Balcani

  • Il merito come criterio

    Il mondo ricompensa più spesso le apparenze del merito, che non il merito vero.
    François de La Rochefoucauld

    Dal 1o luglio e fino al 31 dicembre 2020 la Germania eserciterà il suo diritto di presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea. Un incarico molto importante questo visto che il Consiglio dell’Unione, insieme con il Parlamento europeo, rappresenta il potere legislativo dell’Unione stessa. La presidenza tedesca del Consiglio avrà come motto “Insieme per la ripresa dell’Europa”. Sono stati resi noti anche gli obiettivi del programma. Non potevano non essere obiettivi legati alla situazione causata sia dalla pandemia del coronavirus che dalle sue conseguenze. La realtà economica rappresenta una seria ed impegnativa sfida da affrontare e vincere. Un programma ambizioso quello del semestre tedesco, presentato l’8 luglio scorso, davanti al Parlamento europeo a Bruxelles, dalla cancelliera Angela Merkel. Il programma prevede un impegno comune e coordinato di tutti gli Stati membri dell’Unione per garantire “una ripresa economica e sociale a lungo termine”. Gli obiettivi posti dal programma, se raggiunti, renderanno possibile che l’Europa [unita] diventi non solo “più solida e innovativa”, ma anche “equa e sostenibile”. E, allo stesso tempo, che diventi “un’Europa della sicurezza e dei valori comuni”. Il che farà “un’Europa forte nel mondo”.

    Presentando il programma della presidenza tedesca del Consiglio dell’Unione europea, la cancelliera ha dichiarato che “uno dei tre obiettivi della politica estera riguarda i Balcani occidentali”. E quando di parla dei Balcani occidentali si tratta soprattutto di due argomenti importanti. Uno riguarda l’integrazione europea dei paesi balcanici, l’altro, molto importante, la geopolitica, perché la penisola balcanica è diventata un territorio dove stanno aumentando gli interessi della Russia, della Cina, della Turchia e di altri stati. Paesi quelli che hanno già dei legami storici diversi, ognuno per conto proprio, con i paesi balcanici. Si tratta di legami, influenze e ormai anche di investimenti di vario tipo che rappresenterebbero una “minaccia” geostrategica e geopolitica per l’Unione europea. Ragion per cui, durante il vertice di Salonicco (21 giugno 2003), i dirigenti dell’Unione hanno dichiarato pubblicamente che l’integrazione dei paesi balcanici rappresenta un interesse strategico per l’Unione europea. Durante la conferenza di Berlino (28 agosto 2014) è stato presentato quello che ormai viene riconosciuto come il Processo di Berlino per i Balcani occidentali. Si tratta di un’iniziativa tedesca che ha come obiettivo finale l’integrazione dei paesi balcanici nell’Unione europea. Nell’ambito del Processo di Berlino sono stati svolti annualmente, da allora, i vertici di Vienna, di Parigi, di Trieste, di Londra e di Poznan. L’ultimo è stato il vertice di Zagabria, il 6 maggio 2020, in videoconferenza a causa del coronavirus. In tutti quei vertici è stato ribadito che l’integrazione dei paesi balcanici rappresenta un interesse strategico per l’Unione europea. Ma anche che tutti i paesi candidati all’adesione devono adempiere e rispettare i criteri di Copenaghen. Si tratta di quei tre criteri, approvati nel 1993, durante il vertice del Consiglio europeo nella capitale danese. E cioè il criterio politico, il criterio economico e l’adesione agli acquis communautaire. Quello politico rappresenta però una condizione sine qua non per l’adesione. Il che significa che nel paese candidato dovrebbero funzionare le istituzioni per garantire lo Stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela.

    Ormai la Serbia e il Montenegro stanno affrontando il processo dell’integrazione europea come paesi candidati. Mentre la Macedonia del Nord e l’Albania attendono l’apertura dei negoziati come paesi candidati. I ministri per gli Affari europei, il 24 marzo scorso, hanno deciso tra l’altro, di aprire i negoziati per la Macedonia del Nord e l’Albania in una data da stabilire. Decisione che è stata adottata in seguito, il 26 marzo scorso, anche dai capi di Stato e di governo, durante il vertice del Consiglio europeo. Con una sola, ma molto significativa, differenza però. E cioè che per la Macedonia del Nord il Consiglio non ha posto nessuna condizione per l’apertura dei negoziati, mentre per l’Albania sono state poste ben 15 condizioni. Condizioni che, con qualche modifica non sostanziale, sono state approvate come emendamento, con un voto massiccio e trasversale dal Parlamento europeo, durante la sessione del 18-19 giugno scorso. Si tratta di quelle 15 condizioni sine qua non che, se non adempite tutte insieme, non potranno portare all’apertura della prima Conferenza intergovernativa tra l’Albania e gli Stati membri dell’Unione europea. Condizioni di cui però il primo ministro nega pubblicamente l’esistenza. Il nostro lettore è stato ormai informato di tutto ciò a tempo debito e a più riprese.

    Durante la sopracitata presentazione del programma per il semestre tedesco del Consiglio dell’Unione europea, riferendosi alla politica estera, la cancelliera Merkel ha parlato, tra l’altro, anche delle conferenze dell’apertura dei negoziati per l’adesione nell’Unione europea dei paesi balcanici. Ma per la prima volta però la cancelliera ha lasciato “diplomaticamente” capire che tra l’Albania e la Macedonia del Nord c’è una bella differenza. Ragion per cui ormai si potrebbero dividere i due paesi nel loro percorso europeo. Cosa che da tempo hanno chiesto diversi Stati membri dell’Unione, proprio per non penalizzare la Macedonia. Perché tutte le 15 condizioni poste all’Albania e che hanno a che fare con l’adempimento del criterio politico di Copenaghen non possono essere adempite e rispettate a breve. Ma quella richiesta realistica e ragionevole di dividere la Macedonia del Nord dall’Albania nel loro percorso europeo non è stata approvata però dagli altri paesi durante il vertice del Consiglio europeo del 26 marzo scorso, compresi la Germania e la Francia. Molto probabilmente, in quel caso, è stato “trascurato” il criterio politico di Copenaghen, per delle ragioni geostrategiche e geopolitiche. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore a tempo debito di quella decisione, sottolineando però anche le conseguenze che potrebbero derivare in Albania, visto l’uso speculativo ed ingannevole della propaganda governativa. Proprio presentando il programma per il semestre tedesco del Consiglio dell’Unione europeo, la cancelliera Merkel ha ribadito l’impegno dell’Unione durante “…i negoziati dell’adesione con la Macedonia del Nord e forse con l’Albania”! Proprio quella parte della frase pronunciata dalla cancelliera, “e forse con l’Albania”, secondo gli analisti e le persone che conoscono bene il “linguaggio diplomaticamente corretto”, rappresenta la vera novità. E cioè che con quell’affermazione la cancelliera ha confermato finalmente la vera, reale e significativa differenza, condivisa anche dagli altri paesi membri, che c’è tra la Macedonia e l’Albania. D’ora in poi perciò non si devono trattare più insieme nel loro percorso europeo.

    Chi scrive queste righe valuta e condivide le 15 condizioni poste all’Albania e approvate il 19 giugno scorso dal Parlamento europeo con un voto massiccio e trasversale. Egli giudica che sono tutte condizioni che rispecchiano il criterio politico di Copenaghen. Ragion per cui  il loro adempimento e rispetto rappresentano delle condizioni sine qua non durante tutto il percorso europeo dell’Albania. Chi scrive queste righe da sempre è stato, è e sarà fermamente convinto che l’unico criterio per l’adesione dell’Albania nell’Unione europea dovrebbe essere soltanto il merito e nient’altro. Per il meglio dell’Albania stessa, ma anche per tutta l’Unione europea. Ogni altro criterio, a lungo termine, creerà soltanto problemi e grattacapi. Perciò bisogna essere molto attenti a non ricompensare le apparenze del merito, ma il merito vero.

  • Falsari di parola e di verità

    … Io udi’ già dire a Bologna del diavol vizi assai,
    tra ‘quali udi’ ch’elli è bugiardo e padre di menzogna.

    Dante Alighieri; La Divina Commedia; Inferno / XXIII

    Così diceva frate Cataldo a Virgilio, autore del poema epico l’Eneide. Lo racconta Dante nella sua Divina Commedia. Era stato proprio Malacoda, un diavolo inventato da Dante, che aveva ingannato Virgilio, il maestro che si prendeva cura del poeta, suo discepolo, mentre scendevano nell’Inferno. Tutti e due erano arrivati al penultimo cerchio, e cioè all’ottavo. Quello che Dante chiama Malebolge, per via delle bolge in cui erano messi i peccatori. Erano dieci le bolge, cioè le fosse, collegate da scogli scoscesi. In quel cerchio erano ammassati tutti: ruffiani, seduttori, adulatori, maghi, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari e bugiardi. Virgilio e Dante cercavano di uscire dalla quinta bolgia, per andare alla sesta, perché erano seguiti dai Malebranche, diavoli capitanati da Malacoda. Si accorsero però che la roccia che doveva collegare le due bolge era crollata. Dante ci racconta che crollò a causa del terremoto che seguì la morte di Gesù Cristo. Invece Malacoda aveva assicurato Virgilio che le due bolge erano collegate tra di loro. Dante ci racconta, nel canto XXIII, che il suo maestro, accorgendosi dell’inganno, dice “Mal contava la bisogna/colui che i peccator di qua uncina”. E i peccatori li uncinava proprio Malacoda, che aveva intenzionalmente ingannato Virgilio. Il frate Cataldo, non senza un po’ di sarcasmo e d’ironia, dice allora a Virgilio di quello che aveva saputo. E cioè che “Io udi’ già dire a Bologna / del diavol vizi assai, tra ‘quali udì/ch’elli è bugiardo e padre di menzogna”. Virgilio abbassa la testa, vergognandosi di essere stato così scioccamente ingannato da Malacoda. Perché per capire una cosa così evidente, per capire che Malacoda era bugiardo e, addirittura, il “padre di menzogna”, non bisognava essere dotti, istruiti all’Università di Bologna, dove si insegnava già nel periodo in cui Dante scrisse La Divina Commedia. Dei bugiardi e degli ingannatori, il poeta si riferisce anche nel canto XXX dell’Inferno. In quel canto racconta dei falsari, di tutti i falsari, che soffrivano nella decima bolgia. Tra i quali anche coloro che Dante chiama i falsari di parola, che poi erano proprio i bugiardi. E tutti quei peccatori erano afflitti da deformazioni e malattie atroci e soffrivano proprio le pene dell’inferno.

    Tornando ai giorni nostri, tutti noi dobbiamo fare sempre tesoro anche degli insegnamenti di Dante. Perché si sa, da che mondo è mondo e ovunque sono stati, sono e saranno, diffusi tra la gente, anche i falsari di parola e della verità. E cioè gli ipocriti, gli ingannatori e i bugiardi. Tutti coloro che hanno fatto, stanno facendo e faranno sempre dei danni. Danni che diventano maggiori, e spesso seri e gravi, quando i falsari di parola e della verità sono degli individui che hanno dei poteri decisionali. Perché sono dei danni fatti non solo alle singole persone e a delle piccole comunità, ma anche alle nazioni intere. E che spesso, con il passare del tempo diventano ancora maggiori e con delle conseguenze difficilmente recuperabili. Quanto è accaduto e/o sta accadendo in Albania durante questi ultimi anni, ne rappresenta un’inconfutabile testimonianza. E purtroppo, in Albania, a falsare le parole e la verità, a ingannare e a mentire, non sono soltanto i governanti, i rappresentanti politici e istituzionali locali, ma anche certi rappresentanti delle istituzioni internazionali o di singoli paesi. Lo dimostrerebbero le dichiarazioni fatte in albanese e/o in inglese in queste ultime settimane.

    Durante la scorsa sessione del Parlamento europeo del 18 e 19 giugno 2020, c’è stata anche una votazione trasversale e massiccia di un emendamento sulle condizioni poste all’Albania nel suo percorso europeo. Quell’emendamento rappresenta ormai una Raccomandazione per il Consiglio europeo, per la Commissione europea e per l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza. Si tratta di 15 condizioni sine qua non poste all’Albania, come paese candidato all’adesione nell’Unione europea. Condizioni che, se non si adempiono, tutte insieme, non si può arrivare neanche all’apertura della prima Conferenza intergovernativa tra l’Albania e gli Stati membri dell’Unione europea. Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana di tutto ciò. Così come è stato informato anche su una seduta della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo, durante la quale si doveva discutere sulla realtà albanese (Bisogna dire pane al pane e vino al vino, 22 giugno 2020). Ebbene, durante quella seduta della Commissione, il 22 giugno scorso, gli eurodeputati hanno denunciato, fatti e documenti alla mano, quanto è accaduto e/o sta accadendo in questi ultimi anni, esprimendo anche la loro preoccupazione per la gravità della situazione in Albania.

    Durante quella seduta ha parlato anche la direttrice per i Balcani occidentali della Commissione europea. Direttrice che, allo stesso tempo, è anche il capo di una struttura molto importante nell’ambito della [ormai fallita] Riforma della giustizia in Albania. Tanto importate è il ruolo di quella struttura, chiamata Operazione Internazionale di Monitoraggio, che è stata inserita anche negli emendamenti costituzionali approvati all’unanimità dal Parlamento albanese il 22 luglio del 2016. Ebbene, la direttrice per i Balcani occidentali, nel suo intervento durante la sopracitata seduta della Commissione degli Affari esteri del Parlamento europeo, ha detto delle “mezze verità”. Chissà perché?! Ma quanto ha detto la direttrice non era quello che è stato approvato con il voto massiccio e trasversale del Parlamento europeo il 19 giugno scorso sull’Albania. E la direttrice non poteva non sapere, sia quanto è stato approvato che il testo intero della sopracitata Raccomandazione, indirizzata anche alla Commissione europea. Istituzione per la quale lavora la direttrice. Sapere quanto era approvato il 19 giugno scorso dal Parlamento europeo sull’Albania era un obbligo istituzionale per lei. Ignorare ciò sarebbe una trascuratezza dei suoi obblighi. Ma saperlo e far finta di ignorarlo, sarebbe peggio. E guarda caso, proprio quella dichiarazione della direttrice per i Balcani occidentali è stata usata un giorno dopo dal primo ministro albanese come riferimento, in sostegno delle sue bugie. Perché lui sta mentendo pubblicamente, chiaramente, ripetutamente e consapevolmente sulle sopracitate 15 condizioni poste all’Albania. Il che, di per se, è una cosa grave. Questa volta, come falsaria di parola e della verità, insieme con il primo ministro, è stata anche la direttrice per i Balcani occidentali della Commissione europea.

    Chi scrive queste righe è convinto che le gravi conseguenze delle “mezze verità” dette e dei richiesti e/o voluti inganni fatti dai soliti “rappresentanti internazionali”, danneggiano non solo il percorso europeo dell’Albania, ma purtroppo aiutano anche il consolidamento della dittatura nel paese. Il barbaro e vigliacco abbattimento, notte tempo, dell’edificio del Teatro Nazionale il 17 maggio scorso, come ribadito anche durante la sopracitata seduta della Commissione degli Affari esteri del Parlamento europeo, rappresenta e testimonia meglio di qualsiasi altra cosa, proprio la mentalità dittatoriale dei gestori della cosa pubblica in Albania. Ma dimostra anche l’ipocrisia dei “rappresentanti internazionali”. Compresa la direttrice per i Balcani occidentali della Commissione europea. Chi scrive queste righe è convinto che le ripercussioni dell’operato di tutti i falsari di parola e della verità le soffriranno, negli anni a venire, i cittadini albanesi. Ragion per cui essi devono ribellarsi e reagire in tempo e determinati. Mentre i falsari hanno ormai il loro posto già riservato nell’Inferno, nelle bolge dell’ottavo cerchio.

  • Una decisione ‘geostrategica’ che però favorisce una dittatura

    Abbiamo due tipi di morale fianco a fianco: una che predichiamo, ma

    non pratichiamo, e un’altra che pratichiamo, ma di rado predichiamo.

    Bertrand Russell 

    Da due settimane l’autore di queste righe sta trattando la decisione del Consiglio europeo del 26 marzo scorso sull’apertura dei negoziati per l’adesione dell’Albania all’Unione europea. Egli considera quella decisione del tutto immeritata e giustificata solamente da “ragioni geopolitiche” e/o altre simili e che trascura e non rispecchia minimamente quello che veramente sta accadendo in Albania. Una decisione che non rispecchia la vera, vissuta e sofferta realtà albanese che sta solamente peggiorando con il tempo e che testimonia, senza ombra di dubbio e senza equivoci, una grave e crescente crisi politica, istituzionale e sociale. Soprattutto dal febbraio del 2019 in poi. Il nostro lettore è stato sempre informato di tutto ciò a tempo debito. Così come il nostro lettore ha avuto modo di conoscere quanto pensa l’autore di queste righe sulle conseguenze di “certe decisioni” prese dalle istituzioni internazionali e/o dalle cancellerie dei singoli Stati e che urtano con i principi della democrazia (Stabilocrazia e democratura; 25 febbraio 2019). Quella del Consiglio europeo sull’Albania è stata una decisione che avrà però, inevitabilmente, ulteriori e negative ripercussioni per i cittadini albanesi. Perché la storia ci insegna che, da che mondo è mondo, il consolidamento di una dittatura porta a sofferenze, vessazioni e violazioni continui.

    Ormai è un fatto pubblicamente noto e facilmente verificabile che, in questi ultimi anni, il primo ministro albanese sta controllando quasi tutte le istituzioni che, “sulla carta”, dovrebbero essere indipendenti. Ragion per cui, dati e fatti accaduti alla mano, in Albania ormai e da qualche anno si sta consolidando una nuova e pericolosa dittatura che cerca di nascondersi dietro a delle illusorie, fasulle ed ingannevoli facciate demagogiche. Ormai è un fatto pubblicamente noto e facilmente verificabile che il primo ministro albanese controlla, grazie al voluto e programmato fallimento della “Riforma del sistema della giustizia”, tutte le istituzioni del sistema. Dopo aver ormai sotto il suo diretto controllo il potere esecutivo e legislativo, dopo avere messo al suo servizio il sistema della giustizia e i media, rimane quasi niente che sfugge al suo controllo. E se questa non è una dittatura, allora cosa potrebbe essere e come si potrebbe chiamare?! Ma purtroppo ormai è un fatto pubblicamente noto e facilmente verificabile che dal 2016 in poi il governo albanese e/o tutte le istituzioni responsabili non hanno esaudito neanche una delle condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo e/o da alcuni singoli Stati membri dell’Unione. E non poteva essere diversamente essendo quelle condizioni strettamente legate al rispetto dei sacri principi della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti dell’uomo. Quelle condizioni non potevano essere esaudite perché i principi della dittatura urtano e sono incompatibili con quelli della democrazia! Allora quali sarebbero stati i “meriti” in base ai quali il Consiglio europeo ha deciso unanimemente di aprire i negoziati all’Albania? Sono consapevoli coloro che hanno deliberato che con una simile decisione hanno dato un ulteriore e tanto desiderato supporto al primo ministro e alla sua ben funzionante propaganda? Facilitandogli così anche la conquista di un terzo mandato nelle prossime elezioni. Con tutte le allarmanti conseguenze comprese però!

    La scorsa settimana l’autore di queste righe aveva continuato a trattare questo argomento. Cosa che, con molta probabilità e salvo qualche importante e/o imprevisto sviluppo dell’ultima ora, continuerà a farlo anche nella settimana prossima. Perché quella inattesa decisione, che contrasta fortemente e vistosamente con la vissuta e sofferta realtà albanese, non convince nessuno che conosce la realtà e che ha un livello normale di percezione dei fatti e di libero ragionamento. Una decisione però, che ha rispettato finalmente le “raccomandazioni positive ed entusiastiche” della Commissione europea, le stesse ripetute dal 2016. Quelle “raccomandazioni” che contrastano però con la vissuta e sofferta realtà, la quale i massimi rappresentanti della Commissione non solo non vedono, e perciò per loro non esiste, ma, addirittura per loro rappresenta una “storia di successo”. “Raccomandazioni” del tutto prive di credibilità che, purtroppo, hanno “convinto” i capi di Stato e di governo dei 27 paesi membri dell’Unione a deliberare unanimemente l’apertura dei negoziati.

    La scorsa settimana il nostro lettore ha potuto leggere, tra l’altro, anche quanto aveva dichiarato il Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di Vicinato, subito dopo la conclusione del vertice del Consiglio europeo (Le drammatiche conseguenze delle decisioni prese; 20 aprile 2020). In quella dichiarazione si potrebbe trovare anche una plausibile e alquanto probabile spiegazione per la sopracitata decisione presa dal Consiglio europeo. Il 26 marzo scorso il Commissario ha dichiarato che “La decisione di oggi (sull’apertura dei negoziati per l’Albania; n.d.a.) conferma l’importanza geostrategica dei Balcani occidentali e dimostra che l’Europa è disposta e in grado di prendere decisioni geopolitiche, anche in questi momenti difficili di pandemia da coronavirus”. Che i Balcani occidentali abbiano “un’importanza geostrategica” per l’Unione europea ed alcuni Stati membri, questo ormai si sa e l’avrebbe capito e saputo da tempo anche il primo ministro albanese. Come avrebbe capito e saputo anche che “l’Europa è disposta e in grado di prendere decisioni geopolitiche” quando serve e/o conviene. Ma sempre la storia, anche quella recente, ci insegna che non sono stati pochi però i casi in cui simili scelte, sancite da “decisioni geopolitiche”, sono risultate sbagliate in seguito ed hanno causato gravi ripercussioni per le popolazioni in diverse parti del mondo. Il Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di Vicinato ha confermato però che determinate decisioni si possano prendere anche “in questi momenti difficili di pandemia da coronavirus”. Compresa anche quella dell’apertura dei negoziati per l’Albania. Musica per le orecchie del primo ministro albanese! Perché da alcuni anni lui sta usando, tra l’altro, anche l’argomento delle “decisioni geopolitiche” per prestare e garantire la sua piena disponibilità ad esaudire determinate necessità di “importanza geostrategica”.

    Una “ghiotta opportunità” si è presentata quando Erdogan, a fine del febbraio scorso, aprì le frontiere per i profughi presenti nel territorio della Turchia. Il primo ministro albanese si offrì subito, garantendo l’accoglienza dei profughi nel territorio albanese. E, guarda caso, lo aveva fatto anche nel giugno del 2018. Proprio pochi giorni prima del vertice del Consiglio europeo che doveva decidere anche sull’Albania! La questione dei “profughi” allora si risolse diversamente e il Consiglio negò l’apertura dei negoziati per l’Albania. Anche allora aveva garantito la sua disponibilità di accogliere profughi. Con una differenza però, che due mesi fa in Albania sono cominciati i lavori per allestire cinque centri di accoglienza per i profughi. E il 26 marzo scorso è arrivata l’inattesa decisione del Consiglio europeo sull’apertura dei negoziati per l’Albania!

    Chi scrive queste righe per il momento considera questi fatti come semplici coincidenze. E spera che il tempo, da eterno galantuomo, prima o poi dimostrerà le vere ragioni di questa decisione. Ma rimane, però, sempre convinto che aprire i negoziati senza alcun merito, ma soltanto per qualche “importanza geopolitica” sarà un altro grande errore e un peso sulla coscienza per tutti coloro che lo hanno deciso. Ed è altrettanto convinto che non si possano avere due tipi di morale fianco a fianco: una che si predica ma non si pratica e l’altra che si pratica ma mai si predica!

  • Via libera alle trattative per l’adesione di Albania e Nord Macedonia alla Ue

    Dopo oltre due  anni di stallo, gli Stati membri dell’Unione europea hanno dato il via libera ai negoziati di adesione di Albania e Nord Macedonia. La decisione è stata presa dai ministri per gli Affari europei in una riunione in teleconferenza del Consiglio Affari Generali dell’Ue ed è stata confermata dal Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo

    La Francia, la Danimarca e l’Olanda lo scorso ottobre avevano messo il veto all’apertura dei negoziati di adesione con i due Paesi dei Balcani occidentali. La Commissione ha presentato una nuova metodologia sul processo di allargamento per superare le obiezioni dei tre Paesi, e in particolare della Francia. I due Paesi avranno un trattamento differenziato. “Sull’Albania abbiamo concordato un certo numero di precondizioni che devono essere rispettate prima che la prima conferenza intergovernativa possa avere luogo”, ha spiegato il ministro degli Esteri dell’Olanda, Stef Blok, in una conferenza stampa virtuale. Le precondizioni per l’Albania riguardano “lo Stato di diritto e lotta contro corruzione”, ha detto Blok. Per la Nord Macedonia “non ci devono essere precondizioni”, ma deve “continuare a dimostrare progressi per concludere con successo il processo di adesione”, ha detto Blok

  • Stato di polizia come una vissuta realtà

    Quando la verità non è più libera, la libertà non è più reale.
    Le verità della polizia sono le verità di oggi.

    Jacques Prévert

    Sì, purtroppo la costituzione dello Stato di polizia in Albania è ormai una vissuta realtà. Anche ufficialmente. Proprio di uno Stato di polizia si tratta, riferendosi purtroppo alla negativa connotazione, secondo la quale si prevede l’uso massiccio e continuo delle forze di polizia per mettere in atto le decisioni di chi detiene il potere, spesso a scapito dei cittadini. Lo ha annunciato il 31 gennaio scorso la ministra della giustizia, subito dopo che il Consiglio dei ministri aveva approvato un Atto normativo. Con quell’Atto si prevedono massimi poteri decisionali e/o operazionali per il ministro degli Interni e/o per i rappresentanti della polizia di Stato. Diritti che urtano e violano palesemente quanto prevede la Costituzione della Repubblica d’Albania. Non solo, ma con quell’approvazione governativa, la Costituzione è stata violata anche e soprattutto, nelle sue definizioni riguardanti un Atto normativo. Perché un Atto normativo, con il potere della legge, viene approvato solo e soltanto nelle condizioni di “necessità e di urgenza”. Cioè solo e soltanto in quei limitati casi in cui la soluzione della problematica, tramite la procedura normale dell’approvazione della legge, non può garantire la dovuta celerità e l’efficacia necessaria. Non solo ma, vista la particolarità, comunque la Costituzione prevede e sancisce che per il controllo della costituzionalità dei casi in cui si approva un Atto normativo con il potere della legge è sempre la Corte Costituzionale, dietro richiesta, che dovrà fare una approfondita verifica e decidere, caso per caso, se ci siano state delle violazioni della Costituzione stessa. Ma, guarda caso, in Albania la Corte Costituzionale non è funzionante da più di due anni! Il che significa che nessuno può impedire l’attuazione dell’Atto normativo approvato in fretta, il 31 gennaio scorso, dal Consiglio dei ministri.

    La reazione è stata immediata e trasversale. Sia da parte dei costituzionalisti, degli specialisti della giurisprudenza, degli opinionisti e gli analisti, che dai rappresentanti dei partiti politici in opposizione con l’attuale maggioranza governativa. Ha reagito deciso anche il Presidente della Repubblica. Del caso si sono occupati, reagendo, anche i media internazionali. L’opinione pubblica è stata giustamente molto preoccupata, considerando e interpretando l’approvazione dell’Atto normativo come un’ulteriore prova e testimonianza del consolidamento di una nuova dittatura in Albania. Lì, dove la situazione sta diventando sempre più allarmante e grave. L’autore di queste righe da tempo lo sta ribadendo e denunciando questa realtà. Il nostro lettore è stato sempre informato di tutto ciò, con tante testimonianze e dimostrazioni, nonché con le analisi che hanno confermato quanto sta accadendo in Albania.

    L’Atto normativo in questione prevede la confisca dei patrimoni e delle proprietà illecitamente accumulate da parte dei condannati per delle attività criminali, per aver partecipato ad attività terroristiche, a traffici illeciti e altri crimini gravi. Fin qui niente di male, anzi! Ma in Albania esistono ormai diverse leggi appositamente approvate negli anni passati per combattere tutte le attività criminali previste nel sopracitato Atto normativo. Non solo, ma esiste, e dovrebbe essere attuata in tutti i casi che si presentano, anche la legge “anti-mafia”. Legge approvata già dal 2009 e che prevede, tra l’altro, anche la confisca dei patrimoni e delle proprietà illecitamente accumulate dei criminali, giudicate come tali. Allora è inevitabile e viene naturale la domanda: perché l’approvazione di quest’Atto normativo? Perché tutta questa grande fretta, violando la Costituzione della Repubblica? La risposta è legata alla grave situazione in cui si trova il primo ministro albanese, responsabile istituzionalmente, ma anche personalmente, della profonda ed allarmante crisi multidimensionale, in cui versa, da alcuni anni l’Albania. Per intimidire e mettere sotto pressione anche quei pochi procuratori e/o giudici “non controllati e ubbidienti”, il primo ministro, e/o chi per lui, ideò una “crociata punitiva e purificante”. Guai a quei procuratori e/o giudici che, messi alle strette dalla [fallita] riforma del sistema di giustizia, secondo lui, pensavano e agivano con il moto “Acchiappa quello che si può acchiappare”. Il diritto d’autore di questa denominazione, però, spetta esclusivamente al primo ministro. Ma si sa, il sistema della giustizia, dati e fatti alla mano, è sempre più controllato da lui personalmente. Ed era proprio lui, facendo finta di niente, come sempre, che durante la seduta plenaria del Parlamento, il 10 ottobre 2019, rese pubblica la sua “crociata punitiva e purificante”. Ma allora parlava di una legge e non di un Atto normativo. Parlava di procuratori e giudici corrotti e non soltanto di criminali. Chissà perché ha cambiato la “strategia d’approccio”?! Ed aveva tutto il tempo necessario per avviare le procedure parlamentari necessarie per approvare la legge di cui parlava il 10 ottobre 2019. Ma non lo ha fatto. E invece di una legge ha approvato un Atto normativo con il potere della legge che urta e viola palesemente con la Costituzione. Ne avrà avuto le sue buone ragioni!

    Ormai tutti sono convinti che si tratta di un Atto che ignora quanto prevede e sancisce la Costituzione. Si tratta di un Atto che passa al ministro degli Interni e alla polizia di Stato delle competenze legali che hanno, esclusivamente e come prevedono le leggi in vigore, i tribunali e le procure. Si tratta di un Atto che mette sotto il controllo del ministro degli Interni sia il procuratore generale della Repubblica che i dirigenti di altre strutture del sistema di giustizia. Si tratta di un Atto che mette, perciò, tutto e tutti sotto il diretto controllo del ministro degli Interni, cioè del primo ministro. Si tratta di un Atto che però mette a nudo tutta la propaganda del primo ministro e dei suoi, sui “successi” del “riformato” sistema di giustizia e della polizia di Stato nella lotta contro la criminalità organizzata. Si tratta di un Atto che mira anche ad “ingannare” le cancellerie europee e le istituzioni internazionali, quando verrà il momento di decidere sul percorso europeo dell’Albania. Forse tra qualche mese. Ma si tratta di un Atto che testimonia la costituzione di uno Stato di polizia. Dovrebbe diventare una forte e seria ammonizione per tutti la convinzione del noto scrittore e saggista cinese Lin Yutang, vissuto negli Stati Uniti durante il secolo passato. E cioè che “Dove ci sono troppi poliziotti non c’è libertà”!

    Chi scrive queste righe considera allarmante quanto sta accadendo adesso in Albania. Considera l’approvazione del sopracitato Atto normativo come un’ulteriore espressione di totalitarismo ed un’altra [provocatoria] mossa per consolidare la dittatura in Albania. Egli è convinto che è un dovere civico e patriottico di ogni singolo, responsabile e ancora non indifferente cittadino albanese, di agire attivamente, per impedire l’attuazione delle diaboliche e pericolose “strategie” del primo ministro. Nonostante considera l’Atto come l’ennesima buffonata propagandistica, ideata e diretta da lui per “guadagnare altro tempo prezioso”, egli valuta seriamente e condanna la spregiudicatezza delle sue decisioni e delle sue azioni concrete, nonché la pericolosità della sua concezione sullo Stato e sulla Costituzione. L’Atto normativo ha soltanto messo in evidenza tutto ciò. Ed ha dimostrato che, purtroppo, lo Stato di polizia è una vissuta realtà in Albania. Per impedire che le verità della polizia diventino le verità dominanti, bisogna che tutti gli albanesi responsabili agiscano determinati e senza indugi contro lo Stato di polizia e contro la restaurata dittatura. Chi scrive queste righe non smetterà mai di ricordare e ripetere, a se stesso e agli altri, l’insegnamento di Benjamin Franklin: “Ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio”!

  • Accordo ingannevole e pericoloso

    L’uomo troppo compiacente che accorda tutto

    per tutto avere, è ruinato dalla propria facilità.

    Confucio

    Durante gli ultimi mesi dell’anno appena passato si sono pubblicamente incontrati per tre volte il presidente della Serbia, il primo ministro della Macedonia del Nord ed il primo ministro dell’Albania. La prima volta il 10 ottobre in Serbia, a Novi Sad. La seconda il 10 novembre ad Ohrid e la terza volta il 21 dicembre a Tirana. La ragione, almeno quella resa nota ufficialmente, è stata la presentazione di una nuova iniziativa per costituire “L’area economica comune dei Balcani occidentali”. Lo hanno denominato l’accordo del “Mini-Schengen balcanico”. E non a caso hanno evocato sia l’Accordo (14 giugno 1985) che la Convezione (19 giugno 1990) di Schengen, essendo degli Atti con i quali si sanciva l’eliminazione dei controlli alle frontiere interne tra i Paesi firmatari e l’introduzione della libertà di circolazione per tutti i cittadini degli stessi Paesi. Ma, a differenza dell’Accordo e della Convenzione di Schengen, i cui contenuti sono stati resi noti nei minimi dettagli, del “Mini-Schengen balcanico”, promosso pubblicamente durante gli ultimi mesi dell’anno appena passato, si sa poco o nulla. Ragion per cui, conoscendo anche i promotori dell’iniziativa, almeno alcuni di loro, si dovrebbe essere molto attenti e guardinghi. Perché si sa, non tutto quello che luccica è oro, anzi!

    Per capire meglio i [presunti] veri obiettivi strategici della proposta bisogna riferirsi alla storia, che sempre ci insegna. Subito dopo la Prima Guerra Mondiale, la costituzione di nuovi Stati nei Balcani e la definizione delle frontiere tra di loro sono stati oggetto di lunghe e spesso molto dibattute discussioni internazionali. Comprese anche le intricate trattative che si svolgevano in quel periodo a Versailles. In quel periodo, dopo il dissolvimento dell’Impero Austro-Ungarico, cominciò il processo della costituzione del Regno della Jugoslavia. È stato un lungo processo, che cominciò nel 1918 e finì nel 1929. Il regno ebbe però una breve vita, fino al 1941. Ma la storia ci insegna che i serbi non hanno mai smesso di pensare, progettare e volere di nuovo una simile struttura statale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, si costituì la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Comprendeva la Serbia, la Slovenia, la Croazia, la Macedonia, il Montenegro e la Bosnia ed Erzegovina. Quella repubblica si disintegrò poi, dal 1992. Ma subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, Tito, con il compiacimento dei vertici del partito comunista albanese, stava attuando l’inserimento anche dell’Albania come settima repubblica della federazione Jugoslava. Anche in quel periodo tra i due paesi ci sono stati degli accordi comuni, compresi quegli per eliminare le barriere doganali e per unificare la moneta. Tutto fallì nel 1948, quando l’Albania entrò pienamente sotto il controllo dell’Unione Sovietica.

    Adesso il presidente della Serbia sta promuovendo di nuovo un accordo: quello sopracitato del “Mini-Schengen balcanico”. Bisogna sottolineare di nuovo che, ad oggi, non è stato reso noto il vero contenuto dell’accordo. Si parla però di libera circolazione dei cittadini e delle merci, del capitale e altro. Da sottolineare anche che attualmente sono in vigore diversi accordi bilaterali tra i paesi balcanici, tranne in certi casi con la Serbia, come quello che permette il libero passaggio di frontiera, con soltanto la carta d’identità. Volutamente si rendono noti soltanto questi diritti, simili a quelli previsti anche dall’Accordo e dalla Convenzione di Schengen, adottati in seguito dall’Unione europea. Secondo molti noti analisti e opinionisti si tratta soltanto di una copertura propagandistica. Perché in realtà tutto fa pensare ad altro. Ed il tempo, noto per essere gentiluomo, prima o poi lo dimostrerà.

    Il presidente serbo, che è stato ministro dell’Informazione di Slobodan Milošević, non è la prima volta che presenta questa iniziativa. Lo ha fatto da primo ministro a Parigi nel 2016, presentando ufficialmente il suo progetto, che prevedeva la costituzione di “un’area economica comune dei Balcani occidentali”. In quell’occasione l’attuale presidente serbo legava quel progetto con la possibilità di distaccare i paesi balcanici dalla sfera d’influenza dell’Unione europea. Lui dichiarava allora che “L’Unione europea non è l’unico fattore coesivo che possa unire i Balcani. Noi (gli Stati dei Balcani occidentali; n.d.a.) lo dobbiamo fare da soli. Abbiamo bisogno di prenderci cura di noi stessi. Ecco perché ho fatto appello ai dirigenti dei paesi della regione di focalizzarsi su noi stessi”! Per rendere meglio l’idea bisogna sottolineare che il concetto dei “Balcani occidentali” è stato proposto per la prima volta agli inizi degli anni 2000, da alcuni alti rappresentanti della diplomazia francese in sede dell’Unione europea. Secondo quel concetto, l’area comprende geograficamente la Serbia, la Macedonia del Nord, il Montenegro, la Bosnia ed Erzegovina, il Kosovo e l’Albania. Quando è stato presentato comprendeva anche la Croazia che, dal 2013, ha pienamente aderito nell’Unione europea.

    Il vero significato del progetto della Serbia, nonché il suo obiettivo strategico, presentato come “l’Accordo di mini-Schengen“, si capisce meglio se si fa riferimento ad un’altra dichiarazione pubblica fatta dall’attuale presidente della Serbia. Questa volta durante un’intervista rilasciata ad un noto media statunitense, il 6 aprile 2018, proprio quattro giorni dopo essere diventato, il 2 aprile 2018, da primo ministro, il presidente della Serbia. Il giornalista gli domandava se con il suo piano per un mercato comune balcanico egli stesse cercando di ricostituire la Jugoslavia. Lui gli rispondeva, senza batter ciglio, che [infatti] “È la vecchia Jugoslavia più l’Albania”! Ed era più di un anno prima della promozione pubblica del sopracitato accordo! Da parte delle istituzioni albanesi nessuna reazione ufficiale. Né politica e neanche diplomatica. Come mai?!

    Tornando ai sopracitati tre vertici per promuovere l’iniziativa serba del “Mini-Schengen balcanico”, bisogna sottolineare che l’iniziativa ha soltanto il supporto della Serbia, dell’Albania e della Macedonia del Nord. Gli altri paesi lo hanno contestato come programma. Soprattutto in Kosovo e per ben noti motivi. Per quanto riguarda l’Albania, risulterebbe che, ad oggi, nessuna consultazione istituzionale sull’argomento sia stata fatta. Tutto è stato gestito personalmente dal primo ministro, senza la ben che minima trasparenza. Non solo, ma lui ha avuto due palesemente opposti atteggiamenti e comportamenti, riguardo alla non partecipazione dei rappresentanti del Kosovo. Durante il vertice di Novi Sad, il primo ministro albanese dichiarava che non avrebbe partecipato ai seguenti vertici se non fossero presenti anche i rappresentanti del Kosovo. Mentre appena due mesi dopo, durante il vertice di Tirana, ha tuonato contro la non presenza di quei rappresentanti, offendendoli e ingiuriandoli con un volgare linguaggio. Chissà perché?!

    Chi scrive queste righe, se lo spazio glielo avesse permesso, avrebbe avuto molti altri argomenti da trattare e commentare su questo Accordo, che lo considera ingannevole e molto pericoloso. Soprattutto se si tiene presente quanto sta accadendo negli ultimi tempi nel mondo. Egli crede, tra l’altro, che il progetto del ritorno alla ex Jugoslavia, oltre alla Serbia, possa interessare molto alla Russia, ma anche ad altri paesi orientali. Chi scrive queste righe considera grave l’idea di abbandonare i processi europei in corso per i paesi balcanici, nonostante quei processi siano stati volutamente bloccati da certi corrotti e irresponsabili politici balcanici. Quelli che, comunque, saranno ruinati dalla propria facilità di accordare tutto, come pensava Confucio.

     

  • Piroette geopolitiche e alleanze instabili

    Attenzione a scegliere e dichiarare alleanze e alleati!
    Perché un giorno possono diventare i tuoi avversari.

    Da diversi mesi prima della riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre scorso, essendo certo della  decisione negativa, il primo ministro albanese “minacciava” l’Unione europea e/o i singoli paesi dell’Unione con l’imminente pericolo proveniente da “certe influenze di paesi terzi, pronti a intervenire nella regione balcanica”. E non si faceva fatica a capire che quei “paesi terzi”, ai quali faceva lui riferimento, erano la Russia, la Cina, la Turchia e altri ancora. Ma le ‘minacce’ del primo ministro albanese non hanno influenzato la decisione dei capi di stato e di governo degli Stati membri dell’Unione. Il 18 ottobre scorso il Consiglio europeo ha chiuso in faccia la “porta europea” al primo ministro albanese. Con quella chiusura si sono sgretolate anche tutte le montature propagandistiche, sue e dei suoi. Per spostare l’attenzione dell’opinone pubblica da quella clamorosa sconfitta, il primo ministro e la propaganda governativa hanno subito accusato il presidente francese Macron come “l’unico nemico”. Accuse immediatamente smentite dal diretto interessato, accusando e schiaffeggiando, a sua volta, la misera propaganda del primo ministro e dei suoi, rendendo anche pubblico, quanto era accaduto realmente durante la riunione del Consiglio europeo, mentre si discuteva e si decideva sull’Albania. Il primo ministro albanese però ha fatto, come suo solito, orecchie da mercante e, con i suoi, ha pensato alla prossima mossa diversiva. Perché lui da tempo non governa più il paese, ma i suoi fallimenti e gli scandali continui, che coinvolgono lui e i suoi, cercando disperatamente di inventare l’ennesima diversione propagandistica per deviare l’attenzione pubblica.

    Questa volta al primo ministro albanese l’occasione è stata offerta da una conferenza sulla politica statunitense nei Balcani occidentali (US Policy in the Western Balkans), svoltasi a Tirana il 28 ottobre scorso. Ma questa volta la “scelta” non passa tramite il suo “amico e alleato strategico”, il presidente turco Erdogan. Il primo ministro albanese questa volta ha dichiarato “amore eterno” agli Stati Uniti d’America e ha fatte sue le scelte geopolitiche del presidente Trump nei Balcani occidentali. Proprio lui che, mentre la campagna elettorale negli Stati Uniti del 2016 era in pieno svolgimento, dichiarava più che convinto di non avere “nessun problema a ripetere, sia in albanese che in inglese, che Donald Trump è una minaccia per l’America e che non si discute che è una minaccia anche per i rapporti tra l’Albania e gli Stati Uniti”. E pregava Dio che Trump non fosse eletto presidente. Ma dopo che le sue preghiere non sono state ascoltate e Trump fu eletto, il primo ministro albanese dichiarava che le sue opinioni espresse precedentemente erano non per il presidente Trump, ma per il “candidato Trump”! Senza batter ciglio e come se nulla fosse, il primo ministro albanese si “giustificava” per le sue precedenti parole, dichiarando che lui era diventato, dopo pochi mesi, convintamente contrario a quello che aveva detto prima e che “desiderava il successo del nuovo presidente degli Stati Uniti” (Sic!). La famosissima favola di Esopo, La volpe e l’uva, insegna sempre certi cambiamenti di atteggiamento.

    Durante la sopracitata conferenza sulla politica degli Stati Uniti nei Balcani occidentali, la rappresentante dell’ambasciata statunitense, riferendosi alla regione, dichiarava che la Russia “insiste nell’esportare nient’altro che il caos”. Lei ha parlato anche di un concreto pericolo per la regione, proveniente anche da altri paesi. E il primo ministro albanese ha fatto subito suo quanto è stato detto durante quella conferenza. Come se niente fosse lui ha trovato un nuovo “nemico pericoloso”; la Russia. Il gruppo parlamentare del suo partito ha subito presentato in Parlamento due giorni dopo, e cioè il 30 ottobre scorso, la bozza di una Risoluzione riguardante l’ingerenza russa in Albania, nella quale si elencano i tanti pericoli che possano seriamente danneggiare nel futuro l’Albania, le sue istituzioni e altro ancora.

    Ovviamente non poteva mancare l’immediata e dura reazione da parte dell’ambasciata della Federazione Russa a Tirana. Nella sua dichiarazione ufficiale si scriveva, tra l’altro, che “…ogni volta che siamo stati accusati di ingerenze negli affari interni di Tirana, noi abbiamo aspettato con impazienza almeno anche una prova di ciò. Ma i nostri amici albanesi non hanno potuto presentare neanche una prova.”. E in quella dichiarazione non poteva mancare neanche una “freccia avvelenata” indirizzata agli Stati Uniti. “È increscioso che tutto ciò stia palesemente accadendo in seguito ad un tacito accordo con l’ambasciata statunitense (ah sì, questa non si può chiamare ingerenza negli affari interni)….” si leggeva in quella reazione ufficiale dell’Ambasciata della Federazione Russa a Tirana.

    Quest’ultima “scelta di alleati e avversari” del primo ministro albanese urta clamorosamente con quell’altra, fatta circa due anni fa. Allora il primo ministro aveva scelto di appoggiare altri. Una scelta pubblicamente espressa il 21 dicembre 2017, mentre all’ONU il rappresentante della delegazione albanese ha votato contro la decisione degli Stati Uniti d’America, di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale d’Israele. Era una decisione personale del primo ministro, non consultata con nessun’altro, presidente della Repubblica compreso. Anzi, quest’ultimo ha immediatamente scritto una lettera al suo omologo statunitense, per esprimergli il suo profondo rammarico riguardo a quel voto dell’Albania all’ONU. La reazione scatenata in quel periodo in Albania era stata trasversale e tutta contro la “scelta” del primo ministro. Una scelta considerata come inopportuna, completamente sbagliata, che non analizzava e valutava la reale importanza degli alleati e delle alleanze a lungo termine. Una “scelta” personale, che non prendeva in considerazione neanche gli attuali e/o possibili sviluppi geopolitici e il loro impatto nella regione balcanica e altrove. Comprese anche tutte le inevitabili conseguenze di una simile scelta. Una “scelta” però quella del primo ministro albanese che, in quel periodo, accontentava il suo amico e alleato, il presidente turco Erdogan. Chissà cosa ha avuto in cambio? La cattive lingue ne hanno parlato tanto in quell’occasione. In realtà, riferendosi a diverse e tante fonti mediatiche, sia albanesi che straniere, risulterebbe che per delle ragioni del tutto non istituzionali e occulte, il primo ministro albanese, o chi per lui, da alcuni anni stia “tramando” con gruppi e rappresentanti imprenditoriali e/o singoli individui di nazionalità turche, russe, cinesi ecc.. Come sempre le cattive lingue ne dicono tante cose, ne dicono di cotte e di crude. Hanno parlato e lo stanno facendo tuttora. Parlano di concessioni aeroportuali, nel campo del petrolio, delle infrastrutture, dell’edilizia, del turismo e altro. Chissà se hanno avuto ragione anche questa volta?!

    Chi scrive queste righe è convinto che, come è stato espresso anche durante la sopracitata conferenza sulla politica statunitense nei Balcani occidentali, gli Stati Uniti sono attenti a quanto stia accadendo nei Balcani. Ma oltre agli Stati Uniti, oltre all’Unione europea e alcuni singoli paesi dell’Unione, anche la Russia, la Turchia, la Cina ecc., hanno degli interessi geopolitici nei Balcani. Dipende però dai paesi balcanici con chi allearsi e perché. L’autore di queste righe pensa però che bisogna essere molto attenti a scegliere e dichiarare alleanze e alleati. Perché un giorno possono diventare i tuoi avversari. Con tutte le derivanti conseguenze. Perché le piroette geopolitiche e le alleanze instabili chiederanno sempre un prezzo da pagare.

  • Il vertice di Berlino

    Tre cose non si possono nascondere troppo a lungo: il sole, la luna e la verità.

    Umberto Eco; “Il nome della rosa”

    Il 29 aprile scorso a Berlino si è svolto il vertice sui Balcani occidentali. Presidenti e capi dei governi, insieme con le rispettive delegazioni sono stati gli invitati della cancelliera Merkel e del presidente Macron. Oltre ai massimi rappresentanti dei sei paesi della regione, c’erano anche quelli della Slovenia e della Croazia. Doveva essere presente, come ospite, anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ma in sua vece era arrivata l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini. Gli organizzatori hanno ritenuto doveroso sottolineare il carattere informale del vertice. Nonostante ciò, tutti erano a Berlino per discutere di alcuni seri e spinosi problemi, che potrebbero avere preoccupanti ripercussioni non solo per la regione balcanica. Uno tra i tanti era però il vero problema: quello dei confini tra il Kosovo e la Serbia. L’aveva già anticipato anche la portavoce del governo tedesco il 26 aprile scorso. Lo hanno confermato poi il 29 aprile nelle loro dichiarazioni prima di iniziare il vertice, sia la cancelliera Merkel che il presidente Macron. La cancelliera tedesca ha ribadito che la soluzione finale dei contenziosi tra il Kosovo e la Serbia “non si dovrebbe fare ai danni degli altri paesi della regione”. Il presidente francese ha aggiunto anche che per risolvere i problemi tra il Kosovo e la Serbia bisognava verificare e trattare “tutte le possibilità”. Ma bisognava “evitare le eventuali tensioni nella regione” che ne potrebbero derivare a causa delle scelte fatte. E sia per la Merkel, che da tempo è stata chiara e perentoria, sia adesso anche per Macron, la ridefinizione dei confini sarebbe una scelta non solo sbagliata, ma anche pericolosa. Perciò una scelta da evitare definitivamente. Un messaggio chiaro per tutti coloro che la soluzione per sbloccare i difficili negoziati tra il Kosovo e la Serbia la trovavano in uno scambio di territori tra i due paesi. Un messaggio chiaro anche per loro, per gli ideatori, i sostenitori e gli attuatori di questo progetto pericoloso. Progetto che avrebbe portato, con molta probabilità, ad una allarmante recrudescenza degli scontri etnici nei Balcani e sarebbe servito anche come pretesto e riferimento in altri casi simili in altri paesi.

    Si sapevano già i nomi dei sostenitori più motivati di questo progetto, ognuno per le sue ragioni, ma in questi ultimi giorni tutto è diventato chiaro. I “tre moschettieri del re” erano il presidente del Kosovo, il quale ha reso pubblico per primo il progetto l’agosto scorso, il presidente della Serbia e il primo ministro albanese. Tutti e tre, con dietro una schiera di strateghi, consiglieri e opinionisti, hanno cercato di convincere l’opinione pubblica dei rispettivi paesi sulla “bontà” del progetto. Progetto di cui loro erano soltanto i sostenitori e gli attuatori. Perché da molte fonti mediatiche, e non solo, risulterebbe che “il re”, l’ideatore, un noto multimiliardario speculatore di borsa, seguiva tutto dall’altra parte dell’Atlantico. Essendo ormai una persona di una veneranda età, lui ha preferito essere rappresentato dal suo erede biologico e negli affari. Quest’ultimo è stato molto attivo e presente dall’agosto 2018 in poi, sia in Serbia che in Kosovo e in Albania. Le cattive lingue, riferendosi alla sua presenza nella regione, parlano di grandi interessi speculativi a medio e lungo termine che sarebbero stati avviati se il progetto di una nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia avrebbe avuto successo.

    In tutto questo periodo si è parlato tanto di questo progetto. Ma erano in pochi quelli che sapevano dei dettagli e, men che meno, il vero contenuto del progetto. Un progetto che, comunque, doveva interessare molto alla Serbia, che ne usciva vincente a scapito del Kosovo. Ragion per cui, appena il presidente del Kosovo, all’inizio dell’agosto 2018, ha parlato per la prima volta pubblicamente del progetto, la reazione è stata immediata e aspramente contraria. Sia in Kosovo che in Albania. In Kosovo il presidente si è trovato subito isolato in questa iniziativa e contestato sia da tutti gli altri rappresentanti politici, in modo trasversale, che dai media e dalla popolazione. Anche in Albania il progetto è stato contestato fortemente, sia dagli analisti e dagli opinionisti, che dai rappresentanti della politica, tranne quelli del partito del primo ministro. Hanno “sostenuto” il progetto anche alcuni opinionisti che si sono messi al servizio e alla mercé del primo ministro. Il quale all’inizio ha taciuto, cercando di “nascondersi”, come fa sempre in casi simili. Ma come sempre, quando si trova in serie difficoltà e semplicemente per delle “convenienze del momento”, il primo ministro albanese, in cambio di qualche “favore e supporto internazionale”, in seguito ha “cambiato opinione” riguardo al sopracitato progetto, come il camaleonte cambia il colore. All’inizio si è guardato bene dall’esprimere una sua opinione e ha negato il suo diretto coinvolgimento nell’attuazione del progetto. Poi, sempre negando il suo coinvolgimento, si è schierato apertamente a fianco del presidente del Kosovo, considerando come “somari” tutti quelli che erano contro il progetto (Patto Sociale n.329; 335; 339; 345 ecc.). Ultimamente sono diverse le dichiarazioni pubbliche di persone ben informate, secondo le quali il primo ministro albanese sapeva e appoggiava il progetto già da più di due anni fa! Si parla anche di almeno due incontri suoi con il presidente serbo, durante i quali, secondo le stesse dichiarazioni, avrebbero parlato del progetto e come farlo attuare. Nonostante ciò nessuna reazione pubblica da parte del primo ministro e/o da chi per lui, per negare esplicitamente quanto sopracitato. Nel frattempo il presidente serbo, a lavori finiti del vertice di Berlino, ha dichiarato pubblicamente, riferendosi al menzionato progetto: “La mia idea è fallita. Questo [fatto] costerà alla nostra nazione per i venti o i trenta anni a venire”.

    Tornando al vertice di Berlino del 29 aprile scorso, per fortuna, non solo il progetto dei confini tra il Kosovo e la Serbia non ha trovato appoggio, ma è stato fortemente contrariato e “seppellito per sempre”. Perciò, se in quel vertice sia stato raggiunto anche un solo obiettivo, questo senz’altro è stato l’annientamento di quel progetto. Ma dal vertice di Berlino è stato “lasciato intendere” anche il fallimento delle politiche della Commissione europea per la soluzione dei contenziosi e le discordie tra il Kosovo e la Serbia. Da “indiscrezioni” trapelate dall’interno del vertice risulterebbe anche una presa di posizione nei confronti dell’operato e del ruolo quasi personale e personalizzato dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini. Il solo fatto della necessità di convocare il vertice di Berlino dietro l’iniziativa e il patronato della cancelliera Merkel e del presidente Macron, lasciando “in secondo piano” la Commissione europea, è molto significativo. Un altro merito di questo vertice è che ha smascherato pubblicamente alcune bugie e inganni. Chissà come si è sentito qualcuno dei partecipanti, smentito, smascherato e trascurato?!

    Chi scrive queste righe condivide pienamente quanto scriveva Umberto Eco. E cioè che tre cose non si possono nascondere troppo a lungo: il sole, la luna e la verità.

     

  • Confini balcanici

    Nulla è più complicato della sincerità.

    Luigi Pirandello

    Durante l’udienza con il Corpo Diplomatico del 7 gennaio scorso, Papa Francesco, tra l’altro, ha messo in evidenza che nel periodo tra le due guerre mondiali “le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni”. Papa Francesco, in seguito, riferendosi al suo “Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace”, ha ribadito che “il buon politico non deve occupare spazi, ma avviare processi. Egli è chiamato a far prevalere l’unità sul conflitto”. E il presidente Sergio Mattarella, nel suo messaggio inviato a Papa Francesco, in occasione della Giornata Mondiale della Pace che si è celebrata il 1° gennaio scorso, ha scritto che “Per rendere più giusta e sostenibile la stagione che si è chiamati a governare, una politica responsabile e lungimirante non alimenta le paure, non lascia spazio alla logica del nazionalismo, della xenophobia, della guerra fratricida”.

    Nazionalismi che si stanno risvegliando minacciosi ultimamente anche nei Balcani. Attualmente lì si sta evidenziando una ripresa di azioni e di dichiarazioni che spingono verso un nazionalismo pericoloso. Soprattutto in un contesto geopolitico molto incandescente. Proprio in quei Balcani dove ancora sono fresche le piaghe causate dalla disintegrazione dell’ex Repubblica Socialista Federale della Jugoslavia.

    La regione balcanica è stata definita come la polveriera dell’Europa. Per capire meglio la fragile e preoccupante realtà balcanica, bisogna ricordare anche la presenza delle missioni militari di pace, come in Bosnia ed Erzegovina e in Kosovo. Ma nel sud del Kosovo, dal 1999, sono presenti anche militari statunitensi, in una loro propria base. Dall’altra parte, sono pubblicamente noti i buoni rapporti multidimensionali tra la Serbia e la Russia. Rimanendo nell’ambito di possibili alleanze militari, nel giugno scorso, riferendosi all’agenzia russa delle notizie TASS, si sono svolte nel sud della Russia (regione di Krasnodar) le esercitazioni tattiche congiunte chiamate “Fratellanza slava 2018”. Già il nome è un programma. Hanno partecipato la Russia, la Bielorussia e la Serbia, con delle truppe scelte di paracadutisti. La loro missione era quella di contrastare una presa del potere simulato, o un’insurrezione in uno Stato fittizio dell’Europa orientale. Queste manovre sono state svolte mentre la NATO effettuava una sua importante esercitazione navale.

    Un altro fatto merita di essere evidenziato, sempre nell’ambito delle mire geopolitiche delle grandi potenze nei Balcani. Nella primavera del 2018 si sono riattivati gli attriti tra la Serbia e il Kosovo, dopo gli episodi di violenza avvenuti a Mitrovica, nel nord del Kosovo. All’inizio di aprile del 2018, secondo credibili fonti mediatiche russe, c’è stata una telefonata tra il presidente russo Putin e quello della Serbia, Aleksandar Vučić. Sempre da quelle fonti mediatiche risulterebbe che Putin abbia rassicurato Vučić di non dubitare perché avrebbe inviato forze immediate se necessario. “Non lascerò senza difesa il mio partner e alleato più importante in Europa (la Serbia; n.d.a.)”! Mentre, riferendosi ai media serbi, risulterebbe che durante il colloquio telefonico, Putin abbia detto al suo omologo serbo che “Nell’eventuale tentativo, da parte delle forze speciali albanesi, di occupare la parte settentrionale del Kosovo, o di un nuovo pogrom contro i serbi, la Russia invierà immediatamente un significativo contingente militare”. Secondo gli analisti geopolitici specializzati, questo involverebbe l’invio di una brigata aerotrasportata russa con tutti i mezzi. Gli analisti ribadiscono che tutto ciò potrebbe essere possible, perché secondo la risoluzione ONU 1244, la Russia è una parte garante della “sicurezza” dell’ex provincia jugoslava (il Kosovo; n.d.a.). Ragion per cui Putin rassicurava il presidente serbo che “La Federazione Russa è pienamente impegnata nei confronti dei serbi del Kosovo, con tutti i mezzi, per difenderli da un possibile attacco”.

    Questo accadeva nell’aprile 2018. Mentre il 7 gennaio scorso, per testimoniare la solida alleanza tra la Russia e la Serbia, nonché la stima per il presidente serbo Aleksandar Vučić, Putin ha conferito a quest’ultimo il prestigioso premio “Alexander Nevsky”. Premio che testimonia anche i legami stretti tra i due paesi. Premio che, secondo gli osservatori, è stato conferito ad alcuni massimi dirigenti di paesi, dove non si rispettono i valori democratici. Perciò, il conferimento di questo premio prestigioso della Federazione Russa, allinea Vučić a fianco dei dirigenti di Turkmenistan, Tagikistan, Kirgizstan, Kazakistan e Bielorussia.

    In una simile realtà molto delicata geopolitica nei Balcani, dall’agosto scorso, una irresponsabile dichiarazione del presidente del Kosovo, sta agitanto molto le acque. Dichiarazione “strana e inaspettata” che riapre pericolosamente il capitolo di una nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia, fatta su basi etniche. Dichiarazione che ha trovato subito vaste e trasversali forti reazioni contrarie, sia in Kosovo che in Albania. La maggior parte dei politici e degli opinionisti, in tutti e due i paesi, sono seriamente preoccupati di un simile inatteso sviluppo. Sviluppo considerato come pericoloso anche da molti noti media e opinionisti internazionali (Patto Sociale n.329).

    Mentre, durante una congiunta riunione dei governi dell’Albania e del Kosovo, il 26 novembre scorso a Peja (Kosovo), il primo ministro albanese è ritornato alle sue “minacce nazionalistiche”. Minacce che fa sempre quando si trova in difficoltà per via degli innumerevoli scandali. In quell’occasione lui ha espresso la sua convinzione sull’unione “del Kosovo con l’Albania nel 2025, con o senza l’Unione europea” (Patto Sociale n.335). Non solo, ma durante una conferenza stampa, lui ha considerato “somari” tutti coloro, in Kosovo e in Albania, che erano contro l’iniziativa [sopracitata] del presidente del Kosovo! Così facendo lui è uscito, per la prima volta, allo scoperto, in difesa della nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia.

    Ma il 26 novembre scorso a Peja, il primo ministro albanese parlò, per la prima volta, anche di un inspiegabile rapporto strategico dell’Albania con la Serbia! Alcuni anni fa, appena diventato primo ministro, lui aveva dichiarato di considerare la Turchia come un alleato strategico, con tutte le seguenti conseguenze, ormai note a tutti. Il primo ministro albanese, senza batter ciglio, dichiarò che “il nostro rapporto con la Serbia è strategico e a lungo termine. L’Albania è determinata a costruire un’alleanza strategica con la Serbia”! Chissà se hanno ragione le cattive lingue, secondo le quali dietro tutto ciò c’è lo zampino di George Soros…

    Chi scrive queste righe valuta sia utile ricordare quanto ha detto il presidente francese François Mitterrand, durante il suo ultimo discorso, pronunciato al Parlamento di Strasburgo il 17 gennaio 1995. Egli disse, tra l’altro, che “era nato durante la prima guerra mondiale, aveva fatto la seconda guerra, per poi essere giunto alla conclusione, basandosi nella sua lunga esperienza di vita, che il nazionalismo è la guerra”. Allo stesso tempo, chi scrive queste righe condivide la convinzione di Luigi Pirandello, che in questi tempi nulla è più complicato della sincerità. Aggiungendo che nulla può essere più pericoloso dell’irresponsabilità di quelli che governano. Nei Balcani e altrove.

  • Che possano servire di lezione

    La coerenza è comportarsi come si è e non come si è deciso di essere.

    Sandro Pertini

    Un furbo derviscio era riuscito a convincere il sultano di sapere, in ogni momento, cosa faceva Dio. Il sultano, a sua volta, faceva quello che secondo il furbo derviscio facesse Dio. E ne andava fiero il sultano di quello che faceva. Un giorno chiese al patriarca di Costantinopoli se lui avesse qualcuno che sapeva cosa facesse Dio in ogni momento. E se no, allora il patriarca sarebbe stato decapitato. Disperato il patriarca ritornò nella sua dimora. Un diacono, vedendolo così disperato, gli chiese cosa aveva. Dopo aver saputo, il diacono lo tranquillizzò e gli chiese soltanto di portarlo con se presso il sultano. E così fu. Il sultano chiese al diacono se lui sapeva cosa faceva Dio in qualsiasi momento. Sì, rispose il diacono. Ma prima, siccome sono stanco e affamato, posso avere qualcosa da mangiare insieme con il derviscio? I servi portarono subito una grande tazza con latte e un pezzo di pane. Il diacono e il derviscio cominciarono a spezzettare il pane e mescolare i pezzi nel latte e si misero a mangiare. Subito il diacono diede una cucchiaiata sul naso al derviscio. Il sultano arrabbiato lo sgridò. Allora il diacono gli rispose: ma come mai, lui che sa in qualsiasi momento cosa fa Dio, non sa riconoscere i suoi bocconi dai miei? Il sultano, svergognato e umiliato, non poteva dire niente. Ordinò di uccidere il furbo derviscio e lasciò tranquillo il patriarca e il diacono. Questo racconta una vecchia fiaba con intelligente ironia. E dalle fiabe c’è sempre da imparare.

    La metafora di questa fiaba è sempre attuale. Purtroppo, e non di rado, anche le istituzioni dei singoli paesi e quelle internazionali sono soggette e patiscono dalle premeditate e spesso anche profumatamente “sponsorizzate” fandonie e bugie Non fanno eccezione nemmeno le istituzioni dell’Unione europea. Quanto sta succedendo, soprattutto negli ultimi anni, ne è una testimonianza. L’operato dei rappresentanti delle istituzioni europee, per la maggior parte nominati e non eletti, non sempre ha giustificato e onorato la fiducia data. Non a caso determinate decisioni delle istituzioni hanno provocato e continuano a provocare malcontenti e disappunti. Non a caso in diversi paesi dell’Unione sono nati e stanno avanzando i movimenti e/o i partiti politici euroscettici. E non a caso anche i tradizionali partiti, in diversi paesi europei, hanno perso e stanno perdendo consenso. Lo dimostrano chiaramente i risultati elettorali degli ultimi anni. Quanto sta succedendo dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti. Per i partiti e per le istituzioni locali e/o internazionali, ma soprattutto per i cittadini responsabili. Per quei cittadini che, con i loro voto, eleggono i propri rappresentanti, sia nazionali che nel Parlamento europeo. Rappresentanti che, a loro volta, scelgono e nominano i funzionari di tutti i livelli delle istituzioni dell’Unione europea. Compresi, anche e soprattutto, quelli della Commissione europea, le cui decisioni hanno un diretto impatto non solo nei singoli stati membri, ma anche oltre.

    Ragion per cui, le prossime elezioni per il Parlamento europeo rappresentano un avvenimento molto importante, visti anche gli sviluppi in altri singoli paesi e quegli geopolitici a scala mondiale, con tutte le loro conseguenze. Il Consiglio dell’Unione europea ha deciso, in maniera unanime, che le prossime elezioni si svolgeranno dal 23 al 26 maggio 2019. Si voterà in tutti i 27 stati membri dell’Unione per eleggere i rappresentanti del Parlamento europeo. Per la prima volta, dal 1979, non si voterà nel Regno Unito, dopo il referendum del 23 giugno 2016, per rimanere o uscire dall’Unione europea.

    Proprio domenica scorsa, dopo un vertice straordinario, il Consiglio europeo ha approvato all’unanimità l’accordo dell’uscita e delle relazioni future tra il Regno Unito e l’Unione europea. E tutto ciò è dovuto anche ad alcune determinate scelte e decisioni delle istituzioni europee nel corso degli anni che hanno scatenato il malcontento e la reazione dei cittadini del Regno. Una separazione che non è stata e non sarà facile. La frase del presidente Juncker, il quale riferendosi al sopracitato accordo, ha detto che “è un giorno triste. Non un momento di gioia ma una tragedia, perché un grande Paese lascia l’Unione europea”, rappresenta lo stato d’animo e la realtà attuale e futura. Realtà che metterà a dura prova anche la premier Theresa May e il suo governo. Nel frattempo rimane in bilico l’esito della votazione del Parlamento britannico sull’accordo raggiunto domenica scorsa a Bruxelles, visto che la May non ha la maggioranza per farlo approvare.

    Ma non è soltanto quanto è successo tra l’Unione europea e il Regno Unito, quello che dovrebbe far riflettere seriamente e con la massima responsabilità tutti, sia i rappresentanti politici e istituzionali, che i cittadini. Basta pensare ai risultati elettorali nei diversi singoli paesi dell’Unione. L’avanzata dei partiti e dei movimenti euroscettici e populisti è un segnale da prendere seriamente in considerazione. E non soltanto con delle “belle parole”, bensì con delle scelte responsabili, anche se difficili. Scelte che dovrebbero mirare quanto avevano ideato con chiarezza e lungimiranza i Padri Fondatori circa settant’anni fa. Scelte che dovrebbero far diventare l’Unione europea, tra l’altro, anche portatrice dei valori fondamentali dell’umanità. Scelte che dovrebbero far pensare due volte, prima di agire, determinati alti rappresentanti delle istituzioni europee. Scelte che dovrebbero ostacolare e condannare comportamenti irresponsabili e, peggio ancora, comportamenti “profumatamente sponsorizzati” da interventi occulti e contro gli interessi dei singoli paesi. Sia di quelli membri dell’Unione che di quelli che ambiscono a diventare tali.

    Il caso dei paesi balcanici ne è un eloquente e significativo esempio. Come lo sono, fatti alla mano, alcuni determinati comportamenti di certi alti rappresentanti delle istituzioni europee, la Commissione in primis. Con il loro operato, hanno clamorosamente fallito in Macedonia, anche ultimamente con il referendum per il nome. Hanno fallito con le trattative tra la Serbia e il Kosovo, soprattutto appoggiando il progetto della revisione delle frontiere tra i due paesi. Ma hanno fallito vistosamente e altrettanto clamorosamente in Albania, chiudendo gli occhi e permettendo la diffusa cannabizzazione del paese, la galoppante corruzione e tanto altro. Lo hanno fatto ripetutamente con le loro irresponsabili e sponsorizzate dichiarazioni sia Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, che Johannes Hahn, Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento. E lo hanno fatto, mentre i rapporti ufficiali delle istituzioni specializzate, comprese anche quelle della Commissione europea, affermavano l’opposto contrario (Patto Sociale n.292; 304; 318;321 ecc.).

    Chi scrive queste righe auspica che quanto sia successo ultimamente in diversi paesi dell’Europa possa e debba servire di lezione. Egli, altresì, avrebbe veramente preferito che l’inqualificabile comportamento di alcuni alti rappresentanti dell’Unione fosse dovuto semplicemente alla leggerezza di credere ai loro consiglieri. Perché, per lo meno, non si sarebbero trovati, in seguito, nelle pietose condizioni del sultano mentito dal suo furbo derviscio.

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