Balcani

  • Il vertice di Berlino

    Tre cose non si possono nascondere troppo a lungo: il sole, la luna e la verità.

    Umberto Eco; “Il nome della rosa”

    Il 29 aprile scorso a Berlino si è svolto il vertice sui Balcani occidentali. Presidenti e capi dei governi, insieme con le rispettive delegazioni sono stati gli invitati della cancelliera Merkel e del presidente Macron. Oltre ai massimi rappresentanti dei sei paesi della regione, c’erano anche quelli della Slovenia e della Croazia. Doveva essere presente, come ospite, anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ma in sua vece era arrivata l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini. Gli organizzatori hanno ritenuto doveroso sottolineare il carattere informale del vertice. Nonostante ciò, tutti erano a Berlino per discutere di alcuni seri e spinosi problemi, che potrebbero avere preoccupanti ripercussioni non solo per la regione balcanica. Uno tra i tanti era però il vero problema: quello dei confini tra il Kosovo e la Serbia. L’aveva già anticipato anche la portavoce del governo tedesco il 26 aprile scorso. Lo hanno confermato poi il 29 aprile nelle loro dichiarazioni prima di iniziare il vertice, sia la cancelliera Merkel che il presidente Macron. La cancelliera tedesca ha ribadito che la soluzione finale dei contenziosi tra il Kosovo e la Serbia “non si dovrebbe fare ai danni degli altri paesi della regione”. Il presidente francese ha aggiunto anche che per risolvere i problemi tra il Kosovo e la Serbia bisognava verificare e trattare “tutte le possibilità”. Ma bisognava “evitare le eventuali tensioni nella regione” che ne potrebbero derivare a causa delle scelte fatte. E sia per la Merkel, che da tempo è stata chiara e perentoria, sia adesso anche per Macron, la ridefinizione dei confini sarebbe una scelta non solo sbagliata, ma anche pericolosa. Perciò una scelta da evitare definitivamente. Un messaggio chiaro per tutti coloro che la soluzione per sbloccare i difficili negoziati tra il Kosovo e la Serbia la trovavano in uno scambio di territori tra i due paesi. Un messaggio chiaro anche per loro, per gli ideatori, i sostenitori e gli attuatori di questo progetto pericoloso. Progetto che avrebbe portato, con molta probabilità, ad una allarmante recrudescenza degli scontri etnici nei Balcani e sarebbe servito anche come pretesto e riferimento in altri casi simili in altri paesi.

    Si sapevano già i nomi dei sostenitori più motivati di questo progetto, ognuno per le sue ragioni, ma in questi ultimi giorni tutto è diventato chiaro. I “tre moschettieri del re” erano il presidente del Kosovo, il quale ha reso pubblico per primo il progetto l’agosto scorso, il presidente della Serbia e il primo ministro albanese. Tutti e tre, con dietro una schiera di strateghi, consiglieri e opinionisti, hanno cercato di convincere l’opinione pubblica dei rispettivi paesi sulla “bontà” del progetto. Progetto di cui loro erano soltanto i sostenitori e gli attuatori. Perché da molte fonti mediatiche, e non solo, risulterebbe che “il re”, l’ideatore, un noto multimiliardario speculatore di borsa, seguiva tutto dall’altra parte dell’Atlantico. Essendo ormai una persona di una veneranda età, lui ha preferito essere rappresentato dal suo erede biologico e negli affari. Quest’ultimo è stato molto attivo e presente dall’agosto 2018 in poi, sia in Serbia che in Kosovo e in Albania. Le cattive lingue, riferendosi alla sua presenza nella regione, parlano di grandi interessi speculativi a medio e lungo termine che sarebbero stati avviati se il progetto di una nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia avrebbe avuto successo.

    In tutto questo periodo si è parlato tanto di questo progetto. Ma erano in pochi quelli che sapevano dei dettagli e, men che meno, il vero contenuto del progetto. Un progetto che, comunque, doveva interessare molto alla Serbia, che ne usciva vincente a scapito del Kosovo. Ragion per cui, appena il presidente del Kosovo, all’inizio dell’agosto 2018, ha parlato per la prima volta pubblicamente del progetto, la reazione è stata immediata e aspramente contraria. Sia in Kosovo che in Albania. In Kosovo il presidente si è trovato subito isolato in questa iniziativa e contestato sia da tutti gli altri rappresentanti politici, in modo trasversale, che dai media e dalla popolazione. Anche in Albania il progetto è stato contestato fortemente, sia dagli analisti e dagli opinionisti, che dai rappresentanti della politica, tranne quelli del partito del primo ministro. Hanno “sostenuto” il progetto anche alcuni opinionisti che si sono messi al servizio e alla mercé del primo ministro. Il quale all’inizio ha taciuto, cercando di “nascondersi”, come fa sempre in casi simili. Ma come sempre, quando si trova in serie difficoltà e semplicemente per delle “convenienze del momento”, il primo ministro albanese, in cambio di qualche “favore e supporto internazionale”, in seguito ha “cambiato opinione” riguardo al sopracitato progetto, come il camaleonte cambia il colore. All’inizio si è guardato bene dall’esprimere una sua opinione e ha negato il suo diretto coinvolgimento nell’attuazione del progetto. Poi, sempre negando il suo coinvolgimento, si è schierato apertamente a fianco del presidente del Kosovo, considerando come “somari” tutti quelli che erano contro il progetto (Patto Sociale n.329; 335; 339; 345 ecc.). Ultimamente sono diverse le dichiarazioni pubbliche di persone ben informate, secondo le quali il primo ministro albanese sapeva e appoggiava il progetto già da più di due anni fa! Si parla anche di almeno due incontri suoi con il presidente serbo, durante i quali, secondo le stesse dichiarazioni, avrebbero parlato del progetto e come farlo attuare. Nonostante ciò nessuna reazione pubblica da parte del primo ministro e/o da chi per lui, per negare esplicitamente quanto sopracitato. Nel frattempo il presidente serbo, a lavori finiti del vertice di Berlino, ha dichiarato pubblicamente, riferendosi al menzionato progetto: “La mia idea è fallita. Questo [fatto] costerà alla nostra nazione per i venti o i trenta anni a venire”.

    Tornando al vertice di Berlino del 29 aprile scorso, per fortuna, non solo il progetto dei confini tra il Kosovo e la Serbia non ha trovato appoggio, ma è stato fortemente contrariato e “seppellito per sempre”. Perciò, se in quel vertice sia stato raggiunto anche un solo obiettivo, questo senz’altro è stato l’annientamento di quel progetto. Ma dal vertice di Berlino è stato “lasciato intendere” anche il fallimento delle politiche della Commissione europea per la soluzione dei contenziosi e le discordie tra il Kosovo e la Serbia. Da “indiscrezioni” trapelate dall’interno del vertice risulterebbe anche una presa di posizione nei confronti dell’operato e del ruolo quasi personale e personalizzato dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini. Il solo fatto della necessità di convocare il vertice di Berlino dietro l’iniziativa e il patronato della cancelliera Merkel e del presidente Macron, lasciando “in secondo piano” la Commissione europea, è molto significativo. Un altro merito di questo vertice è che ha smascherato pubblicamente alcune bugie e inganni. Chissà come si è sentito qualcuno dei partecipanti, smentito, smascherato e trascurato?!

    Chi scrive queste righe condivide pienamente quanto scriveva Umberto Eco. E cioè che tre cose non si possono nascondere troppo a lungo: il sole, la luna e la verità.

     

  • Confini balcanici

    Nulla è più complicato della sincerità.

    Luigi Pirandello

    Durante l’udienza con il Corpo Diplomatico del 7 gennaio scorso, Papa Francesco, tra l’altro, ha messo in evidenza che nel periodo tra le due guerre mondiali “le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni”. Papa Francesco, in seguito, riferendosi al suo “Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace”, ha ribadito che “il buon politico non deve occupare spazi, ma avviare processi. Egli è chiamato a far prevalere l’unità sul conflitto”. E il presidente Sergio Mattarella, nel suo messaggio inviato a Papa Francesco, in occasione della Giornata Mondiale della Pace che si è celebrata il 1° gennaio scorso, ha scritto che “Per rendere più giusta e sostenibile la stagione che si è chiamati a governare, una politica responsabile e lungimirante non alimenta le paure, non lascia spazio alla logica del nazionalismo, della xenophobia, della guerra fratricida”.

    Nazionalismi che si stanno risvegliando minacciosi ultimamente anche nei Balcani. Attualmente lì si sta evidenziando una ripresa di azioni e di dichiarazioni che spingono verso un nazionalismo pericoloso. Soprattutto in un contesto geopolitico molto incandescente. Proprio in quei Balcani dove ancora sono fresche le piaghe causate dalla disintegrazione dell’ex Repubblica Socialista Federale della Jugoslavia.

    La regione balcanica è stata definita come la polveriera dell’Europa. Per capire meglio la fragile e preoccupante realtà balcanica, bisogna ricordare anche la presenza delle missioni militari di pace, come in Bosnia ed Erzegovina e in Kosovo. Ma nel sud del Kosovo, dal 1999, sono presenti anche militari statunitensi, in una loro propria base. Dall’altra parte, sono pubblicamente noti i buoni rapporti multidimensionali tra la Serbia e la Russia. Rimanendo nell’ambito di possibili alleanze militari, nel giugno scorso, riferendosi all’agenzia russa delle notizie TASS, si sono svolte nel sud della Russia (regione di Krasnodar) le esercitazioni tattiche congiunte chiamate “Fratellanza slava 2018”. Già il nome è un programma. Hanno partecipato la Russia, la Bielorussia e la Serbia, con delle truppe scelte di paracadutisti. La loro missione era quella di contrastare una presa del potere simulato, o un’insurrezione in uno Stato fittizio dell’Europa orientale. Queste manovre sono state svolte mentre la NATO effettuava una sua importante esercitazione navale.

    Un altro fatto merita di essere evidenziato, sempre nell’ambito delle mire geopolitiche delle grandi potenze nei Balcani. Nella primavera del 2018 si sono riattivati gli attriti tra la Serbia e il Kosovo, dopo gli episodi di violenza avvenuti a Mitrovica, nel nord del Kosovo. All’inizio di aprile del 2018, secondo credibili fonti mediatiche russe, c’è stata una telefonata tra il presidente russo Putin e quello della Serbia, Aleksandar Vučić. Sempre da quelle fonti mediatiche risulterebbe che Putin abbia rassicurato Vučić di non dubitare perché avrebbe inviato forze immediate se necessario. “Non lascerò senza difesa il mio partner e alleato più importante in Europa (la Serbia; n.d.a.)”! Mentre, riferendosi ai media serbi, risulterebbe che durante il colloquio telefonico, Putin abbia detto al suo omologo serbo che “Nell’eventuale tentativo, da parte delle forze speciali albanesi, di occupare la parte settentrionale del Kosovo, o di un nuovo pogrom contro i serbi, la Russia invierà immediatamente un significativo contingente militare”. Secondo gli analisti geopolitici specializzati, questo involverebbe l’invio di una brigata aerotrasportata russa con tutti i mezzi. Gli analisti ribadiscono che tutto ciò potrebbe essere possible, perché secondo la risoluzione ONU 1244, la Russia è una parte garante della “sicurezza” dell’ex provincia jugoslava (il Kosovo; n.d.a.). Ragion per cui Putin rassicurava il presidente serbo che “La Federazione Russa è pienamente impegnata nei confronti dei serbi del Kosovo, con tutti i mezzi, per difenderli da un possibile attacco”.

    Questo accadeva nell’aprile 2018. Mentre il 7 gennaio scorso, per testimoniare la solida alleanza tra la Russia e la Serbia, nonché la stima per il presidente serbo Aleksandar Vučić, Putin ha conferito a quest’ultimo il prestigioso premio “Alexander Nevsky”. Premio che testimonia anche i legami stretti tra i due paesi. Premio che, secondo gli osservatori, è stato conferito ad alcuni massimi dirigenti di paesi, dove non si rispettono i valori democratici. Perciò, il conferimento di questo premio prestigioso della Federazione Russa, allinea Vučić a fianco dei dirigenti di Turkmenistan, Tagikistan, Kirgizstan, Kazakistan e Bielorussia.

    In una simile realtà molto delicata geopolitica nei Balcani, dall’agosto scorso, una irresponsabile dichiarazione del presidente del Kosovo, sta agitanto molto le acque. Dichiarazione “strana e inaspettata” che riapre pericolosamente il capitolo di una nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia, fatta su basi etniche. Dichiarazione che ha trovato subito vaste e trasversali forti reazioni contrarie, sia in Kosovo che in Albania. La maggior parte dei politici e degli opinionisti, in tutti e due i paesi, sono seriamente preoccupati di un simile inatteso sviluppo. Sviluppo considerato come pericoloso anche da molti noti media e opinionisti internazionali (Patto Sociale n.329).

    Mentre, durante una congiunta riunione dei governi dell’Albania e del Kosovo, il 26 novembre scorso a Peja (Kosovo), il primo ministro albanese è ritornato alle sue “minacce nazionalistiche”. Minacce che fa sempre quando si trova in difficoltà per via degli innumerevoli scandali. In quell’occasione lui ha espresso la sua convinzione sull’unione “del Kosovo con l’Albania nel 2025, con o senza l’Unione europea” (Patto Sociale n.335). Non solo, ma durante una conferenza stampa, lui ha considerato “somari” tutti coloro, in Kosovo e in Albania, che erano contro l’iniziativa [sopracitata] del presidente del Kosovo! Così facendo lui è uscito, per la prima volta, allo scoperto, in difesa della nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia.

    Ma il 26 novembre scorso a Peja, il primo ministro albanese parlò, per la prima volta, anche di un inspiegabile rapporto strategico dell’Albania con la Serbia! Alcuni anni fa, appena diventato primo ministro, lui aveva dichiarato di considerare la Turchia come un alleato strategico, con tutte le seguenti conseguenze, ormai note a tutti. Il primo ministro albanese, senza batter ciglio, dichiarò che “il nostro rapporto con la Serbia è strategico e a lungo termine. L’Albania è determinata a costruire un’alleanza strategica con la Serbia”! Chissà se hanno ragione le cattive lingue, secondo le quali dietro tutto ciò c’è lo zampino di George Soros…

    Chi scrive queste righe valuta sia utile ricordare quanto ha detto il presidente francese François Mitterrand, durante il suo ultimo discorso, pronunciato al Parlamento di Strasburgo il 17 gennaio 1995. Egli disse, tra l’altro, che “era nato durante la prima guerra mondiale, aveva fatto la seconda guerra, per poi essere giunto alla conclusione, basandosi nella sua lunga esperienza di vita, che il nazionalismo è la guerra”. Allo stesso tempo, chi scrive queste righe condivide la convinzione di Luigi Pirandello, che in questi tempi nulla è più complicato della sincerità. Aggiungendo che nulla può essere più pericoloso dell’irresponsabilità di quelli che governano. Nei Balcani e altrove.

  • Che possano servire di lezione

    La coerenza è comportarsi come si è e non come si è deciso di essere.

    Sandro Pertini

    Un furbo derviscio era riuscito a convincere il sultano di sapere, in ogni momento, cosa faceva Dio. Il sultano, a sua volta, faceva quello che secondo il furbo derviscio facesse Dio. E ne andava fiero il sultano di quello che faceva. Un giorno chiese al patriarca di Costantinopoli se lui avesse qualcuno che sapeva cosa facesse Dio in ogni momento. E se no, allora il patriarca sarebbe stato decapitato. Disperato il patriarca ritornò nella sua dimora. Un diacono, vedendolo così disperato, gli chiese cosa aveva. Dopo aver saputo, il diacono lo tranquillizzò e gli chiese soltanto di portarlo con se presso il sultano. E così fu. Il sultano chiese al diacono se lui sapeva cosa faceva Dio in qualsiasi momento. Sì, rispose il diacono. Ma prima, siccome sono stanco e affamato, posso avere qualcosa da mangiare insieme con il derviscio? I servi portarono subito una grande tazza con latte e un pezzo di pane. Il diacono e il derviscio cominciarono a spezzettare il pane e mescolare i pezzi nel latte e si misero a mangiare. Subito il diacono diede una cucchiaiata sul naso al derviscio. Il sultano arrabbiato lo sgridò. Allora il diacono gli rispose: ma come mai, lui che sa in qualsiasi momento cosa fa Dio, non sa riconoscere i suoi bocconi dai miei? Il sultano, svergognato e umiliato, non poteva dire niente. Ordinò di uccidere il furbo derviscio e lasciò tranquillo il patriarca e il diacono. Questo racconta una vecchia fiaba con intelligente ironia. E dalle fiabe c’è sempre da imparare.

    La metafora di questa fiaba è sempre attuale. Purtroppo, e non di rado, anche le istituzioni dei singoli paesi e quelle internazionali sono soggette e patiscono dalle premeditate e spesso anche profumatamente “sponsorizzate” fandonie e bugie Non fanno eccezione nemmeno le istituzioni dell’Unione europea. Quanto sta succedendo, soprattutto negli ultimi anni, ne è una testimonianza. L’operato dei rappresentanti delle istituzioni europee, per la maggior parte nominati e non eletti, non sempre ha giustificato e onorato la fiducia data. Non a caso determinate decisioni delle istituzioni hanno provocato e continuano a provocare malcontenti e disappunti. Non a caso in diversi paesi dell’Unione sono nati e stanno avanzando i movimenti e/o i partiti politici euroscettici. E non a caso anche i tradizionali partiti, in diversi paesi europei, hanno perso e stanno perdendo consenso. Lo dimostrano chiaramente i risultati elettorali degli ultimi anni. Quanto sta succedendo dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti. Per i partiti e per le istituzioni locali e/o internazionali, ma soprattutto per i cittadini responsabili. Per quei cittadini che, con i loro voto, eleggono i propri rappresentanti, sia nazionali che nel Parlamento europeo. Rappresentanti che, a loro volta, scelgono e nominano i funzionari di tutti i livelli delle istituzioni dell’Unione europea. Compresi, anche e soprattutto, quelli della Commissione europea, le cui decisioni hanno un diretto impatto non solo nei singoli stati membri, ma anche oltre.

    Ragion per cui, le prossime elezioni per il Parlamento europeo rappresentano un avvenimento molto importante, visti anche gli sviluppi in altri singoli paesi e quegli geopolitici a scala mondiale, con tutte le loro conseguenze. Il Consiglio dell’Unione europea ha deciso, in maniera unanime, che le prossime elezioni si svolgeranno dal 23 al 26 maggio 2019. Si voterà in tutti i 27 stati membri dell’Unione per eleggere i rappresentanti del Parlamento europeo. Per la prima volta, dal 1979, non si voterà nel Regno Unito, dopo il referendum del 23 giugno 2016, per rimanere o uscire dall’Unione europea.

    Proprio domenica scorsa, dopo un vertice straordinario, il Consiglio europeo ha approvato all’unanimità l’accordo dell’uscita e delle relazioni future tra il Regno Unito e l’Unione europea. E tutto ciò è dovuto anche ad alcune determinate scelte e decisioni delle istituzioni europee nel corso degli anni che hanno scatenato il malcontento e la reazione dei cittadini del Regno. Una separazione che non è stata e non sarà facile. La frase del presidente Juncker, il quale riferendosi al sopracitato accordo, ha detto che “è un giorno triste. Non un momento di gioia ma una tragedia, perché un grande Paese lascia l’Unione europea”, rappresenta lo stato d’animo e la realtà attuale e futura. Realtà che metterà a dura prova anche la premier Theresa May e il suo governo. Nel frattempo rimane in bilico l’esito della votazione del Parlamento britannico sull’accordo raggiunto domenica scorsa a Bruxelles, visto che la May non ha la maggioranza per farlo approvare.

    Ma non è soltanto quanto è successo tra l’Unione europea e il Regno Unito, quello che dovrebbe far riflettere seriamente e con la massima responsabilità tutti, sia i rappresentanti politici e istituzionali, che i cittadini. Basta pensare ai risultati elettorali nei diversi singoli paesi dell’Unione. L’avanzata dei partiti e dei movimenti euroscettici e populisti è un segnale da prendere seriamente in considerazione. E non soltanto con delle “belle parole”, bensì con delle scelte responsabili, anche se difficili. Scelte che dovrebbero mirare quanto avevano ideato con chiarezza e lungimiranza i Padri Fondatori circa settant’anni fa. Scelte che dovrebbero far diventare l’Unione europea, tra l’altro, anche portatrice dei valori fondamentali dell’umanità. Scelte che dovrebbero far pensare due volte, prima di agire, determinati alti rappresentanti delle istituzioni europee. Scelte che dovrebbero ostacolare e condannare comportamenti irresponsabili e, peggio ancora, comportamenti “profumatamente sponsorizzati” da interventi occulti e contro gli interessi dei singoli paesi. Sia di quelli membri dell’Unione che di quelli che ambiscono a diventare tali.

    Il caso dei paesi balcanici ne è un eloquente e significativo esempio. Come lo sono, fatti alla mano, alcuni determinati comportamenti di certi alti rappresentanti delle istituzioni europee, la Commissione in primis. Con il loro operato, hanno clamorosamente fallito in Macedonia, anche ultimamente con il referendum per il nome. Hanno fallito con le trattative tra la Serbia e il Kosovo, soprattutto appoggiando il progetto della revisione delle frontiere tra i due paesi. Ma hanno fallito vistosamente e altrettanto clamorosamente in Albania, chiudendo gli occhi e permettendo la diffusa cannabizzazione del paese, la galoppante corruzione e tanto altro. Lo hanno fatto ripetutamente con le loro irresponsabili e sponsorizzate dichiarazioni sia Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, che Johannes Hahn, Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento. E lo hanno fatto, mentre i rapporti ufficiali delle istituzioni specializzate, comprese anche quelle della Commissione europea, affermavano l’opposto contrario (Patto Sociale n.292; 304; 318;321 ecc.).

    Chi scrive queste righe auspica che quanto sia successo ultimamente in diversi paesi dell’Europa possa e debba servire di lezione. Egli, altresì, avrebbe veramente preferito che l’inqualificabile comportamento di alcuni alti rappresentanti dell’Unione fosse dovuto semplicemente alla leggerezza di credere ai loro consiglieri. Perché, per lo meno, non si sarebbero trovati, in seguito, nelle pietose condizioni del sultano mentito dal suo furbo derviscio.

  • Despoti che scappano

    E sai perché non trovi sollievo nella fuga?
    Perché mentre fuggi ti porti sempre dietro te stesso.

    Lucio Anneo Seneca

    Dopo aver governato per dieci anni con il pugno di ferro la Macedonia (27 agosto 2006 – 18 gennaio 2016), dall’8 novembre scorso l’ex primo ministro è in fuga. Tutto ciò accadeva  soltanto poco prima d’essere stato accompagnato in carcere, dalla sua abitazione in Scopie. Abitazione di fronte alla quale c’erano sempre agenti delle truppe speciali, sue guardie del corpo e sua scorta. Ma nessuno ha visto e/o sentito niente. Condannato a due anni per corruzione e abuso di potere, e in attesa di altri probabili processi giudiziari, Nikola Gruevski, con il passaporto ormai confiscato, è riuscito comunque a scappare. Non si sa se di nascosto oppure con qualche “copertura occulta”. Da sottolineare che il mandato di cattura internazionale per Gruevski è stato rilasciato soltanto il 13 novembre scorso dalle autorità macedoni, mentre da cinque giorni risultava irreperibile. Sono tante le riflessioni che si possano fare, riferendosi al mancato controllo e alla fuga. Una, per esempio, potrebbe essere: a chi gioverebbe la fuga di Gruevski? Non è che forse, con Gruevski non più in Macedonia, si eliminerebbe una seria e presente preoccupazione per l’attuale primo ministro macedone e per altri politici locali?! Forse.

    Nella sua ben organizzata fuga, prima è entrato in Albania, ma non si sa dove e quando questo sia avvenuto. Perché non risulta registrato in nessuno dei punti di controllo di frontiera tra l’Albania e la Macedonia. Si sa però che è uscito dall’Albania, viaggiando con una macchina di proprietà dell’ambasciata ungherese a Tirana e usando una carta d’identità. Da un comunicato stampa della polizia albanese, risulta che Gruevski ha lasciato il territorio albanese per entrare in quello del Montenegro, l’11 novembre 2018 alle ore 19.11. In più si sa anche la targa della macchina diplomatica con la quale viaggiava. La fuga dell’ex primo ministro macedone è continuata poi nel territorio montenegrino, dal quale risulta essere uscito lo stesso giorno. Ma anche in questo caso, da notizie e indiscrezioni mediatiche, risulterebbero alcuni elementi, tipici dei film polizieschi e di spionaggio.

    La meta prestabilita, almeno per il momento, della fuga di Gruevski sembra essere l’Ungheria. E non a caso. Si sa pubblicamente che tra lui e il presidente Orban ci siano da tempo buoni rapporti di amicizia e di sostegno reciproco. Lo scorso 13 novembre sembra che Gruevski abbia postato un messaggio su Facebook, dichiarando che si trovava a Budapest, in attesa dell’asilo politico. La sua presenza in Ungheria la conferma una dichiarazione di un alto rappresentante del governo ungherese. Dalla dichiarazione risulta che le autorità ungheresi “hanno permesso a Gruevski di consegnare ufficialmente la richiesta di asilo e hanno sentito il suo ragionamento presso gli uffici per la Migrazione e Asilo a Budapest”. In più, nella dichiarazione si conferma che le autorità ungheresi tratteranno la richiesta e che la valuteranno “in accordo con le leggi ungheresi e quelle internazionali”. Sempre nella sopracitata dichiarazione si sottolinea che le autorità ungheresi non interverranno nelle questioni interne dei paesi sovrani, considerando perciò che “la valutazione della richiesta d’asilo per l’ex primo ministro (Gruevski; n.d.a.) sarà trattata soltanto per l’aspetto giuridico”. Nel frattempo, i rappresentanti dell’ambasciata ungherese in Albania non hanno accettato di commentare il perché dell’accompagnamento di Gruevski al passaggio di frontiera con il Montenegro, con una macchina diplomatica, insieme con uno o due impiegati dell’ambasciata.

    Una storia di fuga quella, che ha avuto l’attenzione mediatica internazionale in questi ultimi giorni. Ovviamente, come accade in simili casi, non mancano neanche le speculazioni e le false notizie. Ma comunque sia, si sa con certezza ormai che Gruevski è fuggito dalla Macedonia, dove doveva scontare una condanna di due anni di carcere per corruzione e abuso di potere legata all’acquisto di una macchina per circa 600.000 Euro. Si sa anche che su di lui gravano pure altre accuse di corruzione, di malgoverno ecc., e che la giustizia doveva determinare la veridicità. Accuse che si basano su fatti evidenziati e documentati. Scappando, lui, in qualche modo, ha ammesso la sua colpevolezza. Da indiscrezioni mediatiche risulterebbe anche che, da settembre scorso, Gruevski abbia provveduto a ritirare tutta la liquidità dai sui depositi bancari.

    L’ex primo ministro in fuga ha dominato la scena politica macedone in questi ultimi dodici anni. Ma la sua carriera politica comincia nel 1996, come consigliere locale a Scopie, per poi diventare ministro del Commercio nel 1998 e, un anno dopo, ministro delle Finanze. All’inizio della sua attività politica e governativa non era lo stesso che diventò in seguito. O, perlomeno, così appariva. È stato lui che ha avviato la riforma della deregolamentazione dell’economia, chiedendo anche la tassa sul valore aggiunto, la tassa piatta e la restituzione delle proprietà sequestrate durante il periodo del comunismo. All’inizio ha avuto un vasto consenso elettorale, non solo dai macedoni, ma anche dagli albanesi in Macedonia, che rappresentano circa il 25% della popolazione. Poi, nel 2015, ha cominciato il suo inarrestabile declino. Tutto dovuto alla pubblicazione di migliaia di intercettazioni telefoniche, da parte del suo avversario, l’attuale primo ministro macedone. Intercettazioni che testimoniavano degli abusi clamorosi del potere, delle diffusa corruzione, delle continue manipolazioni delle elezioni ecc. (Patto Sociale n.257).

    Il caso Gruevski però rappresenta più che un caso personale. Rappresenta un fenomeno, almeno regionale. Politici ai vertici del potere, onnipotenti, autocrati, spesso arroganti, ma comunque corrotti e coinvolti in chissà quanti scandali, si trovano attualmente anche in altri paesi della regione balcanica, come in Kosovo e in Serbia, ma soprattutto come in Albania.

    La continua e consapevole violazione della Costituzione e delle leggi sono purtroppo, fatti alla mano, una costante del modo di pensare e di agire del primo ministro albanese. La corruzione radicata e diffusa, la connivenza con la criminalità organizzata e l’uso di quest’ultima per garantire il condizionamento e la manipolazione del risultato elettorale, sono soltanto alcune delle gravi e allarmanti realtà vissute quotidianamente in Albania.

    Chi scrive queste righe è convinto che, in confronto a Gruevski, il primo ministro albanese ha molte più colpe e perciò, anche molte più ragioni per fuggire. E forse verrà, auguratamente, un giorno che lo faccia. Ma se ancora non lo ha fatto è perché il sistema della giustizia, tutto il sistema, è ormai da circa un anno, totalmente controllato da lui. Perciò il primo ministro non può indagare e condannare se stesso. Soltanto la rivolta popolare può salvare l’Albania e gli albanesi da un despota peggio di Gruevski. Ma prima però, bisogna costituire una vera, consapevole, determinata e attiva opposizione. Non come quella attuale, semplicemente di facciata, incapace e che facilita le malefatte del primo ministro. Un’opposizione che fa ridere anche i polli.

  • Accordi peccaminosi

    Non vendere il sole per acquistare una candela.
    Proverbio ebraico

    La questione dei confini tra l’Albania e la Grecia è stata trattata, all’inizio, dalla Conferenza degli Ambasciatori a Londra del 30 maggio 1913 e successivamente dal Trattato di Bucarest del 13 agosto 1913. L’autorità internazionale dell’Albania in quel periodo era quella di un paese che aveva proclamato la sua indipendenza dall’Impero Ottomano soltanto il 28 novembre 1912.
    Da quegli accordi il territorio dove vivevano storicamente gli albanesi è stato diviso ingiustamente a favore della Serbia e della Grecia. Una situazione questa contestata dai rappresentanti albanesi nelle capitali europee. Ad onor del vero, in quel periodo il nascente Stato albanese, tra l’altro, continuava ad essere succube anche dei contrasti e degli scontri interni tra i diversi capi clan che controllavano il territorio. Il che ha indebolito molto la voce delle delegazioni albanesi nelle sedi internazionali. Anche il Trattato di Versailles, sottoscritto il 28 giugno 1919 ed entrato in vigore il 10 gennaio 1920, non ha reso giustizia alla separazione di molti territori albanesi da quello della madre patria, per “ragioni geopolitiche”.
    Nel periodo tra le due guerre mondiali i confini tra l’Albania e la Grecia sono stati oggetto di dibattiti e trattative a livello internazionale. La decisione definitiva per la delimitazione dei confini tra i due paesi ha trovato espressione nel Protocollo di Firenze delle grandi potenze del 27 gennaio 1925. In seguito, il 30 luglio 1926 a Parigi, la Conferenza degli Ambasciatori delle grandi potenze ha sancito definitivamente e unanimemente tutti i confini tra l’Albania e la Grecia. La decisione presa dalla Conferenza degli Ambasciatori era obbligatoria per le parti. Nonostante i rappresentanti dei due paesi avessero delle obiezioni per la delimitazione dei confini, l’Accordo di Parigi è stato firmato e, in seguito, rispettato sia dall’Albania che dalla Grecia. Gli Atti Ufficiali che delineavano i confini tra i due paesi, una volta firmati, sono diventati incontestabili e obbligatori. Quegli Atti sono stati depositati, all’inizio, presso la Lega delle Nazioni e dal 1945, presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Quanto previsto e definito in quegli Atti è stato rispettato dalle parti e non sono state mai espresse ufficialmente e in sede internazionale rivendicazioni territoriali dai diretti interessati. Questo fino ai primi anni 2000.
    Era proprio il periodo in cui sono state effettuate perforazioni sulle piattaforme marine per cercare probabili giacimenti petroliferi e definire le loro potenzialità. Dallo studio dei dati elaborati, risulterebbe che sotto la piattaforma marina albanese, al confine con quella greca, potrebbero esserci buone probabilità di trovare ricchi giacimenti di petrolio e/o di gas. Ragion per cui la diplomazia greca si mise subito in moto per trovare dei motivi e aprire un “Caso marino bilaterale” tra la Grecia e l’Albania. Un compito non difficile, visto anche che non sempre la controparte albanese era allo stesso livello come esperienza, professionalità e altro. Il che ha facilitato l’abile diplomazia greca a trovare, tecnicamente, un modus vivendi e portare le trattative per i contenziosi relativi alla delimitazione dei confini marini, dalla sede legale internazionale, come prevedevano gli Atti Ufficiali sanciti dalla Conferenza degli Ambasciatori delle grandi potenze il 30 luglio 1926 a Parigi, ad una sede bilaterale tra i due paesi. La parte albanese ha acconsentito. Musica per le orecchie dei greci.
    Nell’arco di pochissimi anni le delegazioni dei due paesi hanno negoziato insieme un accordo bilaterale sulla delimitazione del confine marino. Il 27 aprile 2009 a Tirana è stato firmato l’Accordo tra la Repubblica d’Albania e la Repubblica di Grecia per la “Delimitazione delle loro rispettive zone della piattaforma continentale sottomarina e delle altre zone marine, che a loro appartengono in base al diritto internazionale”. Quell’Accordo è stato contestato fortemente allora in Albania dall’opposizione, capeggiata dall’attuale primo ministro. La questione arrivò alla Corte Costituzionale, la quale il 15 aprile 2010 decretò l’anticostituzionalità dell’Accordo e proclamò la sua nullità. Nonostante ciò, la diplomazia greca ha continuato a fare pressione perché la parte albanese continuasse a rispettare il sopracitato Accordo, tenendo sempre aperto il “Caso marino” tra i due paesi. Trattative che sono state riprese, in modo del tutto non trasparente e in palese violazione della sopracitata decisione della Corte Costituzionale, e sono state molto attive da un anno a questa parte. Le cattive lingue dicono che tutto era dovuto alla disperata situazione in cui si trovava il primo ministro albanese. Lui cercava di trovare, a tutti i costi, l’apertura dei negoziati, come paese candidato, per l’adesione dell’Albania all’Unione europea. La Grecia poteva mettere il veto contro. Come da anni sta facendo con la Macedonia. La grande fretta per concludere il “Caso marino” potrebbe dare ragione alle cattive lingue. Anche perché simili contenziosi tra paesi sui confini non mancano. Neanche nei Balcani. Sono almeno tre e tutti e tre durano da almeno una ventina d’anni. Mentre il caso tra l’Albania e la Grecia è stato “risolto” in quattro e quattr’otto! Basta riferirsi al caso tra la Slovenia e la Croazia e quello tra la Romania e la Bulgaria. Quest’ultimo per una piccola area di mare, con sotto il petrolio. Molto aspro è anche il contenzioso tra la Turchia e la Grecia, sempre per alcune aree marine sul mar Egeo. Anche in questo caso, la presenza dei giacimenti petroliferi sottomarini sembra sia la vera ragione dei disaccordi.
    Le inattese dimissioni del ministro degli Esteri greco hanno riportato a galla non poche gravi problematiche. Compresa anche quella del “Caso marino” e il rispettivo accordo tra l’Albania e la Grecia. Alcuni giorni dopo le sue dimissioni, l’ex ministro degli Esteri greco si vantava che dopo 75 anni, in pieno accordo con l’attuale ministro albanese degli Esteri, hanno “allargato il confine [marino] della Grecia”. Senza più vincoli istituzionali, il ministro dimissionario greco ha cominciato a dire delle verità tenute segrete fino ad ora. Chissà perché! Forse per mettere in imbarazzo anche il suo “amico” primo ministro Tzipras.
    Immediate sono state le reazioni in Albania. Ma anche e soprattutto in Turchia. Il 23 ottobre scorso il ministro turco degli Esteri dichiarava che ogni tentativo della Grecia “per allargare la sua linea marina, nello Ionio o nell’Egeo, rappresenterà [per la Turchia; n.d.a.] un Casus belli”. È bastata questa dichiarazione e la reazione statunitense, per costringere Tzipras, subito dopo, a ritirarsi, per il momento, dalle sue pretese. Il che riguarda anche il “Caso marino” con l’Albania. Tutto è da vedere!
    Nel frattempo un’altra e inattesa dimissione, questa volta in Albania, ha suscitato molte reazioni. Sabato scorso si è dimesso il ministro degli Interni. Un nuovo caso che produrrà, forse, altri inattesi sviluppi.
    Chi scrive queste righe tratterà il caso la prossima settimana. Egli però è convinto che colui che si dovrebbe dimettere è proprio il primo ministro. Lo doveva fare da tempo, ma probabilmente non lo farà neanche adesso. Le cattive lingue dicono che non glielo permette la criminalità organizzata. Lo doveva sapere. Il peso degli accordi peccaminosi spesso ti schiaccia!

  • Un buffone non può diventare re

    Chi si aspetta che nel mondo i diavoli vadano in giro con le corna e
    i buffoni coi sonagli, sarà sempre loro preda e il loro zimbello.

    Arthur Schopenhauer

    Il 6 luglio 2018 a Londra, durante la riunione del consiglio dei ministri, la premier britannica Theresa May ha presentato il suo programma della “Linea morbida sulla Brexit”. Programma che era stato pubblicato un giorno prima come “Libro Bianco” (White Paper). Un programma che non poteva essere condiviso e approvato da alcuni importanti membri del suo governo, ben noti come euroscettici.

    Il 9 luglio scorso le agenzie britanniche dell’informazione, e poi tutte le altre, diffondevano due notizie importanti. Di mattina presto veniva pubblicamente confermato che il ministro per la Brexit David Davis aveva rassegnato le sue dimissioni. Nel primo pomeriggio è arrivata l’altra notizia importante, quella delle dimissioni del ministro degli Esteri Boris Johnson. Tutti e due, da tempo, non condividevano il modo con il quale la premier Theresa May voleva trattare i futuri rapporti tra la Gran Bretagna e l’Unione europea.

    Un giorno dopo, e cioè il 10 luglio e sempre a Londra, in una simile scombussolata situazione politica britannica, si è svolto il vertice, ad alto livello, dei rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea e di alcuni Stati dell’Unione, con i rappresentanti dei sei paesi dei Balcani occidentali. Un vertice, nell’ambito di quello che ormai è ufficialmente noto come il Processo di Berlino, per l’allargamento dell’Unione europea con i paesi balcanici. Il momento però, non è stato per niente appropriato. Anche per il semplice fatto che colui il quale doveva dare formalmente il benvenuto agli ospiti, cioè il ministro Johnson, un giorno prima aveva rassegnato le dimissioni. Un fatto, di per se, molto significativo. Sembrava quasi surreale e grottesco parlare di allargamento a Londra. Proprio lì, dove un giorno prima due importanti ministri avevano rassegnato le loro dimissioni perché non credevano più nella bontà dell’Unione europea, nonché nelle sue istituzioni e politiche. Mettendo così in primo piano l’eurosetticismo e offuscando il vero obiettivo del vertice. Il caso ha voluto che si doveva parlare d’allargamento, nell’ambito del Processo di Berlino, proprio nella capitale di uno Stato il quale, a fine marzo 2019, non farà più parte dell’Unione europea, in seguito al referendum del 23 giugno 2016 sulla Brexit. Perché, comunque sia, non si può non pensare ormai che la Gran Bretagna rappresenti più un paese che possa credibilmente sostenere la causa dei Padri Fondatori dell’Unione europea. Sono stati questi significanti simbolismi, che non potevano ispirare per niente ottimismo. Ragion per cui non dovrebbe essere stata sentita bene neanche la premier May, durante il sopracitato vertice, quando dichiarava che “La Gran Bretagna si sta allontanando dall’Unione europea” ma che comunque rispetterà “le responsabilità che ha per i paesi balcanici”.

    Il 13 luglio scorso a Londra è arrivato il presidente statunitense Donald Trump, una visita che non è stata per niente facile e, men che meno, amichevole. Visita durante la quale non sono mancati gli incontri imbarazzanti e le dichiarazioni provocatorie. In un’intervista rilasciata al noto quotidiano britannico “The Sun”, il presidente Trump apprezzava il dimissionario ministro degli Esteri Boris Johnson, convinto che lui “sarebbe un ottimo primo ministro”. Una sfida aperta alla premier May, con la quale si è incontrato in seguito. Ma anche la May non è rimasta a bocca chiusa. Dopo l’incontro con il presidente statunitense, lei, “maliziosamente”, ha rivelato alla BBC: “Mi ha detto che dovrei citare in giudizio l’Unione europea, non negoziare con loro, [ma] denunciarli”.

    Il presidente Trump era arrivato a Londra da Bruxelles, dopo il vertice NATO (11 – 12 luglio). Anche in quel vertice non sono mancate le minacce, le provocazioni e le dichiarazioni “forti”. Alcune delle quali “aggiustate” e “convenzionalmente ammorbidite” in seguito. Come quella del presidente Trump “di uscire dalla NATO” se gli alleati non dovessero rispettare le spese militari richieste dagli Stati Uniti. Secondo l’agenzia Associated Press, Trump avrebbe detto però, in un altro momento, che “gli Alleati della NATO abbiano deciso di aumentare le spese per la difesa oltre i precedenti obiettivi”. Affermazione contraddetta subito dal presidente francese Macron, secondo il quale non c’è stato “nessun accordo sull’aumento delle spese militari”. Per poi arrivare alle posizioni finali degli alleati. Queste sono state soltanto alcune discrepanze e contrarietà verificate e rese pubbliche mentre si svolgeva il vertice NATO a Bruxelles.

    Nello stesso periodo anche il primo ministro albanese, nelle sue vesti istituzionali, era presente in due dei sopracitati vertici. Era presente al vertice di Londra, nell’ambito del Processo di Berlino per l’allargamento dell’Unione europea con i paesi balcanici. Era presente anche al vertice NATO a Bruxelles. Considerando sia il clima in cui sono stati svolti questi vertici, che l’importanza e l’impatto reale sui futuri sviluppi politici e geopolitici nei singoli paesi e a livello internazionale, allora si potrebbe facilmente immaginare la posizione ed il “ruolo” del primo ministro albanese in simili avvenimenti. Sia per il peso dell’Albania nella movimentata schacchiera internazionale, sia per altri, ormai pubblicamente noti motivi, anche a livello internazionale e per niente positivi. Per queste ovvie e comprensibili ragioni il primo ministro albanese si è trovato completamente trascurato da tutti, sia a Londra, che a Bruxelles. Il che per lui rappresenta un’enorme sofferenza. Perché, discreditato ormai in patria, cerca disperatamente “sostegni” internazionali. Non importa come e a quale prezzo. Anche perché le scelte si riducono sempre di più. Mentre la realtà politica e sociale albanese si aggrava ogni giorno che passa, riconoscendo in lui il principale responsabile, con tutte le probabili conseguenze.

    A fatti compiuti, risulterebbe, con ogni probabilità, che l’unico obiettivo della presenza del primo ministro albanese, sia a Londra che a Bruxelles, è stato quello di “strappare” almeno un sorriso e/o, magari, una stretta di mano di quelche “pezzo grosso” internazionale e fissare tutto in qualche fotografia. Poco importava se, così facendo, poteva diventare lo zimbello di tutti. Non a caso, commentando la fotografia ufficiale del sopracitato vertice di Londra, la BBC, con la solita ironia britannica, annotava che “qualcuno aveva dimenticato le scarpe”. Si riferiva alle scarpe da tennis bianche che portava il primo ministro albanese. Poco importava per lui, se per realizzare il suo unico obiettivo, poteva sembrare un mendicante che elemosinava un sorriso, una stretta di mano di passaggio, da immortalare subito in una fotografia. Buffonate del genere si fanno soltanto quando uno si trova in serie difficoltà di sopravvivenza.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro albanese, dopo aver causato tanto male in patria, sta cercando disperatamente di fare il buffone all’estero, per ottenere qualsiasi supporto propagandistico. Egli, condividendo la saggezza popolare, secondo la quale un asino resta sempre un asino anche se lo ricopri d’oro, rimane altresì convinto che un buffone non può diventare re.

  • Spudorate menzogne sparse come verità

    Un bugiardo è sempre prodigo di giuramenti

    Pierre Corneille

    Se bisogna usare una sola parola per caratterizzare il modo di governare in Albania dal 2013 in poi, quella parola è la menzogna. Mentire in continuazione è stata una scelta obbligata, nell’incapacità di fare altrimenti. Hanno cominciato con le promesse elettorali più di cinque anni fa, per poi proseguire senza sosta. Sempre consapevoli di quello che facevano. Hanno però trascurato un semplice ma fondamentale fatto, come l’esperienza secolare ci insegna. E cioè che se tutto si fonda sulla bugia, sulle false apparenze, allora si devono inventare sempre delle nuove bugie, per giustificare le precedenti. Così facendo si entra in un circolo vizioso, dal quale non se ne può più uscire. Quello che è successo in Albania durante questi ultimi cinque anni ne è un’eloquente conferma. L’ultima testimonianza, quella di questi giorni, riguarda proprio quanto sta accadendo dopo la decisione dei ministri degli Esteri dell’Unione europea, il 26 giugno scorso a Lussemburgo.

    Oltre alle serie preoccupazioni legate allo spinoso problema dei profughi, i ministri dovevano decidere anche sull’allargamento dell’Unione europea con i paesi balcanici. Nel caso dell’Albania era da decidere se aprire o meno i negoziati, come paese candidato, per l’adesione all’Unione. Una decisione che doveva rispettare le posizioni dei singoli paesi, nonché la vissuta realtà albanese. Posizioni che erano divise e rappresentavano due gruppi diversi. L’Olanda, la Danimarca e la Francia erano convintamente contrari all’apertura dei negoziati. Mentre altri paesi ritenevano che aprendo i negoziati, si poteva controllare meglio la situazione, aiutando a risolvere i problemi. La decisione finale sembra sia stata “un compromesso doloroso e sofferto”, tenendo presenti anche altri problemi intrinseci attuali dell’Unione e dei singoli paesi membri. Germania compresa.

    Ma nonostante le divergenze, i ministri degli Esteri dell’Unione sembra siano stati concordi sul fatto che l’Albania non abbia esaudito ancora le condizioni preposte dalle istituzioni europee. Alla fine, la decisione per l’Albania non è stata quella tanto ambita e sbandierata dal primo ministro albanese, e cioè non è stata decisa l’apertura immediata e senza condizioni dei negoziati. Non è stata prestabilita neanche una data concreta. E comunque non si deciderà prima del Consiglio europeo del dicembre 2019 e soltanto dopo attente verifiche dell’adempimento di tutte le condizioni poste. Ma adesso le condizioni non sono più cinque come prima, ma bensì tredici! Anche questo fatto è, di per se, molto significativo. Con un primo comunicato ufficiale via Twitter è stato reso noto che l’Albania “ha bisogno di ulteriore progresso con la riforma della giustizia, la lotta contro la corruzione, [e] la criminalità organizzata” (Albania: Further progress on judicial reform, fight against corruption, organized crime needed.#EUenlargement #Enlargement).

    Chissà come si sono sentiti anche alcuni alti rappresentanti della Commissione europea. Proprio quelli che, non avendo constatato quanto sopra, gioivano il 17 aprile scorso, insieme con il primo ministro albanese. Perché avevano raccomandato al Consiglio europeo “l’apertura immediata e senza condizioni” dei negoziati con l’Albania!

    Nel documento ufficiale reso pubblico dopo la riunione del 26 giugno scorso dei ministri degli Esteri dell’Unione, i paragrafi 45–54 riguardavano l’Albania. Oltre a quanto sopracitato, è stato stabilito anche che “La decisione per l’apertura dei negoziati con l’Albania verrà sottoposta [anche] alle procedure parlamentarie nazionali”. Cioè alla votazione nei parlamenti dei singoli paesi dell’Unione. Una novità questa, mai adottata prima, come espressione della gravità della situazione. Soltanto dopo il parere positivo dei parlamenti nazionali e dopo l’approvazione del Consiglio europeo, secondo il sopracitato documento ufficiale “si proseguirà con una prima conferenza intergovernativa, a seconda dei progressi attuati”. Progressi che riguarderanno, d’ora in poi, l’adempimento di tredici condizioni, invece di cinque. Sono delle condizioni dettagliate, che riguardano la lotta contro la corruzione, la criminalità organizzata, la coltivazione e il traffico illecito delle droghe. Ci sono addirittura sette condizioni sulla riforma della giustizia, nonché condizioni sullo Stato del diritto e sulla riforma elettorale.

    In realtà, durante il vertice del Consiglio europeo a Bruxelles (28–29 giungo scorso), non è stato discusso l’allargamento dell’Unione, come lo dimostrava anche l’agenda pubblicata sul sito ufficiale. Perciò, in questo caso, sono state semplicemente adottate le decisioni prese dai ministri degli Esteri dell’Unione a Lussemburgo, il 26 giugno 2018.

    Decisioni che hanno messo in grande imbarazzo il primo ministro albanese. Proprio lui che aveva considerato l’apertura immediata e senza nessuna condizione dei negoziati una cosa fatta. E come suo solito, anche in questo caso, ha scelto di mentire, di manipolare la verità. Lui e la sua ben organizzata propaganda, arrampicandosi sugli specchi, hanno cercato, e lo stanno facendo tuttora, di “ammorbidire” l’effetto della decisione presa il 26 giugno scorso a Lussemburgo. Il primo ministro e i suoi stanno tentando adesso di far passare come un successo proprio il contrario di quello che sostenevano fortemente fino ad alcuni giorni fa. Bel coraggio e bella faccia tosta! Aveva ragione Corneille: un bugiardo è sempre prodigo di giuramenti.

    Adesso stanno cercando di manipolare la verità, seguendo due line propagandistiche parallele. La prima, leggendo e commentando diversamente quanto è stato scritto nel sopracitato documento ufficiale. La seconda, cercando di dare la colpa agli altri, “nemici interni e stranieri”, per aver condizionato la decisione presa. E cioè la decisione contraria a quella ambita e desiderata fortemente dal primo ministro albanese. Ma sono talmente disorientati e in difficoltà che non si preoccupano, o non riescono a capire la palese contraddizione logica tra le loro dichiarazioni. Perché o la decisione dei ministri degli Esteri dell’Unione “è stata un successo”, come sostiene il primo ministro, oppure quella decisione “è un fallimento per il governo albanese”, causata da “interventi minatori”. O l’una o l’altra. Ma non tutte e due insieme. Nel frattempo non hanno smentito le aspettative neanche le dichiarazioni di certi ambasciatori in Albania, da tempo sostenitori, e spesso anche portavoce, del primo ministro. La saggezza umana ci insegna però, che è molto difficile per un colpevole ammettere la sua colpa.

    Chi scrive queste righe è stato sempre convinto che non si potevano e, soprattutto, non si dovevano aprire adesso, in queste condizioni, i negoziati per l’Albania come paese candidato all’adesione nell’Unione europea. Il lettore de “Il Patto Sociale” ne è testimone. Egli è altresì convinto che l’attuale governo albanese non potrà mai esaudire le nuove, aumentate e molto severe condizioni poste il 26 giugno scorso a Lussemburgo dai ministri degli Esteri dell’Unione europea. L’adesione, quando sarà, dovrà essere soltanto per meriti e per nient’altro! Non si potrà mai aderire nell’Unione con delle spudorate menzogne sparse come verità.

  • Riunione del Consiglio europeo di Sofia

    Il Consiglio europeo, vale a dire l’incontro al vertice dei Capi di Stato o di Governo dei Paesi membri dell’Unione europea, alla presenza dei leader dei sei partner dei Balcani occidentali – Albania, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, ex Repubblica jugoslava di Macedonia e Kosovo – si è riunito a Sofia il 17 maggio scorso, concludendo i suoi lavori con una dichiarazione congiunta relativa al sostegno inequivocabile alla prospettiva europea dei Balcani occidentali. “Oggi abbiamo ribadito il nostro impegno reciproco a favore della prospettiva europea per l’intera regione. Come ho dichiarato durante la mia recente visita nella regione – ha dichiarato il presidente Donald Tusk – l’Unione europea è, e rimarrà, il partner più affidabile per l’insieme dei Balcani occidentali. E in termini molto concreti abbiamo discusso di come migliorare i collegamenti con la regione dei Balcani occidentali e al suo interno”.

    E’ stato adottato anche il “programma delle priorità di Sofia”, allegato alla dichiarazione, nel quale sono delineate nuove misure per una cooperazione rafforzata con la regione. Si tratta in particolare del rafforzamento del sostegno allo stato di diritto e alla buona governance, di un maggiore impegno per la sicurezza e la migrazione, dello sviluppo socioeconomico con particolare attenzione ai giovani, dell’incremento della connettività, di un’Agenda digitale per i Balcani occidentali e del sostegno alla riconciliazione e alle relazioni di buon vicinato nei Balcani occidentali. “Non vedo per i Balcani occidentali – ha aggiunto Tusk –  altro futuro se non l’UE. Non c’è alternativa, non esiste un piano B. I Balcani occidentali sono parte integrante dell’Europa e fanno parte della nostra comunità”. Ed ha continuato: “Abbiamo discusso su come migliorare i collegamenti con e all’interno della regione dei Balcani occidentali, ovvero le connessioni umane, economiche, digitali e infrastrutturali. Ad esempio – ha continuato il Presidente del Consiglio Ue – abbiamo concordato di raddoppiare Erasmus-più per consentire a un maggior numero di giovani di studiare nell’UE”, di lavorare “per l’abbassamento delle tariffe di roaming” e di cercare di “creare condizioni più favorevoli per gli investimenti privati ​​fornendo migliori garanzie bancarie”. Nonostante l’incoraggiamento che i leader europei hanno espresso ai Paesi dei Balcani occidentali per proseguire il cammino delle riforme orientate all’Ue, non sembra ci sia molto spazio per un ingresso imminente dei sei Paesi nel blocco dell’UE. Secondo la “Strategia europea per i Balcani occidentali”, diffusa dalla Commissione europea lo scorso febbraio, Serbia e Montenegro dovrebbero essere tra i primi, “entro il 2025”, a entrare, mentre per gli altri quattro Paesi l’ingresso potrebbe essere previsto per più tardi. Il tutto a condizione che siano soddisfatte una serie di condizioni che riguardano la legalità, lo stato di diritto, la lotta alla corruzione, etc. E proprio su questi punti, e anche su altre varie motivazioni, più o meno legate alle specificità o alle problematiche nazionali dei Paesi europei, sembra che si concentri lo scetticismo dei leader – e quello, più velato, dello stesso presidente della Commissione  Jean-Claude Juncker. Negli ultimi 15 anni”, ha detto Macron ai giornalisti durante il summit di Sofia, si è percorsa  una strada che “ha indebolito l’Europa, pensando tutto il tempo che sarebbe dovuta essere allargata”. Dopo l’allargamento a Est avvenuto nel 2004, che ha visto l’ingresso di dieci Paesi in un colpo solo, con situazioni economiche e sociali molto differenti tra loro, e con non pochi problemi riguardanti la coesione, non sembra giunto il momento di aprire nuovamente e immediatamente le frontiere a nuovi Paesi, che tra l’altro presentano situazioni problematiche riguardanti la legalità, la corruzione e lo stato di diritto. Le condizioni non sono ancora mature per avere garanzie in ordine a questi punti. Lo stato di diritto se non c’è, o se è traballante, non può essere realizzato con un colpo di bacchetta magica. La corruzione, come in Albania ad esempio, non può essere cancellata con una dichiarazione di buona volontà. Una posizione più attenuata è stata espressa dal Ministro Gentiloni per il “rapporto speciale” che l’Italia ha con i Balcani, “basato su storia, economia e geografia” oltre al fatto che il nostro Paese è “uno dei principali partner economici (della regione) insieme alla Germania”.  Nonostante tutti i distinguo sull’imminenza o meno dell’ingresso – e quelli riguardanti una proroga nel tempo sono maggioranza – la strategia dell’UE resta confermata: i sei Paesi partner dei Balcani hanno una sola prospettiva: l’Europa. Prima risolveranno i loro punti critici, meglio sarà per tutti.

  • Fallimento (vergognoso) di una visita a Berlino

    Non ho mai conosciuto un uomo che, vedendo i propri errori,
    ne sapesse dar colpa a se stesso.

    Confucio

    Il 25 aprile scorso il primo ministro albanese era a Berlino. Una visita ufficiale, per tentare di trovare ed avere l’appoggio della cancelliera e delle istituzioni tedesche per l’apertura dei negoziati per l’Albania come Paese candidato all’adesione nell’Unione europea. Decisione quella, che spetta al Consiglio europeo e che verrà presa a fine giugno prossimo. Ma viste le non poche dichiarazioni e prese di posizione da parte di alcuni rilevanti esponenti politici, sia di singoli Paesi che di quelli vicini alla cancelliera Merkel, le aspettative non sono per niente rassicuranti per il primo ministro albanese, il quale è consapevole che una mancata decisione positiva del Consiglio europeo gli potrebbe costare molto caro, politicamente parlando. Ragion per cui, da arrogante e volgarmente offensivo qual’è in patria, a Berlino ha sfoggiato l’altra faccia della sua personalità. E cioè quella del vigliacco leccapiedi di fronte ai potenti e quelli che non controlla, ma che gli servono. In questa sua seconda veste, durante un’intervista prima dell’incontro con la Merkel, ha detto “…È normale che quando un capo di un governo balcanico viaggia verso Berlino si senta come un pellegrino che incontrerà il Papa”. Un “pellegrino” sulla cui coscienza però peserebbero tante, ma tante malefatte e peccati, difficilmente assolvibili dal “Papa” Merkel.

    Per la cronaca, il 17 aprile scorso, a Strasburgo, la Commissione europea raccomandava al Consiglio europeo l’apertura dei negoziati con l’Albania, come Pease candidato all’adesione nell’Unone europea. Lo stesso giorno, durante la plenaria del Parlamento europeo, il Presidente francese Macron, ha fatto capire che non è tempo adesso per l’allargamento dell’Unione. Dichiarazione che ha messo in imbarazzo il primo ministro albanese (Patto Sociale della scorsa settimana). Perciò ha tentato di avere almeno “una buona parola” dalla tedesca Merkel, per poi sperare in un voto positivo per l’Albania, sia del Bundestag (Parlamento federativo) che del Bundesrat (Consiglio federativo). Purtroppo il soggiorno berlinese è stato tutt’altro che rassicurante per il primo ministro albanese.

    Il 25 aprile scorso, durante una congiunta conferenza stampa con il primo ministro, la cancelliera tedesca ha messo subito in chiaro che “ci sono un numero di precondizioni per aprire i negoziati”. Ricordando però che nel frattempo si devono adempire anche “alcune condizioni per l’inizio dei negoziati dell’adesione”. Si tratta proprio di quelle ben note “cinque condizioni” poste dal 2013 all’Albania dalle istituzioni dell’Unione europea. Ma la cancelliera ha parlato, per la prima volta, anche di “un numero di precondizioni”. Voci di corridoio dicono che si tratterebbe di richieste concrete e inderogabili, indirizzate al primo ministro albanese nell’ambito della lotta contro la criminalità organizzata e la corruzione. Ma questa volta si chiedono prove concrete e non soltanto belle parole. Sarà un miracolo se tutto ciò si avverasse nell’arco di due mesi, quando il Consiglio europeo dovrà decidere. E il primo ministro lo sa benissimo. Ragion per cui, durante la stessa conferenza stampa, ha cercato di ingannare, dichiarando senza battere ciglio “Noi abbiamo fatto dei progressi incredibili” (Sic!). Chi sa di quale realtà virtuale si tratta? Di certo non dell’Albania. Per poi proseguire con le sue ormai solite allusioni e “minacce geopolitiche”, riferendosi alla Russia, alla Turchia e al radicalismo islamico. Facendo così leva su quando dichiarava il presidente della Commissione europea da Strasburgo il 17 aprile scorso (Patto Sociale n.307). “Minacce” espresse esplicitamente soprattutto durante un’intervista, poche ore prima dell’incontro con la Merkel, rilasciata dal primo ministro all’agenzia Reuters. Secondo lui, negando “all’Albania un giorno l’adesione nell’Unione europea, si potrebbe alimentare il radicalismo islamico in questo Stato balcanico, mettendo in pericolo la stabilità regionale. Non lasciate [spazi] vuoti che potrebbero essere riempiti da altri Stati!”. Parla, come suo solito, di minacce e non di meriti, non di criteri adempiti e non di riforme realmente attuate con verificabili risultati. Chi conosce la vissuta realtà albanese capisce bene anche il perché.

    Dopo la sopracitata dichiarazione della raccomandazione positiva della Commissione per il Consiglio europeo sull’apertura dei negoziati con l’Albania, la ben nota Deutsche Welle tedesca ha intervistato il presidente della Commissione per gli Affari dell’Unione Europea del Bundestag tedesco. Lui, Gunther Krichbaum, noto per essere una persona vicina alla Merkel, ha dichiarato tra l’altro che “l’Albania ha ancora molto da fare nella lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata”. Subito dopo quest’intervista, alcuni media controllati dal primo ministro albanese hanno iniziato una campagna diffamatoria, contro il deputato tedesco. Una campagna risultata subito come totalmente infondata, basata su calunnie e notizie false. Come nel novembre 2016, così anche nell’aprile 2018. E guarda caso, lo stesso accusato e gli stessi accusatori (Patto Sociale n. 245). Le reazioni istituzionali e politiche in Germania sono state immediate, con delle conseguenze pesanti per il presunto autore e regista della campagna stessa, il primo ministro albanese. La prima riguardava il rifiuto, da alcuni deputati del Bundestag, dell’invito per la cena ufficiale, all’onore del primo ministro, offerta dall’ambasciatore dell’Albania a Berlino la sera del 24 aprile scorso. Fatto grave e messaggio chiaro e premonitorio.

    Nella mattinata del 25 aprile il primo ministro albanese aveva un’udienza nella Commissione per gli Affari dell’Unione Europea del Bundestag. Udienza durante la quale alcuni deputati, di varie appartenenze politiche e ben informati, hanno argomentato perché il primo ministro non stava dicendo la verità, dandogli del bugiardo. Dopo l’udienza, il presidente della sopracitata Commissione ha dichiarato di aver detto “anche molto personalmente (al primo ministro albanese; n.d.a.) che l’apertura dei negoziati è prematura. Gli sforzi ad oggi per le riforme non bastano”.

    Nel frattempo è stata cancellata la visita a maggio, in Albania, di una delegazione del Bundestag. Si tratterebbe di una visita informativa, per raccogliere dati, nell’ambito del processo dell’adesione dell’Albania nell’Unione europea. Un altro fatto grave e un altrettanto messaggio chiaro e premonitorio. Purtroppo potrebbe non essere l’ultimo fino a fine giugno, quando il Consiglio europeo deciderà sull’apertura dei negoziati con l’Albania. Periodo in cui il primo ministro cercherà, in attesa di un probabile terzo rifiuto da parte del Consiglio europeo, di passare la colpa a “certi deputati tedeschi” e/o a chi sa qual’altro. Una nuova strategia propagandistica per passarla liscia anche questa volta.

    Chi scrive queste righe pensa che il primo ministro, invece di arrampicarsi sugli specchi, ha l’obbligo istituzionale, almeno una volta, di assumere le proprie responsabilità. E riconoscendo i propri errori, magari ne sapesse finalmente, traendo consiglio da Confucio, dar colpa anche a se stesso.

  • Soltanto per merito

    I mediocri del “Politically Correct” negano sempre il merito.
    Sostituiscono sempre la qualità con la quantità.

     Oriana Fallaci

    Il 17 aprile scorso il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, durante la seduta plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, dov’era presente anche il Presidente francese Emmanuel Macron, ha spiegato finalmente la ragione per la quale la Commissione europea ha raccomandato al Consiglio dell’Unione europea l’apertura dell’Unione ai Paesi dei Balcani occidentali

    In quella sede Juncker ha dichiarato che “Se non apriamo le porte [dell’Unione] per i Paesi di quella regione tragica e complicata e se non mostriamo loro una prospettiva europea, [allora] vedremmo ritornare le guerre, esattamente come nel 1990”. Per poi aggiungere “Non voglio il ritorno della guerra nei Balcani, perciò noi dobbiamo aprirci nei loro confronti”.

    Riferendosi a queste dichiarazioni di Juncker, risulterebbe che l’unica vera ragione dell’apertura dell’Unione ai Paesi dei Balcani occidentali ha e avrà a che fare solo e soltanto con le congiunture geopolitiche e la sicurezza nella regione e non, come si dovrebbe, con i meriti e gli adempimenti degli obblighi e delle condizioni poste a ciascuno dei Paesi balcanici. Sarebbe il caso però di ricordare, tra l’altro, che le condizioni storiche e geopolitiche che hanno causato quelle guerre soltanto nell’ex Jugoslavia erano ben diverse da quelle di oggi.

    Il Presidente francese Macron, trattando lo stesso argomento, e cioè l’allargamento dell’Unione ai Paesi dei Balcani occidentali, ha ribadito che anche lui non sarebbe contrario all’avvicinamento dei Paesi dei Balcani occidentali al progetto europeo, ma, secondo lui, non è questo il momento che questi diventino parte dell’Unione. Macron ha dichiarato di sostenere “l’allargamento [dell’Unione] soltanto se prima ci sarà una profonda riforma della nostra Europa”. Per poi ribadire chiaramente di non volere “che i Balcani guardino verso la Turchia o la Russia”, ma di non volere “nemmeno un’Europa, che funziona con difficoltà con i 28 Paesi oggi e 27 domani, la quale possa decidere che noi acceleriamo per diventare domani 30 oppure 32 [Paesi] con le stesse regole”.

    Lo stesso giorno, e sempre da Strasburgo, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini, riferendosi all’allargamento dell’Unione ai Paesi dei Balcani occidentali, informava ufficialmente che “Oggi la Commissione raccomanda al Consiglio [dell’Unione europea] di decidere sull’apertura dei negoziati […] con l’Albania e l’ex repubblica jugoslava della Macedonia”.

    Mentre il 18 aprile scorso Federica Mogherini, durante una conferenza stampa con il primo ministro albanese a Tirana, spiegando le ragioni per le quali la Commissione europea ha deciso una simile raccomandazione, ha ribadito che “nei Balcani occidentali la politica dell’allargamento dell’Unione europea […] è riconciliazione e pace. Le relazioni del buon vicinato, del coordinamento e della cooperazione nella regione [dei Balcani] sono un elemento essenziale delle ragioni perché noi siamo riuniti insieme nell’Unione”.

    Perciò le prevalenti ragioni della raccomandazione per l’allargamento sono sempre le ragioni della stabilità, della sicurezza dei confini dell’Unione europea, nonché quelle geopolitiche. Ma i meriti dove stanno? Perché se si trascurano i meriti e i veri interessi dei cittadini dei Paesi balcanici, anche i problemi che preoccupano i due alti rappresentanti della Commissione europea, non solo non si risolverebbero, ma addirittura potrebbero aumentare. Perché gli scontri potrebbero ritornare nei singoli Paesi balcanici, ma adesso non più tra di loro, come negli anni ‘90, ma bensì tra le criminalità organizzate, per spartire e dominare i traffici illeciti e i mercati delle armi, delle droghe e della prostituzione. Un simile scenario in Albania bisogna prenderlo seriamente in considerazione, fatti e dati alla mano.

    Tornando alla sopracitata conferenza stampa del 18 aprile scorso a Tirana, la Mogherini dichiarava anche di sentirsi ”particolarmente orgogliosa di essere in condizione oggi di portare a Tirana la decisione che la Commissione europea ha preso ieri, di dare [una] raccomandazione positiva per la prima volta nella storia dell’Albania a che il Consiglio europeo avvii i negoziati per l’adesione dell’Albania all’Unione Europea”.

    Qualcuno ricordi all’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza che infatti non è la prima volta che si raccomanda l’apertura dei negoziati per l’Albania come Paese candidato all’adesione nell’Unione europea. Per due volte il Consigolio europeo ha rimandato quando si raccomandava dalla Commisione. La prima volta nel dicembre 2013, la seconda a fine 2016. Con l’auspicio, adesso, che non si avveri il detto “non c’è due senza tre”. Anche perché attualmente singoli Paesi dell’Unione hanno espresso riserve e perplessità. Riserve e perplessità legate alla criminalità organizzata, sempre in pericolosa crescita in Albania, alla corruzione galoppante a tutti i livelli delle strutture statali e dell’amministrazione pubblica, ai traffici illeciti dei stupefacenti ecc. Le sopracitate dichiarazioni del Presidente  Macron potrebbero essere state basate su simili riserve e perplessità.

    Circa un mese fa il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, riferendosi alla realtà albanese, dichiarava che “il traffico delle droghe è una piaga aperta che si deve curare. Bisogna strappare dalle radici le ragioni che hanno portato ad una [simile] situazione drammatica”. Negli ultimi anni sono state tante le dichiarazioni pubbliche, fatte da importanti autorità di diversi Paesi, nonché dai rappresentanti delle specializzate istituzioni e di importanti media internazionali. Dichiarazioni e constatazioni che evidenziavano l’allarmante situazione in Albania. Pochi giorni fa, nel Rapporto per il 2017 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, erano tante le constatazioni che descrivevano realmente quanto sta succedendo in Albania. Ognuna delle qualli basterebbe per far riflettere bene prima della decisione del Consiglio dell’Unione europea, dopo la terza raccomandazione positiva della Commissione. Una, tra le altre, affermava che “La corruzione è diffusa in tutte le strutture del governo… Nonostante il governo avesse i meccanismi per indagare e condannare gli abusi e la corruzione, la corruzione nella polizia (di Stato; n.d.a.) continua ad essere un problema”. Serie e fondate preoccupazioni sulla situazione in Albania sono state ufficilamente espresse, durante gli ultimi giorni, anche dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale.

    Chi scrive queste righe è fortemente convinto, e lo ha sempre espresso su “Il Patto Sociale”, che l’adesione dell’Albania nell’Unione europea si dovrebbe fare solo e soltanto per merito! Non si devono più chiudere gli occhi, le orecchie e la bocca, da chi di dovere, come nella ben nota allegoria delle tre scimmie. Dando così spazio ad altri e ulteriori abusi da parte della classe politica corrotta in Albania. Bisogna importare ed esportare meriti e valori prima di qualsiasi altra cosa. Bisogna importare ed esportare democrazia.

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