Balcani

  • Prevenzione e lotta al terrorismo e all’estremismo: la Commissione rafforza la cooperazione con i Balcani occidentali

    Il Commissario per gli Affari interni e la migrazione Magnus Brunner ha firmato un nuovo piano d’azione comune per la prevenzione e la lotta al terrorismo e all’estremismo violento tra l’UE e i suoi partner dei Balcani occidentali, a margine del forum ministeriale UE-Balcani occidentali su giustizia e affari interni che si tiene a Sarajevo, Bosnia-Erzegovina.

    La sicurezza dei Balcani occidentali è strettamente legata alla sicurezza interna dell’UE. Con questo nuovo piano d’azione l’UE e i Balcani occidentali saranno meglio attrezzati per affrontare le minacce nuove ed emergenti, tra cui la radicalizzazione online, nonché l’impatto delle nuove tecnologie sulle minacce terroristiche, quali i rischi associati all’uso improprio dei droni o all’uso di criptovalute per il finanziamento del terrorismo.

    Il nuovo piano d’azione comune rafforzerà la cooperazione e lo sviluppo di capacità in cinque settori principali: allineamento alla legislazione antiterrorismo dell’UE, prevenzione dell’estremismo, rafforzamento della cooperazione con Europol anche per quanto riguarda le indagini antiterrorismo, rafforzamento della capacità di indagare sul finanziamento del terrorismo e rafforzamento della protezione delle infrastrutture critiche e degli spazi pubblici.

  • Londra prova a proporsi come alternativa a Mosca per i Paesi balcanici

    Il vertice del Processo di Berlino tenutosi mercoledì 22 ottobre a Londra ha confermato l’impegno del Regno Unito nei confronti della regione dei Balcani occidentali, non solo come spazio d’intervento diplomatico multilaterale per sostenere il percorso di integrazione europea dei Paesi candidati, ma anche come campo d’azione privilegiato per le strategie britanniche in materia di migrazione, sicurezza e contenimento delle influenze geopolitiche avversarie. Ospitando i capi dei governi di Albania, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia, il primo ministro britannico Keir Starmer ha rilanciato il ruolo di Londra come attore centrale nei Balcani. Durante l’apertura del summit, Starmer ha definito la regione come “il crogiolo dell’Europa”, sottolineando che qui si mettono alla prova la stabilità e la sicurezza del continente. Il premier ha posto l’accento su tre priorità: sicurezza, lotta alla migrazione irregolare e crescita economica, con particolare attenzione anche al contrasto “all’influenza maligna” della Russia.

    Il dossier migratorio rappresenta il nodo più sensibile per Londra. Con l’aumento degli arrivi attraverso la Manica e il moltiplicarsi delle pressioni sull’opinione pubblica interna, il governo britannico ha intensificato le trattative con diversi Paesi balcanici per ospitare i cosiddetti centri di rimpatrio: strutture dove collocare, in via temporanea, i richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta, prima della loro deportazione definitiva. Il Kosovo avrebbe espresso disponibilità a discutere la proposta, mentre di parere opposto – o quasi – sono le posizioni di Paesi come l’Albania e il Montenegro. Durante un evento ospitato a Chatham House, cui hanno partecipato anche i primi ministri di Tirana e Podgorica, Edi Rama e Milojko Spajic, sono emerse le posizioni dei due Paesi. In effetti, in più di un’occasione Rama ha ribadito all’omologo Starmer di non avere intenzione di “replicare” il modello di cooperazione siglato con l’Italia sul dossier migratorio. Dal Montenegro, invece, emerge una “parziale” contrarietà che potrebbe essere superata nel caso in cui dal Regno Unito giungano importanti investimenti, in particolare nel settore delle infrastrutture dei trasporti.

    Contestualmente allo svolgimento del vertice, il governo britannico ha annunciato nuove sanzioni contro reti criminali basate nei Balcani occidentali, accusate di agevolare il traffico di esseri umani lungo le rotte migratorie. Secondo i dati diffusi dal ministero degli Esteri, nel solo 2024 circa 22 mila persone sarebbero entrate illegalmente nel Regno Unito attraverso queste vie. Le misure varate colpiscono figure chiave del traffico: capi gang, falsari, finanziatori. Tra i soggetti sanzionati figura la rete criminale kosovara “Krasniqi”, responsabile della produzione di passaporti falsi, e la società Alpa Trading Fzco, sospettata di gestire fondi per conto dei trafficanti. “Non vogliamo vedere queste bande operare nel nostro territorio, e tutti noi soffriamo le conseguenze delle loro azioni”, ha dichiarato Starmer al summit, rivendicando anche il successo della cooperazione bilaterale con l’Albania, che ha portato – secondo Downing Street – a una riduzione del novantacinque per cento degli arrivi via piccole imbarcazioni provenienti da quel Paese.

    Ma la strategia britannica nei Balcani va oltre la sola questione migratoria. Londra continua a considerare la regione uno snodo geopolitico fondamentale per la sicurezza europea e per il contenimento delle ambizioni russe. La storica vicinanza tra Mosca e Belgrado, così come l’influenza economica crescente di Cina e Turchia, spingono il Regno Unito a mantenere una presenza attiva e multilivello. In questo senso si inquadra il rafforzamento del sostegno alla missione Nato in Kosovo Kfor, annunciato lo stesso giorno del vertice. Il ministero della Difesa britannico ha riaffermato l’impegno operativo e politico del Regno Unito nella forza internazionale, che resta un elemento di stabilizzazione cruciale nel contesto kosovaro, soprattutto dopo le recenti tensioni tra Pristina e Belgrado. Il comunicato diffuso da Londra sottolinea che la presenza militare britannica “contribuisce direttamente alla sicurezza regionale e alla deterrenza”, e che “la stabilità del Kosovo è fondamentale per l’intera regione dei Balcani occidentali”.

    L’approccio britannico si distingue anche per un’evidente proiezione autonoma rispetto all’Unione europea. Pur sostenendo il percorso d’integrazione dei Balcani nell’Ue – come previsto dallo stesso Processo di Berlino – il Regno Unito punta a rafforzare relazioni bilaterali dirette, svincolate dal quadro normativo di Bruxelles. Quest’approccio post Brexit si traduce in accordi mirati, investimenti strategici, scambi di intelligence e cooperazione sulle politiche di rimpatrio. Londra intende così rimanere un attore centrale in una regione che definisce “essenziale” per la sicurezza dell’intera Europa. In gioco ci sono non solo i flussi migratori, ma anche la tenuta dell’architettura euro-atlantica in una delle aree più fragili del continente, oggi contesa tra l’influenza occidentale e le interferenze esterne. In conclusione, il vertice di Londra ha offerto una fotografia chiara della strategia britannica nei Balcani: deterrenza migratoria, contenimento geopolitico della Russia, proiezione di soft power attraverso sanzioni mirate e strumenti di cooperazione. Mentre l’Unione europea resta il punto di riferimento per le aspirazioni di integrazione, il Regno Unito punta a essere il partner di sicurezza più reattivo e pragmatico dell’intera regione.

  • Di nuovo proteste

    Giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente: dopo la filosofia è necessaria l’azione.
    Victor Hugo, I miserabili, 1862

    Erano le 11:52 del 1° novembre 2024 quando è crollata la tettoria della stazione ferroviaria di Novi Sad. Un crollo che, riferendosi ai dati ufficiali, ha causato 16 vittime, tra le quali un bambino di sei anni, nonché molti feriti. E subito dopo quel drammatico evento, il 3 novembre 2024, in diverse città della Serbia sono cominciate le proteste contro il governo, accusato, tra l’altro, di appalti truccati, di mancanza di trasparenza obbligatoria per legge e di corruzione.

    Da allora delle massicce proteste, organizzate dagli studenti universitari, alle quali hanno partecipato sempre anche decine di migliaia di cittadini, agricoltori con i loro trattori ed altri, si sono svolte a Belgrado ed in altre città della Serbia. “La corruzione uccide” è stato uno dei primi slogan usati durante queste proteste. Riferendosi a quanto è accaduto alla stazione ferroviaria di Novi Sad, i manifestanti sono convinti che quella della stazione sia “un crimine, non una tragedia”. E questa loro convinzione viene annunciata durante le proteste.

    Novi Sad, la seconda città più grande della Serbia, si trova nel nord del Paese, dove passa anche la ferrovia che collega Budapest con Belgrado. L’entrata in funzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collega queste due capitali è prevista per non oltre i primi mesi del prossimo anno. E proprio nell’ambito di questo progetto, già dal 2021, sono stati previsti ed avviati anche i lavori di ristrutturazione della stazione ferroviaria di Novi Sad.

    Bisogna sottolineare che il progetto viene finanziato dalla Cina, nell’ambito di quella che è nota come la Belt and Road Initiative (Iniziativa Cintura e Strada, riconosciuta come la Nuova Via della Seta; n.d.a.). Si tratta di un programma strategico del governo cinese, reso pubblicamente noto nel 2013, che finanzia con più di 1000 miliardi di dollari statunitensi molti investimenti infrastrutturali in diverse parti del mondo, compresa anche l’Europa. Bisogna altresì sottolineare che il Ministero delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti in Serbia ha affidato i lavori per la ricostruzione della ferrovia e della stazione di Novi Sad ad un consorzio di ditte cinesi.

    In seguito alle continue proteste in Serbia legate al tragico evento di Novi Sad, il primo ministro serbo ha presentato le sue dimissioni il 28 gennaio scorso. Lo stesso ha fatto anche il sindaco di Novi Sad. Mentre altri due ministri, quello delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti ed il suo collega del Commercio, si sono dimessi rispettivamente il 4 ed il 20 novembre scorso. Ma nonostante ciò le proteste continuano sempre massicce a Belgrado ed in diverse città della Serbia. I manifestanti chiedono giustizia per le vittime, trasparenza nei contratti pubblici, la pubblicazione dei documenti relativi alla ricostruzione della stazione di Novi Sad, la fine della repressione contro gli studenti ed altri manifestanti, nonché l’aumento del 20% del budget per l’istruzione superiore. Il nostro lettore è stato informato di queste proteste a tempo debito (Proteste massicce che stanno mettendo in difficoltà un regime; 17 marzo 2025).

    Ma le proteste degli studenti e dei cittadini in Serbia contro il regime corrotto, come lo chiamano loro, non si sono placate neanche durante questi ultimi mesi estivi. Le ultime sono cominciate il 12 agosto scorso e sono continuate anche la scorsa settimana. Si tratta sempre di proteste massicce che adesso sono state affrontate duramente dalle forze dell’ordine, nonché da numerosi paramilitari ben armati e determinati, come riportano i media non controllati dal governo serbo, ma anche i molti media internazionali.

    Contro quelle proteste massicce il presidente serbo e i suoi stretti collaboratori ultimamente hanno concepito e stanno attuando una nuova strategia. Si tratta di contro-proteste alle quali partecipano i militanti del Partito Progressivo Serbo (in serbo Srpska napredna stranka – SNS; n.d.a.). Si tratta di un partito nazional-conservatore costituito nell’ottobre 2008 e che, dal 2012 fino al 2023, ha avuto come dirigente Aleksandar Vučić, l’attuale presidente della Repubblica di Serbia. Proprio colui che però ha cominciato la sua vera carriera politica nel 1998, quando diventò ministro dell’Informazione dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia (composta dalla Serbia e dal Montenegro; n.d.a.). Una Repubblica, quella, che aveva in quel tempo come presidente Slobodan Milošević. L’attuale presidente della Serbia, quando era ministro dell’Informazione è stato anche l’ideatore di una famigerata legge proprio sull’informazione. Una legge che violava apertamente la libertà d’espressione dei media oppositori del regime di Slobodan Milošević e prevedeva delle pesanti sanzioni a tutti i media critici. Ragion per cui l’allora ministro dell’Informazione, l’attuale presidente della Serbia, è stato inserito nella Black Lists (Lista nera; n.d.a.) di accesso nei Paesi dell’Unione europea.

    Ebbene, proprio nell’ambito della strategia dell’uso delle contro-proteste per sminuire le influenze delle proteste massicce degli studenti e dei cittadini serbi, cominciate il 3 novembre scorso dopo il crollo della tettoria della stazione ferroviaria di Novi Sad, sabato scorso, 23 agosto, è stata resa pubblica una notizia. Si annunciava che il Partito Progressista Serbo, realmente diretto dall’attuale presidente serbo, appoggiava i raduni dei cosiddetti “cittadini che si contrappongono ai blocchi”. E si fa riferimento ai blocchi causati dalle proteste massicce contro il governo ed il presidente serbo. Si annunciava che quei raduni cominciavano in più di 80 città serbe a partire dalle 18:30 di sabato scorso. La propaganda a servizio del presidente ha cercato di far apparire tutto come un’iniziativa spontanea dei cittadini. Lo stesso presidente serbo ha dichiarato che quei raduni “…non sono contro le proteste in sé, ma contro i blocchi”, cercando così di liberarsi da ogni responsabilità legata alla drammatica realtà causata dal malgoverno e dalla diffusa corruzione.

    Dopo quell’annuncio molti militanti e simpatizzanti del Partito Progressista Serbo sono scesi in piazza in diverse città della Serbia. E ai manifestanti, in una cittadina vicina a Belgrado, si è unito anche il presidente della Serbia. Lui ha dichiarato ai giornalisti presenti che i raduni dei “cittadini che si contrappongono ai blocchi” sono stati “…. regolarmente annunciati e autorizzati, a differenza di quelli del movimento degli studenti, e che si tengono in modo del tutto pacifico e senza alcun episodio di violenza”. E così ha voluto accusare di violenza gli studenti e i cittadini. Ma, fatti accaduti alla mano, sono stati proprio i reparti della polizia e i tanti paramilitari armati che hanno aggredito gli studenti e i cittadini, soprattutto durante le proteste cominciate il 12 agosto scorso in diverse citta della Serbia. Un fatto questo riportato anche dai media internazionali.

    E mentre il presidente serbo ha ottimi rapporti con il suo omologo russo e quello cinese, riesce a ricevere un comportamento “diplomaticamente corretto” anche da alcuni “grandi dell’Europa”, e si sa anche il perché. Ma giovedì scorso il presidente serbo ha personalmente annunciato che aveva avuto un “colloquio telefonico buono e sostanziale” con il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, pubblicamente noto come un dittatore. Il presidente serbo ha affermato che Maduro è un “grande amico della Serbia (Sic!). Ma i saggi latini ci insegnano che similes cum similibus congregantur.

    Chi scrive queste righe sta seguendo sia le proteste massicce degli studenti e dei cittadini in Serbia, sia le contro-proteste dei militanti e i simpatizzanti del Partito Progressista Serbo. Egli pensa che gli studenti e i cittadini serbi devono far propria l’affermazione di Victor Hugo. E cioè che giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente; dopo la filosofia è necessaria l’azione.

  • L’Italia vuole i Balcani nella Ue entro il 2030

    A settant’anni dalla storica Conferenza di Messina del 1955, l’Italia rilancia il suo ruolo di motore dell’integrazione europea e ponte diplomatico. Le celebrazioni tenute a Taormina e Messina hanno richiamato rappresentanti dei 27 Stati membri, dei Paesi candidati all’ingresso nell’Unione e delle istituzioni europee. Al centro dei lavori, una priorità della politica estera italiana: l’accelerazione del processo di allargamento ai Balcani occidentali e a Paesi come Ucraina e Moldova. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito quello dell’Italia come un “messaggio forte a tutti i Paesi candidati a far parte dell’Unione europea” ribadendo che “accelerare i tempi della riunificazione è una priorità” per il nostro Paese. Tajani ha citato come principali beneficiari Albania, Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Kosovo, e ha annunciato: “Per celebrare i 70 anni della Conferenza di Messina e Taormina, abbiamo invitato anche la Moldova e Ucraina proprio per dare un segnale di grande attenzione a questi Paesi”.

    Sulla tabella di marcia l’auspicio è concreto: i Balcani occidentali dovrebbero entrare “prima del 2030”. “L’allora presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, disse il 2030. Io vorrei che si anticipasse il 2030 per i Paesi dei Balcani occidentali, e dopo si parlerà di Moldova e Ucraina, che sono altri due Paesi candidati e che è giusto che facciano parte della nostra Unione”, ha affermato Tajani, ricordando che “ci sono Paesi come l’Albania e il Montenegro che hanno fatto dei passi in avanti molto importanti”. Il titolare della Farnesina ha aggiunto che, ascoltando oggi le parole dei rappresentanti “di tanti di questi Paesi”, la loro intenzione è “fare tutto il possibile per entrare a far parte dell’Unione europea in tempi brevi”. “Hanno fatto una scelta politica, è giusto sostenerli e fare tutto ciò che, anche come Italia, è in nostro potere per aiutarli”, ha aggiunto il ministro.

    Durante la riunione non si è discusso solo di Ue. La Conferenza è stata occasione per affrontare la crisi mediorientale, gravata da un’escalation tra Iran e Israele che desta sempre più preoccupazione. Tajani ha confermato che i nostri ambasciatori “resteranno lì sinché ci saranno italiani da aiutare”, facendo riferimento alle conversazioni avute con i capi missione a Teheran e Tel Aviv, rispettivamente Paola Amadei e Luca Ferrari. L’Italia, inoltre, sta lavorando a dei “charter, i primi probabilmente partiranno dall’Egitto, con a bordo dei cittadini” con l’obiettivo di aiutare i connazionali “a lasciare il territorio di Israele”, ha spiegato Tajani, specificando che non si tratta di “evacuazioni ma di aiuto e coordinamento”. Il messaggio che arriva dalla diplomazia italiana è di presenza continua e operativa, in particolare in quei Paesi con connazionali da assistere, in un contesto geopolitico complesso.

    Pur considerando che la situazione è “preoccupante in generale”, Tajani ha sottolineato che “non ci sono pericoli imminenti per i nostri militari” dislocati nella zona e ha voluto precisare che al momento non ci sono “notizie di basi militari Usa in Italia coinvolte” nell’escalation che coinvolge Iran e Israele, anche se “non sappiamo cosa vorranno fare gli Stati Uniti”. Parole che seguono alcune indiscrezioni riportate dall’emittente dell’opposizione iraniana con sede a Londra “Iran International”, secondo cui la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, avrebbe discusso ieri della possibilità che gli Stati Uniti utilizzino delle basi militari in Italia per attaccare l’Iran, durante degli incontri con funzionari di alto livello dell’intelligence e comandanti delle Forze armate dell’Italia.

    Dalla Conferenza di Messina Taormina è giunto quindi un tentativo di rilanciare il progetto europeo – con l’Italia in prima linea nel chiedere una Europa più ampia, più forte e più coesa – e allo stesso tempo un’azione diplomatica concreta per la gestione delle crisi internazionali. Come riassunto dai passi della conferenza, la Dichiarazione Messina Taormina afferma che il “processo di riforma interna dell’Unione europea dovrà essere portato avanti separatamente, ma in parallelo con il processo di allargamento”. L’Ue, prosegue il testo, sarà così pronta “a completare efficacemente un allargamento basato sul merito, come una priorità geopolitica e un investimento strategico in pace, sicurezza e prosperità per l’intero continente”, in uno spirito di “solidarietà, fiducia reciproca e cooperazione aperta e trasparente”.

  • Proteste massicce che stanno mettendo in difficoltà un regime

    I popoli ben governati e contenti non insorgono. Le insurrezioni, le rivoluzioni

    sono la risorsa degli oppressi e degli schiavi e chi le fa nascere sono i tiranni

    Giuseppe Garibaldi

    ‘La corruzione uccide’. Una breve frase che, dai primi giorni del novembre scorso, è diventata lo slogan delle proteste degli studenti in Serbia. Si tratta di quelle proteste iniziate subito dopo che, il 1° novembre, è crollata la tettoia all’ingresso della stazione ferroviaria di Novi Sad, una città che si trova nel nord della Serbia e dove passa anche la ferrovia che collega Budapest con Belgrado. Il crollo della tettoia causò 15 morti e circa 30 feriti.

    Il 3 novembre, due giorni dopo la tragedia, in diverse città della Serbia sono cominciate le proteste. Nella capitale erano alcune centinaia, tra studenti e cittadini, che hanno protestato davanti alla sede del governo, per poi spostarsi al ministero delle Infrastrutture. I manifestanti, gridando che quello di Novi Sad era “un crimine, non una tragedia”, accusavano il governo di appalti truccati, di mancanza della trasparenza dovuta per legge e di corruzione. Gli studenti, che erano la maggior parte dei manifestanti del 3 novembre scorso a Belgrado, chiedevano proprio di desecretare tutti i documenti sull’appalto per la stazione ferroviaria di Novi Sad ed attivare subito un’indagine indipendente sul caso, nonché le dimissioni del primo ministro, del ministro delle Infrastrutture e del sindaco di Novi Sad. I manifestanti, con le loro mani impregnate di vernice rosso sangue, hanno lasciato le loro impronte sulle facciate delle istituzioni prima di disperdersi.

    Da allora gli studenti, ma anche i cittadini, hanno continuato le loro proteste, sempre più massicce. Durante alcune di quelle proteste, che gli studenti chiamo “Blokade” (blocchi, n.d.a.), si mette in atto l’interruzione del traffico proprio alle 11.52, alla stessa ora in cui è crollata la tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad. Il 22 novembre scorso, a Belgrado, gli studenti della facoltà di Arte drammatica hanno protestato negli ambienti della facoltà. Una protesta pacifica quella degli studenti, i quali però sono stati aggrediti da agenti e civili, sostenitori del partito al potere. E nonostante i media non controllati dal regime del presidente serbo abbiano pubblicato i nomi di alcuni degli aggressori civili, nessuno di loro non è stato fermato dalla polizia. Come è successo anche in molti altri precedenti casi, prima della tragedia di Novi Sad, il 1° novembre scorso.

    Bisogna sottolineare che la stazione ferroviaria di Novi Sad è stata ristrutturata, partendo dal 2021, con dei finanziamenti avuti dalla Cina, nell’ambito di quella che è nota come la Belt and Road Initiative (in italiano riconosciuta come la Nuova Via della Seta; n.d.a.). Un programma strategico del governo cinese, reso noto e ufficializzato nel 2013, che finanzia con più di 1000 miliardi di dollari statunitensi molti investimenti infrastrutturali in diversi parti del mondo. Compresa anche l’Europa. Bisogna altresì sottolineare che i lavori di ricostruzione della ferrovia e della stazione di Novi Sad erano stati affidati, dal governo serbo, ad un consorzio di ditte cinesi. Mentre il ministero delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti, in palese violazione della legge in vigore sull’accesso all’informazione, ha respinto le richieste di avere informazioni sulla ricostruzione della stazione di Novi Sad. Invece, nonostante la ristrutturazione della stazione di Novi Sad non fosse ancora finita, nel 2022 la stazione è stata provvisoriamente aperta durante la campagna elettorale di quell’anno. Si trattava di un’attività elettorale del presidente serbo, accompagnato anche dal primo ministro ungherese (gli stessi di oggi), visto che la ferrovia collegava le due rispettive capitali. E subito dopo quell’attività la stazione è stata di nuovo chiusa per finire i lavori in corso. Finalmente la stazione ristrutturata è stata inaugurata e resa finalmente operativa nel luglio scorso.

    Le proteste degli studenti e dei loro professori in Serbia sono continuate durante tutti questi mesi. A loro si sono aggiunti anche moltissimi cittadini, agricoltori con i loro trattori e tanti altri. Il 24 gennaio scorso in Serbia c’è stato un grande sciopero generale, con dei blocchi stradali sia a Belgrado che in altre città serbe. Ed in seguito alle continue proteste, il 28 gennaio scorso il primo ministro serbo ha presentato le sue dimissioni. Lo stesso ha fatto anche il sindaco di Novi Sad. Mentre altri due ministri, quello delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti ed il suo collega del Commercio, si sono dimessi rispettivamente il 4 ed il 20 novembre scorso.

    Il 27 gennaio 2025 gli studenti e tutti i loro sostenitori avevano bloccato per 24 ore una strada molto trafficata della capitale serba. In seguito a quella protesta e sotto la continua pressione delle precedenti proteste degli studenti, il presidente serbo, il 28 gennaio scorso, aveva dichiarato che era pronto “… a parlare con gli studenti; lo scontro non giova a nessuno”. Affermato, altresì, che stava preparando un “ampio e rapido progetto di rimpasto”. Ed era un progetto che prevedeva altri ritiri. Il 28 gennaio, annunciando le sue dimissioni, il primo ministro serbo, nato a Novi Sad e sindaco della città dal 2012 fino al 2022, ha dichiarato che “… come Governo è il momento di essere il più possibile responsabili”. Aggiungendo che “… per diminuire le tensioni fra noi e i manifestanti, ho preso la decisione di fare un passo indietro”. Dimissioni quelle sue che sono state solo una “formalità dovuta”, visto che tuttora non c’è un nuovo primo ministro della Serbia, mentre le dichiarazioni del presidente serbo sono rimaste solo tali, perché nessuna azione concreta è stata compiuta ad oggi.

    Le proteste massicce in Serbia sono continuate anche durante le scorse settimane. L’ultima, in ordine di tempo, è stata quella di sabato scorso a Belgrado. Una protesta chiamata “15 per 15”. Sì, perché è stata  svolta per ricordare le 15 vittime della stazione di Novi Sad proprio il 15 marzo. E come sempre, in tutte le precedenti proteste, i partecipanti hanno osservato 15 minuti di silenzio per ricordare ed onorare le vittime della tragedia del 1° novembre scorso. Secondo le autorità i partecipanti erano poco più di 100.000 persone, mentre per gli organizzatori della protesta, sabato erano scesi in piazza non meno di 275.000 persone. Lo hanno confermato anche fonti mediatiche non controllate dal regime. Erano studenti, insegnanti e professori universitari, cittadini e agricoltori che hanno partecipato alla protesta. Molti di loro, non abitanti di Belgrado, sono arrivati la mattina del 15 marzo nella capitale, marciando a piedi, oppure usando le loro biciclette. Gli studenti che, ormai da più di quattro mesi, sono anche gli organizzatori delle proteste contro il regime del presidente serbo hanno ripresentato sabato scorso le loro quattro richieste. Loro chiedono alle autorità di rendere pubblici tutti i documenti riguardanti la ristrutturazione della stazione ferroviaria di Novi Sad. In più gli studenti chiedono alle strutture competenti di indagare su tutti coloro che sono stati coinvolti in ogni atto aggressivo contro i partecipanti alle proteste e di prendere le dovute misure previste dalle leggi in vigore. La sospensione dell’incriminazione degli studenti arrestati durante le proteste è un’altra richiesta degli studenti. Loro chiedono anche un aumento del 20% dei finanziamenti per l’istruzione superiore.

    Il presidente serbo, dopo la massiccia protesta del 15 marzo scorso, ha dichiarato: “Ora, le autorità devono cogliere il messaggio portato dalle persone che sono arrivate oggi nella capitale”. Aggiungendo: “Dobbiamo cambiare e cambiare tutto ciò che ci circonda”. Compresa anche la possibilità di incontrare i manifestanti e di indire un referendum e nuove elezioni. Ma ha respinto le precedenti proposte per un governo di transizione, con il compito di preparare elezioni anticipate.

    Chi scrive queste righe valuta che le proteste massicce stanno mettendo in difficoltà il regime. Aveva ragione Garibaldi. Sì, i popoli ben governati e contenti non insorgono. Le insurrezioni, le rivoluzioni sono la risorsa degli oppressi e degli schiavi. E chi le fa nascere sono i tiranni.

  • Diversi conflitti e scontri armati in corso

    Mai pensare che la guerra, non importa quanto necessaria,

    non importa quanto sia giustificata, non sia un crimine.

    Ernest Hemingway

    Era il 18 dicembre 2022. Durante un’intervista ad una rete nazionale televisiva italiana alla vigilia di Natale, Papa Francesco ha, tra l’altro, detto: “Da tempo io ho parlato, stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzetti. Quella dell’Ucraina ci sveglia un po’ perché è vicina, ma la Siria da 11 anni che è in guerra terribile. Lo Yemen quanto? Myanmar? Dappertutto in Africa. Il mondo è in guerra”. Da anni ormai il Santo Padre sta parlando di “una terza guerra mondiale a pezzi”. Lo ha ribadito anche l’8 gennaio scorso durante il tradizionale incontro con il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. “Il mondo è attraversato da un crescente numero di conflitti che lentamente trasformano quella che ho più volte definito una terza guerra mondiale a pezzi in un vero e proprio conflitto globale”. ha detto allora papa Francesco. Un tema che il Santo Padre ha trattato anche durante la sua visita in Belgio, il 27 settembre scorso, ripetendo, accanto al Re e alla Regina del Paese, la sua grande preoccupazione per la situazione in diverse parti del pianeta. “Il mondo è malato a causa delle fratture e delle ostilità che impediscono la pace e generano distruzione”, ha detto il Pontefice. Ed ha aggiunto che “Siamo vicini a una guerra quasi mondiale. I governanti sappiano assumersi la responsabilità, il rischio e l’onore della pace”.

    La sua preoccupazione sulla drammatica situazione in diverse parti del mondo Papa Francesco la ha espressa anche domenica scorsa, 1° dicembre. Il Pontefice, come fa sempre ormai dopo ogni sua recita dell’Angelus dall’inizio della guerra in Ucraina, ha affermato: “…Esprimo la mia preoccupazione, il mio dolore, per il conflitto che continua a insanguinare la martoriata Ucraina. Assistiamo da quasi tre anni a una tremenda sequenza di morti, di feriti, di violenze, di distruzioni”. Poi ha sottolineato che “La guerra è un orrore, la guerra offende Dio e l’umanità, la guerra non risparmia nessuno, la guerra è sempre una sconfitta, una sconfitta per l’umanità intera!”. Ma il Santo Padre ha anche invitato tutti di pregare “…per la Siria, dove purtroppo la guerra si è riaccesa causando molte vittime”. Aggiungendo convinto che “…Se prevalgono l’assuefazione e l’indifferenza agli orrori della guerra, tutta, tutta la famiglia umana è sconfitta.”.

    Sì, in Siria da alcuni giorni ormai si sta combattendo. Combattono alcuni raggruppamenti ribelli e terroristi contro l’esercito regolare siriano. Uno di quei raggruppamenti rappresenta una delle frazioni jihadiste di Al Qaeda. Ma tra i gruppi combattenti ribelli ci sono anche coloro che hanno l’appoggio della Turchia che, come è ormai noto pubblicamente da anni, non ha smesso mai di contrastare i curdi, sia quelli turchi che siriani. Ebbene, dopo pochissimi giorni l’esercito siriano, ritirandosi, ha permesso agli oppositori del governo di entrare ed occupare alcune città nel nord del Paese e soprattutto Aleppo, la seconda città come grandezza ed importanza, dopo la capitale Damasco. E, guarda caso, tutto è cominciato proprio mentre è entrato in vigore il cessate il fuoco in Libano. Una situazione quella siriana che ha messo in movimento, oltre ai belligeranti locali, anche altri Paesi, quali la Russia e l’Iran, in sostegno del governo e, come sopra menzionato, la Turchia che appoggia in vari modi gli oppositori del governo. Da due giorni ormai è entrata in azione anche l’aviazione russa accanto ai reparti aerei dell’esercito siriano per contrastare l’avanzamento dei ribelli e i terroristi. E tutto ciò dopo tredici anni, tempo in cui cominciò il conflitto in Siria.

    Ovviamente non si è trattato di un’iniziativa “a caso”. Dalle analisi fatte dagli specialisti durante questi ultimi giorni, risulterebbe molto probabile che tutto sia dovuto all’altro conflitto armato nel Medio Oriente, quello tra Israele e Hamas. Un conflitto che ha in seguito coinvolto anche i militari Hezbollah, i quali, in vistosa difficoltà, hanno accettato di firmare il cessate il fuoco tra Israele ed il Libano. Un accordo quello entrato in vigore alle ore 04.00 del 27 novembre scorso, il quale prevede che nell’arco di 60 giorni si garantirà la creazione di una zona sicura di 30 chilometri nel sud del Libano. E durante questo periodo di tempo Israele si impegnerà a rientrare entro i suoi confini nazionali. Come garante del rispetto di questo accordo ci sarà un comitato internazionale a guida statunitense. Ma, sempre secondo le analisi fatte durante questi ultimi giorni, risulterebbe altrettanto probabile che l’attacco dei raggruppamenti ribelli e terroristi contro l’esercito siriano sia dovuto anche ad altre realtà geopolitiche e non solo. Realtà legate, oltre all’indebolimento delle formazioni militari dei Hezbollah, anche all’impegno militare in Ucraina della Russia, un forte sostenitore del governo siriano, che perciò non può impegnarsi pienamente in Siria. Ma anche alla situazione interna dell’Iran, coinvolto, altresì, nel conflitto della Striscia di Gaza, avviato il 7 ottobre 2023. Un conflitto quello di alcuni giorni fa in Siria, che ha generato una nuova e molto preoccupante situazione nel Medio Oriente. Una regione quella, dove si sono schierati, per diversi motivi ed interessi anche altri Paesi come la Russia, l’Iran, gli Stati Uniti d’America, la Cina, la Turchia ed altri.

    All’appena cominciato conflitto in Siria tra i raggruppamenti ribelli e terroristi, appoggiati dalla Turchia e l’esercito siriano, sostenuto dalla Russia e dall’Iran hanno subito reagito anche le potenze internazionali. Con una loro dichiarazione congiunta gli Stati Uniti d’America, la Francia, la Gran Bretagna e la Germania hanno affermato che “…l’attuale escalation non fa che sottolineare l’urgente necessità di una soluzione politica guidata dalla Siria al conflitto, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. Una Risoluzione adottata il 18 dicembre 2015 che stabilisce le linee guida per una soluzione politica del conflitto iniziato in Siria dal 15 marzo 2011. Alla sopracitata Risoluzione fanno riferimento anche le conclusioni del Consiglio europeo del 18 ottobre scorso. Conclusioni in cui, tra l’altro, si ribadisce che “Solo una soluzione politica in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza Onu permetterà a tutti i siriani di vivere in pace e sicurezza”.

    Anche nei Balcani, in questi ultimi giorni, la situazione non è tranquilla. E si tratta di nuovo di un conflitto tra la Serbia ed il Kosovo. Nella notte del 29 novembre scorso una forte esplosione ha gravemente danneggiato un importante acquedotto nel nord del Kosovo, a Zubin Potok. Si tratta di un acquedotto che oltre al rifornimento con acqua di vaste aree del Kosovo, fornisce anche le centrali elettriche del Paese. Il che ha generato gravi e multidimensionali problemi non solo per la popolazione. Tenendo presente anche altri atti simili nel passato, le massime autorità del Kosovo hanno accusato la Serbia. Il Consiglio di sicurezza del Kosovo, riunito nella mattinata del 30 novembre ha affermato che la Serbia “… ha la capacità per un simile attacco criminale e terroristico”. Immediate sono state anche le reazioni delle istituzioni internazionali e dei rappresentanti delle cancellerie dei Paesi occidentali. Tutti hanno condannato l’atto ed hanno espresso preoccupazioni per le probabili e pericolose conseguenze in un periodo come questo e tenendo presente le alleanze della Serbia con la Russia, ma non solo.

    Chi scrive queste righe seguirà questo nuovo conflitto nel nord del Kosovo ed informerà il nostro lettore. E nonostante le dimensioni si tratta sempre di un conflitto che si aggiunge ai diversi altri in corso nel mondo. Chi scrive queste righe pensa che i massimi rappresentanti delle cancellerie occidentali e delle istituzioni internazionali devono trarre sempre lezione anche dalla convinzione di Ernest Hemingway sulle guerre. E  cioè che non bisogna mai pensare che la guerra, non importa quanto necessaria, non importa quanto sia giustificata, non sia un crimine.

  • Elezioni statunitensi ed aspettative balcaniche

    Ora sapete come è l’aspettativa: immaginosa, credula, sicura;

    alla prova poi, difficile, schizzinosa….

    Alessandro Manzoni

    Rivolgendosi ai suoi discepoli, che insieme con lui erano saliti alla montagna, Gesù disse loro: “Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta” (Vangelo secondo Matteo, 5/14; n.d.a.). Riferendosi proprio a questi versi anche il puritano inglese John Winthrop si rivolse ai suoi compagni di viaggio, mentre si apprestavano ad arrivare al Nuovo Mondo nel lontano 1630. “Noi dobbiamo sempre considerare che dobbiamo essere come una città sopra una collina; gli occhi di tutta la gente sono su di noi”. Parole che ispirarono anche Ronald Reagan durante il suo ultimo discorso da presidente degli Stati Uniti d’America, dopo la fine del suo secondo mandato. Durante quel discorso, nel gennaio 1989, lui immaginava gli Stati Uniti come “una città luminosa, una città su una collina”. Un modello che, secondo lui, avrebbe dovuto ispirare, illuminare e attrarre tutti coloro che apprezzano la libertà e la democrazia.

    Il 5 novembre scorso si sono svolte le elezioni negli Stati Uniti d’America. Erano le 60e elezioni, dopo le prime, quelle del 1788-1789, in cui è stato eletto il primo presidente degli appena costituiti Stati Uniti d’America, George Washington. Gli Stati Uniti sono stati costituiti durante il secondo congresso continentale il 4 luglio 1776, come unione di tredici colonie britanniche che decisero di staccarsi dal Regno Unito. Durante quel congresso è stato approvato il testo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Un testo scritto da Thomas Jefferson, uno dei Padri Fondatori della nuova Federazione. Un anno dopo, nel 1787 è stata presentata la Costituzione degli Stati Uniti d’America, che è entrata poi in vigore nel marzo del 1789.

    Il 5 novembre scorso si è votato per eleggere sia il presidente, che tutti i rappresentanti del 119o Congresso, ossia la Camera dei rappresentanti, nonché 34 nuovi rappresentanti del Senato. Ebbene, dalle elezioni è uscito vincitore il candidato del partito repubblicano, Donald Trump, ottenendo il suo secondo mandato non consecutivo come il 47° presidente degli Stati Uniti d’America. In più, dalle elezioni del 5 novembre scorso il partito repubblicano, ad ora, ha vinto anche la maggioranza dei seggi del Senato e della Camera dei rappresentanti.

    Ovviamente le elezioni del 5 novembre scorso negli Stati Uniti d’America non potevano non attirare l’attenzione delle cancellerie di tutto il mondo, dei media e delle più importanti istituzioni internazionali, quelle dell’Unione europea comprese. Il risultato di quelle elezioni ha suscitato delle aspettative anche nei Paesi balcanici. Paesi che, per varie ragioni cercano delle alleanze, oltre a quelle ormai stabilite o, almeno, degli appoggi temporanei. Ragion per cui vedono nel nuovo presidente degli Stati Uniti d’America un probabile alleato e/o sostenitore dei loro interessi. E stanno facendo di tutto per riuscirci, compresi il coinvolgimento degli “emissari” che possono garantire dei “rapporti d’affari” con i più stretti famigliari del presidente appena eletto. Ma ci sono anche alcuni rappresentanti politici dei Paesi balcanici che, nel passato, hanno avuto dei rapporti non buoni con alcune persone molto vicine al nuovo presidente statunitense, persone che con buone probabilità avranno delle importanti cariche istituzionali. Cariche che possono avere delle influenze significative anche nella regione dei Balcani occidentali.

    Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti sono state seguite con grande attenzione ed interesse in Serbia. I massimi rappresentanti del Paese hanno festeggiato la vittoria di Donald Trump. Proprio loro che hanno un appoggio dichiarato dal presidente della Russia e da altri Paesi che, sulla carta, non hanno o, almeno, non dovrebbero avere buoni rapporti con gli Stati Uniti d’America. E si tratta di importanti rapporti geopolitici, geostrategici, economici ed altri. Il presidente della Serbia si è vantato di essere stato tra i primi che aveva salutato personalmente il nuovo presidente statunitense.

    “Sono stato tra i primi al mondo. Forse lo ha fatto [prima di me] solo il presidente australiano. Ho parlato anche con delle persone dal suo più ristretto ambiente. […]. In Serbia tutti speravano in una vittoria di Donald Trump a causa degli avvenimenti del 1999. Molte persone pensavano che lui era un diavolo, ma adesso sembrerà un angelo…” ha detto il presidente serbo. Aggiungendo altresì che “…è importante per me che lui è un imprenditore e credo che i nostri rapporti saranno migliori”. Bisogna sottolineare che nel maggio scorso il genero di Trump ha firmato con il governo serbo un contratto di investimenti di circa 500 milioni di dollari per delle costruzioni in pieno centro della capitale della Serbia.

    L‘elezione di Trump ha reso molto felice anche il presidente della Republika Srpska (Repubblica Serba; n.d.a.) di Bosnia ed Erzegovina che è una delle due entità del Paese. I media hanno fatto vedere lui bevendo grappa e cantando, mentre seguiva in televisione i risultati che confermavano la vittoria di Donald Trump. Bisogna sottolineare che il presidente della Republika Srpska è stato dichiarato in precedenza una persona “non grata” per gli Stati Uniti d’America come un estremista serbo. Anche lui però è, come il presidente serbo, molto legato al presidente della Russia. Lui però si è vantato, scrivendo nelle reti sociali dopo la vittoria di Trump, che “Siccome l’ambasciata statunitense a Sarajevo non ha organizzato la festa per la vittoria di Donald Trump l’ho organizzato io come presidente della Republika Srpska”.

    Il risultato delle elezioni presidenziali del 5 novembre scorso negli Stati Uniti è stato seguito anche in Kosovo con interesse. Si perché i massimi dirigenti del Paese avevano delle aspettative per la vittoria della candidata del partito democratico. Ma nonostante ciò anche loro, formalmente, hanno salutato il presidente eletto. Bisogna sottolineare che alla fine del suo primo mandato, il presidente Trump il 4 settembre 2020 ha ospitato nel suo ufficio le delegazioni della Serbia e del Kosovo per firmare un “accordo economico”. Ma, secondo gli analisti, le ragioni erano ben altre, tra cui anche la possibilità di ripartizioni territoriali tra i due Paesi. Una proposta che non è stata mai accettata dagli attuali rappresentanti governativi e statali del Kosovo.

    La vittoria di Donald Trump è stata salutata anche dal primo ministro albanese. Sì, proprio da lui che alla vigilia delle elezioni del 2016 dichiarava convinto che “… nessun problema a ripetere, sia in albanese che in inglese, che Donald Trump è una minaccia per l’America e che non si discute che è una minaccia anche per i rapporti tra l’Albania e gli Stati Uniti”. Il primo ministro albanese allora era altresì convinto che “È vergognoso per gli Stati Uniti d’America eleggere un presidente come Donald Trump!…Se Trump sarà presidente, questa sarà una disgrazia per gli Stati Uniti!”. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito (Dichiarazioni irresponsabili e deliranti, 21 novembre 2016; Piroette geopolitiche e alleanze instabili, 4 novembre 2019). Ma adesso lui ha cambiato completamente opinione sul presidente appena eletto. “La vittoria di Trump potrebbe essere qualcosa migliore per l’Europa”, dichiarava la scorsa settimana da Budapest il primo ministro albanese. Per lui adesso gli Stati Uniti con Donald Trump saranno “una città luminosa, sulla collina”. Chissà perché?! Ma niente può stupire da un saltimbanco senza scrupoli come lui!

    Chi scrive queste righe seguirà come andranno a finire le aspettative balcaniche legate al risultato delle elezioni statunitense del 5 novembre scorso. Ma anche per i rappresentanti politici dei Paesi balcanici potrebbe essere valido quanto scriveva Alessandro Manzoni. E cioè che “Ora sapete come è l’aspettativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova poi, difficile, schizzinosa…”.

  • Di nuovo tensione nei Balcani

    I Balcani producono più storia di quanta ne possono digerire.

    Winston Churchill

    Winston Churchill, durante la sua lunga attività politica, ma non solo, ne aveva acquisita tanta di esperienza! Era un uomo che aveva delle distinte capacità, sia come statista che come giornalista, storico e scrittore. Ne assunse di grandi responsabilità come primo ministro del Regno Unito, dal 1940 fino al 1945, e cioè durante quasi tutta la seconda guerra mondiale. Responsabilità che ha onorato, diventando, come viene ormai riconosciuto da tutti gli studiosi, come il più noto primo ministro britannico dal secolo scorso ad oggi. Winston Churchill era un buon conoscitore anche di altri Paesi europei, oltre al Regno Unito. Compresi i Balcani. E proprio riferendosi alla storia ed agli sviluppi nella penisola balcanica dopo la seconda guerra mondiale e grazie alla sua esperienza, Churchill disse una frase rimasta ormai molto nota, significativa ed attuale. E cioè che i Balcani sono “una terra che produce più storia di quanta ne possa digerire”.

    All’inizio del secolo passato, quando l’Impero ottomano si stava sgretolando, i Paesi dei Balcani, ma non solo, furono coinvolti nelle due guerre balcaniche (1912-1913). Poi, dopo la prima guerra mondiale, si ristabilirono alcuni tra i confini dei Paesi balcanici e si costituirono nuove entità statali. Altri sviluppi sono stati messi in atto nei Balcani anche dopo la seconda guerra mondiale, in seguito alle decisioni prese alla conferenza di Jalta in Crimea  (4-11 febbraio 1945). Decisioni che videro quasi tutti i Paesi balcanici allinearsi con l’Unione Sovietica, tranne la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia composta dalle repubbliche indipendenti di Serbia e Montenegro, Slovenia, Croazia, Macedonia e Bosnia ed Erzegovina. I successivi cambiamenti geopolitici nei Balcani sono stati effettuati dopo il crollo del muro di Berlino, agli inizi degli anni ’90 del secolo passato. La Jugoslavia si sgretolò e tutte le sue repubbliche che la componevano divennero, una dopo l’altra, degli Stati indipendenti.

    L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il Kosovo che fino al 2008 era una provincia autonoma della Serbia. Ma, prima della dichiarazione di indipendenza, tra la Serbia ed il Kosovo c’è stata la guerra del 1999. Una guerra che vide la NATO  (North Atlantic Treaty Organization; Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord; n.d.a.) sostenere il Kosovo. Le forze armate della NATO hanno attaccato la Serbia. Per più di due mesi, partendo dal 24 marzo e fino al 10 giugno 1999, ci sono stati dei continui attacchi aerei della NATO che, alla fine, costrinsero la Serbia a rassegnarsi. E proprio il 10 giugno 1999 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adottò la Risoluzione 1244 con la quale si autorizzò la presenza internazionale, civile e militare, nel Kosovo. Il che ha portato all’amministrazione del Kosovo da parte delle Nazioni Unite. Sempre in base alla Risoluzione 1244 in Kosovo sono stati costituiti un governo ed un parlamento provvisorio. Il Paese è stato messo sotto un protettorato internazionale, sia da parte delle forze della NATO che dell’UNMIK (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo – più brevemente United Nation Mission in Kosovo; Missione di Amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo; n.d.a.). Presenze quelle che sono tuttora attive. Sull’indipendenza del Kosovo si è espressa anche la Corte internazionale di Giustizia, nota altresì come il Tribunale internazionale dell’Aia. La Corte ha deliberato che “la Dichiarazione dell’Indipendenza del Kosovo non ha violato il diritto internazionale” e che i suoi promotori “hanno agito nella qualità di rappresentanti del popolo del Kosovo”.  Il Kosovo è riconosciuto come Stato indipendente da 103 dei 193 Paesi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Mentre dai Paesi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il Kosovo è riconosciuto già dal 2008 dagli Stati Uniti d’America, dalla Francia e dal Regno Unito. Invece la Russia e la Cina lo considerano ancora come la provincia autonoma della Serbia. Come era anche nell’ambito della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

    Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, durante questi ultimi anni, dei rapporti tra la Serbia ed il Kosovo, nonché degli ripetuti attriti tra di loro (Finanziamenti occulti in cambio di influenze internazionali, 23 gennaio 2023; Lunghe mediazioni europee e solo un accordo verbale, 27 marzo 2023; Non c’è pace nei Balcani, 5 giugno 2023; Bisogna pensare responsabilmente alle conseguenze, 12 giugno 2023 ecc..). Rapporti che, formalmente, sono stati stabiliti da alcuni accordi tra i due Paesi, con la mediazione delle istituzioni dell’Unione europea e anche degli Stati Uniti d’America. In particolare quelli del 2013 e del 2015 prima ed in seguito all’accordo di Bruxelles del 27 febbraio 2023 e poi, poche settimane dopo, l’accordo di Ohrid del 18 marzo 2023. Bisogna sottolineare che questi due ultimi accordi però sono stati soltanto verbali, ma non ufficialmente firmati, sia dal presidente della Serbia che dal primo ministro del Kosovo, nonostante quest’ultimo avesse dichiarato la sua disponibilità a firmare. L’autore di queste righe scriveva convinto allora per il nostro lettore che “…l’accordo non firmato di Ohrid, raggiunto dopo le lunghe e difficili mediazioni europee, soprattutto dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, purtroppo non sarà rispettato. Non a caso è stata rifiutata la firma finale” (Lunghe mediazioni europee e solo un accordo verbale; 27 marzo 2023). E purtroppo quanto è accaduto da allora ad oggi lo conferma.

    Dieci giorni fa, il 13 settembre, il presidente della Serbia si è rivolto alla nazione con un discorso trasmesso in diretta dal palazzo di Serbia a Belgrado. Durante quel discorso il presidente serbo ha buttato in aria tutto quello che si era raggiunto, con non poche fatiche, durante tutti questi anni. Ha ignorato quello che lui stesso e/o chi per lui, in occasione delle elezioni in quattro comuni nel nord del Kosovo, con una maggioranza etnica serba, avevano dichiarato circa due anni fa ed in seguito. Anche di questo il nostro lettore è stato informato (Non c’è pace nei Balcani; 5 giugno 2023). Durante il suo discorso del 13 settembre scorso, il presidente serbo ha presentato quelle che sono state citate come le “cinque misure e le sette richieste” come precondizione per “tornare ad un dialogo genuino” con i rappresentanti istituzionali del Kosovo. Una delle “misure” sancisce la proclamazione, con una nuova legge, del Kosovo come una “area sociale speciale” parte integrante della Serbia. Il presidente serbo ha altresì garantito che il Parlamento approverà entro la fine del mese prossimo un’altra legge, secondo la quale tutte le istituzioni costituite in Kosovo dopo la dichiarazione dell’Indipendenza, il 17 febbraio 2008, saranno considerate illegali. Lui ha promesso che a breve comincerà una “campagna globale diplomatica” per garantire l’adempimento di queste richieste e misure presentate il 13 settembre scorso.

    Dopo le dichiarazioni del presidente serbo hanno reagito, con un linguaggio “diplomaticamente corretto”, anche i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea e quelli del Dipartimento di Stato statunitense. Reazioni che, come anche in passato, sono state molto ambigue. Invece la portavoce del ministero degli Esteri russo è stata chiara. Senza nessuna ambiguità, il 20 settembre scorso lei ha dichiarato che l’iniziativa del presidente serbo è l’unica via da seguire e che la Russia “appoggia totalmente le richieste presentate”.

    Chi scrive queste righe, riferendosi alle nuove tensioni causate dal discorso del presidente serbo il 13 settembre scorso, semplicemente si ricorda della celebre frase di Winston Churchill. E cioè che i Balcani producono più storia di quanta ne possono digerire. Aveva proprio ragione.

  • Reazioni dopo le notizie di progetti milionari occulti nei Balcani

    Dai potenti vengono gli uomini più malvagi

    Socrate

    La scorsa settimana il nostro lettore veniva informato su alcuni progetti milionari occulti, sia in Serbia che in Albania. Progetti finanziati da Jared Kushner, il genero del ex presidente statunitense Donald Trump, e resi pubblici da alcuni ben noti giornali internazionali come The New York Times, Newsweek, Bloomberg News ed il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung. Secondo quanto riferiscono i giornalisti investigativi, il genero di Trump è convinto che si tratterebbe di progetti molto redditizi. “Per lui anche nei Balcani si potrebbe investire su delle lussuose strutture turistiche ed altro. Ragion per cui ha scelto di investire sia in Serbia che in Albania. Almeno da quello che si sa pubblicamente per il momento. E perché i suoi progetti milionari abbiano successo, il genero di Trump ha trattato direttamente con due autocrati, il presidente serbo ed il primo ministro albanese” (Poteri ed interessi occulti nei Balcani ed altrove; 25 marzo 2024).

    Il progetto in Serbia riguarda la costruzione, in pieno centro di Belgrado, di una lussuosa struttura alberghiera ed un complesso di appartamenti. Un progetto che potrebbe avere un costo finanziario di circa 500 milioni di dollari. Costruzioni previste in un terreno dove fino al 1999 c’era la sede del Comando supremo dell’esercito jugoslavo. Una sede bombardata e distrutta allora durante gli attacchi aerei, nell’ambito dell’Operazione Allied Force (Forza Alleata; n.d.a.) contro la Repubblica federale di Jugoslavia. Invece in Albania sono stati previsti due, altrettanto occulti e milionari, progetti edilizi del valore di circa 1 miliardo di dollari. Si tratta sempre di lussuose strutture alberghiere e residenziali che sono state tenute nascoste al pubblico fino ad una decina di giorni fa. Invece, come prevede la legislazione in vigore, si doveva discutere e consultare i diversi gruppi di interesse. Il nostro lettore veniva informato la scorsa settimana che “…i due progetti in Albania prevedono costruzioni in aree protette. Uno sulla maggior isola albanese nel golfo di Valona, zona marina protetta. L’altro, sempre in un’isola in mezzo ad una bellissima laguna nel nord di Valona, anche quella zona protetta, sia per i valori naturali, che quelli storici ed architettonici. E, guarda caso, il parlamento albanese ha approvato il 22 febbraio scorso, con una procedura abbreviata, alcuni emendamenti sulla legge per le aeree protette. Adesso si capisce anche il perché. Ormai questi due progetti, sostenuti da poteri ed interessi occulti e portati avanti fino alla scorsa settimana in gran segreto, non hanno più delle difficoltà, neanche legali, per essere attuati”. Riferendosi ai progetti in Serbia ed in Albania, l’autore di queste righe specificava, altresì, che “….si tratta sempre di progetti, ideati e portati avanti in un modo occulto, che soddisfano sia coloro che li propongono che quelli che hanno dato il loro beneplacito; il presidente serbo ed il primo ministro albanese. Due autocrati che si trovano in difficoltà nei rispettivi Paesi e che sperano e fanno di tutto per avere un sostegno statunitense se Trump vincesse le elezioni il prossimo 5 novembre” (Poteri ed interessi occulti nei Balcani ed altrove; 25 marzo 2024).

    Sono state immediate le reazioni dopo la propagazione delle notizie sui sopracitati progetti occulti. In Serbia alcuni movimenti politici e della società civile hanno subito contestato il progetto della costruzione di una lussuosa struttura alberghiera ed un complesso di appartamenti in pieno centro di Belgrado. In meno di un giorno sono state raccolte più di 10.000 firme per una petizione contro il progetto. Un dirigente dell’opposizione, riferendosi alle previste costruzioni lussuose lì dove fino al 1999 c’era il Quartiere generale dell’esercito jugoslavo, ha dichiarato che si trattava di “…una questione dell’orgoglio dello Stato e dei cittadini. E noi abbiamo il buon esempio quando i terroristi hanno abbattuto le torri gemelle a New York. Gli americani non hanno dato quel terreno ad alcuni investitori arabi per costruire i propri alberghi. Essi hanno costruito [invece] un monumento per le loro vittime”. Mentre un noto attivista, sempre riferendosi agli accordi occulti tra il genero  di Trump e il presidente serbo Aleksandar Vučić, tra l’altro ha detto una frase molto significativa: “…la Serbia non è un buffet svedese e Vučić non è un cameriere. Questa non è una sua proprietà privata”. I rappresentanti dell’opposizione hanno, inoltre, proclamato che il 6 aprile prossimo a Belgrado ci sarà la prima di una serie di proteste. E non a caso è stata scelta quella data. Perché il 6 aprile 1941 gli aerei della Wehrmacht nazista hanno bombardato e distrutto Belgrado.

    In Albania, dopo essere stati resi noti i due sopracitati progetti occulti voluti dal genero di Trump, hanno reagito soprattutto alcuni giornalisti ed opinionisti. Mentre i rappresentanti dell’opposizione politica si sono limitati a delle dichiarazioni, ma senza nessun’altra iniziativa, come in Serbia. In Albania però c’è stato un altro episodio che ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e delle associazioni dei giornalisti, sia locali, ma soprattutto internazionali. Il 19 marzo scorso, il primo ministro albanese ha perso il controllo dopo alcune domande “imbarazzanti” fatte a lui da una giornalista. Domande che si riferivano proprio ai sopracitati progetti occulti del genero di Trump e la totale mancanza di trasparenza, come prevede la legge in casi simili. All’inizio il primo ministro ha tentato di tergiversare alle dirette e molto chiare domande della giornalista, come fa quando si trova in difficoltà.  Ma siccome la giornalista insisteva, allora il primo ministro si è avvicinato a lei e le ha toccato con la mano il viso. Un gesto quello che ha subito suscitato una dura reazione sia della stessa giornalista che dei suoi colleghi. Il primo ministro però ha cercato di ingannare, come suo solito, nonostante dalle immagini di un video si vedeva chiaramente tutto. Immediata è stata anche la reazione dei diversi giornali internazionali e delle associazioni per la difesa dei diritti dei giornalisti. Una delle più note di queste associazioni, The Committee to Protect Journalists (CPJ – Il Comitato per difendere i giornalisti; n.d.a.), ha reagito sul caso mercoledì scorso. Una sua rappresentante, riferendosi al gesto del primo ministro, ha dichiarato: “Noi siamo inorriditi dal comportamento intimidatorio del primo ministro albanese”. Aggiungendo, in più, che “..condanniamo il gesto come parte di una tendenza più ampia dell’uso di un linguaggio abusivo e il comportamento intimidatorio da parte dei funzionari albanesi contro i giornalisti che fanno delle domande critiche”. Mentre l’associazione SafeJournalists Network (La rete per la difesa dei giornalisti; operativa nei Balcani occidentali; n.d.a.) ha considerato il gesto del primo ministro nei confronti della giornalista come “inaccetabile ed allarmante”. In più SafeJournalists Network ha ribadito che il primo ministro albanese “…ha una storia di vendetta contro i giornalisti che sono critici nei confronti del governo”.

    Chi scrive queste righe, fatti accaduti alla mano, conferma queste dichiarazioni. E trova sempre attuale il pensiero di Socrate, il noto filosofo della Grecia antica, il quale affermava, venticinque secoli fa, che dai potenti vengono gli uomini più malvagi. Ed il primo ministro albanese è tale.

  • Autocrati disponibili a tutto in cambio di favori

    Un tiranno troverà sempre un pretesto per la sua tirannia.

    Esopo

    Il 10 dicembre 1948, durante la sua terza sessione, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la Dichiarazione universale dei Diritti umani. Si tratta di un importante documento che sancisce i diritti innati, acquisiti ed inalienabili dell’essere umano. Si tratta di diritti fondamentali ed universali che garantiscono la dignità della persona. L’articolo 19 della Dichiarazione conferma che “…tutti hanno il diritto alla libertà di espressione; questo diritto include la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni tipo, senza limiti di frontiera, sia oralmente, sia per iscritto, sia sotto forma d’arte, sia attraverso qualsiasi altro mezzo di sua scelta”.

    Oltre alle istituzioni specializzate di ogni Paese e di quelle internazionali, anche il contributo del giornalismo indipendente e responsabile è importante e necessario per garantire sia la tutela dei diritti dell’essere umano, che l’investigazione e la denuncia degli abusi di potere da parte dei rappresentanti politici ed istituzionali. Compresi i massimi livelli. Anzi, loro prima di tutti gli altri. Nel mondo sono operativi diversi media scritti, audiovisivi ed in rete che contribuiscono a raggiungere questo obiettivo. Risulterebbe che uno di loro sia anche il giornale digitale francese Mediapart, fondato nel 2008 da un ex capo redattore della nota testata Le Monde. Mediapart è un quotidiano che non accetta nessuna pubblicità ed è finanziato soltanto dagli abbonamenti dei cittadini. Si tratta di un media composto da due sezioni. Le Journal è lo spazio dove pubblicano i giornalisti professionisti, mentre Le Club è quello in cui scrivono i cittadini abbonati. Bisogna, in più, sottolineare che è stato proprio Mediapart che ha denunciato gli abusi fatti da due presidenti della repubblica francese, Nicolas Sarcozy e François Hollande, con le dovute conseguenze sancite dalla legge. Lo stesso quotidiano, per primo, ha reso pubblico quello che nel 2010 venne chiamato come l’affare Bettencourt. Ha pubblicato nel 2012 una registrazione audio che costrinse, in seguito, l’allora ministro delle finanze a dare le dimissioni. E questi sono soltanto alcuni dei molti altri casi seguiti e resi pubblici dai giornalisti investigativi di Mediapart.

    Il 28 febbraio scorso è stato proprio questo media che ha pubblicato un articolo in cui si trattava la vera realtà in Albania. L’articolo, intitolato “Albanie: comment l’autocrate Edi Rama est devenu le meilleur allié des Occidentaux” (Albania; come l’autocrate Edi Rama è diventato il miglio alleato degli occidentali; n.d.a.), evidenzia, fatti accaduti alla mano, come un autocrate, il primo ministro, controlla tutto anche con il sostegno degli “occidentali”, in cambio a dei favori a loro necessari e ben graditi. Si tratta di un articolo investigativo scritto da tre noti giornalisti del Mediapart che cominciano affermando: “La capitale albanese s’imposta come una tappa diplomatica inevitabile nei Balcani, nel frattempo che il Paese si appresta ad accogliere i richiedenti asilo “delocalizzati” dall’Italia”. Ed in seguito gli autori dell’articolo scrivono: “Mercoledì, il 28 febbraio, l’Albania organizza un “vertice di pace” con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L’indomani (29 febbraio; n.d.a.) la capitale albanese ospiterà un vertice regionale Balcani-Unione europea. Del “Vertice” sull’Ucraina il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana (Vertice che non è servito a niente tranne alla necessità di apparire; 4 marzo 2024). Nel loro articolo gli autori francesi affermano che “Due settimane prima, il 15 febbraio, c’era il segretario di Stato americano Antony Blinken in una visita a Tirana, dove non ha mancato di salutare “l’importanza strategica” dell’Albania e “l’eccellente collaborazione che mantiene il piccolo Paese con gli Stati Uniti”. E poi gli autori si domandano: “Come mai il regime del primo ministro Edi Rama è diventato il partner privilegiato degli occidentali nella penisola balcanica, mentre le libertà fondamentali continuano a peggiorare in Albania?”. L’autore di queste righe, riferendosi alla visita del segretario di Stato statunitense, informava il nostro lettore anche che “….il segretario di Stato ha considerato il primo ministro albanese come “un illustre dirigente e un ottimo primo ministro” (Sic!). Chissà a cosa si riferiva? Ma non di certo alla vera, vissuta e sofferta realtà albanese” (Sostegno da Oltreoceano ad un autocrate corrotto; 20 febbraio 2024).

    Nell’articolo pubblicato da Mediapart, riferendosi al primo ministro albanese, gli autori evidenziano che lui “…è nato e cresciuto in una famiglia della nomenklatura dell’Albania stalinista”. Sempre riferendosi al primo ministro albanese, affermavano che lui “…guida l’Albania in un modo sempre più aspro, sapendo [però] come diventare utile per i suoi partner stranieri ed evitare ogni critica riguardo alla [sua] caduta verso l’autoritarismo”. Gli autori del sopracitato articolo affermavano che in cambio dei favori offerti e spesso attuati dal primo ministro albanese “…i partner occidentali sono pronti ad ignorare le “piccole” deviazioni del suo regime dal predominio della legge”. Loro evidenziavano, altresì, che  “Negli ultimi anni la riforma della giustizia […] è stata deviata dai suoi obiettivi”.

    Nel ultimo capitolo del sopracitato articolo pubblicato il 28 febbraio scorso da Mediapart, gli autori scrivevano che il primo ministro albanese, di fronte ai partner occidentali, “…non ha nessuna difficoltà di imporre la narrativa che interessa a lui”. Aggiungendo che il primo ministro albanese fa apparire se stesso “…come ‘un uomo di Stato della stabilità’ nei Balcani, come l’amico sul quale l’Occidente può sempre appoggiarsi. E, per questo, gli occidentali sono pronti a non mostrarsi così rigorosi con i principi democratici”. Con questa frase terminava l’articolo.

    Chi scrive queste righe ha spesso trattato anche questi argomenti per il nostro lettore e condivide quanto hanno scritto i tre giornalisti del Mediapart. Egli, fatti accaduti alla mano, è convinto che il primo ministro albanese è un autocrate disponibile a tutto in cambio di favori. E parafrasando Esopo, il noto scrittore della Grecia antica, si potrebbe dire che un autocrate troverà sempre un pretesto per la sua autocrazia. Anche perché un autocrate e un tiranno hanno molte cose in comune.

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