Germania

  • I venti anni dell’Euro

    Ieri “Il Patto” ha pubblicato un articolo sulla persecuzione dei cristiani, lamentando che su questo argomento il sistema dei media rimanga zitto e non informi, come dovrebbe essere naturale, di quel che succede ogni giorno, contro di essi, nel mondo. Ebbene, oggi ci lamentiamo perché i media hanno perso un’altra occasione. Il 15 gennaio a Strasburgo, il Parlamento europeo ha celebrato i vent’anni dell’entrata in funzione dell’Euro, un’occasione ottima per chiarire ai cittadini la funzione svolta dalla moneta comune, le sue eventuali debolezze, la cause di queste défaillance, i suoi vantaggi e le sue prospettive. Dopo tanto parlare che si è fatto durante la campagna elettorale del marzo scorso, dopo le tante accuse rivolte dai nuovi politici alla moneta comune, responsabile, secondo la loro sprovveduta non conoscenza – di tutti i mali che hanno colpito l’Italia (la povertà, la disoccupazione, la crisi finanziaria, la fuga dei giovani, il ridotto investimento di capitali stranieri nel nostro Paese, ecc.) sarebbe stato più che opportuno ed utile conoscere l’opinione di tanti personaggi esperti e competenti, sulle virtù e sui vizi dell’euro. Dal dibattito parlamentare, tuttavia, sono emerse sostanzialmente due elementi inoppugnabili, nonostante ciò che ne dicono i detrattori o i giovani politici attuali che si permettono di parlare di finanza internazionale avendo soltanto un’esperienza da baristi e da galoppini. Il primo è il suo riconosciuto e straordinario successo. Il secondo attiene alla forza di chi ha attuato questa impresa nella crisi finanziaria globale, la quale è durata dieci anni, cioè oltre la metà della vita dell’euro e di due terzi della sua circolazione fisica. Sono dati inoppugnabili, non opinioni, e Renzo Rosati, su Il Foglio del 16 gennaio, afferma che “la situazione avrebbe stroncato qualsiasi altra istituzione e alleanza multinazionale”. A riprova, cita il caso del dollaro, che fu scelto come moneta dagli Stati Uniti nel 1785, ma che solo dal 1929 la Federal Reserve  ne stampa le banconote e agisce da Banca centrale e prestatrice di ultima istanza. Il dollaro ha impiegato un secolo e mezzo per il suo rodaggio. L’euro soltanto venti anni. La forza a questa impresa l’hanno essenzialmente data soltanto due persone: Angela Merkel e Mario Draghi. La prima ha dovuto battersi anche con il suo governo e con la Bundesbank, talvolta riluttanti verso le decisioni della BCE. Ebbe scontri assai duri con il suo ministro delle Finanze Wolfang Schauble, che tra l’altro aveva un forte impatto sull’opinione pubblica. Il che sta a significare che la posta in ballo era molto alta e che la Cancelliera sfidava anche l’opinione pubblica, certa com’era della bontà delle sue scelte. I fatti le diedero ragione, ma il logorio del potere cominciò a manifestarsi proprio in occasione delle ultime elezioni politiche del 24 settembre 2017, con le quali il candidato socialista Schulz scomparve dalla vita politica. L’euro nel frattempo, con le decisioni di Draghi, resistette all’onda d’urto della crisi e alla cattiva gestione delle banche nell’utilizzo smoderato dei “derivati”. Non solo si è salvato, ma si è  anche rafforzato. Nel suo rapporto  annuale relativo al 2017 della BCE Draghi ha fornito altri elementi di valutazione. Nonostante il rallentamento dell’economia non c’è all’orizzonte nessuna crisi fatale. Anche l’economia tedesca sta sfuggendo alla recessione e la fine del soccorso monetario rappresentato dal Quantitative easing non modifica la situazione di lenta ripresa. Dei 19 Paesi dell’eurozona, sola l’Italia si trova in guai veri. “Gran parte delle sfide  – ha aggiunto Draghi – sono globali  e possono essere affrontate solo insieme. La vera sovranità sta in questa Unione, perché altrimenti andrebbe persa nella globalizzazione. In questo senso l’euro ha dato a tutti i membri la propria sovranità monetaria e un potente motore  di crescita per sostenere i propri standard di vita”. Già, ma l’Italia è in fondo alla classifica della crescita. Di chi la colpa, allora? Ma certo, dell’Euro! Così i governanti scaricano sulla moneta che ha compiuto quei miracoli la responsabilità del loro fallimento. Incredibile! L’Unione europea, infatti, è oggi l’area più ricca e omogenea del mondo, che conta 350 milioni di abitanti, un poco di più degli Usa, ma con un Pil appena al di sotto di quello americano. I due maggiori protagonisti della storia dell’euro sono quasi giunti al termine della loro parabola. Non vediamo nessuno all’orizzonte che possa sostituirli nel portare a termine l’opera iniziata da loro a favore della moneta unica. La BCE dispone di strumenti ancora limitati rispetto alla Federal Reserve, che può intervenire direttamente sul cambio e che continua ad aumentare i tassi, cosa ancora molto problematica per la BCE. Le critiche all’euro sembrano diminuite, anche se l’euroscetticismo di Matteo Salvini l’ha portato ad accusare la BCE di prevaricazione e causa di instabilità per i risparmi. Che al coro contro Strasburgo e l’Unione s’aggiungano Di Maio e Di Battista, è normale. Tra esperti ci si intende. Ma che ad essi si unisca la voce del vicedirettore del Corriere della Sera Aldo Cazzullo, la dice lunga sulla correttezza dell’informazione e soprattutto sulla sua completezza. “Un compleanno nel quale non c’è molto da festeggiare” – ha dichiarato a proposito della seduta speciale del Parlamento europeo sull’anniversario dell’euro. L’opinione è la seguente: solo la Germania ci ha guadagnato. La Francia è stata una delle nazioni più penalizzate e peggio è andata per le altre grandi economie continentali: la spagnola e l’italiana. E’ un’opinione. Ma i numeri contano qualcosa? Pare dicano il contrario. Senza euro e aggancio con la Germania la vulnerabile economia francese non avrebbe retto alla crisi, tanto meno il suo debito pubblico. Quanto alla Spagna, ancora meno. Per l’Italia, giudicate voi. I numeri dell’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro ci confortano: nel 2018 gli italiani per l’euro raggiungono il 57%, (12 punti in più rispetto a un anno fa). I contrari sono scesi al 30%. I francesi pro euro sono il 59% e gli spagnoli il 62%. Vorrà pur dire qualcosa, anche senza informazione diretta o con un’informazione incompleta!

  • La Germania nel mirino per i furti nazisti promette di restituire 2.500 opere d’arte

    Secondo il giornale tedesco Bild, a 74 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, nei depositi del governo tedesco a Berlino-Weissensee, o esposte nei musei o negli uffici di istituzioni pubbliche, si trovano ancora circa 2.500 Raubkunst, opere d’arte trafugate dai nazisti (le cifre sono talmente varie, da 600mila a 5 milioni di opere, da aiutare a far confusione più che chiarezza) di cui si attende di individuare i legittimi proprietari (il ministro delle Finanze tedesche ha confermato la cifra delle opere in questione, il governo ha ribadito di volerle restituire). 

    Il patrimonio dello Stato tedesco conservato nei depositi ammonta complessivamente a 48.000 oggetti fra dipinti, sculture, strumenti musicali, mobili, porcellane, libri antichi, monete e francobolli e circa 2.500 di essi (2.100 quadri più monete e libri) sono di incerta provenienza. Nel 1998 Berlino ha aderito all’Accordo di Washington, i cui oltre 40 firmatari si impegnavano nel 1998 a fare luce sui crimini nazisti ai danni di collezionisti e mercanti d’arte e a cercare di arrivare a un’intesa con gli eredi delle vittime. Finora però, secondo quanto risulta all’ente tedesco che amministra i beni pubblici sotto la giurisdizione del ministero delle Finanze, sono state identificate e restituite solo 54 opere mentre sono in corso trattative, secondo quanto dichiarato dal ministero della Cultura, per la restituzione di altre 12. La Germania non ha una legge sulla restituzione, come quella di cui si è invece dotata l’Austria nel 2012, ma sono gli stessi tedeschi a provare imbarazzo per opere detenute nel loro Paese e di provenienza non esente da dubbi. Tedesco è il direttore degli Uffizi a Firenze, Eike Schmidt, che l’ultimo dell’anno, davanti alle telecamere, ha appeso una copia di una tela trafugata dai nazisti – il Vaso di fiori del pittore olandese Jan van Huysum, rubato da un soldato tedesco durante la guerra – chiedendo al suo governo di adoperarsi per la restituzione del quadro. Per dar prova della buona volontà della Germania, pochi giorni dopo, l’8 gennaio, la ministra della Cultura, Monika Grütters, ha provveduto alla restituzione di un quadro della collezione Gurlitt (Ritratto di donna seduta del francese Thomas Couture) agli eredi del proprietario ebreo. Alla Raubkunst era dedicato anche un film di e con George Clooney del 2014, The Monuments Men, sulla caccia degli alleati alle opere d’arte rubate e nascoste dai nazisti in Germania.

  • Achtung Binational Babies: i bambini non sono tutti uguali

    Riceviamo e pubblichiamo lo scritto della D.ssa Marinella Colombo[1] che da oltre 10 anni si batte per il diritto dei bambini alla bigenitorialità e affinché lo Stato Italiano inizi davvero a difendere i propri figli, soprattutto contro gli abusi del sistema familiare tedesco controllato dallo Jugendamt.

    “All’inizio di maggio del 2009, i miei bambini sono stati prelevati con la forza dalla scuola elementare (https://www.youtube.com/watch?v=l7IXfmQRtoE&t=70s ) che, con accordo scritto del padre tedesco (accordo firmato davanti al vice questore di Milano), stavano frequentando. A mia insaputa, avevano tutti cambiato idea, i miei figli dovevano tornare in Germania. Per ottenerlo, la pressione tedesca su politici e magistrati italiani è stata inaudita. L’ubbidienza totale. L’ufficio dell’allora ministro Franco Frattini rispose alla mia richiesta di giustizia con il commento: “abbiamo troppi interessi commerciali con la Germania, se vogliono questi due ragazzini, diamoglieli”. Da allora la persecuzione alla mia persona, provatamente finalizzata ad ottenere il mio silenzio, non è ancora terminata. Dopo la prigione, la confisca dei miei risparmi, il sequestro di quelli di mia mamma e la condanna a pagare quasi 100.000 euro di risarcimento alla parte tedesca che, forte del sostegno totale del SUO sistema, mi ha impedito di mantenere una relazione con i miei figli, ricevo pochi giorni fa la comunicazione dell’agenzia delle entrate che vi invio. Sto ancora pagando il risarcimento a chi non ha rispettato gli accordi, ma evidentemente non basta: l’agenzia delle entrate mi chiede di pagare la mensa di figli che sono stati impacchettati e spediti in Germania, perché non ho dato la disdetta con il dovuto preavviso!

    Qualcuno potrà chiedersi perché ho aspettato tanti anni, facendo salire gli interessi e i costi reclamati fino a 700,- euro. Non è così. Quando ho ricevuto la prima comunicazione (2013-2014) mi sono rivolta al Comune di Milano, all’origine della richiesta. Mi ha ricevuto il sig. Basilio Rizzo, al tempo Presidente del Consiglio Comunale (Giunta Pisapia), assicurandomi che il problema sarebbe stato risolto poiché si trattava di un’ingiustizia. Lo richiamai due o tre volte per esserne certa, poi in effetti non ricevetti più nulla. Fino alla settimana scorsa. Vi scrivo perché sono certa di non essere l’unica a subire tali soprusi, perché i bambini italiani trattenuti in Germania sono migliaia e perché è ora che, quando si affronta il tema dei bambini, ci si ricordi che i bambini sono tutti uguali, che possono avere diversi colori di pelle e di capelli, provenire da famiglie agiate o modeste, ma hanno tutti il diritto a non subire traumi e a vivere un’infanzia serena. Anche i bambini italiani.

    Vorrei chiedere a quei politici, scrittori e cantanti che sono scesi in piazza affinché i bambini stranieri potessero usufruire della mensa scolastica anche in mancanza della presentazione completa per l’esenzione, perché non una parola per il problema che da anni rappresento in tutte le sedi, quello dei bambini italiani mandati o trattenuti all’estero?  Perché vengono idolatrati i sindaci che dichiarano di non voler rispettare una Legge dello Stato e invece una madre che ha aperto il vaso di Pandora delle relazioni italo-tedesche viene trattata per questo come una criminale?

    Vorrei che qualcuno mi spiegasse per quale motivo i bambini e i genitori italiani hanno meno diritti degli altri; vorrei sapere perché si infrange la legge pur di trasformare in criminale ogni genitore con i figli all’estero e che tenta di battersi, forzatamente da solo, per riportare a casa il suo tesoro più grande.

    Come hanno agito i governi passati, lo sappiamo. Al governo attuale chiedo si metta fine all’autorazzismo e al complesso di inferiorità nei confronti degli altri Stati e della Germania in particolare; chiedo si concluda questa persecuzione pseudo legale contro di me, contro chi ha aperto questo vaso di Pandora: guardateci in quel vaso, troverete un disgustoso commercio di bambini finalizzato a convenienze politiche.

    Sono mesi che chiedo di mostrarvi le evidenze e sottoporvi le soluzioni elaborate insieme ad un gruppo di esperti, ma c’è sempre qualche tema più urgente. Ma i bambini crescono in fretta e in un attimo sono uomini e donne traumatizzati. Per favore non attendiamo oltre.

    I bambini sono tutti uguali. Anche quelli italiani!

    Vi ringrazio per l’attenzione.

    Dott.ssa Marinella Colombo

    [1] Membro della European Press Federation, Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus, Membro dell’Associazione Enfants Otages, Membro dell’Associazione Federiconelcuore Onlus, Membro dell’Associazione Crisalide Onlus.

  • Achtung Binational Babies: Condanna dello Jugendamt da parte del Parlamento europeo

    Dopo anni di dolorose, impari lotte, abbiamo finalmente ottenuto un documento ufficiale del Parlamento Europeo che “ricorda alla Germania i suoi obblighi internazionali ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, compreso l’articolo 8” e riconosce che il sistema tedesco in materia di diritto di famiglia controllato dallo Jugendamt discrimina i genitori stranieri e lede, anziché proteggere, l’interesse superiore del minore.

    Per ottenere tale documento ci siamo impegnati in prima persona per oltre due legislature. Il nostro lavoro è stato sempre osteggiato dagli eurodeputati tedeschi di tutti i gruppi politici e purtroppo anche da molti eurodeputati italiani che hanno pedissequamente seguito le indicazioni del loro gruppo di appartenenza (per lo più a maggioranza tedesca) lavorando così contro gli interessi del loro Paese e dei loro concittadini. In quest’ultima legislatura abbiamo avuto il supporto dell’eurodeputata italiana della Commissione Petizioni e siamo riusciti ad avere su questo tema un Gruppo di Lavoro che ha stilato una serie di raccomandazioni[1], per arrivare poi alla Proposta di risoluzione[2], discussa in Plenaria il 15 novembre e votata da tutto il Parlamento europeo il 29 novembre 2018[3]. Oggi nessuno e soprattutto nessuna Autorità, né politico, né magistrato italiano potrà dire “non sapevo”, “non è vero”, “è un’invenzione dei germanofobi”.  Ma c’è di più, oltre a evidenziare le discriminazionidi cui sono vittime i genitori non-tedeschi in Germania e ad elencare una serie di raccomandazioni alla Germania (che come al solito quel paese disattenderà) il documento costringe anche le nostre autorità consolari e diplomatiche in genere a prendersi carico dei propri connazionali che denunciano discriminazioni gravi, quali il ritiro senza motivo fondato dell’affido e della potestà sui figli.

    Inoltre “ricorda agli Stati membri l’importanza di attuare sistematicamente le disposizioni della convenzione di Vienna del 1963 e di assicurarsi che le ambasciate e le rappresentanze consolari siano informate fin dalle prime fasi di tutti i procedimenti di presa in carico dei minori riguardanti i loro cittadini e abbiano pieno accesso ai relativi documenti; sottolinea l’importanza di una cooperazione consolare affidabile in questo settore e suggerisce che alle autorità consolari sia consentito di partecipare a tutte le fasi del procedimento”. Non ci saranno dunque più scuse, il Console competente può d’ora in poi chiedere di visionare gli atti relativi al concittadino che ha chiesto il suo aiuto (il nostro consiglio: dovrà ricordarsi di chiedere anche del fascicolo, di solito segreto, tenuto dallo Jugendamt!) e quando verrà richiesta la sua presenza durante le udienze, potrà e dovrà esserci!

    Anche giudici ed avvocati italiani dovranno leggere attentamente questo documento prima di autorizzare un genitore a trasferirsi dall’Italia in Germania (il rischio di perdere il genitore che resta in Italia è pari al 99%) e, nel caso in cui emettano una sentenza che andrà riconosciuta in Germania, devono sapere che i bambini, anche se di soli 3 anni, vanno ascoltati, pena il non-riconoscimento della stessa da parte dei tribunali tedeschi. Ciò che sosteniamo da anni è ora finalmente scritto nel testo del Parlamento che “esprime preoccupazione per il fatto che, nelle controversie familiari che hanno implicazioni transfrontaliere” le autorità tedesche possono “rifiutare sistematicamente di riconoscere le decisioni giudiziarie adottate in altri Stati membri nei casi in cui i minori che non hanno ancora tre anni non siano stati ascoltati”.

    In particolare i giudici dei Tribunali per i Minorenni competenti per i procedimenti in Convenzione Aja (e l’Autorità centrale del Ministero) non dovrebbero più limitarsi ad effettuare rimpatri (o a lasciare il bambino all’estero) solo sulla base del principio che il bambino abitava all’estero (o non è nato in Italia) perché il concetto di residenza abituale non è univoco, come (finalmente) ci ricorda il documento del Parlamento europeo che “sottolinea, conformemente alla giurisprudenza della CGUE, la nozione autonoma di “residenza abituale” del minore nella legislazione dell’UE e la pluralità dei criteri che le giurisdizioni nazionali devono utilizzare per determinare la residenza abituale.

    Questa risoluzione ci aiuta infine nel grande lavoro di informazione fatto da anni, confermando quanto già avevamo instancabilmente spiegato perché “sottolinea il diritto dei cittadini di rifiutare di accettare documenti non scritti o tradotti in una lingua che comprendono, come previsto all’articolo 8, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 1393/2007 relativo alla notificazione e comunicazione di atti; invita la Commissione a valutare attentamente l’attuazione in Germania delle disposizioni di tale regolamento al fine di affrontare adeguatamente tutte le possibili violazioni”. E’ dunque ufficiale, basta lettere di minaccia in tedesco inviate dallo Jugendamt! Rispediremo al mittente, come previsto dal citato regolamento, ogni comunicazione che non sia redatta in Italiano.

    La battaglia contro questo sistema che si appropria dei bambini e delle vite altrui non è finita, questa è però una battaglia vinta. Ce ne saranno altre e ci vedranno sempre in prima linea.

    [1]

    [2]

    [3]

  • Peggiorata l’economia in Germania

    L’economia tedesca non se la passa bene. Come riporta Wall Street Italia, l’indice Ifo, che che misura la fiducia delle imprese tedesche, a novembre, è sceso a 102 punti dai 102,8 registrati nel precedente mese di ottobre, confermando in questo modo un peggioramento delle condizioni economiche.

    L’indice Ifo relativo alle aspettative è sceso a 98,7 punti dai 99,8 punti di ottobre mentre l’indice che misura le condizioni attuali ha registrato una flessione a 105,4 punti dai 105,9 del mese precedente.

  • La Germania, la politica estera e l’Europa

    Il 12 e il 13 luglio 2018 si è riunita a Bruxelles la conferenza al vertice della Nato. Nel corso dei lavori il presidente americano Trump ha fatto scalpore con alcune perentorie dichiarazioni. La prima è stata una minaccia di uscita degli Usa dall’organizzazione, se non si fosse risolto il problema della ripartizione degli oneri per la difesa, oggi quasi tutti a carico degli Stati Uniti. La seconda si è espressa in un veto indirizzato alla cancelliera Merkel per la realizzazione del “Nord Stream 2”, cioè del raddoppio del gasdotto esistente che collega già in maniera diretta la Russia con il territorio tedesco attraverso il Mar Baltico, raddoppio non solo dell’infrastruttura, ma anche della quantità di gas naturale russo (55 miliardi di metri cubi di gas) trasportato verso il mercato europeo, con conseguenze economiche e strategiche facilmente immaginabili. Con la solita brutale franchezza Trump faceva osservare che gli pareva inaccettabile che la Germania facesse affari miliardari con la Russia mentre gli Usa pagavano miliardi per la sua difesa. Gli pareva inoltre inopportuna una politica energetica tedesca dipendente in larga misura dalla Russia. Questi rilievi “amichevoli” furono accolti senza apparente e manifesta contrarietà dal governo tedesco. Una diplomatica risposta è stata però indirettamente espressa il 22 agosto sul quotidiano “Handelsblaat”dal ministro degli Esteri Haiko Maas, il quale ha delineato i contorni di una “nuova strategia americana” nei confronti della Germania e ha definito le basi “di un rinnovamento della collaborazione” con l’alleato transatlantico, in partenariato con gli altri Paesi europei. Quel che più conta però è stato il seguito, cioè la richiesta di una revisione della politica estera del suo Paese e di una “autonomia strategica dell’Europa”, facendo dell’UE “un pilastro dell’ordine internazionale”. Questa convergenza, della Germania e dell’Unione europea – si chiede l’Istituto europeo delle Relazioni internazionali di Bruxelles (IERI) – permetterà d’instaurare “un partenariato equilibrato” con gli Stati Uniti d’America? Autonomia strategica! Vuol dire forse la definizione autonoma di una politica estera europea? Ci sembra una svolta storica questa intrapresa dal capo della diplomazia tedesca, una svolta come non accadeva dal 1949, anno della costituzione della Repubblica federale di Germania. Siamo veramente all’inizio di una nuova fase diplomatica? Oppure, per il momento, siamo soltanto all’auspicio di un nuovo periodo per le relazioni internazionali? A noi pare comunque che questa svolta sia un elemento notevole da non sottovalutare. Il sistema dei media non ha dato all’evento l’importanza che esso merita, ma certamente le cancellerie dei Paesi europei, ed in primo luogo di Germania e Francia, non potranno non considerare la rilevanza dell’evento. E’ indubbio che la politica estera della Germania – afferma sempre l’INRI – dopo aver superato i limiti della “politica renana” di Khol e della “via tedesca” di Schröder, ha voltato la schiena alla “potenza discreta” della Merkel, reagendo in questo modo alle provocazioni sovraniste di Trump e alla frammentazione decisionale dell’UE di fronte alle nuove sfide dell’ordine (o del disordine?) mondiale. Le dichiarazioni di Heiko Maas, che richiamano una presa di distanza dagli Usa, ricordano implicitamente almeno tre momenti significativi della storia tedesca e sottolineano la lenta maturazione della sua politica estera dopo la fine del bipolarismo: 1) il rapporto Lamers-Schauble del 1994 sulle nuove responsabilità della Germania dopo la riunificazione del 3 ottobre 1990 e la visione di un’Europa reconfigurata, 2) la dichiarazione della Merkel a Monaco nel maggio del 2017 sull’emancipazione dell’Europa nei confronti degli Usa e sulla necessità per gli europei di “prendere in mano il loro destino”, 3) il già ricordato vertice della Nato del luglio 2018 a Bruxelles. Non è quindi una novità questa prospettiva tracciata dal ministro degli Esteri attuale. Come non è una novità di oggi il cambiamento della politica americana verso l’UE. Esso è cominciato ben prima dell’elezione di Trump – conferma il ministro tedesco – e sopravvivrà alla sua presidenza.

    Come potranno estrinsecarsi i propositi tedeschi nella politica dell’UE? Temiamo che le elezioni dell’anno prossimo per il rinnovo dei parlamentari europei non lascino spazio per un dibattito di questo tipo. A meno che qualche governo, o qualche gruppo politico del Parlamento europeo, non  faccia rientrare questi temi nel proprio programma elettorale. Se ciò accadesse, sarebbe un passo avanti di notevole portata, perché il tema dell’ “autonomia strategica” diventerebbe familiare anche all’opinione pubblica.

  • Merkel sulla Brexit: “Abbiamo fatto molta strada”

    Dopo l’incontro della premier britannica Theresa May con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, Angela Merkel, cancelliera della Repubblica federale di Germania, si è dichiarata soddisfatta: “Abbiamo fatto molta strada – ha affermato – ma certamente servirà ancora discutere molto, specialmente con la Gran Bretagna”.  La Merkel preme affinché si trovi al più presto un’intesa per scongiurare una Brexit disordinata che porta risvolti negativi. Soddisfatta, dunque, ma con qualche riserva. Esprime ottimismo, invece, Theresa May,  dopo l’intesa raggiunta tra le due parti sulla bozza del testo che definisce le relazioni future tra Londra e Bruxelles. “È stato un buon incontro e abbiamo fatto ulteriori progressi (…) Spero possa condurre alla soluzione delle questioni rimaste”. Durante l’incontro – afferma anche un portavoce della Commissione – “sono stati fatti dei buoni e nuovi progressi. Il lavoro continua”. Il testo concordato, tuttavia, non rappresenta nulla di definitivo. I 27 Paesi dell’UE lo approveranno certamente in occasione della riunione del prossimo Consiglio, mentre il parlamento britannico potrebbe respingerlo. Il tentativo di far dimettere la May dopo la crisi apertasi in seno al suo partito in seguito al voto favorevole del governo sull’accordo, non è riuscito fino ad ora. Le 48 firme necessarie per presentare la sfiducia non sono state raccolte. Ne mancavano soltanto tre o quattro, ma sufficienti a bloccare la manovra contro la premier. La May resiste, indomita e tenace. L’opinione pubblica pare apprezzare questo aspetto del suo temperamento. E’ sempre stata creduta labile e indecisa. Dimostra invece, in questa vicenda burrascosa e grave del raggiungimento di un accordo con l’UE, una decisa volontà da un lato di perseguire la scelta maggioritaria dell’elettorato per l’uscita dall’UE e dall’altro di non farsi travolgere dagli avversari nel suo stesso governo e nel suo partito. Più volte ha affermato che l’accordo raggiunto è il migliore che si potesse ottenere nella situazione attuale. O questo accordo, o nessun accordo, il che sarebbe un disastro ulteriore per il Regno Unito. I suoi avversari lo sanno, ma forse proprio per questo i loro tentativi di rovesciarla non riescono. Dopo l’incontro con Juncker sulla definizione dei futuri rapporti tra RU e UE, la sterlina è stata euforica sui mercati valutari. Il superamento della difficoltà nel Regno Unito e la concordanza con l’UE, anche se non ottimale (la questione del confine con l’Irlanda del Nord non è stata risolta in via definitiva; il risultato raggiunto è solo provvisorio), non impressiona i mercati e gli investitori, per ora. Vedremo il seguito. Ma non disperiamo perché Il testo prevede inoltre l’equivalenza di trattamento per le banche del Regno Unito, e che Londra e Bruxelles si impegnino in una cooperazione doganale “profonda”. Un altro passo dunque è stato fatto dalla May nella giusta direzione, che sembra positiva anche per il mondo finanziario. Nessun sconquasso monetario, ma divisioni a non finire nel suo campo. Fino a quando resisterà?

  • Angela Merkel rinuncia alla candidatura per il 4° cancellierato

    Il 7 e 8 dicembre prossimi, ad Amburgo, avrà luogo il congresso annuale della CDU (Unione Cristiano-democratica) il partito di Angela Merkel. Avendo dichiarato che non è più in corsa per la candidatura a cancelliere ed  essendo il cancelliere,  per tradizione, il capo del partito di maggioranza, il congresso avrà un’importanza storica, perché dopo tre legislature presiedute dalla Merkel, ora la CDU dovrà scegliere il suo successore all’altezza della situazione. Chi sono i possibili candidati? C’è un erede designato? Riuscirà la CDU a rimontare la china elettorale lungo la quale è precipitata nell’ultimo anno? Sono domande tutte strettamente collegate all’avvenire del partito che è stato di maggioranza fin dalla fine della seconda guerra mondiale e al futuro della Germania, dal quale non può prescindere quello dell’Europa. Una cosa positiva, comunque, sembra rappresentata dal fatto che finalmente la CDU affronterà un vero dibattito sul suo domani, dibattito che è mancato durante il periodo della  leadership di Helmut Khol e poi di quella della Merkel. Erano loro che garantivano la gestione, sempre eccellente, degli affari di partito e di quelli della Repubblica federale. Ora, tuttavia, le cose sono cambiate. Le conseguenze della globalizzazione, l’introduzione del sistema digitale per i privati e per le istituzioni pubbliche, il fenomeno della forte migrazione con l’arrivo in Germania, oltre che nel resto dell’Europa, di numerose presenze islamiche, la maggioranza delle quali non si integra nel tessuto sociale e culturale dei tedeschi e degli europei, ma pratica e rispetta le leggi della sharia, configgenti con quelle della tradizione culturale dell’Occidente, sono tutti elementi che modificano gli stili di vita praticati fino ad ora. Il fenomeno del terrorismo solleva problemi di sicurezza di non facile soluzione ed il sentimento della paura, in Germania come negli altri Paesi europei, investe larghi strati della popolazione e provoca spostamenti elettorali che privilegiano il nazionalismo populista. Non sono questioni momentanee quelle qui ricordate. Sono temi che influenzeranno le scelte popolari per i prossimi anni. E le forze politiche, fra le quali la CDU in primis, come reagiranno a questi fenomeni? Cosa proporranno agli elettori per non rimanere vittime di queste nuove realtà? Con la Merkel il partito era sotto controllo e nel blocco conservatore non furono certamente incoraggiati  i dibattiti sul futuro e/o sulle eventuali riforme. A parte qualche mormorio sulla dimensione del fenomeno migratorio accolto, non si sono mai manifestate alternative alla leadership della Merkel. Ora pare che vi siano almeno tre pretendenti alla successione. Una sarebbe Annegret Kramp-Karrenbauer, 56 anni, attuale segretaria generale della CDU scelta dalla Merkel nel febbraio scorso. Già premier della Sarreland, appartiene all’ala liberale del partito, ma su posizioni più conservatrici della Merkel sulle questioni delle migrazioni e dei matrimoni gay. Un altro pretendente è Jens Spahn, 38 anni, noto per la sua manifesta ambizione. La Merkel l’anno scorso l’aveva voluto al governo come ministro della salute. Nella CDU si colloca a destra ed è molto critico nei confronti delle politiche migratorie della Merkel e della doppia cittadinanza. Infine, c’è l’ex nemico del cancelliere, il sessantatreenne Friedrich Merz. Un tempo era il capo del blocco conservatore in parlamento, che è un posto molto influente. A quel tempo, aveva ambizioni di correre contro la Merkel, finché lei non lo mise da parte senza tante cerimonie. Ora sta pianificando un ritorno, sperando di ottenere il sostegno della comunità imprenditoriale. Sebbene tutti e tre abbiano un carattere molto diverso, tutti sanno che se qualcuno di loro vuole diventare il prossimo cancelliere della Germania, deve riconquistare le centinaia di migliaia di voti che sono andati all’Alternativa di estrema destra per la Germania (AfD) o ai Verdi. Chi vincerà la corsa alla leadership del partito e spera di diventare il prossimo cancelliere non potrà non rivedere il ruolo della Germania in Europa e valutare le riforme da compiere nell’UE di fronte alla digitalizzazione, al ritmo incontrollato della globalizzazione, all’ascesa della Cina e alla definizione di nuovi rapporti con l’America di Trump. Non potrà, in altri termini, ritenere che la situazione attuale in cui si trova l’UE sia adeguata alle sfide che ha di fronte e che comprendono anche l’affermarsi in vari Paesi europei del  nazionalismo populista, generalmente euroscettico, quando non proprio antieuropeo. Sono tutte sfide che implicano un nuovo approccio alla politica estera, di sicurezza e di difesa comuni. Si tratta in sostanza di proteggere i valori e le istituzioni democratiche, ora sotto pressione per i fenomeni ai quali abbiamo accennato, e di riuscire a far fare  passi avanti all’Europa politica, non solo a quella economica o finanziaria. Saranno all’altezza di questo compito immane i pretendenti? Chi di loro riuscirà vincente? Quali forze all’interno della CDU sapranno coagulare i favori per la riuscita di un candidato all’altezza della situazione? Un candidato che non fosse idoneo alla definizione di una nuova strategia sarebbe un passo indietro rispetto ai traguardi politici raggiunti dalla Merkel. La definizione di nuove strategie è la condizione sine qua non per l’affermazione della CDU nei prossimi anni e per la garanzia di sicurezza che i tedeschi richiedono al loro governo. Se ciò non avverrà, la Germania incontrerà un periodo di pericolosa instabilità, nociva non solo ai tedeschi, ma purtroppo all’intera Europa.

  • I pm tedeschi indagano su un’ipotesi di maxi frode al fisco dei Paesi Ue

    Le procure di Colonia, Monaco e Francoforte stanno indagando sull’ipotesi di una maxi frode fiscale da 55 miliardi di dollari realizzata in diversi paesi europei nell’arco di 15 anni attraverso un gigantesco meccanismo legato alla compravendita di azioni di società quotate.

    Sarebbero sei le persone finora coinvolte, compresi alcuni ex dipendenti della sede londinese della HypoVereinsbank, che fa capo al gruppo Unicredit. Le indagini degli inquirenti tedeschi coinvolgerebbero le filiali di diversi gruppi finanziari come Santander, Barclays, Goldman Sachs, Bank of America, Macquarie Group, Bnp Paribas, Société Générale, Crédit Agricole e HypoVereinsbank

    Il meccanismo alla base della frode è incentrato sull’acquisto e la successiva vendita di titoli azionari in prossimità dello stacco dei dividendi. Diverse azioni sarebbero state acquistate allo scoperto prima del pagamento dei dividendi per poi essere rivendute dopo lo stacco della cedola, attraverso però dei fondi pensione e dei fondi d’investimento che godono di un credito d’imposta in Germania.

    Secondo quanto scrive il giornale tedesco Zeit Online, le autorità fiscali tedesche avevano perso almeno 31,8 miliardi di euro tra il 2001 e il 2016 a causa del meccanismo messo in atto dalle banche. Nel sospetto giro di evasione fiscale sarebbe stata colpita anche l’Italia, il cui fisco avrebbe perso 4,5 miliardi di euro (per la Francia sarebbe stato di almeno 17 miliardi, per la Danimarca di 1,7 miliardi e per il Belgio di 201 milioni).

  • Il test elettorale in Baviera prelude ai cambiamenti Che avverranno con le elezioni europee del maggio prossimo?

    Questi, in sintesi, i risultati più significativi del voto bavarese: la CSU (Unione Cristiano-sociale) ha ottenuto il 37% (12 punti in meno rispetto alle elezioni di cinque anni fa), i socialdemocratici ottengono il 9,5% (dieci punti in meno), i Verdi balzano al 17% (9 punti in più), l’Afd (euroscettici di destra) all’11% (entrano per la prima volta nel Landtag). I liberali del Fdp al 5% e la Linke (comunisti) al 3,5%. Quindi secca sconfitta della CSU, anche se rimane il primo partito in Baviera, sconfitta severa per i socialdemocratici, balzo in avanti dei Verdi e, per la prima volta, dell’estrema destra. Sono stati puniti dagli elettori i partiti che erano al governo della Baviera. Le ragioni sono quelle legate allo scontento creato dall’afflusso incontrollato di immigrati e dall’insicurezza da essi creata, anche se di questo disagio se ne è parlato poco, anzi, non se n’è parlato affatto. Ma il disagio esiste, ed è molto forte e, per certi aspetti, preoccupante anche per le ripercussioni che se ne possono avere sugli equilibri politici a livello nazionale. Non a caso i titoli dei giornali parlano di una secca sconfitta della Merkel, anche se le elezioni erano regionali e non nazionali. La Merkel viene citata perché è considerata la responsabile dell’afflusso dei migranti e quindi la causa prima dell’insicurezza di cui i cittadini soffrono per le conseguenze negative di questa presenza. Non si possono dimenticare fatti incresciosi come quello avvenuto prima di Natale dello scorso anno a Colonia, dove più di cento donne tedesche sono state violentate in una sola notte da orde di mussulmani. Fatti rincresciosissimi. Messi a tacere per evitare paure.  Ma accaduti e quindi non dimenticati dalla gente. La Baviera, oltretutto, è sempre stato un angolo di mondo in cui ordine e tranquillità, oltre che benessere, erano requisiti e pregi riconosciuti in tutto il mondo. Ma sembra, appunto, che la politica delle “porte aperte” abbia mandato in frantumi proprio l’ordine pubblico. Un grande senso di accoglienza pare tuttora  dominante in Germania. Ma già tre anni fa il rapporto annuale del Consiglio degli esperti delle Fondazioni tedesche in materia di immigrazione e integrazione, aveva avvertito che l’islam ha assunto un peso di grande rilevanza nella società tedesca. Per molti questo significa che la Germania è un paese civile. Per altri, invece, questa rilevanza è accolta con amarezza e i risultati elettorali che puniscono i partiti al governo, potrebbero esserne una conferma. Molti cittadini tedeschi, infatti, si sono detti pronti a lasciare definitivamente la Germania perché l’immigrazione di massa, e la radicalizzazione islamica che ne consegue, l’hanno resa irriconoscibile. Il quotidiano tedesco di Amburgo, Die Welt, ha riferito che a lasciare la Germania sono stati soprattutto tedeschi con un livello di istruzione elevato. Dalle statistiche non emergono le ragioni di questa emigrazione, ma sono proprio questi dati a denunciarle. Si sta prendendo coscienza, in Germania, del costo sociale, culturale e finanziario della politica delle “porte aperte” inaugurata dalla Merkel, che ora ne paga elettoralmente le spese perché, oltre tutto, il senso di sicurezza è diminuito e la presenza dell’islam si avverte soprattutto nell’imposizione delle sue consuetudini: spose bambine, matrimoni forzati, poligamia, stupri, indottrinamento dei bambini e dei giovani. In una trasmissione della Hessicher Rundfunk, l’emittente radiotelevisiva pubblica locale del Land tedesco dell’Assia, vengono mostrati bambini ai quali i genitori insegnano cosa sia davvero l’odio per gli infedeli, regalando loro pomeriggi davanti alla TV a visionare filmati di crudeli decapitazioni. Anche le motivazioni sono già pronte: se quelli erano infedeli, poco importa decapitarli o bruciarli vivi, se lo meritano quel che arriva loro. E’ questa l’educazione riservata dai genitori a molti bambini mussulmani nati in Germania: è il frutto dell’ingestibile flusso di immigrati e dell’influsso che su di essi esercitano i salafiti. Quel che accade in Germania con la presenza dell’islam, accade anche negli altri Paesi europei in cui sono giunti gli immigrati, Italia compresa. Ma non se ne può parlare liberamente perché chi è contrario all’immigrazione incontrollata, o all’affermarsi delle consuetudini islamiche, viene tacciato di razzismo e di xenofobia. Sono chiamati così quei partiti che crescono nell’elettorato perché criticano e rifiutano questo stato di cose. Ma i leader politici tradizionali sono consapevoli di quanto accade nei loro Paesi con la presenza islamica? La domanda è retorica perché non crediamo che siano talmente imbecilli da non accorgersene. Se subiscono questo stato di cose è per un falso quieto vivere, che quieto non lo è proprio, perché le conseguenze di questa presenza tende a modificare la cultura e gli usi e costumi di chi mussulmano non è. E che questo capiti in casa loro è una paradossale assurdità. Forse è il frutto del nichilismo imperante e del rifiuto di una fede religiosa che si contrapponga positivamente a quella mussulmana.

    Tutto, comunque, è in movimento e temiamo molto che questi risultati bavaresi siano l’anticipo ed il segnale di quello che potrebbe accadere nel maggio prossimo in occasione delle elezioni europee: un’Europa in preda all’instabilità ed incapace di dotarsi di istituzioni riformate, in grado di gestire una politica estera e di sicurezza comuni.

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