Dazi

  • La forma dell’acqua

    Nel principio dell’acqua Talete di Mileto affermava come l’acqua rappresentasse la sostanza primordiale da cui tutto ha origine e a cui tutto ritorna. A questo principio si potrebbe aggiungere anche che l’acqua trova e definisce il proprio percorso in ragione degli impedimenti che trova lungo il proprio deflusso.

    Come l’acqua gli investimenti in generale rappresentano il primo anello (la sostanza primordiale di Talete) di una complessa catena di sviluppo che trova la propria ultima definizione nella creazione anche di una nuova occupazione.

    Emerge, quindi, come naturale conseguenza che gli investimenti si dirigano verso quelle aree economiche nelle quali abbiamo la sicurezza di non trovare impedimenti (ed ecco il percorso come per l’acqua) di ordine burocratico, fiscale e normativo o, peggio, ideologico.

    Quindi, se gli investimenti si confermano nella loro essenza molto simili alla “forma dell’acqua” si comprende, allora, la strategia del gruppo farmaceutico Svizzero Roche che investirà 50 Mld di dollari negli Stati Uniti e che determinerà la creazione di 12.000 posti di lavoro.

    Nella medesima lunghezza d’onda si dimostra anche Novartis la quale ha destinato oltre 7000 Mld di dollari per nuove linee produttive sul territorio statunitense e, di conseguenza, 5.000 nuovi posti di lavoro.

    Adesso anche Stellantis ha deciso di dirottare i propri investimenti oltre Oceano con oltre 13 miliardi di dollari stanziati per nuovi insediamenti produttivi, mentre gli stabilimenti italiani del gruppo risultano tutti caratterizzati dall’adozione, per buona parte dei dipendenti, di contratti di solidarietà e si riduce la produzione di autovetture a 325.000 unità, pari a quella del 1953, Il gruppo, una volta italiano, guarda agli Stati Uniti. Per non parlare della terribile situazione occupazionale a Torino, un tempo polo dell’automobile europeo, dove degli oltre 57.000 operai metalmeccanici impiegati nella complessa filiera dell’Automotive attualmente il 70% risulta in cassa integrazione. Nessuno ha intenzione di assolvere la strategia di Stellantis e del suo azionariato e management, la quale ha usufruito fino a poche stagioni addietro di incentivi statali di ogni genere, anche durante il covid con le garanzie statali poi regolarmente restituite. Andrebbe, tuttavia, riconosciuto come all’interno di un mondo contemporaneo e globale le scelte di investimento di ogni azienda, come detto prima, vengono determinate dal contesto normativo, fiscale e burocratico.

    In tale situazione in Europa il contesto si dimostra assolutamente disastroso per una diretta responsabilità attribuibile sostanzialmente a due soggetti politici, e cioè l’Unione europea, soprattutto con le sue ultime due Commissioni, e la serie dei governi italiani che si sono succeduti alla guida del Paese negli ultimi trent’anni.

    La scelta ideologica operata dalla Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen con l’imposizione del Green Deal, il quale comporta il divieto di produzione e vendita di motori endotermici dal 2035, anticipato al 2030 per quanto riguarda autonoleggi e flotte aziendali, si rivela un volano fantastico per gli investimenti del settore Automotive negli Stati Uniti  dove le restrizioni in termini di emissioni sono state abolite riuscendo in più così ad aggirare i dazi imposti dall’amministrazione Trump.

    Le aziende che hanno deciso di investire nel mercato statunitense possono trovare inoltre costi energetici inferiori rispetto a quelli praticati in Europa, che subisce gli effetti anche della sciagurata scelta della Germania di chiudere le centrali nucleari. E successivamente si è legata alle forniture del gas russo diventando ostaggio della politica di Putin con l’apertura del conflitto russo ucraino.

    Come la Germania, l’Italia, seconda economia manifatturiera in Europa, sta perdendo da anni, ad assoluta propria insaputa, buona parte degli investimenti nella filiera automobilistica ed industriale, proprio a causa di una trentennale assenza di una qualsiasi politica energetica la quale rappresenta il primo passo di una politica di sviluppo industriale ed economico, dimostrandosi in più non sazia di questo disastro strategico causato anche dall’aumento di oltre 17 punti dell’Iva per le bollette energetiche. L’ultimo intervento elaborato dal governo in carica è quello dell’introduzione di un pacchetto di incentivi nel settore auto i quali, come diceva Marchionne, favoriranno le auto estere e nel periodo attuale quelle “a carbone” provenienti dalla Cina (*).

    In Europa ed in Italia si dimostrano ancora una volta incapaci di comprendere la stessa forma dell’acqua ed ovviamente degli investimenti.

    (*) La Cina importa oltre 542 milioni di tonnellate di carbone in crescita nel 2025 del 12%

  • Trattative commerciali Usa-Cina in stallo

    La Cina ha formalmente invitato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a Pechino per un vertice con il presidente Xi Jinping, ma la Casa Bianca non ha ancora risposto poiché i due Paesi sono ancora molto distanti sulle questioni commerciali e sul flusso di fentanyl. Lo riferisce il quotidiano britannico “Financial Times”, secondo cui i progressi insufficienti nei colloqui tra Washingon e Pechino hanno ridotto le probabilità di un vertice tra Trump e Xi e reso più probabile che i due leader tengano un incontro di basso profilo al forum sulla cooperazione economica Asia-Pacifico, in programma il mese prossimo in Corea del Sud. In vista del possibile incontro, il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, incontrerà oggi a Madrid il vicepremier cinese He Lifeng per un quarto round di negoziati che dovrebbe aprire la strada alla visita del presidente Trump a Pechino, poco prima del forum sulla cooperazione economica Asia-Pacifico, in programma il 31 ottobre a Seul. Negli ultimi giorni, scrive il “Ft”, due funzionari del governo statunitense, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, hanno parlato con i loro omologhi cinesi, alimentando speculazioni su un incontro tra i presidenti. Tuttavia, secondo fonti vicine al dossier, gli scarsi progressi nei colloqui hanno ridotto le probabilità di un vertice a Pechino e hanno reso più probabile che Trump e Xi tengano un incontro di basso profilo all’Apec.

    Interpellata dal “Ft”, Sarah Beran, ex funzionaria di alto livello della Casa Bianca per la Cina, ha affermato che le telefonate e l’incontro di Madrid sono “chiari preparativi per un incontro a livello di leader”, ma non è chiaro dove i leader si sarebbero incontrati. “Probabilmente ci sono ancora opinioni contraddittorie sull’opportunità che Trump e Xi si incontrino a Pechino o all’Apec”, ha affermato Beran, ora partner della società di consulenza Macro Advisory Partners. “Inoltre, Pechino sta ancora cercando di capire cosa voglia l’amministrazione Trump: un vero accordo, negoziati perpetui o una foto ricordo a Pechino?”, ha aggiunto. Un’altra persona a conoscenza dei colloqui ha affermato che un grosso ostacolo è rappresentato dalla frustrazione degli Stati Uniti nei confronti di Pechino per non aver represso l’esportazione di sostanze chimiche utilizzate per produrre il fentanyl, un oppioide sintetico mortale. Pechino si è offerta di intervenire, ma solo in concomitanza con l’eliminazione dei dazi sul fentanyl imposti da Trump alla Cina da parte degli Stati Uniti. Washington insiste sul fatto che Pechino debba intervenire e mostrare i risultati prima di qualsiasi riduzione dei dazi.

    Il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, e il rappresentante per il Commercio statunitense Jamieson Greer incontreranno oggi a Madrid il vicepremier cinese He Lifeng per discutere delle controversie commerciali in vista dell’imminente scadenza per la cessione della piattaforma social TikTok e delle questioni relative ai dazi commerciali. L’incontro, che sarà ospitato dal premier spagnolo Pedro Sanchez, sarà il quarto tra le due parti negli ultimi quattro mesi. Anche i precedenti tre incontri si sono tenuti in città europee: l’ultima volta è stata a Stoccolma a luglio, quando le due parti hanno concordato in linea di principio di estendere per 90 giorni una tregua commerciale che ha ridotto drasticamente i dazi commerciali da entrambe le parti e ha sancito il riavvio del flusso di minerali di terre rare dalla Cina agli Stati Uniti.

    Il risultato più probabile dei colloqui di Madrid è visto come un’ulteriore proroga della scadenza per la cessione delle attività statunitensi da parte del proprietario cinese della popolare app TikTok, ByteDance, entro il 17 settembre, pena la sua chiusura negli Usa. La questione TikTok non è stata oggetto di discussione nei precedenti round di colloqui commerciali tra Stati Uniti e Cina, tenutisi a Ginevra, Londra e Stoccolma. Tuttavia, l’inclusione pubblica della questione come punto all’ordine del giorno dell’annuncio dei colloqui da parte del Tesoro offre all’amministrazione Trump una copertura politica per un’ulteriore estensione, che potrebbe infastidire sia i repubblicani che i democratici al Congresso, che hanno imposto la vendita di TikTok a un’entità statunitense per ridurre i rischi per la sicurezza nazionale.

  • L’accordo sui dazi tra UE e USA è un suicidio per l’Europa

    La gravità di questo accordo sui dazi per gli interessi dell’Europa si deduce dal comunicato finale della Commissione UE che, a parole, cerca di nascondere la debacle totale della difesa degli interessi del vecchio continente, che invece ne esce fortemente impoverito e umiliato.

    E ciò, in primo luogo, perché l’accordo sui dazi non è una intesa alla pari, ma una serie di imposizioni unilaterali del Presidente Trump, che ha un solo obiettivo e cioè quello di impoverire il mondo e in particolare l’Europa, per arricchire gli USA, senza alcuna motivazione, tranne quella del Marchese del Grillo e cioè “io sono io e voi non siete un c…o”.

    Ma per capire bene la drammatica gravità di queste imposizioni, subite senza reazione alcuna dalla Commissione UE, né dai leader europei, ma anzi con l’impegno di alcuni di assecondare a tutti i costi Trump, a partire dal Premier Meloni, che ha poi dichiarato “E’ andata meglio di quanto mi aspettassi”, occorre analizzare cosa esattamente è stato incredibilmente accettato dalla Commissione UE, per capire l’entità del danno economico e come inciderà sul futuro dell’Europa.

    Chiarito che i dazi per l’Europa non saranno reciproci, ed avranno un peso in generale del 15% del valore dei beni esportati, salvo eccezioni che ancora non si vedono, le esportazioni degli USA all’Europa invece non subiranno nessun dazio, ma anzi l’aggiunta di una miriade di nuovi prodotti, fino ad ora mai accettati dall’UE, in quanto privi degli stessi parametri di tutela della salute dei consumatori adottati dall’Europa da decenni.

    I dazi sono pesanti, sia perché sono unilaterali, sia in considerazione della debolezza del dollaro rispetto all’euro, ma non impossibili da sopportare; tuttavia il vero problema, che è sfuggito alla pubblica opinione, distratta dai dazi minacciati all’inizio al 30%, è il danno esagerato di una serie di estorsioni rovinose per il futuro dell’Europa.

    Ed ecco le estorsioni imposte per impoverirci:

    • Imporre all’Europa l’acquisto di beni energetici, Gas naturale liquefatto, petrolio e nucleare per una spesa di 750 miliardi di dollari in tre anni, con un costo di 216 miliardi in più ogni anno da pagare agli USA, pari al 60% dell’intera spesa totale per l’acquisto dei prodotti energivori dell’UE. Ma questa imposizione, oltre al costo, ha due aspetti inaccettabili e cioè, in primo luogo, che è profondamente sbagliato comprare risorse energivore da un solo Paese, perché significa accettare una dipendenza che è una forma di controllo e di ricatto, come è già accaduto con la Russia; e, in secondo luogo, il fatto che a comprare le risorse energivore non sono gli Stati, ma le imprese che, in un mercato libero, devono essere appunto libere di comprare dove costa di meno, non dove si minaccia di più.
    • Un’altra gravissima imposizione è costituita dall’obbligo delle imprese europee di spendere non meno di 600 miliardi di dollari da investire in vari settori economici negli USA, entro il 2029. Anche in questo caso le imprese sono libere di investire, e non può essere né la Commissione UE, né i singoli stati ad imporre alcunché. Ma appare chiaro che l’obiettivo di Trump, che sia l’obbligo di acquisto dei beni energetici, o gli investimenti, oltre al vantaggio dei danari, sembra alimentare il sospetto di due trappole utili al ricatto nei confronti dell’Europa, pronte a scattare con altre pretese ancora più gravose, in caso di acquisti minori di quelli concordati.
    • L’acquisto di 40 miliardi di chip per l’A.I., ed un impegno in ambito militare, di fare acquisti nel campo della difesa, da parte della Commissione UE, senza quantificazione di spesa (ma comunque per centinaia di miliardi di dollari).
    • L’assoluta assenza di tassazione nei confronti dei BIG Tech, che sono imprese private e che in Europa guadagnano centinaia di miliardi di dollari, per i quali l’UE aveva individuato sistemi di tassazione del tutto accettabili, e che Trump intende cancellare senza alcun diritto, ma con la minaccia di aumentare di nuovo i dazi, a conferma della totale inaffidabilità e dell’assenza di rispetto delle leggi sovrane dell’UE e dei singoli Stati (e silenzio assordante dei sovranisti europei).

    Quindi per riassumere il costo complessivo nei prossimi 3 -4 anni per l’UE di questa condanna dei dazi, partiamo da una spesa di circa 1.390 miliardi per gli acquisti obbligatori negli USA dei punti 1, 2 e 3, altri miliardi da quantificare per  le perdite delle imprese europee per l’aumento dei dazi, e la debolezza del dollaro in costante discesa,  più la perdita di svariati miliardi da quantificare per la eliminazione delle tassazioni per i Big Tech di cui al punto 4, più l’acquisto di armamenti USA, si arriva a  valutare un costo tra spese e mancate entrate di non meno di 2.300-3.000 miliardi di dollari nel triennio, che rivela che l’accordo con gli USA costituisca una condanna alla povertà degli Stati Europei, a beneficio degli USA, e la fine di una prospettiva di crescita economica e di strategia di sicurezza del vecchio continente, senza contare la totale esposizione al rischio quotidiano di subire qualsiasi altra forma di estorsione e minaccia di ulteriori aggravi di qualunque tipo.

    Ma soprattutto l’obiettivo principale sembra quello della sottrazione di risorse all’Europa per impedire l’attuazione del Piano per la competitività con le altre superpotenze, elaborato e presentato da Mario Draghi, che prevede, guarda caso, per il rilancio dell’Europa investimenti aggiuntivi di 750-800 miliardi di euro l’anno, fino al 5% del Pil.

    Questo accordo di dazi per l’Europa è solo uno strumento di cancellazione del ruolo e del sistema di vita Europeo, per consentire agli USA non solo di arricchirsi sul nostro impoverimento, ma anche di dominarci e renderci del tutto ininfluenti, ridurci a merce di scambio tra superpotenze, e trasformarci da popoli alla pari a paria.

    Abbiamo però ancora una via di uscita, ma occorre salda unità, coraggio e schiena dritta, per evitare che si caschi in un baratro di totale sottomissione.

    Infatti l’accordo politico del 27 luglio 2025 non è giuridicamente vincolante, il che vuol dire che può e deve essere ripreso e fortemente modificato in direzione di maggiore riequilibrio tra le due parti.

    La Commissione UE sostiene che ha il bazooka e che lo usi allora contro i prodotti USA, definendo percentuali di dazi quanto meno reciproci; ha le leggi per tassare i BIG TECH plurimiliardari americani e sottoporli a tassazione; e metta in difficoltà le imprese e il governo americano, perché lo scontro dei dazi fa danni a ciascuno dei contendenti, ma soprattutto respinga le imposizioni di migliaia di miliardi di dollari da investire negli USA. E rivendichi l’indipendenza dell’Europa, e la lealtà di 80 anni di alleanza agli USA che da soli bastano per garantire il rispetto reciproco. Draghi di recente ha detto: “E’ evaporata l’illusione di una UE che ha potere nel mondo”, sottolineando di fatto che l’Europa non può accettare di subire l’affronto di una serie di estorsioni, anche perché rimarrebbe per sempre sottomessa, anche dopo Trump, e finirebbe la sua esistenza nell’impoverimento degli stati che la compongono. Invece di una Federazione degli Stati d’Europa, rischiamo addirittura la disintegrazione dell’Unione Europea per pura codardia e incapacità di una guida politica capace di visione e comprensione della propria forza, e la sua scomparsa segnerà anche la fine della democrazia e dello stile di vita dei popoli europei.

  • La guerra dei dazi di Trump e il caso Brasile

    Nella guerra commerciale lanciata da Donald Trump contro diversi Paesi, il Brasile occupa una posizione particolare e tutt’altro che marginale. La bilancia commerciale bilaterale è storicamente favorevole agli Stati Uniti: nella prima metà del 2025 Washington ha registrato un surplus di 4,5 miliardi di dollari, a fronte di esportazioni verso il Brasile pari al 2,5% del totale americano e di importazioni che non superano l’1,3%. Alla luce di questi dati, l’imposizione di un dazio del 50% sui prodotti brasiliani sembrerebbe una decisione inspiegabile, priva di logica economica e scarsamente dannosa per Brasilia. Eppure, la scelta rivela motivazioni più profonde, intrecciate tanto alla politica quanto alla geopolitica.

    La spiegazione ufficiale diffusa dai media statunitensi è che l’aumento delle tariffe sia un modo per spingere il governo di Lula a non perseguire l’ex presidente Jair Bolsonaro, accusato di aver tentato un colpo di Stato dopo la sconfitta elettorale. A questa motivazione politica si affiancano spiegazioni “nobili” e difficilmente contestabili sul piano retorico: la difesa della sicurezza nazionale, il controllo dell’immigrazione illegale, la lotta alla corruzione, la tutela della libertà di espressione e la condanna della deforestazione. Sono argomenti che hanno un peso politico indubbio, ma che da soli non spiegano la durezza della misura. Dietro la superficie si celano cause più sostanziali, che riguardano i rapporti di forza nel commercio internazionale e il ruolo del Brasile all’interno di essi.

    Innanzitutto pesa la scelta di Brasilia, in quanto socio fondatore dei BRICS, di favorire l’uso delle valute locali negli scambi commerciali, riducendo così la centralità del dollaro. Per Washington questa rappresenta una minaccia diretta alla propria egemonia economica. A ciò si aggiunge l’espansione dei legami con la Cina. Pur avendo rapporti limitati con la Russia, il Brasile è ormai fortemente legato a Pechino che è oggi il primo partner commerciale di Brasilia, con un volume di scambi pari a 99 miliardi di dollari nella prima metà del 2025 (27,7% del commercio estero totale), contro i 50 miliardi con gli Stati Uniti (13,8%). Seguono Argentina (18 miliardi), Germania (12 miliardi) e Italia (7 miliardi).

    Questa differenza, più che le cifre assolute della bilancia commerciale, contribuisce a spiegare l’irrigidimento americano.

    Non sorprende, quindi, che già a luglio 2025, prima dell’innalzamento delle tariffe, il Dipartimento del Commercio statunitense avesse avviato un’indagine sul commercio bilaterale. Le principali criticità individuate furono:

    • l’uso delle valute locali negli scambi tra Paesi BRICS, percepito come una minaccia al ruolo del dollaro;
    • procedure lente e poco trasparenti per l’approvazione di farmaci americani in Brasile;
    • un dazio del 18% sull’etanolo statunitense, che penalizza i produttori USA rispetto a quelli brasiliani;
    • la concorrenza diretta nel settore della carne, alimentata dalla deforestazione che amplia le aree destinate ai pascoli e consente di proporre prezzi competitivi sui mercati internazionali.

    La questione agricola e alimentare è centrale. Dal 2017, con l’avvio della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, Pechino ha ridotto drasticamente le importazioni di carne, soia e cereali americani, sostituendoli con forniture provenienti dal Brasile. Il fenomeno non ha riguardato soltanto la Cina: anche altri Paesi che hanno subito pressioni o minacce da parte di Trump, come Canada, Messico, India, Giappone ed Emirati Arabi Uniti, hanno rafforzato i propri rapporti con Brasilia. L’attivismo commerciale brasiliano ha così ampliato i suoi sbocchi internazionali, riducendo l’efficacia delle leve di pressione americane.

    Parallelamente la Cina ha consolidato la propria influenza sul Brasile attraverso un massiccio programma di investimenti. Tra il 2006 e il 2024 ha finanziato o cofinanziato oltre 150 progetti nei settori strategici dell’energia, della manifattura, delle infrastrutture logistiche e digitali, dell’immobiliare, dell’agricoltura e del minerario. Allo stesso tempo ha intensificato le acquisizioni e le joint venture con aziende locali e ha trovato nel mercato brasiliano uno sbocco per prodotti non più competitivi negli Stati Uniti, come l’acciaio venduto a prezzi sospetti di dumping. Questa dinamica crea inevitabili tensioni con i produttori locali, ma rafforza ulteriormente la posizione di Pechino in America Latina.

    Le conseguenze non si limitano ai rapporti esterni. Il nuovo ruolo internazionale del Brasile ha infatti ripercussioni sul piano interno. L’aumento delle esportazioni, soprattutto di carne e prodotti agricoli, ha spinto verso l’alto i prezzi locali, contribuendo a un’inflazione che da tempo rappresenta un problema strutturale per il Paese. Il governo Lula si trova così di fronte a un dilemma complesso: da un lato la necessità di mantenere un saldo commerciale positivo e attrarre investimenti esteri; dall’altro, l’esigenza di proteggere i consumatori interni, valutando se introdurre restrizioni alle esportazioni o quote di importazione.

    La partita con Washington, dunque, è molto più intricata di quanto appaia osservando soltanto i numeri della bilancia commerciale. Il Brasile dispone di risorse strategiche fondamentali, come i minerali critici di cui gli Stati Uniti cercano di ridurre la dipendenza dalla Cina. Tuttavia, i dazi americani al 50% rischiano di scoraggiare nuovi investimenti esteri, soprattutto da parte dell’Europa e degli stessi Stati Uniti, che tra il 2006 e il 2024 hanno rappresentato rispettivamente il 61% e il 23% degli afflussi complessivi. A questo si aggiunge l’incertezza sul valore del dollaro, che ha ripercussioni dirette sulla stabilità del Real e sulle prospettive macroeconomiche di Brasilia.

    In apparenza, il Brasile si trova in una posizione di relativa forza nei confronti di Washington: gode di un ruolo crescente nei mercati internazionali, ha una bilancia commerciale in attivo e può contare sull’appoggio cinese. Ma se si amplia lo sguardo al contesto globale, emergono rischi altrettanto evidenti: l’aumento della dipendenza da Pechino, il rallentamento degli investimenti occidentali, le pressioni inflazionistiche interne e la fragilità valutaria. La guerra dei dazi con gli Stati Uniti, quindi, non è soltanto un episodio di protezionismo commerciale, ma il riflesso di un più ampio scontro geopolitico nel quale il Brasile si trova al tempo stesso favorito e vulnerabile.

    Chi sostiene che Trump non sappia ciò che sta facendo e quali conseguenze negative potrebbero derivarne anche per gli USA si sta sbagliando di grosso. Il tycoon sta giocando a poker con il mondo e bluffa. Come ogni bleffeur punta sull’incertezza e le probabili debolezze degli altri giocatori. Fino alla fine nessuno può prevedere chi vincerà.

  • L’imbarazzante tragicommedia all’italiana

    L’attuale accordo relativo ai dazi è decisamente pessimo non tanto per la quota stabilita, se il 10% risultava accettabile il 15% è certamente negativo, ma affrontabile se ci fosse come risposta una vera e propria politica volta a diminuire i costi energetici, il primo fattore di costo per le imprese, quindi la vera ed unica leva da utilizzare per attutire l’effetto dei dazi. Si aggiunga, poi, come questo accordo tra Stati Uniti ed Unione Europea, ancora controverso nella forma applicativa, di fatto favorisca la sola Germania che vede ridurre quelli applicati al settore automobili dal 25% al 15%.

    L’inversione delle posizioni rappresentative all’interno del panorama politico vede i “progressisti” come principali protagonisti del coro di critiche nei confronti dell’accordo siglato dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen con il Presidente Trump. Andrebbe ricordato come prima della definizione di questo accordo bilaterale gli stessi protagonisti avessero sempre sostenuto la centralità del ruolo della medesima presidente della Commissione europea come elemento fondamentale al fine di ottenere il miglior risultato possibile. Ora, però, di fronte ad un fallimento istituzionale e personale europeo senza precedenti, accusano la posizione politica definita “sovranista” dei singoli Stati, come la causa del fallimento dell’esito della trattativa con il Presidente Trump. Solo un approccio ideologico può infatti coniare una relazione causa effetto così impropria ed inappropriata.

    All’interno della medesima tragicommedia in salsa nostrana, viceversa, la componente avversa, ora al governo, ha azzardato nel definire questo accordo “sostenibile”, un termine decisamente ardito ed utilizzato dalla Presidente del Consiglio Meloni, bypassando i durissimi giudizi espressi dal presidente di Confindustria Orsini e dalla presidente di Confindustria a Vicenza.

    Ancora una volta duole rilevare l’ennesima conferma della assoluta lontananza dall’universo produttivo del governo in carica e della maggioranza che lo sostiene.

    In altre parole, anche in questo difficile frangente emerge una sostanziale incapacità e parzialità ideologica dell’intera classe politica nazionale che trova la propria ennesima conferma in queste analisi economico/politiche viziate da un miserabile pregiudizio ideologico.

    A questo penosa rappresentazione dell’universo politico nazionale, si aggiunge il senso di inadeguatezza dell’intera classe politica europea, la quale si conferma incapace anche solo di adeguare la propria politica strategica ed economica alle innumerevoli variabili geopolitiche internazionali.

  • Sti’ d…azzi

    A volte cambiare una vocale è sufficiente a dire tutto più di tanti commenti, e basta, in questo caso, il cambio della lettera d con la lettera c per commentare un accordo esternato, dal presidente degli Stati Uniti con la presidente della Commissione europea, il tutto su un campo da golf.
    Un accordo che non riguarda tutte le merci e non è siglato da nessun patto politico ed economico concreto e completo: acciaio, macchine, componenti, farmaci, agricoltura, solo per citare alcune voci, saranno ancora fonte di ulteriore, nebulose trattative, assoggettati a ricatti e pressioni più o meno minacciose.
    Rimangono intanto aperte le vitali ed urgenti questioni delle armi e degli aiuti per l’Ucraina e delle promesse, ad oggi non mantenute, di Trump che annuncia da tempo, senza concludere, di voler prendere posizioni pesanti contro Putin, ora parla di dieci giorni e poi cosa pensa di fare? Telefonargli per chiedergli come sta?
    Chiacchiere le cui conseguenze però pesano su tutti i cittadini dell’Unione Europea mentre i “grandi” delle tecnologie, della grande distribuzione e della rete, nelle sue varie forme, continuano ad arricchirsi e a confondere, annullare, la libera intelligenza dei singoli, chiacchiere ed accordi che lasciano alla Cina il diritto di inquinare il mondo e di stravolgere i mercati.
    Non c’è futuro per i singoli Stati senza l’Unione Europea ma con questa Unione europea senza politica comune, senza visione del futuro e consapevolezza dei ricatti del presente, rischiamo di andare a sbattere e di farci molto male.
    Serve subito una costituente per l’Europa, lo diciamo da anni, lo ripetiamo con forza.

  • L’insostenibile inconsistenza europea

    Quello di seguire la numerazione progressiva al fine di comprendere quale potesse essere la figura finale, era uno dei giochi più classici della Settimana Enigmistica. Ancora oggi questo settimanale viene indicato come uno degli strumenti più semplici ma efficaci al fine di affrontare l’avanzare dell’età mantenendo un minimo di brillantezza intellettuale.

    Trasponendo questa attività intellettuale alla realtà, per comprendere quale figura scaturisse dall’esito delle trattative tra Unione Europea, Cina e Stati Uniti, si deve procedere adottando le medesime regole della Settimana enigmistica: 1. l’Europa è diventata il primo mercato di esportazione delle auto cinesi (peraltro prodotte con il 72% dell’energia elettrica proveniente dalle centrali a Carbone [1162 in ulteriore crescita[). Un dato che all’interno di una trattativa commerciale dovrebbe fornire un certo potere contrattuale nei confronti del principale fornitore (Cina). Ursula von der Leyen, invece, è tornata dal viaggio della “speranza” senza avere ottenuto alcun riconoscimento economico e politico da XiJinping.

    In considerazione del fatto che l’Unione Europea abbia importato beni dalla Cina per 519 miliardi di euro, mentre ha esportato verso la Cina per 213,2 miliardi di euro, il mantenimento di questo flusso commerciale genera un deficit commerciale di oltre 300 miliardi di euro, il che rende ancora più inaccettabile l’insuccesso europeo.

    Di fronte ad un muro invalicabile politico ed ideologico offerto dalla Cina come logica conseguenza l’istituzione europea dovrebbe non solo cercare altri mercati (principalmente di fornitura più che di sbocco), e soprattutto imporre ai prodotti cinesi dei dazi importanti nel settore Automotive. Un primo passo potrebbe essere rappresentato dalla sospensione delle direttive del Green Deal, in particolare quelle legate alla settore automobilistico, che tanto favoriscono la produzione cinese di “autovetture a carbone”.

    Di certo un deficit commerciale di queste proporzioni non può avere alcuna giustificazione politica, ideologica e commerciale che non implichi una compromissione istituzionale europea.

    2. Viceversa, all’interno della negoziazione con il Presidente Trump, se i dazi al 10% risultavano ancora sostenibili in quanto decisamente inferiori in rapporto al peso sempre crescente dei costi energetici, ora che sono stati fissati al 15% viene certificata una volta di più la assoluta inconsistenza della Ue. Un atteggiamento europea che viene certificato da una sorta di sottomissione politica con la sua massima espressione nella decisione di avere abbandonato l’idea di una webtax nei confronti delle major statunitensi (molte con sede in Irlanda) per ingraziarsi gli Usa.

    Già questi due primi punti (1 e 2) indicano una prossima catastrofe economica e politica, ma se i due punti proseguendo nel gioco della Settimana Enigmistica venissero uniti alla lettera A, B e C, allora il disegno finale apparirebbe nella propria drammatica evidenza.

    A. In un contesto internazionale così complesso sia a causa degli scenari bellici (guerra russo-ucraina/Israelo palestinese/israelo iraniana e con un nuovo fronte con la Siria), quanto per quelli politici ed economici (l’instabilità politica di cui i dazi ne sono una espressione) l’UE nonostante tutto si dimostra di una granitica inconsistenza nella propria cieca applicazione del Green Deal.

    Un fattore assolutamente anti competitivo il cui peso aumenta proprio in ragione dei dazi che vengono imposti al sistema economico europeo che invece dovrebbero fare scaturire una politica di riduzione dell’imposizione fiscale specialmente a favore del sistema industriale al quale invece verranno aumentate l’imposizione per trovare nuove risorse finanziarie destinate al RearmEurope. E come se non bastasse, addirittura si pensa di anticiparne le date delle applicazioni di questo delirio ideologico.

    B. Non ancora consapevole del disastro che il divieto di vendita e produzione di autovetture a motore endotermico produrrà per l’intero settore Automotive europeo e per l’occupazione (13 milioni) e fissato al 2035, si ipotizza ora di anticipare al 2030 l’obbligo di adottare solo autovetture elettriche per l’autonoleggio e le flotte aziendali.

    Una strategia che non solo conferma la follia ideologica che alberga nelle stanze dell’Unione, ma che dopo il disastro nelle trattative con la Cina, si trasforma in un vero e proprio suicidio, in quanto si continua a favorire l’economia cinese forte del dumping energetico ed ambientale utilizzato per la produzione di autovetture elettriche, nonostante il fallimento delle trattative con la stessa Cina.

    Non soddisfatti si intende introdurre per le autovetture con più di 10 anni la revisione annuale che si trasformerà in un ulteriore costo aggiuntivo per le fasce di popolazione meno abbienti.

    C. Ultimo, ma non meno importante, come se non bastasse l’imposizione dei dazi. L’Unione Europea accetta supinamente l’acquisto dello shale gas ad un prezzo non di mercato ma imposto dagli Stati Uniti, boicottando il gas russo come elemento del pacchetto di sanzioni introdotte in funzione di una opposizione ad un’ipotetica invasione fino a Lisbona di Putin.

    Come per la Settimana Enigmistica ora unendo i punti, ed in questo caso anche le lettere, emerge evidente un disegno politico, ideologico e sociale di un disastro senza precedenti voluto da una istituzione in completa metastasi.

    Ci si domanda se, a fronte di questo scenario, l’intera politica non dovrebbe trarre delle conseguenze dimettendosi e tornando a chiedere agli Stati ed al Parlamento cosa intendono fare.

  • What the US-Japan deal means for Asia and the world

    US President Donald Trump has called the agreement he reached with Japan the “largest trade deal in history”.

    It might be premature to make such claims, but it’s certainly the most significant deal since Trump announced his so-called Liberation Day tariffs in April which roiled stock markets and created chaos for global trade.

    After months of negotiations, Japan’s Prime Minister Shigeru Ishiba said he expects the deal will help the global economy.

    It is a big claim. The BBC examines whether it will and if so, how?

    Japan Inc

    Japan is the world’s fourth largest economy, meaning it accounts for a large part of global trade and growth.

    Tokyo imports a great deal of energy and food from overseas and is dependent on exports including electronics, machinery and motor vehicles.

    The US is its biggest export market.

    Some experts had warned that Trump’s tariffs could knock as much as a percentage point off Japan’s economy, pushing it into recession.

    With lower tariffs, exporters will be able to do business in the US more cheaply than if Trump had stuck to an earlier threat to levy higher taxes.

    And the deal brings certainty, which allows businesses to plan.

    The announcement also strengthened the Japanese yen against the US dollar, giving manufacturers more purchasing power to buy the raw materials they need to expand their businesses.

    The US agreement is particularly good for Japan’s auto giants like Toyota, Honda and Nissan. Previously, American importers had to pay a 27.5% levy when they shipped in Japanese cars.

    That is now being reduced to 15%, potentially making Japanese cars cheaper compared to the likes of rival China.

    Having said that, US automakers have signalled they are unhappy with the deal.

    They are concerned they have to pay a 25% tariff on imports from their plants and suppliers in Canada and Mexico compared with Japan’s 15% rate.

    Jobs and more deals

    In return for reduced tariffs, Japan has proposed investing $550bn in the US to enable Japanese firms “to build resilient supply chains in key sectors like pharmaceuticals and semiconductors,” Ishiba said.

    Japan is already a major investor in the US, but this amount of money should create jobs, make quality products and foster innovation.

    Under the deal, Trump said Japan will increase purchases of agricultural products such as US rice which could help the country’s rice shortage – even if it might rattle local farmers concerned about losing market share.

    The 15% tariff is also a benchmark for other countries like South Korea and Taiwan who are holding their own trade negotiations with the US.

    South Korea’s industry minister said he will take a close look at the terms of what Japan has agreed with the US as he headed to Washington for crunch trade talks.

    Japan and South Korea compete in industries like steel and autos.

    More broadly, the US and Japan deal will put more pressure on other countries – especially major Asia exporters – to secure better agreements before a 1 August deadline.

    Deals with Vietnam, Indonesia and the Philippines have already been announced.

    But some Asian countries will suffer.

    Smaller economies like Cambodia, Laos and Sri Lanka are manufacturing exporters and they have little to offer Washington in terms of trade or investment.

    Did the US get what it wants?

    There were reports that the US had called on Japan to increase military spending.

    But Tokyo’s tariff envoy has clarified that the deal does not include anything on defence spending.

    Ryosei Akazawa added that steel and aluminium tariffs would remain at 50%.

    These both may be wins for Japan, since it exports more vehicles to the US than it does steel and aluminium.

    The pressure is also on the US to get as many of these deals over the line before its self-imposed tariff August deadline.

    Alongside negotiations with the US, countries might start looking for more reliable partners elsewhere.

    On the same day as Washington and Toyko announced their agreement, Japan and Europe pledged to “work more closely together to counter economic coercion and to address unfair trade practices,” according European Commission President Ursula von der Leyen.

    The European Union is yet to agree a trade deal with the US.

    “We believe in global competitiveness and it should benefit everyone,” said Ms von der Leyen.

  • Quando lo Stato tassa, i furbi sguazzano: i dazi di Trump spingono la produzione di Parmesan

    Nel mese di maggio 2025 è balzata del 22 % la produzione di Parmesan negli Stati Uniti rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e l’aumento è stato del 9% rispetto al mese di aprile secondo l’analisi dell’Osservatorio Coldiretti sugli ultimi dati Usda. Si tratta degli effetti dell’annuncio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di voler colpire con pesanti dazi le importazioni dall’Unione Europea. Una decisione che favorisce le produzioni italian sounding che non hanno nulla a che vedere con la realtà produttiva tricolore. Si tratta di una concorrenza sleale che minaccia le esportazioni nazionali. Se infatti i nomi sono simili a quelli Made in Italy le caratteristiche sono profondamente differenti perché i formaggi originali devono rispettare rigidi disciplinari di produzione con regole per l’allevamento e la trasformazione e un sistema di controlli che non ha eguali.

    A pesare sul mercato è pero’ la differenza di prezzo che rende le brutte copie a stelle e strisce competitive in una situazione di difficoltà economica. Con la deadline fissata al 1 agosto, L’introduzione di un dazio complessivo del 45% sul Parmigiano Reggiano (al 15% che c’è sempre stato, si aggiunge un 30%) è un danno enorme per un prodotto simbolo del Made in Italy che rischia di perdere competitività su mercati strategici come quello statunitense, primo mercato estero per la Dop. Infatti a fronte di un prezzo che, nei prossimi mesi, negli Stati Uniti potrebbe superare i 58 euro al chilo, sul mercato Usa il Parmesan del Wisconsin viene venduto al dettaglio attorno ai 24 euro al chilo. Negli ultimi dieci anni la produzione di Parmesan, romano, provolone, ricotta, mozzarella e altri similari è aumentata del 22% e ha raggiunto nel 2024 il valore massimo di sempre di 2,73 miliardi di chili, secondo l’analisi dell’Osservatorio Coldiretti. A fare la parte del leone è la mozzarella, con 2,17 miliardi di chili, seguita dal Parmesan con 203 milioni, il provolone con 176 milioni, la ricotta 110 milioni e il Romano con oltre 27 milioni di chili.

    Oltre la metà della produzione di simil formaggi italiani viene realizzata in California (soprattutto mozzarella) e Wisconsin, la terra del “cheese” che ha addirittura come simbolo una mucca nelle targhe automobilistiche e si è specializzato nella produzione di Parmesan. “Imporre dazi al 30% sui prodotti agroalimentari europei – e quindi italiani – sarebbe un colpo durissimo all’economia reale, alle imprese agricole che lavorano ogni giorno per portare qualità e identità nel mondo, ma anche ai consumatori americani, che verrebbero privati di prodotti autentici o costretti a pagarli molto di piu oltre ad alimentare il fenomeno dell’italian sounding”, afferma il presidente di Coldiretti Ettore Prandini nell’evidenziare l’importanza del negoziato in corso.

  • Macron lancia l’opa sui cervelli in fuga da Trump

    Una “forte irritazione” trapela dal ministero dell’Università e della Ricerca per quanto riguarda la ‘Conferenza internazionale su Scienza e ricerca’, il cui primo titolo era “Choose Europe, Choose France”, organizzata dal presidente francese Emmanuel Macron. Al fianco della presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, Macron ha annunciato lo stanziamento di cento milioni di euro per attrarre ricercatori stranieri Oltralpe, in primo luogo americani dopo i tagli annunciati dall’amministrazione Trump per la ricerca scientifica. Intervenendo alla conferenza internazionale, Macron ha detto che ”di fronte alle minacce” serve che ”l’Europa debba diventare un rifugio” per i ricercatori.

    La ministra Bernini: “Gli altri annunciano, l’Italia lo ha già fatto”. “Gli altri annunciano, l’Italia lo ha già fatto”, il commento della ministra Anna Maria Bernini, che era stata invitata alla conferenza, cui ha partecipato, però, l’ambasciatrice italiana a Parigi Emanuela D’Alessandro: “L’ambasciatrice – spiegano fonti diplomatiche – in coordinamento con il Ministero dell’Università e della Ricerca, guidato da Anna Maria Bernini, esprimerà la posizione dell’Italia, che considera la libertà della ricerca un principio irrinunciabile e fondamento imprescindibile di ogni avanzamento scientifico e culturale”.

    “Sul tema specifico della Conferenza – proseguono le fonti – verrà evidenziato che il nostro Paese è già attivamente impegnato nel favorire non solo il rientro dei talenti italiani, attualmente coinvolti in progetti di ricerca all’estero, ma anche nell’aumentare l’attrattività del Paese nei confronti di ricercatori stranieri. Oltre ai generosi incentivi fiscali in vigore da tempo per chi sceglie di tornare o trasferirsi in Italia e l’implementazione di un sistema di infrastrutture di ricerca all’avanguardia, è stato recentemente aperto un bando da 50 milioni di euro, destinato a ricercatori attualmente all’estero che hanno ottenuto uno Starting Grant o un Consolidator Grant dell’Erc”. Già lo scorso 15 aprile infatti, il Mur aveva annunciato e aperto questo bando, indirizzato ai ricercatori interessati a tornare, o a trasferirsi, nel nostro Paese.

    “Come richiesto dalla commissaria europea Zaharieva, l’Italia sta fornendo alla Commissione europea l’insieme delle misure nazionali adottate per attrarre scienziati e ricercatori da ogni parte del mondo, una misura utile per un eventuale coordinamento e armonizzazione delle iniziative a livello europeo. Proprio in quest’ottica – concludono – l’Italia considera il Consiglio Competitività e Ricerca, in programma il 23 maggio a Bruxelles, l’occasione ideale e il formato istituzionale più appropriato per un confronto efficace tra Stati membri e per definire insieme, e non solo in ottica prevalentemente nazionale, politiche comuni concrete, sostenibili e lungimiranti”.

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