Germania

  • Un impianto della Bmw a Debrecen riporta l’Ungheria sulla via europea

    Buone notizie dall’Ungheria di Viktor Orban: la Bmw ha annunciato la costruzione di un nuovo impianto a Debrecen, per un investimento totale di un miliardo di euro che si tradurrà in cantieri a partire dal secondo trimestre dell’anno prossimo, destinato a divenire il maggior sito produttivo europeo del gruppo bavarese (che controlla anche Mini e Rolls-Royce). Più di qualsiasi discorso sull’integrazione europea o di qualsiasi presa di posizione nei confronti del governo di Budapest, l’azione dell’azienda contribuirà a rinsaldare i legami tra Ungheria e Ue: la libertà di circolazione delle merci è infatti il presupposto in base al quale la casa automobilistica tedesca, che vende il 45% dei suoi prodotti in Europa, ha potuto scegliere di ubicare proprio in Ungheria l’impianto e di converso la libera circolazione dei capitali stranieri ha fatto sì che l’arrivo dello straniero (la Bmw) dia impiego a un migliaio di addetti ungheresi per la produzione di 150mila vetture all’anno (molte delle quali elettriche).

    «Dopo importanti investimenti in Cina, Messico e Usa, rafforziamo le nostre attività in Europa per mantenere un equilibrio produttivo tra Asia, America e il nostro continente d’origine» ha dichiarato il patron del gruppo, Harald Kruger.

  • Achtung Binational Babies: un’altra mamma si avvia verso la prigione

    Valérie, che vive in Francia, alla frontiera con la Germania, si era separata dal marito quando i due bambini erano piccoli. Lui, come spesso succede, li ha trattenuti in Germania. I bambini non hanno più visto la mamma. La giustizia francese, incapace di far rientrare i due bambini, aveva però sentenziato con il divorzio che nessun alimento era dovuto. La giustizia tedesca, che ritiene di NON dover considerare le decisioni emesse in altri Paesi dell’Unione (!), ha invece preteso da lei gli alimenti per i due figli che Valérie non vede da 13 anni per volontà del padre, sostenuto dall’apparato familiare del suo paese. Da un po’ di tempo Valérie paga 150 euro al mese, come accordato nel procedimento che si è aperto in Francia dopo la visita dell’ufficiale giudiziario, deciso a pignorare, su incarico dall’avvocato dell’ex-marito.

    Ma questo non basta ai dominatori dell’Europa: pochi giorni fa, questa mamma si è vista recapitare un’ordinanza penale. Valérie è stata condannata al pagamento di 3.600 euro di alimenti, in alternativa 3 mesi di prigione!

    Valérie, che dopo il dolore e lo sconforto per la perdita dei due figli, è riuscita a rifarsi una vita, oggi ha un marito e una figlia piccola, ma è pronta ad andare in prigione, gridando al mondo non più soltanto il suo dolore, ma anche la rabbia, ormai condivisa da migliaia di genitori non tedeschi, contro questa Europa che continua a permettere alla Germania di commettere tali barbarie!!!

    In Francia già un altro papà, Lionel, aveva scelto la prigione, pur di non sottomettersi ai diktat di uno Stato che gli aveva fatto sapere, tramite il lungo braccio del suo Jugendamt, che avrebbe dovuto pagare per i due figli di cui non sapeva nulla da anni fino a quando non ne avesse ricevuto “il loro certificato di morte”.

    In Italia la dott.ssa Colombo, i cui figli sono stati mandati in Germania sulla base di una traduzione dolosamente falsificata e scientemente germanizzati (qui lo Jugendamt era in famiglia, nella persona dell’ex-cognato), si è vista condannare al pagamento di 2.060 euro mensili (più di quello che guadagna), dopo aver scontato una condanna penale di quasi due anni.

    Quanto ci vorrà ancora per capire che il problema non è familiare né giuridico, ma politico e soprattutto di dignità nazionale?

  • Trovato l’accordo tra Merkel e Seehofer

    La crisi del governo Merkel è scongiurata. Nella notte di ieri la cancelliera tedesca ha concluso un accordo con il ministro dell’Interno Horst Seehofer sulla politica relativa ai migranti, accordo che esclude le dimissioni del ministro e che conferma la continuità governativa. L’intesa prevede l’istituzione di “centro di transito” lungo i confini tedeschi, nei quali verificare con accuratezza e più rapidamente le richieste d’asilo. I richiedenti verrebbero respinti, se necessario, negli Stati dell’Unione europea dove avevano presentato domanda d’asilo al loro arrivo dai Paesi extracomunitari. Il tutto dovrebbe avvenire in accordo con i Paesi in cui è avvenuta la prima richiesta, il che, in concreto, vuol dire Italia e Grecia nella maggior parte dei casi. Il nuovo sistema, obiettano molti osservatori, non modificherà di molto le politiche per i migranti, ma appesantirà di più la situazione dei Paesi di prima accoglienza, già penalizzati dai continui arrivi via mare e dal numero di clandestini che vi soggiornano. Il patto concordato non avrà l’impatto efficace sulla politica migratoria che Seehofer richiedeva. La misure più incisive da lui richieste, come il respingimento delle persone arrivate in Germania che hanno presentato richiesta di asilo in un altro Paese europeo, anche senza accordi con quei Paesi, sono state respinte dalla Merkel, contraria a soluzioni unilaterali e favorevole a decisioni europee. E’ l’ennesima prova che la questione dei migranti ha colpito al cuore anche la Germania, come è accaduto in tanti altri Paesi, Italia compresa, tanto che la maggioranza parlamentare è composta da formazioni politiche che si sono dichiarate contrarie, non solo alla politica migratoria dell’UE, ma addirittura all’UE stessa e alla sua moneta. In altri termini, un non sufficiente controllo degli arrivi e la presenza di centinaia di migliaia di clandestini, senza seri respingimenti, hanno diffuso paura e insicurezza che hanno favorito questi partiti anti europei. Il governo che ne è l’espressione ha chiesto, nel recente Consiglio europeo, una collaborazione più intensa dell’Europa verso i Paesi di prima accoglienza e una politica razionale per i respingimenti dei clandestini. Con l’accordo di Merkel e Seehofer non sembra però che si siano fatti passi avanti per il sostegno ai Paesi di prima accoglienza, al contrario! E la questione migranti infetterà sempre di più il rapporto tra i Paesi dell’UE e rappresenterà un grande ostacolo per le riforme auspicate da Macron nell’ormai famoso discorso della Sorbona.

  • L’ondata del populismo migratorio ha raggiunto anche la Germania

    Le conclusioni del vertice europeo di sabato scorso e l’atteggiamento della cancelliera Merkel in tema di migrazioni non hanno soddisfatto il ministro dell’Interno della Germania, Horst Seehofer, che ha annunciato di volersi dimettere nel caso in cui il governo Merkel non attui politiche più adeguate e consistenti in ordine ai migranti e ai richiedenti asilo. Oggi, lunedì, sono in corso nuovi incontri per discutere la situazione e per verificare se le dimissioni annunciate saranno formalizzate. Nel caso queste si verificassero potrebbero avere serie conseguenze per la coalizione che regge il governo Merkel, formato faticosamente dopo difficili trattative. Il fatto che complica la situazione è offerto dal doppio incarico di Seehofer, ministro dell’Interno e leader dell’Unione Cristiano-Sociale della Baviera (CSU), il partito attivo soltanto in Baviera, che affronterà in ottobre un’elezione difficile, incalzato efficacemente dai partiti di estrema destra e che rischia per la prima volta dal dopoguerra, di perdere la maggioranza assoluta dei seggi nel parlamento locale. Oltre a ciò, la CDU è lo storico alleato della CDU, l’Unione Cristiano-Democratica della Merkel. Insieme formano il gruppo parlamentare al Bundestag e garantiscono stabilità ed equilibrio. Dopo le ultime elezioni del settembre scorso, tuttavia, con il calo di consenso dei socialdemocratici, con quello, sia pure meno consistente, dei cristiano-democratici, e con  l’aumento inaspettato del partito “Alternativa per la Germania” (AFD), che raggiunse il 12,64% dei voti, i due partiti si trovano su posizioni conflittuali in relazione alla politica per l’immigrazione: la CSU di Seehofer su posizioni più nette e più drastiche, per un controllo più rigido degli ingressi; la CDU della Merkel per maggiori aperture e più incline all’accoglienza. La differenza di vedute, però, non aveva intaccato, fino ad ora, l’alleanza di lunga data tra i due partiti. Le eventuali dimissioni di Seehofer potrebbero invece cambiare le cose ed indebolire la “grosse” coalizione che sostiene il governo Merkel.

    Dietro pressione della CSU, la settimana scorsa la Merkel ha proposto un accordo vago agli altri leader europei riuniti a Bruxelles nel Consiglio europeo, con l’impegno a costruire nuovi centri per i richiedenti asilo e a rendere più rigido il sistema dell’accoglienza in Germania. Questa soluzione, non ancora definita nei dettagli, era stata proposta dalla Merkel in linea con le richieste della CSU, che minacciava di espellere tutti i richiedenti asilo che si trovano in Germania, ma che abbiano fatto richiesta di asilo in altri Paesi dell’UE. E’ il tema dei “movimenti secondari”, che Merkel vorrebbe scoraggiare. Nella riunione del Consiglio europeo ha lavorato in questo senso e ha sempre detto di essere contraria alle espulsioni di chi è già in Germania, sostenendo l’opportunità di coinvolgere gli altri Stati europei e cercare la loro collaborazione. La Merkel, giustamente, teme che una chiusura, sia pur parziale, dei confini della Germania potrebbe mettere a rischio il principio di libera circolazione delle persone e delle merci, uno dei risultati più importanti raggiunti dall’Unione europea, che ha contribuito a rendere più dinamico il suo sistema economico, a partire proprio da quello tedesco. La cancelliera ha presentato alla CSU un piano per ridurre l’arrivo di nuovi migranti in Europa e al tempo stesso per riorganizzare la presenza dei richiedenti asilo. Ha stretto accordi con oltre 15 Paesi dell’UE per fare in modo che riaccolgano le persone che avevano presentato richiesta d’asilo nei loro confini, prima di arrivare in Germania. Alla televisione ZDF, Merkel ha poi cercato di rassicurare ulteriormente la CSU, spiegando che l’obiettivo condiviso resta quello di ridurre il fenomeno dei migranti. Il suo governo propone, semplicemente, di farlo in modo meno drastico e in collaborazione con altri Stati. Dopo una lunga riunione avuta domenica con gli altri leader della CSU, Seehofer è giunto alla conclusione che la soluzione proposta dalla Merkel non fosse sufficiente e ha mantenuto l’idea delle espulsioni. Non tutti però, all’interno della stessa CSU, condividono la posizione di Seehofer, il quale, oltre alla possibilità di dimettersi da ministro dell’Interno, ha detto che potrebbe dimettersi anche da leader della CSU, offrendo alla Merkel l’opportunità di riprendere il controllo della situazione, eliminando un elemento di instabilità nel suo governo. Staremo a vedere. Questa sera dovremmo saperne di più. In ogni modo un dato è certo: l’ondata populista relativa all’immigrazione ha raggiunto al cuore anche la Germania. Che l’ondata sia populista o meno, lo vedremo nei prossimi mesi. Potrebbe trattarsi semplicemente di una presa di coscienza dei rischi che l’immigrazione comporta per i Paesi ospitanti, quando essa supera certi limiti. Rendersene conto ora e provvedervi per tempo, è sempre meglio che subirne passivamente le conseguenze.

     

  • Il prossimo Consiglio europeo e il disaccordo italiano

    Lo si aspettava da tempo, soprattutto per i temi all’ordine del giorno: immigrazione, unione bancaria, unione monetaria. Tutti argomenti che sono sul tavolo da diversi anni e che mai venivano affrontati per una mancanza d’accordo tra i due grandi dell’Unione europea, la Germania e la Francia. Emmanuel Macron, il presidente francese, aveva smosso la acque con l’ormai famoso discorso della Sorbona nel settembre del 2017. Discorso considerato da alcuni come destinato ad entrare nella pluridecennale storia dell’Unione europea alla pari della “Dichiarazione Schuman” del 1950 che diede l’avvio al processo di integrazione. Dopo anni di crisi e di stasi, Macron faceva ripartire il processo con proposte riformiste che avrebbero messo in moto i meccanismi comunitari bloccati dall’inazione dei governi. Era un discorso che criticava coloro che hanno fatto passare l’idea di un’Europa burocratica ed impotente ed attribuito la responsabilità delle scelte e delle decisioni impopolari – tutte decise dai governi in seno al Consiglio dell’Unione – ai tecnocrati non eletti di Bruxelles. “Dimenticando, così facendo, che Bruxelles – affermava Macron – siamo noi, nient’altro che noi”. Abbiamo apprezzato la denuncia del risorgere dei mostri del nazionalismo, dell’identitarismo, del protezionismo, del sovranismo, tutte idee perniciose che credevamo sconfitte per sempre e perciò sottovalutate. Ma sono idee risorte che possono persino prevalere e che hanno permesso a due partiti italiani, contrapposti tra l’altro ideologicamente, di vincere le elezioni e di installarsi al potere. Sembrava allora che il discorso fosse l’inizio di una nuova fase della storia dell’UE, ma l’indebolimento di Angela Merkel, avvenuto prima sul piano elettorale e poi nella ricostituzione della “Grande coalizione” con i socialdemocratici, essi pure sonoramente sconfitti alle elezioni del 24 settembre 2017, non ha permesso sino ad ora un accordo con Macron sulla prospettiva da lui tracciata alla Sorbona. Pare ora che su alcuni punti, riguardanti l’emigrazione  e l’Unione bancaria, l’accordo con la Germania ci sia. In preparazione dell’avvenimento ci sono stati diversi incontri tra Macron e la Merkel e di entrambi con il presidente del Consiglio italiano Conte, dai quali sembravano emersi accordi sulle richieste italiane relative ad una gestione europea dell’accoglienza dei migranti. Questo tema era stato catapultato in primo piano dalla decisione del ministro degli Affari interni Salvini di vietare l’approdo ai porti italiani di una nave tedesca che trasportava 656 rifugiati gestiti dalle ONG, gesto che aveva indotto il presidente francese ed il portavoce del suo partito ad insultare il ministro italiano. La crisi che ne era scaturita nei rapporti con la Francia sembrava essersi risolta con la visita del presidente Conte al presidente Macron, il quale aveva dichiarato che i suoi giudizi sul comportamento del governo italiano non avevano assolutamente l’intenzione di colpire il ministro Salvini o chicchessia. Sembrava, dicevamo, stando a quanto riferivano i giornali sulle conclusioni dell’incontro. La Francia è d’accordo con l’Italia sulla futura gestione dell’accoglienza e riconosce che quest’ultima, da sola, non può sobbarcarsi il carico e l’onere dei migranti che scelgono le sue rive per trovare rifugio dalla miseria e dalle guerre. Sembrava, ripetiamo, perché ora, alla vigilia della riunione del Consiglio europeo, è trapelato il testo di un progetto francese che renderebbe responsabili della gestione i Paesi di prima accoglienza. L’Italia, quindi, essendo il primo dei Paesi di prima accoglienza, potrebbe vedersi rispedire i rifugiati che altri Paesi europei decidessero di respingere. Apriti cielo! Il governo italiano grida che non vuole essere turlupinato, che Macron e la Merkel avevano lasciato intendere la loro disponibilità per una gestione comune, non per la libertà di decisione in ordine al respingimento verso il Paese di prima accoglienza. Di fronte a questo eventuale voltafaccia il presidente Conte minaccia di non partecipare alla riunione del Consiglio europeo. “L’Italia non può essere presa in giro” e lascia intendere che potrebbe uscire anche dall’accordo di Schengen. Non si sa con quali risultati concreti, ma la minaccia è questa. Il Consiglio europeo dunque si preannuncia burrascoso, con o senza l’Italia presente. Ci domandiamo, tra l’altro, a cosa servirebbe la politica della sedia vuota. Nessuno, in assenza dell’interlocutore principale, potrebbe conoscere con esattezza la posizione italiana in ordine al problema all’ordine del giorno. La presenza invece permetterebbe di far conoscere al sistema dei media ed all’opinione pubblica europea, oltre che mondiale, che cosa propone in concreto l’Italia per contribuire a risolvere “l’invasione” dei migranti, con tutte le conseguenze che ne derivano, per la presenza massiccia di clandestini, per la sicurezza e per la legittima tutela dei valori culturali dei Paesi d’accoglienza. E sugli altri temi in agenda, quale sarebbe l’atteggiamento del governo italiano? Il fiscal compact rimane sempre tabù, o si avrà il coraggio politico di emendarlo? Lo stesso dicasi per il “bail-in”. Anche questi sono temi scottanti. L’assenza è sempre una presa di distanza che non giova ai nostri interessi, i quali vanno difesi tutti i giorni attraverso la funzione della diplomazia e dei comportamenti virtuosi. Se su questi temi non saranno prese decisioni definitive, anche le riforme auspicate da Macron alla Sorbona si allontaneranno nel tempo e la crisi europea contribuirà a rendere meno credibili le istituzioni dell’Unione, il che, in vista delle elezioni del 2019, non ci sembra una buona prospettiva.

  • Britons dash to become German before Brexit

    BERLIN (Reuters) – Driven by the prospect of Britain’s withdrawal from the European Union next year, the number of British passport holders who became German citizens jumped by 162 percent last year, Germany’s Federal Statistics Office said on Wednesday.

    Nearly 7,500 Britons acquired German citizenship last year. This follows a 361 percent rise in 2016, bringing the total for the two years to around 10,400. This is more than double the number of Britons who became Germans in the 15 years from 2000.

    “A link to Brexit is obvious,” said the Office, adding Britons were the second biggest group to be granted German citizenship last year after nearly 15,000 Turks.

    With no Brexit deal yet in sight, despite a leaving date of March 2019, many Britons are worried they will lose the right to live and work in Europe’s biggest economy, which is enjoying an unusually long period of growth and record low unemployment.

    Britons usually need to have lived in Germany for eight years to qualify. Applications take more than six months to process and Britons can take up dual citizenship while Britain is still an EU member.

    Overall, the number of people becoming German rose by 1.7 percent last year to 112,200, the highest level since 2013.

    Reporting by Madeline Chambers; Editing by Raissa Kasolowsky

  • Achtung Binational Babies: credevo avessimo smesso di fare gli zerbini

    Eravamo zerbini. Zerbini dell’Europa e di ogni paese dell’Unione che avesse da noi preteso qualcosa. Qualcosa sta cambiando su tanti fronti, ma sul tema della tutela dei nostri connazionali all’estero e soprattutto dei bambini binazionali lo siamo ancora, siamo vergognosamente degli zerbini. Basta leggere la ratifica italiana della Convenzione dell’Aja sulle sottrazioni internazionali (L. 64/94) – della cui modifica da noi richiesta ancora non si parla! – e paragonarla per esempio alla ratifica tedesca della stessa convenzione per comprendere come l’Italia si sia organizzata per esportare i propri bambini richiesti da uno Stato estero e per non riportare mai a casa quelli sottratti e portati dall’Italia verso l’estero. Padri e madri italiane che hanno avuto a che fare con le istituzioni preposte a questi casi (Autorità centrale del Ministero di Giustizia, Tribunali, Ministero degli Esteri, Consolati) potranno solo confermare all’unanimità.

    A dire il vero, si è levata anche su questo fronte una voce autorevole, schietta e sincera, anche se per ora isolata: il Console Generale d’Italia a Colonia, Pierluigi Ferraro, che ha avuto l’occasione di confrontarsi personalmente con il Sistema familiare tedesco (Jugendamt e Tribunali familiari), ha avuto il coraggio di chiamare ogni cosa con il suo nome e di definire questa ‘Amministrazione per la Gioventù’ tedesca, lo Jugendamt, per quello che è. In una intervista della testata online Deutschlandfunk, Angelo Bolaffi si dice “preoccupato della svolta radicale attuata dell’Italia” (la maggioranza degli italiani, professore, ha votato come ha fatto, proprio perché auspicava questa svolta!). Il giornalista aggiunge che in occasione della Festa della Repubblica Italiana, durante un evento al Consolato Generale d’Italia a Colonia, il Console Generale, Pierluigi Ferraro, nel suo discorso ha parlato anche degli Jugendamt e ha definito il loro agire, in molti casi, come quello di criminali e terroristi (http://www.deutschlandfunk.de/philosoph-zum-politischen-verhaeltnis-deutschland-und.694.de.html?dram:article_id=419660 ). L’intervento dell’Ambasciata (in pratica del Ministero degli Esteri) non si è fatto attendere e ha preteso dal Console uno scritto di scuse. Ovviamente subito integralmente pubblicato dalla testata tedesca (il discorso del Console invece è stato solo riassunto e non citato integralmente!).

    Questo è esattamente quello che fanno gli zerbini, signori Ministri e Presidente del Consiglio!

    Dopo aver incassato per decenni insulti gratuiti da politici e media tedeschi, senza aver mai osato protestare con sufficiente forza, abbiamo finalmente un Console che fa seriamente il suo mestiere e il suo dovere e il Ministero degli Esteri cosa fa? Lo bacchetta.

    Che l’agire degli Jugendamt sia criminale non è un’invenzione del Console, è una denuncia pubblica portata a livello europeo (Parlamento) e a livello nazionale in Italia, Polonia, Francia e persino nella stessa Germania. Ma non è politicamente corretto. Perché? Perché appropriarsi dei bambini binazionali crea introiti di miliardi di euro e un indotto in Germania di altrettanto valore. In buona parte sono miliardi che si muovono dal capitale privato degli Italiani (stipendi, immobili, risparmi, pensioni) verso la Germania, il resto lo finanzia l’Europa (cioè in buona parte l’Italia, quale contribuente netto) con programmi di “aiuto ai giovani e alle famiglie” (ovviamente non le famiglie naturali né i genitori biologici) che ad altro non servono se non a sottrarre i bambini ai loro genitori per inserirli in un circuito ben più redditizio. Se dunque certe verità non sono politicamente corrette per la Germania, dovrebbero esserlo a maggior ragione per l’Italia che se non si decide a dare una svolta anche su questo fronte, continuerà a perdere i propri figli, il proprio futuro e i propri capitali.

    Il Console coraggioso non va bacchettato, ma ringraziato. I bambini e i capitali vanno fatti rientrare in Italia.

  • Merkel tardivamente preoccupata per gli sbarchi in Italia, che farà il governo Conte sugli immigrati?

    Desta una certa perplessità la dichiarazione della cancelliera tedesca Angela Merkel sulla necessità di un sistema di asilo, di una polizia di frontiera comune e di un’agenzia per i rifugiati in tema di emigrazione. Se la Merkel riconosce che sugli sbarchi l’Italia è stata lasciata sola, non può certo ignorare che da molti anni è la Germania che indirizza gran parte delle scelte della Ue e che tuttora anche la proposta di revisione dell’accordo di Dublino non risolve i problemi dei Paesi, in primis dell’Italia, che essendo largamente costieri sono i primi a subire gli sbarchi e a provvedere ai migranti che rischiano naufragi o addirittura soccombono nell’attraversata. Se siamo stupiti da una dichiarazione di solidarietà che avrebbe dovuto da tempo tramutarsi in azioni concrete e non solo in affermazioni di intenti, siamo altrettanto stupiti che il nuovo governo si senta maggiormente in sintonia con chi non accoglie la propria quota di migranti e di conseguenza condanna l’Italia a rimanere con tutto il peso di una realtà molto difficile.

    Certamente sono urgenti e necessarie nuove norme e nuove regole per arrivare a far sì che il flusso migratorio possa essere controllato e non stravolga le realtà economico-culturali dei Paesi europei. Ma in attesa di queste norme, nazionali e comunitarie, ogni Paese europeo dovrebbe farsi carico della necessaria solidarietà verso l’Italia mentre invece al vertice di fine mese sulla revisione di Dublino molti Paesi della Ue proporranno la possibilità di rispedire al Paese europeo di primo sbarco gli immigrati giunti sul loro territorio anche dopo 10 anni dal loro arrivo.

  • Sarebbe responsabile la Germania dei nostri mali economici?

    La crisi politica e istituzionale che sta attraversando l’Italia ha posto in primo piano l’accusa alla Germania di essere responsabile dei mali economici del resto d’Europa. La sua politica d’austerità non favorirebbe la crescita e porterebbe benefici soltanto al settore finanziario. Da qui le affermazioni accusatorie di Salvini e Di Maio: E’ la Germania a non volere il cambiamento che noi vogliamo effettuare per l’Europa – sottintendendo che la rigidità tedesca sui bilanci viene imposta perché conviene all’economia tedesca, senza tener conto delle esigenze degli altri Paesi.

    Su questo argomento si è pronunciato recentemente l’Istituto economico Molinari di Parigi che già nel titolo del suo intervento si chiede se “l’egoismo economico della Germania sarebbe responsabile dei problemi incontrati da certi Paesi europei, dalla Francia in particolare”,  per rispondere subito che si tratta di un mito che si deve decifrare

    E’ infatti una credenza diffusa che il rigore finanziario sarebbe esclusivamente tedesco, al contrario di quanto accade nel resto d’Europa. La cancelliera tedesca al potere da 13 anni sarebbe le degna ereditiera dei suoi predecessori ordo-liberali, difensori del principio dell’ortodossia finanziaria. La sua ricerca sfrenata dell’equilibrio di bilancio renderebbe complessi i dati, quando si tratta in particolare di sviluppare la costruzione europea. Questo modo di vedere rientra nel mito, che va chiarito e decifrato

    Non esiste, innanzitutto, nessuna differenza teorica tra il corpus teorico tedesco e quello francese o italiano, in termini di spesa pubblica, siamo tutti adepti della teoria degli stabilizzatori automatici. I periodi di crisi devono permettere ai deficit anti-ciclici di svilupparsi, per favorire la ripresa economica. Inversamente, i periodi di calma sono messi a profitto per riequilibrare i conti. Da qui l’integrazione di un margine di manovra del 3% dei deficit pubblici nei criteri di Maastricht. Da qui, anche, l’integrazione nel trattato di una soglia di debito pubblico del 60% del PIL da non superare. Il debito, ipotecando i nostri margini di manovra e quelli delle generazioni future, è sempre considerato che deve restare sotto controllo. Queste regole comuni non cadono dal cielo. Non sono state imposte da nessuno e sono sempre state difese, anche se talvolta non praticate, dalla più alta amministrazione, oltre che da eccelsi economisti.

    In secondo luogo, questo impegno comune è rispettato da una proporzione non indifferente di Paesi dell’Unione europea. C’è evidentemente la Germania che in 20 anni ha conosciuto 7 anni di eccedenze pubbliche. Ma complessivamente il suo debito è sotto controllo e oggi ammonta allo stesso livello di prima dell’ultima crisi economica. Situazione radicalmente diversa in Francia e in Italia. In Francia per i deficit annuali e in Italia per il debito pubblico che ha continuato ad aumentare. Non sono mancati poi politici e specialisti che invitavano la Germania a disfarsi di un feticismo perpetuo per le eccedenze, come se la Germania fosse la sola in Europa a praticare questa politica di rigore.

    La realtà, invece, è ben diversa. Le ultime cifre mostrano che 12 altri Paesi arrivano a equilibrare i loro conti pubblici. Eccedenze notevoli si registrano, per esempio, in Svezia (+1,3%), nei Paesi Bassi (+1,1%) o in Danimarca (+!%). Passar sotto silenzio questa tendenza non aiuta certamente a fare la necessaria pedagogia sull’importanza del ritorno all’equilibrio di bilancio. I politici sono ambigui quando predicano la riduzione delle spese, senza farla mai, e nello stesso tempo il ritorno all’equilibrio dei conti.

    Il terzo aspetto consiste nell’opportunità di non veicolare visioni economiche disgreganti e senza fondamento. Invitare la Germania a disfarsi delle sue eccedenze di bilancio e commerciali, per il motivo che esse sarebbero fatte a spese di altri Paesi, è un amalgama senza fondamento. Se le eccedenze commerciali degli uni sono i deficit commerciali di altri è una logica che non si applica alle finanze pubbliche. Non c’è nessuna ragione che le eccedenze pubbliche degli uni impediscano agli altri di equilibrare i loro conti. Questo sofisma, contro-produttivo rispetto al lavoro di pedagogia da fare, è anche inutile e disgregante rispetto a un Paese, la Germania, da cui noi anche dipendiamo per gli scambi commerciali interconnessi e per quelli legati al debito pubblico. I tedeschi detengono 24,06 miliardi  di titoli di Stato italiani, la Francia 44,27, il Regno Unito 12,05 e il piccolo Belgio 20,24, all’Italia ne rimangono 188,76. Anche noi approfittiamo dunque della ricchezza e del risparmio dei nostri vicini. Ed è normale che si interessino alle nostre vicende interne, suscettibili di poter provocare disastri finanziari. Anche loro ne subirebbero le conseguenze. Considerare i tedeschi degli aguzzini che ci impongono ristrettezze per trarne un esclusivo vantaggio ci sembra una visione parziale delle cose, per non dire che prendersela con la Germania perché noi non siamo capaci o non vogliamo fare ciò che sarebbe necessario per il bene del nostro Paese, ci sembra una scappatoia dialettica un po’ misera, troppo facile e avulsa da ogni senso di responsabilità. Le eccedenze tedesche non spiegano i nostri deficit pubblici. Il mito della Germania responsabile dei nostri mali va sfatato con convinzione, se non vogliamo farci del male con le nostre stesse mani.

    Abbiamo dunque bisogno della fiducia e della comprensione degli acquirenti dei nostri titoli di Stato. Se la situazione non si migliorerà significativamente confermeremmo che la qualità del nostro debito si è deteriorata, con il rischio di sperimentare quanto è accaduto alla Grecia. Anche per questo ci sembra che le grida lanciate da Di Maio e Salvini contro il Presidente della Repubblica, colpevole di tener conto delle conseguenze che l’aumento del debito provocherebbero presso la Germania e presso gli altri detentori del nostro debito, siano frutto di irresponsabilità, se non di malafede o ignoranza. La favola di La Fontaine sulla cicala e la formica – conclude l’analisi dell’Istituto Molinari – descrive un rischio che non dovrebbe essere trascurato. Dipende solo dalla nostra intelligenza collettiva che resti soltanto una allegoria.

  • Fermarsi è come perdersi

    Se non ricordo male lo slogan fascista affermava che “chi si ferma è perduto”. Stiamo constatando ora, dopo le elezioni del 4 marzo, che la politica italiana è ferma, bloccata dal confronto tra i partiti nel tentativo di formare una maggioranza governativa. E’ un confronto necessario ed inutile nello stesso tempo, perché si sa in anticipo che le distanze tra chi ha vinto e chi ha perso sono infinite e che, anche tra chi ha vinto, le opinioni divergono radicalmente in ordine ai programmi presentati all’elettorato, tanto da far pensare che una ricomposizione di compromesso sia quasi impossibile. Ma niente è impossibile in politica e tutto potrebbe accadere. Nel frattempo, però, tra i ripensamenti, i tentativi di verifica promossi dal presidente della Repubblica attraverso degli esploratori, che fino ad ora non hanno scoperto niente, la politica italiana rimane ferma, nel senso che i temi dibattuti sono quelli funzionali alla formazione di una maggioranza, sono quelli politicanti, che non pensano al futuro ed alle riforme, ma soltanto al posizionamento tattico che potrebbe smuovere l’avversario verso l’accordo di potere. Intendiamoci!, è moneta corrente ovunque prendere tempo dopo le elezioni, soprattutto quando i risultati non assicurano la governabilità e la formazione conseguente di una maggioranza. I ritardi nelle decisioni da prendere non ci scandalizzano. In Germania sono occorso 171 giorni per giungere ad un accordo, che poi è stato stilato in 177 pagine, contenenti le scelte per il futuro riguardanti temi vitali per l’avvenire della Germania. Ma il ritardo italiano non è dovuto al tempo necessario per redigere un testo d’accordo. Di testi scritti non si parla proprio. Il tempo si perde nel porre veti reciproci, nel sottolineare le divergenze incompatibili, nel modificare il proprio programma nel tentativo di piacere all’avversario. Niente temi relativi al futuro dell’Italia ed alla sua collocazione più adeguata al contesto europeo ed internazionale. Niente analisi eventuali sul miglioramento del sistema, ma soltanto: quello non lo voglio nella eventuale maggioranza, quello non mi piace perché è diverso dal mio modo d’intendere la politica, ecc. E’ un ritardo sistemico il nostro, da Paese bloccato e senza la vitalità necessaria a farlo rimanere al passo. Per questo diciamo che è fermo. Lo è ancor prima delle elezioni. Lo è dal 4 dicembre 2016, giorno della sconfitta del referendum sul progetto di riforme. Non è quindi il ritardo che ci preoccupa, ma le cause che lo hanno prodotto, a partire dalla legge elettorale inadeguata a garantire governabilità e stabilità, e il fatto che intorno a noi l’Europa si muove. Domenica scorsa la Merkel, Macron e la May si sono consultati e hanno preso posizione contro gli Usa, che minacciano di applicare dazi alle importazioni dall’UE, e si sono chiesti se sostenere o meno il progetto americano contro l’accordo sul nucleare con l’Iran. Contestualmente si dovrà anche decidere se rinnovare o meno la sospensione delle sanzioni secondarie statunitensi verso Teheran, ovvero le sanzioni volte a impedire a parti terze di fare affari con l’Iran. Non sono temi da poco. Quali sarebbero le implicazioni di un mancato rinnovo della sospensione a livello regionale e internazionale? Quali le ricadute sulle relazioni transatlantiche, considerato che l’Europa ha più volte ribadito la necessità di preservare l’accordo e di mantenere una politica d’impegno verso Teheran? Francia, Germania e Regno Unito si concertano e rispondono a nome dei loro Paesi e indirettamente dell’Europa. E l’Italia? Può permettersi, date le sue relazioni commerciali con l’Iran, di rimanere fuori dal gioco? La diplomazia italiana, certamente, non rimarrà ferma. Ma il fatto di non partecipare al dialogo con i tre grandi che s’accordano su questi argomenti rendono debole la nostra posizione e difficile la difesa dei nostri legittimi interessi. Ecco perché i ritardi di cui abbiamo parlato sono anche responsabili della nostra debolezza sul piano internazionale oltre che europeo. Sembra che l’Italia sia scomparsa dal teatro globale della geopolitica e dell’economia. Stiamo creando un divario d’influenza e di credibilità nei confronti dei partner occidentali. Occorreranno tempo e grandi sforzi per colmarlo. “Loro avanzano – dice La Stampa – mentre noi discutiamo, distratti, di cose spesso piccole e, peggio, personalizzate, che paiono aver poco o nulla a che fare con le esigenze e le ambizioni di un grande Paese e dei suoi cittadini”. I cicli economici e storici si inseguono anche senza di noi. E chi sta fermo non è che sia perduto, ma subisce le scelte fatte da altri. Il che non è commendevole.

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