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  • US and Ecuador forces launch operation to fight drug trafficking

    Ecuadorean and US forces have carried out joint operations in the South American country targeting drug trafficking, the US military’s Southern Command has said.

    The US embassy in Quito announced that US forces, working with their Ecuadorean counterparts and European international police agency Europol, had dismantled a large-scale drug-trafficking network linked to the Los Lobos gang.

    The announcement came a day after Ecuador’s President Daniel Noboa said the US was among “regional allies” taking part in a “new phase” of Ecuador’s war on the drug cartels.

    Noboa says around 70% of the world’s cocaine now flows through Ecuador’s huge ports.

    Ecuador’s location, sandwiched between Colombia and Peru, the world’s two largest producers of cocaine, makes it a lucrative location for drug-trafficking gangs.

    The US embassy in Quito said in a statement that 16 suspects had been arrested, including what it described as a “high-value target”.

    Europol added that more than 100 police officers and law enforcement from Belgium, the Netherlands and Ecuador were involved in the operation.

    During the investigation, which began in January, police seized 3.7 tonnes of cocaine in the Netherlands, more than three tonnes in Belgium and more than half a tonne in Ecuador, the statement said.

    Officers also secured $810,000 (£605,000) in cash.

    The drugs had been hidden in containers with fruit for export to Europe, according to officials.

    Europol found that Ecuadorean drug smugglers belonging to the Los Lobos gang were working with an Albanian trafficking organisation to ensure that, once the cocaine shipments had reached ports in Europe, they were “rapidly divided, transported inland and distributed across multiple countries”.

    Last year, the US declared Los Lobos as a Foreign Terrorist Organisation (FTO), accusing it of “terrorising and inflicting brutal violence on the Ecuadorean people”.

    The latest operation comes four months after Ecuadoreans dashed US hopes of expanding its presence in the eastern Pacific region by voting against allowing the return of foreign military bases in the country.

    The referendum result was a blow for Noboa, a close ally of US President Donald Trump, who is trying to fight organised crime and reduce soaring violence.

    The country has become one of the world’s biggest drug-trafficking hotspots in recent years.

    On Monday, Noboa held talks in Quito with US Southern Command chief Francis Donovan and Mark Schafer, head of US special operations in Central and South America and the Caribbean.

    During the meeting, they discussed plans for information sharing and operational co-ordination at airports and seaports, Noboa’s office said in a statement.

    “Together, we are taking decisive action to confront narco-terrorists who have long inflicted terror, violence, and corruption on citizens throughout the hemisphere,” the US Southern Command said on Tuesday.

    The announcement comes three months after the Washington announced a temporary deployment of air force personnel to the former US base in the port city of Manta.

    Tackling drug trafficking in the region is a key priority for the US.

    The Trump administration has carried out more than 40 lethal strikes on alleged drug boats in the Caribbean Sea and Pacific Ocean since September.

    In January, the US seized Venezuela’s then-President Nicolás Maduro, who they accuse of “narco-terrorism” and enabling the transport of “thousands of tonnes” of cocaine to the US.

    And last month, Trump met his Colombian counterpart, Gustavo Petro, at the White House after months of rising tensions between the pair.

    Trump has repeatedly accused Petro and his administration of failing to stem the flow of drugs to the US, suggesting that expanded strikes could also target Colombia.

  • Sette europei su dieci favorevoli all’aumento degli investimenti in difesa

    Gli europei sono favorevoli ad aumentare gli investimenti nella difesa. E’ quanto emerge da un’indagine condotta da SWG e Polling Europe, presentata da Rado Fonda, Head of Research delle due società, nel corso di Primo Piano Europa, il nuovo format televisivo dell’agenzia Italpress condotto da Claudio Brachino.
    Secondo i dati della ricerca, il 73% dei cittadini europei si dichiara d’accordo con un incremento delle spese militari a livello continentale, mentre solo il 27% si oppone. “All’interno della maggioranza favorevole, tuttavia, emergono sfumature significative – spiega Fonda -: circa il 35% auspica un aumento molto rilevante delle risorse destinate agli apparati militari, mentre un altro 38% si mostra più cauto, preferendo un incremento più contenuto e graduale”. Il dato però non è uniforme in tutta Europa. L’Italia si conferma il Paese con la quota più bassa di consensi verso l’aumento degli investimenti nella difesa: il 60% degli italiani è favorevole. All’estremo opposto si colloca la Polonia, dove il sostegno raggiunge il 93%, la percentuale più alta registrata. Non è un caso: la vicinanza geografica al confine russo e la percezione di una minaccia più diretta influenzano fortemente l’opinione pubblica polacca. Ma perchè i cittadini europei chiedono di rafforzare la difesa? La risposta è legata a un diffuso senso di vulnerabilità. “Oltre la metà degli europei ritiene infatti che il continente non sia preparato ad affrontare un eventuale conflitto armato con un’altra superpotenza – sottolinea Fonda -. E’ proprio questa percezione di inadeguatezza a generare incertezza e timore, spingendo molti a sostenere un potenziamento dei sistemi militari europei”. Sul fronte della governance della difesa, l’opinione pubblica europea appare invece spaccata. Circa il 48% dei cittadini vorrebbe che le decisioni in materia di difesa e investimenti fossero coordinate a livello europeo, sotto la guida della Commissione. Il 41%, invece, preferirebbe che queste scelte restassero di competenza dei singoli Stati nazionali.
    Questa divisione riflette nettamente le appartenenze politiche degli elettori. Gli elettori di sinistra, dell’area socialdemocratica, dei Verdi e dei gruppi liberali sono i più favorevoli a una gestione sovranazionale della difesa. Al contrario, gli elettori di destra, in particolare quelli dei gruppi Patriots e di partiti come Alternative fur Deutschland (AfD) in Germania, Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia, e in Italia la Lega e in parte Fratelli d’Italia, spingono per mantenere la governance a livello nazionale.

  • Dalla Finlandia un esempio per l’Europa dei nazionalismi obsoleti e dei mondialismi pericolosi

    Mentre alcuni partiti, dalla Lega ai 5 Stelle ad Avs, contestano la necessità dell’Europa di difendere l’Ucraina, per difendere anche il proprio futuro e la propria indipendenza, e di organizzarsi, si spera il prima possibile, per avere armamenti ed esercito sinergici, la Finlandia si è già da tempo organizzata per resistere a possibili invasioni militari e per impostare una nuova regola di vita che crei un unicum tra tutti i suoi cittadini.
    La Finlandia è un Paese piuttosto freddo, dove non è semplice abitare, il clima dell’Artico è duro ed è difficile confrontarsi col territorio tra foreste innevate e laghi ghiacciati, una sfida continua che i suoi abitanti vincono ogni giorno.
    Una sfida che ha creato un modo di vivere diverso, partendo dal sistema educativo che ha permesso alla Finlandia di essere in cima alle classifiche del ‘Program for International Studies Assessment’ dell’Ocse, programma che misura il grado di alfabetizzazione e le capacità matematiche dei bambini i quali coniugano lezioni e diversi minuti dedicati a gioco e vita all’aria aperta, nonostante il clima sfavorevole.
    Tornando alla necessità di difendersi, la Finlandia ha il secondo confine più lungo con la Russia, 1.340 km contro i 1.576 dell’Ucraina.

    Il popolo finlandese col suo sistema è riuscito a restare indipendente dopo ben due attacchi, nel secolo scorso, da parte russa.
    Gli abitanti sono 5 milioni, i militari di leva solo 23mila ma il sistema che è stato messo in piedi consente di aggiungere 176mila uomini e donne delle forze territoriali immediatamente richiamabili in caso di guerra ed altre 700mila persone pronte a mobilitarsi e addestrate a lottare per la propria comunità.

    Un recente sondaggio, pubblicato anche da riviste italiane quali Sette del Corriere della Sera, ha rilevato che l’80% dei finlandesi è disposto ad attivarsi e a combattere per la libertà e l’indipendenza della loro nazione se la Russia dovesse attaccare. In Italia sembra che solo il 14% sarebbe disposto ad impegnarsi.

    In Finlandia alla base della società vi è la regola del “mutuo soccorso”, da noi sembra esserci quella della mutua reciproca distruzione.

    L’Europa ha bisogno di una politica comune, di un esercito comune, ma in attesa che ci si metta d’accordo, dopo anni di inutili parole, si potrebbe iniziare ad insegnare, in tutte le nostre scuole, cosa significhi vivere insieme, aiutarsi e credere nel proprio Paese come avviene in Finlandia, senza idee nazionaliste obsolete o visione mondialiste distorte.

    Forse con umiltà e semplicità dovremmo guardare a chi è stato capace, nonostante le difficoltà del clima e del pericolo sempre alle porte, di creare una società coesa, preparata, scevra da tante parole inutili e pronta ad agire.

  • Dare vita finalmente alla difesa comune europea

    Velivoli, aerei o grandi droni, hanno sorvolato i cieli di paesi dell’Unione Europea e componenti della Nato, Polonia, Romania ed Estonia.

    I leader di questi Stati, dopo aver attivato le misure di contraerea e sorveglianza per allontanare i velivoli che avevano sconfinato, hanno ufficialmente dichiarato che appartenevano alla Federazione Russa.

    Si è anche verificato un black out negli aeroporti di Bruxelles, Berlino, Londra e Dublino con la conseguenza che decine di voli sono stati cancellati o dirottati su altri aeroporti.

    Putin nega che i velivoli che hanno sconfinato siano suoi.

    I premier dei paesi, i cui cieli sono stati violati, annunciano che sono pronti ad abbattere i velivoli che dovessero nuovamente sconfinare nei loro cieli.

    Putin dice che non teme minacce.

    C’è qualcosa che non quadra, se i velivoli non sono suoi, come afferma e continua a dichiarare, quale minaccia ci sarebbe per le Russia se gli aerei o i droni fossero abbattuti? Il problema riguarderà chi li ha mandati.

    Se la situazione non fosse tragica, per le conseguenze che possono arrivare da una continua violazione dei cieli Nato e dal loro necessario e legittimo abbattimento, sarebbe ridicola, cosa importa a Putin di questi velivoli se non sono suoi?

    Se però si ritiene minacciato dall’abbattimento dei velivoli è evidente che gli appartengono e che sta cercando di capire fino a dove può spingersi, quanto è la capacità di reazione della Nato, qual è il vero impegno dell’Europa e degli Stati Uniti nella difesa comune.

    Senza tanti giri di parole qualunque velivolo che, senza autorizzazione, senza identificarsi, varchi i confini dei paesi europei deve essere abbattuto e l’Europa si deve svegliare dal suo sonno e dare finalmente vita ad una difesa comune non per fare un doppione della Nato ma perché è ormai evidente che gli Stati Uniti non rappresentano più lo scudo che per anni ci ha protetto, per altro impedendo, con modi diversi, che i paesi europei trovassero una coesione in campo strategico e militare.

  • Errori americani

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Il lituano Andrius Kubilius, il commissario europeo alla difesa, afferma che Vladimir Putin è il «nemico pubblico numero uno dell’Ue». E che la Russia sta preparando un attacco all’Europa «nei prossimi 3-4 anni». Chiunque pensi con la propria testa e non sia vittima della propaganda che ci arriva ogni giorno dalla stampa principale e dalle TV sa che è inverosimile che la Russia abbia una qualche intenzione di attaccare un qualunque Paese europeo. Sono tre anni che non riesce a chiudere la partita con l’Ucraina e solo dei pazzi o chi ha altri inconfessabili obiettivi possono credere che Mosca voglia lanciarsi in una guerra diretta contro tutta la NATO. Eppure, in Europa da mesi a questa parte esiste davvero una situazione pericolosa che non va sottovalutata. Basterebbe infatti un piccolo incidente, magari non voluto espressamente da alcuno, per far scoccare quella scintilla che porti veramente a una guerra. Starmer, Merz e Macron sembrano proprio invocarla e non da poco Zelensky fa di tutto per spingere la NATO a intervenire direttamente in suo aiuto. Come sempre accade, è ovvio che ci sia chi guadagna sui conflitti ma, nonostante la propaganda, le opinioni pubbliche non ne vogliono sapere. Fino a che i noti guerrafondai si limitano a mandare milioni di euro e armi a un Paese già fallito, la maggior parte dei cittadini europei preferisce non vedere il rischio, sperando che scompaia.

    Purtroppo il pericolo di una vera guerra in Europa non è cominciato con l’invasione russa dell’Ucraina, né con il colpo di Stato a Kiev del 2014: è stata innescata già dal momento in cui l’Unione Sovietica è crollata. Le ragioni vanno cercate nei comportamenti dell’unico vero potere che da quel momento era rimasto nel mondo: gli Stati Uniti. Dalla fine della seconda guerra mondiale noi europei occidentali siamo stati totalmente dipendenti dagli USA e, anche se abbiamo dovuto rinunciare alla nostra totale autonomia politica ed economica, ne abbiamo anche tratto grandi vantaggi. Non solo una certa libertà individuale che è mancata a quelli che sono rimasti sotto il tallone sovietico ma anche un vero benessere economico abbastanza diffuso. In cambio, abbiamo accettato di condurre la nostra politica estera semplicemente come vassalli. Caduta l’URSS e rimasti l’unica grande potenza, l’obiettivo dichiarato dei nostri amici americani (messo per iscritto in un documento sulla “Sicurezza Nazionale”) è stato quello di impedire che potesse nascere nell’intero mondo un qualunque antagonista alla loro supremazia. È da quel momento che, ahimé, hanno commesso una serie di sbagli strategici che hanno aumentato i rischi di una nuova guerra mondiale.

    Anche se qualcuno vuole oggi attribuire al solo Trump e ai suoi modi tutt’altro che diplomatici i problemi, interni ed esterni, che il mondo Occidentale si trova ad affrontare essi datano da molto prima.

    Se guardiamo alla storia recente degli ultimi trent’anni possiamo vedere quali sbagli Washington ha commesso per farci temere di una catastrofe mondiale. Non che prima del 1989 tutto fosse stato fatto con lungimiranza e per accertarlo basta vedere che nessuna Agenzia americana capì fino all’ultimo la debolezza politica dello Scià iraniano. Fu anche per quella cecità che a Teheran, dopo la rivoluzione, nacque un regime totalmente ostile. Come non fosse bastato il non aver prevenuto gli eventi, gli USA detterò ospitalità allo Scià stesso nonostante la dichiarata diffida formulata dal regime degli Ayatollah. La conseguenza fu l’occupazione dell’Ambasciata di Teheran cui seguì il disgraziato tentativo della liberazione militare degli ostaggi. Non solo il blitz non riuscì a causa di varie inefficienze militari ma morirono 8 soldati americani. Da allora i rapporti con un Paese che era ricchissimo di materie prime e vantava una cultura millenaria furono solo ostili. Nei confronti dell’Iran fu poi commesso in seguito un altro grave errore e questa volta da Trump nel suo primo mandato: la decisione unilaterale di disdire lo JCPOA. Oggi, anziché essere isolato, l’IRAN fa parte dei BRICS e esporta petrolio quanto non faceva più dal 1978.

    Un altro grave errore compiuto quando ancora esistevano due blocchi fu commesso quando per l’Europa si presentò per la prima volta l’occasione di costruire un esercito comune (a parte la fallita CED del 1954). Attualmente sembra che anche da oltre-oceano lo si auspichi ma allora ci fu proibito. Chi espressamente si oppose a quell’ipotesi fu, nel 1998, il Segretario di Stato Madeleine Albright che avvertì gli europei che Washington avrebbe giudicato negativamente ogni decisione europea in quel senso: nessuna duplicazione della NATO sarebbe stata ammessa e quando si fosse trattato di appalti per la difesa dovevano essere gli USA a decidere chi avrebbe, o non avrebbe, potuto parteciparvi tra i Paesi al di fuori dell’Alleanza. Poco dopo toccò a un altro fanatico corto-vedente impedire il rafforzamento militare dell’Europa: Paul Wolfowitz un neo-conservatore. Gli europei si erano riuniti a Berlino nel 2003 con l’obiettivo di creare una forza di reazione rapida europea capace di intervenire in crisi internazionali senza dipendere completamente dagli Stati Uniti. Si parlò anche di istituire una cellula civile-militare all’interno dello Stato Maggiore UE per pianificare e coordinare operazioni militari in modo autonomo. Con l’intenzione di impedirlo, all’incontro arrivò Paul Wolfowitz, Sottosegretario di Stato USA, e assieme alla famigerata Victoria Nuland (quella che per impedire una soluzione negoziata e pacifica delle dimostrazioni di Maidan a Kiev nel 2014 disse che bisognava eccitare gli scontri. Al suo ambasciatore che manifestava le perplessità degli europei disse “Fuck the EU”) esercitarono pressioni affinché non si sviluppasse alcuna struttura militare autonoma.  Furono così riconfermati il controllo e l’unilateralismo americano in contrasto con le aspirazioni europee di un ruolo più equilibrato e militarmente multipolare. Il risultato: gli accordi detti di Berlin Plus permisero sì all’UE di usare proprie risorse ma solo in missioni dove la NATO non fosse direttamente coinvolta. Come usarle? Attraverso un esercito di soli 5000 uomini (sic!) con comando a rotazione. Cioè: nulla. Anche oggi, quando sono gli stessi Stati Uniti a chiederci di rafforzare le nostre difese, la condizione è che tutto deve comunque essere coordinato con la NATO. L’errore? Impedirci di diventare dei veri partner per confermarci come “colonie” dell’Impero USA.

    Un altro grave errore strategico fu la seconda guerra del Golfo (2003) contro Saddam Hussein. Che costui fosse un delinquente politico è indiscutibile, ma la sua eliminazione costituì la fine dell’unica potenza militare confinante con l’Iran che poteva impedire il dilagare iraniano verso ovest. Dopo la caduta del regime di Saddam, a causa della tradizionale incapacità di capire culture diverse dalla loro, gli americani mandarono dapprima un incapace (Bremer) a gestire lo Stato in fieri e poi fecero nominare Presidente del Consiglio di Governo iracheno un tal Chalabi, sponsorizzato dalla CIA e dai neo-conservatori. Costui era soltanto uno scaltro sciita che ben presto si asservì agli interessi iraniani. Attualmente, l’Iraq è un Paese estremamente corrotto e fallimentare (salvo il Kurdistan che è quasi un’oasi felice) ed è egemonizzato principalmente da Teheran. La forma democratica resta solo un’apparenza.

    Lo sbaglio più grave in assoluto degli anni di inizio 2000 (tralasciamo qui per pietà i fallimenti in Afganistan, in Siria, in Libia ecc.) fu però l’atteggiamento verso la Russia, cui subito si allinearono servilmente e masochisticamente gli europei. Spiegare dettagliatamente gli errori che cominciarono a partire dalla fine dell’URSS diventerebbe molto lungo ma, per capire perché e come furono commessi occorre rifarsi alle visioni politiche di Zbigniew Brzezinski. Costui, collega e avversario di Kissinger, pur se molto meno intelligente, fu un politico e politologo polacco naturalizzato statunitense nel 1958. Consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter dal 1977 al 1981, divenne anche collaboratore di altri Presidenti e docente universitario ascoltatissimo come esperto di politica internazionale, con particolare riferimento ai rapporti con l’Unione Sovietica. Gli stessi suoi estimatori temevano la sua ideologia intransigente, lo stile abrasivo e l’incapacità di lavorare con una squadra. Di lui si ricordano molti suggerimenti che si dimostrarono poi gravi abbagli. Ad esempio il finanziamento dei mujahiddin in Pakistan e Afghanistan durante la guerra fredda e, nel 1999, il bombardamento della Jugoslavia. In merito al sostegno ad Al Qaida in Afganistan Brzezinski (e i suoi sodali) non capirono che quei fanatici islamisti odiavano i sovietici come odiavano gli occidentali e il risultato si vide soltanto in seguito, con l’11 settembre 2001. Nel 2011 appoggiò apertamente l’intervento della NATO in Libia contro Gheddafi e nel 2014, dopo il referendum che sancì l’annessione della Crimea alla Russia, affermò che l’azione russa “meritava una risposta” e paragonò Putin a Hitler e Mussolini. Il suo pensiero politico (che ha influenzato tutti i Governi americano dal 1989 in poi) è riassunto nel suo libro “La grande scacchiera” del 1997. In quelle pagine Brzezinski riprende il concetto ottocentesco di “Grande Gioco” (quello tra Russia e Gran Bretagna in Asia centrale nel diciannovesimo secolo) e lo proietta in chiave globale. La metafora della scacchiera indica che gli Stati Uniti devono muovere i pezzi (alleanze, istituzioni, basi militari, diplomazia) per mantenere il vantaggio su tutti i possibili concorrenti mondiali. Per farlo, la priorità è impedire che emerga una potenza egemone in Eurasia capace di sfidare la leadership americana. Secondo lui, poiché per dimensioni e armamenti ereditati dall’URSS Mosca potrebbe diventare egemone su qualche parte dell’Eurasia, occorre “contenerla”. Come? Allargando al massimo la NATO. In particolare: «Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico», ed ecco così spiegato l’interesse americano verso Kiev, altro che esportazione della democrazia! Brzezinski aveva suggerito di incorporare l’intero ex patto di Varsavia all’interno di Unione Europea e Alleanza Atlantica e, infatti, uno dopo l’altro furono inglobati nella NATO e nell’Unione Europea. Ciò nonostante le celebri rassicurazioni che ciò non sarebbe mai avvenuto fatte a Mikhail Gorbaciov da Manfred Woerner, segretario generale dell’Alleanza atlantica, e da altri dal 1988 al 1994. Nel 2008 al vertice NATO di Bucarest Washington inserì nell’ordine del giorno l’ingresso nella NATO di Georgia e Ucraina. Al momento si opposero però Germania e Francia perché, sostennero, “ciò avrebbe significato uno schiaffo alla Russia che sarebbe stata obbligata a reagire”. Di questo avviso, contrario a una estensione dell’Alleanza senza limiti, si dichiararono in varie circostanze anche Kissinger e l’ex Ambasciatore a Mosca George Kennan (costui che fu il padre della teoria del “contenimento” dell’URSS riteneva un grave errore applicare quel concetto alla nuova Russia). Già nel convegno sulla sicurezza di Monaco del 2007 Putin denunciò l’espansione della NATO verso est, definendola una minaccia alla sicurezza della Russia. Come risposta, la Clinton, allora Segretario di Stato, nel 2009 si presentò a Mosca con un pulsante che diceva: “reset”, alludendo ad una presunta volontà americana di ristabilire buoni rapporti con la Federazione Russa. Putin accettò ma l’aspettativa positiva fu presto smentita da nuovi tentativi di “rivoluzioni colorate” spalleggiate dall’Occidente in Paesi ex sovietici i cui Governi avevano relazioni strette con Mosca. La fiducia reciproca venne allora meno e non fu più recuperata. I russi avevano sperato loro fosse riconosciuta la possibilità di mantenere una certa influenza su Paesi che consideravano strategici per la loro sicurezza ma i fatti smentirono le promesse. Il colpo di Stato a Kiev del 2014 segnò il punto di non ritorno. Ebbene, l’attuale guerra in Ucraina è la naturale conseguenza dell’assedio cui la Russia è stata sottoposta dal momento della sua nascita come Stato. Prima di Putin lo fecero molte società americane che tentarono di acquisirne le ricchezze strategiche in modi più o meno legali con la complicità degli oligarchi di allora (vedi Khodorkovsky). Dopo l’arrivo al potere del nuovo Zar, fu il Governo americano e i Brzezinski vari, direttamente o tramite ONG etero-comandate, a condurre con una lotta politica senza scampo seppur mai dichiarata apertamente. Risultato: l’Europa ha dovuto rinunciare a commerciare con il Paese al mondo più ricco di tutte le materie prime e bisognoso del nostro know-how e dei nostri investimenti. In cambio, lo abbiamo buttato, seppure storicamente reticente, nelle braccia della Cina con la quale oggi guida i BRICS, lo SCO e la ribellione mondiale al potere dell’Occidente.

    Un secondo errore strategico altrettanto deleterio compiuto dagli americani fu l’atteggiamento verso la Cina dopo l’arrivo al potere di Deng Xiaoping. Furono diversi gli analisti indipendenti che intuirono subito che la nuova Repubblica Popolare Cinese avrebbe potuto, in un tempo non troppo breve, diventare un pericoloso concorrente per la supremazia Occidentale nel mondo, ma a Washington erano di altro avviso. Abbacinati dal grande sviluppo economico, gli stolidi americani si convinsero che il crescere della ricchezza avrebbe comportato una evoluzione politica verso forme di democrazia liberale (quindi controllabile anche dall’esterno) e, senza comprensione (come sempre) delle realtà storiche e sociali di altri Paesi, pensavano che la Cina sarebbe potuta diventare un nuovo “cliens” (nel senso latino) del potere americano. Protagonista di questo progetto fu Bill Clinton che pensava di utilizzare il libero scambio e gli investimenti USA come mezzi per integrare la Cina nell’ordine globale guidato dagli Stati Uniti. Fu a questi scopi che nel 1999 firmò con Pechino un accordo bilaterale e nel 2000, il Congresso degli Stati Uniti approvò la concessione dello status di “Permanent Normal Trade Relations” (PNTR) alla Cina, passo fondamentale per la sua adesione all’OMC che divenne effettiva nel 2001. Naturalmente gli europei, obbedienti come d’abitudine, non seppero opporsi. Nonostante la Cina non fu mai (e non lo è ancora) totalmente rispettosa delle regole dell’OMC, il suo ingresso nell’organizzazione le consentì di diventare la “fabbrica del mondo”. Con le conseguenze economiche e politiche sull’Occidente che oggi conosciamo.

  • La Ue terrà fino al 2027 la sua flotta di difesa davanti alla Libia

    Il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di estendere fino al 31 marzo 2027 il mandato della missione militare EuNavFor Med-Irini, attiva nel Mediterraneo nell’ambito della Politica di sicurezza e difesa comune (Psdc). La decisione è stata presa a seguito della revisione strategica condotta dal Comitato politico e di sicurezza dell’Ue. Oltre alla proroga, il Consiglio ha anche deciso di ampliare il mandato dell’operazione, aggiungendo nuovi compiti alle sue attività. Oltre a contrastare il traffico di armi e le esportazioni illecite di petrolio dalla Libia, Irini sarà ora incaricata di sorvegliare e raccogliere informazioni su altre attività illecite nella regione, nonché di monitorare le infrastrutture marittime critiche e supportare la pianificazione di eventuali interventi di emergenza. Questa nuova competenza “rafforzerà la capacità dell’Ue di avere una maggiore consapevolezza situazionale marittima nel Mediterraneo”, riferisce il Consiglio in una nota. Per sostenere le operazioni della missione, l’Ue ha stanziato 16,35 milioni di euro per il periodo dal primo aprile 2025 al 31 marzo 2027.

    L’operazione Irini (che in greco significa “pace”) è stata lanciata il 31 marzo 2020 con l’obiettivo di sostenere il processo di pace in Libia, attuando le restrizioni imposte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (risoluzione 1970 del 2011). Dopo la prima Conferenza di Berlino, il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di lanciare, il 31 marzo 2020, l’operazione militare denominata EuNavFor Med–Irini, principalmente marittima e incentrata sull’attuazione dell’embargo delle Nazioni Unite sulle armi alla Libia. Irini fa parte dell’approccio integrato europeo alla Libia che prevede sforzi politici, militari, economici e umanitari per portare stabilità e sicurezza nel Paese. I compiti dell’operazione sono: contrastare il traffico illegale di armi, sostenendo l’attuazione dell’embargo sulle armi nei confronti della Libia sulla base delle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (compito principale); raccogliere informazioni sul contrabbando di petrolio, in particolare per le sue conseguenze sull’economia libica e il suo possibile utilizzo per finanziare il mercato delle armi; contribuire all’interruzione del modello commerciale del traffico di migranti raccogliendo informazioni con mezzi aerei e condividendole con Frontex e le autorità nazionali competenti; sostenere lo sviluppo della capacità di ricerca e soccorso delle pertinenti istituzioni libiche attraverso la formazione. In particolare, quest’ultima attività non è stata ancora attuata.

    Nel mese di gennaio 2025, la missione aeronavale dell’Unione europea incaricata di applicare l’embargo Onu sulle armi in Libia ha svolto dieci ispezioni a bordo con il consenso dei comandanti (contro le quattro di dicembre per un totale di 702 cosiddetti “approcci amichevoli” da inizio mandato) e indagato 381 navi mercantili tramite chiamate radio (a ottobre erano 501, per un totale di 17.142). L’operazione ha inoltre monitorato 52 voli sospetti (a dicembre erano 44, 1.750 in totale) e ha continuato a vigilare su 25 aeroporti e 16 porti e terminali petroliferi. In base all’ultimo rapporto disponibile, dal lancio della missione il 31 marzo 2020, EuNavFor Med–Irini ha sequestrato carichi violatori dell’embargo in tre occasioni, dirottando le navi verso porti dell’Unione europea. Irini ha prodotto 68 rapporti per il Panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia, la maggior parte dei quali riguarda violazioni dell’embargo sulle armi e attività di contrabbando di petrolio. Attraverso la Cellula di informazione sulla criminalità, integrata nella missione, sono state emesse 92 raccomandazioni per ispezioni in porti europei (di cui una emessa a dicembre 2024), con 73 ispezioni effettivamente condotte dalle autorità competenti.

    Lo scorso mese di gennaio 2025, il Consiglio di sicurezza Onu ha aggiornato il regime di sanzioni sulla Libia, esentando alcune attività dall’embargo sulle armi. In particolare, il Consiglio ha deciso che il suddetto embargo sulle armi non si applicherà a nessuna assistenza tecnica o formazione fornita dagli Stati membri alle forze di sicurezza libiche, intesa esclusivamente a promuovere il processo di riunificazione delle istituzioni militari e di sicurezza libiche. Inoltre, il Palazzo di vetro ha affermato che tale embargo sulle armi non deve essere applicato ad aeromobili militari o navi militari temporaneamente introdotti nel territorio libico esclusivamente per consegnare articoli o facilitare attività altrimenti esentate o non coperte dall’embargo.

  • Nasce un asse Londra-Berlino per la difesa e la cooperazione militare

    In un momento di crescente incertezza geopolitica e di minacce sempre più pressanti sullo scenario internazionale, il Regno Unito e la Germania hanno siglato un accordo di difesa bilaterale destinato a rafforzare la sicurezza nazionale di entrambi i Paesi e, più in generale, dell’Europa. Il Trinity House Agreement – questo il nome dell’accordo – è stato firmato a Londra dal ministro della Difesa britannico John Healey e dal suo omologo tedesco Boris Pistorius. L’accordo rappresenta un passo significativo verso una maggiore cooperazione militare tra i due Paesi.

    Healey ha descritto la firma come un “momento cruciale nelle relazioni tra Regno Unito e Germania” e un “importante passo avanti per la sicurezza europea”. “Questo accordo assicura livelli senza precedenti di nuova cooperazione con le Forze Armate e l’industria tedesca, portando benefici alla nostra sicurezza e prosperità condivise, proteggendo i nostri valori comuni e rafforzando le nostre basi industriali della difesa”, ha dichiarato Healey durante la cerimonia di firma presso la storica Trinity House a Londra.

    L’accordo, il primo di tale portata tra i due Paesi, mira a incrementare la collaborazione in aria, terra, mare, spazio e cyberspazio, rafforzando non solo le rispettive capacità militari ma anche il pilastro europeo della Nato. Alla luce delle tensioni crescenti nell’Europa orientale e dell’aggressione russa in Ucraina, il patto si configura infatti come una risposta alle sfide comuni che Londra e Berlino, insieme ai loro alleati, stanno affrontando per garantire la sicurezza europea. “Non dobbiamo dare per scontata la sicurezza in Europa”, ha commentato il ministro della Difesa tedesco. “La Russia sta conducendo una guerra contro l’Ucraina, sta aumentando enormemente la sua produzione di armi e ha lanciato ripetutamente attacchi ibridi contro i nostri partner nell’Europa orientale”, ha spiegato Pistorius. Per questo motivo, Pistorius ha evidenziato l’importanza di continuare a lavorare a stretto contatto con il Regno Unito per colmare le lacune critiche di capacità, soprattutto nel campo delle armi a lunga gittata.

    Uno degli obiettivi principali del Trinity House Agreement è infatti il rafforzamento delle capacità di difesa e deterrenza, soprattutto in relazione al fianco orientale della Nato, dove la minaccia russa continua a destare preoccupazioni. In particolare, Regno Unito e Germania lavoreranno insieme allo sviluppo di nuove armi di precisione a lungo raggio, capaci di viaggiare più lontano e con maggiore accuratezza rispetto ai sistemi attuali, come il missile da crociera Storm Shadow attualmente in uso dall’esercito britannico. La cooperazione tra i due Paesi includerà anche progetti di ricerca congiunta su droni terrestri e marittimi, oltre che lo sviluppo di nuovi sistemi marittimi senza equipaggio, un’area strategica fondamentale per la protezione delle acque territoriali e delle infrastrutture critiche sottomarine. Una parte dell’accordo prevede, infatti, la protezione delle infrastrutture sottomarine nel Mare del Nord, come i cavi di telecomunicazioni ed energia, considerati vulnerabili in un contesto di guerra ibrida e attacchi cibernetici.

    L’accordo non si limita a un semplice potenziamento della difesa nazionale, ma prevede anche un forte impatto sull’economia del Regno Unito. Grazie a una collaborazione con la società della difesa tedesca Rheinmetall verrà costruita una nuova fabbrica di canne per sistemi d’artiglieria nel Regno Unito, creando oltre 400 posti di lavoro e contribuendo con quasi mezzo miliardo di sterline all’economia britannica nel prossimo decennio.

  • Due navi militari della Russia in “visita di cortesia” a Tobruk in Libia

    Due navi militari della Federazione Russa, scortate da due sottomarini, hanno effettuato una sosta ufficiale alla base navale di Tobruk, in Cirenaica, la regione orientale della Libia. A darne notizia è stato l’ufficio stampa dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl), guidato dal generale Khalifa Haftar. “Al fine di rafforzare le relazioni tra il Comando generale dell’Esercito nazionale libico e la Federazione Russa, un gruppo di navi da guerra russe, composto dall’incrociatore missilistico Varyag e dalla fregata Marshal Shaposhnikov, ha effettuato una visita di tre giorni alla base navale di Tobruk, dopo una visita nella Repubblica araba d’Egitto”, si legge in un comunicato dell’Enl pubblicato su Facebook insieme ad alcune immagini della fregata, classe Udaloy e parte della Flotta russa del Pacifico, e dell’incrociatore Varyag.

    “La visita rientra nei passi concreti atti a rafforzare la cooperazione tra Russia e Libia, ripristinare le relazioni amichevoli di lunga data e usufruire delle competenze russe per rafforzare la sovranità e l’indipendenza dello Stato libico e delle sue forze armate”, aggiunge la parte libica. Da tempo circolano voci sull’intenzione della Russia di aprire una base navale nella città della Cirenaica. “Agenzia Nova” ne ha parlato con due esperti: Jalel Harchaoui, specialista in Libia del Royal United Services Institute, e Umberto Profazio, analista dell’International Institute for Strategic Studies (Iiss).

    Harchaoui ricorda che l’ambasciatore russo a Tripoli, Haider Aganin, ha recentemente dichiarato all’emittente televisiva satellitare panaraba di proprietà qatariota “Al Jazeera” che nessuna parte libica ha chiesto alla Russia di stabilire una base militare-navale a Tobruk. “Aganin ha anche affermato che l’Occidente accusa erroneamente Mosca di espansione militare nella Libia orientale solo per giustificare la propria presenza militare in Libia e in altri paesi. In sostanza l’ambasciatore russo nega molte cose. Tuttavia, guardando i fatti, nel mese di aprile si sono verificate cinque consegne significative di armi, tutte effettuate dalla Marina russa attraverso il porto di Tobruk. Queste consegne sono avvenute e sono indiscutibili”, afferma Harchaoui. La presenza della flottiglia della Marina russa a Tobruk, questa volta non per la consegna di armi, ma per una visita formale, “rafforza l’idea di una stretta collaborazione tra la marina della coalizione Haftar e la Marina russa”, aggiunge l’esperto.

    Lo scorso 31 maggio, il viceministro della Difesa russo, Junus-bek Evkurov, si è recato a Bengasi per la sua quinta visita nel Paese dallo scorso agosto. Queste missioni consolidano le indiscrezioni secondo cui Mosca starebbe avviando in Libia la formazione di una “Legione Africana” destinata a sostituire le forze del gruppo di mercenari Wagner. La struttura di questa legione dovrebbe essere completata entro l’estate del 2024, preparandola per operare non solo in Libia ma anche in Burkina Faso, Mali, Repubblica Centrafricana e Niger. Un portavoce del Dipartimento di Stato Usa ha recentemente dichiarato ad “Agenzia Nova” che i mercenari del gruppo Wagner “non hanno solo destabilizzato la Libia”, ma hanno anche utilizzato il Paese come “una piattaforma per destabilizzare la regione del Sahel e il continente africano”. Secondo il progetto investigativo “All Eyes On Wagner”, negli ultimi mesi la Russia avrebbe trasferito militari professionisti e combattenti in Libia, dove ci sarebbero oggi almeno 1.800 russi dislocati principalmente in Cirenaica e in Fezzan, nei territori controllati da Haftar. L’ambasciata russa in Libia, da parte sua, ha definito questa inchiesta una “mistura di mezze verità e menzogne” che sarebbe stata “fabbricata dai servizi segreti occidentali”.

    Secondo Harchaoui, la frequenza dei contatti tra Mosca e Bengasi “significa che le forze armate russe si stanno muovendo verso uno scenario in cui possono operare liberamente attraverso il porto di Tobruk. Se l’esercito russo continua a condurre regolarmente attività navali via Tobruk, col tempo alla fine si ridurrà a una base navale russa. Naturalmente si tratta di un processo lento e richiederà mesi, ma la tendenza è cristallina”. Secondo il sito web “ItaMilRadar”, specializzato nel monitoraggio dei movimenti degli aerei militari sopra l’Italia e il Mar Mediterraneo, negli ultimi mesi il porto è già stato utilizzato come base logistica per le truppe mercenarie russe presenti in Libia. “Le infrastrutture del porto di Tobruk lasciano ancora molto a desiderare, ma ciò non deve far supporre che ci vorrà molto tempo prima che una potenziale base possa diventare operativa”, aggiunge il sito, spiegando che Mosca potrebbe “stabilire una base navale nel mezzo del Mediterraneo, a poche centinaia di miglia dalla baia di Suda e da Sigonella, le due basi Nato più importanti della zona”.

    La nuova ambasciatrice degli Stati Uniti in Libia, Jennifer Gavito, parlando alla Commissione per le relazioni estere del Senato statunitense, ha recentemente messo in guardia sulla presenza russa e cinese in Libia. La diplomatica ha sottolineato i “profondi successi” delle aziende legate alla Cina nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in Libia, suggerendo che l’industria statunitense dovrebbe fornire un’alternativa valida alle società di Pechino, in modo che la Libia non dipenda da partner “inaffidabili” per la sua sicurezza nazionale. Gavito ha poi parlato della presenza russa, che ha recentemente integrato le forze Wagner in Libia in un’attività militare più ampia, e degli sforzi del Cremlino per creare un “rapporto di difesa” più aperto e formale con i soggetti libici, nell’intento di “destabilizzare il fianco sud della Nato”.

    Secondo Profazio, la visita di cortesia delle navi militari russe “conferma il trend già visibile da aprile, quando vi era stato già un arrivo da parte di navi militari russe a Tobruk”. Il porto libico, spiega l’analista ad “Agenzia Nova”, “si conferma come punto di riferimento principale per questa collaborazione militare, soprattutto per quanto riguarda la marina tra la Russia e l’Enl”, con il generale Khalifa Haftar “principale protagonista di questa convergenza tra Mosca e Bengasi”. Secondo l’esperto dell’Iiss, Mosca vuole mostrare all’Occidente che la propria influenza in Cirenaica si sta rafforzando sempre di più. “Non vi sono al momento notizie riguardo un nuovo sbarco di mercenari o truppe paramilitari, come è successo invece ad aprile scorso. Si tratta di una semplice visita di cortesia che mostra comunque il rafforzamento delle relazioni bilaterali tra queste due parti”, aggiunge Profazio. Dal punto di vista più strategico, prosegue l’analista, “Tobruk continua a essere particolarmente importante per la Russia, soprattutto per quanto riguarda il fianco sud della Nato e i partner occidentali”. La Libia, conclude l’esperto, si configura come un hub della proiezione militare russa in Africa e diventa sempre più strategica per destabilizzare questi paesi sia sotto il punto di vista dell’hard power, come presenza militare, che del soft power, con politiche, disinformazione e flussi di informazioni non corrette.

  • La Nato si esercita in Africa insieme ai suoi alleati locali

    Ha avuto inizio l’Esercitazione multinazionale African Lion 2024, organizzata dal Comando statunitense Southern European Task Force – Africa (Setaf-af) con sede a Vicenza su mandato del Comando Africa statunitense (Africom). African Lion 2024 si svolge contemporaneamente in Marocco, Ghana, Senegal e Tunisia, fino al 31 maggio, con oltre 7.100 partecipanti provenienti da oltre venti nazioni, compresi contingenti della Nato.

    Per la Difesa italiana partecipa l’Italian Joint Force Headquarters (Ita Jfhq), il Comando interforze a livello brigata estremamente flessibile, ad elevata prontezza operativa e caratterizzato da una connotazione proiettabile (anche in configurazione seabased). Posto alle dirette dipendenze del Comando operativo di vertice interforze (Covi), l’Ita Jfhq è deputato alla pianificazione e direzione di small scale operations e operazioni di evacuazione dei nostri connazionali all’estero in caso di necessità, così come avvenuto in conseguenza del rapido deterioramento della cornice securitaria in Afghanistan nell’agosto 2021, o a causa degli scontri armati in Sudan nell’aprile 2023 o subito dopo il colpo di stato in Niger, nel luglio dello stesso anno.

    L’obiettivo strategico di African Lion 2024 è quello di potenziare la capacità di interagire e interoperare con i partner africani ed europei con interessi in questo continente al fine di affrontare congiuntamente e con successo le sfide securitarie comuni. Il contributo dell’Ita Jfhq alla corrente edizione di African Lion è quello di simulare il Comando responsabile delle operazioni di evacuazione di civili da un’area di crisi in cui sono in corso delle ostilità, frattanto interessata da un terremoto che ha determinato l’adozione di un cessate il fuoco dalle parti per permettere lo svolgimento delle attività a supporto delle popolazioni coinvolte. Il Comando italiano, che dal 27 maggio si dispiegherà con le proprie capacità nei sedimi di Agadir e Tan Tan in Marocco fino al primo giugno, è supportato da reparti dell’Esercito (in particolare della Brigata “Granatieri di Sardegna” e dell’11esimo Reggimento Trasmissioni) e dell’Aeronautica militare (32esimo Aerostormo, 37esimo Aerostormo e 46esima Brigata Aerea).

    La partecipazione del Jfhq ad African Lion 2024 rappresenta un’importante opportunità per la Difesa per consolidare la già acclarata leadership nel contesto securitario euro-mediterraneo ed euro-atlantico, poiché si pone anche quale accreditato interlocutore di rilievo in materia di Neo (Non-Combatant Evacuation Operation), potendo: porre la giusta enfasi sull’importanza attribuita alla salvaguardia dei non-combattenti (oggigiorno un tema di altissima rilevanza, al centro della realtà geopolitica e geostrategica globale); incrementare la partecipazione ad attività internazionali che valorizzino, in particolare, la funzione di Comando e Controllo (C2) di un pacchetto di Forze già consolidato quale abilitante per le Neo; massimizzare le opportunità derivanti da programmi di cooperazione internazionali; promuovere e consolidare la conoscenza dell’Ita Jfhq nel panorama internazionale quale “eccellenza” della Difesa.

  • I vertici militari italiani sollecitano la creazione di una forza armata comunitaria

    I vertici militari italiani lanciano l’allarme: le sfide alla sicurezza dell’Europa pongono l’Ue di fronte alla necessità di mettere in campo una difesa veramente europea alla svelta.

    Al convegno sulla difesa comune europea organizzato dalla Fondazione Italiaprotagonista di Maurizio Gasparri («Difesa europea, il nostro futuro») sollecitazioni in tal senso sono giunte da: l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, Sottocapo di Stato Maggiore della Marina militare; il generale Teo Luzi, Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri; il generale Carmine Masiello, Capo di Stato maggiore dell’Esercito; il generale Francesco Paolo Figliuolo, Comandante operativo di Vertice Interforze, il generale Luca Goretti, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica militare e l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Capo di Stato maggiore della Difesa.

    «Una nuova Cortina di ferro sta scendendo sull’Europa», ha affermato Berutti Bergotto, mentre il generale Francesco Paolo Figliuolo, Comandante operativo di Vertice Interforze, ha evidenziato che «difesa europea significa anche condivisione del budget economico e del know how industriale. Non bastano le risorse economiche per avere le capacità; le capacità si realizzano nel tempo. Vanno preparate le procedure di impiego e le risorse umane». Il generale Teo Luzi, Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, ha posto l’accento sul procurement: «Oggi l’89% degli armamenti è prodotto dal singolo Stato, per se stesso. Sicuramente la figura di un Commissario europeo per la difesa è un passo avanti, ma non risolutivo». Cavo Dragone, Capo di Stato maggiore della Difesa, ha messo in rilievo che «l’arco di instabilità che minaccia gli approvvigionamenti energetici. Se si lascia un vuoto, Russia e Cina sono pronte a colmarlo». «Perché non c’è una scuola di guerra europea di formazione per gli ufficiale europei?», si è chiesto il Capo di Stato maggiore dell’Esercito?» Carmine Masiello, Capo di Stato maggiore dell’Esercito. «Oggi manca un’identità europea. Devo capire se c’è la volontà politica per arrivare a una difesa europea», ha affermato, come rispondendo all’interrogativo del pretendete interlocutore, Luca Goretti, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica militare.

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