Germania

  • Banca tedesca salvata con soldi pubblici. Il Financial Times si accorge di ciò che la politica italiana ignora

    L’Antitrust europeo ha autorizzato il salvataggio della banca tedesca Nord/lb con denaro pubblico, rilevando che le condizioni di tale salvataggio sono le stesse che avrebbe praticato un privato ed escludendo di conseguenza che l’intervento in favore dell’istituto di credito configuri un aiuto di Stato proibito dalle regole europee.

    Partecipata dai Laender di Bassa Sassonia (con una quota del 59%) e Sassonia Anhalt (con una quota del 5,5%), la banca di Hannover è stata trascinata a picco dal deteriorarsi di prestiti erogati al settore dei trasporti marittimi e ora riceverà 1,5 miliardi dalla sola Bassa Sassonia (gli altri soci forniranno altro sostegno in denaro). Ignorata da quanti in Italia polemizzano sul Mes, la vicenda è stata invece oggetto di un duro commento da parte del Financial Times, che ha parlato di “un pessimo esempio di arte di governare“, che “avrà l’unico risultato di peggiorare le condizioni per compromessi politici fra Germania, Italia e altri Paesi dell’Unione”. Il quotidiano londinese riconosce che in quel caso l’intervento pubblico “può essere legale”, ma sottolinea che “rafforza la comparsa di doppi standard nell’Eurozona”. E aggiunge: “Le lamentele tedesche relative ai problemi bancari italiani irrisolti ostacolano i progressi verso l’unione bancaria e una più ampia integrazione dell’eurozona”, ma “ci sono tanti scheletri nell’armadio delle banche tedesche”.

  • Achtung, binational babies: Un altro bambino … e ancora i vicini tedeschi

    Strana sensazione quella che riesce ad unire un’immensa gioia e un inestinguibile dolore.

    L’ennesimo genitore tedesco aveva tentato con l’inganno di trattenere un bambino binazionale in Germania. L’ultima moda, molto in voga tra i genitori tedeschi, è quella di proporre uno scambio scolastico. Lo fanno sia le mamma che i papà tedeschi e il genitore non-tedesco che, pensando davvero al figlio, pensa che un anno in Germania sarebbe per il bambino un arricchimento linguistico e culturale e contemporaneamente un’occasione per rafforzare il rapporto con il genitore che vede di meno, subito, o dopo riflessioni, finisce per accettare. Dopo alcuni mesi, almeno sei, il genitore tedesco si rivolge al tribunale del suo paese e chiede la potestà (oggi responsabilità genitoriale) esclusiva. Quando sul territorio tedesco è presente solo il genitore tedesco è praticamente certo che la otterrà, diversamente da quanto accade negli altri paesi dell’Unione europea. In realtà il tribunale tedesco non è competente per modificare precedenti decreti di affido, ma ama farlo lo stesso. In questo è quasi sempre aiutato dall’avvocato del genitore non-tedesco e che, anziché difenderlo, lo trascina in un processo kafkiano dal quale uscirà senza più un soldo e soprattutto senza più diritti su suo figlio. Noi, cioè la rete internazionale cui ho dato vita tanti anni fa, lo sappiamo bene e sappiamo consigliare la strada giuridicamente corretta e concretamente risolutiva. Lo abbiamo fatto anche questa volta. Bloccate le richieste infondate di procedimenti sull’affido, abbiamo chiesto il rimpatrio e abbiamo ottenuto l’udienza in tempi brevi. Il giudice pareva schierato, come sempre, a difesa degli interessi tedeschi anziché del bene del bambino sottratto. Aveva addirittura voluto controllare l’autorizzazione all’esercizio della professione del nostro avvocato. Questo nostro giovane avvocato invece, non solo possiede tutti i titoli per esercitare, ma è giuridicamente molto preparato, soprattutto per quanto riguarda i casi binazionali e le sottrazioni. Ha anche saputo spingere il giudice a rispettare Leggi e Convenzioni internazionali ed a sentenziare in base ad esse, fatto piuttosto raro al di là delle Alpi. Infatti, mentre in Italia i giudici ordinano sempre il rimpatrio, cioè mandano via, o meglio esportano i nostri bambini senza verificare fatti e documenti, in Germania lo negano praticamente sempre, applicando una interpretazione molto “teutonica” del bene del bambino da perseguire, che è appunto quello di rimanere in Germania, non importa con chi né a che condizioni. Con un vero lavoro di squadra tra gli avvocati dei due paesi, contatti con le istituzioni, informazione precisa al genitore non-tedesco, informazione a volte accudente, a volte un po’ “brutale” per prepararlo a ciò che lo aspetta in tribunale e fuori, fermando l’avvocato che voleva far aprire un procedimento penale a carico del genitore sottrattore, perché questo avrebbe influito negativamente sulla decisione di rimpatrio rendendola impossibile da ottenere, abbiamo vinto il primo grado di giudizio. E poi anche l’appello. Immediatamente dopo abbiamo riconosciuto le manovre che si stavano mettendo in atto per non eseguire il rimpatrio. Conoscendole bene, abbiamo potuto renderle inefficaci. Questo bambino oggi è a casa. Tutto questo mi ha regalato un’immensa gioia, perché ogni bambino salvato da quella prigione diventa un po’ anche figlio mio. Ma tutti questi bambini ricevono un tale sostegno al costo delle vite spezzate dei miei figli. Questi bambini ritrovano una vita serena, perché i miei figli hanno perso la loro. Se tedeschi e italiani non avessero usato i miei figli come merce, se non avessero imbrattato la loro infanzia, pregiudicando il loro futuro, io oggi non avrei un master, non saprei nulla di politica e molto poco di Europa, ma sarei una mamma “qualsiasi”, semplicemente una mamma e sicuramente più felice.

  • Gli elettori del Spd prendono le distanze dall’alleanza di governo con la Merkel

    Non c’è pace per i socialdemocratici tedeschi e non c’è pace per la Grosse Koalition. E’ un nuovo tsunami in casa Spd la bocciatura della coppia ‘governativa’ Olaf Scholz e Klara Geywitz come nuovi leader del partito che fu di Brandt e di Schmidt.

    Con il 53% dei voti contro il 45,3%, la base ha preferito i “campioni” della sinistra socialdemocratica, ossia il ticket composto da Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans.  Il risultato del referendum su base nazionale tra gli iscritti, arrivato dopo un percorso durato oltre sei mesi, potrebbe avere conseguenze pesanti sul governo in carica guidato da Angela Merkel.

    Non tanto perché indebolisce Scholz che è vicecancelliere e ministro alle Finanze, ma perché l’elezione di Esken e Walter-Borjans rappresenta a sua volta una sorta di referendum tra i socialdemocratici sul futuro della Grosse Koalition, dato che ambedue hanno costruito buona parte della loro campagna in opposizione all’attuale alleanza di governo. Formalmente i due non sono ancora capi dell’Spd: saranno i delegati del congresso convocato per il prossimo 6 dicembre a dire l’ultima parola. Ma, in effetti, loro elezione a questo punto è data per scontata.

    La battaglia per formare il nuovo vertice dell’Spd è partita oltre sei mesi fa, dopo le dimissioni di Andrea Nahles in seguito alla debacle elettorale alle Europee, ed ha conosciuto già diversi passaggi, prima di arrivare al ballottaggio finale. Ora la partita si sposta alla prossima settimana: è qui che i delegati socialdemocratici decideranno se l’alleanza con la Cdu/Csu di Merkel continuerà fino a fine legislatura (ossia fino al 2021) oppure no. Ed è qui che la nuova coppia di vertice farà sentire tutto il suo peso.

    In teoria, Walter-Borjans ed Esken non sono favorevoli ad una fine traumatica della GroKo: il primo passo, secondo loro, è una rinegoziazione del contratto di governo. A quanto affermano le gole profonde nella Spd, il nuovo ticket intende proporre una serie di condizioni da sottoporre agli attuali alleati Cdu e Csu, tra cui ulteriori investimenti miliardari nella lotta contro i cambiamenti climatici ed un reddito minimo di 12 ore.

    Proposte che difficilmente i cristiano-democratici di Annegret Kramp-Karrenbauer e i cristiano-sociali bavaresi di Markus Soeder saranno disposti ad accettare: a quel punto, dato che in caso di un ‘no’ sonante i nuovi vertici consiglieranno al partito di uscire dalla coalizione, rischia di aprirsi la strada delle elezioni anticipate. L’altro scenario è quello di un governo di minoranza, ovviamente sempre targato Merkel, ma comunque a termine.

    Va detto che all’attuale situazione si arriva dopo diversi passaggi elettorali disastrosi per l’Spd, dalle elezioni nazionali del 2017 fino alle Europee di quest’anno passando da vari appuntamenti regionali, mentre anche i sondaggi assegnano all’ex partito di massa socialdemocratico risultati inferiori al 15%. L’Spd appare profondamente lacerata. Da una parte i “governativi” guidati appunto da Scholz, che poteva contare sull’appoggio di vari altri ‘big’ del partito, tra cui il ministro degli Esteri Heiko Maas e l’ex segretario Martin Schulz. Dall’altra, la sinistra interna – che la coppia Walter-Borjans ed Esken è arrivata ad incarnare solo pochi mesi fa – a sua volta sostenuta dalla potente associazione giovanile del partito, gli Jusos, guidati dal carismatico Kevin Kuehnert, che aveva condotto una strenua battaglia contro la GroKo già dopo le elezioni del 2017.

    Ai piani alti della Willy-Brandt-Haus, quartier generale della Spd, la preoccupazione è che la battaglia intorno alla nuova leadership possa indebolire ancora di più il partito, che dalle dimissioni di Nahles viene guidato ad interim dai “commissari” Malu Dreyer, Thorsten Schaefer-Guembel e (fino allo scorso settembre) Manuela Schwesig. “Noi rimarremo coesi, e quello che chiediamo all’esterno vale anche al nostro interno”, ha promesso Dreyer. Anche la ministra alla Famiglia Franziska Giffey e Maas non mancano di lanciare appelli all’unità del partito.

    Le previsioni che fanno le altre forze politiche non sono particolarmente ottimiste: “Sono senza parole. Questo spostamento a sinistra dell’Spd sanciscono la fine della Grosse Koalition”, ha detto il leader dei liberali dell’Fdp, Christian Lindner, secondo cui “la Germania si trova davanti al voto anticipato oppure ad un governo di minoranza. Per quanto ci riguarda siamo pronti ad un’assunzione di responsabilità”.

    Dal canto loro, anche per i vincitori a sorpresa la parola d’ordine ora è “coesione”: “Lo sappiamo tutti, ora dobbiamo stare insieme”, ha detto Esken subito dopo l’annuncio del conteggio finale, effettuato da decine di militanti che hanno scrutinato i voti arrivati per posta da tutto il Paese. “Sappiamo, però, ci si aspetta un lavoro immane”, ha aggiunto. Il tour de force con le 23 conferenze regionali attraverso le quali si è arrivato al ballottaggio finale “era solo l’inizio”.  Signorilmente, il battuto Scholz, nonostante le evidenti differenze, promette di non fare mancare il suo sostegno alla nuova leadership: “Ci metteremo tutti dietro la nuova direzione”.

    Il bello è che fino a poche settimane fa il mantra nella politica tedesca era “Borjan-Esken chi?”. Ambedue vengono da un’intensa attività a livello regionale. Walter-Borjans, 67 anni, è stato segretario di Stato nel Saarland e ministro alle Finanze nel Nordreno-Vestfalia. Esken, deputato dal 2013, alle spalle una laurea in germanistica, eletta nel Baden Wuerttemberg e in questa legislatura membro delle commissioni Interni e Digitale, in passato era nota soprattutto per aver duramente criticato l’Agenda 2010, ossia il pacchetto di riforme sociali ed economiche dell’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, da lei definito “il peccato per il quale paghiamo ancora il conto”.

    Lui, invece, oggi si sente definire “il Bernie Sanders tedesco”: in parte anche grazie al fatto che come titolare delle Finanze del suo Land “era uno che non si tirava indietro di fronte ai potenti dell’economia, perseguendo senza timori i miliardari che sfuggivano al fisco”, come annota la Zeit. Lo chiamavano il “Robin Hood dei contribuenti”: non a caso può contare, nonostante l’età ormai non più verdissima, sull’appoggio convinto dei giovani socialdemocratici.

    Non proprio l’identikit più conforme alla Cdu sempre più post-merkeliana. Per ora il segretario generale dei cristiano-democratici, Paul Ziemiak, si dice “fiducioso” di poter continuare a governare insieme alla Spd: “C’è una buona base, e quello è il contratto di coalizione”. Peccato che sia proprio la prima cosa che la coppia Walter-Borjans ed Esken intendano mettere in discussione. Appuntamento alla settimana prossima, al congresso della Spd: la battaglia è assicurata.

  • Bozza tedesca per modificare gli accordi di Dublino sui migranti

    Prima valutazione obbligatoria delle richieste di asilo alla frontiera esterna; un sistema più equo per la ripartizione dei profughi, basato su criteri come il numero di abitanti di un Paese e la sua forza economica; e lo stop assoluto ai movimenti secondari dei migranti da uno Stato membro all’altro. Sono i tre pilastri per la riforma del Sistema di asilo europeo, proposti da un documento datato 13 novembre, e fatto circolare in modo informale a Bruxelles, dal governo di Berlino.

    Il documento non è oggetto di discussioni ufficiali, ma su di esso potrebbe comunque richiamare l’attenzione il ministro tedesco Horst Seehofer al Consiglio Affari interni dell’Ue, la settimana prossima (2 e 3 dicembre). Secondo il documento, l’attuale Sistema basato sul regolamento di Dublino crea «chiari squilibri», con «cinque Paesi che nel 2018 hanno ricevuto il 75% di tutte le richieste di protezione internazionale. Ovvero: in termini relativi hanno sostenuto un peso 300 volte più pesante degli altri». Anche per questo motivo, il regolamento di Dublino viene definito fallimentare e «inefficace».

    Nella riflessione tedesca, sarebbe la futura Agenzia Ue per l’Asilo (un’evoluzione potenziata dell’attuale Agenzia europea per il sostegno all’asilo) a condurre il primo screening sulle richieste di protezione internazionale, già alla frontiera esterna. In caso di rifiuto di ingresso al migrante, Frontex dovrebbe entrare in gioco, ed il peso dei rimpatri sul Paese di arrivo verrebbe tenuto in considerazione al momento della ripartizione dei richiedenti asilo tra gli Stati.

  • A trent’anni dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia ancora troppi minori senza tutela e diritti

    Il 20 novembre 1989, trenta anni fa, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, composta da 54 articoli e da tre protocolli opzionali che riguardano il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, la vendita di bambini e il loro utilizzo in attività pornografiche e di prostituzione, e le procedure di reclamo. Questo è stato il primo documento nel quale sono elencati tutti i diritti che devono essere riconosciuti ai bambini di tutto il mondo. Ad oggi la Convenzione è stata ratificata da 196 Stati e il 20 novembre, ogni anno, viene ricordato con la giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

    Purtroppo ancora oggi sono più di 380 milioni i bambini che non hanno una minima istruzione, più di 220 milioni i bambini che lavorano e spesso effettuano lavori pericolosi e più di 20 milioni le bambine o adolescenti costrette a matrimoni forzati, più di un milione i bambini vittime di sfruttamento sensuale. Numeri spaventosi, realtà agghiaccianti non solo per quello che questi bambini subiscono ma anche perché non potranno diventare i portatori di una società migliore avendo subito così tanta ingiustizia e violenza. Il mondo si sta tranquillamente privando del suo futuro non tutelando i più piccoli e deboli e distruggendo l’ambiente. Ma a questo breve ma spaventoso elenco mancano altri bambini, altri numeri fortunatamente più piccoli ma comunque inquietanti, i bambini strappati ingiustamente alle loro famiglie nelle tante Bibbiano non solo d’Italia e manca qualunque riferimento a quel triste istituto tedesco, lo Jugendamt, in italiano “Amministrazione per la gioventù”, strutturato durante il nazismo e mai abolito, ma anzi potenziato.

    Questa istituzione affida sempre i bambini al genitore tedesco in caso di separazione e spesso a famiglie affidatarie tedesche, se i genitori sono entrambi stranieri, per esempio italiani emigrati in Germania. Non importa dove è nato il bambino e quale nazionalità abbia. Dopo sei mesi di residenza in Germania questi bambini diventano proprietà tedesca. I genitori così “cancellati” non avranno più nessun contatto con il bambino, ma solo l’obbligo di pagare. Con il genitore straniero viene cancellata anche la lingua e la cultura non tedesca, così come tutto quel ramo familiare.

    Tutto questo è possibile in barba a Convenzioni e Regolamenti, semplicemente con un semplice stratagemma interpretativo: in Germania l’interesse superiore del minore coincide con la sua permanenza in quel paese e con la sua educazione tedesca, anche se per questo perderà i genitori. Ormai sempre più voci si levano parlando di “germanizzazione”.

    I membri dell’Unione Europea tacciono, fingono di non sapere o minimizzano.

    L’Italia, nonostante le centinaia di vittime italiane, è il Paese più silenzioso. Sia i governi di centro destra, sia quelli di centro sinistra non hanno mai mosso un dito per difendere i diritti dei bambini sottratti dallo Jugendamt, sia direttamente, sia imponendo tali scelte ai tribunali.

    La Convenzione resta un caposaldo importante, ma la politica sembra decisa ad accontentarsi di aver scritto una serie di buone intenzioni. Nei fatti le violenze e le ingiustizie contro i bambini continuano anche in quei paesi dove il livello di civiltà e cultura dovrebbe averle azzerate, bambini violentati nel corpo e nella mente dalla pedopornografia, bambini usati come corrieri della droga, bambini rapiti da assistenti sociali corrotti o impreparati, bambini che vivono nel degrado di case senza igiene e anche bambini italiani che lo Jugendamt si porta via nel più totale silenzio delle nostre autorità.

  • I produttori tedeschi prevedono un calo del 4% della produzione industriale

    Secondo l’associazione dell’industria tedesca (BDI) la produzione manifatturiera tedesca scenderà del 4% nel 2021, soprattutto a causa della domanda più debole. In un paese in cui un lavoro su cinque dipende dalle esportazioni (principalmente manifatturiere), ciò potrebbe avere un effetto significativo sul PIL. La Germania è l’unica economia sviluppata con un surplus commerciale con la Cina. Poiché l’economia cinese si sta smorzando e la Brexit incide negativamente sulla fiducia dei consumatori, l’industria tedesca prevede una recessione. “Dopo sei anni consecutivi di crescita, il settore industriale tedesco è bloccato in recessione dal terzo trimestre del 2018”, ha dichiarato l’amministratore delegato di BDI Joachim Lang.

    Per compensare la caduta, la lobby commerciale di BDI e l’unione DBG hanno invitato il governo a investire 17 miliardi di euro in infrastrutture digitali e di trasporto, che corrispondono allo 0,5% del PIL, come primo obiettivo tra quelli per i quali sono stati stanziati 43 miliardi di euro per investimenti pubblici nel 2020. Ciò significherebbe che la cancelliera Angela Merkel avrebbe dovuto lasciare il suo incarico con un indebitamento pari a zero. La convocazione delle parti sociali è arrivata quando la Germania ha evitato, per poco, una recessione tecnica nel terzo trimestre del 2019 registrando una crescita dello 0,1%.

    Le Camere di industria e commercio DIHK hanno dichiarato in ottobre che le esportazioni tedesche si ridurranno nel 2020, per la prima volta dalla crisi finanziaria globale del 2008.

  • Sgominata dalla polizia tedesca una rete bancaria ombra del sistema Hawala

    La polizia tedesca ha sgominato una rete internazionale di servizi bancari ombra del sistema Hawala sospettata di aver trasferito illegalmente milioni di euro in Turchia. Il raid rischia però di avere connotazioni controverse perché le pratiche Hawala non sono illegali in tutta l’UE. Dopo un’indagine di un anno, la polizia ha perquisito 60 appartamenti e uffici in tutta la Germania, segnalando 27 sospetti e arrestandone sei. Le incursioni hanno avuto luogo principalmente in gioiellerie e società di commercio dell’oro nel Nord Reno-Westfalia, come riportato dal Süddeutsche Zeitung e dalle emittenti pubbliche WDR e NDR. Perquisizioni sono state fatte anche in Assia, a Berlino e nei Paesi Bassi.

    Il sistema Hawala viene spesso utilizzato dai migranti per trasferire denaro, si stima che questa particolare rete abbia trasferito fino a 1 milione di euro al giorno e oltre 200 milioni di euro in totale. Le persone che utilizzano il deposito di servizio sul conto bancario di un partecipante alla rete in un paese e un altro operatore prelevano l’importo equivalente altrove, trasferendolo a un destinatario finale per una commissione che è generalmente inferiore a una commissione bancaria e offre un tasso di cambio migliore. Tuttavia, il sistema si basa interamente sulla fiducia.

    La banca informale è illegale ai sensi della legge tedesca per quanto riguarda i servizi di pagamento (ZAG), perché è vietato offrire servizi simili ai ‘correntisti’ di una banca senza una licenza bancaria. Tuttavia, la legge non è costantemente applicata in Germania e non è la stessa in latri Paesi dell’UE.

  • Achtung, binational babies: Lo Jugendamt tedesco oltrepassa le frontiere

    Circa dieci anni fa si concludeva la vicenda di una coppia franco-tedesca alla quale lo Jugendamt (Amministrazione per la gioventù) aveva tolto le figlie, prelevandole una dalla scuola e l’altra dall’asilo. L’improvviso allontanamento era avvenuto perché una delle bimbe aveva rivelato a scuola il progetto di trasloco, cioè che avrebbero lasciato la Germania per andare a vivere in Francia, a pochi chilometri di distanza, poiché vivevano nei pressi della frontiera. I genitori lottarono per sei mesi per riaverle a casa, ma compresero ben presto che ciò che stava accadendo era conforme al sistema di “tutela” di tutti i bambini che risiedono in Germania. Quindi il papà, durante una delle brevi visite concesse, decise di attraversare il ponte sul Reno, rientrando in Francia con le figlie, dove anche la mamma li raggiunse immediatamente. I genitori si rivolsero subito alla polizia e al tribunale francese per denunciare gli abusi subiti, mentre le autorità tedesche emettevano mandati di arresto contro i genitori e avvisi di ricerca di minori scomparsi. Gli esiti positivi di visite, colloqui e perizie portarono il giudice francese a stabilire in via definitiva che non ci fosse assolutamente nessun motivo per togliere le figlie ai genitori. Da allora, circa dieci anni fa, tutta la famiglia vive in Francia. Una delle figlie è maggiorenne, l’altra si appresta a terminare il liceo. I traumi vissuti nei sei mesi passati con una coppia di estranei, impegnati tra l’altro a denigrare continuamente i veri genitori delle bambine (https://www.youtube.com/watch?v=QX5jqQCad6U&t=162s) non sono mai stati completamente superati, ma si pensava che questa famiglia sarebbe stata per lo meno lasciata in pace. Legalmente lo Jugendamt può infatti agire solo in territorio tedesco. La sua competenza termina alla frontiera. Registriamo invece in questi giorni un primo sconfinamento: un funzionario dello Jugendamt ha suonato alla porta dell’abitazione di Strasburgo, unica residenza di genitori e figlie, affermando di voler controllare se il “benessere” della bambina, quella minorenne, fosse tutelato! Quando la mamma, cittadina tedesca, gli ha ricordato che i tribunali francesi si erano già occupati del caso e avevano già sentenziato e che ogni decisione era stata trasmessa alle autorità tedesche, ha semplicemente ribadito che “la Germania non riconosce le sentenze emesse dai tribunali degli altri paesi dell’Unione”. Ricordiamo per inciso che ogni normativa europea stabilisce esattamente il contrario, ma si sa, in questa Europa le regole sarebbero uguali per tutti, ma valgono solo per alcuni. Si potrebbe anche pensare che un giudice tedesco che invia un suo funzionario in una giurisdizione straniera e che dopo dieci anni nomina un tutore e continua a rifiutarsi di chiudere un procedimento sia un singolo caso di delirio da onnipotenza. In realtà ciò che sta accadendo è la trasformazione sempre più evidente dell’Unione europea in “grande Germania”, o addirittura in “grande fratello teutonico”, dove le vittime non sono solo i cittadini degli altri paesi, ma anche gli stessi cittadini tedeschi. Nel mio precedente articolo, Il modello tedesco di Bibbiano. Da dove viene e come funziona il modello applicato nei casi dei bambini strappati illecitamente ai propri genitori (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/29/achtung-binational-babies-il-modello-tedesco-di-bibbiano/) spiegavo come la metodologia usata negli scandali italiani relativi agli affidi, determinati in base al possibile reddito prodotto da allontanamenti e terapie, in realtà è ciò che in Germania non solo viene applicato da anni, ma in quel paese è addirittura legale. Parlavo dell’esportazione del metodo di mercificazione del bambino che dalla Germania sta arrivando in Italia e un po’ in tutta Europa. Ebbene direi che siamo già andati oltre, non solo viene esportato il modello tedesco negli altri paesi, addirittura si scalvano le giurisdizioni e in concreto le frontiere per assicurare che venga realizzato quanto deciso dallo Jugendamt, detentore assoluto del potere decisionale su cosa sia “bene” per un bambino, cioè rimanere in Germania, anche senza i genitori. La morale della vicenda, almeno per noi Italiani, è che dovremmo smettere di credere che tutto ciò che viene dall’estero è migliore, dovremmo riflettere sulla mercificazione in atto dei bambini, oggi ancora oggetto di inchieste in Italia e soprattutto dovremmo capire dove ci sta portando questa Unione europea che non coincide con il concetto di Europa. La mercificazione dei bambini verrà presto integrata e legalizzata all’interno di un sistema che sta già cambiando gli appellativi. La mercificazione si chiamerà semplicemente e definitivamente “tutela”.

    Membro della European Press Federation
    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma
    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera
    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

  • Achtung Binational Babies: il modello tedesco di Bibbiano

    Le recenti inchieste della magistratura relative ai casi di bambini strappati ai propri genitori per futili motivi, spesso con l’impiego delle forze di polizia, hanno svelato un modo di procedere che pare degno di una feroce dittatura e hanno reso visibile la punta dell’iceberg del mondo del business sui bambini. E’ la diffusa realtà in cui il bambino si trasforma in merce di scambio e fonte di guadagno, finalità spacciata però come “protezione” e “interesse superiore del minore”. Si tratta dello stesso “interesse del minore” al centro di numerose convenzioni internazionali, regolamenti europei e leggi nostrane. Si tratta di un concetto talmente vago e soggettivo, che l’ho definito, ormai da una decina d’anni, una sorta di scatola vuota nella quale i personaggi coinvolti, poiché dotati di poteri più o meno estesi, e comunque di gran lunga più incisivi rispetto a quelli riconosciuti ai genitori, possono mettervi ciò che vogliono e impossessarsi così della “merce bambino”, proclamando di volerlo proteggere e di voler perseguire gli interessi del piccolo.

    Adesso anche l’opinione pubblica inizia a scoprire che nulla è come sembra. Emergono metodologie ben note a chi è impegnato da tanti anni nella difesa (vera!) dei bambini, ma che per troppo tempo non sono state e ancora oggi non vengono completamente rese note all’opinione pubblica. Servizi sociali che relazionano sulla condizione abitativa di famiglie alle quali non hanno mai fatto visita, psicologi che procedono all’ascolto dei bambini senza registrazione, manipolano i bambini e solo a manipolazione conclusa passano all’ascolto in modalità registrata, in sostanza costruendo di sana pianta le prove contro i genitori e distruggendo la psiche di bambini innocenti. Operatori delle case famiglia che raccontano bugie ai bambini, nascondendo lettere e regali per far credere loro di essere stati abbandonati. Ricatti, cioè confessioni estorte di fatti mai accaduti in cambio di un incontro, che mai avrà luogo, con la mamma o il papà. Ricorso a psicofarmaci, spesso ancora in fase sperimentale e dei quali dunque non si conoscono conseguenze ed effetti collaterali, per i più ribelli. E’ orribile tutto ciò, ma non è tutto. Quando si è deciso di passare dalla protezione del bambino da pericoli concreti, come quelli rappresentati da genitori violenti o che costringono i figli a rubare o prostituirsi, alla protezione da pericoli impalpabili, come la mancata o insufficiente “capacità genitoriale”, si è aperta la porta del business dei bambini. Cioè quando l’accusa di abusi passa dall’ambito fisico a quello psicologico privo di riscontri oggettivi, si passa in realtà da qualcosa che si può provare, a ciò che è profondamente soggettivo e pertanto opinabile. L’opinione che conta di meno è sempre quella dei genitori. Ma non cerchino i tribunali di scaricare tutta la responsabilità sugli assistenti sociali. La responsabilità maggior è del giudice, perché è lui che emette ordinanze e decreti, è lui che alla fine toglie ai genitori i diritti sui propri figli. E’ lui che, in nome del popolo italiano, manda in carcere genitori innocenti. Certamente non tutti i giudici hanno agito e agiscono in questo modo, ma se anche uno solo lo ha fatto, è uno di troppo.

    Le tecniche usate, fin qui riassunte non sono un’invenzione degli operatori ora all’onore delle cronache. Ascoltate cosa affermava Federica Anghinolfi, una degli indagati nell’inchiesta Angeli e Demoni, già Responsabile del Distretto Unione Comuni Val D’Enza nel Servizio Integrato ai Minori:

    https://www.youtube.com/watch?v=ENIS9udm6yg&feature=share&fbclid=IwAR3SJnfCsRaqAJ0Fc1fz_m7WjwVGNnWil-vllOCN4_slzAw_y5fsmelEK4c&app=desktop

    Ci diceva che la richiesta di famiglie affidatarie è maggiore dell’offerta e che pertanto vengono organizzate campagne provinciali alla ricerca di famiglie affidatarie. Esattamente come in Germania, dove gli affidatari vengono cercati con gli annunci sui giornali e dove si fanno previsioni annuali sul numero sempre crescente di bambini che verranno sottratti ai genitori. E’ la stessa Anghinolfi che cita la Germania come modello e quale paese trainante nel sostenere la bontà dell’affido di bambini a coppie omosessuali e si rifà a studi tedeschi risalenti agli anni ’70. In effetti in Germania si è iniziato negli anni ’70 a sperimentare in questo campo. E’ appunto degli anni ’70 l’esperimento del pedagogo e sociologo Helmut Kentler che favorì gli abusi sessuali su bambini e ragazzi, in quanto riteneva fosse necessario affidare questi minorenni a pedofili recidivi. Egli sosteneva che tali padri affidatari si sarebbero occupati al meglio dei bambini. Il fatto che inoltre li costringessero ad avere con loro dei rapporti sessuali non era certo un impedimento, secondo Kentler. Questo suo esperimento fu sostenuto e finanziato dallo Jugendamt di Berlino, cioè dalla Amministrazione per la Gioventù tedesca che detiene poteri cento volte maggiori di quelli dei servizi sociali e che, per legge, detta al giudice la sentenza da emettere. Se infatti ci si scandalizza – a ragione – dei 30-50.000 bambini sottratti in Italia ai genitori, sarà bene riflettere sui 70-80.000 bambini che invece annualmente vengono sottratti in Germania ai genitori. Di questi bambini sottratti il 72% ha almeno un genitore di origine straniera, stando alle informazioni fornite dal Ministero tedesco. Facendo una rapida addizione, ci si rende conto che in Germania, solo negli ultimi anni sono stati sottratti ai genitori quasi mezzo milione di bambini e tra di essi quasi tre quarti non sono interamente tedeschi, cioè moltissimi sono Italiani (la Germania è la prima meta dei nostri concittadini espatriati). Sono quegli Italiani che non rientrano in nessuna statistica, che sono solo merce per il sistema tedesco, e sono tragicamente inesistenti per lo Stato italiano che preferisce non sapere. Sono bambini al macello. Dunque attenzione a pensare che lo scandalo rivelato dall’inchiesta Angeli e Demoni sia una vergogna tutta italiana. Il modello applicato in quelle sottrazioni illecite viene d’Oltralpe e da lì si sta diffondendo in tutta Europa. Quello che è stato scoperto in Italia ha portato ad inchieste ed arresti, le stesse modalità in Germania sono perfettamente legali. E’ il corposo codice sociale tedesco ad attribuire allo Jugendamt (Amministrazione per la Gioventù) poteri quasi illimitati. Lo Jugendamt interviene per legge in ogni procedimento minorile in qualità, non di consulente del giudice, bensì come parte in casa, cioè come terzo genitore. Lo Jugendamt può presentare appello in proprio della decisione del giudice. Agisce come agenzia per il lavoro, erogando sussidi ed andando a riscuotere, anche all’estero, cioè a casa nostra, il pagamento di somme per gli alimenti che lui stesso ha stabilito. E’ responsabile dell’esecuzione delle sentenze che ovviamente e in tutta legalità non esegue, se non gli aggradano. E’ autorizzato dalla Legge a mentire in tribunale (§162 FamFG). Svolge funzioni dell’ufficio anagrafe, conservando il registro degli affidi. E’ guardiano e garante del tasso di natalità in Germania che fa aumentare, impedendo ad ogni bambino, anche straniero, di lasciare la giurisdizione tedesca, mentre fa in modo che in caso di separazione i bambini vengano sempre affidati al genitore tedesco. In Germania gli Jugendamt sono 700 e dispongono di un budget annuale di 35 miliardi (dati del Ministero tedesco). Sono lo strumento di disgregazione familiare con il quale trasformare i bambini in esseri sottomessi, ubbidienti e mercificati, da spostare in base alle esigenze economiche. Sono il modello invocato da Bibbiano, ma anche il punto di arrivo che si pongono ormai troppi Tribunali italiani (in riferimento a Milano, vedi: https://www.youtube.com/watch?v=i3-yTUhcI5Q&t=24s ).

    Persino le goffe giustificazioni di Gloria Soavi, presidente del Cismai (Coordinamento italiano dei Servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’Infanzia), del quale erano associati gli operatori legati a “Hansel e Gretel”, oggi indagati, sono identiche a quelle invocate dai deputati tedeschi nel giustificare le azioni orribili dello Jugendamt: “tra i tanti fascicoli trattati, è ammissibile che si sia verificato qualche errore, ma il sistema è perfetto”:

    https://www.avvenire.it/attualita/pagine/errori-gravi-ma-noi-siamo-diversi?fbclid=IwAR3Kj43byFUyr8KXMHPLZd0kVsdV5tgzyoc4VEIIGryCjinfRwYzM9W5E1k

    Quanto accaduto a Bibbiano non va dunque considerato solo come il vergognoso scandalo di un sistema uscito dai binari. Al contrario quel sistema sta nella corsia principale di una autostrada che già troppe autorità hanno deciso di percorrere e verrà presto esportato e applicato in tutta Europa. Riteniamo che vada fermato e per farlo è imprescindibile avvalersi della competenza di chi ha già vissuto, all’estero, la realtà che attende l’Italia tra qualche anno.

    Membro della European Press Federation
    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma
    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera
    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

  • Il salario minimo ed il contesto italiano

    Da oltre un ventennio il pensiero economico dominante, espressione della nomenclatura nazionale, internazionale ed accademica, ha basato tutta la propria strategia di sviluppo sul principio della concorrenza considerata come l’unica artefice del benessere per i consumatori del mercato globale.

    Un vantaggio che risulterebbe essere espressione della maggior competitività, e di conseguenza produttività, che le imprese sarebbero costrette ad esprimere nell’affrontare appunto la concorrenza di e da ogni latitudine. Un principio concettualmente corretto ma che presenta la grande limitazione applicativa nel non tenere in alcuna considerazione il fattore “ambientale e normativo specifico nazionale” nel quale questa concorrenza si trovi ad esprimersi.

    La assoluta impossibilità di riformare la Pubblica Amministrazione italiana, infatti, rende il sistema paese assolutamente anticompetitivo nei confronti delle imprese italiane che operano nel mercato globale. Questo immobilismo normativo della PA di fatto trasforma ogni aumento della produttività interna alle aziende in una semplice diminuzione del Clup (costo del lavoro per unità di prodotto).

    Questa teoria economica, quindi, manifestazione di un approccio superficialmente generalista e massimalista alle diverse realtà economiche (espressioni dei diversi contesti nazionali) trova ora una ulteriore espressione nella volontà di introdurre il salario minimo. Ennesima conferma di come tali iniziative normative siano frutto di approcci ideologici ed economici come della mancanza di un minino di conoscenza delle specificità del mondo globale (principio della concorrenza) ed ultimamente anche dei soli asset industriali italiani (salario minimo).

    Il settore industriale italiano è rappresentato per oltre il 95% da PMI le quali trovano il proprio successo nel grande livello qualitativo e specificità delle proprie lavorazioni, rientrando perciò nelle filiere tanto nazionali quanto internazionali nonostante paghino i costi aggiuntivi dell’inefficienza  della pubblica amministrazione e del sistema infrastrutturale. Questo successo che pone le nostre PMI come sintesi felice di know-how industriale e professionale al vertice mondiale è costretto a scontare  il costo aggiuntivo della pubblica amministrazione italiana che da sempre rema contro il  settore industriale a causa della posizione ideologica espressione della pubblica amministrazione stessa. In più, all’interno di un mercato globale emerge evidente come oltre al problema della concorrenza dei paesi a basso costo di manodopera si aggiunga quello della estrema facilità del  trasferimento tecnologico in una economia digitale assolutamente senza più barriere (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/15/il-valore-della-filiera-by-ducati/).

    Tornando alla proposta del salario minimo, questo rappresenterebbe un aggravio di costi per queste aziende che rientrano per proprio ed esclusivo merito all’interno di queste filiere ad alto valore aggiunto sia nazionali che internazionali. Viceversa altre economie, come quella tedesca, nelle quali le grandi aziende rappresentano l’asse portante del settore industriale risulta evidente come il  salario minimo possa venire applicato e soprattutto compensato attraverso una compressione dei costi pagati alle aziende contoterziste che partecipano alla filiera del prodotto finito e contemporaneamente anche attraverso la ricerca di sinergie interne all’azienda stessa.

    In altre parole il salario minimo viene applicato in Germania ed assorbito grazie ad una riduzione dei costi che vengono trasferiti sul sistema complesso delle aziende a monte della filiera. Anche perché va ricordato che tutti i prodotti risultano complessi nel senso che rappresentano la sintesi di molteplici know-how industriali e professionali che intervengono nelle diverse fasi di lavorazione del prodotto stesso.

    Il maggior aggravio di costi può essere sopportato solo a valle della filiera (l’azienda mandante e titolare del prodotto finito che lo pone sul mercato) perché altrimenti qualora venisse applicato alle diverse PMI determinerebbe un effetto moltiplicatore per ogni singola fase del processo produttivo a monte del prodotto finito. Ritornando quindi all’asset tipico industriale italiano emerge evidente come questo fattore moltiplicatore dei costi interni (il salario minimo appunto) porterebbe le nostre PMI al di fuori di mercato fortemente concorrenziale e di conseguenza delle filiere. Un ragionamento talmente semplice che parte dalla conoscenza degli asset industriali evidentemente sconosciuti alle menti elaboratrici di questa iniziativa normativa. Una volontà politica espressione della assoluta incompetenza che riesce a trasformare un’idea concettualmente corretta ma in un contesto diverso (come in Germania) in un fattore anticompetitivo drammatico per l’intero asset industriale italiano. Ancora oggi si cerca di individuare nell’Unione Europea il nemico che impedirebbe la nostra crescita economica, quando, invece, siamo noi italiani con la nostra ignoranza i peggiori nemici di noi stessi.

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