Germania

  • Il test elettorale in Baviera prelude ai cambiamenti Che avverranno con le elezioni europee del maggio prossimo?

    Questi, in sintesi, i risultati più significativi del voto bavarese: la CSU (Unione Cristiano-sociale) ha ottenuto il 37% (12 punti in meno rispetto alle elezioni di cinque anni fa), i socialdemocratici ottengono il 9,5% (dieci punti in meno), i Verdi balzano al 17% (9 punti in più), l’Afd (euroscettici di destra) all’11% (entrano per la prima volta nel Landtag). I liberali del Fdp al 5% e la Linke (comunisti) al 3,5%. Quindi secca sconfitta della CSU, anche se rimane il primo partito in Baviera, sconfitta severa per i socialdemocratici, balzo in avanti dei Verdi e, per la prima volta, dell’estrema destra. Sono stati puniti dagli elettori i partiti che erano al governo della Baviera. Le ragioni sono quelle legate allo scontento creato dall’afflusso incontrollato di immigrati e dall’insicurezza da essi creata, anche se di questo disagio se ne è parlato poco, anzi, non se n’è parlato affatto. Ma il disagio esiste, ed è molto forte e, per certi aspetti, preoccupante anche per le ripercussioni che se ne possono avere sugli equilibri politici a livello nazionale. Non a caso i titoli dei giornali parlano di una secca sconfitta della Merkel, anche se le elezioni erano regionali e non nazionali. La Merkel viene citata perché è considerata la responsabile dell’afflusso dei migranti e quindi la causa prima dell’insicurezza di cui i cittadini soffrono per le conseguenze negative di questa presenza. Non si possono dimenticare fatti incresciosi come quello avvenuto prima di Natale dello scorso anno a Colonia, dove più di cento donne tedesche sono state violentate in una sola notte da orde di mussulmani. Fatti rincresciosissimi. Messi a tacere per evitare paure.  Ma accaduti e quindi non dimenticati dalla gente. La Baviera, oltretutto, è sempre stato un angolo di mondo in cui ordine e tranquillità, oltre che benessere, erano requisiti e pregi riconosciuti in tutto il mondo. Ma sembra, appunto, che la politica delle “porte aperte” abbia mandato in frantumi proprio l’ordine pubblico. Un grande senso di accoglienza pare tuttora  dominante in Germania. Ma già tre anni fa il rapporto annuale del Consiglio degli esperti delle Fondazioni tedesche in materia di immigrazione e integrazione, aveva avvertito che l’islam ha assunto un peso di grande rilevanza nella società tedesca. Per molti questo significa che la Germania è un paese civile. Per altri, invece, questa rilevanza è accolta con amarezza e i risultati elettorali che puniscono i partiti al governo, potrebbero esserne una conferma. Molti cittadini tedeschi, infatti, si sono detti pronti a lasciare definitivamente la Germania perché l’immigrazione di massa, e la radicalizzazione islamica che ne consegue, l’hanno resa irriconoscibile. Il quotidiano tedesco di Amburgo, Die Welt, ha riferito che a lasciare la Germania sono stati soprattutto tedeschi con un livello di istruzione elevato. Dalle statistiche non emergono le ragioni di questa emigrazione, ma sono proprio questi dati a denunciarle. Si sta prendendo coscienza, in Germania, del costo sociale, culturale e finanziario della politica delle “porte aperte” inaugurata dalla Merkel, che ora ne paga elettoralmente le spese perché, oltre tutto, il senso di sicurezza è diminuito e la presenza dell’islam si avverte soprattutto nell’imposizione delle sue consuetudini: spose bambine, matrimoni forzati, poligamia, stupri, indottrinamento dei bambini e dei giovani. In una trasmissione della Hessicher Rundfunk, l’emittente radiotelevisiva pubblica locale del Land tedesco dell’Assia, vengono mostrati bambini ai quali i genitori insegnano cosa sia davvero l’odio per gli infedeli, regalando loro pomeriggi davanti alla TV a visionare filmati di crudeli decapitazioni. Anche le motivazioni sono già pronte: se quelli erano infedeli, poco importa decapitarli o bruciarli vivi, se lo meritano quel che arriva loro. E’ questa l’educazione riservata dai genitori a molti bambini mussulmani nati in Germania: è il frutto dell’ingestibile flusso di immigrati e dell’influsso che su di essi esercitano i salafiti. Quel che accade in Germania con la presenza dell’islam, accade anche negli altri Paesi europei in cui sono giunti gli immigrati, Italia compresa. Ma non se ne può parlare liberamente perché chi è contrario all’immigrazione incontrollata, o all’affermarsi delle consuetudini islamiche, viene tacciato di razzismo e di xenofobia. Sono chiamati così quei partiti che crescono nell’elettorato perché criticano e rifiutano questo stato di cose. Ma i leader politici tradizionali sono consapevoli di quanto accade nei loro Paesi con la presenza islamica? La domanda è retorica perché non crediamo che siano talmente imbecilli da non accorgersene. Se subiscono questo stato di cose è per un falso quieto vivere, che quieto non lo è proprio, perché le conseguenze di questa presenza tende a modificare la cultura e gli usi e costumi di chi mussulmano non è. E che questo capiti in casa loro è una paradossale assurdità. Forse è il frutto del nichilismo imperante e del rifiuto di una fede religiosa che si contrapponga positivamente a quella mussulmana.

    Tutto, comunque, è in movimento e temiamo molto che questi risultati bavaresi siano l’anticipo ed il segnale di quello che potrebbe accadere nel maggio prossimo in occasione delle elezioni europee: un’Europa in preda all’instabilità ed incapace di dotarsi di istituzioni riformate, in grado di gestire una politica estera e di sicurezza comuni.

  • Germany launches world’s first-ever hydrogen powered trains

    Germany launched the world’s first hydrogen train on Monday, September 17.

    With the departure of an Alstom-made train from Bremervörde from Lower Saxony on September 17, Germany launched the world’s first-ever hydrogen-powered passenger trains linking the regional towns of Cuxhaven and Buxtehude.

    The trains will service 2 million rail passengers and 4 million bus passengers.

    The new trains are quieter than diesel engines and emit only liquid water rather than CO2. The deployment of the trains has been closely watched as it could spearhead a breakthrough in the competitiveness of European train manufacturing.

    The hydrogen trains are mounted with Coradia iLint engines and will replace all diesel-powered engines across Lower Saxony, which will deploy a total of 14 trains by 2021. The French government is expected to follow suit with its first order by 2022.

    Alstom trains reach a maximum speed of 140km/hour, generating electricity by combining hydrogen and oxygen. With a hydrogen tank situated on the roof of the trains, the engines can run for 1000km without refuelling. The fleet of rolling stock will be serviced by two service stations.

    European Strategic technology

    The overall cost for the new trains amounts to €81.3 million, an expensive initial investment than traditional diesel engines, but the emission-free trains are cheaper to run.

    Other German states are observing the pilot deployment in Saxony and are expected to follow, helping Germany meet its greenhouse emission targets. According to Alstom, companies and local authorities in the UK, the Netherlands, Denmark, Norway, Italy, and Canada are also considering buying in next-generation trains.

    In 2017, French train manufacturer Alstom merged with Siemens to create a globally competitive European entity with over 62,000 employees and referred to as the “Airbus of the railways”.

  • Ue, Trump, Made in: la tutela alternata

    Mentre il mondo economico internazionale e soprattutto nazionale si interroga sugli scenari futuri come digitalizzazione o settore terziario avanzato, la trattativa commerciale che vede contrapposti Stati Uniti e Unione Europea potrebbe trovare una interessante soluzione partendo dalla carne, cioè da un prodotto espressione del settore primario.

    Nel terzo millennio infatti è ancora la carne il primo argomento o, meglio, il primo fattore economico attraverso il quale il neo presidente Donald Trump dichiarò, giustamente, di voler riequilibrare gli scambi commerciali tra gli Stati Uniti e l’Europa. Ad una ferrea opposizione dell’Europa, giustificata dalla presenza di ormoni negli allevamenti statunitensi, il presidente statunitense avviò una politica di forte avversione nei confronti del blocco europeo all’importazione della carne Made in Usa, minacciando di introdurre dazi sui principali flussi commerciale provenienti dall’Unione Europea.

    Contemporaneamente però, nell’ottobre 2017, l’Unione introdusse (sua sponte) i dazi tra il 23-43% sull’alluminio e l’acciaio cinese. Una scelta strategica che si ripeté nel marzo del 2018 con l’introduzione di dazi sulle importazioni di pneumatici cinesi.

    Viceversa, quando gli Stati Uniti, avviando una politica di forte rinegoziazione nei confronti dei flussi commerciali anche con la Cina, introdussero i dazi, sempre sull’alluminio e sull’acciaio cinesi (esattamente come la Ue), l’Unione stessa gridò “all’attentato al libero mercato” dimostrando una doppiezza valoriale francamente imbarazzante. Pur avendo connotazioni differenti, la trattativa o, meglio, il contrasto tra Stati Uniti e Cina, caratterizzato in buona parte da prodotti ad alto contenuto tecnologico, si sviluppò e si mantiene più o meno con medesime scelte strategiche.

    Nel frattempo l’Unione Europea, grazie alla politica del presidente Trump, ha ottenuto una riduzione dei dazi sull’importazione di auto da parte della Cina dal 25 al 15%. Un obiettivo che la stessa Unione non si sognava di porsi neppure tra quelli più avveniristici. Contemporaneamente, per quanto riguarda i rapporti con l’Europa, Donald Trump continuò a minacciare di introdurre i dazi sulle importazioni ampliando recentemente la possibilità di questa opzione anche alle importazioni di auto europee.

    Come d’incanto, ecco l’Unione Europea proporre agli Stati Uniti la possibilità di importare 45.000 tonnellate di carne Made in Usa purché priva di estrogeni. Una quota aggiuntiva in quanto precedentemente comprendeva quella consentita alle carni neozelandesi ed argentine.

    Emergono quindi evidenti due considerazioni.

    Quando ad essere minacciati di nuovi dazi dagli Stati Uniti sui flussi commerciali sono i prodotti delle filiere del tessile-abbigliamento o del settore agroalimentare (in buona parte quindi espressione del made in Italy) l’Unione Europea ha mantenuto la posizione senza cercare neppure un punto d’accordo ed addirittura minacciando ritorsioni a sua volta. Ora che a venire minacciata è l’esportazione delle automobili europee, delle quali i gruppi Mercedes, Volkswagen e  BMW  rappresentano la quasi totalità dei flussi commerciali per ogni segmento di auto, in particolare nella fascia Premium, improvvisamente nell’Unione Europea si elabora una nuova strategia con l’obiettivo evidente di salvaguardare i legittimi interessi dell’industria tedesca ed in particolare automobilistica.

    La prima considerazione evidente è rappresentata dal fatto che in Europa le ragioni economiche della Germania rappresentano la ragione e le motivazioni che influenzano, se non addirittura determinano, la politica commerciale, come quella estera, dell’Unione Europea stessa.

    In altre parole la Germania, per merito proprio ma soprattutto per demerito degli altri paesi europei tra i quali l’Italia, riesce ad imporre i propri interessi attraverso politiche e soprattutto funzionari europei e politici di livello che rendono ridicoli tutti gli altri componenti, anche il Parlamento Europeo, ed in particolare quelli italiani.

    Ancora una volta quindi emerge l’inconsistenza assoluta della classe politica italiana in Europa che occupa  senza competenze delle posizioni chiave che dovrebbero invece essere utilizzate per la tutela degli interessi italiani. Infatti, di fronte a questa ennesima prova di forza della Germania e dell’industria tedesca, in particolare automobilistica, come non ricordare il voto favorevole dei parlamentari europei italiani all’importazione di olio tunisino come sostegno alla democrazia di paese nordafricano? Una decisione tanto scellerata da mettere ulteriormente in ginocchio le colture dell’olio italiano, già in forte difficoltà per il caso xylella, dimostrando, ancora una volta, lo spessore culturale ridicolo di una classe che si considera internazionale solo perché tutela l’interesse di altre nazioni a discapito della propria.

    Tutto questo è la logica conseguenza della inettitudine, come della incompetenza, dei parlamentari e dei funzionari europei italiani nel valorizzare le prerogative e le aspettative di crescita economica del nostro Paese.

    In secondo luogo, ed arriviamo alla seconda ed ultima considerazione, questa offerta relativa alle nuove importazione di carne proposta dalla Unione Europea dimostra ancora una volta la capacità negoziale come strategia vincente del presidente Trump e ridicolizza, ancora una volta, le professionalità poste in campo dall’Unione stessa ed in particolare italiane.

  • Sovranismo, populismo, eurosceticismo: tre mali che danneggiano l’Italia

    Abbiamo l’impressione che qualcosa stia cambiando in Italia. E’ un cambiamento fatto in punta di piedi, quasi non si volesse lasciare traccia. E’ una modifica della tradizionale linea di politica estera ed europea, fatta senza parlarne troppo, nel timore di sollevare opposizioni serie e ragionate. Nemmeno il Parlamento ne discute. Eppure, in una democrazia parlamentare, quale riteniamo sia ancora quella che vige in Italia, è il Parlamento che definisce le politiche che devono essere praticate sul piano internazionale e, in particolare, su quello europeo. L’Italia, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha sempre perseguito una politica filo-atlantica ed è sempre stata, dopo aver partecipato alla fondazione delle Comunità europee, favorevole all’integrazione europea. L’attuale governo invece, con dichiarazioni, più che con atti, con mugugni, più che con proposte chiare, pare intenzionato a mettere in forse la nostra appartenenza all’Unione europea e alla zona euro. Se c’è qualcosa che non funziona, o che non giova direttamente agli interessi del nostro Paese, la colpa è sempre attribuita all’Europa, responsabile di tutti i nostri mali e, in subordine, alla Germania di Angela Merkel, colpevole di essere la prima potenza economica dell’Unione, a scapito degli interessi di tutti gli altri Paesi membri e, in particolare, della zona euro. Anche la recente vicenda della nave della guardia costiera Diciotti è stata trattata dal nostro governo con lo stesso tono di critica nei confronti dei partner europei per la mancata solidarietà, facendo riferimento ad una serie di informazioni false e minacciando ritorsioni impossibili. Tono e vuote minacce, che sono stati poi mantenuti nel comunicato del 25 agosto, che ha annunciato la fine dell’isolamento dei naufraghi eritrei e dell’equipaggio del pattugliatore italiano, grazie all’intervento della Chiesa, dell’Irlanda e dell’Albania. Con una dose notevole di presunzione, il Presidente del Consiglio ha dichiarato che «è noto a tutti che l’Italia sta gestendo da giorni, con la nave Diciotti, una emergenza dai risvolti molto complessi e delicati». Che la situazione fosse delicata, dato il coinvolgimento di 177 persone, fra cui bambini, donne ed ammalati, nessuno lo mette in dubbio, che fosse anche complessa lo si deve al titolare del ministero degli Interni e ad altre personalità della maggioranza governativa che avevano posizioni contrapposte sulla vicenda: chi non voleva lo sbarco in Italia dei migranti e chi, invece, lo auspicava e lo riteneva necessario. Posizioni divergenti nello stesso governo, che contribuivano a rendere meno credibile l’Italia e a presentarla inconcludente agli occhi dell’opinione pubblica europea e mondiale. Quella stessa opinione che è in grado di sapere che i migranti non arrivano soltanto in Italia, ma anche in altri Paesi dell’Unione, e con cifre che in diversi casi superano quelle riferite al nostro Paese. E’ l’opinione che sa che i Paesi di Visegrad, tanto elogiati dal nostro ministro degli Interni, non si prenderanno mai nemmeno un emigrato proposto dall’Italia. L’emergenza poi, citata dal Presidente del Consiglio, è una pura opinione. Di emergenze simili se ne con