Etichetta

  • Tutela Igp della Ue per 50 eccellenze dell’artigianato italiano

    Dall’alabastro di Volterra al vetro di Murano, passando per i gioielli di Torre del Greco, la ceramica di Caltagirone e il merletto Goriziano, le campane di Agnone e il mobile d’arte Veronese: sono una cinquantina i prodotti italiani che hanno le carte in regola per diventare prodotti protetti dal marchio Igp (Indicazioni geografiche protette) dell’Ue. La Commissione europea ha infatti proposto di riconoscere ai più caratteristici manufatti artigianali e industriali italiani e degli altri 26 Paesi Ue lo stesso tipo di tutela destinata oggi alle Dop e alle Igp alimentari. Uno scudo contro le imitazioni e le frodi nel mercato interno, sull’online e negli accordi di libero scambio che l’Ue stipula con Paesi terzi.

    Per ottenere la tutela europea e il simbolo dell’Indicazione geografica protetta, i prodotti dovranno soddisfare alcuni requisiti chiave: ad esempio, vantare una reputazione consolidata, avere caratteristiche qualitative attribuibili all’origine geografica e garantire che almeno una delle fasi di produzione avvenga nell’area di origine.

    Secondo la proposta di Bruxelles, la procedura di autorizzazione prevede due tappe, una prima a livello nazionale e la seconda affidata all’Ufficio europeo per la protezione dei brevetti (Euipo). La tutela delle Igp “aumenta la visibilità del prodotto e del territorio e contribuisce ad attrarre turisti, aumentare i posti di lavoro e la competitività, in particolare nelle aree rurali e meno sviluppate. Tutti fattori molto rilevanti all’indomani del Covid-19”, spiegano a Bruxelles.

    La decisione di intervenire per applicare anche ai prodotti artigianali e industriali il marchio Igp arriva dopo dieci anni di studi e appelli ripetutamente lanciati dall’Europarlamento e dal Comitato europeo delle Regioni (Cdr). Tutelare i prodotti dell’artigianato locale “è un dovere, come aveva chiesto il Cdr già nell’ottobre scorso approvando all’unanimità il parere elaborato da Martine Pinville, consigliera regionale della Nuova Aquitania”, ha sottolineato Roberto Ciambetti, presidente del Consiglio Regionale del Veneto e capo della delegazione italiana al Comitato europeo delle Regioni.

  • L’Italia invoca l’aiuto della Ue per il Prosecco: stoppi la Croazia

    L’Italia è pronta alla “guerra” in Europa contro il tentativo di riconoscimento del Prosek, il vino passito croato che suona come il ben più noto Prosecco, il campione internazionale delle bollicine. La riunione conclusiva della task force ministeriale si è svolta a Venezia, con il sottosegretario Gian Mario Centinaio ospite del presidente veneto Luca Zaia e i rappresentanti del Friuli Venezia Giulia.

    “Abbiamo lavorato sodo e all’unisono nella task force per mettere a punto l’opposizione dell’Italia. Sono fiducioso che vinceremo. E non abbasseremo la guardia fino al risultato finale”, ha detto Centinaio alla fine della riunione a Palazzo Balbi, sede della Regione Veneto. “Ci aspettiamo ora – ha aggiunto – che la Commissione Ue metta un freno a un goffo e maldestro tentativo di copiare la nostra Dop più importante, e che fermi un pericoloso precedente che istituzionalizzerebbe l’Italian sounding e che quindi va contrastato con ogni mezzo. Oggi abbiamo ribadito che il Prosecco rappresenta una tipicità esclusivamente italiana – ha sottolineato – e che il Prosek è imitazione, evocazione. Abbiamo trovato motivazioni storiche e giuridiche che ci fanno essere ottimisti”. In particolare, tra le carte c’è una prova decisiva di carattere storico. Lo ha spiegato Zaia: “Ci sono mappe ufficiali – ha rivelato – che partono dal 1300 e che fanno vedere che prima di Trieste c’è una città che già allora si chiamava ‘Prosek’. E’ la dimostrazione, la prova provata, che il toponimo che ha dato la riserva del nome al Prosecco nel 2009 è lo stesso. Quindi – ha aggiunto Zaia – non è possibile che altri possano utilizzare lo stesso toponimo”.

    Per Centinaio, ora “ci aspettiamo che l’Unione europea fermi un pericoloso precedente, altrimenti in futuro rischieremo di confrontarci con il ‘Parmizaner’ svedese o la ‘mozzarella di bufalen’ di Dresda. L’Europa dovrebbe tutelare le denominazioni europee. Nel momento in cui accetta di iniziare un percorso anche giudiziale sulla questione ‘Prosek’, non rende merito al lavoro che viene fatto nei nostri territori. La Commissione sia ora custode dei Trattati europei, difenda le 838 Dop e Igp italiane, così come tutte le Dop degli altri paesi dell’Unione da imitazioni ed evocazioni. Ci aspettiamo che lo faccia fino in fondo”, ha concluso.

    Soddisfazione è stata espressa dal mondo agricolo e dei produttori per la conclusione dell’istruttoria, sottolineando che restano meno di 20 giorni per presentare all’Unione Europea l’opposizione alla domanda di riconoscimento del Prosek croato. Coldiretti ribadisce che il Prosecco “è il vino italiano più consumato e taroccato al mondo. Ci sono le premesse per vincere questa battaglia in Europa ed evitare un precedente pericoloso che rischia di indebolire l’intero sistema di protezione giuridica dei marchi di tutela”.

  • A rischio l’etichetta d’origine, i decreti scadranno a fine anno

    Scadranno il 31 dicembre 2021 i decreti ministeriali che avevano introdotto l’obbligo dell’indicazione di origine in etichetta per il grano usato nella pasta e per il riso, del pomodoro per la passata, del latte nelle confezioni di latte uht e nei formaggi e la carne di maiale nei salumi. Gli italiani potrebbero perciò ritrovarsi nel carrello della spesa prodotti con ingredienti di bassa qualità provenienti dall’estero e spacciati per nazionali a danno di consumatori e imprese. L’allarme è stato lanciato dalla Coldiretti durante il convegno “La filiera agroalimentare, un traino per la ripartenza del Paese”, svoltosi nell’ambito di Tutto Food, promosso alla Fiera di Milano assieme a Filiera Italia, con la presenza del Presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, del Ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli, del Consigliere Delegato di Filiera Italia Luigi Scordamaglia, del Segretario Generale della Coldiretti Vincenzo Gesmundo, di Luca Palermo, Amministratore Delegato e Direttore Generale della società Fiera Milano, e di Carlo Ferro, Presidente Ice.

    “Si tratta di un passo indietro pericolosissimo rispetto a un percorso di trasparenza che nel corso degli anni ha portato indiscussi benefici ai cittadini consumatori e alle imprese della filiera agroalimentare che hanno puntato sul 100% Made in Italy”, afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini. “Si rischia così di creare nuovi spazi di manovra per chi inganna i cittadini con prodotti di bassa qualità spacciati per nostrani. Chiediamo dunque al Governo di intervenire con urgenza per la proroga di tutti i decreti in scadenza. L’Italia, che è leader europeo nella qualità – continua Prandini – ha infatti il dovere di fare da apripista nelle politiche alimentari comunitarie poiché in un momento difficile per l’economia dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della tracciabilità con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti, venendo incontro alle richieste dei consumatori italiani ed europei”.

    Quella sull’etichettatura di origine obbligatoria e la trasparenza è una battaglia che Coldiretti porta avanti dal 2002 e non si arresta, come dimostrano le iniziative recenti che hanno coinvolto anche i cittadini in maniera diretta, come il successo che ha avuto la  raccolta firme nell’ambito dell’iniziativa dei cittadini dell’Unione Europea “Eat original! unmask your food” promossa appunto dalla Coldiretti, da Campagna Amica e da altre organizzazioni europee, da Solidarnosc a Fnsea, per l’estensione dell’obbligo di etichettatura con l’indicazione dell’origine su tutti gli alimenti. Ben 1,1 milioni!

  • Il Prosek avanza nella Ue, l’Italia è pronta a fare le barricate per il Prosecco

    La Croazia torna alla carica sul vino Prosek e l’Italia si prepara a tutelare le sue bollicine più conosciute nel mondo. La domanda di registrazione della menzione tradizionale “Prosek” presentata dalle autorità croate avanza tra le proteste italiane. Lo ha confermato il Commissario Ue all’agricoltura Janusz Wojciechowski rispondendo a un’interrogazione presentata da europarlamentari di tutti gli schieramenti. La domanda croata risponde “ai requisiti di ammissibilità e validità”, e la Commissione “procederà alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Ue”.

    “Siamo pronti alle barricate per difendere in ogni modo e in ogni sede il Prosecco Made in Italy perché deve essere chiaro a tutti che l’unico vero prosecco è quello prodotto nelle nostre terre”, ha detto Mara Bizzotto della Lega, autrice di una delle tre interrogazioni sul tema, tutte partite ai primi di luglio. Una – primi firmatari Alessandra Moretti e Paolo De Castro – era di eurodeputati di diversi paesi e schieramenti, e un’altra ancora di Gianantonio Da Re (Lega) che oggi chiede a “Europa, Governo e Regione Veneto” di fermare “la truffa del Prosek”.

    Un tentativo croato di proteggere la denominazione Prosek era già fallito nel 2013. Oggi Zagabria chiede di registrare una “menzione tradizionale”, che non è una Dop ma un modo di proteggere nomi ad essa legati. “Riserva”, “Superiore”, “Chateau”, “Grand Cru”, sono tutti esempi di menzione tradizionale riconosciuti dalle norme dell’Ue.

    Quello di Bruxelles non è un via libera e i giochi sono tutt’altro che conclusi. La pubblicazione della domanda in Gazzetta Ue coincide infatti con l’inizio di un periodo di due mesi in cui è possibile presentare obiezioni, che la Commissione analizzerà. Poi deciderà. “La Commissione ha risposto seguendo la procedura, ovviamente l’auspicio è che la stessa non vada avanti – sottolinea la Cia-Agricoltori italiani in una nota – dovremmo capire come i soggetti interessati potranno presentare obiezioni e farci eventualmente promotori”.

    “Il Ministero si è già opposto a questo riconoscimento – spiegano dal Ministero delle Politiche agricole – e utilizzerà ogni argomentazione utile per respingere la domanda, anche appellandosi ai principi di tutela espressi dalla Corte di Giustizia in casi analoghi”. Ma si deve “fare presto per fermare una decisione che colpisce il vino italiano più venduto nel mondo”, afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

    “Si tratta – precisa – di un precedente pericoloso che rischia anche di indebolire la stessa Ue nei negoziati per gli accordi di scambio dove occorre tutelare la denominazione prosecco dai falsi, come in Argentina e Australia”. Il pericolo di confusione da parte soprattutto di coloro che non conoscono il prodotto (ma solo il nome), secondo Confagricoltura, “è grande e potrebbe indurre in reale inganno chi acquista il prodotto”. Una ferma opposizione arriva anche dai territori di produzione del prosecco con il Presidente della Regione del Veneto Luca Zaia, che definisce “vergognoso” quanto accaduto e il presidente del Consorzio di tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, Elvira Bortolomiol, che chiede di fare squadra per proteggere il nome Prosecco. Mentre il presidente del Consorzio Prosecco Doc, Stefano Zanette, promette che “la faccenda non è affatto conclusa”.

  • Ancora allarme per il pomodoro cinese

    Come abbiamo già denunciato più volte anche quest’anno, mentre in Italia volge al termine la campagna del pomodoro, arriva l’allarme delle organizzazioni agricole. In Italia i derivati di pomodoro cinese, ricorda la Coldiretti, è arrivata a +164% ed anche dalla Turchia aumenta rapidamente l’arrivo di questi prodotti.

    I derivati del pomodoro sono un condimento particolarmente utilizzato in Italia sia direttamente dai consumatori che come parte di prodotti alimentari che l’Italia esporta. I pomodori coltivati al di fuori delle norme di garanzia che evitano l’utilizzo, per la coltivazione di prodotti che in Europa sono stati individuati come cancerogeni e pericolosi, rappresentano un rischio per la salute.

    Nel nostro Paese vi è l’obbligo che l’etichetta porti il luogo di coltivazione del pomodoro, questa specifica deve esserci anche per i derivati ma non è previsto nulla per i prodotti che saranno esportati. Per questo vi è il rischio concreto è che si esportino dall’Italia salse, passati, concentrati per i quali non è stato utilizzato pomodoro italiano e questa sarebbe ovviamente una frode e un grave danno per il made in Italy. Nella coltivazione del pomodoro si usano, in molti paesi, anche prodotti che forzano la maturazione in 24/36 ore. Questo sistema fortunatamente non è usato nel nostro Paese dove le aziende che lavorano il pomodoro ricevono il prodotto secondo turni prestabiliti e i pomodori seguono la naturale maturazione.

    E’ molto importante che non solo le associazioni di categoria e coloro che sono preposti al controllo, a partire dai nuclei anti sofisticazione, vigilino con attenzione per controllare che le importazioni dalla Cina, come anche da altri Paesi, non nascondano frodi o inganni, altrettanto importante è che i consumatori verifichino l’etichettatura di quanto stanno acquistando.

  • Prende forma la normativa sull’agricoltura biologica

    Manca l’ultimo miglio alla nascita dell’agricoltura biologica con marchio italiano grazie al testo che, dopo più di due anni di stallo, ha superato lo scoglio del Senato, ma non senza polemiche. A scaldare l’aula è stata l’equiparazione dell’agricoltura biologica a quella biodinamica, l’insieme di pratiche elaborate dal filosofo Rudolf Steiner basate sulla visione spirituale antroposofica del mondo. Una scelta su cui è intervenuta la senatrice a vita Elena Cattaneo, che ha definito l’agricoltura biodinamica “una pratica esoterica e stregonesca” priva di basi scientifiche, facendo un parallelo con Stamina. Un ddl che “dimostra anche quanto la scienza sia ignorata in questo Paese”, rileva l’esperto di Biotecnologie Roberto Defez, del Cnr, sottolineando come riguardi solo 419 aziende italiane, che già oggi guadagnano 4 volte di piu’ delle aziende biologiche o tradizionali.

    “L’agricoltura biologica nasce dall’ agricoltura biodinamica e quindi la scelta di equipararle è assolutamente corretta e rappresenta una svolta anche a livello economico ed europeo”, dice il presidente dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica, Carlo Triarico, nel ricordare che secondo il bio report del Mipaaf l’agricoltura biodinamica ha una resa ad ettaro pari a 13.309 euro rispetto alla media dell’agricoltura tradizionale nazionale di 3.207.

    Tra le novità per un comparto da 3,5 miliardi di euro è l’introduzione di un marchio per i prodotti bio ottenuti da materia prima italiana, la creazione di un fondo per lo sviluppo e una nuova attenzione alla formazione professionale. Ad accoglierle positivamente è il mondo agricolo. Un’opportunità per l’Italia, secondo il sottosegretario al Mipaaf, Francesco Battistoni.

    “Si sblocca un disegno di legge molto atteso dai cittadini attenti a un cibo sano e prodotto nel rispetto dell’ambiente”, commenta FederBio. “Un riconoscimento importante per i tanti agricoltori impegnati in questo settore, fa sapere l”Aiab, mentre per Assobio “le aziende biologiche rappresentano il futuro”. Plaudono la Coldiretti, nel ricordare il record dei 3,3 miliardi di consumi bio, Cia-Agricoltori Italiani e Anabio, “l’Italia si avvicina al ruolo da protagonista nel settore grazie ai suoi 2 milioni di ettari coltivati” e Confagri “fatti importanti passi attesi da tempo, ma sono da migliorare alcuni aspetti per la concreta valorizzazione delle produzioni biologiche riconosciute nel prossimo passaggio, quando il testo torna alla Camera”.

  • Combi Mais 6.0 presenta i risultati di campo

    Si svolgerà  venerdì 4 ottobre alle ore 15.30, presso la Società Agricola Folli di Vigo (Via Grandi, 1 – Robbiano di Mediglia – MI) l’incontro Combi Mais Idrotechnologies 6.0 in cui verranno presentati i risultati di campo. ‘Combimais Idrotechnologies’, che i fratelli Vigo adottano e sperimentano con successo già da anni, è il protocollo che sostiene produttività, qualità e redditività  anche nelle stagioni più difficili e fa parte del ‘Progetto Mais in Italy’ per la valorizzazione del mais italiano.

  • Le norme europee sui prodotti con latte si applicheranno dal 2020

    Scaduta il 31 marzo scorso la disciplina sperimentale dell’etichettatura dei prodotti preimballati contenenti latte, l’Italia continuerà ad applicare le norme ‘sperimentali’ sull’origine del latte e prodotti derivati fino al prossimo 1 aprile, secondo quando dispone una proroga contenuta in un decreto del Ministero delle politiche agricole e forestali emanato il 18 marzo scorso (modifica del decreto 9 dicembre 2016, concernente l’indicazione dell’origine in etichetta della materia prima per il latte e i prodotti lattieri caseari, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori).

    Con il silenzio-assenso della Commissione Europea, l’etichettatura riporta l’indicazione di origine del latte o del latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari, con le diciture «paese di mungitura» (il nome del Paese nel quale è stato munto il latte) e «Paese di condizionamento o di trasformazione» (nome del Paese nel quale il latte e’ stato condizionato o trasformato).

    Dall’1 aprile del 2020 sarà applicabile all’Italia il regolamento di esecuzione (UE) 2018/775 sulle informazioni da fornire ai consumatori, per quanto riguarda le norme sull’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza dell’ingrediente primario di un alimento.

  • Secondo uno studio della Commissione europea alcuni prodotti alimentari prodotti nell’UE hanno marchi simili ma composizioni diverse

    La Commissione ha pubblicato i risultati di una campagna di prova paneuropea sui prodotti alimentari da cui emerge che alcuni prodotti, pur avendo una diversa composizione, recano un marchio identico o simile. Lo studio parte dall’impegno del Presidente Junker, sin dal suo discorso sullo stato dell’Unione nel 2017, ad affrontare il problema delle differenze di qualità dei prodotti. La Commissione europea ha promosso così diverse iniziative e ha pubblicato il 24 giugno uno studio basato sull’analisi di prodotti alimentari secondo una stessa metodologia in tutta l’UE, per meglio comprendere il fenomeno delle differenze di qualità dei prodotti. Dall’analisi condotta dal Centro comune di ricerca (JRC, il servizio interno della Commissione europea per la scienza e la conoscenza) su 1.400 prodotti alimentari in 19 paesi dell’UE è risultato che il 9% dei prodotti messi a confronto differiva per composizione sebbene la parte anteriore della confezione fosse identica. Per un altro 22% dei prodotti, per i quali sono state rilevate differenze di composizione, la parte anteriore della confezione era simile. Lo studio non ha messo in evidenza un modello geografico coerente. In base alla nuova metodologia messa a punto, le autorità nazionali competenti saranno ora in grado di effettuare caso per caso l’analisi necessaria a individuare le pratiche ingannevoli vietate dal diritto dei consumatori dell’UE.
    Lo studio ha analizzato 1.380 esemplari di 128 diversi prodotti alimentari di 19 Stati membri. Tuttavia si tratta di un campione non rappresentativo della grande varietà di prodotti alimentari disponibili sul mercato dell’UE. Dallo studio è emerso che nella maggioranza dei casi la composizione dei prodotti coincideva con il modo in cui erano presentati: per il 23% dei prodotti quanto indicato sulla parte anteriore della confezione e la composizione coincidevano, mentre per il 27% dei prodotti a una diversa composizione corrispondeva una diversa parte anteriore della confezione; il 9% dei prodotti presentati come identici nei diversi paesi dell’UE aveva una composizione diversa: tali prodotti presentavano una parte anteriore della confezione identica ma una composizione differente. Un altro 22% dei prodotti presentati in modo simile aveva una composizione differente: tali prodotti presentavano una parte anteriore della confezione simile ma una composizione differente; non è stato rilevato alcun modello geografico coerente per quanto riguarda l’uso di imballaggi identici o simili per prodotti con una composizione differente. Inoltre le differenze di composizione rilevate nei prodotti analizzati non implicano necessariamente una differenza di qualità.

  • Made in Italy sotto attacco

    No a bollini allarmistici o a tasse per dissuadere il consumo di alimenti come olio extravergine, Parmigiano Reggiano o prosciutto di Parma che, dal Sudamerica all’Europa, rischiano di essere ingiustamente diffamati da sistemi di etichettatura ingannevoli e politiche fiscali che sostengono modelli alimentari sbagliati. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento al progetto di risoluzione che “esorta gli Stati Membri a adottare politiche fiscali e regolatorie” che dissuadano dal consumo di cibi insalubri che è stato presentato a Ginevra dai sette Paesi della “Foreign Policy and Global Health (Fpgh)” che verrà discusso dall’Assemblea Generale Onu a New York entro l’anno. Una iniziativa promossa da Brasile, Francia, Indonesia, Norvegia, Senegal, Sudafrica e Thailandia che contraddice il documento approvato il 27 settembre scorso al Terzo Forum di alto livello delle Nazioni Uniti sulle malattie non trasmissibili in cui – sottolinea la Coldiretti – grazie al pressing esercitato dall’Italia non sono stati menzionati strumenti dissuasivi su prodotti alimentari e bevande. Il nuovo attacco punta a colpire gli alimenti che contengono zuccheri, grassi e sale chiedendo di predisporre apposite etichette nutrizionali e di riformulare le ricette, sulla base di un modello di alimentazione artificiale ispirato dalle multinazionali che mette di fatto in pericolo – denuncia la Coldiretti – il futuro prodotti Made in Italy dalle tradizioni plurisecolari trasmesse da generazioni di agricoltori che si sono impegnati per mantenere le caratteristiche inalterate nel tempo.
    Un patrimonio che è alla base della dieta mediterranea che ha consentito all’Italia di conquistare con ben il 7% della popolazione, il primato della percentuale più alta di ultraottantenni in Europa davanti a Grecia e Spagna ma anche una speranza di vita che è tra le più alte a livello mondiale ed è pari a 80,6 per gli uomini e a 85 per le donne. Un ruolo importante per la salute che – continua la Coldiretti – è stato riconosciuto anche con l’iscrizione della dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco il 16 novembre 2010.
    Un corretto regime alimentare – sostiene la Coldiretti – si fonda infatti sull’equilibrio nutrizionale tra i diversi cibi consumati e non va ricercato sullo specifico prodotto. Non esistono cibi sani o insalubri, ma solo diete più o meno sane.
    Il rischio – precisa la Coldiretti – è che vengano promossi in tutto il mondo sistemi di informazione visiva come quello adottato in Cile dove le si è già iniziato a marchiare con il bollino nero, sconsigliandone di fatto l’acquisto, prodotti come il Parmigiano, il Gorgonzola, il prosciutto e, addirittura, gli gnocchi e le esportazioni del made in Italy agroalimentare sono crollate del 12% nei primi sette mesi del 2018 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. O come il caso dell’etichetta a semaforo adottata in Gran Bretagna che finiscono per escludere nella dieta alimenti sani e naturali che da secoli sono presenti sulle tavole per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta. Vengono infatti promossi con il semaforo verde cibi spazzatura con edulcoranti al posto dello zucchero e bocciati elisir di lunga vita come l’olio extravergine di oliva considerato il simbolo della dieta mediterranea, ma anche i principali formaggi e salumi italiani. Ad essere discriminati con quasi l’85% in valore del Made in Italy a denominazione di origine (Dop) che la l’Unione Europea e le stesse istituzioni internazionali dovrebbero invece tutelare. L’etichetta a semaforo inglese invece indica con i bollini rosso, giallo o verde il contenuto di nutrienti critici per la salute come grassi, sali e zuccheri, ma non basandosi sulle quantità effettivamente consumate, bensì solo sulla generica presenza di un certo tipo di sostanze, porta a conclusioni fuorvianti come il ‘Nutri-score’ francese che a differenza classifica gli alimenti con cinque colori secondo il loro contenuto di ingredienti considerati “cattivi” (grassi, zuccheri) ‘ma anche buoni” (fibre, frutta, verdura).
    Il bisogno di informazioni del consumatore sui contenuti nutrizionali – sostiene la Coldiretti – deve essere soddisfatto nella maniera più completa e dettagliata, ma anche con chiarezza, a partire dalla necessità di usare segnali univoci e inequivocabili per certificare le informazioni più rilevanti per i cittadini mentre sistemi troppo semplificati cercano di condizionare in modo ingannevole la scelta del consumatore. Bisogna dunque evitare il rischio di alimentare una pericolosa deriva internazionale che può portare alla tassazione di prodotti particolarmente ricchi in sale, zucchero e grassi ma anche all’apposizioni di allarmi, avvertenze o addirittura immagini shock sulle confezioni per scoraggiarne i consumi. Un pericolo rilevante per il Made in Italy agroalimentare che nel 2018 – conclude la Coldiretti – ha messo a segno un nuovo record delle esportazioni con un +3% nei primi sei mesi dopo il valore di 41,03 miliardi del 2017.

    Fonte: Panorámica – Análisis e Investigación sobre América Latina y la Unión Europea

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