adolescenti

  • Teens launch High Court challenge to Australia’s social media ban

    Australia’s landmark social media ban for children is being challenged in the nation’s highest court, with two teenagers alleging the law is unconstitutional as it robs them of their right to free communication.

    From 10 December, social media firms – including Meta, TikTok and YouTube – must ensure that Australians aged under 16 cannot hold accounts on their platforms.

    The law, which is being watched closely around the world, was justified by campaigners and the government as necessary to protect children from harmful content and algorithms.

    However, 15-year-olds Noah Jones and Macy Neyland – backed by a rights group – will argue the ban completely disregards the rights of children.

     

    “We shouldn’t be silenced. It’s like Orwell’s book 1984, and that scares me,” Macy Neyland said in a statement.

    After news of the case broke, Communications Minister Anika Wells told parliament the government would not be swayed.

    “We will not be intimidated by threats. We will not be intimidated by legal challenges. We will not be intimidated by big tech. On behalf of Australian parents, we will stand firm,” she said.

    The Digital Freedom Project (DFP) announced the case had been filed in the High Court on Wednesday. Teenagers rely on social media for information and association, and a ban could hurt the nation’s most vulnerable kids – young people with disability, First Nations youth, rural and remote kids and LGBTIQ+ teenagers – the most, the group said on their website.

    Led by a New South Wales parliamentarian, John Ruddick, DFP said their challenge would hinge on the ban’s impact on political communication, and whether it was proportional to the law’s aims.

    Other measures to improve online safety should be used instead, the group argued, pointing to digital literacy programmes, the forced introduction of age-appropriate features for platforms, and age assurance technologies which have greater privacy protections.

    Noah Jones argued the government’s policy was “lazy”. “We are the true digital natives and we want to remain educated, robust, and savvy in our digital world… They should protect kids with safeguards, not silence.”

    Australian media have previously reported that Google, which owns YouTube, has also been considering launching a constitutional challenge.

    Though opposed by the tech companies who will be charged with enforcing it, the ban is supported by most Australian adults, according to polls. However, some mental health advocates say it may cut kids off from connection, and others say it could push youngsters to even-less-regulated corners of the internet.

  • Fewer school-age children vaping in Australia since ban, study says

    School-age children in Australia are vaping less, research suggests, a year after a government ban on disposable vapes came into effect.

    Vaping rates among 14 to 17 year olds fell from 17.5% at the start of 2023 to 14.6% in April this year, according to the latest update from Cancer Council Australia’s nationwide study Generation Vape.

    The survey also found rates for people aged over 15 reduced by more than a third.

    Australian Health Minister Mark Butler said vaping rates for young Australians “have now turned the corner”, adding that officials have seized more than 10 million illegal vapes in the past year.

    “Our education and prevention campaigns as well as support to deter people from taking up vaping and smoking or to quit are making a difference,” he said in a statement.

    New laws to stop single-use vapes from being made, imported, advertised and supplied in Australia were introduced in July 2024. Nicotine vapes can now only be legally purchased with a prescription at pharmacies. However, a black market for nicotine vapes has been thriving in the country for years.

    The UK similarly banned the sale of disposable vapes from June this year.

    Vapes are considered safer than normal cigarettes because they do not contain harmful tobacco – but health experts advise that they are not risk-free and the long-term implications of using them are not yet clear.

    Australian authorities – like those in the UK – were particularly concerned about the uptake of vapes by youth, with Mr Butler arguing the products were creating a new generation of nicotine addicts.

    The latest Generation Vape survey found that 85.4% of young people – from a pool of about 3,000 children aged between 14 to 17 – had never vaped.

    Less than a third of those teenagers expressed an interest in vaping, which the Cancer Council says represents a drop in curiosity about the products.

    Attitudes towards vaping among school-age children are changing too, the researchers said, pointing to interviews conducted in the study where many current or former vapers said they felt a sense of shame or embarrassment about their vape use.

    Though fewer teenagers are reporting that they’re able to buy their vapes themselves, however, tobacconists and vape shops remain a key source of vape sales, despite the new laws.

    Speaking to the Australian Broadcasting Corporation (ABC) on Wednesday, Mr Butler said he is confident the “peak of vaping” is behind Australia.

    “I know this is a really, really tough fight and we’ve got a lot more to do, not just in the area of vaping, but illicit tobacco as well,” he said.

    Tobacco use remains Australia’s leading cause of preventable death – despite some of the strongest anti-smoking laws in the world – and kills more than 24,000 people each year.

  • In attesa di Giustizia: l’incertezza della pena

    Nove anni sono la pena richiesta dal P.M. di Tempio Pausania per Ciro Grillo ed i suoi amici per violenza sessuale. A questa pena che – forse – verrà inflitta, ed in quel caso bisognerà scontare, vanno aggiunti i sei anni sin qui trascorsi dall’inizio dell’indagine oltre agli ulteriori tempi per il giudizio di appello ed – eventualmente, in Cassazione: un tempo che pesa  perché, in questo caso, è l’architrave della giovinezza, ma – soprattutto – perché misura la distanza incolmabile che continua ad esserci tra chi è giudicato e chi giudica…compresi coloro che non indossano una toga e hanno saccheggiato i social network per rinvenire e diffondere le immagini di un Ciro Grillo festaiolo, commentando ed insultando, dando voce alla solita compagnia di giro degli indignati in servizio permanente effettivo che meno sanno di una vicenda e – meno che mai – degli atti di un processo e più si sentono in diritto di pontificare. Una volta ci si limitava al popolo dei “Commissari tecnici”, quelli che avevano la soluzione tattica e la selezione di giocatori perfetta per portare al trionfo la Nazionale di calcio e ne parlavano al bar durante una partita a stecca: al giorno d’oggi la razza si è evoluta con legioni di genetisti, criminologi, esperti in dattiloscopia, balistica e persino in neuroscienze cognitive, sapientoni alimentati dal Davigo pensiero che credono che il concetto di certezza della pena equivalga a “più galera per tutti”.

    Nove anni di carcere sono una vita ma cinque serviti solo per concludere il primo grado di giudizio sono già una pena al termine della quale, chiunque sia l’accusato, sarà una persona diversa dal presunto autore di oltre un lustro prima: forse peggiore ma forse anche migliore. E, allora, come la mettiamo con la finalità rieducativa della pena? Quei nove anni sono troppo pochi o troppi? Sicuramente sono una vita e qui si ferma il codice per porsi la domanda forse più difficile: che cosa sanno davvero i Giudici di quei ragazzi, della loro idea – se ne avevano una – di che cosa è giusto e che cosa no? Per comprendere la difficoltà di una risposta ragionata e racchiusa in una sentenza basterebbe guardarli oggi a confronto le loro foto del 2019: volti ancora segnati dall’adolescenza, bambini cresciuti ed abituati a raccontarsi in tempo reale, a giocare con la realtà fino a sfumarne i contorni.

    E chi li giudicherà, prima ancora chi ne ha chiesto la condanna, non sono neppure gli stessi magistrati che hanno avviato e concluso tanto l’indagine quanto il processo: il Pubblico Ministeri è cambiato una mezza dozzina di volte, obbligando ognuno sopravveniente a studiarsi tutto un fascicolo di cui non sapeva nulla così come delle strategie originariamente allestite dal primo titolare, dei tre giudici che avevano iniziato il processo non ne è rimasto nemmeno uno ed anche in questo caso i cambiamenti sono stati plurimi ed in parte si spiega la inaccettabile durata.

    Ma questa è giustizia e come si spiega? Semplice: a Tempio Pausania non ci vuole andare nessuno o – quantomeno – nessuno vuole restarci oltre lo stretto necessario e, tutt’al più, la destinazione è buona solo per ottenere un ambito posto di direttivo (Procuratore Capo o Presidente del Tribunale) o semi direttivo (Procuratore Aggiunto o Presidente di Sezione) indispensabile per il progresso in carriera e verso circondari più ambiti mentre del Tribunale di Tempio è stata pure soppressa la Sezione distaccata di Olbia che, se non altro, offriva una più apprezzata prossimità alla Costa Smeralda. Il peggio è che la Sardegna è praticamente tutta nelle medesime condizioni dal punto di vista della organizzazione giudiziaria con l’eccezione di Cagliari nel senso che lì le cose vanno un po’ meno peggio.

    Chissà se di questi problemi, che sono autentici ed attuali del sistema e non limitati alla sola Sardegna, e conducono alla semi paralisi della giustizia, ci parlerà mai Sua Eccellenza Nicola Gratteri che ha ottenuto persino di avere un programmino tutto per sé su LA7 o se si limiterà alla tradizionale ostentazione della vanità del moralismo etico esaltata in tempi televisivi…chissà se saranno argomenti affrontati da Luciano Violante che si è accasato in RAI? Sventurata è la terra che ha bisogno di simili eroi.

    Intanto a Tempio Pausania si deciderà il futuro di un gruppo di ragazzi: ci sono voluti sei anni ma – in fondo -a un giudice che neanche c’era quando è iniziata questa vicenda, di quella generazione, dei sei anni, non gliene frega niente e c’è da temere che penserà: “hanno giocato, è andata male a lei ed è andata male a loro”. Però nove anni (più sei quindici e ancora non sappiamo cosa verrà) sembrano, e sono, una vita ma non giustizia.

  • Obesità adolescenziale in crescita, in particolare nei maschi: allarme per i rischi cardiovascolari già in giovane età

    Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il numero di bambini e adolescenti obesi tra i 5 e 19 anni nel mondo è aumentato di 10 volte negli ultimi 40 anni. Attualmente in Europa il 59% degli adulti e quasi 1 bambino su 3 è in sovrappeso od obeso, e in Italia la situazione non è migliore: il 43% degli adulti ha un eccesso ponderale, con punte del 49% in Puglia. Inoltre, secondo gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità, oltre il 22% degli adolescenti italiani presenta un eccesso ponderale. Tra i maschi di 17 anni, la quota sale a quasi il 24%, con un 3,9% classificato come obeso.
    Il trend, che fino a pochi anni fa sembrava in lieve diminuzione, sta nuovamente crescendo, soprattutto nella fascia 11–14 anni. Inoltre, a livello globale, un rapporto OMS ha stimato che nel 2022 l’obesità infantile e adolescenziale in Italia ha raggiunto livelli circa quattro volte superiori rispetto al 1990 (​epicentro.iss.it). Ancora più preoccupante è la distribuzione geografica del fenomeno: le prevalenze più elevate di obesità tra i giovani si osservano nelle regioni del Sud Italia​ (epicentro.iss.it). Le regioni meridionali come la Campania presentano tassi di adolescenti sovrappeso/obesi superiori al 25-30%, con la Puglia al 27%, mentre in alcune regioni del Nord (es. Trentino Alto Adige) tali valori scendono sotto il 15%​ (epicentro.iss.it). In generale, almeno 1 adolescente su 4 nel Mezzogiorno risulta in eccesso di peso, a fronte di quote sensibilmente inferiori nelle regioni settentrionali​.
    Il Progetto Scuola della Fondazione Foresta ETS, partito lo scorso ottobre a Padova, ha coinvolto quasi seimila studenti delle scuole superiori. I dati raccolti confermano un quadro preoccupante: i giovani maschi sono più frequentemente obesi rispetto alle coetanee (18% vs 12%), e questa forbice è sempre più ampia rispetto a 8 anni fa quando la differenza era di soli due punti percentuali. Le conseguenze sulla salute non sono trascurabili e includono certamente le disfunzioni sessuali (già il 20% degli obesi dichiara di avere almeno una disfunzione sessuale già a 18 anni, contro meno del 10% dei coetanei normopeso), ma anche i tipici fattori di rischio cardiovascolare dell’adulto, come ipertensione, iperglicemia e ipercolesterolemia.

    Uno studio condotto dall’equipe del prof. Foresta in collaborazione col prof. Andrea Di Nisio dell’Università Pegaso, su oltre 100 ragazzi italiani tra 11 e 14 anni, nell’ambito di un progetto di prevenzione dell’obesità e della salute andrologica e pubblicato sulla rivista internazionale Endocrine, ha mostrato dati preoccupanti.
    Quasi la metà del campione era in sovrappeso o obeso. Un elemento chiave emerso è la diffusa carenza di vitamina D: Il 92% dei ragazzi obesi e il 76% dei normopeso risultavano avere livelli insufficienti. Tale carenza si è rivelata essere un indicatore indipendente di accumulo di fattori di rischio cardiovascolare, anche nei soggetti normopeso. In condizioni di ipovitaminosi D, cioè con livelli inferiori a 30 ng/ml, la probabilità di presentare almeno un fattore di rischio risultava aumentata del 31% nella popolazione totale e del 41% tra i ragazzi in eccesso ponderale. Nei casi di carenza grave (inferiore a 20 ng/ml), il rischio risultava addirittura raddoppiato.
    “Questo studio dimostra che l’obesità adolescenziale espone i ragazzi, già in tenera età, a fattori di rischio cardiometabolico, che se non corretti nell’adulto possono svilupparsi precocemente in patologie cardiovascolari severe, per non parlare del rischio di ipogonadismo ed infertilità, confermato già da diversi studi che mostrano come la funzionalità testicolare del giovane obeso sia già alterata e si mantenga tale durante tutto la fase di sviluppo sessuale dell’adolescenza” conclude Foresta.
    Lo studio, illustrato a Lecce presso il Mercure Hotel President, nelle giornate del 9 e del 10 maggio all’interno del XVIII convegno di endocrinologia e medicina della sessualità sul tema “Obesità, osteoporosi, infertilità: un complesso sindromico dilagante” dimostra come queste tre patologie sono frequentemente interconnesse, soprattutto nel maschio infertile e indipendentemente dall’invecchiamento. Basti pensare che quasi il 50% dei giovani infertili è infatti obeso, ipogonadico e presenta una ridotta densità dell’osso, prodromica all’osteoporosi.

  • Under 14 iperstimolati prima di essere pronti a gestirsi, dice lo psicoterapeuta

    “Un’età di grande potenza in cui non si ha ancora la competenza necessaria per gestirla”. Così Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, medico e scrittore, definisce l’età tra i 10 e i 13 anni, nota come preadolescenza. “La preadolescenza è l’età dello tsunami – afferma lo psicoterapeuta -. Quando arriva in casa e i genitori se ne accorgono, si rivolgono a noi dicendoci che c’è un “mostro” e ci chiedono di “smontare” e “rimontare” i figli per riavere la vecchia versione. Non è un’operazione possibile, perché nella preadolescenza il bambino o la bambina si spostano dal copione dell’obbedienza a quello dell’autonomia. Il difficile compito degli adulti è allora quello di nutrire i funzionamenti cognitivi dei ragazzi, che da soli non ce la farebbero”.

    Osservando quanto la tecnologia riveste un ruolo di primo piano, Pellai evidenzia quanto essa impatta sui più giovani: “Stiamo vivendo il momento di massima emergenza in termini di salute mentale per gli adolescenti. É qualcosa di paradossale, perché siamo la generazione di adulti che più si è posta la domanda su come fare a renderli felici. Le camere dei nostri figli sono diventate delle “centraline della Nasa”, dove c’è sempre un bottone da spingere per vivere esperienze immediatamente appaganti. Farne altre, non immediatamente appaganti, può diventare allora per i ragazzi una fatica enorme. Gli adulti devono dare perciò una direzione e limitare l’iperstimolazione”. Infine, Pellai rimarca come la perdita di sensibilità dovuta al fatto di essere immersi in una quantità innumerevole di materiale desensibilizzante, che spesso provoca analfabetismo emotivo e mancanza di empatia, possa condurre i ragazzini verso il bullismo. I preadolescenti di oggi, sottolinea, vivono in un mondo accelerato in cui sono sottoposti a molti più stimoli di quanti la loro età consenta di gestire.

  • Aumentano gli adolescenti disadattati

    L’indice di salute mentale tra gli adolescenti nel 2023 è sceso a 71, rispetto al 72,6 registrato l’anno precedente. I giovani restano la fascia d’età con l’indice più alto, ma in confronto alla media della popolazione è nitido il contrasto tra prima e dopo la pandemia. Un gap che peraltro non sembra essere ancora del tutto recuperato. Spiccato è il divario di genere: tra le adolescenti l’indice di salute mentale è stato pari a 67,4 nel 2023, circa 7 punti in meno dei coetanei maschi (74,3). Sebbene uno svantaggio femminile sia comune a tutte le fasce d’età, lo scarto registrato tra i 14 e i 19 anni è particolarmente ampio.

    “La differenza di genere a svantaggio delle donne si osserva a tutte le età, ma è particolarmente accentuata tra i più giovani e tra i più anziani. Nel 2023, in questi gruppi il divario di genere raggiunge i 7 punti: il punteggio è pari a 74,3 per i ragazzi di 14-19 anni (67,4 tra le coetanee)” segnala l’Istat nel Rapporto Bes 2023 dello scorso aprile 2024.

    Quello sulla salute mentale non è l’unico indicatore che segnala una difficoltà nella condizione di bambini e ragazzi. Dai dati sull’isolamento sociale a quelli sulle dipendenze, fino ai disturbi del comportamento alimentare, i segnali in questa direzione sono numerosi. Tuttavia, se è abbastanza chiaro il quadro complessivo, non è altrettanto semplice ricostruire il fenomeno con una disaggregazione territoriale fine, premessa obbligata per qualsiasi tipo di intervento.

    Un primo elemento che questi dati consentono di analizzare è il contesto familiare. In presenza di un disagio psicologico o di un disturbo, poter contare sul sostegno dei genitori e in generale della famiglia è fondamentale. Tanto è vero che lo studio effettuato durante la pandemia dal garante dell’infanzia e dall’Iss ha fatto emergere questo aspetto come fattore protettivo per la salute mentale dei minori nell’emergenza Covid-19. I dati mostrano che al crescere dell’età, diminuisce la facilità con cui ragazze e ragazzi riescono ad aprirsi con i genitori, con una maggiore facilità nel parlare con la madre. La questione riguarda soprattutto le ragazze. Poco più della metà delle quindicenni dichiara di ricevere un elevato supporto familiare (51,8%), a fronte del 60,7% registrato tra i coetanei maschi. Una quota che varia anche rispetto al territorio di appartenenza. Solo il 42% delle ragazze di Veneto ed Emilia-Romagna dichiara un elevato supporto familiare. Oltre due terzi degli studenti maschi della provincia autonoma di Bolzano (71,7%), della Valle d’Aosta (66,5%) e della Puglia (66,2%) dichiarano un elevato supporto della famiglia. Tra le giovani la quota è sistematicamente più bassa, anche se supera il 60% in 3 territori. Oltre all’area di Bolzano, due regioni del mezzogiorno come Sicilia e Campania. Quest’ultima è anche la regione con il minor divario di genere: la quota di giovani che si sentono supportati dalla famiglia è analoga tra maschi e femmine e sfiora il 61%. Al contrario, meno del 45% delle ragazze di Friuli Venezia Giulia, Marche, Emilia Romagna e Veneto dichiara un elevato supporto familiare.

    Insieme alla famiglia, la scuola è l’altra istituzione con un ruolo centrale. È qui infatti che bambini e ragazzi trascorrono buona parte del proprio tempo, vivendo esperienze che possono influenzarne il benessere e lo sviluppo. Anche in questo caso, l’apprezzamento verso la scuola è inversamente correlato all’età. I rispondenti 11enni a cui “piace molto la scuola” sono il 21% tra le ragazze e il 15% tra i maschi. La quota si dimezza a 13 anni (7% maschi, 10,7% femmine), per poi calare ulteriormente tra i 15enni (5,6% maschi, 7% femmine). In questa fascia d’età, il 61,8% si sente accettato dagli insegnanti, ma solo poco più di uno su 3 (35,4%) percepisce un interesse da parte dei docenti. Due su 3 (66,6%) si sentono accettati per come sono dai compagni di classe. Fortemente correlata con i rapporti con insegnanti e compagni è la percezione di stress rispetto all’esperienza scolastica. La difficoltà di gestire lo stress è uno dei fattori più spesso chiamati in causa per l’impatto sulla dimensione psicologica e sociale. Circa il 60% degli studenti intervistati dichiara di sentirsi molto o abbastanza stressato dalla scuola, una quota cresciuta rispetto alla precedente rilevazione del 2017/18. La percentuale varia rispetto ai territori, all’età e al genere degli studenti. Non raggiunge il 50% in provincia di Bolzano (40,6%) e in Calabria (49%), mentre supera il 62% in Veneto e Valle d’Aosta. Il picco massimo tra le ragazze 15enni: quasi l’80% dichiara di sentirsi abbastanza o molto stressata dall’impegno scolastico (60,2% tra i coetanei maschi).

    Due terzi delle adolescenti dichiara di aver utilizzato spesso i social media per scappare da sentimenti negativi. L’uso problematico dei social è più frequente tra chi viene da una famiglia a basso status socio-economico: tra questi ragazzi raggiunge il 15%, contro il 12,7% di quelli con status medio-altro. Le variazioni sono ampie anche rispetto al territorio di appartenenza: nelle regioni del mezzogiorno si registra un uso più problematico dei social tra i minori. La Campania è la regione italiana dove si registra la maggiore frequenza di un uso problematico dei social media tra gli adolescenti (16%). Seguono, con quote poco inferiori al 15%, Calabria e Puglia.

  • I teenager praticano autolesionismo per esprimersi

    L’autolesionismo prende piede tra i ragazzi italiani, tra i 12 e i 18 anni, con un’accelerazione dopo il Covid. Il 70% di chi compie atti come tagliare, incidere, ferire la pelle, gambe e braccia con lamette, coltelli affilati, temperini, punte di vetro, lattine usate ha un’età compresa tra i 12 ai 14 anni (nella maggioranza dei casi scelgono di ferirsi le braccia con la lametta). Il 19% di loro riesce a smettere di tagliarsi, ma solo grazie al supporto di uno psicoterapeuta. Fortunatamente, si tratta di un disturbo della personalità perlopiù transitorio, che scompare al termine dell’adolescenza, quando si è tra i 20 e i 25 anni.

    A spingere a farsi male è spesso il proposito di scacciare un chiodo con un altro chiodo, più precisamente di controllare e interrompere un dolore mentale o un’angoscia troppo forti: molti preferiscono il dolore fisico al dolore mentale e ferendosi fanno in modo che il dolore fisico prenda il posto di quello mentale. Per alcuni adolescenti tagliarsi è addirittura un modo per percepire di esistere ed essere vivi: meglio un dolore fisico che non sentire niente o sentirsi vuoti e inutili. Tagliarsi dà l’illusione di un sollievo, a volte addirittura euforia, come se dai tagli fuoriuscissero finalmente le emozioni che non si riescono a tollerare dentro di sé: la disperazione, la tristezza, il sentirsi rifiutati, la solitudine e la rabbia.

    L’autolesionismo può anche costituire una forma di comunicazione del proprio disagio. Attraverso le ferite, infatti, la propria sofferenza appare evidente agli occhi degli altri: il proprio corpo viene utilizzato come una lavagna attraverso cui far percepire a tutti che si esiste e come ci si sente.

  • I bambini non giocano più

    I bambini non giocano più né tra di loro né da soli, non corrono, non inventano situazioni, storie, non hanno fantasie perché fin da quando hanno un anno tengono in mano un smartphone, o almeno un cellulare collegato ad internet, dove possono vedere tutte le fantasie degli altri che li priveranno della capacità di averne di proprie.

    I bambini non devono disturbare così i premurosi genitori affidano i loro strumenti tecnologici alle piccole mani, ai piccoli occhi, alle piccole menti proprio nel periodo nel quale la formazione è più importante, l’imprinting assoluto.

    Piccole menti addestrate a guardare cose che ancora non capiscono, cose che saranno memorizzate per poi, più avanti, essere imitate, piccole menti che diventeranno lentamente sempre più incapaci di provare emozioni, sentimenti, di crescere attraverso esperienze personali e dirette perché conoscono tutto solo per via indiretta, tramite la rete.

    Ogni essere vivente cresce a tappe, per gli esseri umani ogni anno dovrebbe portare a nuove esperienze commisurate alle diverse età, ogni percorso fa affrontare sconfitte e successi, ogni confronto con gli altri abitua al confronto con se stessi e con la vita, i sentimenti si coltivano misurandosi con quanto è intorno, dalla famiglia ai libri, dai compagni di classe e gli insegnanti alle persone che si incontrano, dalle difficoltà da superare alle soddisfazioni raggiunte.

    Se così non è, e ormai da troppo tempo non è più così, l’infanzia è perduta perché tutto è sostituito dal silenzio fragoroso della rete che ha soppiantato tutto e tutti, l’infanzia è perduta impedendo così l’arrivo di una adolescenza consapevole, graduale, difficile, come tutti i momenti di crescita, ma necessaria per diventare adulti e non rimanere per tutta la vita nel limbo della dipendenza.

    La tecnologia è per le persone adulte, conscie di se stesse, non deve essere il primo, spesso unico, riferimento di un bambino.

    Le cifre parlano chiaro se non si cambia continueranno ad aumentare i rischi visto che già ora vi è un aumento esponenziale delle depressioni e dei pensieri suicidari proprio tra la popolazione più giovane. Inoltre aumentano il disinteresse verso i rapporti con gli altri, l’aggressività, l’impoverimento del pensiero, della parola, delle relazioni interpersonali.

    I più giovani, costantemente connessi, attraverso uno strumento tecnologico, a realtà alle quali non appartengono, perdono contatto con il reale intorno a loro e diventano incapaci di affrontarlo.

    Si diventa incapaci di affrontare problemi, accettare sconfitte, battersi per superare difficoltà, ogni evento rischia di diventare un dramma, di provocare un trauma personale o collettivo, le patologie psichiche aumentano, l’intera società diventa a rischio quando sono a rischio i suoi ragazzi.

    Diversi scrittori e studiosi da alcuni anni hanno lanciato il segnale d’allarme, in alcuni paesi si sta cercando con specifici divieti di arginare il problema ma occorrono iniziative più forti che possono nascere solo dalla consapevolezza che non c’è più tempo per indugiare.

    I bambini devono interagire col mondo intorno a loro, non con la rete, devono tornare a fantasticare attraverso i libri, a giocare inventandosi giochi e storie, devono parlare per fare domande ed avere risposte, domande e risposte che partano ed arrivino con voci ed intelligenze umane, da persone, grandi e piccole, capaci di guardarsi negli occhi trasmettendosi sensazioni e sentimenti non solo nozioni.

    Non si diano più ai bambini smartphone o telefonini connessi alla rete, si alzi a 16 anni l’età per collegarsi ai social, si torni a parlare con i propri figli, nipoti, studenti, si dia spazio alla cultura del dialogo, della consapevolezza, dell’esempio, si torni tutti a leggere di più e meglio cercando di capire quello che si legge e quello che è intorno e forse si riuscirà a sconfiggere quell’ansia che sta uccidendo l’infanzia e non solo.

  • Cyberbullying: One in six teenagers report harassment online

    Nearly one in six adolescents have experienced cyberbullying, an international study has found.

    More school-aged children have reported being cyberbullied than before the pandemic, according to the report by the World Health Organization (WHO).

    The study surveyed more than 279,000 young people from 44 countries and regions.

    In Wales, where nearly 37,000 young people were surveyed, 17% reported experiencing cyberbullying.

    The Health Behaviour in School-aged Children (HBSC) survey suggests the proportion of adolescents who reported being cyberbullied has increased since 2018, from 12% to 15% for boys and 13% to 16% for girls.

    In England, where more than 4,200 young people were surveyed, nearly one in five (19%) reported being cyberbullied at least once or twice in the past couple of months, and 11% reported cyberbullying others.

    In Scotland, where more than 4,300 young people were surveyed, 18% said they had experienced cyberbullying and 11% reported cyberbullying others.

    The report said there was an “urgent need” to educate young people, families and schools of the forms of cyberbullying and its implications.

    Dr Hans Henri P. Kluge, WHO regional director for Europe, said: “As young people’s social engagement switched to the online environment during the Covid-19 pandemic lockdowns, so it appears that perpetration and experience of cyberbullying increased.

    “Focusing on virtual types of peer violence is now an urgent priority to safeguard the health and wellbeing of populations of adolescents and young people, and cyberbullying must be viewed as a major issue for societies.

    “With young people spending up to six hours online every single day, even small changes in the rates of bullying and violence can have profound implications for the health and wellbeing of thousands.

    “This is both a health and a human rights issue, and we must step up to protect our children from violence and harm, both offline and online.”

    ‘A real concern’

    Sarah Hannafin, senior policy adviser for school leaders’ union NAHT, said: “These figures showing an increase in cyberbullying among children are a real concern, and while schools work hard to help keep pupils safe, online bullying can take place anywhere, at any time.

    “Schools alone cannot tackle the issue and the government must ensure the Online Safety Act is implemented swiftly and properly enforced, while social media platforms must do much more to provide a safe online environment.”

    A UK government spokesperson said: “The Online Safety Act will make the UK the safest place in the world for children to be online, requiring companies to take robust action to protect children from harmful content, illegal activity, and abuse – including keeping children safe from bullying.

    “Companies that do not comply with the new can face fines of up to 10% of their global annual revenue, potentially up to billions of pounds.”

  • Quasi 250mila ragazzini si lanciano in sfide impossibili per cercare gloria online

    Secondo una ricerca realizzata dall’Istituto Superiore di Sanità svolta nell’ambito del progetto Dipendenze comportamentali nella Generazione Zeta, circa 243mila gli studenti tra 11 e 17 anni hanno partecipato almeno una volta nella vita a una sfida social pericolosa. Si tratta del 6,1% della popolazione analizzata, con una maggior propensione tra i giovanissimi (11-13 anni) rispetto ai compagni di 14-17.

    Per social challenge si intendono giochi online presentati sotto forma di sfida. Il singolo partecipante si registra con uno smartphone o con una webcam e si esibisce in una serie di attività pericolose invitando gli altri a superarlo. L’obiettivo è duplicare velocemente il numero degli sfidanti. Il social più gettonato è TikTok.

    I challenge cambiano in continuazione, si fa fatica a tenersi aggiornati. Si va dalle cose in macchina all’uso su se stessi della gomma per cancellare fino a bruciare la pelle, dalla masticazione di 10 cubetti di ghiaccio in 30 secondi all’ingestione di una certa quantità di alcol tutto d’un fiato.

    Per la ricerca sono stati intervistati 4mila studenti tra 11 e 13 anni ed altrettanti tra 14-17. Il questionario è stato compilato dagli intervistati a scuola, perlopiù durante l’ora di informatica negli istituti che hanno aderito all’iniziativa anche col beneplacito degli insegnanti.

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