La responsabilità per crimini di guerra vale anche per droni a guida automatica. E investe pure civili
I droni sono ormai quasi un sinonimo di killer, per la fama che si sono guadagnati di arma dei conflitti del XXI secolo, ma di per sé un drone non è poi diverso da un’auto a guida automatica. Non è necessariamente impostato per uccidere, anche se in caso di impiego bellico quella impostazione non è certo anomala, ma può uccidere, deliberatamente, come conseguenza accettata di un’altra azione o per errore. Il problema non è nel drone in sé, ma nella guida del drone che spesso, anche in azioni belliche, è automatizzata: a guidare il drone non è un uomo ma l’intelligenza artificiale.
E qui sta il nodo giuridico: come nel caso di un’auto a guida automatica, chi risponde di un drone che provoca vittime? Va da sé che un’auto che investe e ferisce o uccide qualcuno compie un crimine, mentre un drone che uccide in un conflitto non necessariamente compie un crimine, perché il diritto di guerra riconosce che l’eliminazione dell’avversario è in sé lecita in guerra. Vi sono però dei limiti all’avversario che si può lecitamente colpire: i civili, tipicamente, non sono obiettivi legittimi che si possano uccidere.
La scelta degli obiettivi da colpire nel caso di un fronte è spesso già predeterminata dall’intelligenza artificiale che lo guida nei suoi attacchi ma a monte l’intelligenza artificiale è stata istruita da qualcuno in carne ed ossa che quindi può essere chiamato a rispondere degli input che fornisce. Nella realtà dei fatti tuttavia, la responsabilità può non essere così lampante: un drone in un attacco automatizzato può sempre essere fermato da chi lo sta utilizzando, e finora a mandare i droni all’attacco automatizzato sono ancora uomini (Terminator per adesso è ancora solo una realtà cinematografica), ma l’intelligenza artificiale che ne guida gli attacchi è talmente rapida che la persona che comanda e segue l’attacco può non avere il tempo di bloccarlo, anche se si rende conto che sia il caso di fermare l’attacco. Se accanto a un soldato ci fosse un bambino inerme, magari usato come scudo umano, per fare un esempio, l’intelligenza artificiale potrebbe comunque ordinare al drone di colpire il soldato, a costo di uccidere anche il bambino, e gli uomini che hanno comandato quell’attacco potrebbero non avere riflessi pronti quanto quelli delle macchine per bloccare quell’attacco.
La responsabilità, peraltro, non è del solo operatore militare che segue il drone a guida automatica nello svolgimento del suo incarico, ma investe anche chi, nella gerarchia militare, ha scelto dove e quando attaccare. In un conflitto non è lecito uccidere chiunque: civili che non stiano compiendo atti ostili, soldati che non siano in grado di combattere (ad esempio perché feriti), strutture che non hanno un’immediata funzione bellica (ospedali, per fare l’esempio più facile) non sono obiettivi leciti e colpirli è un reato.
La responsabilità infine investe anche chi militare non è e non è direttamente implicato nella scelta e nella gestione degli attacchi. Chi realizza i droni e fornisce l’intelligenza artificiale che li guida in azione può essere a sua volta chiamato a rispondere delle impostazioni che ha dato alle apparecchiature belliche. Ci sono sfumature anche in questo caso: se società che producono simili apparecchiature forniscono armi che possono colpire anche obiettivi illeciti e sono poi i militari a usarli contro tali obiettivi, il produttore non risponde dell’uso criminoso di apparecchiature realizzate rispettando i limiti che il diritto di guerra pone riguardo ai bersagli consentiti; se invece realizza deliberatamente o anche su richiesta del cliente (cioè i militari), apparecchi che ignorino i vincoli del diritto di guerra, risponderà a sua volta di condotta criminosa.
Tanto in Ucraina che in Israele e Palestina il drone è di fatto il nuovo soldato del XXI secolo ed è il principale responsabile delle vittime, lecite o meno che fossero, provocate nelle fila avversarie. I principi che presidiano lo svolgimento di un’attività in sé naturalmente letale come i conflitti, principi volti a circoscrivere al minimo indispensabile le vittime, sono gli stessi che regolavano conflitti meno tecnologici e sono tuttora effettivamente validi, proprio perché ancora oggi le macchine sono solo esecutori (anche molto intelligenti ma comunque solo esecutori) di decisioni che vengono prese da uomini: la superintelligenza artificiale di Terminator che decide di eliminare l’intero genere umano resta appunto soltanto una realtà di celluloide. Nuovo è l’ambito di applicazione di quei principi e di quelle norme, perché nuova è la modallità con cui oggi si svolgono i confronti armati: si tratta quindi di creare una giurisprudenza che adegui l’interpretazione di quelle norme alla realtà dei conflitti odierni. E nuovo è soprattutto il fatto che la responsabilità per illeciti di guerra possa coinvolgere anche civili non direttamente operativi sul teatro bellico, per la progettazione degli strumenti automatici di attacco (non era così per i carri armati, perché quelli funzionavano solo col software degli esseri umani che li operavano una volta usciti dalla fabbrica).




