In attesa di Giustizia: la banalità della tragedia
Studia, studia, altrimenti finirai con il fare il Pubblico Ministero: è un modo di dire un po’ in disuso, ironico e paradossale, che in Calabria ha mostrato come la realtà possa grottescamente confermare la saggezza popolare.
A Platì è una notte di novembre di molti anni fa, quando venne fatto partire il blitz della cosiddetta Operazione Marine e 125 abitanti su 3.800 vengono arrestati con l’accusa di essere mafiosi mentre un altro centinaio sono gli indagati a piede libero: questa spettacolare operazione coordinata dall’ineffabile Nicola Gratteri si concluderà molti anni dopo con solo otto condanne e, fin qui, siamo nella fisiologia delle iniziative visionarie di un Procuratore che si ritiene unto dal Signore. Alla parte tragica di questa maxi indagine fece seguito l’onere per lo Stato di pagare decine di sostanziosi indennizzi per ingiusta detenzione ma alla banalità della tragedia che ha privato della libertà personale una moltitudine di innocenti si assomma una componente ridicola della vicenda che ha dell’incredibile. Secondo i Carabinieri, coordinati da Gratteri ma anche secondo il GIP che diede seguito alle richieste d’arresto, la ’ndrangheta era arrivata a dominare l’attività amministrativa del comune di Platì. Secondo gli inquirenti la prova di uno iattante predominio mafioso a Platì è rappresentato da una delibera del Comune del 2001 intitolata “valorizzazione aree latitanti”: secondo Gratteri & C. ciò dimostrerebbe che i bunker sotterranei utilizzati dai latitanti sarebbero stati addirittura realizzati con fondi pubblici. Un fatto di straordinaria gravità con tanto di esplicita delibera comunale, tanto che il Giudice, nell’ordinanza di custodia cautelare afferma che tale delibera era sintomatica dell’“atteggiamento tracotante e arrogante tenuto dall’amministrazione comunale che opera in disprezzo di qualsiasi norma e regola, mostrando protervia e imprudenza a qualsiasi controllo amministrativo condotto dagli organi preposti, e che si palesa nel suo agire proprio per volere dello scellerato gruppo criminale attenzionato”. Ma veramente gli amministratori del comune di Platì erano arrivati a scrivere, nero su bianco, in delibere ufficiali, che i soldi pubblici venivano destinati alla costruzione di bunker dei latitanti? Ovviamente no. Anche la follia umana ha dei limiti mentre il furore manettaro non ne conosce.
Subito dopo gli arresti e gli interrogatori di garanzia affiorano le prime crepe dell’indagine. I difensori degli indagati recuperano le delibere precedenti a quella del 2001 che venivano ancora vergate a mano o battute a macchina facendo questa scoperta: l’intitolazione era in realtà “Valorizzazione aree latistanti fiumara”, cioè aree poste ai lati di un torrente. Insomma, i funzionari del comune avevano trasposto al pc la delibera originaria e l’espressione “aree latistanti” si era trasformata in “aree latitanti” dal correttore automatico…e nessuno a rileggere neppure prima di arrestare centinaia di persone.
La notizia dello strafalcione è ghiotta ed inizia a trapelare ma Gratteri, anziché meditare su quanto pian piano stava emergendo (sulla base di verifiche che la legge impone di svolgere proprio al PM), sostiene che si tratti di un abbaglio segnalato dei difensori, ed all’ ANSA dichiara che si tratta soltanto di “una nota di colore”, che “non ha alcuna rilevanza ai fini della solidità dell’impianto accusatorio”, anche perché “il termine latistanti tra l’altro nella lingua italiana non esiste”…detto da lui che parla una lingua aborigena che italiano sicuramente non è.
Di fronte al tribunale della libertà, tuttavia, viene evidenziato che la parola “latistante” nella lingua italiana esiste ed era stata usata nelle delibere precedenti (così come anche nei bilanci adottati dal comune), quindi si era di fronte a un mero errore dovuto alla trasposizione degli atti su pc e nel Grande dizionario della lingua italiana viene anche riportata una frase di Camillo Cavour, in cui si parla proprio di “campi latistanti”.
Inquietante nota di colore è quella che evidenzia come il termine “latistante” fosse persino utilizzato nei quiz usati per l’accesso al concorso in magistratura.
La banalità di questa tragedia è tale che fa venir persino da sorridere, se fosse la sceneggiatura di un film, magari un sequel dell’indimenticabile e profetico “Tutti dentro!” interpretato da Alberto Sordi e non l’intessuto di un provvedimento di cattura che porta in intestazione la Stella della Repubblica. Della Repubblica delle Procure.




