermato il ministro degli Esteri Heiko Maas -. La cosa che conta è che, anche in Germania, l’8 maggio venga considerato nel modo giusto. Come giornata della liberazione. Come una giornata che si possa davvero festeggiare. E che ci rammenti quanta sofferenza abbiamo portato al mondo e quale responsabilità viene da questo per noi tutti”.

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