Crimini

  • La responsabilità per crimini di guerra vale anche per droni a guida automatica. E investe pure civili

    I droni sono ormai quasi un sinonimo di killer, per la fama che si sono guadagnati di arma dei conflitti del XXI secolo, ma di per sé un drone non è poi diverso da un’auto a guida automatica. Non è necessariamente impostato per uccidere, anche se in caso di impiego bellico quella impostazione non è certo anomala, ma può uccidere, deliberatamente, come conseguenza accettata di un’altra azione o per errore. Il problema non è nel drone in sé, ma nella guida del drone che spesso, anche in azioni belliche, è automatizzata: a guidare il drone non è un uomo ma l’intelligenza artificiale.

    E qui sta il nodo giuridico: come nel caso di un’auto a guida automatica, chi risponde di un drone che provoca vittime? Va da sé che un’auto che investe e ferisce o uccide qualcuno compie un crimine, mentre un drone che uccide in un conflitto non necessariamente compie un crimine, perché il diritto di guerra riconosce che l’eliminazione dell’avversario è in sé lecita in guerra. Vi sono però dei limiti all’avversario che si può lecitamente colpire: i civili, tipicamente, non sono obiettivi legittimi che si possano uccidere.

    La scelta degli obiettivi da colpire nel caso di un fronte è spesso già predeterminata dall’intelligenza artificiale che lo guida nei suoi attacchi ma a monte l’intelligenza artificiale è stata istruita da qualcuno in carne ed ossa che quindi può essere chiamato a rispondere degli input che fornisce. Nella realtà dei fatti tuttavia, la responsabilità può non essere così lampante: un drone in un attacco automatizzato può sempre essere fermato da chi lo sta utilizzando, e finora a mandare i droni all’attacco automatizzato sono ancora uomini (Terminator per adesso è ancora solo una realtà cinematografica), ma l’intelligenza artificiale che ne guida gli attacchi è talmente rapida che la persona che comanda e segue l’attacco può non avere il tempo di bloccarlo, anche se si rende conto che sia il caso di fermare l’attacco. Se accanto a un soldato ci fosse un bambino inerme, magari usato come scudo umano, per fare un esempio, l’intelligenza artificiale potrebbe comunque ordinare al drone di colpire il soldato, a costo di uccidere anche il bambino, e gli uomini che hanno comandato quell’attacco potrebbero non avere riflessi pronti quanto quelli delle macchine per bloccare quell’attacco.

    La responsabilità, peraltro, non è del solo operatore militare che segue il drone a guida automatica nello svolgimento del suo incarico, ma investe anche chi, nella gerarchia militare, ha scelto dove e quando attaccare. In un conflitto non è lecito uccidere chiunque: civili che non stiano compiendo atti ostili, soldati che non siano in grado di combattere (ad esempio perché feriti), strutture che non hanno un’immediata funzione bellica (ospedali, per fare l’esempio più facile) non sono obiettivi leciti e colpirli è un reato.

    La responsabilità infine investe anche chi militare non è e non è direttamente implicato nella scelta e nella gestione degli attacchi. Chi realizza i droni e fornisce l’intelligenza artificiale che li guida in azione può essere a sua volta chiamato a rispondere delle impostazioni che ha dato alle apparecchiature belliche. Ci sono sfumature anche in questo caso: se società che producono simili apparecchiature forniscono armi che possono colpire anche obiettivi illeciti e sono poi i militari a usarli contro tali obiettivi, il produttore non risponde dell’uso criminoso di apparecchiature realizzate rispettando i limiti che il diritto di guerra pone riguardo ai bersagli consentiti; se invece realizza deliberatamente o anche su richiesta del cliente (cioè i militari), apparecchi che ignorino i vincoli del diritto di guerra, risponderà a sua volta di condotta criminosa.

    Tanto in Ucraina che in Israele e Palestina il drone è di fatto il nuovo soldato del XXI secolo ed è il principale responsabile delle vittime, lecite o meno che fossero, provocate nelle fila avversarie. I principi che presidiano lo svolgimento di un’attività in sé naturalmente letale come i conflitti, principi volti a circoscrivere al minimo indispensabile le vittime, sono gli stessi che regolavano conflitti meno tecnologici e sono tuttora effettivamente validi, proprio perché ancora oggi le macchine sono solo esecutori (anche molto intelligenti ma comunque solo esecutori) di decisioni che vengono prese da uomini: la superintelligenza artificiale di Terminator che decide di eliminare l’intero genere umano resta appunto soltanto una realtà di celluloide. Nuovo è l’ambito di applicazione di quei principi e di quelle norme, perché nuova è la modallità con cui oggi si svolgono i confronti armati: si tratta quindi di creare una giurisprudenza che adegui l’interpretazione di quelle norme alla realtà dei conflitti odierni. E nuovo è soprattutto il fatto che la responsabilità per illeciti di guerra possa coinvolgere anche civili non direttamente operativi sul teatro bellico, per la progettazione degli strumenti automatici di attacco (non era così per i carri armati, perché quelli funzionavano solo col software degli esseri umani che li operavano una volta usciti dalla fabbrica).

  • Preoccupanti celebrazioni balcaniche ed altro

    È comun defetto delli uomini, nella bonaccia, non fare conto della tempesta.

    Niccolò Machiavelli

    Era il 27 agosto scorso quando il generale serbo-bosniaco Ratko Maldić è morto all’età di 84 anni nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aja,nei Paesi Bassi. Arrestato nel 2011, dopo ben sedici anni di latitanza, è stato condannato all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità durante il conflitto in Bosnia. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha condannato Ratko Maldić all’ergastolo nel 2017. Una sentenza la quale è stata confermata in via definitiva in appello nel 2021. “Il boia di Srebrenica” ed “il macellaio della Bosnia” sono stati due soprannomi molto significatici a lui attribuiti in quel periodo. Bisogna sottolineare che la guerra in Bosnia dal 1992 al 1996 ha causato circa 100.000 morti e 2.2 milioni di sfollati.

    Tra il 1992 ed il 1996 Ratko Maldić è stato il comandante dell’esercito della Repubblica Srpska. Nel luglio del 1995, Ratko Mladić pianificò e diresse l’operazione più spietata della guerra nell’ex Jugoslavia. Nonostante Srebrenica fosse una zona protetta dalle forze delle Nazioni Unite, le truppe serbo-bosniache riuscirono ad entrarvi facilmente in pochi giorni. Ma circa due mesi prima, l’11 maggio 1995, il generale cercava di apparire ben diverso, distribuendo delle caramelle ai bambini di Srebrenica e rassicurando i cittadini che non dovevano spaventarsi.

    Invece, anche queste messinscene sono state ben programmate e dovevano coprire il vero piano che Ratko Mladić aveva dettagliatamente ideato. Si trattava di un vero e proprio massacro. Sono stati presi e radunati circa 40 mila cittadini bosniaci di Srebrenica, tra donne, bambini ed anziani. Tutti loro sono stati portati nei territori musulmani del Paese. Mentre i cittadini maschi, compresi i ragazzi dai 12 anni in su, sono stati portati in ambienti circostanti chiusi, soprattutto nelle scuole, ferme per le ferie estive. Tutti loro in seguito sono stati fucilati e sepolti in fosse comuni. La lista delle persone scomparse o uccise in quei giorni a Srebrenica, che è stata compilata in seguito dalla Commissione bosniaca delle Persone Scomparse, era composta di 8.372 nomi.

    Vent’anni dopo, nel 2015, nei dintorni di un villaggio bosniaco sono state ritrovate 6939 salme in una fossa comune. Ma tanti altri luoghi comuni di sepoltura non figurano negli elenchi ufficiali, perché, dopo il massacro, i corpi sono stati di nuovo estratti e messi in altre fosse. E questo più di una volta, per perdere le traccie. Quando è stato reso pubblico un simile, crudele e barbaro massacro hanno reagito anche le istituzioni internazionali. Era il maggio 2024, quando le Nazioni Unite hanno ufficialmente stabilito che l’11 luglio sia la Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica.

    Il “boia di Srebrenica”, Ratko Mladić, è stato riconosciuto colpevole di “…persecuzione politica e religiosa, sterminio, omicidio di massa, deportazione forzata, stupri e torture contro le popolazioni non serbe”. Ma il “macellaio della Bosnia” sarà ricordato anche per l’assedio di Sarajevo che durò 1.425 giorni, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Si tratta di un’assedio che causò circa 11 mila vittime civili innocenti, senza distinzione d’età. Vittime causate dai cecchini e dai bombardamenti dell’artiglieria serba. In quel periodo Ratko Mladić, il comandante dell’esercito della Repubblica Srpska, non si limitò solo ai cittadini bosniaci. In più ordinò anche il sequestro di circa 200 truppe, note come i caschi blu dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Quei soldati venivano usati poi come scudi umani contro i bombardamenti messi in atto dalla forze della NATO, pur di porre fine alla guerra.

    Da qualche mese fonti mediatiche, riferendosi alle documentazioni ormai rese pubblicamente note, hanno coinvolto anche l’attuale presidente della Serbia, allora un giovane attivista, in quello che è noto come il “turismo dei cecchini” oppure il “Sarajevo Safari”. Si trattava di “imprese” che garantivano a persone facoltose finanziariamente, da vari Paesi europei, di andare nelle periferie di Sarajevo assediata per sparare sui civili inermi. Ovviamente il presidente serbo ha negato tutto, dichiarando: “Non ho mai ucciso né ferito nessuno”. Ma non era accusato di aver sparato. A sparare erano quelli che pagavano. Gli altri erano solo dei sostenitori dei “Sarajevo Safari”.

    Subito dopo la morte di Ratko Mladić, la sua salma, avvolta nella bandiera serba e nel vessillo della Republika Srpska, è stata trasportata a Belgrado il 3 settembre scorso con un volo ufficiale, accompagnata dal ministro della giustizia del governo serbo. A questo trasferimento non si era opposto neanche il MICT (Mechanism for International Criminal Tribunals – Meccanismo per i Tribunali Criminali Internazionali, con sede ad Aia, nei Paesi Bassi; n.d.a.). Secondo MICT la salma era stata “riconsegnata alla famiglia all’aeroporto di Rotterdam” prima del rientro in Serbia.

    La cerimonia funebre si è svolta il 7 settembre scorso nella chiesa ortodossa di San Luca a Belgrado partendo dalle 7 del mattino. Mentre a mezzogiorno il patriarca della Chiesa ortodossa serba ha officiato la cerimonia religiosa funebre per Ratko Mladić. Durante tutta la cerimonia funebre migliaia di persone erano presenti negli ambienti circostanti la chiesa ma anche nelle strade vicine. Fra le persone presenti in chiesa alla cerimonia erano almeno tre i ministri del governo serbo: il ministro alla Giustizia, il ministro della Cultura e quello dei Trasporti e Infrastrutture. Erano presenti anche diverse personalità importanti della Republika Srpska di Bosnia, fra cui il presidente e l’ex presidente Milorad Dodik, deposto alcuni mesi fa, il sindaco di Banja Luka e vari ministri. Nella cerimonia funebre ha preso parte anche l’ambasciatore russo a Belgrado.

    Ovviamente, per delle “ragioni strategiche”, non poteva essere presente il presidente serbo. Lui ha cercato di “rispettare” il processo europeo in cui la Serbia è stata coinvolta da anni. Ma, allo steso tempo però, lui non può ignorare neanche la memoria nazionale che continua a considerare Ratko Mladić un eroe, nonostante sia stato riconosciuto colpevole dei crimini più gravi delle guerre jugoslave, tra cui l’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica. Ma nella cerimonia, al posto dell’assente presidente della Serbia, era presente il suo figlio.

    I massimi rappresentanti dell’Unione europea hanno reagito subito contro questa cerimonia. Sì perché alla Serbia è stato riconosciuto ufficialmente lo status di Paese candidato per l’adesione all’Unione europea dal 1° marzo 2012. Mentre i negoziati per l’adesione sono stati ufficialmente avviati il 14 dicembre 2015. Il che significa che la Serbia deve rispettare anche il terzo criterio dei Criteri di Copenaghen, cioè quello dell’Acquis communautaire. Un criterio che prevede la capacità di ogni Paese candidato per l’adesione di recepire, applicare e farsi carico di tutti gli obblighi derivanti dalla normativa dell’Unione Europea.

    La Presidente della Commissione europea ed il Presidente del Consiglio europeo hanno rilasciato l’8 settembre scorso una dichiarazione congiunta considerando ‘scioccanti’ le scene verificatesi a Belgrado durante i funerali del criminale di guerra Ratko Mladić. “Segnali di sostegno ufficiale, così come la presenza di alcuni alti funzionari serbi ai funerali, sono profondamente sconfortanti. Essi […] contrastano con i valori alla base del percorso della Serbia verso l’Unione Europea”, hanno affermando i due alti rappresentanti nella loro dichiarazione congiunta.

    Chi scrive queste righe considera veramente preoccupanti le celebrazioni della cerimonia funebre svoltasi a Belgrado il 7 settembre scorso. E nessuno dovrebbe trascurare l’affermazione di Niccolò Machiavelli: “È comun defetto delli uomini, nella bonaccia, non fare conto della tempesta”.

  • Coalizione internazionale approva l’istituzione del tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina

    In occasione della Giornata dell’Europa, la Commissione, rappresentata dal Commissario Michael McGrath e dall’Alta rappresentante Kaja Kallas, il Consiglio d’Europa, il Primo Ministro ucraino Denys Shmyhal e i rappresentanti di una coalizione internazionale di Stati si sono riuniti a Leopoli per approvare formalmente l’istituzione di un tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Tutti i partecipanti, come riportato nella dichiarazione di Leopoli adottata, hanno accolto con favore il completamento dei lavori preparatori necessari per l’istituzione di un tribunale speciale in seno al Consiglio d’Europa, impegnandosi a istituire il tribunale speciale, ad avviarne rapidamente le attività e a sostenerlo nei suoi lavori.

    Il tribunale avrà il potere di indagare, perseguire e processare i leader politici e militari russi, che hanno la maggiore responsabilità per il crimine di aggressione contro l’Ucraina.

  • L’ex presidente filippino Duterte a processo all’Aja per crimini contro l’umanità

    L’ex presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, è stato arrestato l’11 marzo a Manila, in esecuzione di un mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale (Cpi) per crimini contro l’umanità commessi nell’ambito della famigerata “guerra alla droga” intrapresa dalla sua amministrazione tra il 2016 e il 2022. L’ex presidente 79enne deve rispondere del “crimine contro l’umanità di omicidio”, secondo quanto riferito dalla Cpi, che fa riferimento alle migliaia di esecuzioni sommarie e stragiudiziali commesse da forze dell’ordine e vigilanti durante la guerra al narcotraffico, secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani. “Nelle prime ore del mattino, l’Interpol di Manila ha ricevuto la copia ufficiale del mandato d’arresto dalla Cpi”, afferma una nota dell’ufficio del presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos Jr.

    “Al momento, (Duterte) si trova sotto la custodia delle autorità”. Nella nota si legge anche che “l’ex presidente e il suo gruppo sono in buone condizioni di salute e vengono sottoposti a controlli medici da parte di personale sanitario governativo”. Duterte è stato arrestato all’aeroporto internazionale di Manila al suo rientro da un breve viaggio a Hong Kong. Parlando domenica a migliaia di lavoratori filippini all’estero durante un evento nella regione speciale cinese, l’ex presidente aveva criticato l’indagine della Cpi, dichiarando tuttavia che avrebbe “accettato” il proprio arresto qualora fosse stato “il suo destino”. Sotto il governo di Duterte, le Filippine avevano revocato la loro adesione alla Cpi proprio in risposta all’avvio delle indagini sulla guerra alla droga. La Corte penale internazionale sostiene però di avere ancora giurisdizione nel Paese.

    L’aereo con a bordo l’ex presidente delle Filippine Rodrigo Duterte è decollato poco dopo le 23, ora locale, dell’11 marzo diretto verso L’Aja, nei Paesi Bassi, ha annunciato in conferenza stampa il presidente Ferdinand Marcos Junior poco dopo la partenza dell’aereo. “Il velivolo è in rotta verso L’Aja. L’ex presidente sarà processato per crimini contro l’umanità in relazione alla sua sanguinosa lotta al narcotraffico”, ha confermato Marcos. La partenza poche ore dopo l’arresto era stata annunciata da sua figlia, la vicepresidente Sara Duterte, in una dichiarazione alla stampa. “Mentre scrivo, mio padre viene portato con la forza all’Aja. Questo non è giustizia, ma oppressione e persecuzione”, ha affermato Duterte, lamentando che l’ex capo dello Stato non abbia potuto difendersi dinanzi alle autorità giudiziarie locali. L’arresto è avvenuto su mandato della Cpi, che ha avviato un’indagine sulle presunte violazioni dei diritti umani commesse nell’ambito della guerra alla droga condotta durante la presidenza Duterte tra il 2016 e il 2022. Secondo le organizzazioni internazionali, migliaia di persone sarebbero state uccise in esecuzioni extragiudiziali nel quadro di questa campagna repressiva.

    “Nelle prime ore del mattino, l’Interpol di Manila ha ricevuto la copia ufficiale del mandato d’arresto dalla Cpi”, ha annunciato oggi una nota dell’ufficio del presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos Junior. “Al momento, (Duterte) si trova sotto la custodia delle autorità”. Nella nota si legge anche che “l’ex presidente e il suo gruppo sono in buone condizioni di salute e vengono sottoposti a controlli medici da parte di personale sanitario governativo”. Duterte è stato arrestato all’aeroporto internazionale di Manila al suo rientro da un breve viaggio a Hong Kong. Parlando domenica a migliaia di lavoratori filippini all’estero durante un evento nella regione speciale cinese, l’ex presidente aveva criticato l’indagine della Cpi, dichiarando tuttavia che avrebbe “accettato” il proprio arresto qualora fosse stato “il suo destino”. Sotto il governo di Duterte, le Filippine avevano revocato la loro adesione alla Cpi proprio in risposta all’avvio delle indagini sulla guerra alla droga. La Corte penale internazionale sostiene però di avere ancora giurisdizione nel Paese.

  • Europol presenta la sua prima relazione contenente un inventario delle reti criminali in tutta l’UE

    Venerdì 5 aprile il Commissario per la Giustizia Didier Reynders e la Commissaria per gli Affari interni Ylva Johansson parteciperanno alla presentazione, da parte di Europol, dei risultati della relazione dal titolo “Decodificare le più minacciose reti criminali dell’UE”, la prima mai dedicata a questo tema. Come indicato nella tabella di marcia dell’UE per contrastare il traffico di droga e la criminalità organizzata dell’ottobre 2023, la realizzazione di un inventario delle reti criminali ad alto rischio è un presupposto fondamentale per smantellarle. La relazione fa seguito alle azioni indicate nella tabella di marcia e rappresenta un risultato fondamentale nell’ambito della strategia dell’UE per la lotta alla criminalità organizzata 2021-2025.

    La relazione analizza oltre 800 reti criminali e 25 000 singoli individui, sulla base di dati provenienti da tutti gli Stati membri e da 17 paesi terzi. L’attenzione è rivolta alle principali attività criminali, tra cui il traffico di stupefacenti, le frodi, i reati contro il patrimonio, il traffico di migranti e la tratta di esseri umani. La relazione getta chiaramente luce non solo sulle attività criminali, ma anche sui loro responsabili, fornendo alle autorità di contrasto informazioni preziose sul funzionamento delle reti criminali nell’UE e rendendo così possibili azioni più mirate per combattere la criminalità organizzata.

    La relazione sarà presentata alle ore 8: 30 durante la conferenza stampa del Commissario Reynders e della Commissaria Johansson, insieme al direttore esecutivo di Europol Catherine De Bolle, al ministro belga dell’Interno, Annelies Verlinden, e al ministro belga della Giustizia Paul Van Tigchelt.

  • Russia: dall’inizio della guerra il giallo della morte di 14 esponenti di spicco

    Con la morte del viceministro russo Kucherenko sono ormai 14 le morti “misteriose” di importanti personaggi di vertice improvvisamente defunti per incredibili suicidi o per altrettanti incredibili malori.

    Se di questi decessi, visto i ruoli ufficiali che ricoprivano, abbiamo avuto notizia certamente non sappiamo, e forse non sapremo mai, quante altre persone di secondo piano sono sparite o morte.

    La sciagurata guerra di Putin, che ha raso al suolo intere città dell’Ucraina, reso inagibile, anche per la produzione agricola, sterminate porzioni del territorio, portato alla morte civili, bambini, soldati ucraini e, in numero ancora più elevato, soldati russi miete anche vittime, illustri e chissà quante sconosciute, persone che hanno avuto il coraggio di dire no alla sanguinosa invasione.

    Continuiamo a chiederci a cosa effettivamente serva l’ONU quando non solo non è in grado di impedire la più palese violazione dei suoi principi costitutivi ma neppure di espellere, o almeno sospendere, chi questi principi ha violato e continua a violare.

    Qualcuno ha cominciato, dopo essersi posto le domande, a trovare delle risposte?

    Intanto Putin continua ad uccidere, sul campo di battaglia e in ogni dove perché qualunque mezzo gli è congeniale e consentito per tenere il potere e sopprimere ogni voce di dissenso.

  • A ciascuno quello che si merita

    La giustizia non è mossa dalla fretta… e quella di Dio ha secoli a disposizione.

    Umberto Eco

    Il 20 novembre 1945 nella città di Norimberga, nota per le celebrazioni organizzate dal Partito del Reich di Hiltler, una delle città simbolo del regime nazista, ebbero inizio i processi giudiziari contro i crimini di guerra. I processi durarono per circa un anno e sono stati svolti presso la Corte Militare Internazionale. La decisione per la costituzione di quella Corte, che doveva giudicare i crimini di guerra dei nazisti, era stata presa già prima della fine della seconda guerra mondiale dalle tre potenze vincitrici: Stati Uniti d’America, Unione Sovietica e Regno Unito. Nel primo processo di Norimberga venivano giustiziati i più stretti collaboratori di Hiltler, tutti giudicati colpevoli e condannati a morte per impiccagione. La stessa Corte dichiarò criminale anche la famigerata Organizzazione delle SS (le Schutzstaffel – squadre di protezione; n.d.a.). Secondo i giudici, le SS sono state colpevoli di “…persecuzione e lo sterminio degli ebrei, brutalità ed esecuzioni nei campi di concentramento, eccessi nell’amministrazione dei territori occupati, l’amministrazione del programma di lavoro schiavistico e il maltrattamento e assassinio di prigionieri di guerra”.. Un altro processo di Norimberga, chiamato anche il “processo ai dottori”, giudicava le responsabilità dei rappresentanti di rango inferiore nella gerarchia nazista. Quanto ebbe inizio 75 anni fa a Norimberga e le seguenti decisioni della Corte Militare Internazionale rappresentano una significativa e valida esperienza e non soltanto giuridica.

    Purtroppo con la fine della seconda guerra mondiale e dopo le decisioni prese dal Processo di Norimberga non ebbero fine i crimini di guerra commessi in diversi paesi del mondo. E neanche in Europa. Compresi quelli nell’ex Jugoslavia, durante l’inarrestabile processo di disgregazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Sono note e testimoniate ormai le crudeltà fatte dalle forze armate, militari e paramilitari della Serbia e subite dalle diverse popolazioni dell’ex Jugoslavia. Crimini che ormai sono stati giudicati e condannati dal Tribunale Penale internazionale per l’ex Jugoslavia, un’istituzione giuridica delle Nazioni Unite con un mandato provvisorio. È stato costituito nel maggio del 1993, in base alla Risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di giudicare e decidere sui crimini di guerra commessi dalle strutture militari e paramilitari dell’ex Jugoslavia dal 1991 in poi. Quel Tribunale ha avuto l’obbligo istituzionale di trattare i crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio ecc., durante i conflitti armati in Croazia (1991-1995), in Bosnia-Erzegovina (1992-1995) in Kosovo (1998-1999) ed in Macedonia (2001). Quel Tribunale ha concluso definitivamente la sua attività, come previsto, il 31 dicembre 2017.

    Tornando ai giorni nostri, il 5 novembre scorso il Tribunale speciale del Kosovo ha ordinato l’arresto del presidente della Repubblica kosovara. Negli stessi giorni sono stati arrestati, sempre con ordine del Tribunale speciale del Kosovo, anche tre altri alti rappresentanti politici di primo piano. La scorsa settimana il nostro lettore ha avuto modo di informarsi su quanto sta attualmente accadendo in Kosovo (Che siano semplicemente delle fortuite coincidenze! 16 novembre 2020). Subito dopo essere stata resa nota la decisione del Tribunale, il presidente della Repubblica del Kosovo ha rassegnato le sue dimissioni. Attualmente gli arrestati si trovano nella sede del Tribunale speciale all’Aia (Olanda). Dal 9 novembre scorso sono iniziati i processi giudiziari contro gli arrestati. Bisogna sottolineare che nonostante il Tribunale speciale abbia sede all’Aia, si tratta sempre di un Tribunale del Kosovo, costituito nell’agosto del 2015, dopo l’approvazione del Parlamento in Kosovo. L’obiettivo del Tribunale è quello di indagare e deliberare sui crimini di guerra commessi dai dirigenti dell’Esercito di Liberazione Nazionale e/o da altri, contro le “minoranze etniche e oppositori politici” residenti in Kosovo, durante la guerra tra la Serbia ed il Kosovo (1998-1999) e negli anni a seguire. Il Tribunale speciale si compone di quattro Camere specialistiche e dell’Ufficio dei procuratori specializzati. La costituzione di quel Tribunale è stata chiesta dopo la pubblicazione di un Rapporto del Consiglio d’Europa, redatto da un senatore svizzero. In quel documento ufficiale si rapportava di crimini di guerra commessi da dirigenti e membri del Esercito di Liberazione del Kosovo, durante e subito dopo il conflitto armato del 1998-1999 tra la Serbia ed il Kosovo. In seguito, tra i rappresentanti delle istituzioni del Kosovo e dell’Unione europea, si sono negoziate e concordate le modalità del funzionamento del Tribunale speciale, dei suoi obiettivi e delle procedure da svolgere. Bisogna sottolineare però che non tutti i partiti in Kosovo hanno votato per la costituzione del Tribunale speciale. Le ragioni principali erano legate al fatto che un simile Tribunale non doveva giudicare soltanto i crimini, fatti dagli albanesi nel territorio del Kosovo durante la guerra e negli anni successivi, ma anche quelli fatti, sempre in Kosovo e sempre nello stesso periodo, dai serbi (militari e/o cittadini). In più, secondo quelli che hanno votato contro, il Tribunale, che non aveva nessun giudice dal Kosovo, doveva avere la sua sede in Kosovo e non all’Aia, perché così si minimizzava l’autorità dello del Kosovo. Quelli che hanno votato contro hanno ribadito comunque che rispettavano la professionalità e la serietà dei giudici e dei procuratori del Tribunale speciale. Da anni però in Kosovo una parte consistente dell’opinione pubblica, degli analisti e degli opinionisti ha espresso delle perplessità sulle decisioni che prenderà il Tribunale speciale. Non tanto per la professionalità, quanto, secondo loro, perché si potrebbero confondere le colpe individuali di singoli dirigenti kosovari, con la bontà e la giustezza della guerra di liberazione del Kosovo dalla Serbia. Una Guerra quella fortemente sostenuta, sia diplomaticamente che militarmente, dalle grandi potenze internazionali. Ma temendo anche dei “parallelismi” tra i crimini di guerra, ormai documentati e condannati, fatti dalla Serbia, con dei crimini di alcuni dirigenti che devono rispondere individualmente, nel caso le accuse fatte dall’Ufficio dei procuratori specializzati risultino fondate. A proposito, un’altra fossa comune è stata scoperta il 16 novembre scorso in una miniera nel sud della Serbia, dopo mesi di scavi, con dei cadaveri che secondo gli specialisti, con molta probabilità, potrebbero essere degli albanesi del Kosovo uccisi durante la guerra.

    Quanto sta accadendo in Kosovo ha suscitato reazioni anche in Albania. Subito è stata attivata la propaganda governativa per accusare il capo dell’opposizione, il quale, durante la guerra del Kosovo, era stato assunto come traduttore dall’UNMIK (la Missione dell’Amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo; n.d.a.). Il primo ministro albanese ha messo in atto la sua ennesima “buffonata” propagandistica, basandosi su delle accuse “prefabbricate ad arte”, con la speranza di spostare, anche per poco tempo, l’attenzione dai suoi innumerevoli scandali.

    Chi scrive queste righe pensa che il capo dell’opposizione albanese ne ha delle colpe, ma che riguardano il modo in cui ha fatto “opposizione” a questo primo ministro. Ne ha colpe anche, e soprattutto, per aver compromesso e sgretolato sistematicamente lo spirito di rivolta e di protesta dei cittadini albanesi, dopo le tante “forti” promesse fatte da lui pubblicamente e mai mantenute. Chi scrive queste righe pensa che, sia nel caso dei dirigenti del Kosovo, ormai arrestati e sotto processo, che nel caso del capo dell’opposizione albanese, è la giustizia che si deve esprimersi.  Egli è convinto però che il tempo è galantuomo e che, prima o poi, a ciascuno sarà dato quel che si merita. Che il processo di Norimberga sia un esempio! La giustizia non è mossa dalla fretta. E quella di Dio ha secoli a disposizione.

  • Crimini contro le donne: se ne parla in un convegno a Roma

    Si svolgerà mercoledì 16 maggio alle ore 15.00 in Sala Italia della Società Umanitaria (sede di Roma) l’incontro organizzato in collaborazione con l’Associazione Donne Giuriste per presentare il nuovo libro “Crimini contro le donne. Politiche, leggi, buone pratiche” di Fabio Roia, Presidente sezione Penale del Tribunale di Milano. Quasi ogni giorno si legge e si sente parlare in televisione di femminicidio ma queste sono tragedie assolutamente evitabili. Le convenzioni e le leggi ci sono. Le politiche pensate per creare un diverso approccio culturale nei confronti del rispetto del genere femminile anche. Si tratta allora di lavorare sulla cultura, di applicare gli istituti, di fare i processi in maniera intelligente, di lavorare con un approccio multidisciplinare sul caso, di formare tutti gli operatori che vengono a contatto con una donna vittima di violenza.

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