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Il governo della May approva accordo con l’UE

Ma poi sette ministri si dimettono per protesta contro la Brexit “debole”

Sembrava una vittoria della May l’approvazione da parte del governo del Regno Unito dell’accordo raggiunto per l’uscita dall’Unione europea. Le polemiche della vigilia e le dimissioni di alcuni personaggi ostili alle proposte della May decise nel corso di una riunione ai Chequers, la residenza di campagna ufficiale dei Primi Ministri britannici, si pensava fossero state superate durante le sei ore di dibattito del governo sul contenuto dell’accordo. Anche le tre ore di dibattito alla Camera dei Comuni, durante le quali la May è stata messa sulla graticola pure da deputati appartenenti al suo stesso partito, sembravano superate dalla tenace volontà del Primo Ministro di non recedere di un pollice dalle posizioni acquisite ai Chequers e nel negoziato con gli emissari dell’UE. La May ne usciva vittoriosa, sia pure a prezzo di accuse feroci e di focose polemiche. La sua leadership aveva prevalso tanto nei confronti di coloro che sono contrari alla Brexit, quanti di quelli che pur essendo a favore della Brexit, considerano l’accordo troppo debole per gli interessi del Regno Unito. La sua immagine, pur bistrattata e spietatamente attaccata, ne usciva vittoriosa, tanto come capo del governo che come presidente del partito conservatore, pur diviso sul tema della Brexit. Ciò nonostante la May si trova in una situazione veramente paradossale. Al referendum che decise l’uscita ella si schierò per restare nell’UE. Ma dopo la vittoria del “si”  e la conseguente crisi all’interno del partito conservatore, con le dimissioni di Cameron, ella si trovò alla testa del partito e del governo, impegnata a far rispettare la volontà della maggioranza vittoriosa favorevole all’uscita. E rispondendo a chi la attaccava, in seno al governo e al Parlamento, ha continuato ad affermare che si batteva per rispettare la volontà della maggioranza degli elettori e che l’accordo in questione era la formula migliore per abbandonare l’Unione europea senza traumi. Ma così non l’hanno pensato i suoi sette ministri che dopo il consenso del governo, uno dopo l’altro si sono dimessi. La vittoria della May, pertanto, si sta trasformando in una crisi che mette in forse l’approvazione dell’accordo da parte del parlamento. La situazione è in movimento e non si può prevedere dove la crisi andrà a parare.

Il nodo della discordia è rappresentato dalla questione dell’Irlanda del Nord che non vuole un confine né con la Repubblica irlandese, né con il Regno Unito, nodo che l’accordo tanto discusso avrebbe risolto temporaneamente con il mantenimento dell’Irlanda del Nord nell’Unione doganale, estesa anche a tutto il Regno Unito, in attesa di eventuali nuove soluzioni. Questo nodo spacca l’opinione pubblica e soprattutto spacca il governo e i partiti, non solo quello conservatore, ma anche quello laburista. Da un lato e dall’altro ci sono gruppi minoritari che rifiutano le soluzioni previste dall’accordo. Le motivazioni del dissenso sono diverse, ma sono profonde ed è difficile anche per gli osservatori calcolare il numero di coloro che potrebbero ipoteticamente garantire la maggioranza alla May. Anche l’opinione pubblica rimane frastornata da questa situazione, tanto che alcuni sondaggi darebbero la maggioranza a coloro che sono contrari alla Brexit nell’ipotesi di un nuovo referendum, oggi auspicato dagli amici dell’ex premier Tony Blair. Dai dibattiti e dalle feroci polemiche in corso, emerge sempre più il timore che l’uscita rappresenti un danno per gli interessi del R.U. , interessi economici e finanziari, tanto che alcuni temono la scomparsa della capitale finanziaria mondiale da Londra. E Francoforte, sede della BCE, la banca centrale europea, sarebbe indicata come capitale competitrice. I laburisti, dal canto loro, vorrebbero che la crisi sfociasse in nuove elezioni politiche, L’aria che però qualche tempo fa soffiava a loro favore, ora è diminuita d’intensità. Il loro capo, Jeremy Corbyn, è sempre più ambiguo. Non prende decisioni precise, se non contro gli ebrei, e un leader antisemita oggi in Gran Bretagna fa risorgere vecchi e odiosi fantasmi che si credevano completamente superati. Questo suo attaccamento a vecchi miti e a visioni socialistiche ottocentesche lo fanno considerare un vecchio arnese di una visione politica superata. Sarebbe la negazione di dieci anni di socialismo moderno praticato da Tony Blair ed il ritorno ad una situazione che la mondializzazione non potrebbe più sopportare. La May è più credibile per la sua coerenza e per la sua forte volontà di rispettare il mandato degli elettori. Ma potrebbe essere ugualmente perdente nel prossimo futuro. Non ce lo auguriamo, perché l’allungarsi dei tempi per il rispetto delle procedure d’uscita potrebbe favorire un ripensamento degli elettori. Il Regno Unito fuori dall’Europa non sarebbe più quello e l’Europa senza Regno Unito sarebbe diversa, probabilmente in negativo.

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