Balcani

  • Pericolose ma consapevoli scelte di appartenenza geopolitica

    Possiamo scegliere quello che vogliamo seminare,

    ma siamo obbligati a mietere quello che abbiamo piantato.

    Proverbio cinese

    “Non facciamoci illusioni. Siamo in un mare agitato. All’orizzonte si intravede un inverno segnato dal malcontento globale. […] Le persone soffrono e quelle più vulnerabili soffrono di più. La Carta delle Nazioni Unite e gli ideali che rappresenta sono in pericolo. Abbiamo il dovere di agire, ma siamo bloccati da una disfunzione colossale e globale.. Così ha dichiarato, tra l’altro, il Segretario generale delle Nazioni Unite, il 19 settembre scorso, durante il suo intervento all’apertura dei lavori della 77a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Una sessione svoltasi dal 19 al 26 settembre 2022 presso la sede centrale dell’Organizzazione delle Nazioni unite a New York. Durante quella settimana capi di Stato e di governo, nonché altri rappresentanti delle più importanti istituzioni internazionali, hanno presentato le loro opinioni e le loro priorità sulle principali sfide globali. Come tali sono la guerra in Ucraina, le crisi energetica e quella alimentare scatenate proprio da quella guerra, ma anche la lotta contro il cambiamento climatico ed altre ancora. In quei giorni ci sono stati tanti anche gli incontri ufficiali ed informali tra i più alti rappresentanti delle singole nazioni. Non sono mancati neanche gli accordi discussi, alcuni dei quali firmati poi in seguito. Come l’accordo tra la Russia e la Serbia sulla collaborazione nell’ambito della politica estera. Un’accordo quello firmato il 23 settembre scorso dal ministro russo degli affari esteri e il suo omologo serbo. All’indomani della firma dell’accordo anche il presidente serbo ha incontrato il ministro russo degli affari esteri. Tutto ciò, mentre quasi tutti i capi di Stato e di governo che sono intervenuti durante i dibattiti della 77a sessione dell’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite hanno condannato l’aggressione russa in Ucraina. Compreso il presidente serbo. In più lui ha condannato, il 28 settembre scorso, anche i referendum svolti tra il 23 e il 27 settembre nelle quattro autoproclamate repubbliche nel sud dell’Ucraina. La Serbia “non può e non riconoscerà” l’annessione alla Russia di quelle quattro repubbliche separatiste. Nel frattempo però si sa che la Serbia, nonostante abbia firmato le convenzioni delle Nazioni Unite, non ha aderito alle sanzioni poste dall’Unione europea alla Federazione Russa proprio in seguito all’aggressione in Ucraina. Un obbligo quello per la Serbia, visto che ha firmato con l’Unione europea l’accordo stabilizzazione e associazione già dal 29 aprile 2008. E poi, in seguito, il Consiglio europeo ha approvato il 1o marzo 2012 anche lo status di Paese candidato all’adesione all’Unione europea per la Serbia. Ma nonostante ciò la Serbia sempre ha rifiutato di aderire alle sanzioni. Durante la 77a sessione dell’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite il presidente serbo non ha risparmiato delle accuse neanche alla stessa Organizzazione, dichiarando che “…La serietà del momento mi obbliga di condividere con voi delle parole difficili, ma vere. Ogni cosa che stiamo facendo oggi qui sembra impotente ed incerta. Le nostre parole hanno un vuoto eco comparate con la realtà con la quale ci stiamo affrontando. E la realtà è che qui nessuno ascolta nessuno. Nessuno [qui] non si impegna a [attuare] dei veri accordi, alla soluzione dei problemi”. E tutto ciò secondo il presidente serbo, perché “…tutti tengono presente solo i propri interessi”.

    Subito dopo la firma dell’accordo firmato il 23 settembre scorso dal ministro russo degli affari esteri e il suo omologo serbo sulla collaborazione nell’ambito della politica estera, è arrivata anche la ferma condanna dell’Unione europea. Il portavoce della Commissione europea, riferendosi al sopracitato accordo, ha sottolineato che un simile accordo è stato firmato proprio mentre la Russia continua la sua aggressione contro l’Ucraina. Proprio mentre la Russia ogni giorno“…sta violando il diritto internazionale, le sue truppe stanno attuando crimini contro i civili e nei territori occupati sta organizzando dei referendum illeciti”. In seguito alla sua dichiarazione ufficiale, il portavoce della Commissione europea ha ribadito che “…se in simili circostanze notiamo che il ministro serbo degli esteri firma un accordo, con il quale si impegna per delle consultazioni con lo Stato che genera atti come questi, allora questo è un segno che la Serbia sta rafforzando i rapporti con la Russia.”. Aggiungendo che tutto ciò non può non creare delle serie preoccupazioni. Perché secondo il portavoce della Commissione europea “…i rapporti [della Serbia] con la Russia non possono essere trattati come se niente fosse. Tutto ciò noi [Commissione europea] lo consideriamo come molto serio”. Il portavoce della Commissione, sempre riferendosi all’accordo firmato il 23 settembre scorso dal ministro russo degli affari esteri e il suo omologo serbo sulla collaborazione nell’ambito della politica estera ha dichiarato che “…l’Unione europea è stata completamente chiara con tutti i Paesi membri e i partner, compreso anche un Paese candidato come la Serbia, che i rapporti con la Russia non possono essere un affare comune sotto l’ombra dell’occupazione non provocata e irragionevole in Ucraina”. Mentre nel frattempo e dopo le dichiarazioni del portavoce della Commissione europea, il ministro serbo degli affari esteri, rispondendo il 25 settembre scorso ai giornalisti, ha detto che “…tutto ciò che ha a che fare con le critiche” ma anche con l’accordo stesso, è legato alla “ricerca delle ragioni per attaccare e per biasimare la Serbia”.

    L’accordo tra la Russia e la Serbia sulla collaborazione nell’ambito della politica estera firmato il 23 settembre scorso dal ministro russo degli affari esteri e il suo omologo serbo durante la 77a sessione dell’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite è il primo documento diplomatico che la Serbia e la Russia hanno firmato dall’inizio dell’aggressione russa in Ucraina. Ma non è l’unico accordo tra i due Paesi durante questi ultimi mesi. Si, perché proprio il 29 maggio scorso, durante un colloquio telefonico, il presidente serbo ed il presidente russo si sono accordati di continuare “il partenariato strategico tra la Russia e la Serbia” e la fornitura della Serbia di gas e petrolio russo con dei prezzi vantaggiosi. Un “partenariato strategico” quello tra la Russia e la Serbia ribadito chiaramente anche dal ministro degli Interni serbo, in visita ufficiale in Russia il 22 agosto scorso. Lui ha considerato come “sbagliato e inutile” il tentativo dell’isolamento della Russia, durante un incontro con il Segretario del Consiglio di Sicurezza della Russia. Perché, secondo il ministro serbo, la Russia “…come territorio è il più grande del mondo”. Il ministro serbo degli Interni ha avuto il 22 settembre scorso un incontro anche con il ministro russo degli affari esteri. Dopo l’incontro il ministro serbo ha dichiarato che “…la Serbia è l’unico Paese in Europa che non ha attuato delle sanzioni contro la Russia e non ha partecipato all’isteria antirussa”. In più il ministro serbo degli Interni ha dichiarato che la Serbia “…non dimentica la fratellanza secolare [con la Russia]”. Durante l’incontro del ministro degli Interni serbo e il ministro russo per gli affari esteri è stato confermato che “…anche in tempi di grandi sfide, la Serbia e la Russia hanno delle straordinarie relazioni diplomatiche e una collaborazione bilaterale di successo”. Così come anche i due presidenti, quello russo e quello serbo “hanno delle relazioni personali straordinariamente buone”. Più chiaro di così!

    L’autore di queste righe informava nel giungo scorso il nostro lettore di una visita non realizzata il 5 giugno scorso a causa del blocco degli spazi aerei da tre Paesi balcanici per un aereo russo a bordo del quale si trovava il ministro degli Esteri russo. Lui, insieme con una delegazione da lui guidata doveva andare a Belgrado per degli incontri con le massime autorità della Serbia. I tre Paesi che hanno chiuso gli spazi aerei, la Bulgaria, la Macedonia del Nord ed il Montenegro, sono dei Paesi i quali, insieme a quelli dell’Unione europea e ai tanti altri, hanno aderito alle sanzioni restrittive contro la Russia dopo l’invasione del territorio ucraino il 24 febbraio scorso. Ebbene, il 6 giugno scorso il ministro russo degli affari esteri ha dichiarato che “…è accaduto qualcosa di inimmaginabile. Ad uno Stato sovrano è stato negato il diritto di seguire la [sua] politica estera”. Aggiungendo che “Le attività internazionali della Serbia verso la Russia sono bloccate”. Lui però ha ribadito altresì la sua convinzione, e cioè che “la cosa più importante è che nessuno potrà distruggere i nostri legami con la Serbia”! L’autore di queste righe informava il nostro lettore che il ministro russo ha dichiarato anche che “Se la visita del ministro degli Esteri russo in Serbia è percepita in Occidente come una minaccia su scala globale, allora, chiaramente, le cose in Occidente vanno piuttosto male”. Mentre il ministro serbo degli Interni dichiarava allora che “…Il mondo in cui i diplomatici non possono attuare la pace è un mondo in cui non c’è la pace”. Lui ha sottolineato anche che era rimasto “profondamente dispiaciuto per l’ostruzione alla visita di un grande e comprovato amico della Serbia”. Per poi ribadire in modo diretto e perentorio che “…Chi ha impedito l’arrivo di Lavrov non vuole la pace, sogna di sconfiggere la Russia e la Serbia è orgogliosa di non far parte dell’isteria anti-russa”! Ma il ministro russo degli affari esteri, dopo essere rientrato a Mosca, il 6 giungo scorso, durante una sua conferenza online con i media, ha dichiarato, senza mezzi termini, che alla Serbia e al suo presidente non mancherà l’appoggio della Russia. Durante la stessa conferenza con i giornalisti il ministro russo degli affari esteri ha parlato anche di un’iniziativa della quale l’autore di queste righe da più di due anni sta informando il nostro lettore, l’iniziativa non a caso chiamata Open Balkans (Accordo ingannevole e pericoloso, 13 gennaio 2020; Bugie scandalose elevate a livello statale; 24 febbraio 2020; Preoccupanti avvisaglie dai Balcani, 8 novembre 2021; Importanti decisioni, vergognose manipolazioni e una protesta, 20 dicembre 2021; Un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale, 31 maggio 2022; Smascheramento in corso di un’accordo regionale occulto, 13 giugno 2022; Volgari arroganze verbali balcaniche e verità che accusano, 28 giugno 2022; Volgarità e arroganza verbale di un voltagabbana in difficoltà, 4 luglio 2022; Pericolose somiglianze espansionistiche, 26 agosto 2022). Ebbene, il ministro russo degli affari esteri, parlando il 6 giugno scorso dell’iniziativa Open Balkans ha scoperto, anche la “paternità” dell’iniziativa. L’autore di queste righe ha riportato le frasi del ministro russo in merito. Lui, riferendosi all’Unione europea, ha detto che “…Loro non volevano che noi esprimessimo il nostro appoggio all’iniziativa di Belgrado per realizzare il progetto Open Balkan per l’interesse di un rapporto più solido e più sano tra i Paesi della regione [balcanica]”. L’autore di queste righe sottolineava allora che il ministro russo degli affari esteri “ha confermato proprio l’appoggio russo all’iniziativa di Belgrado per realizzare il progetto Open Balkans”. Aggiungendo in seguito che lui “…ha contribuito, nolens volens, proprio ad un ulteriore smascheramento di un accordo regionale occulto.” (Smascheramento in corso di un’accordo regionale occulto; 13 giugno 2022).

    Chi scrive queste righe ha informato il nostro lettore anche del “sostegno incondizionato”, nonché della “avvocatura gratis” che il primo ministro albanese ha dato/fatto alle scelte della Serbia nei confronti della Russia. Lui, il primo ministro albanese, ha sempre giustificato la scelta della Serbia di non aderire alle sanzioni poste alla Russia dall’Unione europea, obbligatorie anche per la Serbia (Volgarità e arroganza verbale di un voltagabbana in difficoltà; 4 luglio 2022). Il primo ministro albanese lo ha fatto anche durante la 77a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Chi scrive queste righe è convinto, fatti alla mano, che le scelte della Serbia, ma anche dell’Albania sono delle pericolose ma consapevoli scelte di appartenenza geopolitica a fianco della Russia. Ma condivide anche la saggezza del proverbio, secondo il quale noi possiamo scegliere quello che vogliamo seminare, ma siamo obbligati a mietere quello che abbiamo piantato.

  • Pericolose somiglianze espansionistiche

    Non ci si piglia se non ci si somiglia.

    Proverbio

    Il 24 agosto è una data che per gli ucraini ha un importante valore storico. Era proprio il 24 agosto del 1991 quando il Parlamento adottò ed approvò l’Atto d’indipendenza dall’Unione sovietica, dichiarando l’Ucraina uno Stato indipendente e democratico. Ragion per cui il 24 agosto scorso gli ucraini hanno celebrato il 31o anniversario dell’indipendenza, quest’anno però, e purtroppo, sotto la reale minaccia di attacchi da parte delle forze armate della Russia. Attacchi che proprio il 24 agosto scorso hanno causato altre vittime innocenti. Sono 25 le vittime di un bombardamento dei russi della stazione ferroviaria di Chaplyne nel sud-est del Paese. Tra quelle vittime civili due erano dei bambini. Nel frattempo sono passati ormai sei mesi dall’inizio dell’invasione russa dei territori ucraini. Era proprio l’alba del 24 febbraio scorso, quando il presidente russo ordinò l’attuazione di quello che lui stesso aveva annunciato alcune ore prima, la sera precedente, durante un suo lungo discorso in diretta televisiva. Cominciò così, sei mesi fa, una ben ideata e programmata invasione che il dittatore russo, con un irritante cinismo, la ha sempre considerata come una “operazione militare speciale”. Una spietata, crudele e sanguinosa invasione quella che ebbe inizio il 24 febbraio scorso, come parte integrante dell’attuazione di quella che ormai è nota come la strategia per la ricostituzione della “Grande Russia”. Il 24 agosto ha segnato il 182o giorno di una vera e propria guerra spietata e sanguinosa. Ormai sono di dominio pubblico le tante barbarie e crudeltà attuate dalle forze armate russe in Ucraina. Sono purtroppo di dominio pubblico anche le immagini che mostrano fosse comuni dove sono state buttate decine di vittime innocenti, dopo essere state uccise con le mani legate. E tutto ciò, nell’ambito di quella che il dittatore russo continua a considerare una “operazione militare speciale”! Durante questi sei mesi di guerra, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti umani, sono stati 5.587 civili inermi uccisi e 7.890 feriti. Ma tutti sono convinti che il numero reale delle vittime civili sia molto più grande. Sempre facendo riferimento ai dati ufficiali delle vittime registrate risulta, secondo l’organizzazione Save the Children, che purtroppo 356 sono minori tra i quali il 16% aveva un’età inferiore ai 5 anni. Mentre, secondo quanto rapporta l’agenzia Ukrinform il 25 agosto, dal 24 febbraio scorso il numero dei bambini uccisi è di 376 e di quelli feriti è almeno di 733. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti umani conferma che la maggior parte dei morti e dei feriti “…sono state vittime di armi esplosive come artiglieria, missili e attacchi aerei”. Risulterebbe inoltre che dal 24 febbraio scorso, circa un terzo dell’intera popolazione dell’Ucraina è stata costretta ad abbandonare le proprie case. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti umani, i cittadini ucraini che hanno lasciato il Paese si valuta che siano più di 6.6 milioni. Durante i sei mesi di guerra, di quella guerra che però il dittatore russo, con un irritante cinismo, continua a considerarla semplicemente una “operazione militare speciale”, anche i danni materiali sono ingenti. Dalle valutazioni fatte da diverse istituzioni internazionali specializzate risulterebbe che la ricostruzione del Paese, a guerra finita, potrebbe costare oltre 750 miliardi di euro. Secondo una valutazione del ministero ucraino della Protezione Ambientale e delle Risorse Naturali, solo i danni ambientali, causati durante questi sei mesi di guerra, superano i 10.7 miliardi di euro.

    Il 24 agosto scorso, al termine dell’udienza generale, Papa Francesco, sei mesi dopo l’inizio della sanguinosa guerra in Ucraina, ha rinnovato “l’invito ad implorare dal Signore la pace per l’amato popolo ucraino che da sei mesi patisce l’orrore della guerra”. Poi, riferendosi ai bambini ucraini, il Santo Padre ha detto che si tratta di “Innocenti che pagano la pazzia della guerra”.

    Subito dopo l’invasione dei territori ucraini da parte delle forze armate russe, è stata immediata ed unanime la reazione delle più importanti istituzioni internazionali, nonché della maggior parte dei singoli Stati. Tutti hanno condannato, senza mezzi termini, l’invasione russa dei territori ucraini. Sono state tante anche le sanzioni imposte alla Russia, sia dagli Stati Uniti d’America e dall’Unione europea, che da altri Stati in tutto il mondo. Cosa che, invece, non ha fatto la Serbia nonostante, come Paese candidato all’adesione nell’Unione europea, abbia obbligatoriamente sottoscritto, tra l’altro, anche l’Accordo di Stabilizzazione ed Associazione. Sono state tante le richieste fatte alla Serbia da parte dei massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione Europa per aderire alle sanzioni imposte alla Russia. Richieste che però non hanno trovato il dovuto riscontro da parte della Serbia. Anzi, sono risultate tutte delle richieste vane. Ma visto i reali e riconfermati, a più riprese ed occasioni, rapporti di amicizia e di vasta collaborazione tra la Serbia e la Russia, tutto ciò era da aspettarselo. E non a caso anche la Serbia, da qualche anno, sta cercando di attuare, a sua volta, la strategia della “Grande Serbia”. C’è sempre da imparare dai “cari e storici amici”!

    Una dimostrazione e testimonianza dell’attuazione di quella strategia espansionistica erano anche le pericolose provocazioni e i preoccupanti conflitti cominciati il 31 luglio scorso nel nord del Kosovo, per poi continuare anche il giorno successivo. Tutto scaturì dopo due leciti decisioni prese dal governo del Kosovo. La prima si basa sul rispetto della reciprocità per quanto riguarda il rilascio di un documento di entrata ed uscita per i cittadini serbi che entrano nel territorio del Kosovo. Come procede, da 11 anni, il governo della Serbia per i cittadini del Kosovo. La seconda si basa sul rispetto della reciprocità per quanto riguarda il rilascio delle targhe provvisorie per le macchine immatricolate in Serbia che entrano nel territorio del Kosovo. Proprio come procedono le autorità della Serbia per le macchine immatricolate in Kosovo che entrano nel territorio della Serbia. Ma subito dopo la messa in atto di queste due decisioni da parte delle autorità del Kosovo, nell’ambito del rispetto della reciprocità, nel nord del Paese alcuni gruppi ben strutturati ed organizzati di militanti serbi hanno bloccato diverse strade con degli autocarri ed hanno costruito delle barricate. In seguito a dei negoziati tra i massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea ed altri ancora con le massime autorità del Kosovo, il governo ha deciso di posticipare l’applicazione delle due sopracitate decisioni per il 1o settembre prossimo.

    Bisogna sottolineare però che dal 12 giugno 1999 ad oggi in Kosovo è attiva una forza militare internazionale che opera nell’ambito della NATO, meglio nota come KFOR (abbreviazione di Kosovo Force; n.d.a.). La KFOR, è diventata operativa sul tutto il territorio del Paese su mandato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, subito dopo l’adozione della Risoluzione 1244 dal suo Consiglio di Sicurezza. Il compito della KFOR è quello di stabilire e mantenere l’ordine e garantire la pace nel Paese. La Serbia ed alcuni altri Paesi, Russia compresa, non riconoscono ancora però l’indipendenza dello Stato del Kosovo, proclamata il 17 febbraio 2008 e fortemente voluta e appoggiata, allora come oggi, da tutte le grandi potenze mondiali. Attualmente la KFOR viene sostenuta dal contributo di 27 diverse nazioni, mentre sul territorio del Kosovo sono presenti 3.500 militari di quella struttura internazionale, con altri 3.000 militari di riserva.

    Quanto è accaduto il 31 luglio scorso ed il giorno successivo nel nord del Kosovo ha causato una seria preoccupazione dei vertici della NATO. Ragion per cui i massimi rappresentanti della KFOR hanno immediatamente dichiarato ufficialmente che le truppe di quella struttura militare della NATO erano pronte ad intervenire se fosse stata messa in pericolo la stabilità in Kosovo, secondo il mandato che deriva dalla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Ed erano proprio le pericolose provocazioni e i preoccupanti conflitti cominciati il 31 luglio scorso nel nord del Paese che, il 17 agosto scorso, abbiano costretto il segretario generale dell’Alleanza atlantica a convocare a Bruxelles ed incontrare, separatamente, sia il presidente della Serbia che il primo ministro del Kosovo. Egli aveva già avvertito il presidente serbo il 3 agosto scorso dicendo che “…bisogna che tutte le parti si impegnino in maniera costruttiva nel dialogo che sta negoziando l’Unione europea”, in modo che “le discordie si risolvano tramite la diplomazia”. Il 17 agosto scorso a Bruxelles il segretario generale della NATO ha incontrato il presidente della Serbia prima e poi il primo ministro del Kosovo. Subito dopo i due separati incontri il massimo rappresentante dell’Alleanza atlantica ha dichiarato che “…se sarà necessario noi faremmo muovere le nostre truppe ed aumenteremo la nostra presenza”. Egli ha ribadito che la KFOR è attualmente la più grande missione della NATO fuori dai territori dei Paesi aderenti all’Alleanza. Il che testimonia “il suo impegno per prevenire le tensioni”. L’indomani, il 18 agosto scorso, anche l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza ha incontrato, prima separatamente e poi insieme, il presidente della Serbia e il primo ministro del Kosovo. Durante l’incontro trilaterale era presente anche l’incaricato speciale dell’Unione europea per il dialogo tra la Serbia ed il Kosovo. L’incontro è finito senza un accordo tra le parti. Però l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza non ha perso la speranza ed ha dichiarato che “…non c’è accordo oggi, ma non ci fermeremo, non ci rassegneremo perché fino al 1o settembre c’è ancora tempo”. Ma lui è convinto che “le tensioni verificatesi ultimamente nel nord del Kosovo hanno testimoniato che ormai è tempo di muoversi verso la completa normalizzazione. Attendo che i due dirigenti siano flessibili e trovino la lingua comune”. Chissà però se quell’auspicio espresso si possa avverare, vista la ben nota intransigenza del presidente serbo a riconoscere l’indipendenza del Kosovo. Indipendenza fortemente voluta e appoggiata però da tutte le grandi potenze mondiali. Ma non dalla Russia. Chissà perché?!

    Si sa però che parte integrante della strategia della “Grande Serbia”, fatti accaduti alla mano, risulterebbe essere anche l’iniziativa Open Balkans. L’autore di queste righe, dal gennaio 2020 e a più riprese, ha informato il nostro lettore di questa iniziativa e di chi sta dietro come ideatore e sostenitore. Un progetto espresso dal multimiliardario e speculatore di borsa George Soros già nel 1999 in un suo articolo. Un progetto fortemente voluto e sostenuto, ovviamente, dal presidente della Serbia. Un progetto sostenuto anche dal primo ministro albanese e da quello macedone. Un progetto però, quello alla base dell’iniziativa Open Balkans, contestato dagli altri Paesi balcanici e dalle istituzioni dell’Unione europea, che riconoscono e promuovono il Processo di Berlino per i Balcani occidentali. E, non a caso, l’iniziativa Open Balkans viene riconosciuta ed appoggiata anche dalla Russia. Lo ha dichiarato convinto il ministro degli Esteri russo il 6 giugno scorso. Lui, riferendosi all’Unione europea ha detto: “Loro non volevano che noi esprimessimo il nostro appoggio all’iniziativa di Belgrado per realizzare il progetto Open Balkans, all’interesse di un rapporto più solido e più sano tra i Paesi della regione [balcanica]”. Aggiungendo convinto che “Ormai è chiaro per tutti che Bruxelles, la NATO e l’Unione europea vogliono convertire il progetto Open Balcans in un loro progetto, chiamato Close Balcans (Balcani chiusi; n.d.a.).”!

    Chi scrive queste righe, dati e fatti accaduti alla mano, considera come preoccupanti e pericolose le somiglianze espansionistiche tra la Russia e la Serbia. Come considera preoccupanti e pericolose anche le “amicizie” tra l’ideatore, i promotori e gli ubbidienti sostenitori della famigerata iniziativa Open Balkans. Primo ministro albanese incluso. Proprio colui che da tempo ormai, criticando gli altri, sta facendo anche “l’avvocato difensore” della Serbia. Ma si sa e la saggezza popolare ce lo insegna che non ci si piglia se non ci si somiglia!

  • Volgarità e arroganza verbale di un voltagabbana in difficoltà

    Il bisogno di avere ragione è segno di una mente volgare.

    Albert Camus

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato delle decisioni prese il 23 giugno scorso dai capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione europea. Parte attesa delle decisioni erano anche quelle sul percorso dei diversi Paesi balcanici. Il Consiglio europeo decise, tra l’altro, di non avanzare i processi con la Serbia, l’Albania e la Macedonia del Nord. Per la Serbia, perché non aveva fatto progressi con le riforme e i requisiti precedentemente posti dalle istituzioni europee, ma anche per l’ambiguo atteggiamento nei confronti della Russia, dopo l’aggressione militare in Ucraina, avviata il 24 febbraio scorso. Proprio quella che il dittatore russo, anche dopo centotrentuno giorni di ineffabili crudeltà e di tante vittime innocenti ed inermi, compresi molti bambini, continua con irritante cinismo a classificarla come “un’operazione speciale militare”! Un ambiguo atteggiamento, perché la Serbia ha aderito alle risoluzioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che condannano quell’agressione e tutte le derivanti conseguenze. Ma, allo stesso tempo però, non ha mai aderito alle restrizioni poste dall’Unione europea alla Russia, nonostante le ripetute richieste e le forti critiche fatte dai massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea. Restrizioni che sono obbligatorie anche per la Serbia, essendo un Paese candidato ad aderire all’Unione. Mentre per la Macedonia del Nord e l’Albania, il blocco del processo europeo è stato dovuto al veto posto dalla Bulgaria alla Macedonia. E siccome il Consiglio europeo aveva precedentemente deciso di trattare insieme la Macedonia del Nord e l’Albania o si doveva andare avanti con il processo insieme oppure il blocco dei negoziati con uno dei due Paesi bloccava anche quelli con l’altro. L’autore di queste righe aveva informato di tutto ciò il nostro lettore. Così come lo aveva informato anche della conferenza con i rappresentanti dei media, dopo le decisioni prese dal Consiglio europeo. Una conferenza quella, prevista e svolta nel pomeriggio del 23 giugno scorso, negli ambienti del Consiglio europeo. Una conferenza alla quale sono stati presenti solo il presidente serbo, il primo ministro albanese e quello macedone. Mancavano però i massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea che, come è stato “ufficialmente chiarito”, era legata semplicemente alla “mancanza di tempo”, dovendo loro, in seguito, partecipare alle successive discussioni del Consiglio europeo sulla dichiarazione come “Paesi candidati” dell’Ucraina e della Moldavia. Il nostro lettore è stato inoltre informato delle dichiarazioni critiche dei tre partecipanti alla conferenza con i media. Il presidente serbo ed il primo ministro macedone, per motivi diversi, sono stati “cautamente critici” con le istituzioni dell’Unione europea e con singoli Stati membri. Mentre il primo ministro albanese ha dimostrato una insolita, ingiustificata e ingiustificabile arroganza e volgarità verbale contro tutti. Con una ineffabile sfacciataggine lui ha detto: “Permettetemi di esprimere il profondo rammarico per l’Unione europea. Mi dispiace per loro e spero che potremmo aiutarli” (Sic!). Il primo ministro albanese, riferendosi alle ripetute decisioni del Consiglio europeo di non convocare la prima conferenza intergovernativa e di non aprire i negoziati con l’Albania come “Paese candidato”, ha considerato, recitando come un attore drammatico, come uno “spirito deformato dell’allargamento [dell’Unione europea], uno spirito totalmente deformato” quello delle istituzioni dell’Unione europea. Chissà se tra quelle istituzioni lui annoverava anche la Commissione europea, le cui valutazioni e suggerimenti sull’Albania sono “tutto rose e fiori”?! Valutazioni e suggerimenti che dal 2014 ad oggi, dati e fatti accaduti in Albania alla mano, risultano essere del tutto fuori realtà. Valutazioni e suggerimenti che, secondo le cattive lingue, sono state suggerite e richieste ai massimi rappresentanti della Commissione europea da certe organizzazioni lobbistiche oltreoceano e che sono state profumatamente ricompensate. E in Albania, si sa, le cattive lingue sanno molto, ma veramente molto, e difficilmente hanno sbagliato in questi ultimi anni. Il primo ministro albanese non ha risparmiato, durante il suo lunghissimo discorso, oltre tutti i limiti previsti in simili conferenze stampa, neanche i dirigenti europei. Dirigenti che, secondo lui, sembrano essere “una congregazione di sacerdoti che discutono del sesso degli angeli, mentre le mura di Costantinopoli crollano”.

    Uno degli “obiettivi” dei suoi attacchi verbali era anche il veto bulgaro alla Macedonia del Nord. Veto che il primo ministro albanese ha dichiarato essere veramente “una disgrazia”. E poi, con la dovuta drammatica teatralità, ha dichiarato che “…Questa questione della Bulgaria è una vergogna. Un Paese della NATO (North Atlantic Treaty Organization – L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord; n.d.a.) che prende in ostaggio due altri paesi della NATO (Albania e Macedonia del Nord; n.d.a.), mentre nel cortile dell’Europa c’è una guerra sotto gli occhi dei 26 [altri] Paesi che sono totalmente impotenti insieme”. Per poi aggiungere, in modo da rendere tutto “in accordo” anche con la preoccupazione generale, che “l’aggressione russa contro l’Ucraina sta avendo così un aiuto molto generoso e non richiesto da un Paese della NATO, la Bulgaria, per destabilizzare un altro Paese della NATO, la Macedonia del Nord”. Ovviamente, dopo simili dichiarazioni, non potevano non reagire ufficialmente le istituzioni bulgare. Il ministero degli Esteri della Bulgaria, in una sua dichiarazione ufficiale, ha specificato che “…Attendiamo che il primo ministro albanese adatti i suoi mezzi espressivi con una lingua che sia più propria ad un politico di un Paese candidato all’adesione nell’Unione europea.”. Aggiungendo anche che “I politici vanno via, le nazioni restano”. Nella dichiarazione ufficiale del ministero degli Esteri bulgaro, riferendosi al primo ministro albanese, si ribadisce che “…non è la prima volta che ascoltiamo [simili] aspre ed offensive qualifiche, non provocate, da un capo di governo. I “calcoli biliari”, in un così basso registro verbale, non si possono più giustificare dalla natura e dalle capacità europee della comunicazione”. Con le sue dichiarazioni arroganti, con una inaudita ed eclatante volgarità verbale, il primo ministro albanese durante la sopracitata conferenza stampa, ha però e soprattutto voluto alzare consapevolmente il “polverone” del “blocco dei negoziati per colpa del veto bulgaro”, per coprire la vera e vissuta realtà albanese. Una realtà quella che riconosce come diretto e principale responsabile, almeno istituzionalmente e da quasi nove anni ormai, proprio il primo ministro del Paese. L’autore di queste righe scriveva la scorsa settimana per il nostro lettore che “…Nel frattempo, per quanto riguarda l’Albania, bisogna porsi alcune dirette e semplicissime domande. Ha esaudito l’Albania tutte le 15 condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo il 25 marzo 2020? Ha rispettato, come obbligatorio, quanto prevede l’Accordo di Associazione e Stabilizzazione con l’Unione europea, firmato dall’Albania il 12 giungo 2006 in Lussemburgo? Ha rispettato l’Albania i Criteri di Copenaghen? Ebbene, dati e fatti accaduti, documentati e ufficialmente rapportati dalle istituzioni specializzate internazionali, comprese anche quelle dell’Unione europea alla mano, la risposta è netta ed una sola. No!” (Volgari arroganze verbali balcaniche e verità che accusano; 28 giugno 2022).

    Durante quella conferenza con i rappresentanti dei media nel pomeriggio del 23 giungo scorso, il primo ministro albanese si è offerto ed ha fatto “l’avvocato” della Serbia e del suo presidente. E lo ha fatto proprio negli ambienti del Consiglio europeo, dove erano ancora riuniti tutti i capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione. Una sfida diretta per tutti loro, visto che si stava trattando non solo il caso dell’Ucraina e della Moldavia, che quel giorno sono stati dichiarati “Paesi candidati” all’adesione nell’Unione europea. Ma si stava soprattutto discutendo sulle ulteriori misure e sulle decisioni da prendere nell’ambito della guerra in Ucraina. Il primo ministro albanese ha cercato di giustificare e di difendere l’ambiguo atteggiamento e i “tentennamenti” della Serbia nei confronti della Russia. Nel pomeriggio del 23 giugno scorso, durante quella conferenza con i rappresentanti dei media, ha fatto “l’avvocato” del suo “carissimo amico”, il presidente serbo, il quale si trovava in condizioni non molto “adatte” nei confronti degli anfitrioni europei. Si perché si trattava di una difficile ed imbarazzante, ma ormai difficilmente evitabile posizione, come quella del presidente serbo, dovuta ai “tentennamenti” della Serbia nei confronti della Russia, dopo la crudele aggressione in Ucraina. Con quelle dichiarazioni arroganti, aggressive e del tutto improprie, il primo ministro albanese, molto probabilmente, ha cercato di dare però delle ulteriori prove e garanzie di “amicizia e fedeltà” non solo al presidente serbo. Ha voluto dare chiari messaggi di “profonda devozione e sentito riconoscimento” anche a delle “persone molto potenti” oltreoceano che stanno dietro loro due. Anche di questo fatto il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Soprattutto quando ha trattato l’iniziativa Open Balkans (Accordo ingannevole e pericoloso, 13 gennaio 2020; Bugie scandalose elevate a livello statale; 24 febbraio 2020; Preoccupanti avvisaglie dai Balcani, 8 novembre 2021; Importanti decisioni, vergognose manipolazioni e una protesta, 20 dicembre 2021; Un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale, 31 maggio 2022; Smascheramento in corso di un’accordo regionale occulto, 13 giugno 2022 ecc…).

    Durante quella conferenza stampa nel pomeriggio del 23 giungo scorso, il primo ministro albanese è diventato un “agguerrito avvocato” della Serbia e del suo presidente. Ben consapevole del suo “arduo impegno”, vista l’ambiguità dei rapporti delle Serbia con la Russia e con l’Unione europea, lui ha cercato di giustificare la “posizione difficile” della Serbia. Perché, secondo il primo ministro albanese “…la Serbia si trova in una realtà completamente diversa”. Aggiungendo che aveva cercato di spiegare ai capi di Stato e di governo il 23 giungo scorso, nella sessione per i Balcani occidentali durante il vertice del Consiglio europeo, che “…si tratta di un Paese (la Serbia; n.d.a.) dove la popolarità di Vladimir Putin è di 80% e di un Paese dove l’opinione pubblica non è così orientata a correre dietro Bruxelles”. Per poi ribadire che “…la Serbia semplicemente non è nella posizione di realizzare così tanto e così presto e che portarla ai limiti produrrebbe l’effetto contrario”. Per poi concludere con una “minaccia” per i capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione europea, presenti nel vertice di Bruxelles del Consiglio europeo, il 23 giungo scorso. Il primo ministro albanese ha ribadito che “…noi (Serbia, Albania e Macedonia del Nord; n.d.a.) non vogliamo una guerra, noi non abbiamo bisogno di un conflitto, di uno spargimento di sangue e di tensioni nella nostra regione. Perciò vogliamo camminare avanti nella direzione che abbiamo scelto […]. Ci sono molti colpi con i quali loro (i massimi dirigenti europei; n.d.a.) si devono confrontare, così che non devono provocare un altro colpo.”!

    Nel frattempo, durante questi ultimi giorni ci sono altri sviluppi che potrebbero determinare nel futuro il percorso europeo dei Paesi dei Balcani occidentali. Dopo il diretto coinvolgimento del presidente francese, la Bulgaria ha tolto il veto alla Macedonia del Nord. Adesso spetta ai massimi rappresentanti politici macedoni di decidere sulla proposta bulgara per il veto. Ieri il presidente della Macedonia del Nord, riferendosi alla revoca del veto da parte della Bulgaria, ha dichiarato che “non è né un trionfo storico e neanche un fallimento.”. Mentre l’opposizione macedone si oppone fortemente al testo della proposta bulgara della scorsa settimana. Tutto rimane da vedere.

    Chi scrive queste righe informerà il nostro lettore di tutti gli sviluppi che riguardano i Balcani occidentali. Così come farà anche per gli ultimi comportamenti di quel voltagabbana in difficoltà, quale è il primo ministro albanese, e legati al rapporto con i giornalisti e la libertà di espressione. Perché lui vuol avere sempre ragione. Ma il bisogno di avere ragione è segno di una mente volgare.

  • Volgari arroganze verbali balcaniche e verità che accusano

    Con la faccia tosta si va a cavallo e in carrozza.

    Proverbio

    “Si dicono menzogne l’uno all’altro, labbra bugiarde parlano con cuore doppio. Recida il Signore le labbra bugiarde, la lingua che dice parole arroganti”.  Queste parole del terzo e quarto versetto del Salmo 12 dell’Antico Testamento vengono comunemente attribuite al re Davide. Parole che non hanno mai perso il loro valore. Parole che potevano descrivere benissimo anche la falsità e l’arroganza delle dichiarazioni fatte nel pomeriggio del 23 giungo scorso, negli ambienti del Consiglio europeo a Bruxelles, durante la conferenza stampa del presidente serbo, del primo ministro albanese e quello macedone. Una conferenza svoltasi dopo la discussione e le decisioni prese dal Consiglio europeo sui Paesi dei Balcani occidentali, alla quale non hanno partecipato, come previsto, i rappresentanti dell’Unione europea. Parole quelle del Salmo 12/3-4, che potevano descrivere anche una naturale reazione di tutti coloro che conoscono la realtà balcanica e, soprattutto, conoscono chi sono e cosa rappresentano i tre partecipanti alla conferenza stampa. Soprattutto colui che in più era “arrogante verbalmente” e che, in qualche modo, ha rappresentato anche i due altri: il primo ministro albanese. Proprio colui per il quale mentire, ingannare, fare l’arrogante con i deboli e il leccapiedi con persone importanti è un vizio innato.

    Il 23 giungo scorso, a Bruxelles si è svolto il vertice del Consiglio europeo. Durante questo vertice, tra l’altro, si è discusso anche del percorso europeo dei Paesi dei Balcani occidentali. Di nuovo i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi membri dell’Unione europea hanno deciso di non avanzare i processi dei negoziati con la Serbia, l’Albania e la Macedonia del Nord. Il Consiglio ha deciso di rinviare di nuovo la convocazione della prima conferenza intergovernativa sia per l’Albania che per la Macedonia del Nord. La convocazione di quella conferenza rappresenta il primo atto, dopo il quale il Paese interessato può considerarsi, a tutti gli effetti, come “Stato candidato”. Mentre per la Serbia il Consiglio europeo ha riconosciuto ufficialmente lo stato del “Paese candidato” già il 1o marzo 2012. Dopo il vertice, come sopracitato, alla conferenza stampa del presidente serbo, del primo ministro albanese e di quello macedone non erano presenti, come previsto, i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea. Chissà se si è trattato di un “messaggio in codice” per i tre partecipanti balcanici. Si è “ufficialmente chiarito” però, che la non presenza dei rappresentanti dell’Unione europea a quella conferenza stampa è stata “per mancanza di tempo”, dovendo loro, in seguito, partecipare alle successive discussioni del Consiglio europeo sulla dichiarazione come “Paesi candidati” dell’Ucraina e della Moldavia. Durante quella conferenza stampa i dirigenti balcanici, sentiti “offesi”, hanno “tuonato” come mai prima contro le decisioni prese dal Consiglio europeo, contro la stessa Unione europea e determinati singoli Stati membri dell’Unione. Il più “agguerrito” è stato il primo ministro albanese che, con le sue arroganze verbali, ha fatto anche “l’avvocato” della Serbia, nonostante il presidente serbo non avesse risparmiato le sue critiche verso i rappresentanti dell’Unione europea. Il più “moderato” di tutti e tre è stato il primo ministro macedone.

    Le ragioni, almeno quelle formali, che hanno motivato i membri del Consiglio europeo a decidere per il non avanzamento dei percorsi europei della Serbia sono diverse da quelle per l’Albania e la Macedonia del Nord. La Serbia, nonostante abbia aderito alle risoluzioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che condannano l’attuale aggressione della Russia contro l’Ucraina, non ha però aderito alle sanzioni imposte alla Russia dall’Unione europea. Un obbligo per la Serbia, che non è stato rispettato. Il che ha causato una espressa reazione da parte dell’Unione europea contro la Serbia. E siccome la situazione causata dalla guerra in Ucraina, iniziata con l’aggressione russa il 24 febbraio scorso, ha da mesi preso tutta l’attenzione delle istituzioni dell’Unione europea e dei singoli Stati membri, l’atteggiamento istituzionale dell’Unione nei confronti della Serbia non poteva non riflettere anche questo inaccettabile e molto criticato “tentennamento” della Serbia ad aderire alle sanzioni poste alla Russia. Lo stesso presidente del Consiglio europeo aveva già evidenziato che il vertice della settimana scorsa del Consiglio non poteva non tenere presente sia l’attuale situazione creatasi per la guerra in Ucraina, sia le sanzioni contro la Russia. Il che ha messo il presidente serbo un po’ in difficoltà e lo ha costretto a non essere molto critico nei confronti delle istituzioni dell’Unione europea durante la sopracitata conferenza stampa, dopo il vertice del Consiglio europeo, nel pomeriggio del 23 giugno scorso. Ma quello che non ha però potuto fare il presidente serbo, lo ha fatto il suo “amico e avvocato”, il primo ministro albanese. Anche perché ormai ci sono tante ragioni e cause comuni tra loro due, come sono non poche anche le “somiglianze caratteriali” e quelle delle realtà politiche e delle “alleanze e connivenze occulte” nei due rispettivi Paesi. Poi, dal 2019 loro due, il presidente serbo e il primo ministro albanese, sono i sostenitori convinti dell’iniziativa Open Balcans. Iniziativa della quale il nostro lettore è stato dettagliatamente informato, anche in queste ultime settimane.

    Invece la ragione che ha causato il rifiuto, da parte del Consiglio europeo del 23 giungo scorso, dei processi europei per l’Albania e la Macedonia del Nord, almeno la ragione formalmente articolata, è stato il veto posto dalla Bulgaria alla Macedonia del Nord. E siccome il Consiglio europeo ha deciso precedentemente di trattare insieme, in modo accoppiato i percorsi europei dell’Albania e della Macedonia del Nord, allora quel veto involve direttamente anche l’Albania. Lo ha confermato, il 23 giugno scorso, il Vicepresidente della Commissione europea e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza. Dopo la decisione presa dal Consiglio europeo, lui non ha nascosto il suo rammarico per la mancata apertura dei negoziati per l’Albania e la Macedonia del Nord. Tutto dovuto al veto posto della Bulgaria. Alla domanda posta a se stesso “se ci sono delle speranze?”, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza ha risposto: “Non so cosa può fare il parlamento in Bulgaria. Ma sembra che non stia andando bene”. Il veto bulgaro riguarda, in principio, le appartenenze nazionali, le lingue e la storia dei due Paesi. Facendo riferimento alla storia, si tratta di due nazioni che prima di diventare parte dell’Impero ottomano, già dal settimo secolo d.C. erano parti integranti dell’Impero bulgaro. La divisione tra i due popoli è avvenuta dopo la seconda guerra balcanica (giugno – luglio 1913; n.d.a.). Poi, dopo la sconfitta del regno della Bulgaria da parte del regno della Serbia, quest’ultimo, in seguito al Trattato di Bucarest (agosto 1913; n.d.a.), si impadronì di quasi tutti i territori che costituiscono l’attuale Macedonia del Nord. L’autore di queste righe ha trattato precedentemente per il nostro lettore le ragioni del veto posto dalla Bulgaria alla Macedonia del Nord. In un articolo proprio di un anno fa, egli scriveva per il nostro lettore che “…La Bulgaria è convinta però della nazionalità bulgara dei macedoni. Tra i due Paesi c’è anche il contenzioso che riguarda alcuni eroi storici della guerra contro l’Impero ottomano. In più la Bulgaria ha ufficialmente chiesto alla Macedonia del Nord di non fare riferimento alla “lingua macedone” ma alla “lingua ufficiale della Repubblica della Macedonia del Nord”. Un’altra richiesta è quella di ottenere garanzie che la Macedonia del Nord non rivendichi più delle proprie minoranze sul territorio bulgaro. Sono queste le condizioni poste dalla Bulgaria alla Macedonia del Nord. Soltanto dopo l’adempimento di tutte queste richieste la Bulgaria toglierà il veto che blocca il percorso europeo della Macedonia del Nord”. Aggiungendo che “…La ragione del veto bulgaro è la richiesta fatta dalla Bulgaria alla Macedonia del Nord di concordare ed accettare ufficialmente che la lingua macedone sia soltanto un dialetto della lingua bulgara e che in Bulgaria non esiste una minoranza macedone”. (Predicano i principi della democrazia ma poi…; 28 giugno 2021).

    Dopo la decisione presa sull’Albania e la Macedonia del Nord il 23 giugno scorso dai capi di Stato e di governo di tutti i Paesi membri dell’Unione, nell’ambito del Consiglio europeo, proprio due giorni dopo, il 24 giugno il parlamento bulgaro, con 170 voti favorevoli, 37 contrari e 21 astensioni ha approvato la revoca del veto che bloccava l’avvio dei negoziati di adesione della Macedonia del Nord all’Unione europea. Ma nonostante ciò, sembrerebbe che adesso sia la Macedonia del Nord a non essere d’accordo con il testo approvato dal parlamento bulgaro. Rimane perciò da seguire come evolverà questo contenzioso tra i due Paesi. Nel frattempo, per quanto riguarda l’Albania, bisogna porsi alcune dirette e semplicissime domande. Ha esaudito l’Albania tutte le 15 condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo il 25 marzo 2020? Ha rispettato, come obbligatorio, quanto prevede l’Accordo di Associazione e Stabilizzazione con l’Unione europea, firmato dall’Albania il 12 giungo 2006 in Lussemburgo? Ha rispettato l’Albania i Criteri di Copenaghen? Ebbene, dati e fatti accaduti, documentati e ufficialmente rapportati dalle istituzioni specializzate internazionali, comprese anche quelle dell’Unione europea alla mano, la risposta è netta ed una sola. No! Il nostro lettore spesso, da anni ormai, è stato informato con la massima oggettività richiesta dall’autore di queste righe di tutto ciò. Cosa che egli continuerà a farlo.

    Non si sa però perché, dopo il vertice del Consiglio europeo del 23 giugno scorso, quasi tutti, quando parlano, scrivano, commentano e analizzano la decisione presa dal Consiglio europeo per l’Albania, fanno riferimento soltanto al veto bulgaro sulla Macedonia. Ma in realtà, anche se quel veto non ci fosse stato, almeno per quanto riguarda l’Albania non si potevano mai aprire i negoziati come “Paese candidato”. Si, perché l’Albania non ha esaudito le 15 condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo il 25 marzo 2020! Anzi, la realtà albanese, quella vera, vissuta e sofferta, sta peggiorando di giorno in giorno. E guarda caso, “stranamente” il primo ministro albanese ha sempre negato l’esistenza di quelle 15 condizioni! In più occasioni non sono stati rispettati gli obblighi previsti dall’Accordo di Associazione e Stabilizzazione con l’Unione europea. Il caso del porto di Durazzo, del quale il nostro lettore è stato informato a tempo debito, ne è una molto significativa dimostrazione (Clamoroso abuso miliardario in corso; 21 febbraio 2022). Così come l’Albania non ha rispettato quanto previsto dai Criteri di Copenaghen. La vera ragione per la quale all’Albania non si aprono e non si devono aprire i negoziati è la restaurazione ed il consolidamento nel Paese di un nuovo regime totalitario, di una nuova dittatura sui generis, camuffata da un pluripartitismo di facciata. Una realtà questa, della quale il nostro lettore, da anni ormai, e stato informato molto spesso. E nonostante ciò, durante la sopracitata conferenza stampa nel pomeriggio del 23 giugno scorso, il primo ministro albanese, con la sua ben nota arroganza verbale ha attaccato ed aggredito le istituzioni dell’Unione europea. Ma ha anche espresso il “suo profondo rammarico per l’Unione europea”. Aggiungendo che gli “dispiace per loro e spero che potremmo aiutarli” (Sic!). Una ben scelta “strategia”, quella sua, per cercare di coprire tutte quelle drammatiche e allarmanti verità che lo accusano in prima persona, almeno istituzionalmente.

    Chi scrive queste righe promette al nostro lettore di trattare questo argomento nel prossimo futuro.

    Condivide però, nel frattempo, la saggezza popolare secondo la quale con la faccia tosta si va a cavallo e in carrozza. Ed è proprio il caso del primo ministro albanese. Chi scrive queste righe condivide anche la preghiera espressa nel Salmo 12, versetto 4 dell’Antico Testamento; “Recida il Signore le labbra bugiarde, la lingua che dice parole arroganti”. Chissà però se il primo ministro albanese conosce questo versetto? E se si, chissà come si sente?!

  • Smascheramento in corso di un’accordo regionale occulto

    La verità trionfa da sola, la menzogna ha sempre bisogno di complici.

    Epitteto

    Il 5 giugno scorso tre Paesi balcanici hanno chiuso i rispettivi spazi aerei ad un aereo russo, a bordo del quale si trovava il ministro degli Esteri russo e una delegazione da lui guidata. Il volo era diretto a Belgrado, capitale della Serbia, dove il ministro russo, l’indomani, doveva incontrare il presidente, il ministro degli Interni ed altri alti funzionari serbi. Una programmata visita ufficiale durante la quale si doveva concludere l’accordo tra i due Paesi per il rinnovo, per altri tre anni, del contratto sulla fornitura alla Serbia del gas russo a condizioni molto vantaggiose. Tutto dopo che precedentemente i termini dell’accordo sono stati resi pubblicamente noti, dopo un colloquio telefonico, avvenuto il 29 maggio scorso, tra il presidente russo e quello serbo. I Paesi che hanno impedito il volo dell’aereo sul quale viaggiava il ministro russo con la sua delegazione erano la Bulgaria, la Macedonia del Nord ed il Montenegro. Tutti e tre sono Paesi che, insieme a quelli dell’Unione europea e ai tanti altri, hanno aderito alle sanzioni restrittive contro la Russia, dopo l’invasione del territorio ucraino il 24 febbraio scorso. Parte di quelle restrizioni riguardano anche il presidente russo ed il ministro degli Esteri. Loro due, insieme con tanti altri, dal 25 febbraio, un giorno dopo l’inizio della guerra in Ucraina, che il presidente russo considera cinicamente come “un’operazione militare speciale”, sono stati inseriti nella lista delle persone colpite dalle sanzioni. Una di quelle sanzioni è anche “il divieto di viaggio che impedisce l’ingresso o il transito attraverso il territorio dei Paesi membri e dei partner allineati”. Da sottolineare che la Serbia è uno dei Paesi dei Balcani occidentali che ha avviato la procedura di adesione all’Unione europea dal 2008, con la firma dell’Accordo di Stabilizzazione e Associazione. Mentre il 1o marzo 2012 il Consiglio europeo ha riconosciuto alla Serbia lo stato del Paese candidato all’adesione nell’Unione. La Serbia è anche uno dei 141 Paesi che, il 2 marzo scorso, hanno votato la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la quale si condanna l’invasione russa dell’Ucraina. Ebbene, nonostante ciò, la Serbia non ha aderito però alle sanzioni restrittive contro la Russia. Una scelta quella della Serbia che è stata criticata e contestata dai massimi rappresentanti dell’Unione europea e di alcuni singoli Stati membri, soprattutto la Germania. Il ministro tedesco degli Esteri dichiarava a metà aprile scorso che “…Se la Serbia vuole aderire all’Unione europea, deve sostenere la politica estera degli altri membri dell’Unione […] e quindi imporre alla Russia le sanzioni necessarie”. Il 16 maggio scorso, si è svolta una riunione dei 27 ministri degli Esteri dell’Unione europea. In una loro comune dichiarazione ufficiale pubblicata dopo la riunione, riferendosi alle sanzioni restrittive contro la Russia, i ministri dell’Unione hanno ribadito che “…Chi non l’ha fatto, come la Serbia, dovrà adeguarsi il prima possibile alle sanzioni”. Un simile e determinato appello è stato fatto, il 10 giugno scorso, anche dal cancelliere tedesco, in visita ufficiale a Belgrado. Lo ha confermato, durante la conferenza stampa dopo l’incontro, lo stesso presidente serbo. Secondo lui “In maniera decisa e tagliente, il cancelliere [tedesco] ha chiesto alla Serbia di aderire alle sanzioni contro la Federazione Russa, cioè di sostenere le misure restrittive che l’Unione europea ha già adottato nei loro confronti”.

    Il 6 giugno scorso, dopo l’impedimento di arrivare a Belgrado, il ministro degli Esteri russo durante una conferenza online con i media da Mosca ha considerato come inimmaginabile la chiusura degli spazi aerei, il 5 giugno scorso, da parte dei tre sopracitati Paesi balcanici che hanno impedito a lui e alla sua delegazione di arrivare a Belgrado. “È accaduto qualcosa di inimmaginabile. Ad uno Stato sovrano è stato negato il diritto di seguire la [sua] politica estera”. Aggiungendo che “Le attività internazionali della Serbia verso la Russia sono bloccate”. Ma ha espresso anche la sua ferma convinzione che “La cosa più importante è che nessuno potrà distruggere il nostri legami con la Serbia”. Durante quella conferenza il ministro russo degli Esteri ha attaccato l’Unione europea e, più in generale, quello che ha chiamato “l’Occidente”.  Lui ha dichiarato convinto che “Se la visita del ministro degli Esteri russo in Serbia è percepita in Occidente come una minaccia su scala globale, allora, chiaramente, le cose in Occidente vanno piuttosto male”. Dopo l’impedimento al ministro russo di arrivare a Belgrado hanno subito reagito anche il presidente serbo ed il ministro degli Interni. Il presidente serbo, tramite un comunicato stampa ufficiale, pubblicato soltanto in lingua serba, ha espresso la “sua insoddisfazione” per l’impedimento della programmata visita del ministro russo e della sua delegazione. Ma ha ribadito la sua determinazione a mantenere “l’indipendenza e l’autonomia nel processo decisionale politico” da parte della Serbia, nonostante i negoziati d’adesione del suo Paese nell’Unione europea. Mentre il ministro serbo degli Interni, sempre riferendosi alla mancata visita della delegazione russa a Belgrado, ha detto che “Il mondo in cui i diplomatici non possono attuare la pace, è un mondo in cui non c’è la pace”. E poi ha aggiunto di essere rimasto “profondamente dispiaciuto per l’ostruzione alla visita di un grande e comprovato amico della Serbia”. Il ministro degli Interni serbo ha ribadito perentorio che “…Chi ha impedito l’arrivo di Lavrov non vuole la pace, sogna di sconfiggere la Russia e la Serbia è orgogliosa di non far parte dell’isteria anti-russa”. Più chiaro di così non lo poteva dire un ministro serbo!

    Due settimane fa l’autore di queste righe, informava il nostro lettore su un’iniziativa regionale occulta; quella che ormai è nota come Open Balcan (facendo riferimento alla denominazione ufficiale e all’ortografia usata dai promotori; per essere corretti però, visto che si usa la lingua inglese, si dovrebbe, invece, scrivere Open Balcans – Balcani aperti; n.d.a.). Egli ha trattato questo tema, a tempo debito, anche in precedenza. In quell’articolo l’autore di queste righe evidenziava, tra l’altro, che “…L’iniziativa regionale, nota ormai come Open Balcan, è stata presentata ufficialmente il 10 ottobre 2019 in Serbia, a Novi Sad. Allora è stata considerata come una nuova iniziativa per costituire ‘L’area economica comune dei Balcani occidentali’. Ma allora l’iniziativa regionale era stata denominata il Mini-Schengen balcanico. Solo in seguito, il 29 luglio 2021, il presidente serbo, il primo ministro albanese ed il primo ministro macedone, durante il vertice di Skopje, lo hanno ribattezzata come l’iniziativa Open Balcan”. In seguito egli specificava che “…A onor del vero però, le tesi dell’iniziativa, sono state rese note in un articolo pubblicato nel 1999. L’autore era George Soros, un multimiliardario speculatore di borsa statunitense. Invece adesso, dopo più di venti anni, i firmatari si mostrano come gli ideatori dell’iniziativa, presentandola come una novità!”. A proposito, l’autore di queste righe informava il nostro lettore che il giovane figlio del multimiliardario speculatore di borsa statunitense “è presente sempre in tutte le occasioni dove si tratta e si promuove l’iniziativa Open Balcan”. E di fronte a quel “giovane rampollo ereditario” i firmatari dell’iniziativa, i tre “amici” di suo padre, stanno ‘sull’attenti’. Chissà perché?! L’autore di queste righe due settimane fa informava altresì il nostro lettore, riferendosi all’iniziativa occulta Open Balcan, che si trattava di “un’iniziativa quella ideata per garantire e rafforzare la supremazia serba nei Balcani. Una supremazia che non interessa però solo alla Serbia, ma, tramite la Serbia, ne approfittano anche altri Paesi, Russia e Cina compresi.” (Un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale; 31 maggio 2022).

    Ebbene, il 6 giugno scorso, durante la sua conferenza online con i media da Mosca, il ministro russo degli Esteri non ha parlato, con toni offensivi, soltanto dell’Unione europea e, più in generale, di quello che ha chiamato “l’Occidente”. Il ministro russo degli Esteri ha ribadito che alla Serbia e al suo presidente non mancherà l’appoggio della Russia. Lui, guarda caso, ha parlato anche dell’iniziativa Open Balcan e della paternità di quell’iniziativa. E così facendo lui ha contribuito, nolens volens, proprio ad un ulteriore smascheramento di un accordo regionale occulto. Bisogna sottolineare che, dal 2014 ad oggi, i massimi rappresentanti dell’Unione europea e di singoli Stati membri hanno sempre appoggiato istituzionalmente quello che è noto come il Processo di Berlino. Mentre i tre “promotori” dell’iniziativa occulta Open Balcan e cioè il presidente serbo, il primo ministro albanese e il primo ministro macedone, hanno continuamente e consapevolmente mentito, dichiarando e “giurando” che Open Balcan ha tutto l’appoggio dell’Unione europea! Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò (Accordo ingannevole e pericoloso, 13 gennaio 2020; Bugie scandalose elevate a livello statale; 24 febbraio 2020; Preoccupanti avvisaglie dai Balcani, 8 novembre 2021; Importanti decisioni, vergognose manipolazioni e una protesta, 20 dicembre 2021; Un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale, 31 maggio 2022 ecc…)

    Riferendosi però all’iniziativa Open Balcan e alludendo anche alla visita impedita, il ministro russo degli Esteri ha dichiarato il 6 giugno scorso che “Quegli che stanno tirando i fili a Bruxelles non hanno voluto questo, non hanno voluto che noi esprimessimo il nostro appoggio a Belgrado”. E subito dopo ha smascherato anche la vera paternità dell’iniziativa Open Balcan.  Il ministro degli Esteri russo ha confermato pubblicamente quello che si sapeva già. Sempre riferendosi all’Unione europea lui ha detto: “Loro non volevano che noi esprimessimo il nostro appoggio all’iniziativa di Belgrado per realizzare il progetto Open Balcan all’interesse di un rapporto più solido e più sano tra i Paesi della regione [balcanica]”. Sì, ha confermato proprio l’appoggio russo “all’iniziativa di Belgrado per realizzare il progetto Open Balcan”. Dichiarando così che l’iniziativa occulta è stata promossa dalla Serbia, avendo anche l’appoggio della Russia. Così facendo, il ministro russo degli Esteri il 6 giugno scorso ha smascherato, una vota per sempre, tutte le ingannevoli dichiarazioni pronunciate dal 2019 ad oggi, dai “tre amici” del multimiliardario speculatore di borsa statunitense. Che poi è il vero ideatore del progetto per i Balcani Aperti. Proprio lui, il fondatore delle Fondazioni della Società Aperta che sono attive, dagli inizi degli anni ’90, anche nei Paesi balcanici. Serbia, Albania e Macedonia del Nord compresi. E non a caso è stato usato anche lo stesso aggettivo, ‘aperto’, come testimonianza e firma dell’autore! Il ministro russo degli Esteri ha dichiarato il 6 giugno scorso, durante la sua conferenza online con i media da Mosca, che “…Ormai è chiaro per tutti che Bruxelles, la NATO e l’Unione europea vogliono convertire il progetto Open Balcan in un loro progetto, chiamato Close Balcans (Balcani chiusi; n.d.a.)!

    La scorsa settimana, il 7 e l’8 giugno, a Ohrid (Macedonia del Nord) si è svolto il vertice di turno dell’iniziativa Open Balcan. E nonostante quanto ha dichiarato il ministro russo degli Esteri il 6 giugno scorso, i tre “promotori” dell’iniziativa occulta Open Balcan hanno continuato le loro messinscene, le loro bugie e i loro inganni pubblici. Con un “piccolo cambiamento di programma” però. Hanno cercato di far “combaciare” Open Balcan con il Processo di Berlino. Anzi, per il primo ministro albanese Open Balcan è “un’unità del Processo di Berlino”! I bugiardi, gli ingannatori, gli ipocriti senza scrupoli non smettono mai di essere “innovativi”. Nel frattempo però e proprio il 10 giugno scorso, dal Kosovo, il cancelliere tedesco, ha dichiarato senza equivoci che “In quanto al Open Balcan, voglio chiaramente dire che noi diamo grande priorità al Mercato Comune Regionale (parte integrante del Processo di Berlino; n.d.a.), che crediamo debba progredire”.

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto bisogno, anche in questo caso, di molto più spazio per trattare, con la dovuta oggettività, questo argomento per il nostro lettore. Ma egli è convinto che non mancheranno altre occasioni. Per il momento però condivide il pensiero di Epitteto che la verità trionfa da sola, la menzogna ha sempre bisogno di complici.

  • Un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale

    Tutti quelli che peccano in segreto peccano più rapidamente!

    Publilio Siro

    L’uomo crede vero tutto ciò che desidera. Ne era convinto Demostene, uno dei più noti oratori della Grecia antica. Una constatazione, quella, fatta più di ventitré secoli fa che rimane sempre attuale. E anche se non lo crede, spesso l’uomo cerca di convincere se stesso che quello che lui desidera è anche vero. Ma non di rado, consapevole della vera verità, l’uomo cerca con l’inganno di convincere gli altri che è vero proprio tutto ciò che lui desidera appaia come tale. E poi quando quell’uomo ha delle responsabilità pubbliche e gestisce la cosa pubblica, allora le conseguenze dei suoi inganni potrebbero diventare ben più gravi se non si reagisce, presso chi di dovere, in tempo e con determinazione. Denunciare e discreditare pubblicamente tutte le ingannevoli farse montate ad artem da persone che hanno delle responsabilità istituzionali diventa un sacrosanto diritto ed un dovere, un obbligo civico per tutti i cittadini onesti che apprezzano la verità e la libertà.

    In Albania l’attuale primo ministro, da quando gli sono state conferite delle responsabilità istituzionali, prima come sindaco della capitale e poi, dal 2013, come capo del governo, ha cercato sempre di convincere tutti su delle “verità” e “realtà” che lui voleva che venissero credute come tali. Mentire ed ingannare, come se nulla fosse, sono dei vizzi innati che contraddistinguono il suo modo di fare. Lo dimostrerebbe palesemente tutto il suo operato. Lo ha dimostrato anche una delle sue ultime farse, con la quale il primo ministro e la sua potente e ben funzionante propaganda governativa e mediatica hanno cercato di ingannare di nuovo l’opinione pubblica. Una farsa ingannevole che, per renderla più “convincente” possibile, lo hanno denominata la “Consultazione nazionale”, portata avanti dal 19 gennaio fino al 31 marzo scorso. I risultati della farsa sono stati poi pubblicati una settimana dopo, il 7 aprile. Una populistica messinscena quella della “Consultazione nazionale”, presentata sotto forma di un questionario di 12 domande, che erano state ideate dallo stesso primo ministro e/o da chi per lui e rese pubbliche con il questionario mandato per posta ai cittadini nelle loro abitazioni, ma che si poteva trovare anche in rete e nei gazebo allestiti appositamente in diverse piazze. Le risposte delle domande però, come è stato affermato ufficialmente, sono state in seguito elaborate dal Istituto albanese delle Statistiche. Affermazione questa che ha evidenziato la palese violazione della legge in vigore che regola proprio l’attività dell’Istituto delle Statistiche. In più, siccome a quel questionario, secondo quanto è stato “ufficialmente confermato”, ha risposto non più del 25% della popolazione, allora il risultato, qualsiasi esso fosse, non poteva essere preso in considerazione. Solo questi due fatti sarebbero stati più che sufficienti per denunciare la falsità e la farsa di tutto il processo della “Consultazione nazionale”, fortemente voluta dal primo ministro. Le cattive lingue da allora hanno affermato, convinte, che la “Consultazione nazionale” era stata ideata, programmata e attuata come una messinscena, per poi dare la possibilità al primo ministro di affermare proprio quello che lui voleva ed aveva bisogno di affermare. Il che, purtroppo, non rappresenta quello che sente e pensa la maggior parte degli albanesi. Ma il loro pensiero, le loro risposte, anche se siano state espresse durante la “Consultazione nazionale”, non sono state prese poi per niente in considerazione. Come in molte altre occasioni precedenti. Questo e ben altro hanno detto le cattive lingue dopo la pubblicazione dei “risultati ufficiali” della “Consultazione nazionale” e, soprattutto, dopo i lunghi, entusiastici, ottimistici e rassicuranti monologhi del primo ministro, commentando proprio quei “risultati”, prefabbricati negli uffici che prendono ordini direttamente da lui.

    La farsa della “Consultazione nazionale”, è stata presentata come una “vasta consultazione con il popolo”, con i cittadini per avere la loro diretta espressa opinione, il loro parere, su alcune questioni che “interessano molto” al primo ministro. Ma alcune di quelle questioni vanno oltre gli “interessi” che “stanno molto a cuore” allo stesso primo ministro. Si perché, fatti da anni accaduti e che stanno tuttora accadendo, fatti documentati e pubblicamente denunciati alla mano, dimostrerebbero palesemente che si tratta degli “interessi” della criminalità organizzata e di certi raggruppamenti occulti locali e/o internazionali. Una delle domande riguardava la legalizzazione della cannabis per “uso medicale”. Il vero obiettivo è di legalizzare definitivamente la coltivazione ed il traffico illecito della cannabis. Una seria preoccupazione che va oltre i confini dell’Albania. L’Italia è uno dei Paesi che stanno subendo il traffico illecito della cannabis e di altre droghe, cocaina compresa. Ma non solo l’Italia, essendo quella un’attività ben strutturata ed organizzata, grazie alla stretta collaborazione della criminalità organizzata albanese con altre simili organizzazioni criminali internazionali. Sono tanti i rapporti ufficiali delle altrettante note istituzioni specializzate internazionali, quelle dell’Unione europea e di singoli Stati, che hanno evidenziato e denunciano la connivenza, in Albania, dei massimi livelli del potere politico con la criminalità organizzata. Ma che hanno evidenziato anche il supporto di quelle attività criminali da parte proprio di quelle strutture che le dovevano impedire e combattere; la polizia di Stato ed altre simili. Gli stessi rapporti evidenziano anche le problematiche che si stanno ormai generando dalle strutture specializzate del sistema “riformato” della giustizia. Strutture che hanno chiuso gli occhi, le orecchie e i cervelli di fronte ai “pesci grandi” e si accontentano dei “pesciolini”. Strutture che però, e guarda caso, vengono presentate come “una storia di successo” dai soliti “rappresentanti internazionali’. Non a caso una delle dodici domande del questionario della “Consultazione nazionale”, fortemente voluta e osannata dal primo ministro e dalla sua propaganda, riguardava proprio il sistema “riformato” della giustizia. Un’altra domanda con la quale il primo ministro ha voluto avere “l’opinione del popolo”, si riferiva alla spinosa questione del rifiuto, da anni ormai, del Consiglio europeo di aprire i negoziati dell’Albania. Negoziati che, nonostante il continuo e ripetuto “parere positivo” della Commissione europea, sono stati bloccati perché l’Albania ha fallito nell’adempimento dei 15 criteri posti da alcuni anni proprio dal Consiglio europeo.

    La dodicesima domanda del questionario della “Consultazione nazionale”, tramite la quale il primo ministro albanese era “desideroso ad avere l’opinione del popolo” riguardava l’iniziativa regionale ormai nota come Open Balcan. Il nostro lettore è stato informato di questa iniziativa in questi ultimi due anni. La domanda era stata formulata come di seguito: “Ci sono delle persone le quali credono che la creazione dell’iniziativa Open Balcan tra l’Albania e i Paesi dei Balcani occidentali è nell’interesse dell’Albania. Altre [persone] dicono che quest’iniziativa non porta dei profitti all’Albania. Che ne pensate?”. Ebbene, la domanda è stata formulata consapevolmente in modo ingannevole. Perché solo tre dei sei Paesi balcanici hanno aderito all’iniziativa. Secondo i “risultati ufficiali” 303.018 albanesi sono favorevoli all’iniziativa; 134.879 sono contrari, mentre 79.666 non si sono espressi.  In totale, sempre secondo i “risultati ufficiali”, sono stati 517.563 i cittadini che hanno risposto alla domanda. Circa un quarto degli aventi diritto! Ma le cattive lingue hanno detto convinte che tutti i risultati della “Consultazione nazionale” del primo ministro con il “suo popolo” sono stati inventati di sana pianta e non hanno niente a che fare con la vera verità.

    L’iniziativa regionale, nota ormai come Open Balcan, è stata presentata ufficialmente il 10 ottobre 2019 in Serbia, a Novi Sad. Allora è stata considerata come una nuova iniziativa per costituire “L’area economica comune dei Balcani occidentali”. Ma allora l’iniziativa regionale era stata denominata il Mini-Schengen balcanico. Solo in seguito, il 29 luglio 2021, il presidente serbo, il primo ministro albanese ed il primo ministro macedone, durante il vertice di Skopje, lo hanno ribattezzata come l’iniziativa Open Balcan. A onor del vero però, le tesi dell’iniziativa, sono state rese note in un articolo pubblicato nel 1999. L’autore era George Soros, un multimiliardario speculatore di borsa statunitense. Invece adesso, dopo più di venti anni, i firmatari si mostrano come gli ideatori dell’iniziativa, presentandola come una novità! Il nostro lettore è stato informato del contenuto del articolo e delle tesi che stanno sulle fondamenta dell’iniziativa ormai nota come Open Balcan. Così come è stato informato che l’ereditario del multimiliardario statunitense, il suo giovane figlio è presente sempre in tutte le occasioni dove si tratta e si promuove l’iniziativa Open Balcan. Era presente anche durante il vertice di Belgrado, svoltosi il 3-4 novembre 2021. Dopo il vertice è stata pubblicata una fotografia scattata in quei giorni. L’autore di queste righe scriveva allora che “…In quella fotografia si vedono, da un lato, il figlio di George Soros che “non si sa perché” era lì, mentre dall’altro lato i tre “amici” di suo padre, stanno “sull’attenti” di fronte al figlioletto ereditario. Una fotografia quella che potrebbe dimostrare e testimoniare chi potrebbe essere, in realtà, il vero stratega delle iniziative in corso nei Balcani.” (Preoccupanti avvisaglie dai Balcani; 8 novembre 2021).

    L’iniziativa denominata ormai Open Balcan, nonostante si presenti come un’iniziativa dei Balcani occidentali, è stata firmata solo dalla Serbia, dall’Albania e dalla Macedonia del Nord. Mentre tre altri Paesi, e cioè la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro ed il Kosovo hanno pubblicamente rifiutato di essere parte all’iniziativa. I massimi rappresentati istituzionali di questi tre Paesi hanno ufficialmente e ripetutamente dichiarato che loro credono ed aderiscono ad un’altra iniziativa, quella che dal 2014, è nota come il Processo di Berlino. Si tratta di un progetto presentato per la prima volta a Berlino, su iniziativa dell’allora cancelliera tedesca. Un processo che non solo include tutti gli obiettivi dell’iniziativa Open Balcan, ma va ben oltre. In più finanzia molti progetti regionali nei Balcani occidentali, cosa non prevista dal Open Balcan. Un’iniziativa quella ideata per garantire e rafforzare la supremazia serba nei Balcani. Una supremazia che non interessa però solo alla Serbia, ma, tramite la Serbia, ne approfittano anche altri Paesi, Russia e Cina compresi. L’autore di queste righe ha trattato questi argomenti per il nostro lettore (Accordo ingannevole e pericoloso, 13 gennaio 2020; Bugie scandalose elevate a livello statale; 24 febbraio 2020; Preoccupanti avvisaglie dai Balcani, 8 novembre 2021; Importanti decisioni, vergognose manipolazioni e una protesta, 20 dicembre 2021 ecc…). Quanto sta accadendo anche solo in queste ultime settimane conferma i rapporti della Serbia con la Russia e i suoi alleati, nonché con la Cina. L’accordo di due giorni fa per delle forniture sicure e a prezzi vantaggiosi di gas russo per la Serbia ne è una eloquente testimonianza, come lo sono altri accordi militari e commerciali precedentemente firmati tra i due Paesi. Ma anche come l’invio in Serbia dalla Cina di armamenti speciali, l’aprile scorso, nonché altri accordi tra i due Paesi. Il che dimostra da che parte sta la Serbia, l’unico Paese balcanico che trae grandi vantaggi dall’iniziativa Open Balcan. Verità che testimoniano perché i tre “alleati balcanici” stanno cercando di boicottare il processo di Berlino.

    Chi scrive queste righe è convinto che Open Balcan è semplicemente un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale, della quale beneficia soltanto la Serbia e, tramite la Serbia, anche altri Paesi, Russia e Cina compresi. La Serbia, nel frattempo, non ha aderito alle sanzioni imposte alla Russia. Un misero doppio gioco quello del presidente serbo, che ormai convince sempre meno. Ma lui continua a godere dell’appoggio del primo ministro albanese, anche lui impegnato in un difficile doppio gioco. Loro due però collaborano molto più in segreto, con degli accordi occulti. E si sa, ne era convinto anche Publilio Siro: tutti quelli che peccano in segreto peccano più rapidamente! Se quella è una consolazione! Perché sempre peccatori rimangono, comunque sia.

  • Amicizie occulte e sudditanze pericolose

    La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi,
    che  si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.

    Aristotele; Politica

    Un proverbio cinese ci avverte che bisogna fare molta attenzione a chi arriva con un regalo perché chiederà sicuramente un favore. Una saggezza millenaria quella, che si verifica spesso, non soltanto tra gli esseri umani, ma anche quando si tratta di rapporti governativi tra Paesi diversi. E soprattutto quando quelli che governano e gestiscono la cosa pubblica hanno stabilito tra di loro dei rapporti occulti e delle sudditanze ed ubbidienze pericolose.

    Una settimana fa, lunedì 17 gennaio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è stato in Albania per una visita ufficiale, anche se, realmente, è stata proprio una visita per incontrare ed accordarsi con il suo “amico e discepolo”, il primo ministro albanese. Con colui che non nasconde, anzi, esprime pubblicamente la sua “ammirazione” per l’illustre ospite. Colui che proprio quel lunedì dichiarava che era “…molto orgoglioso di potersi considerare amico del presidente Erdogan”. Guarda caso, il protocollo di Stato aveva escluso dagli incontri, anche quello, protocollarmente obbligatorio, tra i due omologhi. E cioè dell’ospite, nella qualità di Presidente della Turchia e del Presidente albanese. Una “inedita protocollare” che non è stata mai spiegata e chiarita da chi di dovere, nonostante l’espresso interessamento pubblico e mediatico.

    Durante quella breve ma intensa visita in Albania il 17 gennaio scorso, il presidente turco era venuto anche per inaugurare quanto aveva “generosamente regalato” in precedenza, durante la visita del primo ministro albanese in Turchia, il 6 – 7 gennaio 2021. Si è trattato di 522 unità abitative in una località colpita dal terremoto del 26 novembre 2019. Dei regali per il povero e bisognoso popolo albanese. Ma soprattutto dei “regali” per il suo amico e discepolo, il primo ministro. Si è trattato e si tratta di “regali”, di supporto, anche elettorale, come nel caso di un ospedale in una città albanese, bastione del partito del primo ministro. Un’altra promessa fatta dal presidente turco al suo “fratello ed amico” albanese nel gennaio 2021, proprio tre mesi prima delle elezioni politiche del 25 aprile. L’ospedale è stato ormai inaugurato l’anno scorso, come promesso. Chissà però in cambio di quali favori quei “regali”?! E dei favori fortemente voluti e richiesti, anche pubblicamente, ci sono e come!

    Lunedì 17 gennaio, il presidente turco ha inaugurato la restaurazione, con dei finanziamenti turchi, di una moschea nel pieno centro della capitale albanese. Ma come ci insegna il sopracitato proverbio cinese, non è mancata neanche la richiesta del presidente turco, dopo i regali fatti. Una richiesta per il suo “fratello”, per il suo “amico”, per il primo ministro albanese; una sola, ma all’esaudimento della quale il presidente turco ci tiene fortemente e in maniera determinata. Una richiesta fatta anche prima. Una richiesta però, che mette in serie difficoltà il primo ministro albanese perché lo mette tra due “fuochi” dai quali si guarda ben attentamente di non essere “bruciato”: sia dal “fuoco” del suo “amico”, il presidente turco, sia dal “fuoco” dei Paesi occidentali e degli Stati Uniti d’America. Si tratta di una richiesta, quella pubblicamente fatta dal presidente turco, che riguarda tutto quello e quelli che hanno a che fare con colui che, fino al 2012, era un suo caro amico e stretto collaboratore. Colui che però, dal 2013, ha denunciato pubblicamente diversi scandali di corruzione, che vedevano direttamente coinvolto l’attuale presidente turco e/o i suoi familiari. E proprio per quella ragione, da quel periodo lui diventò un pericoloso nemico da perseguire e combattere, ad ogni costo. Quel nemico è Fethullah Gülen. Ed insieme con lui tutti i suoi collaboratori e sostenitori, compresi tutti gli appartenenti dell’organizzazione FETÖ (Fethullahçı Terör Örgütü – Organizzazione del Terrore Gülenista; n.d.a.), ovunque loro si trovino nel mondo. Anche in Albania. Il presidente turco considera Gülen l’ideatore e l’organizzatore del fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016 in Turchia. Ormai lui è il principale ricercato dalla giustizia turca, accusato di terrorismo. Da anni ormai Gülen si trova negli Stati Uniti d’America. Ragion per cui la Turchia ha chiesto, a più riprese, alle autorità statunitensi la sua estradizione. Estradizione che è stata però sempre rifiutata. Non solo, ma sia gli Stati Uniti che tutti gli Stati membri dell’Unione europea hanno fermamente condannato le accuse di Erdogan nei suoi confronti. Questo acerrimo nemico del presidente turco, un noto politologo e predicatore dell’Islam, è anche il fondatore di una ben altra organizzazione, il Movimento Gülen. Egli è, allo stesso tempo, tra i fondatori dell’Associazione per la Lotta contro il Comunismo, nonché il fondatore di una rete di scuole e altre strutture di insegnamento privato, ben radicate sia in Turchia che in altri paesi, Albania compresa. Ma il presidente turco, nonostante la protezione personale data al suo principale nemico dagli Stati Uniti d’America, non demorde mai e, determinato, usa ogni occasione ed ogni mezzo per colpire e danneggiare sia il suo nemico che i suoi collaboratori e sostenitori, compresa la rete di scuole da lui fondate. Ragion per cui il presidente turco continua ad insistere con la sua richiesta per combattere i sostenitori del Movimento Gülen e sradicare le strutture scolastiche da lui fondate e finanziate. Presenti anche in Albania. E così facendo, da anni, sta mettendo in seria difficoltà anche il primo ministro albanese, suo “discepolo” perché essendo il nemico del presidente turco protetto dagli Stati Uniti e sostenuto anche dai Paesi europei il primo ministro albanese, il “fratello e amico” del presidente turco, cerca in tutti i modi di esaudire le ripetute richieste del suo “idolo”, ma cerca anche, possibilmente, di fare tutto senza dare nell’occhio dell’altra parte. Mentre il presidente turco, determinato ed agguerrito com’è, non perde occasione di ripetere e pretendere che la sua richiesta sia presa e trattata con la dovuta attenzione ed esaudita prima possibile. Lo ha fatto determinato, ma anche con una certa arroganza e prepotenza, lunedì 17 gennaio, parlando ai deputati presenti nell’aula del Parlamento albanese. Riferendosi ai collaboratori e ai sostenitori del suo acerrimo nemico, il presidente turco ha detto che “…questo gruppo mantiene ancora la sua presenza in Albania nel settore dell’istruzione, della sanità, delle organizzazioni religiose e nel settore privato”. Poi ha “avvertito” i deputati che gli appartenenti alle organizzazioni fondate dal suo nemico rappresentano anche un “pericolo per la sicurezza nazionale dell’Albania”, come per la Turchia. E con dei “messaggi tra le righe”, riferendosi sempre ai suoi nemici, considerandoli come dei “terroristi che hanno le mani coperte di sangue”, ha ribadito che “mentre ci sono tante questioni tra noi di cui parlare, discutere e intraprendere dei passi verso il nostro futuro comune, a noi (presidente turco e i suoi; n.d.a.) dispiace che stiamo perdendo tempo per una simile cosa. Speriamo che durante il nostro prossimo incontro di turno, questa questione possa essere cancellata dalla nostra agenda!”.

    Parte integrante, molto importante e significativa della visita del presidente turco in Albania, lunedì scorso 17 gennaio, ben preparata e gestita dal “protocollo ufficiale”, era proprio, come sopracitato, anche la cerimonia per la restaurazione, con dei finanziamenti turchi, della moschea sulla piazza principale, in pienissimo centro di Tirana. Una cerimonia con la quale si è conclusa la breve visita del presidente turco e nella quale però il “protocollo ufficiale” non aveva previsto la presenza dei rappresentanti della Comunità musulmana dell’Albania. In realtà in quella cerimonia tutto parlava turco. Da colui che invitava a parlare tutti quelli che era previsto parlassero, alle scritture sul podio fino alle scenografie sui muri “ristrutturati” della moschea. Anche la preghiera è stata recitata in lingua turca da un alto religioso turco. Mentre la ragione della vistosa e molto significativa mancanza, durante quella cerimonia, dei rappresentanti della Comunità musulmana dell’Albania era “semplicemente” dovuta al fatto che il presidente turco considera loro come sostenitori del suo sopracitato acerrimo nemico.

    La visita del presidente turco lunedì scorso, 17 gennaio, in Albania ha suscitato molte contestazioni espresse pubblicamente da analisti, opinionisti, ma anche da molti semplici cittadini. E non solo per il fatto che quella visita coincideva proprio con il 554o anniversario della morte dell’Eroe nazionale albanese, Giorgio Castriota. Di colui che per 25 anni consecutivi, dal 1443 e fino al 1468 (morì da malattia il 17 gennaio 1468), ha combattuto e vinto contro gli eserciti ottomani, alcune volte guidate personalmente dai sultani dell’epoca. Tenendo presente anche l’agenda della visita e le dichiarazioni del presidente turco il 17 gennaio scorso in Albania, la “coincidenza” sulla data scelta a molti è sembrata proprio come una sfida che l’ospite ed il caro “amico” del primo ministro faceva agli albanesi, i quali sono molto legati al loro Eroe nazionale. In più, sia il presidente turco che il suo anfitrione, il primo ministro albanese, durante quella visita, con le loro dichiarazioni hanno cercato di camuffare e di nascondere le vere ragioni della visita stessa. Hanno detto delle frasi che ne contraddicevano altre e non riuscivano a nascondere i veri obiettivi geostrategici della Turchia in Albania e nei Balcani. Tutto come previsto nella ormai nota Dottrina Davutoglu. Una dottrina quella che, da più di dieci anni ormai, è diventata parte integrante ed attiva della politica estera della Turchia. La Dottrina Davutoglu, fortemente sostenuta anche dall’attuale presidente turco, si basa sul principio dell’istituzione di una specie di Commonwelth degli Stati ex ottomani, dal nord Africa fino ai Balcani. Secondo questa dottrina, la Turchia dovrebbe diventare un “catalizzatore e motore dell’integrazione regionale”. La Turchia deve non essere “un’area di anonimo passaggio” ma diventare “l’artefice principale del cambiamento”. Mentre Erdogan, prima da primo ministro e poi da presidente, continua deciso all’attuazione di questa dottrina. Da alcuni anni l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore, non solo della Dottrina Davutoglu, ma anche dei rapporti di “amicizia occulta” tra il presidente turche e il primo ministro albanese e di quelle che egli considera come delle “sudditanze pericolose”. (Erdogan come espressione di totalitarismo, 28 marzo 2017; Relazioni occulte e accordi peccaminosi, 11 gennaio 2021; Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere, 18 gennaio 2021).

    Chi scrive queste righe da tempo è convinto della pericolosità delle amicizie occulte e dei rapporti di ubbidiente sudditanza che crea e segue il primo ministro albanese con altri suoi “simili”. Compreso anche il presidente turco. Simili soprattutto per il loro comportamento con il potere istituzionale e per i loro rapporti con i principi della democrazia. Simili per la loro arroganza e prepotenza e per il loro modo despotico di calpestare i sacrosanti diritti innati, acquisiti e riconosciuti dell’essere umano. Ma simili anche per le loro capacita demagogiche con le quali cercano e spesso anche riescono ad ingannare i propri cittadini. Confermando così quanto pensava Aristotele circa cinque secoli fa. E cioè che “La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi che si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie”.

  • Preoccupanti avvisaglie dai Balcani

    Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate,

    ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla.

    Martin Luther King

    A volte una sola fotografia può svelare delle verità che tanti altri, con la demagogia e con i potenti mezzi di propaganda, cercano di deformare, di annebbiare e di nascondere. Un’inequivocabile e significativa testimonianza è stata evidenziata la scorsa settimana. Una fotografia scattata durante un vertice a Belgrado, svoltosi il 3-4 novembre scorso, ha svelato una verità che si stava cercando con tutti i modi di nasconderla. Una verità che da anni però era stata pronunciata, ma mancavano ancora delle convincenti e esaustive evidenze per togliere ogni dubbio e crederla.

    La scorsa settimana a Belgrado si è tenuto un vertice di tre tra i sei Paesi dei Balcani occidentali. L’anfitrione, il presidente della Serbia, insieme con i suoi due ospiti, il primo ministro albanese ed il vice primo ministro della Macedonia del Nord, si sono incontrati ed hanno discusso tra di loro. Non era presente il primo ministro macedone, come al solito in tutti gli altri precedenti incontri, perché il 31 ottobre scorso aveva annunciato le sue dimissioni subito dopo la pesante sconfitta del suo partito nelle elezioni amministrative (17 e 31 ottobre 2021). Per due giorni a Belgrado si è parlato dell’iniziativa regionale riconosciuta adesso come i “Balcani Aperti” (Open Balcan). Gli obiettivi di base dell’iniziativa sono stati resi pubblici però circa due anni prima, il 10 ottobre 2019, a Novi Sad (Serbia), ma allora quella era stata battezzata come l’iniziativa del “Mini-Schengen balcanico”. Nome con il quale veniva identificata fino al 29 luglio 2021, per poi essere ribattezzata con il nome Open Balcan, durante il Forum di Skopje (Macedonia del Nord), per la cooperazione economica regionale. Bisogna sottolineare che a tutti i vertici che hanno trattato i contenuti e gli accordi del “Mini-Schengen balcanico”, prima e dopo l’iniziativa ribattezzata come Open Balcan, hanno partecipato soltanto i massimi rappresentanti di tre tra i sei Paesi dei Balcani occidentali. Si tratta del presidente serbo, del primo ministro albanese e del primo ministro macedone. Gli altri, quelli del Montenegro, della Bosnia ed Erzegovina e del Kosovo, hanno sempre rifiutato di partecipare, considerando l’iniziativa come non rappresentativa degli interessi dei propri Paesi. È necessario sottolineare che i “Balcani occidentali” sono semplicemente una denominazione “geopolitica”, più che una vera entità e realtà geografica. Nei Balcani occidentali vengono raggruppati la Serbia, la Macedonia del Nord, il Montenegro, la Bosnia ed Erzegovina, il Kosovo e l’Albania. Un raggruppamento quello di tutte le repubbliche dell’ex Jugoslavia, tranne la Slovenia, la Croazia ed il Kosovo, che allora era parte della repubblica serba. La denominazione “Balcani occidentali” è stata coniata, per la prima volta, da alcuni rappresentanti diplomatici francesi presso le istituzioni dell’Unione europea all’inizio degli anni 2000. Chissà perché?!

    L’iniziativa Open Balcan, come quella sua simile del “Mini-Schengen balcanico” è stata presentata come un’iniziativa regionale che garantisce la libertà di circolazione delle merci, dei servizi, del capitale e delle persone. I suoi obiettivi mirano allo sviluppo ed al rafforzamento della collaborazione economica e commerciale tra i tre Stati aderenti, visto che gli altri tre hanno sempre rifiutato di partecipare. Durante l’ultimo vertice, quello di Belgrado della scorsa settimana, si è concordato, tra l’altro, di abbattere gli ostacoli e di abolire le barriere doganali tra i Paesi. In più, si prevede che i cittadini dei tre Paesi aderenti all’iniziativa possono circolare passando le frontiere con solo una carta d’identità. Da sottolineare però che tra la Serbia e l’Albania non c’è un confine comune. Ma la Serbia, non riconoscendo lo Stato del Kosovo e ribadendo che il Kosovo è parte integrante della Serbia, considera come suo confine con l’Albania proprio quello del Kosovo. Una situazione un po’ strana e contraddittoria questa, perché l’Albania è tra i primissimi degli altri 116 Paesi in tutto il mondo che, dal 2008 ad oggi, hanno riconosciuto lo Stato del Kosovo. In più suonano demagogiche tutte le dichiarazioni e diventano, perciò, strani tutti gli inviti dei massimi rappresentanti della Serbia per convincere il governo del Kosovo ad aderire all’iniziativa Open Balcan. Perché in quell’iniziativa aderiscono gli Stati sovrani ed indipendenti!

    Subito dopo il sopracitato vertice di Novi Sad, il 10 ottobre 2019, quando è stata presentata per la prima volta l’iniziativa “Mini-Schengen balcanico”, ormai ribattezzata come Open Balcan, sono state tante e continue le critiche degli analisti politici e degli specialisti economici che si riferiscono a questa iniziativa. Analizzando le realtà economiche dei tre Paesi aderenti e le capacità produttive di ciascuno di loro, tutti sono concordi e  considerano l’iniziativa Open Balcan come una grande opportunità per la Serbia di approfittare economicamente, di garantire un’egemonia serba nella regione balcanica e altro ancora. In più, sono non pochi coloro che considerano l’iniziativa non necessaria, essendo ormai attive diverse altre iniziative ed accordi internazionali, firmati da tutti e sei i Paesi balcanici che permettono l’attuazione di quanto previsto dall’iniziativa Open Balcan. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito (Accordo ingannevole e pericoloso, 13 gennaio 2020; Bugie scandalose elevate a livello statale; 24 febbraio 2020 ecc…).

    Una di quelle iniziative è nota come il “Processo di Berlino”. Si tratta di un’iniziativa tramite la quale si permette l’attuazione di una cooperazione intergovernativa sul tema delle infrastrutture e degli investimenti economici in Sud Est Europa. Un’iniziativa ufficializzata il 28 agosto 2014 a Berlino, proposta e fortemente sostenuta da allora in poi, non solo dalla Germania, ma anche da altri Paesi dell’Unione europea e dalle istituzioni dell’Unione. L’iniziativa “Processo di Berlino” prevede, come obiettivo fondamentale, la costituzione di un Mercato Comune Regionale sostenuto economicamente e finanziariamente dall’Unione europea. In più visto il promotore e quali appoggi istituzionali e governativi ha avuto e continua ad avere l’iniziativa “Processo di Berlino”, tutti gli analisti sono concordi che questa iniziativa rappresenta maggiori e durature garanzie anche per l’attuazione delle quattro cosiddette libertà europee. E cioè la libertà della circolazione delle merci, dei servizi, del capitale e delle persone. Ragion per cui l’iniziativa Open Balcan non è mai stata sostenuta ufficialmente né da molti governi degli Stati membri dell’Unione Europa e neanche dalle stesse istituzioni dell’Unione. E non a caso i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea non sono stati presenti anche durante l’ultimo vertice della scorsa settimana a Belgrado.

    A questo punto bisogna sottolineare che, in realtà, quanto si prevede dall’iniziativa Open Balcan non è una novità. I punti cardini e gli obiettivi di questa iniziativa sono stati ideati e resi noti già negli anni ’90 del secolo passato. Nel 1999, dopo il definitivo sgretolamento dell’ex Jugoslavia, è stato pubblicato un articolo che presentava quelli che, venti anni dopo, nel 2019, sono proposti come gli obiettivi dell’iniziativa prima denominata “Mini-Schengen balcanico” e attualmente nota come Open Balcan. L’autore di quell’articolo era George Soros, un multimiliardario speculatore di borsa statunitense e fondatore delle Fondazioni della Società Aperta (Open Society Foundations). In quell’articolo l’autore ribadiva che i Balcani “non si possono ricostruire sulle basi degli Stati nazionali”. Secondo lui “L’unico modo per [avere] la pace e la prosperità è la creazione di una società aperta in cui lo Stato esercita un ruolo meno dominante e dove diminuisce l’importanza delle frontiere”. Lui proponeva, altresì, riferendosi ai Balcani, che “La regione deve essere più vasta dell’ex Jugoslavia … e deve comprendere anche l’Albania”. L’autore dell’articolo prevedeva anche una serie di misure da intraprendere per attuare il suo progetto nei Balcani e confermava che tutte queste necessità “sono note e la mia rete delle Fondazioni della Società Aperta adesso è attiva in diversi campi [previsti] del programma”. Guarda caso, ventidue anni dopo, durante il vertice di Skopje del 29 luglio 2021, l’iniziativa “Mini-Schengen balcanico” veniva ribattezzata come l’iniziativa Open Balcans! Mentre i tre firmatari dell’iniziativa adesso, dopo venti e più anni, si presentano come ideatori di quell’iniziativa, presentandola come una novità (Sic!).

    Le cattive lingue, da anni, stanno parlando dei legami di “amicizia personale” tra il fondatore delle Fondazioni della Società Aperta e i tre firmatari dell’iniziativa Open Balcan. Almeno il primo ministro albanese lo ha pubblicamente dichiarato il 23 settembre scorso, affermando che lui “è amico mio e sono fiero che l’ho come amico”! Dichiarazione d’amicizia fatta dopo che il primo ministro aveva pubblicato una fotografia fatta con il suo amico a New York, aggiungendo sotto anche la seguente dicitura: “A New York, con l’amico prezioso George Soros, una mente rara ed un incrollabile sostenitore della Società Aperta”. Ma, parlando di fotografie, durante il vertice della scorsa settimana a Belgrado è stata scattata e pubblicata una molto significativa. In quella fotografia si vedono, da un lato, il figlio di George Soros che “non si sa perché” era lì, mentre dall’altro lato i tre “amici” di suo padre, stando “sull’attenti” di fronte al figlioletto ereditario. Una fotografia quella che potrebbe dimostrare e testimoniare chi potrebbe essere, in realtà, il vero stratega delle iniziative in corso nei Balcani. Ed è proprio il caso di affermare che, a volte, soltanto una fotografia può svelare delle verità che tanti altri, con la demagogia e con i potenti mezzi di propaganda cercano di deformare, di annebbiare e di nascondere. Bisogna sottolineare che durante questi ultimi anni, alcune volte dietro le quinte, altre sul palco, il Soros junior è stato presente in tutti gli eventi che hanno a che fare con i progetti e le iniziative che riguardano i Balcani e che cambiano soltanto il nome.

    Nel frattempo, nei Balcani si stanno evidenziando dei focolai di tensione e di conflitti armati. Prima in Montenegro, all’inizio di settembre. Poi, due settimane dopo, sul confine tra la Serbia ed il Kosovo. Mentre attualmente in Bosnia ed Erzegovina. Molti media internazionali ne hanno dato notizia. Per gli analisti si tratterebbe di conflitti basati su quella che viene chiamata come la strategia della “Grande Serbia”. Paragonandola con quella ben nota ormai come la strategia della “Grande Russia”. Il nostro lettore capisce anche chi potrebbe aver ispirato cosa. E capisce anche il grande pericolo che potrebbe rappresentare, non solo per i Balcani, una simile realtà!

    Chi scrive queste righe ha spesso informato il nostro lettore sia sulla storia della regione balcanica, compresa quella degli ultimi anni, sia della drammaticità degli scontri etnici nella regione. Egli pensa che l’attuale situazione nei Balcani, da dove stanno arrivando delle preoccupanti avvisaglie, merita tutte le dovute e necessarie attenzioni, sia dalle istituzioni dell’Unione europea che da quelle oltreoceano. Attenzioni che, purtroppo, durante queste ultime settimane, almeno pubblicamente, sembrerebbero mancanti o, comunque, non quelle indispensabilmente dovute. A tutti coloro che hanno delle responsabilità istituzionali, ovunque siano, bisogna che venga ricordato, se non si ricordino, l’ammonimento [perifrasato] di Martin Luter King. Perché può darsi non siano ancora responsabili per la situazione nei Balcani, ma lo diventeranno se non fanno nulla per cambiarla.

  • Predicano i principi della democrazia ma poi…

    Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male
    a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.

    Buddha

    La settimana appena passata è stata carica di caldo afoso in tutta l’area mediterranea e nei Balcani. La settimana appena passata è stata carica anche di riunioni del Consiglio europeo. Il 22 giugno scorso a Lussemburgo si è riunito il Consiglio degli Affari generali, una struttura del Consiglio europeo, sancita dai trattati dell’Unione e composta dai ministri degli Esteri e Affari europei degli Stati membri. Tra i compiti del Consiglio vi è anche quello di orientare le decisioni sull’allargamento dell’Unione che dovrà prendere in seguito il Consiglio europeo. Ragion per cui uno dei temi trattati dal Consiglio degli Affari generali il 22 giungo scorso è stato proprio l’allargamento dell’Unione europea con i Paesi dei Balcani occidentali. Alla fine della riunione, il Consiglio ha deciso di rinviare la convocazione della prima conferenza intergovernativa sia per l’Albania che per la Macedonia del Nord. Lo ha dichiarato la Segretaria di Stato portoghese per gli Affari europei e presidente del Consiglio Affari generali, avendo il Portogallo la Presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea. Lei ha ribadito che “…Nonostante tutti gli sforzi [fatti], non è stato possibile mettersi d’accodo per avere una data, per la Macedonia [del Nord] e per l’Albania, per aprire i negoziati”. La decisione del 22 giungo scorso è stata condizionata dal veto posto dalla Bulgaria alla Macedonia del Nord. Un veto condizionato da alcune richieste ufficializzate e fatte presenti da alcuni anni. Richieste che hanno a che fare con le appartenenze nazionali, con le lingue e con la storia. Si tratta, infatti, di due popolazioni che hanno molto in comune. Sono popolazioni che, fino a diventare parte dell’Impero ottomano, facevano parte dell’Impero bulgaro, costituito nel settimo secolo dai proto-bulgari e da alcune altre popolazioni slavo-meridionali. La Bulgaria e la Macedonia sono state divise solo alla fine della seconda guerra balcanica (giugno – luglio 1913; n.d.a.). Dopo la sconfitta del regno della Bulgaria da parte del regno della Serbia quest’ultimo, in seguito al Trattato di Bucarest (agosto 1913; n.d.a.), si impadronì di quasi tutti i territori che attualmente costituiscono la Macedonia del Nord. La Bulgaria è convinta però della nazionalità bulgara dei macedoni. Tra i due Paesi c’è anche il contenzioso che riguarda alcuni eroi storici della guerra contro l’Impero ottomano. In più la Bulgaria ha ufficialmente chiesto alla Macedonia del Nord di non fare riferimento alla “lingua macedone” ma alla “lingua ufficiale della Repubblica della Macedonia del Nord”. Un’altra richiesta è quella di ottenere garanzie che la Macedonia del Nord non rivendichi più delle proprie minoranze sul territorio bulgaro. Sono queste le condizioni poste dalla Bulgaria alla Macedonia del Nord. Soltanto dopo l’adempimento di tutte queste richieste la Bulgaria toglierà il veto che blocca il percorso europeo della Macedonia del Nord.

    Per la prima volta il veto bulgaro ha condizionato anche il percorso europeo dell’Albania. E per la prima volta i ruoli si sono convertiti. Sì, perché durante questi ultimi anni era l’Albania che, non avendo regolarmente esaudito le condizioni poste dal Consiglio europeo, bloccava anche il percorso europeo della Macedonia del Nord. Questo in base ad una decisione presa e confermata anche un anno fa dai capi di Stato e di governo dei Paesi membri del Unione europea. Decisione quella che sancisce la non divisione del percorso europeo dei due Paesi balcanici. Però adesso, “stranamente” e per la prima volta, da quando è diventato un Paese candidato all’adesione nell’Unione europea, l’Albania risulta abbia effettuato l’adempimento di tutte le quindici condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo il 25 marzo 2020! Veramente strano, anzi, troppo bello per essere vero, visto che la vera realtà, quella vissuta e sofferta quotidianamente in Albania, dimostra proprio il contrario. Lo dimostra e lo testimonia senza ombra di dubbio quanto è accaduto dal 25 marzo 2020 ad oggi in Albania. La situazione è stata cambiata sì, ma è ulteriormente peggiorata. Dalle quindici condizioni sine qua non poste il 25 marzo 2020 dal Consiglio europeo all’Albania, solo una è stata parzialmente esaudita. Quella della ricostituzione, dopo circa tre anni e con tutte le gravi conseguenze, della Corte Costituzionale. Corte che ancora oggi non ha il pieno numero dei giudici costituzionali, come previsto dalla stessa Costituzione albanese. Mentre tutte le altre quattordici condizioni sine qua non rimangono come erano a fine marzo 2020. E nonostante ciò, “stranamente”, per i massimi rappresentanti dell’Unione europea e dei singoli Stati membri, il governo albanese ha fatto dei “miracoli”. Ragion per cui tutti i ministri, membri del Consiglio degli Affari generali, il 22 giugno scorso non hanno presentato obiezioni, anzi, hanno espresso la loro opinione positiva sull’Albania. Secondo loro “…l’Albania ha soddisfatto tutti i criteri per [aprire] i negoziati”! Una simile ed entusiastica opinione l’aveva espressa alcuni giorni prima anche uno dei due relatori del Parlamento europeo sull’Albania, un’eurodeputata portoghese del Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo. Lo stesso Gruppo al quale aderisce anche il partito socialista albanese, capeggiato dall’attuale primo ministro. Secondo la relatrice, la decisione che doveva prendere il Consiglio europeo sull’Albania doveva rispecchiare tutti “…i progressi fatti dal Paese”. E poi lei esprimeva la sua ferma convinzione che per l’Albania “…Il Consiglio degli Affari generali deve pianificare la prima conferenza intergovernativa”. Perché, sempre secondo lei “…la buona volontà del popolo albanese nei confronti dell’Unione europea merita, lo stesso, questo sviluppo”! Chissà però a quale “sviluppo” si riferiva la relatrice sull’Albania del Parlamento europeo?! Anche il Commissario per l’Allargamento e la Politica di vicinato della Commissione europea, subito dopo la decisione presa dal Consiglio degli Affari generali, il 22 giugno scorso, ha dichiarato che “…quando si parla dell’Albania e della Macedonia del Nord, si è fatto molto durante i mesi passati, arrivando ad un evidente progresso”! Chissà però cosa considera progresso il Commissario per l’allargamento nel caso dell’Albania?! Ma lui, almeno, non poteva non riconfermare una “situazione tutta rose e fiori”, una “situazione di continui progressi”, come ripetutamente è stata definita negli annuali Rapporti di progresso della Commissione europea la situazione albanese dal 2016 fino al 2021. Anzi, lo aveva dichiarato lui stesso, il Commissario europeo per l’Allargamento il 1o giugno 2021, a nome della Commissione europea. Secondo lui “…l’Albania ha adempiuto tutte le [quindici] condizioni poste dal Consiglio [europeo] nelle sue conclusioni del 25 marzo 2020 per la convocazione della prima conferenza intergovernativa…”.

    Il radicale ed inatteso cambiamento dell’opinione sull’Albania, sia dei massimi rappresentanti dell’Unione europea, sia di quelli dei singoli Stati membri, è stato spiegato il 10 maggio scorso, a Bruxelles, dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza. Lui ha dichiarato, convinto, che i Balcani occidentali rappresentano “…una regione chiave con importanza geostrategica in Europa e per l’Europa”. Ragion per cui, secondo lui “…non aspetteremmo più due anni, ma neanche due mesi, finché facciamo rientrare i Balcani occidentali nell’agenda dell’Unione europea”. Più chiaro di così! Il che spiegherebbe anche il radicale ed inatteso cambiamento dell’opinione, per delle ragioni di “importanza geostrategica”, dei massimi rappresentanti dell’Unione europea e dei singoli Stati membri sull’Albania. Anche la decisione del parlamento olandese, il 16 giugno scorso, è stato un “chiaro segnale” di questo totale/radicale ed infondato cambiamento d’opinione. L’autore di queste righe ha trattato questo argomento la scorsa settimana (Una decisione che contrasta pienamente con la realtà; 21 giugno 2021). Egli ha trattato per il nostro lettore, non di rado, anche l’argomento delle “ragioni geostrategiche”. In un articolo egli scriveva che “…Sono proprio quei rappresentanti internazionali che fanno finta di niente anche per quanto riguarda il percorso europeo dell’Albania. Mettendo così a repentaglio la sensibilità e la fiducia degli albanesi nei confronti dell’Unione europea” (Stabilocrazia e democratura; 25 febbraio 2019).

    Chi scrive queste righe pensa che è importante parlare e predicare la sacralità dei principi della democrazia, ma soprattutto è importante permettere che siano attuati quei principi. Ovunque! Principi sui quali sono fondati tutti i Paesi evoluti del pianeta. Ma è disonesto però e del tutto non convincente predicare i principi della democrazia e poi, in realtà, calpestare proprio quei principi, per delle ragioni di “importanza geostrategica”. Significa semplicemente predicare bene e razzolare male. Come stanno cercando di fare adesso i massimi rappresentanti dell’Unione europea e dei singoli Stati membri nei Balcani occidentali. Trascurando i criteri di Copenaghen ed altri criteri posti ai singoli Stati candidati, si trascurano i principi della democrazia, sacri per molti Paesi fondatori, altri Paesi membri dell’Unione ed quelli oltreoceano. Così facendo si trascura la restaurazione dei regimi totalitari e si chiudono gli occhi, le orecchie ed il cervello di fronte ai modi dittatoriali dei nuovi despoti balcanici. Così facendo si chiudono gli occhi, le orecchie ed il cervello di fronte alla pericolosa, crescente e attiva collaborazione tra il potere politico, la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Così facendo si permette il consolidamento ed il funzionamento del cosiddetto State capture, cioè la cattura dello Stato nei Paesi balcanici. Albania compresa, anzi in prima fila. Perciò sarebbe utile a tutti i massimi rappresentanti dell’Unione europea e dei singoli Stati membri, i quali usano due pesi e due misure, fare uso della saggezza di Buddha. Per loro è valido il suo consiglio. E cioè che “Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.”.

  • A Bridge Not Too Far: Connecting Serbia-Greece-Cyprus

    Focusing on close ties, the foreign ministers of Greece, Serbia and Cyprus discussed new opportunities for greater cooperation in energy, transport and tourism as well as developments in Eastern Mediterranean, Greece’s Foreign Minister Nikos Dendias said.

    Dendias met Serbian Foreign Minister Nikola Selakovic and Cypriot Foreign Minister Nikos Christodoulidis in Belgrade on April 5.

    “The priority for us is the implementation of the Joint Declaration that was signed in the context of the 3rd High-Level Cooperation Council, which took place in December 2019, in Athens. Unfortunately, the pandemic blocked its full implementation. But we look forward to implementing it as soon as conditions allow,” Dendias said after his meeting with his Serbian counterpart.

    “We want our economic and trade relations to grow and deepen, along with our cooperation in important sectors such as energy and defence. Regarding energy, we discussed how to enhance connectivity between the countries in the region. And with regard to transport, I proposed – and I thank you for accepting this – a trilateral meeting between us and North Macedonia to discuss connectivity in our region,” Dendias said.

    In the context of the European perspective, he reiterated Greece’s undivided support for Serbia’s European perspective.

    Monitoring Turkey’s actions in the region

    The Greek Foreign Minister said Greece is also monitoring Turkey’s intentions in their wider region and the effort it is making to use economic, religious and cultural means to affiliate itself with countries in the region, and especially with the Muslim population. “This is an issue that we are always monitoring carefully,” he said.

    “As I said in our meeting, I intend to travel to Ankara in the immediate future, next week, under the condition, of course, that the right climate exists. Under the condition that Turkey does not proceed to provocative actions that will block my visit. So, we hope that, this time, the Turkish side will abstain from such actions,” Dendias said.

    After the joint meeting between Cyprus, Greece and Serbia, Christodoulides said the three ministers had the opportunity to review the prospects for further strengthening the existing strong bonds of friendship and cooperation between the three countries. “Our goal is none other than the creation and promotion of a positive agenda, for the benefit of our peoples, with the overarching goal of enhancing stability and prosperity in the wider region of the Western Balkans and the Eastern Mediterranean. Drawing on the experience of such formations with other countries I am certain, that our contacts and cooperation in the near future will be intensified at all levels, so that further tangible results will emerge in specific areas in the very near future,” Christodoulides said.

    The Cypriot Foreign Minister said they discussed energy issues and ways of cooperation, taking into account Serbia’s interest in energy developments in the Eastern Mediterranean, as manifested by the country’s participation in a recent meeting in the framework of energy cooperation between Cyprus, Greece and Israel. “Strengthening our economic cooperation through joint actions that can stem from the implementation of our strategy for economic diplomacy, was also discussed given the strong prospects for cooperation in this area, and we agreed to organize a Forum that will bring our business communities together,” he said.

    Cyprus issue

    Christodoulides also briefed his colleagues on the latest developments on the Cyprus issue, in view of the informal Conference to be convened at the end of the month in Geneva. “The sole goal is the resumption of substantive negotiations from the point where negotiations stopped at Crans Montana, to reach a comprehensive solution to the Cyprus problem that will really reunite the country on the basis of a bizonal bicommunal federation, in line with relevant UN Security Council resolutions and EU law, values ​​and principles, without anachronistic systems and structures that have no place in the 21st century,” Christodoulides said, adding that, at the same time, the EU’s meaningful participation in the discussions on resolving the Cyprus problem, as well as the existence of a climate conducive to a solution, without provocative statements and actions, either on land or at sea, are essential components for a successful outcome of the ongoing effort.

    “We also held a very open and constructive exchange of views on the latest developments in the Western Balkans, as well as on the European perspective of the countries in the region. On this occasion, we reaffirmed our strong support to Serbia’s accession process and expressed our willingness to continue to provide all possible assistance, both politically and at a technical level, for the fulfillment of this strategic objective,” Christodoulides said.

    For his part, Selakovic said he discussed with his colleagues the European future of Serbia. They also agreed to meet every six months to talk about topics from several areas of interest to Serbia, Greece and Cyprus.

    Selakovic pointed out that they also discussed economic cooperation, infrastructure, strengthening ties, energy, gas supply from various sources and various routes, and pointed out that the main goal of Serbia in regional policy is to preserve peace and stability.

    He added that the ministers agreed that greater cooperation is needed in the field of tourism, agriculture, and the IT sector.

    Selakovic thanked Greece and Cyprus for their principled support in preserving the sovereignty and integrity of Serbia, but also in terms of European integration, and pointed out that Serbia supports Greece in continuing the dialogue with Turkey.

    He also reiterated his support for the sovereignty of Cyprus and also gave his support for the continuation of the dialogue between Nicosia and Ankara.

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