Diritti umani

  • EU’s soft power to improve human rights in Morocco

    Morocco has made significant progress on a number of human rights issues since the revision of its Constitution in 2011 and the creation of the National Council of Human Rights (CNDH) in 2012 but the EU must continue using its soft power to help Rabat take up other sensitive issues.

    Our latest report titled “Human Rights in Morocco: Achievements and Challenges Ahead”, based on a mission in Morocco, takes stock of encouraging improvements concerning freedom of association, peaceful assembly, women’s rights, domestic violence, and children’s rights. It also outlines a number of remaining obstacles to overcome in order to achieve satisfactory results de jure and in practice and thereby meet international standards.

    The number of declared associations in Morocco has currently reached 130,000, including 4,500 working in the field of human rights, but some which challenge the status of its southern provinces, also known as Western Sahara, are still waiting for their registration.

    In 2016, more than 11,000 demonstrations involving 800,000 participants were registered. Some were not peaceful, as it was the case in Gdim Izik in 2010 where eleven police officers and a firefighter were killed by protesters. Twenty-four protestors were sentenced to long prison terms by a military court. Under pressure of the CNDH, a new law was afterwards adopted that prohibited civilians from being tried by military courts and in 2017 the indicted protesters were prosecuted by a civilian court.

    The constitution revised in 2011 allows for equality of male and female Moroccan citizens. The Moudawana (Family Code) revised in 2004 allows for improvement of women’s rights, making it easier for women to get divorced and providing more rights regarding the custody of children. In 2005, a royal decree allowed a Moroccan mother married to a foreign father to give her citizenship to her children. There are currently vivid debates about equal rights in inheritance cases and progress is still needed in practice concerning the right to health, access to education, and labor opportunities. A recent law has criminalized domestic violence but not marital rape.

    The CNDH and its 13 regional branches have been instrumental in the dynamics towards positive changes, reporting and disseminating information about violations as well as bringing together stakeholders to collaborate on solutions. However, the CNDH is aware that it still has a number of challenges to take up, such as the abolition of the death penalty and the human rights of the LGBTI people.

    The CNDH fully complies with the Paris Principles and holds constructive dialogue without concessions with authorities. Its president, Driss El Yazami, has been honored with many prestigious awards, including in January of this year the Order of Leopold, a Royal Order from the Kingdom of Belgium, established in 1832.

    Because of the positive dynamics driven by the CNDH, it is of utmost importance for Brussels to go on using its soft power to contribute to the advancement of human rights in Morocco.

    The EU has often used commercial agreements with third countries to promote human rights and good practices. For years, partnerships between the EU and Morocco have contributed to the development and the well-being of the Moroccan population and have provided the EU a leverage to raise human rights issues in the political dialogues between Brussels and Rabat.

    The EU-Morocco Fisheries Partnership Agreement in force since 2007 and due for renewal in July 2018 will soon provide a new opportunity to consolidate this fruitful policy.

    Other areas of cooperation such as the European Neighborhood Policy (ENP), the Association Agreement, and the Euro-Mediterranean Association Agreement, in addition to other regional and bi-lateral agreements, have been used and must be further enlarged to improve the overall human rights standards in Morocco.

     

  • Libertà per il ‘Premio Sacharov’ Lorent Saleh

    “Vengo a parlarvi come una mamma coraggio, come una madre che sta soffrendo”. La voce di Yamile Saleh, è fioca, rotta dall’emozione e dal dolore di dover raccontare la storia che non avrebbe mai voluto raccontare, quella di suo figlio, del suo unico figlio, Lorent, prigioniero politico in Venezuela. Anche lui fa parte dell’opposizione democratica costituita dall’Assemblea nazionale (guidata da Julio Borges) e da tutti i prigionieri politici figuranti nel ‘Foro Penal Venezolano’ alla quale il Parlamento europeo ha conferito il Premio Sacharov 2017.

    Lorent Saleh, a differenza di altri oppositori, ha avuto poco spazio per farsi sentire e da quattro anni, da quando è stato imprigionato, a parlare per lui è sua madre che gira il mondo raccontando l’assurda storia di suo figlio e la drammatica situazione del Venezuela. Attraversato da una terribile crisi economica, conseguenza delle politiche di stampo socialista bolivariano perpetrate da Hugo Chavez, il Paese è sottoposto ad una violenta repressione da parte dell’attuale Presidente Maduro che continua a far incarcerare e torturare tutti i suoi oppositori che condannano pubblicamente il suo modo di fare politica e quello del suo predecessore.

    Sin dal 2007, da quando cioè era ancora un giovane studente, Lorent denuncia la continua violazione dei diritti umani e la repressione di chi la pensa diversamente dal regime (non siamo più davanti ad un semplice governo monocolore!). E’ lungimirante Lorent, che sollecita, lui iscritto ad una università privata, tutti i colleghi e amici che frequentano altre università del Paese a prendere coscienza di quanto sarebbe potuto accadere da lì a poco. Nel 2011, con altri giovani dell’associazione Juventud Activa Venezuela Unida comincia uno sciopero della fame per tutti i prigionieri politici del tempo e riesce ad ottenere la liberazione di 11 di loro. Subisce minacce sebbene nel denunciare la repressione avesse seguito la prassi. Decide allora di lasciare il suo Paese per raccontare da lontano e in libertà quanto stava accadendo in Venezuela, e sceglie la Colombia, dove si sente a casa, confidando in un incontro con il Presidente Santos che si stava preparando alla sua rielezione. Siamo nel 2014, Lorent riesce ad avvicinarlo e ad implorare un aiuto concreto per il suo Paese ma accade l’imprevedibile. Santos decide “di consegnare il ragazzo agli sbirri del regime”, come racconta la signora Yamile, e solo dopo tre giorni dalla cattura viene emesso il mandato di arresto. Viene così ‘deportato’ nella Tumba di Caracas, un edificio incompleto progettato da un famoso architetto e che il regime di Maduro ha trasformato in quartier generale del SEBIN (Servicio Bolivariano de Inteligencia Nacional). Qui, a 16 metri sotto terra, ci sono delle celle di 3 metri per 2, con un giaciglio in cemento, senza servizi igienici, per espletare i propri bisogni si deve chiedere il permesso, pigiando un bottone, che arriva dopo ore. L’unico segno di vita esterna, se così si può chiamare, è il rumore dei vagoni del treno, l’inizio e la fine della giornata sono scanditi dal passaggio del primo e dell’ultimo treno. Il silenzio indica che un altro giorno è passato, un altro giorno sottratto alla vita e alla libertà è stato cancellato dal calendario dei reclusi. Nella ‘Tumba’ ogni tipo di tortura fisica e psicologica è ammessa, Lorent all’inizio subisce violenze bianche, quelle cioè che distruggono mentalmente perché sono pari a lavaggi di cervello. Il 16 maggio 2017 però accade qualcosa di inaspettato, con una rivolta i criminali comuni chiedono di essere trasferiti in un carcere vero, Lorent riesce allora ad avvicinarsi alle telecamere della TV che sta cercando di documentare l’accaduto e denuncia le aberrazioni alle quali i detenuti ‘politici’ sono sottoposti e che in quell’inferno sotterraneo sono ci sono anche dei minorenni. Quelle parole sono la sua nuova condanna. Yamile arriva per la visita periodica, vede passare tutti ma non suo figlio: è stato trattenuto, le dicono. Lui ormai è il simbolo dell’opposizione al governo Maduro, deve rimanere nella Tumba.

    Ad oggi la signora Yamile non sa ancora quale sia il reale capo di accusa per il quale Lorent sia stato arrestato e imprigionato in quello che non è neppure un carcere. Cinquanta udienze rinviate e tante versioni fornite da esponenti della polizia: dall’aver scritto un volantino in cui denunciava le promesse non mantenute da Chavez, e per questo motivo non avrebbe dovuto lasciare il Paese, all’aver lavorato per l’ufficio passaporti da attivista politico. Sa solo che il regime ha rubato quattro anni di vita a suo figlio, anni in cui avrebbe dovuto vivere la vita di un ragazzo normale, anni in cui avrebbe potuto mettere su famiglia e lavorare. Non aveva ambizioni politiche Lorent e se solo lei avesse immaginato tutto il dolore che sarebbe scaturito da quella vicenda avrebbe impedito a suo figlio di esporsi in prima persona con dimostrazioni pubbliche e scioperi della fame. “Vengo a chiedervi di aiutarmi a far liberare mio figlio, grazie al Premio Sacharov, affinché possa vivere finalmente una vita normale”, è l’appello commosso della signora Yamile, che aggiunge “sarebbe opportuno che il Presidente Santos, che ha ricevuto anche il Premio Nobel per la Pace, prima di lasciare il suo incarico riconoscesse di aver sbagliato”. E poi l’invito rivolto a tutti, perché non si dia per scontato che non si possa perdere quanto di bello e prezioso ci abbia dato la vita: “Siate persone attente alla libertà, non lasciate mai che i vostri diritti siano calpestati”.

  • I diritti violati in Venezuela

    In occasione dei trent’anni del Premio Sacharov, martedì 19 giugno, alle ore 16,30, l’Ufficio del Parlamento europeo di Milano (C.so Magenta 59) ospiterà, nella Sala Conferenze, un incontro con Yamile Saleh, madre del prigioniero politico venezuelano Lorent Saleh, Premio Sacharov 2017, al quale parteciperà anche la presidente dell’Associazione VenEuropa, che si occupa dei rapporti tra Venezuela e Italia, Patricia Betancourt. L’evento sarà l’occasione per discutere di diritti e libertà in Venezuela che da mesi sta vivendo una difficile, quanto pericolosa, crisi politica e sociale. Nel 2017, durante la sessione plenaria a Strasburgo, il Parlamento europeo ha conferito il Premio Sacharov per la libertà di pensiero ai rappresentanti dell’opposizione democratica in Venezuela. L’opposizione è costituita dall’Assemblea nazionale (guidata da Julio Borges) e da tutti i prigionieri politici figuranti nell’elenco del Foro Penal Venezolano, rappresentati da Lorent Saleh, Leopoldo López, Antonio Ledezma, Daniel Ceballos, Yon Goicoechea, Alfredo Ramos e Andrea González.  All’Assemblea nazionale, che aveva una maggioranza contraria al governo, fu tolto il potere e, secondo il Foro Penal Venezolano, ci sono ancora centinaia di prigionieri politici nel paese. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani aveva così commentato la decisione relativa al premio: “Il Parlamento europeo è da sempre in prima linea per difendere e promuovere la libertà, la democrazia e gli altri diritti umani, dentro e fuori i nostri confini. Oggi abbiamo il dovere di denunciare, ancora una volta, l’inaccettabile situazione del Venezuela. Questo Parlamento vuole manifestare la sua vicinanza e rendere omaggio a tutto il popolo venezuelano”.

    Anche a Roma si svolgerà un incontro sullo stesso tema e con Yamile Saleh interverranno anche Betty Grossi, l’attivista italiana che fu arrestata nel 2015 in Venezuela, e Maria Claudia Lopez (VenEuropa).

  • L’Italia smette di essere il Paese più discolo d’Europa per i diritti umani

    Per la prima volta dal 2007 l’Italia non è più maglia nera per numero di condanne non applicate della Corte europea dei diritti umani: nel 2017 è passata dal primo al quinto posto, eseguendo un numero record di sentenze della Corte, il più alto mai registrato tra i 47 Stati. Emerge dall’undicesimo rapporto del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che tuttavia evidenzia come la maggior parte dei fascicoli chiusi, riguardi problemi non ancora totalmente risolti, e quindi ancora sotto esame a Strasburgo. Corte europea dei diritti umani e Consiglio d’Europa non sono organismi della Ue, va ricordato, ed esercitano la propria autorità anche nei confronti di Stati che non fanno parte della Ue.

    All’inizio del 2017 l’Italia era il Paese membro del Consiglio d’Europa  col più alto numero di sentenze pronunciate negli anni dalla Corte di Strasburgo in attesa di esecuzione, 2.350. Una mole di fascicoli che superava di molto quella del secondo e terzo paese in classifica, Russia e Turchia, che avevano rispettivamente 1.573 e 1.430 condanne non ancora eseguite. Oggi l’Italia si trova al quinto posto con 389 fascicoli ancora aperti, e si è allontanata molto dai Paesi che hanno preso la testa della classifica guidata ora dalla Russia con 1.689 casi pendenti, seguita dalla Turchia (1.446) e l’Ucraina (1.156). La Romania, al quarto posto, ha 553 sentenze in attesa d’esecuzione.

    Il cambiamento radicale della situazione italiana è dovuto alla chiusura, nel corso del 2017, di 2.001 fascicoli pendenti. Un numero record mai eguagliato da nessun altro degli Stati membri del Consiglio d’Europa, e tanto più impressionante se si considera che questa cifra è quasi la stessa di tutti i fascicoli chiusi dal comitato dei ministri in tutto il 2016 (2.066).

    Tuttavia, come evidenziato nel rapporto annuale del comitato dei ministri, la chiusura della maggior parte dei fascicoli italiani (1.700) è definita “parziale”, nel senso che i problemi che sollevavano le condanne della Corte di Strasburgo non sono stati totalmente risolti e le questioni, che riguardano il funzionamento della giustizia, continueranno ad essere esaminati fino a quando l’Italia non dimostrerà di aver adottato tutte le misure necessarie per ovviare alle violazioni indicate dai togati di Strasburgo.

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