criminalità

  • In attesa di Giustizia: tutto il mondo è paese

    Tutto il mondo è paese: non che il “mal comune mezzo gaudio” debba essere davvero motivo di consolazione ma è corretto registrare che anche altrove l’amministrazione della giustizia alimenta polemiche di ogni genere.

    Probabilmente in California non è mai giunta l’eco delle prodezze e dei programmi di intervento di Pubblici Ministeri come Piercamillo Davigo (“rivolteremo l’Italia come un calzino”) ma, tant’è, vi è stata recentemente una vera e propria sollevazione contro quella che si è definita “politica permissiva” di alcuni Procuratori distrettuali, come quello di Los Angeles che è stato addirittura destituito attraverso un referendum popolare: cosa possibile, perché nel sistema americano, i pubblici ministeri sono un organo politico eletto direttamente dal popolo e il popolo ai referendum va a votare.

    Al “District Attorney” della Città degli Angeli è stato attribuito l’aumento della criminalità di strada – quella maggiormente percepita dalla popolazione – perché con la sua politica avrebbe ridotto la sicurezza pubblica.

    Come? Alleggerendo, per esempio, i requisiti per la cauzione e in tal modo rendendo più facile per i presunti autori di reati tornare liberi ed anche rifiutandosi di perseguire determinati reati, come il vagabondaggio o la prostituzione: altra cosa possibile, sì,  perché, sempre nel sistema americano, l’azione penale è facoltativa e non obbligatoria come da noi, dove Travaglio – per un’iniziativa simile – avrebbe scatenato  una sorta di guerra civile.

    Eppure è un dato statistico costante che, in America, negli Stati dove vige la pena di morte il tasso di criminalità è addirittura più elevato rispetto a quelli dove quella massima è l’ergastolo.

    Anche oltre Oceano, quindi, il denominatore comune del populismo è lo stesso che da noi: più repressione uguale più sicurezza.

    Forse non sarebbe sbagliato riconsiderare che il problema non nasca  da un facilitato accesso  alla libertà su cauzione ma vi sia un rapporto causa/effetto nella coincidenza temporale fra l’inizio della pandemia e l’aumento della criminalità di strada. Il populista medio, però, fa un uso normalmente contenuto della elaborazione del pensiero.

    Tutto il mondo è paese: è cronaca di questi giorni il susseguirsi di reati contro il patrimonio tipicamente “da strada”, soprattutto a Milano e – forse non a caso – in coincidenza con la fiera del mobile e del design; evidentemente vi è un malessere diffuso, un problema sociale che non può essere risolto attraverso il sistematico ricorso al diritto punitivo ed il tintinnare delle manette che non svolgono alcuna reale funzione deterrente…e giustizia e sicurezza sono concetti adiacenti ma non analoghi ed i rigori della prima non possono essere la soluzione della seconda per la quale il rimedio è la prevenzione.

    Prevenzione che – a certi livelli – si realizza anche con interventi che pertengano la salvaguardia dell’occupazione e l’adeguatezza della retribuzione dei lavoratori. L’impoverimento è la prima causa di devianza, particolarmente della microcriminalità  e non si contrasta né con il carcere né con misure quali il reddito di cittadinanza che non è una cura ma un cerotto su una ferita.

    Indipendentemente dall’esito dei referendum nostrani di sicurezza e di problemi della giustizia si continuerà a parlare perché la verità è che la politica tende ad ignorarli sebbene si abbattano sui cittadini e che ai magistrati interessa più la loro politica interna, correntizia, piuttosto che quella del Palazzo. E la prova è che tutti parlano da sempre dei mali dell’amministrazione dei tribunali senza che sia mai stata trovata una soluzione. Anzi,  l’impressione è che, più se ne parla, meno si fa e più i mali della giustizia si aggravano. Prendiamo il sovraffollamento carcerario che si ripropone a cadenze regolari di qualche anno o la lunghezza dei processi che sembravano eterni già negli anni Settanta ed oggi durano ancora di più. La ragione di tutto questo? Sciatteria, è la prima parola che viene in mente.

  • In Italia 30mila piccole aziende a rischio usura

    In Italia 30mila piccole aziende del commercio e dei pubblici esercizi sono oggi a elevato rischio usura e altri eventi criminali. Il dato emerge da un’analisi di Confcommercio presentata nel corso della nona edizione della giornata nazionale “Legalità, ci piace!”. Lo studio ha calcolato il “costo” dell’illegalità per le imprese italiane del commercio nel 2021: quasi 31 miliardi di euro, che comprendono le perdite dirette di fatturato dovute a eventi come abusivismo commerciale e nella ristorazione, contraffazione o taccheggio patite dal settore regolare, le spese difensive, gli oneri in eccesso rispetto a una situazione di assenza di criminalità e i costi del cybercrime. La perdita complessiva annua del fatturato dei settori colpiti è del 6,3% del valore aggiunto, 4,7 miliardi in meno, e mette a rischio quasi 200mila posti di lavoro regolari.

    Le aziende si sentono meno sicure, specialmente nelle grandi città e nel Mezzogiorno. A preoccupare principalmente gli imprenditori è l’usura, fenomeno percepito in maggior aumento (27%), seguito da abusivismo (22%), racket (21%) e furti (21%). L’11% dei titolari delle aziende ha avuto notizia diretta di episodi di usura nella zona dove svolge l’attività, mentre il 17,7% è molto preoccupato per il rischio di esposizione a questi reati. Ancora una volta, i timori maggiori nelle città con il maggior numero di abitanti (22%) e al Sud (19%).

    Quella dell’usura, sottolineano da Confcommercio, è una questione che contribuisce a comprimere la crescita di lungo termine dell’economia. Ed è un fenomeno ancora caratterizzato da “numeri oscuri”: le denunce, 156 nel 2021, non rappresentano le reali dimensioni del problema. “Nonostante l’usura sia il reato maggiormente diffuso tra le imprese del commercio, della ristorazione e della ricettività, e nonostante quasi il 60% degli imprenditori ritenga la denuncia il primo indispensabile passo di fronte all’usura, questo è uno dei reati che emergono con maggiore difficoltà”, afferma il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli. “Le vittime – aggiunge – hanno bisogno della vicinanza delle istituzioni, del presidio del territorio delle forze dell’ordine. Ma hanno anche bisogno del nostro sostegno, della nostra prossimità operosa, tanto più in questo momento drammatico di crisi su crisi”. Anche perché sono proprio le crisi, secondo Sangalli, a costituire linfa vitale “dei fenomeni criminali, e in particolare dell’usura”.

  • Bruxelles chiede all’Italia maggior cooperazione nella lotta alla criminalità

    La lotta alla criminalità e al terrorismo in Europa è una questione delicata interamente basata sulla cooperazione giudiziaria e di polizia dei 27 Stati membri. Uno sforzo comune che di fatto l’Italia ‘ostacola’ fin dal 2011, perché non ha mai aperto le sue banche dati come chiedevano le norme Ue entrate in vigore quell’anno proprio per facilitare le indagini a livello europeo. Per questo motivo la Commissione Ue ha deciso di andare avanti con la procedura d’infrazione già aperta da anni, e ha deferito l’Italia alla Corte Ue. Un passaggio che potrebbe portare a una condanna e a sanzioni pecuniarie se il Governo non si dovesse mettere in regola a breve.

    La Commissione contesta all’Italia di non essersi adeguata alle cosiddette “decisioni di Prum”, cioè quell’insieme di norme fissate dal Consiglio dei ministri dell’Interno della Ue nel 2008, allo scopo di rafforzare la cooperazione giudiziaria tra gli Stati membri. Per Bruxelles si tratta di “uno strumento fondamentale nella lotta al terrorismo e alla criminalità”. Esse consentono agli Stati membri di scambiarsi rapidamente informazioni su Dna, impronte digitali e dati nazionali di immatricolazione dei veicoli, permettendo a procura e polizia di identificare i sospetti e di stabilire collegamenti tra i casi penali in tutta l’Unione. Tutte possibilità che l’Italia non ha ancora concesso ai suoi partner europei.

    La Commissione aveva avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia già nel 2011, quando lo scambio di informazioni diventava operativo, e non ricevendo alcuna risposta nel 2017 è passata al secondo passo, inviando un parere motivato, ed esortando l’Italia a rispettare pienamente gli obblighi giuridici. Ma dopo ripetute indagini sui progressi compiuti dal Paese nell’adempimento dei suoi obblighi, “si constata che a tutt’oggi l’Italia ancora non consente agli altri Stati membri di accedere ai propri dati relativi al Dna, alle impronte digitali e all’immatricolazione dei veicoli”, fa sapere la Commissione europea. Ora sarà la Corte a doversi esprimere, ed eventualmente ad imporre sanzioni se il Governo non agirà in fretta.

    Ma la cooperazione giudiziaria non è l’unico fronte aperto per l’Italia nel settore della giustizia. Bruxelles ha aperto anche una nuova procedura d’infrazione perché la legislazione nazionale applicabile ai magistrati onorari “non è pienamente conforme al diritto del lavoro dell’Ue”. La Commissione ricorda che diverse categorie di magistrati onorari, quali i giudici onorari di pace, i viceprocuratori onorari (Vpo) e i giudici onorari di tribunale (Got), non godono dello status di “lavoratore” in base al diritto nazionale italiano, ma sono considerati volontari che prestano servizi a titolo “onorario”. Non avendo lo status di lavoratore, “non godono della protezione offerta dal diritto del lavoro dell’Ue e risultano penalizzati dal mancato accesso all’indennità in caso di malattia, infortunio e gravidanza, dall’obbligo di iscriversi presso il fondo nazionale di previdenza sociale per i lavoratori autonomi, nonché da divari retributivi, dalla discriminazione fiscale e dal mancato accesso al rimborso delle spese legali sostenute durante procedimenti disciplinari e al congedo di maternità retribuito”. L’Italia ha 2 mesi per adottare le misure necessarie, trascorsi i quali la Commissione potrà decidere di inviare un parere motivato.

  • Ancora traffico internazionale di cuccioli

    Nonostante la costante attività delle forze di Polizia e dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e delle associazioni che controllano il territorio, per impedire il traffico di animali da compagnia, le organizzazioni criminali, con la complicità di persone che per denari sono disposte anche a tradire i principi deontologici della loro professione, continuano ad esercitare il loro traffico internazionale.

    Nei giorni scorsi sono partite ben quaranta denunce per esercizio abusivo della professione e per reati di maltrattamenti sugli animali in merito al traffico internazionale di cuccioli importati in Italia con falsi certificati, la maggior parte dei cuccioli sono stati sottratti alla madre prima del compimento dei due mesi di vita il che è contro la legge ma anche gravemente compromissorio per la stabilità psichica e relazionale del cucciolo e per il suo futuro di cane adulto. Sono state registrate cinquantadue amputazioni illegali di orecchie e code e 42 cani erano senza libretto sanitario o con documenti falsi e privi delle vaccinazioni obbligatorie e necessarie come l’antirabbica. Il nucleo Cites, dei Carabinieri Forestali di Ancona, durante l’operazione denominata ‘Crudelia demon’, come la donna cattiva che voleva uccidere i cuccioli nel famoso film La carica dei 101, ha denunciato 29 allevatori di razze pregiate di cani, gli allevamenti dei quali sono disseminati in nove regioni italiane. Nel corso dell’operazione, durata due anni e diretta dalla procura di Ancona, si è arrivati a scoprire anche un traffico di cani da e per gli Stati Uniti, sono stati denunciati, oltre agli allevatori, 11 veterinari che si erano prestati a coprire e a collaborare al losco traffico.

  • In attesa di sanzioni più severe per i trafficanti illegali di animali

    Più volte Il Patto Sociale si è occupato delle zoomafie ma, nonostante l’impegno delle forze di sicurezza che spesso, dopo attente indagine e superando i soliti muri di omertà, riescono a sequestrare animali entrati illegalmente in Italia e tenuti in condizioni abominevoli ed altri utilizzati per lotte e gare clandestine, il business delle associazioni criminali continua. Soltanto nel 2019, secondo i dati della Lav, sono stati sequestrati ai malviventi 457 cani, l’anno prima erano stati 309, il che testimonia un chiaro incremento di questo traffico che arriva soprattutto dall’est Europa.

    In dieci anni, dal 2010 anno nel quale è stata introdotta la legge contro la tratta dei cuccioli, sono stati sequestrati ai trafficanti, che godono di varie complicità, 5609 cani e 86 gatti per un valore che si aggira sui 5 milioni di euro. Cifre importanti perché i cani ed i gatti dei quali si occupano i trafficanti appartengono a razze scelte e di moda e troppe persone si fidano acquistandole via internet o tramite negozianti compiacenti o sprovveduti. Un traffico che si collega anche a farmaci illegali e a passaporti e vaccinazioni fasulle.

    In aumento ormai anche il traffico di gatti esotici e addirittura di animali provenienti in aereo dalla Cina e stoccati nelle vicinanze di città italiane come Prato. All’inizio dell’attuale legislatura furono presentate varie proposte di legge per aumentare i controlli e potenziare l’attività di polizia contro le zoomafie ma al momento rimangono ancora ferme. L’unica nota positiva è la risoluzione approvata, con 607 voti favorevoli, dal Parlamento europeo nel febbraio 2020. Nella risoluzione si chiede alla Commissione europea un sistema obbligatorio unico per l’identificazione di cani e gatti e sanzioni molto più severe per il commercio illegale. Ora si attende che qualcuno si decida a mettere in pratica, sia in sede europea che nazionale, quanto chiesto ed approvato dal Parlamento europeo. È richiesto da parlamentari italiani, in primis l’on. Michela Vittoria Brambilla.

    Intanto l’invito, a tutti coloro che desiderano un cane o un gatto, a vigilare e a denunciare qualsiasi cosa appaia poco chiara tenendo presente che un animale per essere venduto deve avere un libretto di vaccinazioni e che è diritto dell’acquirente saperne la provenienza accertabile.

  • Il contrasto europeo al crimine organizzato raccontato nel nuovo episodio di UÈ! che Podcast

    UÈ! che Podcast torna come ogni settimana con un nuovo episodio sul lavoro della Commissione europea, illustrando questa volta le azioni europee di contrasto al crimine organizzato in compagnia di Floriana Sipala, capo dell’unità crimine organizzato e politiche antidroga della Direzione generale migrazione e affari interni.

    L’Unione europea è in prima linea nella lotta ai fenomeni illegali che più attanagliano la società e l’economia dei paesi membri: tratta di esseri umani, reati legati all’immigrazione, traffico di droga e il traffico di medicinali contraffatti sono solo alcuni dei crimini contro cui la Commissione mette in atto strategie comuni in termini di cooperazione politica, giudiziaria e di polizia.

    Solo nel 2019, i proventi illeciti dei mercati criminali sono ammontati a circa 140 miliardi di euro, vale a dire l’1% del PIL europeo. Non solo, nel contesto della pandemia Covid-19, il crimine organizzato ha trovato un terreno fertile per intensificare le proprie attività illegali, approfittando delle difficoltà provocate dall’emergenza sanitaria.

    Muoversi con una sola voce, quella europea, è la risposta più efficace alle minacce criminali transnazionali rappresentate, tra gli altri, dalla presenza delle mafie sul territorio europeo e dalla loro infiltrazione nelle economie legali.

    In questo episodio, Sipala spiega come lavora la Direzione generale migrazione e affari interni in questi settori e racconta gli importanti risultati raggiunti dalla Commissione: dal dialogo con gli stati terzi agli accordi internazionali, dalla cooperazione tra le forze di polizia e autorità giudiziarie al contrasto alla corruzione. Tra le recenti azioni della Commissione si trova inoltre la nuova strategia contro la tratta degli esseri umani, che conta un numero preoccupante di vittime identificate, spesso legate allo sfruttamento sessuale.

    Nel contrasto di sistemi illegali così diffusi e ramificati, le singole soluzioni nazionali non sembrano essere sufficienti.

    Fonte: Commissione europea

  • La Commissione Ue predispone una nuova strategia contro la criminalità organizzata

    La commissaria europea per gli Affari interni, Ylva Johansson, ha aperto la presentazione dell’ultima relazione di Europol sulla valutazione della minaccia rappresentata dalla criminalità organizzata e dalle forme gravi di criminalità nell’Ue. La relazione, pubblicata ogni quattro anni, analizza la minaccia delle reti criminali, in particolare quelle che commettono atti di violenza, ricorrono alla corruzione e riciclano le loro attività criminali, e guiderà l’attività congiunta delle autorità di contrasto europee nel quadro della piattaforma multidisciplinare europea di lotta alle minacce della criminalità (EMPACT) fino al 2025. La relazione rivolge particolare attenzione agli attacchi informatici, ai reati contro le persone (quali la tratta di esseri umani a fini di sfruttamento lavorativo e sessuale, il traffico di migranti, l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori), alle frodi, alla criminalità organizzata contro il patrimonio e alla criminalità ambientale. Lo studio affronta anche l’impatto della pandemia di Covid-19 sul panorama criminale dell’Ue e l’evoluzione dei metodi utilizzati dalle reti criminali per trarre vantaggio dalla situazione.

    La criminalità organizzata e le forme gravi di criminalità minacciano gravemente e in maniera persistente la sicurezza dei cittadini dell’Ue. Per questo motivo, la Commissione presenterà a breve una nuova strategia dell’Ue per la lotta alla criminalità organizzata, che definirà gli strumenti e le misure da adottare nei prossimi 5 anni per smantellare i modelli economici e le strutture delle organizzazioni criminali a livello transfrontaliero, sia online sia offline.

  • Avvisaglie di coinvolgimento elettorale della criminalità

    Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello
    stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.

    Paolo Borsellino

    Ieri in Italia è stata celebrata la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Non a caso è stato stabilito che una simile ricorrenza, dal 1996, avvenga proprio il 21 marzo, il primo giorno della primavera. Un giorno che simboleggia la rinascita della vita e la speranza. Il presidente Mattarella ieri, nel suo messaggio, ha ribadito che “Le mafie cambiano le forme, i campi di azione, le strategie criminali. Si insinuano nelle attività economiche e creano nuove zone grigie di corruzione e complicità. Sono un cancro per la società e un grave impedimento allo sviluppo”. Un chiaro e molto significativo messaggio per tutti, e non solo in Italia. Sì, le mafie, la criminalità organizzata, non si fermano di fronte a niente, anzi! Cambiano le strategie, approfittando senza scrupoli di qualsiasi opportunità creata. Anche della pandemia. Lo ha detto chiaramente Papa Francesco ieri durante l’Angelus, nell’ambito della stessa ricorrenza: “Le mafie sono presenti in varie parti del mondo e, sfruttando la pandemia, si stanno arricchendo con la corruzione”. La criminalità organizzata, in qualsiasi parte del mondo, rappresenta una seria minaccia per tutti. Sì, perché prima o poi, in un modo o in un altro, chi più e chi meno, tutti saranno preda e vittime delle attività della criminalità organizzata. Compresi anche gli stessi dirigenti e/o membri, di qualsiasi livello, delle organizzazioni criminali. La storia sempre ci insegna. Come ci insegna che le conseguenze delle attività criminali, soprattutto quando si svolgono con la connivenza di coloro che devono gestire la cosa pubblica, sono gravi e creano vittime di ogni genere. Perché le vittime della criminalità organizzata non sono soltanto quelle che perdono la vita con le pallottole della criminalità. Sono molte di più le vittime causate dalle conseguenze dirette e/o indirette delle attività criminali e della connivenza della criminalità organizzata con il potere politico.

    Per definire un determinato modo di (mal)governare, c’è una parola particolare: la kakistocrazia. Come la maggior parte delle parole, usate ormai quotidianamente in molte lingue del mondo e che definiscono i sistemi sociali e politici, questa parola è stata coniata nell’antica Grecia. È una parola composta da due singole parole, kàkistos, che significa peggiore, e kratos, che significa comando. Perciò tradotta letteralmente, significherebbe “il potere dei peggiori”. Una parola che, da alcuni decenni, si sta riutilizzando sia in ambienti che si occupano degli studi che in quelli politici e mediatici. La kakistocrazia perciò è una parola che definisce e sintetizza il modo di governare dei peggiori. Il solo fatto che questa parola si sta utilizzando di nuovo testimonia, purtroppo, che in determinati Paesi del mondo la situazione è realmente drammatica e molto preoccupante. Una situazione che dovrebbe destare una reale preoccupazione, non solo per chi di dovere e i cittadini responsabili in questi Paesi, ma anche per le cancellerie degli altri Paesi confinanti e le istituzioni internazionali. Perché il Male non ha, non conosce e, men che meno, rispetta confini. Anche di tutto ciò la storia ci insegna.

    La kakistocrazia, purtroppo, è la parola che definirebbe propriamente il modo in cui, ormai da alcuni anni, stanno governando la cosa pubblica e tutto il resto in Albania. L’autore di queste righe, riferendosi alla realtà vissuta e sofferta dalla maggior parte della popolazione, da tempo sta sottolineando e ripetendo che in Albani è stata volutamente restaurata e si sta consolidando una nuova dittatura. Un regime sui generis quello albanese, come espressione concreta dell’alleanza dell’attuale potere politico, rappresentato dal primo ministro, con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali. Un regime dei peggiori, perciò una kakistocrazia, che sta generando gravi sofferenze per gli albanesi non coinvolti con il regime. Ragion per cui, chiunque cerca di trattare oggettivamente la realtà albanese non può chiudere gli occhi e le orecchie e far finta di niente di fronte a questa drammatica realtà e a quanto sta quotidianamente accadendo. Come hanno fatto da anni e continuano a farlo i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania e, spesso, anche a Bruxelles e in determinate cancellerie in Europa ed oltreoceano. Ragion per cui l’autore di queste righe continuerà a ribadire e sottolineare la pericolosità e la gravità delle conseguenze generate dalla kakistocrazia in Albania. Cercando, in questo modo, di descrivere quanto più oggettivamente possibile, riferendosi soltanto a dati e fatti pubblicamente noti, documentati e denunciati, la vissuta e sofferta realtà albanese.

    In qualsiasi Paese normale, dove si rispettano i sani principi morali, dove si garantisce il funzionamento dello Stato di diritto, come prevedono i criteri di Copenaghen (istituzioni statali e pubbliche stabili che possano garantire la democrazia, lo Stato di diritto ecc..), la criminalità organizzata e i raggruppamenti occulti si considerano parte integrante di un Male che danneggia seriamente la società. In qualsiasi Paese normale tutti loro sono considerati “dei peggiori”. Così come si considerano anche quelli, ai quali è stato conferito potere politico ed istituzionale e che, invece, cercano di mettere volutamente in atto la connivenza con la criminalità organizzata e i raggruppamenti occulti. Al contrario, i criteri morali e quelli “operativi” di coloro che gestiscono la cosa pubblica in Albania sono del tutto diversi. Il che, purtroppo, ha reso possibile, da qualche anno, la restaurazione e il consolidamento, in Albania, di una nuova dittatura sui generis, gestita dai “peggiori”, come rappresentanti di una funzionante e pericolosa kakistocrazia. Non a caso, in questi ultimi anni, i “peggiori’ in Albania, oltre a stabilire una stretta alleanza con la criminalità organizzata locale, hanno stabilito e rafforzato i legami anche con la criminalità internazionale. Compresa la ‘Ndrangheta italiana. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito e a più riprese. Anche alcune settimane fa (Pericolose e preoccupanti presenze mafiose; 1 febbraio 2021 e Pericoli che oltrepassano i confini nazionali; 8 febbraio 2021).

    Proprio in una simile grave e molto preoccupante realtà, il 25 aprile prossimo in Albania si svolgeranno le elezioni politiche. Il primo ministro, il rappresentante istituzionale del potere politico dei “peggiori”, sta cercando, costi quel che costi, un terzo mandato. Per se stesso ma anche per tutti gli altri “alleati”, rappresentanti della criminalità organizzata e dei raggruppamenti occulti, locali ed internazionali. Nel frattempo la situazione è tutt’altro che rassicurante in Albania. Anzi! La situazione si sta aggravando ogni giorno che passa. Lo stanno testimoniando le tante cose che stanno accadendo a ritmo pauroso e allarmante. La criminalità è diventata molto attiva. Attentati mafiosi e regolamenti di conti stanno insanguinando le vie e le piazza in diverse città. Ma la criminalità organizzata, quella alleata con il potere politico, si sta facendo valere. Ed è proprio questa criminalità che sta intimidendo anche i cittadini per costringerli a votare in modo tale da “facilitare” l’ottenimento del terzo mandato al primo ministro. Una testimonianza e una concreta dimostrazione di questa strategia ben ideata, programmata e messa in atto da qualche tempo ormai, è stata anche quella verificatasi il 14 marzo scorso. Durante la celebrazione di una festività di origini pagane, in una città albanese, si sono scontrati ed affrontati fisicamente due gruppi di sostenitori politici. Un significativo e molto eloquente caso, visto che si trattava di due gruppi capeggiati personalmente, uno dal primo ministro e l’altro dal capo dell’opposizione. Non si sa bene chi ha provocato chi. Quello che si sa ormai, perché è stato visto e rivisto da diverse registrazioni televisive e/o in rete, è che ci sono stati degli scontri fisici, con pugni e calci, tra i sostenitori del primo ministro e quelli del capo dell’opposizione. E i primi hanno avuto il meglio. Ma quello che è ancora più grave è che la maggior parte dei sostenitori del primo ministro erano membri della criminalità locale. Erano proprio quelli che circondavano il primo ministro, mentre lui camminava per le vie della città, come se fossero le sue guardie del corpo! Sono tutte persone con precedenti penali, ben note anche dalle strutture della polizia. Ma, nonostante la polizia di Stato fosse presente, nessuno degli aggressori è stato fermato. E poi, in seguito, anche dopo che l’opposizione ha denunciato l’accaduto con tanto di nomi e cognomi di tutti gli aggressori, accompagnatori del primo ministro quel 14 marzo scorso, le istituzioni del sistema “riformato” di giustizia non si sono mosse, come prevede la legge. Come se niente fosse accaduto!

    Chi scrive queste righe considera tutto ciò come un significativo anticipo di quello che accadrà in Albania durante questa vigilia delle elezioni politiche del 25 aprile prossimo. Egli è convinto che sono delle preoccupanti avvisaglie di coinvolgimento elettorale della criminalità organizzata, per far vincere al primo ministro il suo terzo mandato. Egli teme, altresì, che anche adesso il potere politico, rappresentato dal primo ministro, e le mafie non fanno la guerra tra di loro. Macché, loro, i peggiori”, si sono messi di nuovo d’accordo per condizionare e controllare l’esito delle prossime elezioni e continuare a gestire la cosa pubblica insieme. Che tutto ciò sia un chiaro, significativo e serio messaggio non solo per le persone responsabili in Albania, ma anche per le cancellerie europee e i massimi rappresentanti dell’Unione europea!

  • Relazione della Dia al Parlamento: la criminalità organizzata dietro il gioco d’azzardo

    Con il gioco d’azzardo la criminalità organizzata dimostra tutta la sua abilità nel saper gestire attività lecite e illecite e nel far sembrare legale ciò che è in realtà illegale. E dimostra, ancora, tutta la sua abilità nel creare “relazioni internazionali” e nel sapersi muovere tra legislazioni di Paesi diversi, sapendo sfruttare le falle di ognuna. E’ quanto emerge dall’ultima relazione sull’attività della Direzione Investigativa Antimafia (Dia), presentata dal Ministro dell’Interno al Parlamento e relativa al periodo gennaio-giugno 2019.

    Le indagini della Dia hanno confermato che mafia, camorra, ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita e i clan della mafie straniere (cinese e romena in particolare) sono coinvolte sia nel settore illegale delle scommesse, del gioco on line e delle slot machine, sia nella gestione legale di sale da gioco o punti di raccolta scommesse. Quando l’attività è legale serve soprattutto per riciclare denaro sporco.

    Diverse indagine hanno anche evidenziato che mafia, camorra e Sacra Corona collaborano tra loro per mettere in piedi sistemi di gioco illegale. “Un ambito in cui le cosche pugliesi continuano a dimostrare elevate competenze tecniche e capacità di interazione con le mafie tradizionali è quello del riciclaggio nei settori del gioco d’azzardo e delle scommesse on-line – si legge nel rapporto della Dia – . L’illecita raccolta delle puntate su giochi e scommesse, posta in essere sul territorio italiano attraverso società ubicate all’estero (al fine di aggirare la più rigida normativa sul sistema concessorio-autorizzatorio del nostro Paese), costituisce un indotto di portata strategica, come dimostrato dalle inchieste parallelamente condotte, a novembre del 2018, dalle Dda di Bari (operazione “Scommessa”), Reggio Calabria (operazione “Galassia”) e Catania (operazione “Gaming offline”) che hanno ricostruito una rete tra criminalità organizzata barese, ‘ndrangheta e  mafia siciliana. L’attività, svolta in modo pressoché sovrapponibile dalle tre consorterie criminali, ha consentito una capillare infiltrazione dell’intero settore della raccolta del gioco, assicurando di fatto una posizione di predominio alle famiglie mafiose rispetto agli operatori del circuito legale e contribuendo in maniera determinante a rendere difficoltosa l’attività di controllo da parte degli organi istituzionali preposti, favorendo così il reimpiego di capitali illeciti”.

    La criminalità organizzata inoltre sta puntando molto sul gioco d’azzardo on line, in particolare le scommesse sportive. L’online, tra l’altro, permette ai clan di mettere in piedi vere e proprie truffe, sempre legate al gioco d’azzardo, con il metodo del match fixing, ossia truccando e manipolando i risultati di incontri sportivi. Le indagini della Dia hanno così documentato “come anche le tecnologie offrano opportunità di infiltrazione, soprattutto in ambito transnazionale attraverso il sistematico ricorso a piattaforme di gioco predisposte per frodi informatiche, spesso allocate all’estero, che consentono l’evasione fiscale di consistenti somme di denaro”. Vengono aperte società di gaming e di betting in altri Paesi dell’Unione europea (soprattutto a Malta), che poi di fatto raccolgono scommesse o offrono giochi on line anche sul territorio italiano.

    E se non sono direttamente i clan a gestire il traffico, ci sono comunque imprenditori che, dietro una facciata di legalità, si appoggiano ai boss mafiosi per fare affari. “Recenti indagini di polizia giudiziaria hanno dimostrato che, non di rado, concessionari di siti legali (sovente proprietari anche di siti illegali) ed i loro ‘master’, per garantire la diffusione del proprio circuito di centri scommesse nel territorio, si sono rivolti direttamente ai vertici delle varie articolazioni territoriali di Cosa nostra, stringendo accordi illeciti”. Grazie all’operazione Game Over, è emerso, per esempio, che un imprenditore del settore, con l’appoggio della famiglia mafiosa di Partinico, riusciva a imporre il proprio circuito illegale di raccolta scommesse sportive in una vasta area anche di Palermo.

    Nelle 700 pagine della relazione della Dia (dedicata ovviamente a tutte le attività della criminalità organizzata) il gioco d’azzardo, legale o illegale, compare ormai come attività scelta dai clan a fianco ad altri settori più “classici” come il traffico di stupefacenti, le estorsioni o l’usura. E il fenomeno non riguarda solo le regioni del Sud Italia. Arresti e sequestri sono stati eseguiti un po’ in tutte le regioni, sia nelle grandi città come in piccoli comuni. A Roma e provincia “la vastità del territorio della città e la presenza di numerose attività commerciali fanno della Capitale un luogo favorevole per una silente infiltrazione delle organizzazioni mafiose del sud – scrive la Dia – . L’area metropolitana viene considerata un mercato su cui svolgere affari, piuttosto che un territorio da controllare. Pertanto, le presenze criminali autoctone sono diventate per le mafie tradizionali il volano per intessere relazioni e rapporti affaristici di reciproca convenienza. Rapporti che non possono prescindere da una rete di professionisti e di pubblici funzionari compiacenti e necessari per la gestione e il reinvestimento dei capitali mafiosi. Questo approccio ha indubbiamente favorito lo sviluppo di una ‘criminalità dei colletti bianchi’ che, attraverso prestanome e società fittizie, sfrutta il contesto per riciclare e reinvestire capitali illeciti”.

    La più attiva nel settore del gioco d’azzardo a Roma è la camorra, “attraverso la gestione diretta di attività imprenditoriali correlate al settore dei giochi e delle scommesse, costituite o rilevate con il reinvestimento di attività illecite, ma a propria volta produttrici di ulteriore ricchezza in favore della consorteria criminale”. Le indagini hanno fatto emergere anche il coinvolgimento dei Casamonica e del clan Spada nella gestione del gioco illecito.

  • Contrastare il randagismo ma anche i ricavi che fa la malavita con gli animali

    Continuano le indagini sui furti di cavalli purosangue e comunque non allevati per la macellazione. Sia l’anno scorso che quest’anno, secondo quanto risulta da interrogazioni parlamentari, dalle risposte del governo e dalle indagini dei carabinieri, diversi cavalli, nel Lazio, allevati per le corse e perciò anche con la somministrazione di sostanze e medicinali veterinari estremamente pericolosi per l’essere umano, qualora fossero destinati alla macellazione clandestina e alla vendita per il consumo di carne, sono stati rubati e sono misteriosamente spariti. Per quanto è nella nostra esperienza, è pero più facile e plausibile che gli animali sottratti siano stati utilizzati o saranno utilizzati per organizzare corse clandestine. E’ infatti noto, come Il Patto Sociale ha più volte denunciato, che i cavalli, purosangue o mezzo sangue, allevati per le corse, le gare d’equitazione o i maneggi siano stati rubati per incrementare le gare illegali, molte delle quali si svolgono nel centro sud. Queste gare sono organizzate dalle associazioni criminali  e intorno alle corse clandestine vi è un vertiginoso giro di scommesse sulle quali la criminalità organizzata ricava importanti introiti come abbiamo ricordato anche nel recente articolo sulle ecomafie. Che poi alla fine di queste gare molti cavalli si facciano male o siano comunque abbattuti, specie se riconoscibili dai microchip, e che la loro carne sia venduta nelle macellerie regolari o irregolari è sicuramente un pericolo per la salute umana. L’ecomafia continua ad aumentare il suo potere e giro di denaro sporco e insanguinato e se è sicuramente un passo avanti l’annuncio, ad aprile, del ministro dell’Interno di predisporre uno stanziamento di un milione di euro per la prevenzione ed il contrasto del maltrattamento animale è anche vero che i finanziamenti non sono stati ancora distribuiti nelle regioni indicate come le prime ad avere bisogno di un intervento (Puglia, Campania, Lombardia, Piemonte, Lazio, Toscana, Emilia, Marche e Sicilia) e resta un mistero il motivo per il quale sia stata saltata la Calabria, regione nella quale vi è estrema urgenza di interventi. Lo stanziamento è stato sopratutto indirizzato a contrastare il randagismo e la tragica situazione di molti rifugi e le prefetture avrebbero dovuto, entro il 30 giugno, dare al Ministero una attenta e specifica analisi della situazione. Quello che il Ministero non ha però ancora varato in termini chiari è la lotta all’ecomafia che, con le sue diverse sfaccettature, continua ad arricchirsi con i combattimenti tra cani, le corse clandestine di cani e cavalli, con le relative scommesse, l’importazione di cuccioli malati dall’est Europa, le truffe via internet etc. etc. Speriamo che questa nuova vicenda dei cavalli rubati nel Lazio riporti l’attenzione del ministro sul problema principale: se vogliamo salvaguardare correttamente gli animali è necessario 1) sradicare tutti i furbastri che aprono rifugi falsi che diventano lager ed anticamera di morte e sofferenze e perciò dare competenze e risorse vere alle strutture pubbliche e private corrette, e per garantire la correttezza occorrono veri e periodici controlli, 2) iniziare una capillare lotta alle associazioni criminali che usano gli animali per incrementare il loro business.

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