Balcani

  • Polveriera balcanica: si riaccendono le tensioni tra Serbia e Croazia

    La regione dei Balcani occidentali è tornata al centro dell’attenzione europea il mese scorso, con un riaccendersi delle tensioni tra Croazia e Serbia che riporta in primo piano il tema della sicurezza regionale e il rischio di una progressiva militarizzazione. Non si tratta di una crisi aperta, ma di una somma di segnali politici, militari e retorici che, nel loro insieme, delineano un contesto più instabile rispetto agli anni precedenti. Il culmine di questo nuovo confronto è stato raggiunto il 30 marzo, quando il presidente croato Zoran Milanovic ha deciso di annullare il vertice del Processo Brdo-Brioni previsto in maggio in Croazia. La motivazione ufficiale è stata molto dura: secondo la presidenza croata, “le dichiarazioni e le azioni politiche” del presidente serbo Aleksandar Vucic nelle ultime settimane sono “in completa contraddizione con gli obiettivi del Processo Brdo- Brioni”, perché “danneggiano le relazioni interstatali e mettono a rischio pace e stabilità nell’Europa sud-orientale”. Milanovic ha quindi concluso che “non esistono le condizioni” per una visita di Vucic in Croazia. L’episodio non è un dettaglio protocollare. Il Processo Brdo-Brijuni era nato proprio per favorire dialogo politico e cooperazione tra i Paesi dell’Europa sud-orientale, con il sostegno di Croazia e Slovenia. La sua sospensione, almeno di fatto, segnala che la tensione tra Zagabria e Belgrado ha superato la polemica bilaterale ed è arrivata a colpire anche uno dei pochi formati regionali pensati per mantenere aperto il confronto politico. In questo senso, il gesto croato è il sintomo più chiaro del deterioramento del clima regionale.

    La risposta di Vucic non ha contribuito a raffreddare il quadro. Il presidente serbo ha detto di sostenere la cancellazione del summit e ha aggiunto che per lui è “molto più importante” andare a deporre fiori a Jasenovac. Ha anche ironizzato sul fatto che Milanovic avrebbe potuto svolgere il vertice “con i suoi amici di Pristina e Tirana”, collegando così apertamente l’annullamento del Brdo-Brioni al contenzioso sull’intesa di cooperazione militare tra Croazia, Albania e Kosovo. La replica serba, insomma, ha confermato che la crisi diplomatica attuale è inseparabile dal tema della sicurezza e delle percezioni di minaccia reciproca. Il punto di rottura politico delle ultime settimane è stato proprio il modo in cui Belgrado ha descritto il memorandum firmato nel marzo 2025 da Croazia, Albania e Kosovo. Per la Serbia, quel documento ha “aperto una corsa agli armamenti nella regione” e rappresenta una “minaccia” alla stabilità regionale. L’emittente “Radio Free Europe” ha ricostruito che le autorità serbe hanno definito la dichiarazione una “provocazione” e una minaccia alla stabilità regionale. Dal lato opposto, il governo croato ha respinto la lettura serba, sostenendo che il documento “non mira alla creazione di alcuna alleanza militare” e che, anzi, “una simile alleanza, oltre all’appartenenza alla Nato, non è affatto necessaria”.

    Parlare di “nuova militarizzazione” dei Balcani è corretto solo in parte. Da un lato, è vero che il lessico politico è diventato più duro e che la cooperazione militare regionale è cresciuta. Dall’altro, non tutto ciò che viene presentato come “alleanza” lo è davvero. La dichiarazione fra Kosovo, Albania e Croazia, per come è stata resa pubblica, riguarda interoperabilità, addestramento, industrie della difesa, contrasto alle minacce ibride e sostegno alla prospettiva euro-atlantica del Kosovo. È un documento di cooperazione securitaria, non un trattato di mutua difesa. La narrazione serba, quindi, amplifica il significato politico del testo oltre la sua formulazione letterale. Questo non significa però che le paure di Belgrado siano irrilevanti. Vucic ha spinto il discorso molto oltre, affermando in un intervento pubblico che Serbia si starebbe “preparando per il loro attacco”, riferendosi a Croazia, Albania e Kosovo. Nella stessa sequenza politica e mediatica, però, ha anche rassicurato i cittadini sostenendo che questi Paesi non attaccheranno la Serbia, pur insistendo sul fatto che Belgrado deve restare pronta.

    Questa oscillazione tra allarmismo e rassicurazione è stata notata anche dai media serbi critici, che hanno osservato come la presidenza abbia rilanciato il memorandum di Tirana come strumento di mobilitazione interna. Sul versante croato, Milanovic ha reagito con toni altrettanto netti. La sua posizione, ricostruita dai media regionali e internazionali, è che le affermazioni serbe su un possibile attacco concertato da parte di Croazia, Albania e Kosovo siano pericolose perché normalizzano un linguaggio da crisi militare. In pratica, Zagabria sostiene che sia proprio Belgrado, usando sistematicamente la categoria della minaccia, a contribuire alla destabilizzazione politica dell’area. È su questa base che il presidente croato ha poi giustificato l’annullamento del summit Brdo-Brioni.

    La tensione attuale si inserisce inoltre in un contesto di riarmo reale, non solo verbale. La Croazia ha acquistato 12 caccia Rafale dalla Francia in un accordo annunciato nel 2021 per modernizzare la propria aeronautica. La Serbia, dal canto suo, ha firmato nel 2024 un accordo con Dassault Aviation per l’acquisto di Rafale, mentre Reuters ha sottolineato che entrambi i Paesi stanno acquistando anche altri sistemi moderni, in una dinamica che “alcuni esperti vedono come una corsa agli armamenti”. Lo stesso Reuters ha ricordato che la Serbia ha deciso di reintrodurre il servizio militare obbligatorio e che questa scelta è coincisa con una decisione analoga assunta in Croazia. È bene sottolineare, tuttavia, che l’acquisto di nuovi caccia o il ritorno alla coscrizione non equivalgono, da soli, a un’imminente deriva bellica. In gran parte dei Balcani, queste misure vengono giustificate con l’esigenza di modernizzare forze armate obsolete, adeguarsi agli standard Nato o rafforzare la deterrenza in una fase di instabilità internazionale più ampia, segnata dalla guerra in Ucraina e dalla crisi in Medio Oriente. Il problema è che, in una regione dove la memoria dei conflitti degli anni Novanta resta politicamente attiva, ogni misura di rafforzamento militare viene immediatamente letta anche attraverso la lente del passato.

    Ed è proprio il passato a rendere il contenzioso croato-serbo più sensibile di altri. Le relazioni tra i due Paesi restano condizionate dalle guerre jugoslave, dalle questioni irrisolte sui dispersi, dalle memorie contrapposte sui crimini di guerra e da un clima di diffidenza che riemerge ciclicamente. Reuters già nel 2018 notava che Zagabria e Belgrado cercavano di migliorare i rapporti, ma che i nodi su minoranze, confini e persone scomparse continuavano a pesare. La vicenda di Jasenovac evocata da Vucic nella risposta a Milanovic mostra quanto velocemente il confronto attuale possa tornare a saldarsi con i simboli più traumatici della storia novecentesca della regione. Un altro elemento importante è la diversa collocazione geopolitica degli attori balcanici. Secondo il portale regionale “European Western Balkans”, amarzo 2026 Albania, Kosovo, Montenegro e Macedonia del Nord si sono collocati con chiarezza nel campo euro-atlantico e a sostegno delle posizioni di Stati Uniti e alleati, mentre la Serbia ha mantenuto una linea di neutralità, cercando di preservare margini con tutti i partner.

    La Bosnia Erzegovina, invece, è apparsa divisa internamente. Questo conta perché la disputa tra Croazia e Serbia non si sviluppa nel vuoto: si innesta in una regione dove i governi stanno assumendo posture strategiche sempre più differenziate. Per quanto riguarda gli altri Paesi della regione, Albania e Kosovo hanno continuato a difendere la dichiarazione trilaterale con la Croazia come strumento di cooperazione e stabilizzazione. Il ministro della Difesa albanese Pirro Vengu ha sostenuto che Tirana non ha una tradizione di accordi segreti contro i vicini e ha accusato la Serbia di autoescludersi dalle iniziative regionali, rendendo poco credibile il suo racconto vittimistico. Il Kosovo, da parte sua, ha pubblicato il testo della dichiarazione insistendo su deterrenza, addestramento, industria della difesa e risposta alle minacce ibride. In sintesi, mentre Belgrado presenta il documento come un blocco ostile, Tirana, Pristina e Zagabria lo leggono come un tassello della loro integrazione euro-atlantica.

    Sarebbe eccessivo affermare, quindi, che i Balcani siano entrati in una nuova corsa agli armamenti paragonabile a quella di altre epoche. Ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare. Nelle ultime settimane, infatti, si sono sommati diversi segnali: riarmo e modernizzazione militare in Croazia e Serbia, ritorno della coscrizione, polemiche feroci sull’intesa Croazia-Albania-Kosovo, accuse serbe di preparativi ostili e, infine, annullamento del vertice Brdo-Brijuni. Presi insieme, questi elementi non annunciano una guerra imminente, ma indicano chiaramente un deterioramento della fiducia politica regionale. Il punto più delicato è proprio questo: nei Balcani la destabilizzazione non comincia necessariamente con i carri armati, ma con la perdita di credibilità dei canali politici di gestione del conflitto. E quando la cooperazione regionale si inceppa proprio sul terreno della sicurezza, il rischio di militarizzazione smette di essere solo una formula giornalistica e diventa un problema politico concreto.

  • Sfide europee

    Non crediamo al male finché non lo vediamo.

    Jean de La Fontaine

    La scorsa settimana, il 24 marzo, a Bruxelles si è svolto il vertice dell’Europa competitiva 2026 (Competitive Europe Summit 2026; n.d.a.). Un vertice organizzato da Politico Europe, una nota testata mediatica che tratta soprattutto gli sviluppi e le problematiche riguardanti l’Unione europea. Vista la preoccupante situazione non solo in Europa, durante il vertice sono state trattate le sfide attuali e quelle del futuro, a livello europeo e mondiale. Compresa anche la sfida dell’allargamento dell’Unione europea ad altri Paesi candidati all’adesione.

    Durante il vertice la Commissaria per l’Allargamento e la Politica di vicinato, riferendosi proprio all’allargamento dell’Unione ad altri Paesi, ha affermato che la Commissione europea ha già presentato tre diverse opzioni ai Paesi membri. Opzioni che sono il mantenimento dello status quo sulle politiche di allargamento, la modifica di queste politiche per garantire, nel futuro, il comportamento non problematico dei nuovi Paesi membri dell’Unione, nonché l’allargamento al contrario. Una proposta, quest’ultima, fatta dalla Presidente della Commissione europea, in base alla quale i Paesi candidati possano aderire all’Unione europea anche prima del completamento delle riforme chiave, determinate in rispetto dei criteri di Copenaghen..

    Riferendosi alla documentazione ufficiale, risulta che la proposta della Commissione europea dell’allargamento al contrario, spesso denominata anche come l’integrazione graduale, rappresenta un nuovo approccio che consente ai Paesi candidati di accedere progressivamente al Mercato unico europeo, al sistema Schengen per la libera circolazione e ad altre politiche dell’Unione europea, prima dell’adesione definitiva all’Unione. Una proposta, quella dell’allargamento al contrario, che comunque dovrebbe garantire di non rendere difficile il processo decisionale, in sede europea, da ogni Paese diventato membro dell’Unione.

    Si tratta di una proposta presentata in seguito all’aggressione russa in Ucraina e che si riferisce anche ad altre influenze geopolitiche, soprattutto nei Paesi balcanici. Il che configura la proposta stessa come uno strumento ed un approccio pragmatico e graduale, prima dell’adesione ufficiale all’Unione. Da fonti mediatiche risulterebbe però che importanti funzionari della Commissione europea hanno affermato che proprio la proposta di allargamento al contrario è stata considerata irrealizzabile dalla maggior parte dai rappresentanti ufficiali dei Paesi membri.

    Il noto media Politico Europe ha fatto sul suo sito anche un’analisi su un articolo pubblicato il 28 febbraio scorso dal noto quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung. Un articolo scritto a quattro mani dal primo ministro albanese e dal presidente serbo. Il nostro lettore è stato informato di questa “innovazione” balcanica. “Convinti che non ci sarà nessun progresso del percorso europeo dei due Paesi balcanici, loro hanno presentato una richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea. Si tratta di una richiesta che si basa su un’integrazione puramente commerciale, senza altri diritti per i cittadini di entrambi i Paesi, senza violare l’attuale equilibrio istituzionale dell’Unione. Vale a dire, senza diritto di veto, senza commissari aggiuntivi e senza incidere sulle strutture decisionali”. Il nostro lettore veniva informato inoltre che gli autori del sopracitato articolo, “convinti” di avere adempiuto i propri obblighi, hanno criticato però “…l’atteggiamento dei massimi rappresentanti dell’Unione europea che non riescono a gestire gli sviluppi europei ed internazionali. Pensare da che pulpito vengono queste critiche però!” (Richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea; 9 marzo 2026).

    Il nostro lettore è stato altresì informato che nel frattempo però, durante queste ultime settimane ci sono stati “…ulteriori sviluppi che si riferiscono alle difficoltà, sia per la Serbia che per l’Albania, nel loro percorso europeo. Difficoltà generate dal mancato adempimento delle condizioni poste dalle istituzioni dell’Unione europea, che si basano sui criteri di Copenaghen. Risulta ormai che sia l’Albania che la Serbia non riescono ad adempiere tra l’altro, il primo criterio, quello politico, e soprattutto il funzionamento dello Stato di diritto” (Realtà balcaniche; 18 marzo 2026).

    Nell’analisi sull’articolo scritto congiuntamente dal primo ministro albanese e dal presidente serbo, fatta da Politico Europe sul suo sito, si evidenziava che gli autori dell’articolo si lamentavano della lentezza degli sforzi per trarre vantaggio dai legami più stretti con l’Unione europea. In quell’articolo gli autori hanno espresso anche i loro disappunti sull’operato delle istituzioni dell’Unione europea. Secondo il primo ministro albanese ed il presidente serbo quanto stava succedendo in questi ultimi anni e che coinvolgeva non solo i Paesi balcanici, era “…il risultato di riforme interne, tensioni geopolitiche, vincoli istituzionali e legittime preoccupazioni all’interno degli Stati membri”.

    Bisogna evidenziare che il progetto, il quale prevede l’Unione europea costituita da due livelli di organi legislativi e regolatori, è stato sostenuto da alcuni dei Paesi candidati ma ha, altresì, avuto lo scetticismo sia della Moldavia che dell’Ucraina, due paesi che mirano a una piena adesione all’Unione europea, alla pari con gli altri membri dell’Unione.

    Durante il vertice dell’Europa competitiva 2026, svoltosi il 24 marzo scorso a Bruxelles, uno dei giornalisti di Politico Europe ha fatto una domanda alla Commissaria per l’Allargamento e la Politica di vicinato. La domanda era: “È preoccupata per l’attuale situazione in Albania dopo le dimissioni del vice primo ministro […] e per il modo in cui Rama (il primo ministro; n.d.a.) la sta gestendo?”. E si riferiva ad un clamoroso e milionario scandalo corruttivo che, fatti documentati alla mano, vede coinvolti il primo ministro e la sua stretta collaboratrice. Si tratta di uno scandalo di cui il nostro lettore è stato dettagliatamente informato durante questi ultimi mesi.

    Ebbene, la Commissaria per l’Allargamento e la Politica di vicinato, una nota sostenitrice del primo ministro albanese, ha cercato di tergiversare con la sua risposta, spostando sui cittadini la colpa. “Si può avere la migliore legislazione per combattere la corruzione, ma se la corruzione è accettata nel Paese, allora si ha un altro problema. Quindi tutti questi Paesi stanno attraversando questo processo di cambiamento di mentalità nei confronti della corruzione e ci vuole del tempo”. Questa era la risposta evasiva della Commissaria per l’Allargamento e la Politica di vicinato alla precisa domanda del giornalista del Politico Europe. E per riuscirci meglio non ha fatto più riferimento all’Albania, come chiaramente domandava il giornalista, bensì a “questi Paesi”.

    Ovviamente anche in Albania, come in tutti i Paesi del mondo, ci sono dei cittadini i quali, per risolvere i loro problemi “accettano la corruzione”. Ma affermare che la corruzione è accettata e tollerata dalla mentalità della popolazione, come ha detto la Commissaria per l’Allargamento, c’è una ben distinta ed ampia differenza. E, guarda caso, lei ha fatto riferimento ad una nota tesi utilizzata, non di rado, proprio dal primo ministro albanese che tuttora continua a vantarsi di essere “il cavaliere anticorruzione in una società totalmente corrotta” (Sic!).

    Chi scrive queste righe pensa che in un Paese candidato all’adesione all’Unione europea devono essere in vigore delle leggi per combattere la corruzione, ovunque si presenti, anche quando fa parte della “mentalità della popolazione”. Perché se no, allora bisogna cambiare le leggi per colpire tutti i corrotti, dai massimi livelli politici ed istituzionali ai colpevoli cittadini. Una sfida europea anche quella. Jean de La Fontaine constatava che noi, esseri umani, non crediamo al male finché non lo vediamo. Un’altra sfida da superare, per rendere solida e competitiva l’Unione europea.

  • Realtà balcaniche

    Per sapere la verità bisogna ascoltare due bugiardi

    Proverbio

    “I Balcani producono più storia di quanta ne possano digerire”. Così pensava Winston Churchill uno dei più rinomati politici del secolo scorso. E lui di esperienza ne ha avuta abbastanza, essendo stato membro del Parlamento inglese (1900 – 1922 e 1924 – 1964), primo ministro del Regno Unito (1940 – 1945 e 1951 – 1955) e dirigente del partito Conservatore (1940 – 1955). E la storia dei Balcani, sia quella passata che quella attuale, gli ha dato ragione.

    Solo durante gli ultimi anni ci sono stati degli sviluppi, sia a livello dei singoli Paesi balcanici e regionale che a livello geopolitico e geostrategico, che ci fanno ricordare anche la sopracitata frase di Winston Churchill sui Balcani. Basta fare riferimento, tra l’altro, ad una “iniziativa” regionale denominata Open Balkans (Balcani aperti; n.d.a.). Un “lungimirante progetto” per “costruire l’area economica comune dei Balcani occidentali”, è stato presentato ufficialmente per la prima volta il 10 ottobre 2019 a Novi Sad, in Serbia. Allora era denominato come il “Mini-Schengen balcanico”, per poi cambiare la sua denominazione proprio ad Open Balkans, durante il vertice a Scopie, in Macedonia del Nord, il 29 luglio 2021. Risultava però, documenti alla mano, che era proprio la Serbia il paese che poteva trarre il maggiori vantaggi da quel “progetto lungimirante”.

    Bisogna sottolineare però che quel “progetto” è stato appoggiato solo dalla Serbia, dall’Albania e dalla Macedonia del Nord, mentre gli altri Stati balcanici non hanno mai aderito. Due dei firmatari di quel “progetto” erano l’attuale primo ministro albanese e l’attuale presidente della Serbia. Il terzo era l’allora primo ministro della Macedonia del Nord. E tutti e tre dichiaravano che si trattava di un “progetto” che aveva tutto l’appoggio dell’Unione europea. Ma mentivano consapevolmente, perché l’Unione europea, così come i massimi rappresentanti istituzionali dei Paesi balcanici’, dal 2014 in poi, appoggiavano istituzionalmente quello che era noto come il Processo di Berlino. Compresi anche i tre promotori del “progetto” Open Balkans.

    Il nostro lettore è stato ampiamente informato, a tempo debito, di tutto ciò. Come è stato anche informato, fatti alla mano, che i veri promotori del “progetto” erano George Soros, che aveva presentato le tesi dell’iniziativa in un suo articolo pubblicato nel 1999, e la Russia. Si proprio così. Lo ha confermato il 6 giugno 2022 il ministro russo degli Esteri, affermando anche che alla Serbia non sarebbe mancato l’appoggio della Russia. Lui ha altresì parlato del “progetto” Open Balcan, voluto e sostenuto anche dalla Russia, nonché della paternità di quell’iniziativa. E così facendo lui ha contribuito proprio ad un ulteriore smascheramento di un accordo regionale occulto.

    Due settimane fa il nostro lettore è stato informato che il 28 febbraio scorso il noto quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha pubblicato un articolo intitolato “Noi comprendiamo le preoccupazioni. Ma l’espansione è nell’interesse di tutti”. Un articolo scritto a quattro mani dal primo ministro albanese e dal presidente serbo. Si tratta di due massimi rappresentanti istituzionali e politici che da anni ormai, fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, sono anche diventati degli “amici” tra di loro. “Amicizia” consolidata ulteriormente durante il periodo in cui loro sostenevano e promuovevano il “progetto” Open Balkans. Un progetto ormai di cui si parla sempre meno. Ma le sue conseguenze commerciali sono tuttora presenti, avvantaggiando la Serbia.

    L’autore di queste righe, riferendosi agli autori di quell’articolo, scriveva: “Convinti che non ci sarà nessun progresso del percorso europeo dei due Paesi balcanici, loro hanno presentato una richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea. Si tratta di una richiesta che si basa su un’integrazione puramente commerciale, senza altri diritti per i cittadini di entrambi i Paesi, senza violare l’attuale equilibrio istituzionale dell’Unione. Vale a dire, senza diritto di veto, senza commissari aggiuntivi e senza incidere sulle strutture decisionali”. Aggiungendo che “Gli autori criticano anche l’atteggiamento dei massimi rappresentanti dell’Unione europea che non riescono a gestire gli sviluppi europei ed internazionali. Pensare da che pulpito vengono queste critiche però!” (Richiesta ‘innovativa’ balcanica sull’adesione all’Unione europea; 9 marzo 2026).

    Ma durante queste due settimane ci sono stati ulteriori sviluppi che si riferiscono alle difficoltà, sia per la Serbia che per l’Albania, nel loro percorso europeo. Difficoltà generate dal mancato adempimento delle condizioni poste dalle istituzioni dell’Unione europea, che si basano sui criteri di Copenaghen. Risulta ormai che sia l’Albania che la Serbia non riescono ad adempiere tra l’altro, il primo criterio, quello politico, e soprattutto il funzionamento dello Stato di diritto.

    Lunedì scorso è stato confermato che per l’Albania non è stato approvato il rapporto di valutazione dei parametri di rifermimento intermedi noto come IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report; n.d.a.). Si tratta di un rapporto elaborato dal Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea, noto come COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU), un organo preparatorio del Consiglio dell’Unione europea che gestisce il processo dell’adesione e i rapporti con i Paesi candidati.

    Ebbene risulterebbe che l’Albania ancora non ha convinto il Gruppo di lavoro sull’Allargamento su tematiche legate allo Stato di diritto, alla lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata e ai diritti universali. Sono questioni comprese nei capitoli 23 e 24 dei negoziati d’adesione. E se non si chiudono entrambi questi due capitoli il processo si blocca. Sì, perché senza il giudizio positivo del rapporto IBAR sui capitoli 23 e 24 non si può chiudere nessun altro capitolo.

    Da fonti interne alle strutture dell’Unione europea risulta che il 6 ed il 13 marzo scorso, durante le riunioni del COELA non è stata presa nessuna decisione sull’Albania. Le stesse fonti affermano che ci sono alcuni Paesi membri dell’Unione europea, ma soprattutto la Germania, che insistono sul principio della separazione e l’indipendenza dei poteri; quello esecutivo, legislativo ed il potere giudiziario. Un principio che da anni è violato dal primo ministro albanese. Un’inconfutabile testimonianza, tra tante altre, è ormai la decisione di proibire la revoca dell’immunità parlamentare per una delle più strette collaboratrici del primo ministro. Una decisione approvata giovedì scorso dal parlamento, con i soli voti della maggioranza.

    Sempre durante questi ultimi giorni le istituzioni dell’Unione europea hanno espresso valutazioni negative anche per la Serbia. Proprio martedì scorso è stato reso pubblico il rapporto presentato al Parlamento europeo dal relatore per la Serbia. In quel rapporto, tra l’altro, la Serbia viene criticata per la mancanza di progressi in settori importanti come lo Stato di diritto, la libertà di stampa, gli standard democratici e la cooperazione con l’Unione europea. Particolare attenzione è stata rivolta anche alla stagnazione del dialogo sulla normalizzazione delle relazioni con il Kosovo. Il rapporto evidenza che la Serbia ha compiuto progressi limitati o, addirittura, nessun progresso per soddisfare i criteri di adesione all’Unione europea. Si valuta altresì che il processo europeo della Serbia risulta essere bloccato da anni. Più chiaro di così!.

    Chi scrive queste righe è convito che sia il primo ministro albanese e sia il presidente serbo sanno benissimo in che situazione si trovano i rispettivi processi europei dei due Paesi balcanici. Perciò leggendo il loro sopracitato articolo ci si convince che, per conoscere la verità, bisogna sapere cosa scrivono i due bugiardi. Bugiardi che in questo caso non si contraddicono, ma insieme cercano di ingannare, di nascondere la realtà e di dare la colpa alle istituzioni dell’Unione europea.

  • Prevenzione e lotta al terrorismo e all’estremismo: la Commissione rafforza la cooperazione con i Balcani occidentali

    Il Commissario per gli Affari interni e la migrazione Magnus Brunner ha firmato un nuovo piano d’azione comune per la prevenzione e la lotta al terrorismo e all’estremismo violento tra l’UE e i suoi partner dei Balcani occidentali, a margine del forum ministeriale UE-Balcani occidentali su giustizia e affari interni che si tiene a Sarajevo, Bosnia-Erzegovina.

    La sicurezza dei Balcani occidentali è strettamente legata alla sicurezza interna dell’UE. Con questo nuovo piano d’azione l’UE e i Balcani occidentali saranno meglio attrezzati per affrontare le minacce nuove ed emergenti, tra cui la radicalizzazione online, nonché l’impatto delle nuove tecnologie sulle minacce terroristiche, quali i rischi associati all’uso improprio dei droni o all’uso di criptovalute per il finanziamento del terrorismo.

    Il nuovo piano d’azione comune rafforzerà la cooperazione e lo sviluppo di capacità in cinque settori principali: allineamento alla legislazione antiterrorismo dell’UE, prevenzione dell’estremismo, rafforzamento della cooperazione con Europol anche per quanto riguarda le indagini antiterrorismo, rafforzamento della capacità di indagare sul finanziamento del terrorismo e rafforzamento della protezione delle infrastrutture critiche e degli spazi pubblici.

  • Londra prova a proporsi come alternativa a Mosca per i Paesi balcanici

    Il vertice del Processo di Berlino tenutosi mercoledì 22 ottobre a Londra ha confermato l’impegno del Regno Unito nei confronti della regione dei Balcani occidentali, non solo come spazio d’intervento diplomatico multilaterale per sostenere il percorso di integrazione europea dei Paesi candidati, ma anche come campo d’azione privilegiato per le strategie britanniche in materia di migrazione, sicurezza e contenimento delle influenze geopolitiche avversarie. Ospitando i capi dei governi di Albania, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia, il primo ministro britannico Keir Starmer ha rilanciato il ruolo di Londra come attore centrale nei Balcani. Durante l’apertura del summit, Starmer ha definito la regione come “il crogiolo dell’Europa”, sottolineando che qui si mettono alla prova la stabilità e la sicurezza del continente. Il premier ha posto l’accento su tre priorità: sicurezza, lotta alla migrazione irregolare e crescita economica, con particolare attenzione anche al contrasto “all’influenza maligna” della Russia.

    Il dossier migratorio rappresenta il nodo più sensibile per Londra. Con l’aumento degli arrivi attraverso la Manica e il moltiplicarsi delle pressioni sull’opinione pubblica interna, il governo britannico ha intensificato le trattative con diversi Paesi balcanici per ospitare i cosiddetti centri di rimpatrio: strutture dove collocare, in via temporanea, i richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta, prima della loro deportazione definitiva. Il Kosovo avrebbe espresso disponibilità a discutere la proposta, mentre di parere opposto – o quasi – sono le posizioni di Paesi come l’Albania e il Montenegro. Durante un evento ospitato a Chatham House, cui hanno partecipato anche i primi ministri di Tirana e Podgorica, Edi Rama e Milojko Spajic, sono emerse le posizioni dei due Paesi. In effetti, in più di un’occasione Rama ha ribadito all’omologo Starmer di non avere intenzione di “replicare” il modello di cooperazione siglato con l’Italia sul dossier migratorio. Dal Montenegro, invece, emerge una “parziale” contrarietà che potrebbe essere superata nel caso in cui dal Regno Unito giungano importanti investimenti, in particolare nel settore delle infrastrutture dei trasporti.

    Contestualmente allo svolgimento del vertice, il governo britannico ha annunciato nuove sanzioni contro reti criminali basate nei Balcani occidentali, accusate di agevolare il traffico di esseri umani lungo le rotte migratorie. Secondo i dati diffusi dal ministero degli Esteri, nel solo 2024 circa 22 mila persone sarebbero entrate illegalmente nel Regno Unito attraverso queste vie. Le misure varate colpiscono figure chiave del traffico: capi gang, falsari, finanziatori. Tra i soggetti sanzionati figura la rete criminale kosovara “Krasniqi”, responsabile della produzione di passaporti falsi, e la società Alpa Trading Fzco, sospettata di gestire fondi per conto dei trafficanti. “Non vogliamo vedere queste bande operare nel nostro territorio, e tutti noi soffriamo le conseguenze delle loro azioni”, ha dichiarato Starmer al summit, rivendicando anche il successo della cooperazione bilaterale con l’Albania, che ha portato – secondo Downing Street – a una riduzione del novantacinque per cento degli arrivi via piccole imbarcazioni provenienti da quel Paese.

    Ma la strategia britannica nei Balcani va oltre la sola questione migratoria. Londra continua a considerare la regione uno snodo geopolitico fondamentale per la sicurezza europea e per il contenimento delle ambizioni russe. La storica vicinanza tra Mosca e Belgrado, così come l’influenza economica crescente di Cina e Turchia, spingono il Regno Unito a mantenere una presenza attiva e multilivello. In questo senso si inquadra il rafforzamento del sostegno alla missione Nato in Kosovo Kfor, annunciato lo stesso giorno del vertice. Il ministero della Difesa britannico ha riaffermato l’impegno operativo e politico del Regno Unito nella forza internazionale, che resta un elemento di stabilizzazione cruciale nel contesto kosovaro, soprattutto dopo le recenti tensioni tra Pristina e Belgrado. Il comunicato diffuso da Londra sottolinea che la presenza militare britannica “contribuisce direttamente alla sicurezza regionale e alla deterrenza”, e che “la stabilità del Kosovo è fondamentale per l’intera regione dei Balcani occidentali”.

    L’approccio britannico si distingue anche per un’evidente proiezione autonoma rispetto all’Unione europea. Pur sostenendo il percorso d’integrazione dei Balcani nell’Ue – come previsto dallo stesso Processo di Berlino – il Regno Unito punta a rafforzare relazioni bilaterali dirette, svincolate dal quadro normativo di Bruxelles. Quest’approccio post Brexit si traduce in accordi mirati, investimenti strategici, scambi di intelligence e cooperazione sulle politiche di rimpatrio. Londra intende così rimanere un attore centrale in una regione che definisce “essenziale” per la sicurezza dell’intera Europa. In gioco ci sono non solo i flussi migratori, ma anche la tenuta dell’architettura euro-atlantica in una delle aree più fragili del continente, oggi contesa tra l’influenza occidentale e le interferenze esterne. In conclusione, il vertice di Londra ha offerto una fotografia chiara della strategia britannica nei Balcani: deterrenza migratoria, contenimento geopolitico della Russia, proiezione di soft power attraverso sanzioni mirate e strumenti di cooperazione. Mentre l’Unione europea resta il punto di riferimento per le aspirazioni di integrazione, il Regno Unito punta a essere il partner di sicurezza più reattivo e pragmatico dell’intera regione.

  • Di nuovo proteste

    Giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente: dopo la filosofia è necessaria l’azione.
    Victor Hugo, I miserabili, 1862

    Erano le 11:52 del 1° novembre 2024 quando è crollata la tettoria della stazione ferroviaria di Novi Sad. Un crollo che, riferendosi ai dati ufficiali, ha causato 16 vittime, tra le quali un bambino di sei anni, nonché molti feriti. E subito dopo quel drammatico evento, il 3 novembre 2024, in diverse città della Serbia sono cominciate le proteste contro il governo, accusato, tra l’altro, di appalti truccati, di mancanza di trasparenza obbligatoria per legge e di corruzione.

    Da allora delle massicce proteste, organizzate dagli studenti universitari, alle quali hanno partecipato sempre anche decine di migliaia di cittadini, agricoltori con i loro trattori ed altri, si sono svolte a Belgrado ed in altre città della Serbia. “La corruzione uccide” è stato uno dei primi slogan usati durante queste proteste. Riferendosi a quanto è accaduto alla stazione ferroviaria di Novi Sad, i manifestanti sono convinti che quella della stazione sia “un crimine, non una tragedia”. E questa loro convinzione viene annunciata durante le proteste.

    Novi Sad, la seconda città più grande della Serbia, si trova nel nord del Paese, dove passa anche la ferrovia che collega Budapest con Belgrado. L’entrata in funzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collega queste due capitali è prevista per non oltre i primi mesi del prossimo anno. E proprio nell’ambito di questo progetto, già dal 2021, sono stati previsti ed avviati anche i lavori di ristrutturazione della stazione ferroviaria di Novi Sad.

    Bisogna sottolineare che il progetto viene finanziato dalla Cina, nell’ambito di quella che è nota come la Belt and Road Initiative (Iniziativa Cintura e Strada, riconosciuta come la Nuova Via della Seta; n.d.a.). Si tratta di un programma strategico del governo cinese, reso pubblicamente noto nel 2013, che finanzia con più di 1000 miliardi di dollari statunitensi molti investimenti infrastrutturali in diverse parti del mondo, compresa anche l’Europa. Bisogna altresì sottolineare che il Ministero delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti in Serbia ha affidato i lavori per la ricostruzione della ferrovia e della stazione di Novi Sad ad un consorzio di ditte cinesi.

    In seguito alle continue proteste in Serbia legate al tragico evento di Novi Sad, il primo ministro serbo ha presentato le sue dimissioni il 28 gennaio scorso. Lo stesso ha fatto anche il sindaco di Novi Sad. Mentre altri due ministri, quello delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti ed il suo collega del Commercio, si sono dimessi rispettivamente il 4 ed il 20 novembre scorso. Ma nonostante ciò le proteste continuano sempre massicce a Belgrado ed in diverse città della Serbia. I manifestanti chiedono giustizia per le vittime, trasparenza nei contratti pubblici, la pubblicazione dei documenti relativi alla ricostruzione della stazione di Novi Sad, la fine della repressione contro gli studenti ed altri manifestanti, nonché l’aumento del 20% del budget per l’istruzione superiore. Il nostro lettore è stato informato di queste proteste a tempo debito (Proteste massicce che stanno mettendo in difficoltà un regime; 17 marzo 2025).

    Ma le proteste degli studenti e dei cittadini in Serbia contro il regime corrotto, come lo chiamano loro, non si sono placate neanche durante questi ultimi mesi estivi. Le ultime sono cominciate il 12 agosto scorso e sono continuate anche la scorsa settimana. Si tratta sempre di proteste massicce che adesso sono state affrontate duramente dalle forze dell’ordine, nonché da numerosi paramilitari ben armati e determinati, come riportano i media non controllati dal governo serbo, ma anche i molti media internazionali.

    Contro quelle proteste massicce il presidente serbo e i suoi stretti collaboratori ultimamente hanno concepito e stanno attuando una nuova strategia. Si tratta di contro-proteste alle quali partecipano i militanti del Partito Progressivo Serbo (in serbo Srpska napredna stranka – SNS; n.d.a.). Si tratta di un partito nazional-conservatore costituito nell’ottobre 2008 e che, dal 2012 fino al 2023, ha avuto come dirigente Aleksandar Vučić, l’attuale presidente della Repubblica di Serbia. Proprio colui che però ha cominciato la sua vera carriera politica nel 1998, quando diventò ministro dell’Informazione dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia (composta dalla Serbia e dal Montenegro; n.d.a.). Una Repubblica, quella, che aveva in quel tempo come presidente Slobodan Milošević. L’attuale presidente della Serbia, quando era ministro dell’Informazione è stato anche l’ideatore di una famigerata legge proprio sull’informazione. Una legge che violava apertamente la libertà d’espressione dei media oppositori del regime di Slobodan Milošević e prevedeva delle pesanti sanzioni a tutti i media critici. Ragion per cui l’allora ministro dell’Informazione, l’attuale presidente della Serbia, è stato inserito nella Black Lists (Lista nera; n.d.a.) di accesso nei Paesi dell’Unione europea.

    Ebbene, proprio nell’ambito della strategia dell’uso delle contro-proteste per sminuire le influenze delle proteste massicce degli studenti e dei cittadini serbi, cominciate il 3 novembre scorso dopo il crollo della tettoria della stazione ferroviaria di Novi Sad, sabato scorso, 23 agosto, è stata resa pubblica una notizia. Si annunciava che il Partito Progressista Serbo, realmente diretto dall’attuale presidente serbo, appoggiava i raduni dei cosiddetti “cittadini che si contrappongono ai blocchi”. E si fa riferimento ai blocchi causati dalle proteste massicce contro il governo ed il presidente serbo. Si annunciava che quei raduni cominciavano in più di 80 città serbe a partire dalle 18:30 di sabato scorso. La propaganda a servizio del presidente ha cercato di far apparire tutto come un’iniziativa spontanea dei cittadini. Lo stesso presidente serbo ha dichiarato che quei raduni “…non sono contro le proteste in sé, ma contro i blocchi”, cercando così di liberarsi da ogni responsabilità legata alla drammatica realtà causata dal malgoverno e dalla diffusa corruzione.

    Dopo quell’annuncio molti militanti e simpatizzanti del Partito Progressista Serbo sono scesi in piazza in diverse città della Serbia. E ai manifestanti, in una cittadina vicina a Belgrado, si è unito anche il presidente della Serbia. Lui ha dichiarato ai giornalisti presenti che i raduni dei “cittadini che si contrappongono ai blocchi” sono stati “…. regolarmente annunciati e autorizzati, a differenza di quelli del movimento degli studenti, e che si tengono in modo del tutto pacifico e senza alcun episodio di violenza”. E così ha voluto accusare di violenza gli studenti e i cittadini. Ma, fatti accaduti alla mano, sono stati proprio i reparti della polizia e i tanti paramilitari armati che hanno aggredito gli studenti e i cittadini, soprattutto durante le proteste cominciate il 12 agosto scorso in diverse citta della Serbia. Un fatto questo riportato anche dai media internazionali.

    E mentre il presidente serbo ha ottimi rapporti con il suo omologo russo e quello cinese, riesce a ricevere un comportamento “diplomaticamente corretto” anche da alcuni “grandi dell’Europa”, e si sa anche il perché. Ma giovedì scorso il presidente serbo ha personalmente annunciato che aveva avuto un “colloquio telefonico buono e sostanziale” con il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, pubblicamente noto come un dittatore. Il presidente serbo ha affermato che Maduro è un “grande amico della Serbia (Sic!). Ma i saggi latini ci insegnano che similes cum similibus congregantur.

    Chi scrive queste righe sta seguendo sia le proteste massicce degli studenti e dei cittadini in Serbia, sia le contro-proteste dei militanti e i simpatizzanti del Partito Progressista Serbo. Egli pensa che gli studenti e i cittadini serbi devono far propria l’affermazione di Victor Hugo. E cioè che giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente; dopo la filosofia è necessaria l’azione.

  • L’Italia vuole i Balcani nella Ue entro il 2030

    A settant’anni dalla storica Conferenza di Messina del 1955, l’Italia rilancia il suo ruolo di motore dell’integrazione europea e ponte diplomatico. Le celebrazioni tenute a Taormina e Messina hanno richiamato rappresentanti dei 27 Stati membri, dei Paesi candidati all’ingresso nell’Unione e delle istituzioni europee. Al centro dei lavori, una priorità della politica estera italiana: l’accelerazione del processo di allargamento ai Balcani occidentali e a Paesi come Ucraina e Moldova. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito quello dell’Italia come un “messaggio forte a tutti i Paesi candidati a far parte dell’Unione europea” ribadendo che “accelerare i tempi della riunificazione è una priorità” per il nostro Paese. Tajani ha citato come principali beneficiari Albania, Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Kosovo, e ha annunciato: “Per celebrare i 70 anni della Conferenza di Messina e Taormina, abbiamo invitato anche la Moldova e Ucraina proprio per dare un segnale di grande attenzione a questi Paesi”.

    Sulla tabella di marcia l’auspicio è concreto: i Balcani occidentali dovrebbero entrare “prima del 2030”. “L’allora presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, disse il 2030. Io vorrei che si anticipasse il 2030 per i Paesi dei Balcani occidentali, e dopo si parlerà di Moldova e Ucraina, che sono altri due Paesi candidati e che è giusto che facciano parte della nostra Unione”, ha affermato Tajani, ricordando che “ci sono Paesi come l’Albania e il Montenegro che hanno fatto dei passi in avanti molto importanti”. Il titolare della Farnesina ha aggiunto che, ascoltando oggi le parole dei rappresentanti “di tanti di questi Paesi”, la loro intenzione è “fare tutto il possibile per entrare a far parte dell’Unione europea in tempi brevi”. “Hanno fatto una scelta politica, è giusto sostenerli e fare tutto ciò che, anche come Italia, è in nostro potere per aiutarli”, ha aggiunto il ministro.

    Durante la riunione non si è discusso solo di Ue. La Conferenza è stata occasione per affrontare la crisi mediorientale, gravata da un’escalation tra Iran e Israele che desta sempre più preoccupazione. Tajani ha confermato che i nostri ambasciatori “resteranno lì sinché ci saranno italiani da aiutare”, facendo riferimento alle conversazioni avute con i capi missione a Teheran e Tel Aviv, rispettivamente Paola Amadei e Luca Ferrari. L’Italia, inoltre, sta lavorando a dei “charter, i primi probabilmente partiranno dall’Egitto, con a bordo dei cittadini” con l’obiettivo di aiutare i connazionali “a lasciare il territorio di Israele”, ha spiegato Tajani, specificando che non si tratta di “evacuazioni ma di aiuto e coordinamento”. Il messaggio che arriva dalla diplomazia italiana è di presenza continua e operativa, in particolare in quei Paesi con connazionali da assistere, in un contesto geopolitico complesso.

    Pur considerando che la situazione è “preoccupante in generale”, Tajani ha sottolineato che “non ci sono pericoli imminenti per i nostri militari” dislocati nella zona e ha voluto precisare che al momento non ci sono “notizie di basi militari Usa in Italia coinvolte” nell’escalation che coinvolge Iran e Israele, anche se “non sappiamo cosa vorranno fare gli Stati Uniti”. Parole che seguono alcune indiscrezioni riportate dall’emittente dell’opposizione iraniana con sede a Londra “Iran International”, secondo cui la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, avrebbe discusso ieri della possibilità che gli Stati Uniti utilizzino delle basi militari in Italia per attaccare l’Iran, durante degli incontri con funzionari di alto livello dell’intelligence e comandanti delle Forze armate dell’Italia.

    Dalla Conferenza di Messina Taormina è giunto quindi un tentativo di rilanciare il progetto europeo – con l’Italia in prima linea nel chiedere una Europa più ampia, più forte e più coesa – e allo stesso tempo un’azione diplomatica concreta per la gestione delle crisi internazionali. Come riassunto dai passi della conferenza, la Dichiarazione Messina Taormina afferma che il “processo di riforma interna dell’Unione europea dovrà essere portato avanti separatamente, ma in parallelo con il processo di allargamento”. L’Ue, prosegue il testo, sarà così pronta “a completare efficacemente un allargamento basato sul merito, come una priorità geopolitica e un investimento strategico in pace, sicurezza e prosperità per l’intero continente”, in uno spirito di “solidarietà, fiducia reciproca e cooperazione aperta e trasparente”.

  • Proteste massicce che stanno mettendo in difficoltà un regime

    I popoli ben governati e contenti non insorgono. Le insurrezioni, le rivoluzioni

    sono la risorsa degli oppressi e degli schiavi e chi le fa nascere sono i tiranni

    Giuseppe Garibaldi

    ‘La corruzione uccide’. Una breve frase che, dai primi giorni del novembre scorso, è diventata lo slogan delle proteste degli studenti in Serbia. Si tratta di quelle proteste iniziate subito dopo che, il 1° novembre, è crollata la tettoia all’ingresso della stazione ferroviaria di Novi Sad, una città che si trova nel nord della Serbia e dove passa anche la ferrovia che collega Budapest con Belgrado. Il crollo della tettoia causò 15 morti e circa 30 feriti.

    Il 3 novembre, due giorni dopo la tragedia, in diverse città della Serbia sono cominciate le proteste. Nella capitale erano alcune centinaia, tra studenti e cittadini, che hanno protestato davanti alla sede del governo, per poi spostarsi al ministero delle Infrastrutture. I manifestanti, gridando che quello di Novi Sad era “un crimine, non una tragedia”, accusavano il governo di appalti truccati, di mancanza della trasparenza dovuta per legge e di corruzione. Gli studenti, che erano la maggior parte dei manifestanti del 3 novembre scorso a Belgrado, chiedevano proprio di desecretare tutti i documenti sull’appalto per la stazione ferroviaria di Novi Sad ed attivare subito un’indagine indipendente sul caso, nonché le dimissioni del primo ministro, del ministro delle Infrastrutture e del sindaco di Novi Sad. I manifestanti, con le loro mani impregnate di vernice rosso sangue, hanno lasciato le loro impronte sulle facciate delle istituzioni prima di disperdersi.

    Da allora gli studenti, ma anche i cittadini, hanno continuato le loro proteste, sempre più massicce. Durante alcune di quelle proteste, che gli studenti chiamo “Blokade” (blocchi, n.d.a.), si mette in atto l’interruzione del traffico proprio alle 11.52, alla stessa ora in cui è crollata la tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad. Il 22 novembre scorso, a Belgrado, gli studenti della facoltà di Arte drammatica hanno protestato negli ambienti della facoltà. Una protesta pacifica quella degli studenti, i quali però sono stati aggrediti da agenti e civili, sostenitori del partito al potere. E nonostante i media non controllati dal regime del presidente serbo abbiano pubblicato i nomi di alcuni degli aggressori civili, nessuno di loro non è stato fermato dalla polizia. Come è successo anche in molti altri precedenti casi, prima della tragedia di Novi Sad, il 1° novembre scorso.

    Bisogna sottolineare che la stazione ferroviaria di Novi Sad è stata ristrutturata, partendo dal 2021, con dei finanziamenti avuti dalla Cina, nell’ambito di quella che è nota come la Belt and Road Initiative (in italiano riconosciuta come la Nuova Via della Seta; n.d.a.). Un programma strategico del governo cinese, reso noto e ufficializzato nel 2013, che finanzia con più di 1000 miliardi di dollari statunitensi molti investimenti infrastrutturali in diversi parti del mondo. Compresa anche l’Europa. Bisogna altresì sottolineare che i lavori di ricostruzione della ferrovia e della stazione di Novi Sad erano stati affidati, dal governo serbo, ad un consorzio di ditte cinesi. Mentre il ministero delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti, in palese violazione della legge in vigore sull’accesso all’informazione, ha respinto le richieste di avere informazioni sulla ricostruzione della stazione di Novi Sad. Invece, nonostante la ristrutturazione della stazione di Novi Sad non fosse ancora finita, nel 2022 la stazione è stata provvisoriamente aperta durante la campagna elettorale di quell’anno. Si trattava di un’attività elettorale del presidente serbo, accompagnato anche dal primo ministro ungherese (gli stessi di oggi), visto che la ferrovia collegava le due rispettive capitali. E subito dopo quell’attività la stazione è stata di nuovo chiusa per finire i lavori in corso. Finalmente la stazione ristrutturata è stata inaugurata e resa finalmente operativa nel luglio scorso.

    Le proteste degli studenti e dei loro professori in Serbia sono continuate durante tutti questi mesi. A loro si sono aggiunti anche moltissimi cittadini, agricoltori con i loro trattori e tanti altri. Il 24 gennaio scorso in Serbia c’è stato un grande sciopero generale, con dei blocchi stradali sia a Belgrado che in altre città serbe. Ed in seguito alle continue proteste, il 28 gennaio scorso il primo ministro serbo ha presentato le sue dimissioni. Lo stesso ha fatto anche il sindaco di Novi Sad. Mentre altri due ministri, quello delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti ed il suo collega del Commercio, si sono dimessi rispettivamente il 4 ed il 20 novembre scorso.

    Il 27 gennaio 2025 gli studenti e tutti i loro sostenitori avevano bloccato per 24 ore una strada molto trafficata della capitale serba. In seguito a quella protesta e sotto la continua pressione delle precedenti proteste degli studenti, il presidente serbo, il 28 gennaio scorso, aveva dichiarato che era pronto “… a parlare con gli studenti; lo scontro non giova a nessuno”. Affermato, altresì, che stava preparando un “ampio e rapido progetto di rimpasto”. Ed era un progetto che prevedeva altri ritiri. Il 28 gennaio, annunciando le sue dimissioni, il primo ministro serbo, nato a Novi Sad e sindaco della città dal 2012 fino al 2022, ha dichiarato che “… come Governo è il momento di essere il più possibile responsabili”. Aggiungendo che “… per diminuire le tensioni fra noi e i manifestanti, ho preso la decisione di fare un passo indietro”. Dimissioni quelle sue che sono state solo una “formalità dovuta”, visto che tuttora non c’è un nuovo primo ministro della Serbia, mentre le dichiarazioni del presidente serbo sono rimaste solo tali, perché nessuna azione concreta è stata compiuta ad oggi.

    Le proteste massicce in Serbia sono continuate anche durante le scorse settimane. L’ultima, in ordine di tempo, è stata quella di sabato scorso a Belgrado. Una protesta chiamata “15 per 15”. Sì, perché è stata  svolta per ricordare le 15 vittime della stazione di Novi Sad proprio il 15 marzo. E come sempre, in tutte le precedenti proteste, i partecipanti hanno osservato 15 minuti di silenzio per ricordare ed onorare le vittime della tragedia del 1° novembre scorso. Secondo le autorità i partecipanti erano poco più di 100.000 persone, mentre per gli organizzatori della protesta, sabato erano scesi in piazza non meno di 275.000 persone. Lo hanno confermato anche fonti mediatiche non controllate dal regime. Erano studenti, insegnanti e professori universitari, cittadini e agricoltori che hanno partecipato alla protesta. Molti di loro, non abitanti di Belgrado, sono arrivati la mattina del 15 marzo nella capitale, marciando a piedi, oppure usando le loro biciclette. Gli studenti che, ormai da più di quattro mesi, sono anche gli organizzatori delle proteste contro il regime del presidente serbo hanno ripresentato sabato scorso le loro quattro richieste. Loro chiedono alle autorità di rendere pubblici tutti i documenti riguardanti la ristrutturazione della stazione ferroviaria di Novi Sad. In più gli studenti chiedono alle strutture competenti di indagare su tutti coloro che sono stati coinvolti in ogni atto aggressivo contro i partecipanti alle proteste e di prendere le dovute misure previste dalle leggi in vigore. La sospensione dell’incriminazione degli studenti arrestati durante le proteste è un’altra richiesta degli studenti. Loro chiedono anche un aumento del 20% dei finanziamenti per l’istruzione superiore.

    Il presidente serbo, dopo la massiccia protesta del 15 marzo scorso, ha dichiarato: “Ora, le autorità devono cogliere il messaggio portato dalle persone che sono arrivate oggi nella capitale”. Aggiungendo: “Dobbiamo cambiare e cambiare tutto ciò che ci circonda”. Compresa anche la possibilità di incontrare i manifestanti e di indire un referendum e nuove elezioni. Ma ha respinto le precedenti proposte per un governo di transizione, con il compito di preparare elezioni anticipate.

    Chi scrive queste righe valuta che le proteste massicce stanno mettendo in difficoltà il regime. Aveva ragione Garibaldi. Sì, i popoli ben governati e contenti non insorgono. Le insurrezioni, le rivoluzioni sono la risorsa degli oppressi e degli schiavi. E chi le fa nascere sono i tiranni.

  • Diversi conflitti e scontri armati in corso

    Mai pensare che la guerra, non importa quanto necessaria,

    non importa quanto sia giustificata, non sia un crimine.

    Ernest Hemingway

    Era il 18 dicembre 2022. Durante un’intervista ad una rete nazionale televisiva italiana alla vigilia di Natale, Papa Francesco ha, tra l’altro, detto: “Da tempo io ho parlato, stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzetti. Quella dell’Ucraina ci sveglia un po’ perché è vicina, ma la Siria da 11 anni che è in guerra terribile. Lo Yemen quanto? Myanmar? Dappertutto in Africa. Il mondo è in guerra”. Da anni ormai il Santo Padre sta parlando di “una terza guerra mondiale a pezzi”. Lo ha ribadito anche l’8 gennaio scorso durante il tradizionale incontro con il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. “Il mondo è attraversato da un crescente numero di conflitti che lentamente trasformano quella che ho più volte definito una terza guerra mondiale a pezzi in un vero e proprio conflitto globale”. ha detto allora papa Francesco. Un tema che il Santo Padre ha trattato anche durante la sua visita in Belgio, il 27 settembre scorso, ripetendo, accanto al Re e alla Regina del Paese, la sua grande preoccupazione per la situazione in diverse parti del pianeta. “Il mondo è malato a causa delle fratture e delle ostilità che impediscono la pace e generano distruzione”, ha detto il Pontefice. Ed ha aggiunto che “Siamo vicini a una guerra quasi mondiale. I governanti sappiano assumersi la responsabilità, il rischio e l’onore della pace”.

    La sua preoccupazione sulla drammatica situazione in diverse parti del mondo Papa Francesco la ha espressa anche domenica scorsa, 1° dicembre. Il Pontefice, come fa sempre ormai dopo ogni sua recita dell’Angelus dall’inizio della guerra in Ucraina, ha affermato: “…Esprimo la mia preoccupazione, il mio dolore, per il conflitto che continua a insanguinare la martoriata Ucraina. Assistiamo da quasi tre anni a una tremenda sequenza di morti, di feriti, di violenze, di distruzioni”. Poi ha sottolineato che “La guerra è un orrore, la guerra offende Dio e l’umanità, la guerra non risparmia nessuno, la guerra è sempre una sconfitta, una sconfitta per l’umanità intera!”. Ma il Santo Padre ha anche invitato tutti di pregare “…per la Siria, dove purtroppo la guerra si è riaccesa causando molte vittime”. Aggiungendo convinto che “…Se prevalgono l’assuefazione e l’indifferenza agli orrori della guerra, tutta, tutta la famiglia umana è sconfitta.”.

    Sì, in Siria da alcuni giorni ormai si sta combattendo. Combattono alcuni raggruppamenti ribelli e terroristi contro l’esercito regolare siriano. Uno di quei raggruppamenti rappresenta una delle frazioni jihadiste di Al Qaeda. Ma tra i gruppi combattenti ribelli ci sono anche coloro che hanno l’appoggio della Turchia che, come è ormai noto pubblicamente da anni, non ha smesso mai di contrastare i curdi, sia quelli turchi che siriani. Ebbene, dopo pochissimi giorni l’esercito siriano, ritirandosi, ha permesso agli oppositori del governo di entrare ed occupare alcune città nel nord del Paese e soprattutto Aleppo, la seconda città come grandezza ed importanza, dopo la capitale Damasco. E, guarda caso, tutto è cominciato proprio mentre è entrato in vigore il cessate il fuoco in Libano. Una situazione quella siriana che ha messo in movimento, oltre ai belligeranti locali, anche altri Paesi, quali la Russia e l’Iran, in sostegno del governo e, come sopra menzionato, la Turchia che appoggia in vari modi gli oppositori del governo. Da due giorni ormai è entrata in azione anche l’aviazione russa accanto ai reparti aerei dell’esercito siriano per contrastare l’avanzamento dei ribelli e i terroristi. E tutto ciò dopo tredici anni, tempo in cui cominciò il conflitto in Siria.

    Ovviamente non si è trattato di un’iniziativa “a caso”. Dalle analisi fatte dagli specialisti durante questi ultimi giorni, risulterebbe molto probabile che tutto sia dovuto all’altro conflitto armato nel Medio Oriente, quello tra Israele e Hamas. Un conflitto che ha in seguito coinvolto anche i militari Hezbollah, i quali, in vistosa difficoltà, hanno accettato di firmare il cessate il fuoco tra Israele ed il Libano. Un accordo quello entrato in vigore alle ore 04.00 del 27 novembre scorso, il quale prevede che nell’arco di 60 giorni si garantirà la creazione di una zona sicura di 30 chilometri nel sud del Libano. E durante questo periodo di tempo Israele si impegnerà a rientrare entro i suoi confini nazionali. Come garante del rispetto di questo accordo ci sarà un comitato internazionale a guida statunitense. Ma, sempre secondo le analisi fatte durante questi ultimi giorni, risulterebbe altrettanto probabile che l’attacco dei raggruppamenti ribelli e terroristi contro l’esercito siriano sia dovuto anche ad altre realtà geopolitiche e non solo. Realtà legate, oltre all’indebolimento delle formazioni militari dei Hezbollah, anche all’impegno militare in Ucraina della Russia, un forte sostenitore del governo siriano, che perciò non può impegnarsi pienamente in Siria. Ma anche alla situazione interna dell’Iran, coinvolto, altresì, nel conflitto della Striscia di Gaza, avviato il 7 ottobre 2023. Un conflitto quello di alcuni giorni fa in Siria, che ha generato una nuova e molto preoccupante situazione nel Medio Oriente. Una regione quella, dove si sono schierati, per diversi motivi ed interessi anche altri Paesi come la Russia, l’Iran, gli Stati Uniti d’America, la Cina, la Turchia ed altri.

    All’appena cominciato conflitto in Siria tra i raggruppamenti ribelli e terroristi, appoggiati dalla Turchia e l’esercito siriano, sostenuto dalla Russia e dall’Iran hanno subito reagito anche le potenze internazionali. Con una loro dichiarazione congiunta gli Stati Uniti d’America, la Francia, la Gran Bretagna e la Germania hanno affermato che “…l’attuale escalation non fa che sottolineare l’urgente necessità di una soluzione politica guidata dalla Siria al conflitto, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. Una Risoluzione adottata il 18 dicembre 2015 che stabilisce le linee guida per una soluzione politica del conflitto iniziato in Siria dal 15 marzo 2011. Alla sopracitata Risoluzione fanno riferimento anche le conclusioni del Consiglio europeo del 18 ottobre scorso. Conclusioni in cui, tra l’altro, si ribadisce che “Solo una soluzione politica in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza Onu permetterà a tutti i siriani di vivere in pace e sicurezza”.

    Anche nei Balcani, in questi ultimi giorni, la situazione non è tranquilla. E si tratta di nuovo di un conflitto tra la Serbia ed il Kosovo. Nella notte del 29 novembre scorso una forte esplosione ha gravemente danneggiato un importante acquedotto nel nord del Kosovo, a Zubin Potok. Si tratta di un acquedotto che oltre al rifornimento con acqua di vaste aree del Kosovo, fornisce anche le centrali elettriche del Paese. Il che ha generato gravi e multidimensionali problemi non solo per la popolazione. Tenendo presente anche altri atti simili nel passato, le massime autorità del Kosovo hanno accusato la Serbia. Il Consiglio di sicurezza del Kosovo, riunito nella mattinata del 30 novembre ha affermato che la Serbia “… ha la capacità per un simile attacco criminale e terroristico”. Immediate sono state anche le reazioni delle istituzioni internazionali e dei rappresentanti delle cancellerie dei Paesi occidentali. Tutti hanno condannato l’atto ed hanno espresso preoccupazioni per le probabili e pericolose conseguenze in un periodo come questo e tenendo presente le alleanze della Serbia con la Russia, ma non solo.

    Chi scrive queste righe seguirà questo nuovo conflitto nel nord del Kosovo ed informerà il nostro lettore. E nonostante le dimensioni si tratta sempre di un conflitto che si aggiunge ai diversi altri in corso nel mondo. Chi scrive queste righe pensa che i massimi rappresentanti delle cancellerie occidentali e delle istituzioni internazionali devono trarre sempre lezione anche dalla convinzione di Ernest Hemingway sulle guerre. E  cioè che non bisogna mai pensare che la guerra, non importa quanto necessaria, non importa quanto sia giustificata, non sia un crimine.

  • Elezioni statunitensi ed aspettative balcaniche

    Ora sapete come è l’aspettativa: immaginosa, credula, sicura;

    alla prova poi, difficile, schizzinosa….

    Alessandro Manzoni

    Rivolgendosi ai suoi discepoli, che insieme con lui erano saliti alla montagna, Gesù disse loro: “Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta” (Vangelo secondo Matteo, 5/14; n.d.a.). Riferendosi proprio a questi versi anche il puritano inglese John Winthrop si rivolse ai suoi compagni di viaggio, mentre si apprestavano ad arrivare al Nuovo Mondo nel lontano 1630. “Noi dobbiamo sempre considerare che dobbiamo essere come una città sopra una collina; gli occhi di tutta la gente sono su di noi”. Parole che ispirarono anche Ronald Reagan durante il suo ultimo discorso da presidente degli Stati Uniti d’America, dopo la fine del suo secondo mandato. Durante quel discorso, nel gennaio 1989, lui immaginava gli Stati Uniti come “una città luminosa, una città su una collina”. Un modello che, secondo lui, avrebbe dovuto ispirare, illuminare e attrarre tutti coloro che apprezzano la libertà e la democrazia.

    Il 5 novembre scorso si sono svolte le elezioni negli Stati Uniti d’America. Erano le 60e elezioni, dopo le prime, quelle del 1788-1789, in cui è stato eletto il primo presidente degli appena costituiti Stati Uniti d’America, George Washington. Gli Stati Uniti sono stati costituiti durante il secondo congresso continentale il 4 luglio 1776, come unione di tredici colonie britanniche che decisero di staccarsi dal Regno Unito. Durante quel congresso è stato approvato il testo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Un testo scritto da Thomas Jefferson, uno dei Padri Fondatori della nuova Federazione. Un anno dopo, nel 1787 è stata presentata la Costituzione degli Stati Uniti d’America, che è entrata poi in vigore nel marzo del 1789.

    Il 5 novembre scorso si è votato per eleggere sia il presidente, che tutti i rappresentanti del 119o Congresso, ossia la Camera dei rappresentanti, nonché 34 nuovi rappresentanti del Senato. Ebbene, dalle elezioni è uscito vincitore il candidato del partito repubblicano, Donald Trump, ottenendo il suo secondo mandato non consecutivo come il 47° presidente degli Stati Uniti d’America. In più, dalle elezioni del 5 novembre scorso il partito repubblicano, ad ora, ha vinto anche la maggioranza dei seggi del Senato e della Camera dei rappresentanti.

    Ovviamente le elezioni del 5 novembre scorso negli Stati Uniti d’America non potevano non attirare l’attenzione delle cancellerie di tutto il mondo, dei media e delle più importanti istituzioni internazionali, quelle dell’Unione europea comprese. Il risultato di quelle elezioni ha suscitato delle aspettative anche nei Paesi balcanici. Paesi che, per varie ragioni cercano delle alleanze, oltre a quelle ormai stabilite o, almeno, degli appoggi temporanei. Ragion per cui vedono nel nuovo presidente degli Stati Uniti d’America un probabile alleato e/o sostenitore dei loro interessi. E stanno facendo di tutto per riuscirci, compresi il coinvolgimento degli “emissari” che possono garantire dei “rapporti d’affari” con i più stretti famigliari del presidente appena eletto. Ma ci sono anche alcuni rappresentanti politici dei Paesi balcanici che, nel passato, hanno avuto dei rapporti non buoni con alcune persone molto vicine al nuovo presidente statunitense, persone che con buone probabilità avranno delle importanti cariche istituzionali. Cariche che possono avere delle influenze significative anche nella regione dei Balcani occidentali.

    Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti sono state seguite con grande attenzione ed interesse in Serbia. I massimi rappresentanti del Paese hanno festeggiato la vittoria di Donald Trump. Proprio loro che hanno un appoggio dichiarato dal presidente della Russia e da altri Paesi che, sulla carta, non hanno o, almeno, non dovrebbero avere buoni rapporti con gli Stati Uniti d’America. E si tratta di importanti rapporti geopolitici, geostrategici, economici ed altri. Il presidente della Serbia si è vantato di essere stato tra i primi che aveva salutato personalmente il nuovo presidente statunitense.

    “Sono stato tra i primi al mondo. Forse lo ha fatto [prima di me] solo il presidente australiano. Ho parlato anche con delle persone dal suo più ristretto ambiente. […]. In Serbia tutti speravano in una vittoria di Donald Trump a causa degli avvenimenti del 1999. Molte persone pensavano che lui era un diavolo, ma adesso sembrerà un angelo…” ha detto il presidente serbo. Aggiungendo altresì che “…è importante per me che lui è un imprenditore e credo che i nostri rapporti saranno migliori”. Bisogna sottolineare che nel maggio scorso il genero di Trump ha firmato con il governo serbo un contratto di investimenti di circa 500 milioni di dollari per delle costruzioni in pieno centro della capitale della Serbia.

    L‘elezione di Trump ha reso molto felice anche il presidente della Republika Srpska (Repubblica Serba; n.d.a.) di Bosnia ed Erzegovina che è una delle due entità del Paese. I media hanno fatto vedere lui bevendo grappa e cantando, mentre seguiva in televisione i risultati che confermavano la vittoria di Donald Trump. Bisogna sottolineare che il presidente della Republika Srpska è stato dichiarato in precedenza una persona “non grata” per gli Stati Uniti d’America come un estremista serbo. Anche lui però è, come il presidente serbo, molto legato al presidente della Russia. Lui però si è vantato, scrivendo nelle reti sociali dopo la vittoria di Trump, che “Siccome l’ambasciata statunitense a Sarajevo non ha organizzato la festa per la vittoria di Donald Trump l’ho organizzato io come presidente della Republika Srpska”.

    Il risultato delle elezioni presidenziali del 5 novembre scorso negli Stati Uniti è stato seguito anche in Kosovo con interesse. Si perché i massimi dirigenti del Paese avevano delle aspettative per la vittoria della candidata del partito democratico. Ma nonostante ciò anche loro, formalmente, hanno salutato il presidente eletto. Bisogna sottolineare che alla fine del suo primo mandato, il presidente Trump il 4 settembre 2020 ha ospitato nel suo ufficio le delegazioni della Serbia e del Kosovo per firmare un “accordo economico”. Ma, secondo gli analisti, le ragioni erano ben altre, tra cui anche la possibilità di ripartizioni territoriali tra i due Paesi. Una proposta che non è stata mai accettata dagli attuali rappresentanti governativi e statali del Kosovo.

    La vittoria di Donald Trump è stata salutata anche dal primo ministro albanese. Sì, proprio da lui che alla vigilia delle elezioni del 2016 dichiarava convinto che “… nessun problema a ripetere, sia in albanese che in inglese, che Donald Trump è una minaccia per l’America e che non si discute che è una minaccia anche per i rapporti tra l’Albania e gli Stati Uniti”. Il primo ministro albanese allora era altresì convinto che “È vergognoso per gli Stati Uniti d’America eleggere un presidente come Donald Trump!…Se Trump sarà presidente, questa sarà una disgrazia per gli Stati Uniti!”. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito (Dichiarazioni irresponsabili e deliranti, 21 novembre 2016; Piroette geopolitiche e alleanze instabili, 4 novembre 2019). Ma adesso lui ha cambiato completamente opinione sul presidente appena eletto. “La vittoria di Trump potrebbe essere qualcosa migliore per l’Europa”, dichiarava la scorsa settimana da Budapest il primo ministro albanese. Per lui adesso gli Stati Uniti con Donald Trump saranno “una città luminosa, sulla collina”. Chissà perché?! Ma niente può stupire da un saltimbanco senza scrupoli come lui!

    Chi scrive queste righe seguirà come andranno a finire le aspettative balcaniche legate al risultato delle elezioni statunitense del 5 novembre scorso. Ma anche per i rappresentanti politici dei Paesi balcanici potrebbe essere valido quanto scriveva Alessandro Manzoni. E cioè che “Ora sapete come è l’aspettativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova poi, difficile, schizzinosa…”.

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