Intelligenza artificiale

  • Anche i ricchi piangono: diminuiscono i consumi di lusso

    Il consumo entra in una nuova fase di pressione: incertezza economica, calo di fiducia nelle istituzioni e diffusione crescente dell’intelligenza artificiale stanno cambiando il modo in cui le persone scoprono, valutano e acquistano i prodotti. Il nuovo studio di Roland Berger, “The consumer playbook is changing: How economic pressure, geopolitical uncertainty and AI adoption are reshaping retail”, giunto alla sua quinta edizione, dimostra come il comportamento dei consumatori si stia trasformando in modo strutturale. Per la ricerca sono stati intervistati, tra febbraio e marzo 2026, 6.000 consumatori in tre grandi aree geografiche: Europa (Italia, Germania, Francia, Spagna e Paesi Bassi), Medio Oriente (Emirati Arabi Uniti), Nord e Sud America (Brasile, Messico e Stati Uniti).

    Mentre la salute fisica e quella mentale si confermano gli ambiti valutati più positivamente, entrambi al 69%, quasi la metà degli intervistati (47%) esprime un giudizio negativo sulla situazione economica del proprio Paese, e solo il 37% valuta positivamente clima e sostenibilità. In Italia questa percezione critica è ancora più marcata: il 56% dei consumatori italiani giudica negativamente la situazione economica nazionale e il 45% guarda con pessimismo a clima e sostenibilità. È proprio questa convivenza tra stabilità personale e incertezza collettiva a caratterizzare il consumo nel 2026.

    Il secondo cambiamento riguarda la fiducia e le modalità di scoperta dei prodotti. La comunicazione di marca tradizionale perde visibilmente efficacia: solo il 21% degli intervistati cita la reputazione del brand tra le tre principali motivazioni d’acquisto. Allo stesso tempo, le reti personali diventano la seconda fonte più importante nella scoperta dei prodotti: il 40% scopre nuovi prodotti tramite amici e familiari, il 21% tramite raccomandazioni dirette tra pari. Per le aziende questo significa che la sola visibilità non basta più: contano il valore percepito come credibile, le prove concrete di qualità e la presenza nei momenti sociali in cui si formano le decisioni d’acquisto.

    Il terzo motore di cambiamento è l’Intelligenza Artificiale, la cui influenza va ormai ben oltre la semplice ricerca. In media, il 70% dei consumatori tra i 18 e i 64 anni utilizza regolarmente l’IA per la ricerca di prodotti; tra i 18-24enni la quota sale già al 93%. L’IA si trasforma così da semplice strumento di ricerca a filtro che precede la decisione d’acquisto: seleziona le opzioni, confronta i prodotti e orienta i consigli. I brand che non risultano visibili né affidabili in questo ambiente digitale di raccomandazione rischiano di non essere più percepiti come rilevanti dai consumatori.

    Lo studio evidenzia inoltre come il mercato si stia polarizzando sempre più in due direzioni opposte: da un lato, consumatori che puntano consapevolmente su durata e qualità; dall’altro, un mercato che si orienta chiaramente verso prezzi contenuti e offerte discount. Il 42% degli intervistati ha ridotto la spesa in beni di lusso nel 2025, un terzo ha acquistato più spesso presso i discount, e il 23% prevede di intensificare ulteriormente questa abitudine nel 2026. A sottolineare i cambiamenti delle abitudini dei consumatori è anche il segmento discount, che da ormai tempo, non è più un fenomeno legato ai redditi più bassi: i consumatori di tutte le fasce di reddito ne fanno ormai il punto di partenza abituale per i propri acquisti.

    “Ciò che colpisce non è tanto la contrazione della spesa, quanto il cambiamento del processo decisionale. Il consumatore di oggi non compra meno: compra in modo diverso. Valuta con maggiore attenzione il rapporto tra prezzo e valore, cerca conferme attraverso persone e strumenti digitali e diventa sempre meno prevedibile. Questo rende il mercato più competitivo, perché la fedeltà al brand non può più essere data per acquisita ma va conquistata a ogni scelta d’acquisto”, dice Stefano Sorrentino, Partner di Roland Berger Italia.

  • L’Italia è il quarto Paese più colpito da cyberattacchi

    Nel mese di giugno 2026 il cyberspazio globale ha registrato 71.632 attacchi informatici, in flessione rispetto agli oltre 116.000 episodi censiti a maggio. È quanto emerge dal Rapporto mensile elaborato da HORUS, la piattaforma di Cyber Threat Intelligence AI-driven di Netgroup, società italiana specializzata in cybersicurezza. Una diminuzione che gli analisti invitano a leggere con cautela: il calo dei volumi riflette verosimilmente una normalizzazione stagionale e una fase di riorganizzazione di alcuni gruppi criminali, ma non indica un arretramento strutturale della minaccia.

    Gli Stati Uniti si confermano il Paese più colpito con oltre 32.800 attacchi, seguiti da Germania (2.200), Francia (2.000) e Italia, che con 1.845 attacchi mantiene il quarto posto nella classifica mondiale. Completano la graduatoria Spagna, Canada e Regno Unito.

    Tra le tipologie di attacco, il ransomware – che crittografa i dati delle vittime fino al pagamento di un riscatto – resta la forma dominante con 43.210 casi, pari al 60,3% del totale. In controtendenza rispetto al calo generale crescono invece i data leak, con 9.993 episodi (+5% rispetto a maggio), alimentati dalla vendita di credenziali e informazioni riservate sul dark web. In aumento anche l’abuso di strumenti legittimi di assistenza remota, come AnyDesk e TeamViewer, sfruttati dagli aggressori per muoversi indisturbati all’interno delle reti aziendali.

    Il settore manifatturiero guida la classifica dei comparti più esposti con 18.450 attacchi, seguito da retail, tecnologia e sanità. Il dato più significativo riguarda però istruzione e ricerca: è l’unico tra i principali comparti ad aumentare il proprio peso sul totale degli attacchi, passando dall’8,3% di maggio al 10,1% di giugno. Università e centri di ricerca continuano a rappresentare obiettivi particolarmente appetibili per la presenza di dati sensibili e infrastrutture informatiche spesso vulnerabili.

    Sul fronte italiano, il mese è stato segnato anche dall’attività del gruppo Safepay, protagonista il 20 giugno di una campagna automatizzata su larga scala, e da attacchi che hanno coinvolto il settore legale e gli ordini professionali di settore, a conferma di come questi ambiti stiano diventando bersagli sempre più appetibili per il valore delle informazioni custodite.

    Tre le tendenze che il Rapporto HORUS indica sotto osservazione per i prossimi mesi: l’impiego dell’intelligenza artificiale come strumento offensivo, la crescita delle offensive contro istruzione e ricerca e il consolidamento dell’Italia come bersaglio prioritario nel contesto geopolitico. Gli analisti invitano a non interpretare la flessione di giugno come una tregua: la minaccia evolve più rapidamente dei suoi volumi e l’estate resta una finestra di vulnerabilità.

  • La Commissione presenta il piano d’azione dell’UE sulla cybersicurezza e l’intelligenza artificiale

    La Commissione europea ha presentato un piano d’azione per affrontare in modo strutturato i rischi dei modelli avanzati di intelligenza artificiale (IA) per la cibersicurezza ma anche per valorizzare le opportunità da essi offerte.

    La cibersicurezza è costantemente ridefinita da nuovi modelli avanzati di IA che possono essere utilizzati in modo improprio per identificare le vulnerabilità, automatizzare gli attacchi e aumentare la portata e la velocità degli incidenti informatici con una rapidità senza precedenti.

    Basandosi sul quadro giuridico unico dell’UE per l’IA e la cibersicurezza, il piano d’azione riunirà gli Stati membri, l’industria e le organizzazioni a livello dell’UE per rafforzare la cibersicurezza del nostro panorama digitale contro le vulnerabilità poste dall’IA avanzata.

  • Crescono timori e contrarietà verso l’intelligenza artificiale. Trump pronto a farla questione di sicurezza nazionale

    Sam Altman, capo di OpenAI (creatore di Chatgpt), è stato oggetto di vari attentati, da cui è uscito illeso. Ma il timore nei confronti dell’intelligenza artificiale sta portando sempre più, anziché a imparare, capire o predisporre programmi di formazione, ad atteggiamenti improntati a paura e rifiuto.

    A Chandler, in Arizona, il consiglio comunale ha bocciato all’unanimità la riconversione di un sito in un datacenter enorme. Motivi: consumo di acqua, energia, rumore e pochi posti di lavoro permanenti. Sempre in Arizona, a Tucson, il progetto da 3,6 miliardi di dollari ha suscitato paura per l’uso d’acqua in una città desertica, sospetti di scarsa trasparenza nei piani di costruzione e timori di aumento dei costi energetici. Ad Archbald, Pennsylvania, i circa 7mila abitanti si sono schierati contro un progetto analogo paventando deforestazione, depauperamento della fauna e consumo eccessivo di risorse del territorio. Nel complesso si parla di 156 miliardi di progetti di datacenter sospesi a causa delle proteste delle comunità locali.

    Molte aziende ora annunciano licenziamenti per fare posto all’intelligenza artificiale. Da ultima, Meta (azienda di Facebook e Instagram), qualche giorno fa ha detto che taglierà il 10 per cento dei lavoratori. Impone a chi resta, inoltre, un tracciamento di tutto quello che fanno sui computer in modo da addestrare meglio i software intelligenti che, presumibilmente, li sostituiranno.

    Dario Amodei, fondatore di Anthropic (principale concorrente di OpenAI), prevede che nel 2030 il 50 per cento dei lavori di ufficio di fascia bassa sarà spazzato via dall’Ia. Un primo impatto sui lavoratori junior – meno offerte di lavoro, paghe più basse – lo si registra già sui mercati Usa e Regno Unito, come si legge in un rapporto Anitec Assinform di aprile, che ha tracciato le migliori evidenze a livello internazionale.  Nell’autunno 2025, un sondaggio tra giovani statunitensi di età compresa tra i 18 e i 29 anni, condotto dall’Istituto di Scienze Politiche della Harvard Kennedy School, ha rivelato che il 44 per cento degli intervistati crede che le opportunità diminuiranno a causa dell’intelligenza artificiale.

    La Commissione Ue qualche settimana fa ha aperto un dialogo con gli Usa per ammorbidire gli effetti delle nostre regole sui mercati digital. Il 2 giugno tuttavia Donald Trump ha firmato l’Ordine Esecutivo 14318, in base al quale i grandi data center destinati all’intelligenza artificiale non sarebbero più considerati semplici infrastrutture industriali, ma asset strategici da proteggere come installazioni di interesse nazionale. Secondo indiscrezioni Washington starebbe accelerando i progetti che prevedono l’installazione di nuovi reattori nucleari dedicati direttamente ai grandi poli dell’IA.

  • La Commissione presenta, insieme all’OCSE, un quadro di riferimento per l’alfabetizzazione all’IA per preparare gli studenti all’era dell’intelligenza artificiale

    La Commissione europea, insieme all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (OCSE), ha presentato un quadro per l’alfabetizzazione in materia di IA per l’istruzione primaria e secondaria. Il quadro di riferimento offre a insegnanti, dirigenti scolastici e responsabili delle politiche educative una comprensione condivisa delle competenze di cui gli studenti hanno bisogno per comprendere e utilizzare l’IA in modo responsabile ed etico. Esso fornisce orientamenti ed esempi di attività da svolgere in classe ed è articolato attorno a quattro ambiti: interagire con l’IA, creare con l’IA, gestire l’IA e plasmare l’IA.

    Il quadro sostiene inoltre l’ambizione dell’Unione europea di garantire un’istruzione digitale di alta qualità, inclusiva e orientata al futuro. Nell’ambito della Union of Skills, il pacchetto sull’istruzione che sarà presentato nel corso dell’anno contribuirà ulteriormente ad adattare i sistemi educativi alla trasformazione digitale e all’intelligenza artificiale.

  • Le conversazioni con l’intelligenza artificiale possono diventare materiale probatorio in un processo

    Un giudice di Manhattan ha disposto che un amministratore delegato sotto processo per bancarotta consegnasse agli inquirenti 31 documenti prodotti in conversazione con Claude, il chatbot di Anthropic in quanto quelle chat, anche se riguardavano materiali preparati per i suoi legali, non sono coperte dal segreto professionale. Di fatto, la magistratura americana ha asserito che parlare con un’intelligenza artificiale non è come parlare con un avvocato e non gode delle tutele applicabili a quest’ultimo caso. Le grandi law firm americane si sono affrettate a spiegarlo ai loro clienti.

    Alla base della decisione giudiziale vi è l’idea che l’intelligenza artificiale è appunto qualcosa di artificiale, non è una persona ma un servizio, che genera dati. E i dati, in tribunale, possono essere chiesti, analizzati, usati sia in cause civili sia in procedimenti penali. Paradossalmente, nello stesso giorno in Michigan una donna che si difendeva da sola in una causa di lavoro ha ottenuto che le sue chat con ChatGPT fossero considerate “work-product” personale, cioè materiale di preparazione della propria difesa, e quindi non consegnabili al datore di lavoro.

    Mentre la giurisprudenza in materia muove i primi passi, più di una dozzina di grandi studi legali statunitensi ha iniziato a inviare ai clienti avvertenze esplicite: non usate i chatbot consumer per questioni sensibili, preferite piattaforme enterprise con garanzie contrattuali di riservatezza, e se proprio dovete chiedere un parere all’Ia su un tema legale, scrivete nel prompt che state agendo su indicazione di un avvocato. Lo studio newyorkese Sher Tremonte è arrivato addirittura a inserire una clausola nei contratti: se condividi con un chatbot le comunicazioni con il tuo legale, rischi di annullare tu stesso la protezione del segreto professionale. Hai “divulgato a terzi”, e il privilegio decade.

  • Individuare prima i modi corretti per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale

    Dal 3 agosto la carta di identità sarà elettronica, il che può essere un vantaggio se chi comanda e decide non proseguirà una corsa troppo veloce, come è stato in questi anni, per rendere digitali tutti i servizi e non troverà il modo di semplificare effettivamente procedure che al momento rimangono complesse ed ostiche a tanti.

    Diciamolo con chiarezza, tutti i servizi promessi spesso non funzionano e quando funzionano richiedono una padronanza degli strumenti tecnologici che non hanno né molti anziani né persone che vivono in contesti lontani dall’informatizzazione a tutto campo.

    Usare lo spid, mettere la firma digitale, dialogare con un disco che ti invita a premere vari numeri prima di riuscire a trovare un operatore in carne ed ossa, cercare di conoscere la tua esatta posizione, dall’INPS al Fisco, non è sempre agevole come ci vogliono far credere.

    In verità la maggior parte delle persone comuni trova molte difficoltà e segnala una significativa perdita di tempo, forse si saranno eliminate lunghe code agli sportelli ma nella realtà non si sono risolti i problemi legati all’espletamento di diverse pratiche e in troppi casi le risposte che si ottengono sono contrastanti, insufficienti, a volte sbagliate, con le ovvie negative conseguenze.

    I movimenti politici, e spesso anche quelli culturali, sembrano ignorare tre aspetti fondamentali: 1) una società giusta opera in modo da evitare che una parte della popolazione sia di fatto emarginata se non ha parenti più giovani che li aiuta o i mezzi economici per pagarsi chi la può assistere in certe incombenze, 2) ogni progresso, specie tecnologico, deve prevedere i tempi di adattamento necessari all’essere umano per adeguarsi ed il continuo sostituire una nuova tecnologia alla precedente crea confusione e dispendio economico inutile e dannoso, 3) l’esperienza di quanto avvenuto con la Rete, strumento meraviglioso ma spesso utilizzato per commettere atti criminali, nata senza regole e diventata incontrollabile, dovrebbe indirizzare i legislatori ad individuare prima i modi corretti per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale che invece ormai è, senza consapevolezza, alla portata di tutti e nelle scuole porterà all’inarrestabile atrofia del cervello dei più.

  • L’intelligenza artificiale fa la spesa per noi e anche le vending machines si adeguano

    Paolo Luino, general manager EMEA di Kitsune e tra i più autorevoli esperti internazionali di digital strategy, segnala che sempre più gli acquisti per i consumi individuali vengono svolti dall’intelligenza artificiale. Il cambiamento, segnala, è già visibile nelle piattaforme che milioni di persone utilizzano ogni giorno, gli strumenti di intelligenza artificiale non si limitano più a rispondere a una domanda: iniziano a compiere azioni. Un utente può chiedere un consiglio su un prodotto, delegare il confronto tra alternative, ottenere una selezione basata su criteri precisi e, in alcuni casi, arrivare fino alla scelta finale senza mai aprire un sito.

    «L’utente esprime un bisogno in linguaggio naturale -spiega Luino- e l’agente fa tutto il resto: analizza il web, confronta offerte, verifica disponibilità, incrocia recensioni e restituisce una decisione già filtrata. Il cliente interviene alla fine, quando il processo è già stato compiuto».

    È questo il punto di rottura. Nei passaggi precedenti -dal desktop al mobile- cambiava lo strumento, ma restava centrale il comportamento umano. Oggi, invece, cambia il decisore. «È il primo passaggio in cui la scelta non viene costruita da una persona, ma da un sistema che legge dati, li interpreta e li mette a confronto in pochi secondi».

    Il risultato è che il sito aziendale smette di essere una destinazione e diventa una fonte interrogata. Spesso senza essere mai visitata. E in questo nuovo contesto, tutto ciò che è stato progettato per attrarre, coinvolgere o persuadere un utente umano perde gran parte della sua efficacia.

    «Un agente non si lascia convincere -osserva Luino-. Non guarda il design, non legge headline emozionali, non si ferma sullo storytelling. Cerca informazioni. E le vuole trovare subito, in forma chiara, strutturata, confrontabile». Da qui nasce la necessità di ripensare completamente l’architettura del sito. Non più come una vetrina, ma come un sistema informativo interrogabile. E per farlo, Luino indica cinque interventi concreti, immediatamente applicabili.

    Il primo riguarda i dati: tutto ciò che l’azienda offre deve essere espresso in forma strutturata, leggibile da una macchina. Schema markup, informazioni organizzate, contenuti chiari e senza ambiguità. «Se i dati non sono strutturati, per un agente è come se non esistessero».

    Il secondo è la chiarezza: ogni pagina deve rispondere senza esitazioni a poche domande essenziali: cosa offri, a chi, a quale prezzo, con quali modalità. Senza passaggi impliciti, senza storytelling dispersivo. «Un agente è velocissimo, ma non ha pazienza: se non trova subito la risposta, passa oltre».

    Il terzo è l’interrogabilità tecnica: disponibilità di prodotto, condizioni, tempi, specifiche devono essere accessibili e verificabili. Feed aggiornati, sistemi interrogabili, informazioni in tempo reale. «Il passaggio è da azienda che si fa leggere ad azienda che si fa interrogare».

    Il quarto è la reputazione distribuita: l’agente non si limita al sito, ma incrocia segnali esterni. Recensioni, citazioni, menzioni su fonti autorevoli diventano determinanti per essere considerati affidabili. «Se il web non parla di te, l’AI non si fida».

    Il quinto è la freschezza delle informazioni: contenuti aggiornati, dati recenti, segnali temporali chiari. Gli agenti premiano ciò che è verificabile nel tempo. «Un contenuto non aggiornato è un contenuto che perde valore agli occhi dell’AI».

    A questi elementi si aggiunge un fattore strategico: la coerenza. Più un’azienda è chiara nel definire il proprio ambito, più viene riconosciuta come riferimento in quella categoria. Gli agenti apprendono per associazione, e quando quell’associazione si consolida, entra in gioco un meccanismo cumulativo che rafforza nel tempo le stesse scelte. «È un volano -spiega Luino-. Più vieni selezionato, più diventi la scelta naturale. E più diventi la scelta naturale, più continui a essere selezionato».

    Negli ultimi mesi Luino aveva sintetizzato il cambiamento in una formula chiara: la sfida non è più farsi trovare, ma diventare la fonte. Oggi, quel passaggio si evolve ulteriormente. «Non basta più essere citati: bisogna essere scelti -conclude-. Perché molto presto non saranno più le persone a visitare i siti e a confrontare offerte. Saranno gli agenti AI a farlo per loro. E a quel punto, o sei dentro il loro processo decisionale, oppure sei fuori dal mercato».

    Per le imprese, il tempo per adattarsi è limitato. Non si tratta di introdurre nuovi strumenti, ma di ripensare ciò che già esiste perché sia comprensibile, interrogabile e affidabile anche per un sistema automatico.

    «Chi continua a progettare il sito per un utente umano sta lavorando per un mondo che sta scomparendo. Il nuovo obiettivo non è essere visitati, ma essere selezionati».

    Anche sul fronte della vendita l’intelligenza artificiale si fa largo, a partire dalla distribuzione automatica: pagamenti cashless, interfacce touchscreen, macchine perennemente connesse e, sempre più, soluzioni di intelligenza artificiale stanno trasformando profondamente il vending: da semplici erogatori di prodotti a veri e propri punti vendita intelligenti, digitali e data-driven. È quanto emerge da una ricerca realizzata da JAKALA per Confida presentata in occasione di Venditalia 2026, la principale fiera internazionale del settore del vending alla Fiera di Rimini.

    Quasi il 90% degli operatori dichiara infatti di voler introdurre o integrare soluzioni di intelligenza artificiale entro i prossimi cinque anni. Le applicazioni più strategiche riguardano la riduzione degli out-of-stock (82%), la personalizzazione dell’offerta (82%), la previsione della domanda (73%) e la manutenzione predittiva (58%). Un’evoluzione che porterà l’AI a diventare uno dei principali motori di trasformazione del vending, migliorando efficienza operativa, qualità del servizio ed esperienza del consumatore finale.

    «La fotografia è di un settore che ha ormai imboccato una direzione chiara», commenta il Presidente di Confida Massimo Trapletti. «La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale rappresentano un’opportunità concreta per rafforzare la competitività del vending e consolidarne il ruolo come canale moderno di retail di prossimità. Tra l’altro, i fabbricanti italiani di vending machine sono leader a livello internazionale ed esportano la loro tecnologia Made in Italy in tutto il mondo”.

    La diffusione dell’AI si inserisce in un contesto di digitalizzazione già avanzata. Oggi il 60% dei gestori utilizza sistemi digitali per la gestione e il monitoraggio delle vending machine, mentre un ulteriore 13% ne sta valutando l’implementazione. Anche l’evoluzione dell’interfaccia e dei pagamenti è ormai matura: oltre il 70% degli operatori ha già installato macchine dotate di touchscreen e i pagamenti digitali – tramite app, mobile e contactless – sono ampiamente diffusi, ben il 38% delle macchine ne è dotato. In particolare, il valore delle transazioni via app è cresciuto del 33,8% rispetto al 2024. È proprio questa infrastruttura tecnologica – fatta di connettività, dati e interazione digitale – a rendere possibile l’adozione efficace dell’intelligenza artificiale, trasformando i dati raccolti in insight operativi per ottimizzare rifornimenti, manutenzione ed esperienza utente.

    In questo scenario si colloca anche SmartLink, il nuovo protocollo di comunicazione per le vending machine presentato ufficialmente a Venditalia. SmartLink rappresenta un tassello chiave della transizione digitale del settore, abilitando un’infrastruttura più efficiente, connessa e pronta per il futuro, in linea con un vending sempre più connesso e orientato ai dati.

    Il contesto è favorevole anche a livello macro. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il mercato dell’AI in Italia ha raggiunto nel 2025 un valore di 1,8 miliardi di euro, con una crescita annua di circa +50%. A trainare l’accelerazione è in particolare la “generative AI”, che oggi rappresenta quasi la metà del valore complessivo del mercato (46%). Una dinamica che segna il passaggio dalla sperimentazione all’implementazione concreta nei processi aziendali e che apre nuove opportunità anche per settori tradizionali come il vending, sempre più chiamati a integrare l’intelligenza artificiale per efficienza operativa, personalizzazione e nuovi modelli di servizio.

  • Semplificate le norme europee sull’intelligenza artificiale, Bruxelles vuole favorire l’innovazione

    La Commissione europea accoglie con favore l’accordo politico raggiunto tra il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE su norme più semplici e favorevoli all’innovazione per l’intelligenza artificiale (IA).

    La Commissione ha proposto il pacchetto “Digital Omnibus” sull’IA solo cinque mesi fa, nell’ambito dell’agenda europea di semplificazione volta a rafforzare la competitività dell’Europa. Questo renderà più semplice per le imprese dell’UE applicare il regolamento sull’IA, mantenendone al tempo stesso i benefici per la società europea, la sicurezza e i diritti fondamentali.

    L’accordo stabilisce un calendario chiaro per l’attuazione delle norme che disciplinano i sistemi di IA ad alto rischio. Le regole per i sistemi utilizzati in determinati settori ad alto rischio — tra cui biometria, infrastrutture critiche, istruzione, occupazione, migrazione, asilo e controllo delle frontiere — si applicheranno a partire dal 2 dicembre 2027. Per i sistemi integrati in prodotti come ascensori o giocattoli, le regole entreranno in vigore dal 2 agosto 2028. Questa applicazione graduale contribuirà a garantire che gli standard tecnici e altri strumenti di supporto siano pronti prima che le norme diventino operative.

    L’accordo rafforza inoltre la protezione dei cittadini. Vieta infatti i sistemi di IA che generano contenuti sessualmente espliciti e intimi senza consenso o materiale di abuso sessuale su minori, come le app di IA per la cosiddetta “nudificazione”.

    Per le imprese, l’accordo introduce norme più semplici e una governance più chiara. Alcuni vantaggi previsti per le piccole e medie imprese vengono estesi anche alle piccole aziende a media capitalizzazione. È stato inoltre chiarito il rapporto tra il regolamento IA e le normative europee sulla sicurezza dei prodotti, in particolare il regolamento relativo alle macchine, evitando duplicazioni tra norme settoriali e norme sull’IA. Un numero maggiore di innovatori avrà inoltre accesso alle sandbox regolamentari, compresa una sandbox a livello UE, per testare le proprie soluzioni di IA in condizioni reali. Saranno anche rafforzati i poteri di applicazione dell’Ufficio europeo per l’IA, a sostegno della supervisione di determinati sistemi di IA, inclusi quelli basati su modelli di uso generale e quelli integrati in piattaforme online e motori di ricerca di grandi dimensioni.

    Questo accordo garantirà norme più sicure e più semplici sia per i cittadini sia per le imprese.

  • La ricetta dello psichiatra: l’educazione consentirà all’uomo di non lasciarsi svuotare il cervello dell’intelligenza artificiale

    A suo tempo si temeva che adottare la scrittura al posto della tradizione orale avrebbe minato le capacità mnemoniche dell’uomo. Oggi si teme che l’intelligenza artificiale possa minacciare le capacità intellettuali e cognitive delle persone. Lo psichiatra e psicoterapeuta Marco Bertelli, che al tema ha dedicato il saggio ‘L’intelligenza che non Ai. Dialoghi sull’intelligenza tra un corpo e un algoritmo’ rileva che «i rischi e i vantaggi dipendono dall’uso che ne faremo, a sua volta legato a come ridefiniremo la nostra intelligenza e quella del cosmo in cui viviamo e in cui ci siamo sviluppati. L’intelligenza umana ha manifestato un carattere contraddittorio, anche nel percorso di autoconoscenza, rinunciando all’intuizione di una complessità inafferrabile a favore del bisogno di una riduzione tangibile. Ha creato una misura per sé stessa, il quoziente intellettivo, con l’obiettivo di ottimizzare il proprio percorso educativo, ma senza accorgersi di non avervi incluso le proprie componenti più importanti, come l’intelligenza emotiva, morale o quella spirituale, e senza prevedere che sarebbe stata usata per fini deteriori, come sancire gerarchie di valore fra esseri umani o annullare il confine fra furbizia e immoralità. La storia dell’essere umano sembra indicare che la sua intelligenza abbia scarse possibilità di redenzione e che l’antropocene possa concludersi con una nuova catastrofe per la vita terrestre. In questo giocherà senz’altro un ruolo quella che oggi definiamo intelligenza artificiale: se sapremo usarla bene, con la sua enorme potenzialità, potrà essere una via di salvezza; se invece la useremo male, come abbiamo usato quasi tutto finora — svilendo la componente migliore nella nostra intelligenza — porterà una rapida accelerazione della nostra rovina. Tanto più potente la tecnologia, tanto maggiori devono essere le abilità e le accortezze di chi la usa».

    Il pericolo, secondo Bertelli, c’è: «La ricerca scientifica ha rilevato che dall’inizio del nuovo millennio il quoziente intellettivo medio dell’umanità, che aveva continuato a crescere fino alla fine del secolo scorso, il famoso effetto Flynn, ha fatto registrare una brusca inversione di tendenza. Dall’avvento dell’intelligenza artificiale, le nuove generazioni mostrano già cadute ancora più rapide e marcate. Dunque, ho immaginato che in un futuro prossimo, nella maggior parte del mondo, il numero di persone con difficoltà logiche, deduttive, analitiche, ma anche creative, emotive, morali e spirituali, sarà aumentato ulteriormente, così tanto da assumere le dimensioni di una “deriva intellettiva” globale, e rappresentare un’urgenza d’intervento socio-sanitario. Il vero pericolo non sta tanto nel fatto che l’AI ci rubi le nostre professioni, la nostra intelligenza o che voglia assoggettarci, quanto nella nostra inconscia disponibilità a esporci, giorno dopo giorno, parola dopo parola, a una sorta di “addestramento” alla passività intellettuale, all’assuefazione alla rinuncia alla fatica del pensiero e della coscienza, trasformandoci in individui inclini a riprodurre acriticamente e a non interrogarsi».

    Preso atto del problema, Bertelli vede però anche una soluzione per affrontarlo: «L’intelligenza artificiale non impone tanto una nuova alfabetizzazione tecnica, quanto una rieducazione dell’umano. Per troppo tempo abbiamo insegnato, spesso con i fatti più che con le parole, che essere intelligenti significhi imporsi, primeggiare, performare, saper sopravvivere nella giungla, godere prima e più possibile perché la vita è breve o illusoria. È esattamente questa visione riduttiva dell’intelligenza che rende l’AI al tempo stesso così affascinante e così pericolosa. In questa prospettiva, il rischio educativo dell’AI non è tanto l’errore, quanto la delega e l’omologazione, soprattutto negli elementi più importanti per lo sviluppo dell’intelligenza umana nelle sue diverse forme, come la formulazione autonoma dei problemi, la tolleranza della frustrazione, la regolazione delle emozioni, il confronto con il limite e con l’esistenza degli altri. Di fronte a questa nuova frontiera, dovremmo dunque rieducare alla relazione e alla consapevolezza di essere parte di un cosmo in equilibrio reciproco. Si è davvero intelligenti solo quando si riesce a combinare la propria soddisfazione con il bene comune e con il rispetto di ciò che ci prescinde. Tanto più potente la tecnologia, tanto maggiori devono essere le abilità e le accortezze di chi la usa».

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