L’intelligenza artificiale non può essere un terapista
L’intervista lasciata, a latere del Festival ‘Schegge di Storia’, dal fisico Federico Faggin ha consolidato quanto da tempo sosteniamo: l’intelligenza artificiale non può diventare un interlocutore, un terapista, un confidente per l’essere umano perché è priva di sentimenti, non si possono chiederle consigli sulle questioni legate alla sfera intima.
La sete di conoscenza e la libertà di comprendere, ha detto l’inventore dei processori, sono l’espressione più profonda dell’individuo ed è nella realtà profonda di quanto è visibile, invisibile, e che va ancora oltre, che si trova la vera natura umana.
Se una persona continua a rivolgersi all’intelligenza artificiale, se pensa di valere meno di questa, presto disimparerà a ragionare ad usare la propria intelligenza, a farla lavorare e crescere, questo è il timore che più volte, a ragion veduta, abbiamo espresso e le parole del Prof. Faggin ci ricordano che l’intelligenza artificiale va usata sapendo che è un semplice strumento e mantenendo il nostro senso critico altrimenti si finisce per lasciarsi schiavizzare e, di conseguenza, si diventa schiavi di coloro che l’hanno creata.
L’intelligenza artificiale, ha rimarcato lo scienziato, dà grandi benefici per risolvere problemi tecnici che richiedono una grande quantità di informazioni ma troppi non comprendono i rischi di un eccessivo e distorto utilizzo di quella che è solo una macchina, uno strumento che non può sostituirsi all’intelligenza ed alla sensibilità umane, sensibilità ed intelligenza, ricordiamo, che per svilupparsi hanno bisogno di essere utilizzate ogni giorno.




