Investimenti

  • Gli investimenti scansano l’Italia

    L’Italia è una meta sempre meno attraente agli occhi degli investitori esteri, come emerge dal Global Opportunity Index (GOI) redatta dal Milken Institute. Lo stivale è slittato nella classifica mondiale dei mercati in cui investire dal 32esimo posto, occupato nel 2023, al 36esimo.

    Se l’Italia perde posizioni, cinque destinazioni tra le preferite a livello mondiale dagli investitori si trovano in Europa. La Danimarca, in particolare, sale al primo posto della classifica di quest’anno, grazie al miglioramento dei punteggi che riguardano la percezione delle imprese, facilità di fare affari in un Paese e altri parametri normativi. Seguono a ruota Svezia (ex numero uno nel 2023), Finlandia, Stati Uniti (che guadagna una posizione rispetto allo scorso anno) e Regno Unito.

    Nel complesso, le regioni E&D (Emerging & Developing Economy) “offrono opportunità interessanti agli investitori interessati ai mercati con un potenziale di crescita,” si legge nel rapporto. Anche se le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina hanno colpito gli afflussi verso le economie asiatiche E&D, con un calo del 75,4% nel 2022 – ha spiegato il rapporto – tra le regioni emergenti, l’Asia è quella che ha ottenuto i migliori risultati, attirando più della metà (53,2%) dei fondi confluiti nei Paesi E&D tra il 2018 e il 2022.

    “Mentre le economie avanzate offrono stabilità, gli investitori alla ricerca di rendimenti in forte crescita continuano a mostrare interesse per le economie emergenti e in via di sviluppo”, ha dichiarato in un comunicato Maggie Switek, direttore senior del dipartimento di ricerca del Milken Institute.

    Tra le economie asiatiche emergenti, la Malesia è emersa come la preferita dagli investitori, posizionandosi al 27esimo posto a livello globale. Il Paese presenta le “migliori condizioni di investimento” tra tutte le economie E&D e si piazza bene per quanto riguarda il quadro istituzionale, in parte grazie al fatto che il Paese presenta “diritti degli investitori molto forti”, ha affermato Switek.  A questo proposito, vale la pena ricordare che, secondo il New York Times, la Malesia è anche il sesto esportatore di chip al mondo e produce il 23% di tutti i chip statunitensi.

  • Italia terzo maggior investitore straniero in Tunisia

    L’Italia è il terzo investitore estero della Tunisia dopo Francia e Qatar. È quanto emerge dai dati dell’Agenzia tunisina per la promozione degli investimenti (Fipa) visti da “Agenzia Nova”. Alla fine dello scorso anno, il flusso di investimenti esteri in Tunisia ha raggiunto l’importo di 2,522 miliardi di dinari, equivalenti a circa 750 milioni di euro, con variazioni positive del 13,5 per cento rispetto al 2022, del 34,4 per cento rispetto al 2021 e del 33,7 per cento rispetto al 2020. Gli investimenti diretti esteri (Ide) hanno raggiunto nel 2023 l’importo di 712 milioni di euro. Questi investimenti hanno registrato un aumento del 7,7 per cento rispetto al 2022, del 29,3% rispetto al 2021 e del 30% rispetto al 2020.

    Gli Ide in Tunisia hanno riguardato in particolare i settori dell’energia, dell’industria manifatturiera, dei servizi e dell’agricoltura. Secondo la Fipa, il flusso degli Ide non energetici registrato nel corso dell’anno 2023 in Tunisia ha consentito di realizzare 638 operazioni di investimento per un valore complessivo di 572 milioni di euro, consentendo la creazione di 14.746 nuovi posti di lavoro. La classifica degli investitori esteri in Tunisia vede la Francia al primo posto con 182 milioni di euro, il Qatar al secondo con 89 milioni di euro, l’Italia al terzo con 78 milioni di euro, la Germania al quarto con 81 milioni di euro e il Giappone in quinta posizione con 22 milioni di euro.

  • L’inflazione green

    Mentre negli Stati Uniti la corsa dall’inflazione sembra rallentare (+5%), tanto è vero che la Fed probabilmente aumenterà di soli 25 punti il tasso di interesse, in Italia (+8,3% e nel settore alimentare +11%) ed in Europa (+7,4%) l’inflazione rialza la testa.

    Non è il solo dato allarmante in quanto il calo dei consumi si attesta ad oltre il -5% nel settore alimentare, come le due consecutive flessioni dalla produzione industriale (-2.3% sul 2022). Diminuzioni importanti le quali, tuttavia, non determinano alcuna ripercussione relativa ad un conseguente abbassamento dei prezzi imputabile proprio ad una flessione della domanda.

    Ancora una volta, quindi, l’inflazione, a differenza di quanto potessero credere i titolari delle banche centrali ma soprattutto la Bce, non era determinata da una crescita della domanda aggregata (in Europa) mentre negli Stati Uniti sicuramente, in quanto la sua flessione attuale non ne determina alcuna diminuzione. Basti ricordare come anche in Germania la riduzione degli acquisti abbia raggiunto il -8,3% contro la quale il governo si sta attivando con delle politiche di sostegno al reddito.

    Uno degli ulteriori fattori preoccupanti relativo all’economia e alla sua comprensione, viene fornito dal costo dei noli marittimi che in un anno è passato da 16.000 dollari nel 2022 a meno di 2.000 nel 2023.

    All’interno di un’economia globale rappresenta sostanzialmente l’arresto dei flussi commerciali soprattutto per quanto riguarda i beni intermedi.

    L’inflazione, quindi, all’interno di un mercato con una domanda complessiva in flessione, si conferma comunque come assolutamente impermeabile alle politiche monetarie e alle fluttuazioni della domanda e dell’offerta. Uno scenario che ci riporta alle dinamiche dei mercati globali all’interno dei quali i postulati economici, tanto cari al mondo politico ed accademico, hanno perso ogni valore e soprattutto capacità di incidere sull’andamento economico complessivo.

    Andrebbe ricordato, infatti, come investire invece cocciutamente in un unico settore come quello edilizio in Italia o, peggio ancora, in Europa nella ipotetica transizione Green, rappresenti la condizione ideale per trasferire le aspettative di inflazione dal mercato singolo ai mercati in generale come “sentiment”.

    In altre parole, invece di combattere gli effetti della crisi economica attraverso un intervento complessivo forse meno incisivo sotto il profilo finanziario, ma in grado di coinvolgere l’intero settore economico ed industriale, come quello dei servizi attraverso, per esempio, occorrerebbe una riduzione dei carichi fiscali.

    Si è deciso, in preda ad un reale delirio ideologico, di investire solo ed esclusivamente nel settore di un’ipotetica transizione Green. Questa, oltre a essere irraggiungibile nei tempi, tuttavia ha determinato la creazione di aspettative di inflazione per tutti i settori economici ed ovviamente creato le condizioni per fenomeni speculativi.

    Non esistono, infatti, altre giustificazioni se non legate alla esplosione dei costi delle terre rare e di quanto legato al singolo settore, espressione di un incremento esponenziale della domanda proprio come limpida conseguenza dell’ideologia ambientalista adottata dall’Unione Europea.

    La responsabilità, quindi, di questa impennata dell’inflazione dovrebbe essere attribuita proprio al fenomeno settoriale della transizione Green, in più in Italia con il bonus 110%, che ha escluso tutti gli altri settori in difficoltà facendone pagare però l’inflazione come espressione della crescita esponenziale di un singolo settore.

    Per quanto si possa accreditare una certa impreparazione generale alla classe dirigente europea, accecata da un furore ideologico senza precedenti, sulla base della quale si pongono in secondo piano le aspettative legittime di una crescita economica dopo due anni di pandemia e in piena guerra ucraina, i dubbi relativi anche ad una onestà intellettuale diventano legittimi.

    Il fallimento clamoroso di questa politica viene espresso dalla terrificante sintesi del calo dei consumi assieme all’aumento dell’inflazione.

    In altre parole, ci si avvicina ad una possibile stagflazione già ora comunque imputabile all’ideologia espressa da una ipotetica transizione ecologica.

  • Al via il programma InvestEU in Italia: quattro nuovi progetti firmati dal Gruppo BEI

    • Il Gruppo BEI e la Commissione europea hanno lanciato a Roma il programma InvestEU, che mira ad attivare investimenti per oltre 372 miliardi nell’Unione europea.
    • Firmate inoltre le prime quattro operazioni in Italia nell’ambito di InvestEU per un totale di 264 milioni di euro:
      • 45 milioni di euro dalla BEI a Acque Bresciane per potenziare la copertura, qualità e la resilienza dei servizi per le acque reflue nella Provincia di Brescia;
      • 30 milioni di euro investiti dal FEI in Xenon FIDEC per promuovere l’economia circolare;
      • 100 milioni di euro di garanzia FEI a Intesa Sanpaolo per supportare gli investimenti e le esigenze di liquidità delle PMI e piccole Mid-cap innovative o per sostenere la loro transizione digitale e ecologica;
      • 84 milioni di euro di garanzia FEI a Mediocredito Trentino-Alto Adige S.p.A per supportare gli investimenti e le esigenze di liquidità delle PMI e piccole Mid-cap del Nord-Est.

    La Commissione europea e il Gruppo BEI, che comprende la Banca europea per gli investimenti (BEI) e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), hanno organizzato un evento a Roma per lanciare il programma InvestEU in Italia e firmare le prime quattro operazioni italiane. Il programma, grazie ad una garanzia di bilancio dell’UE di 26,2 miliardi di euro, mira ad attivare investimenti per oltre 372 miliardi in tutta Europa volti a sostenere le priorità strategiche dell’Unione europea, come il Green Deal europeo e la transizione digitale.

    All’evento, aperto dai saluti di Gelsomina Vigliotti, Vicepresidente BEI, Daniele Franco, Ministro dell’Economia e delle Finanze, Paolo Gentiloni, Commissario europeo per l’Economia, Dario Scannapieco, Amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti, e Fabio Pammolli, Presidente del Comitato Investimenti di InvestEU, hanno partecipato più di 100 persone fra clienti e stakeholders.

    Paolo Gentiloni, Commissario per l’Economia, ha dichiarato: “InvestEU offre grandi opportunità alle imprese italiane e sono lieto di essere presente oggi a Roma per il suo evento di lancio. Abbiamo davanti a noi una montagna di investimenti da realizzare e attraverso InvestEU potremo garantire che i finanziamenti vadano dove sono più necessari per stimolare l’innovazione, l’occupazione e la crescita. I primi quattro accordi InvestEU firmati oggi con partner italiani ne sono un eccellente esempio e voglio congratularmi con tutte le entità coinvolte per la loro realizzazione. Mi auguro di vedere molti altri accordi di questo tipo nei mesi e negli anni a venire”.

  • L’azzeramento patrimoniale degli investimenti

    Esiste un effetto non considerato in relazione alla crisi economica e industriale legata all’esplosione dei costi energetici e alle conseguenze dell’inflazione già presente nel 2021.

    Negli ultimi anni precedenti la pandemia, il sistema industriale era stato “invitato” ad un proprio aggiornamento in relazione alle sfide internazionale e alla concorrenza dei paesi a basso costo manodopera.

    Sicuramente l’innovazione tecnologica, che comporta una diminuzione dell’intensità di manodopera per milione di fatturato soprattutto nel settore manifatturiero, se da una parte diminuisce le opportunità lavorative, dall’altra attenua la differenza dei costi tra le diverse locazioni produttive basate esclusivamente sul confronto del costo del lavoro e conseguentemente rende di nuovo approcciabile l’investimento industriale.

    In altre parole la stessa innovazione, se supportata da una opportuna politica fiscale governativa, dovrebbe creare le condizioni finalizzate a riportare le filiere produttive, una volta all’estero, all’interno del nostro Paese (reshoring produttivo).

    In questo contesto la successiva crisi pandemica e delle filiere produttive, troppo allungate nel perimetro asiatico sempre a caccia del minore costo, rappresentava un’occasione ma soprattutto una conferma in più per dare vita ad una pur parziale reindustrializzazione del nostro Paese. Il supporto dei governi avrebbe dovuto assumere i connotati di una fiscalità di vantaggio che favorirebbe il sistema industriale italiano e soprattutto le fiere italiane.

    Tutti gli investimenti in questo senso, tanto del sistema industriale e finalizzati all’ottenimento di una maggiore produttività e quindi una maggiore competitività nel mercato globale, quanto gli interventi legislativi varati dai diversi governi, come industria 4.0, perdono ogni valore e vengono addirittura azzerati a causa dell’esplosione dei costi dell’approvvigionamento energetico.

    Rappresenterebbe, ora, un errore ingiustificabile non inserire nella valutazione degli effetti della attuale pre-recessione gli effetti finanziari ed economici di questo azzeramento patrimoniale e relativo agli investimenti degli ultimi anni nel sistema industriale e manifatturiero in quanto il loro effetto di “efficientamento” del complesso sistema produttivo viene sostanzialmente azzerato dall’esplosione dei costi energetici il quale da solo determina la perdita di ogni fattore competitivo da parte delle aziende italiane nel contesto internazionale.

    Un azzeramento patrimoniale degli investimenti, in aggiunta agli effetti già evidenti della crisi, che dovrebbe spingere qualsiasi forza di governo ad una valutazione e ad una conseguente elaborazione di un strategia complessiva, abbandonando finalmente la politica dei Bonus fiscali, per la loro stessa definizione discriminanti, e verso l’elaborazione di una visione generale che affronti il problema nella sua complessità, invece di tentare di attenuarne gli effetti favorendo questa o quella categoria.

  • Extra profitti e credibilità istituzionale

    Da troppi anni  l’Italia registra una costante diminuzione di attrattività degli investimenti esteri anche a causa della mancanza di una reale certezza del diritto soprattutto in materia fiscale.

    Il primo ad inaugurare la retroattività di una norma fiscale fu il governo Prodi con il ministro Visco i quali hanno contestualmente inserito, nella valutazione di un investimento effettuata da un operatore estero, il parametro della totale incertezza relativa al quadro normativo fiscale nel nostro Paese.

    La  valutazione, tanto della opportunità quanto del raggiungimento di una redditività dell’investimento, viene determinata anche attraverso la certezza del quadro normativo fiscale che contribuisce ad individuare il tempo necessario per il raggiungimento del  Roe (Return on  Equity). Assicurare la certezza normativa diventa, di conseguenza, un  fattore privilegiante quel paese che si dimostri in grado di confermarla, indipendentemente anche dai diversi contesti di congiunture nazionali ed internazionali.

    La crisi energetica, ma soprattutto l’esplosione dei costi successivi alla pandemia e alla guerra (*), dipende anche dalla finanziarizzazione del trading energetico e si manifesta come l’ennesima cristallina espressione di una cultura economico finanziaria  finalizzata alla moltiplicazione di occasioni per inopportune intermediazioni di natura finanziaria.

    La  pandemia prima ed ora la guerra in Ucraina in altre parole hanno messo a nudo tutta una serie di inefficienze strategiche ed operative del sistema  del training energetico.

    La medesima classe politica e burocratica, responsabili di tale situazione, cercano di uscirne inserendo la tassazione degli extra profitti di queste aziende monopoliste passate da statali a capitale privato, e conseguentemente azzerando ancora una volta il principio della non retroattività di una norma fiscale. Pur concedendo la mancata capacità di valutazione dell’effetto devastante per la credibilità di un paese agli occhi degli investitori con l’introduzione di una norma fiscale retroattiva, andrebbe ricordato come gli  investimenti, specialmente se esteri, rappresentino uno dei fattori di  maggiore  sviluppo economico.

    Andrebbe ricordato infatti come all’interno della classifica dei paesi maggiormente attrattori di investimenti esteri l’Italia risulti al 19º posto rispetto alla Germania che occupa la prima posizione.

    Anche per questa maggiore attrattività l’economia tedesca è stata in grado di aumentare negli ultimi trent’anni il reddito disponibile del+34,7% rispetto alla diminuzione italiana del -3,7%.

    All’interno di questo complesso quadro economico emerge evidente da parte del governo italiano, come della stessa unione europea, la volontà di non utilizzare la leva fiscale per ridurre l’impatto di questa devastante crisi energetica la quale mette a rischio un quinto del sistema produttivo italiano.

    In altre parole si preferisce venir meno ad un principio liberale come la retroattività di una norma, e in più disincentivante nei confronti degli investimenti esteri, pur di mantenere un impianto fiscale che possa assicurare le risorse finanziarie e, di conseguenza, il potere alla classe politica.

    (*) Il 23 febbraio 2022 la quotazione del gas segnava già +537%

  • InvestEU in Italia: firmato da Commissione europea e Cassa Depositi e Prestiti accordo di consulenza da 6,7 milioni di euro a sostegno di progetti infrastrutturali

    La Commissione europea e l’istituto nazionale di promozione italiano Cassa Depositi e Prestiti (CDP) hanno firmato un accordo da 6,7 milioni di € per l’offerta di servizi di consulenza a progetti di investimento infrastrutturale e sociale. Si tratta del primo accordo di questo tipo firmato con una banca o un istituto nazionale di promozione nell’ambito del nuovo programma InvestEU della Commissione, e altri seguiranno.

    In quanto partner consultivo nel polo di consulenza InvestEU, in virtù dell’accordo CDP offrirà ai promotori di progetti e agli intermediari finanziari in Italia sostegno progettuale in termini di consulenza, sviluppi del mercato e creazione di capacità. L’importo totale a sostegno dell’erogazione di servizi di consulenza in virtù dell’accordo ammonterà a 6,7 milioni di €, di cui 5 milioni attinti al bilancio dell’UE e 1,7 milioni come contributo proprio di CDP.

    La consulenza di CDP concorrerà a sostenere il miglioramento qualitativo dei progetti di investimento, compreso negli ambiti “Infrastrutture sostenibili” e “Investimenti sociali e competenze” di InvestEU. Contribuirà così a migliorare l’accesso ai finanziamenti e gli investimenti nello sviluppo di infrastrutture, a attrarre risorse private e a rafforzare i promotori pubblici e privati nella capacità di approntare operazioni di finanziamento e di investimento nei settori delle infrastrutture sociali e pubbliche, dell’energia sostenibile, dei trasporti e delle infrastrutture digitali e innovative.

    Paolo Gentiloni, Commissario per l’Economia, ha dichiarato: “L’odierna firma dell’accordo con Cassa Depositi e Prestiti, prima banca nazionale di promozione a divenire partner consultivo nell’ambito di InvestEU, segna una pietra miliare nel cammino per diffondere il programma in tutta l’UE. Con Cassa Depositi e Prestiti come partner locale, offriremo servizi di consulenza mirati per contribuire alla pianificazione e all’attuazione di importanti investimenti in infrastrutture pubbliche e sociali e nello sviluppo sostenibile. Attendo con interesse la firma di molti altri accordi di questo tipo con partner consultivi locali in tutta l’UE.”

    Il programma InvestEU fornisce all’UE finanziamenti fondamentali a lungo termine, mobilitando ingenti fondi pubblici e privati a sostegno di una ripresa sostenibile, e contribuisce a mobilitare investimenti privati per le priorità strategiche dell’UE, come il Green Deal europeo e la transizione digitale. Accorpa i molteplici strumenti finanziari dell’UE e i servizi di consulenza finanziati dall’UE attualmente disponibili per sostenere gli investimenti nell’Unione, rendendo più semplice, più efficiente e più flessibile il finanziamento di progetti di investimento in Europa. Il programma si articola in tre componenti: il Fondo InvestEU, il polo di consulenza InvestEU e il portale InvestEU.

    Fonte: Commissione europea

  • Boom di investimenti in Italia sulle start-up: oltre un miliardo di euro

    Nel 2021, per la prima volta, l’Italia supera la barriera del miliardo di investimenti in startup. “E’ un segnale molto positivo ma la strada da percorrere è ancora lunga”, considerando che gli investimenti in Europa hanno superato i 100 miliardi di euro. A dirlo è l’amministratore delegato di StartupItalia, Filippo Satolli, in occasione di #Sios2021, che dopo quasi due anni è tornato in presenza all’Università Bocconi di Milano.

    Gli investimenti in startup italiane sono passati da 173 milioni nel 2017 a 1,34 miliardi nel 2021, segnando in questo ultimo anno una crescita dell’85%. “Rispetto a dieci anni fa, dal primo startup act di Corrado Passera, di strada se n’è fatta tanta”, sostiene il ceo di StartupItalia. L’obiettivo sfidante ora è di “puntare ai 10, 100 miliardi di euro di investimenti. Questo richiede anche delle riforme”. Per esempio, grazie al credito di imposta per chi investe in startup, “l’equity crowdfunding è cresciuto molto, superando i 100 milioni di raccolta”. Questo vuol dire che “non solo gli investitori contribuiscono alla crescita delle startup ma anche i cittadini comuni”. L’auspicio è che “la mentalità e l’approccio delle startup possa arrivare verso la pubblica amministrazione”. Un aspetto evidenziato anche dal ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale, Vittorio Colao, secondo il quale, la p.a. dovrebbe riuscire ad assumere quegli aspetti tipici del mondo delle startup, ovvero, velocità e cambiamento di direzione, “cominciando a disegnare i processi pubblici sulla base delle esigenze dei cittadini e non sulla base delle regole scritte 15 o 20 anni fa”. Secondo il ministro, “la trasformazione digitale in Italia è partita, è stata accelerata dalla pandemia e il Paese può mostrare eccellenze in più campi”. Le nuove tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale, “coinvolgeranno tutti i settori e possono creare lavoro”, sottolinea il ceo di Illimity, Corrado Passera. Passando al mondo dell’editoria, per l’amministratore delegato dell’Ansa, Stefano De Alessandri, “l’intelligenza artificiale diventa un formidabile strumento di aiuto e di qualificazione del lavoro in redazione, sicuramente, non un sostitutivo del lavoro del giornalista”. “La diffusione dell’IA e dei dati è sempre più presente nelle nostre vite”, sottolinea Francesca Bria, presidente di Cdp Venture Capital, accendendo un faro sul ruolo dell’Europa, che “può veramente competere nello scenario globale”, ponendosi come “terzo attore accanto a Stati Uniti e Cina”, attraverso un “modello di innovazione che mette al centro l’uomo”.

  • Ernst & Young rileva un aumento di investimenti diretti in Italia nel 2020

    Cresce l’attrattività dell’Italia, nonostante la pandemia. Nel 2020 il numero dei progetti degli investimenti diretti esteri (Ide) è cresciuto del 5% rispetto al 2019, mentre un manager internazionale su due (48%) si dice pronto a espandere le proprie attività nel nostro Paese. Marco Travaglio potrebbe scrivere un istant book per dire che Giuseppi era meglio di Draghi, ma tralasciando le facezie si tratta di 5 punti percentuali che equivalgono a 113 nuovi progetti in programma, dato in controtendenza a fronte di un calo complessivo del 13% a livello europeo.

    È quanto rilevato dall’EY Europe Attractiveness Survey, studio condotto su oltre 550 intervistati a livello globale, che analizza l’andamento degli investimenti esteri in Europa. Nonostante l’Italia sia tra i pochi Stati del continente ad aver registrato una crescita, la limitata la quota di mercato, pari al 2% degli investimenti diretti totali in Europa, la colloca solo al 12esimo posto nella graduatoria europea. Ad attrarre di più il settore dei servizi alle imprese, cosiddetti B2B (13%), seguito da progettazione di software e servizi IT (12%), logistica e wholesale (12%), finanza (8%) e farmaceutico (7%). Flessione invece per il settore dei macchinari e attrezzatture industriali (5%) e per quello tessile (4%).

    Quanto agli obiettivi degli investitori, in testa si trova il potenziamento della forza commerciale e del marketing (22%). Seguono gli investimenti per valorizzare il know-how tecnico e imprenditoriale nazionale, soprattutto in ambito di processi di produzione (19%) e ricerca e sviluppo (15%). Quanto alla provenienza delle risorse, l’analisi colloca al primo posto gli Stati Uniti (24%), seguiti da Francia (16%), Germania (12%) e Regno Unito (9%). Più indietro invece la Cina (4%), che sopravanza di poco il Giappone (3%). A rendere poco attrattiva l’Italia invece per il 58% degli intervistati è l’incertezza a livello di regolamentazione, seguita da un eccessivo carico burocratico per il business (55%).

    “Serve quindi – spiega Massimo Antonelli, amministratore delegato di Ey Italia e managing partner per l’Europa – un esercizio collettivo da parte di istituzioni, aziende, manager affinché questo segnale di vantaggio competitivo sia stimolo alla crescita e possa diventare strutturale”.

    Per dare una spinta alla competitività, secondo il rapporto, occorrono il taglio delle tasse (29%), il supporto alle Pmi (28%) la riduzione del costo del lavoro (28%). “Una porzione rilevante di nuovi flussi d’investimento punta all’Italia per il proprio know-how tecnico e per la qualità del capitale umano”, spiega il mediterranean leader per l’area strategy and transactions di EY, Marco Daviddi. “Occorre lavorare su questi aspetti per valorizzare le eccellenze del nostro Paese”.

  • Enel programma investimenti per 190 miliardi fino al 2030

    Investimenti per 190 miliardi nel periodo 2021-2030, di cui 40 nei prossimi 3 anni. E’ con questa potenza di fuoco che il gruppo Enel si attrezza per affrontare le sfide future. Davanti c’è un “decennio pieno di opportunità”, ha spiegato l’a.d. Francesco Starace che affida al nuovo piano strategico triennale la “direzione per i prossimi 10 anni”. Al centro della strategia, l’accelerazione della transizione energetica, con l’obiettivo di fare del gruppo un protagonista nelle rinnovabili.

    Il nuovo piano 2021-23, presentato ai mercati e alla stampa, è corredato da una visione strategica decennale per cogliere al meglio i cambiamenti che caratterizzeranno i prossimi anni, dal crescente ruolo delle rinnovabili all’elettrificazione e digitalizzazione delle infrastrutture. Per farlo, il gruppo mobilita una maxi-mole di risorse al 2030: 160 miliardi di investimenti diretti (150 attraverso il modello ‘Ownership’, cioè in proprio, e altri 10 attraverso il modello ‘Stewardship’, cioè attraverso partnership), e altri 30 miliardi provenienti da terzi. Sull’orizzonte dei tre anni, investirà direttamente circa 40 miliardi (38 nel quadro del modello Ownership e 2 miliardi Stewardship), mobilitando altri 8 miliardi da terzi, con una crescita degli investimenti di circa il 36% rispetto al piano precedente. Solo per l’Italia, precisa il Cfo Alberto De Paoli, il nuovo piano prevede “14 miliardi di euro di investimenti”, dai 9 del precedente. L’obiettivo del piano è far crescere l’Ebitda ordinario ad un tasso annuo composto del 5-6% (a 20,7 e 21,3 miliardi di euro nel 2023) e l’utile netto ordinario ad un ritmo tra l’8 e il 10% (a 6,5-6,7 miliardi di euro nel 2023). Enel guarda anche agli azionisti, ridefinendo la politica dei dividendi, con un dividendo fisso per azione garantito e crescente nel triennio (+7% fino a 0,43 euro nel 2023): una “politica molto chiara e attrattiva che darà dei benefici ai nostri azionisti”, sottolinea Starace, “e questo sarà un vantaggio per noi, per la società e sarà un futuro molto luminoso per Enel”.

    E’ alle rinnovabili che viene dedicata una grossa fetta di questi investimenti: 70 miliardi in 10 anni che consentiranno di arrivare a circa 120 GW di capacità installata nel 2030, quasi tre volte quella attuale. Nei primi tre anni del piano, grazie a 17 miliardi di investimenti, la capacità installata da rinnovabili salirà a 60 GW (+33%). “Intendiamo diventare veramente protagonisti nelle rinnovabili con una presenza mondiale”, ha sottolineato Starace, che considera le rinnovabili “il futuro della produzione energetica” e punta a raggiungere una quota di mercato del 4% (da 2,5% attuale) in 10 anni. In parallelo, Enel spinge l’acceleratore anche sul processo di decarbonizzazione (la quota di produzione dal carbone scende già quest’anno al 7%, dal 28% del 2017), anticipando di 3 anni l’uscita dal carbone al 2027.

    Una grossa percentuale degli investimenti è poi destinata alle infrastrutture e reti, con un’attenzione particolare alla digitalizzazione. Un intervento che consentirà di aumentare gli utenti finali a circa 77 milioni nel 2023, digitalizzati al 64% con contatori intelligenti nel 2023 (da circa 74 milioni, digitalizzati al 60% nel 2020), per poi arrivare a oltre 90 milioni nell’arco di 10 anni, digitalizzati al 100% grazie all’uso dei contatori intelligenti. E parlando di reti, uno dei temi caldi resta Open Fiber, soprattutto dopo il pressing del governo per accelerare sulla rete unica. Starace, che vede nella missiva una “conferma” della bontà della scelta di creare Open Fiber, ha risposto in modo vago alle molte domande di analisti e stampa (monetizziamo non appena vediamo un’opportunità “in linea con il nostro interesse”, ha detto, forse è un bene uscire “se il prezzo è giusto e le condizioni sono quelle giuste”). Salvo poi rivelare, in un’intervista a Bloomberg Tv, che l’accordo potrebbe essere vicino: la vendita della nostra quota è “questione di settimane”, tanto che l’argomento prezzo è già stato superato e si è arrivati agli ultimi dettagli.

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