Investimenti

  • Al via il programma InvestEU in Italia: quattro nuovi progetti firmati dal Gruppo BEI

    • Il Gruppo BEI e la Commissione europea hanno lanciato a Roma il programma InvestEU, che mira ad attivare investimenti per oltre 372 miliardi nell’Unione europea.
    • Firmate inoltre le prime quattro operazioni in Italia nell’ambito di InvestEU per un totale di 264 milioni di euro:
      • 45 milioni di euro dalla BEI a Acque Bresciane per potenziare la copertura, qualità e la resilienza dei servizi per le acque reflue nella Provincia di Brescia;
      • 30 milioni di euro investiti dal FEI in Xenon FIDEC per promuovere l’economia circolare;
      • 100 milioni di euro di garanzia FEI a Intesa Sanpaolo per supportare gli investimenti e le esigenze di liquidità delle PMI e piccole Mid-cap innovative o per sostenere la loro transizione digitale e ecologica;
      • 84 milioni di euro di garanzia FEI a Mediocredito Trentino-Alto Adige S.p.A per supportare gli investimenti e le esigenze di liquidità delle PMI e piccole Mid-cap del Nord-Est.

    La Commissione europea e il Gruppo BEI, che comprende la Banca europea per gli investimenti (BEI) e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), hanno organizzato un evento a Roma per lanciare il programma InvestEU in Italia e firmare le prime quattro operazioni italiane. Il programma, grazie ad una garanzia di bilancio dell’UE di 26,2 miliardi di euro, mira ad attivare investimenti per oltre 372 miliardi in tutta Europa volti a sostenere le priorità strategiche dell’Unione europea, come il Green Deal europeo e la transizione digitale.

    All’evento, aperto dai saluti di Gelsomina Vigliotti, Vicepresidente BEI, Daniele Franco, Ministro dell’Economia e delle Finanze, Paolo Gentiloni, Commissario europeo per l’Economia, Dario Scannapieco, Amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti, e Fabio Pammolli, Presidente del Comitato Investimenti di InvestEU, hanno partecipato più di 100 persone fra clienti e stakeholders.

    Paolo Gentiloni, Commissario per l’Economia, ha dichiarato: “InvestEU offre grandi opportunità alle imprese italiane e sono lieto di essere presente oggi a Roma per il suo evento di lancio. Abbiamo davanti a noi una montagna di investimenti da realizzare e attraverso InvestEU potremo garantire che i finanziamenti vadano dove sono più necessari per stimolare l’innovazione, l’occupazione e la crescita. I primi quattro accordi InvestEU firmati oggi con partner italiani ne sono un eccellente esempio e voglio congratularmi con tutte le entità coinvolte per la loro realizzazione. Mi auguro di vedere molti altri accordi di questo tipo nei mesi e negli anni a venire”.

  • L’azzeramento patrimoniale degli investimenti

    Esiste un effetto non considerato in relazione alla crisi economica e industriale legata all’esplosione dei costi energetici e alle conseguenze dell’inflazione già presente nel 2021.

    Negli ultimi anni precedenti la pandemia, il sistema industriale era stato “invitato” ad un proprio aggiornamento in relazione alle sfide internazionale e alla concorrenza dei paesi a basso costo manodopera.

    Sicuramente l’innovazione tecnologica, che comporta una diminuzione dell’intensità di manodopera per milione di fatturato soprattutto nel settore manifatturiero, se da una parte diminuisce le opportunità lavorative, dall’altra attenua la differenza dei costi tra le diverse locazioni produttive basate esclusivamente sul confronto del costo del lavoro e conseguentemente rende di nuovo approcciabile l’investimento industriale.

    In altre parole la stessa innovazione, se supportata da una opportuna politica fiscale governativa, dovrebbe creare le condizioni finalizzate a riportare le filiere produttive, una volta all’estero, all’interno del nostro Paese (reshoring produttivo).

    In questo contesto la successiva crisi pandemica e delle filiere produttive, troppo allungate nel perimetro asiatico sempre a caccia del minore costo, rappresentava un’occasione ma soprattutto una conferma in più per dare vita ad una pur parziale reindustrializzazione del nostro Paese. Il supporto dei governi avrebbe dovuto assumere i connotati di una fiscalità di vantaggio che favorirebbe il sistema industriale italiano e soprattutto le fiere italiane.

    Tutti gli investimenti in questo senso, tanto del sistema industriale e finalizzati all’ottenimento di una maggiore produttività e quindi una maggiore competitività nel mercato globale, quanto gli interventi legislativi varati dai diversi governi, come industria 4.0, perdono ogni valore e vengono addirittura azzerati a causa dell’esplosione dei costi dell’approvvigionamento energetico.

    Rappresenterebbe, ora, un errore ingiustificabile non inserire nella valutazione degli effetti della attuale pre-recessione gli effetti finanziari ed economici di questo azzeramento patrimoniale e relativo agli investimenti degli ultimi anni nel sistema industriale e manifatturiero in quanto il loro effetto di “efficientamento” del complesso sistema produttivo viene sostanzialmente azzerato dall’esplosione dei costi energetici il quale da solo determina la perdita di ogni fattore competitivo da parte delle aziende italiane nel contesto internazionale.

    Un azzeramento patrimoniale degli investimenti, in aggiunta agli effetti già evidenti della crisi, che dovrebbe spingere qualsiasi forza di governo ad una valutazione e ad una conseguente elaborazione di un strategia complessiva, abbandonando finalmente la politica dei Bonus fiscali, per la loro stessa definizione discriminanti, e verso l’elaborazione di una visione generale che affronti il problema nella sua complessità, invece di tentare di attenuarne gli effetti favorendo questa o quella categoria.

  • Extra profitti e credibilità istituzionale

    Da troppi anni  l’Italia registra una costante diminuzione di attrattività degli investimenti esteri anche a causa della mancanza di una reale certezza del diritto soprattutto in materia fiscale.

    Il primo ad inaugurare la retroattività di una norma fiscale fu il governo Prodi con il ministro Visco i quali hanno contestualmente inserito, nella valutazione di un investimento effettuata da un operatore estero, il parametro della totale incertezza relativa al quadro normativo fiscale nel nostro Paese.

    La  valutazione, tanto della opportunità quanto del raggiungimento di una redditività dell’investimento, viene determinata anche attraverso la certezza del quadro normativo fiscale che contribuisce ad individuare il tempo necessario per il raggiungimento del  Roe (Return on  Equity). Assicurare la certezza normativa diventa, di conseguenza, un  fattore privilegiante quel paese che si dimostri in grado di confermarla, indipendentemente anche dai diversi contesti di congiunture nazionali ed internazionali.

    La crisi energetica, ma soprattutto l’esplosione dei costi successivi alla pandemia e alla guerra (*), dipende anche dalla finanziarizzazione del trading energetico e si manifesta come l’ennesima cristallina espressione di una cultura economico finanziaria  finalizzata alla moltiplicazione di occasioni per inopportune intermediazioni di natura finanziaria.

    La  pandemia prima ed ora la guerra in Ucraina in altre parole hanno messo a nudo tutta una serie di inefficienze strategiche ed operative del sistema  del training energetico.

    La medesima classe politica e burocratica, responsabili di tale situazione, cercano di uscirne inserendo la tassazione degli extra profitti di queste aziende monopoliste passate da statali a capitale privato, e conseguentemente azzerando ancora una volta il principio della non retroattività di una norma fiscale. Pur concedendo la mancata capacità di valutazione dell’effetto devastante per la credibilità di un paese agli occhi degli investitori con l’introduzione di una norma fiscale retroattiva, andrebbe ricordato come gli  investimenti, specialmente se esteri, rappresentino uno dei fattori di  maggiore  sviluppo economico.

    Andrebbe ricordato infatti come all’interno della classifica dei paesi maggiormente attrattori di investimenti esteri l’Italia risulti al 19º posto rispetto alla Germania che occupa la prima posizione.

    Anche per questa maggiore attrattività l’economia tedesca è stata in grado di aumentare negli ultimi trent’anni il reddito disponibile del+34,7% rispetto alla diminuzione italiana del -3,7%.

    All’interno di questo complesso quadro economico emerge evidente da parte del governo italiano, come della stessa unione europea, la volontà di non utilizzare la leva fiscale per ridurre l’impatto di questa devastante crisi energetica la quale mette a rischio un quinto del sistema produttivo italiano.

    In altre parole si preferisce venir meno ad un principio liberale come la retroattività di una norma, e in più disincentivante nei confronti degli investimenti esteri, pur di mantenere un impianto fiscale che possa assicurare le risorse finanziarie e, di conseguenza, il potere alla classe politica.

    (*) Il 23 febbraio 2022 la quotazione del gas segnava già +537%

  • InvestEU in Italia: firmato da Commissione europea e Cassa Depositi e Prestiti accordo di consulenza da 6,7 milioni di euro a sostegno di progetti infrastrutturali

    La Commissione europea e l’istituto nazionale di promozione italiano Cassa Depositi e Prestiti (CDP) hanno firmato un accordo da 6,7 milioni di € per l’offerta di servizi di consulenza a progetti di investimento infrastrutturale e sociale. Si tratta del primo accordo di questo tipo firmato con una banca o un istituto nazionale di promozione nell’ambito del nuovo programma InvestEU della Commissione, e altri seguiranno.

    In quanto partner consultivo nel polo di consulenza InvestEU, in virtù dell’accordo CDP offrirà ai promotori di progetti e agli intermediari finanziari in Italia sostegno progettuale in termini di consulenza, sviluppi del mercato e creazione di capacità. L’importo totale a sostegno dell’erogazione di servizi di consulenza in virtù dell’accordo ammonterà a 6,7 milioni di €, di cui 5 milioni attinti al bilancio dell’UE e 1,7 milioni come contributo proprio di CDP.

    La consulenza di CDP concorrerà a sostenere il miglioramento qualitativo dei progetti di investimento, compreso negli ambiti “Infrastrutture sostenibili” e “Investimenti sociali e competenze” di InvestEU. Contribuirà così a migliorare l’accesso ai finanziamenti e gli investimenti nello sviluppo di infrastrutture, a attrarre risorse private e a rafforzare i promotori pubblici e privati nella capacità di approntare operazioni di finanziamento e di investimento nei settori delle infrastrutture sociali e pubbliche, dell’energia sostenibile, dei trasporti e delle infrastrutture digitali e innovative.

    Paolo Gentiloni, Commissario per l’Economia, ha dichiarato: “L’odierna firma dell’accordo con Cassa Depositi e Prestiti, prima banca nazionale di promozione a divenire partner consultivo nell’ambito di InvestEU, segna una pietra miliare nel cammino per diffondere il programma in tutta l’UE. Con Cassa Depositi e Prestiti come partner locale, offriremo servizi di consulenza mirati per contribuire alla pianificazione e all’attuazione di importanti investimenti in infrastrutture pubbliche e sociali e nello sviluppo sostenibile. Attendo con interesse la firma di molti altri accordi di questo tipo con partner consultivi locali in tutta l’UE.”

    Il programma InvestEU fornisce all’UE finanziamenti fondamentali a lungo termine, mobilitando ingenti fondi pubblici e privati a sostegno di una ripresa sostenibile, e contribuisce a mobilitare investimenti privati per le priorità strategiche dell’UE, come il Green Deal europeo e la transizione digitale. Accorpa i molteplici strumenti finanziari dell’UE e i servizi di consulenza finanziati dall’UE attualmente disponibili per sostenere gli investimenti nell’Unione, rendendo più semplice, più efficiente e più flessibile il finanziamento di progetti di investimento in Europa. Il programma si articola in tre componenti: il Fondo InvestEU, il polo di consulenza InvestEU e il portale InvestEU.

    Fonte: Commissione europea

  • Boom di investimenti in Italia sulle start-up: oltre un miliardo di euro

    Nel 2021, per la prima volta, l’Italia supera la barriera del miliardo di investimenti in startup. “E’ un segnale molto positivo ma la strada da percorrere è ancora lunga”, considerando che gli investimenti in Europa hanno superato i 100 miliardi di euro. A dirlo è l’amministratore delegato di StartupItalia, Filippo Satolli, in occasione di #Sios2021, che dopo quasi due anni è tornato in presenza all’Università Bocconi di Milano.

    Gli investimenti in startup italiane sono passati da 173 milioni nel 2017 a 1,34 miliardi nel 2021, segnando in questo ultimo anno una crescita dell’85%. “Rispetto a dieci anni fa, dal primo startup act di Corrado Passera, di strada se n’è fatta tanta”, sostiene il ceo di StartupItalia. L’obiettivo sfidante ora è di “puntare ai 10, 100 miliardi di euro di investimenti. Questo richiede anche delle riforme”. Per esempio, grazie al credito di imposta per chi investe in startup, “l’equity crowdfunding è cresciuto molto, superando i 100 milioni di raccolta”. Questo vuol dire che “non solo gli investitori contribuiscono alla crescita delle startup ma anche i cittadini comuni”. L’auspicio è che “la mentalità e l’approccio delle startup possa arrivare verso la pubblica amministrazione”. Un aspetto evidenziato anche dal ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale, Vittorio Colao, secondo il quale, la p.a. dovrebbe riuscire ad assumere quegli aspetti tipici del mondo delle startup, ovvero, velocità e cambiamento di direzione, “cominciando a disegnare i processi pubblici sulla base delle esigenze dei cittadini e non sulla base delle regole scritte 15 o 20 anni fa”. Secondo il ministro, “la trasformazione digitale in Italia è partita, è stata accelerata dalla pandemia e il Paese può mostrare eccellenze in più campi”. Le nuove tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale, “coinvolgeranno tutti i settori e possono creare lavoro”, sottolinea il ceo di Illimity, Corrado Passera. Passando al mondo dell’editoria, per l’amministratore delegato dell’Ansa, Stefano De Alessandri, “l’intelligenza artificiale diventa un formidabile strumento di aiuto e di qualificazione del lavoro in redazione, sicuramente, non un sostitutivo del lavoro del giornalista”. “La diffusione dell’IA e dei dati è sempre più presente nelle nostre vite”, sottolinea Francesca Bria, presidente di Cdp Venture Capital, accendendo un faro sul ruolo dell’Europa, che “può veramente competere nello scenario globale”, ponendosi come “terzo attore accanto a Stati Uniti e Cina”, attraverso un “modello di innovazione che mette al centro l’uomo”.

  • Ernst & Young rileva un aumento di investimenti diretti in Italia nel 2020

    Cresce l’attrattività dell’Italia, nonostante la pandemia. Nel 2020 il numero dei progetti degli investimenti diretti esteri (Ide) è cresciuto del 5% rispetto al 2019, mentre un manager internazionale su due (48%) si dice pronto a espandere le proprie attività nel nostro Paese. Marco Travaglio potrebbe scrivere un istant book per dire che Giuseppi era meglio di Draghi, ma tralasciando le facezie si tratta di 5 punti percentuali che equivalgono a 113 nuovi progetti in programma, dato in controtendenza a fronte di un calo complessivo del 13% a livello europeo.

    È quanto rilevato dall’EY Europe Attractiveness Survey, studio condotto su oltre 550 intervistati a livello globale, che analizza l’andamento degli investimenti esteri in Europa. Nonostante l’Italia sia tra i pochi Stati del continente ad aver registrato una crescita, la limitata la quota di mercato, pari al 2% degli investimenti diretti totali in Europa, la colloca solo al 12esimo posto nella graduatoria europea. Ad attrarre di più il settore dei servizi alle imprese, cosiddetti B2B (13%), seguito da progettazione di software e servizi IT (12%), logistica e wholesale (12%), finanza (8%) e farmaceutico (7%). Flessione invece per il settore dei macchinari e attrezzatture industriali (5%) e per quello tessile (4%).

    Quanto agli obiettivi degli investitori, in testa si trova il potenziamento della forza commerciale e del marketing (22%). Seguono gli investimenti per valorizzare il know-how tecnico e imprenditoriale nazionale, soprattutto in ambito di processi di produzione (19%) e ricerca e sviluppo (15%). Quanto alla provenienza delle risorse, l’analisi colloca al primo posto gli Stati Uniti (24%), seguiti da Francia (16%), Germania (12%) e Regno Unito (9%). Più indietro invece la Cina (4%), che sopravanza di poco il Giappone (3%). A rendere poco attrattiva l’Italia invece per il 58% degli intervistati è l’incertezza a livello di regolamentazione, seguita da un eccessivo carico burocratico per il business (55%).

    “Serve quindi – spiega Massimo Antonelli, amministratore delegato di Ey Italia e managing partner per l’Europa – un esercizio collettivo da parte di istituzioni, aziende, manager affinché questo segnale di vantaggio competitivo sia stimolo alla crescita e possa diventare strutturale”.

    Per dare una spinta alla competitività, secondo il rapporto, occorrono il taglio delle tasse (29%), il supporto alle Pmi (28%) la riduzione del costo del lavoro (28%). “Una porzione rilevante di nuovi flussi d’investimento punta all’Italia per il proprio know-how tecnico e per la qualità del capitale umano”, spiega il mediterranean leader per l’area strategy and transactions di EY, Marco Daviddi. “Occorre lavorare su questi aspetti per valorizzare le eccellenze del nostro Paese”.

  • Enel programma investimenti per 190 miliardi fino al 2030

    Investimenti per 190 miliardi nel periodo 2021-2030, di cui 40 nei prossimi 3 anni. E’ con questa potenza di fuoco che il gruppo Enel si attrezza per affrontare le sfide future. Davanti c’è un “decennio pieno di opportunità”, ha spiegato l’a.d. Francesco Starace che affida al nuovo piano strategico triennale la “direzione per i prossimi 10 anni”. Al centro della strategia, l’accelerazione della transizione energetica, con l’obiettivo di fare del gruppo un protagonista nelle rinnovabili.

    Il nuovo piano 2021-23, presentato ai mercati e alla stampa, è corredato da una visione strategica decennale per cogliere al meglio i cambiamenti che caratterizzeranno i prossimi anni, dal crescente ruolo delle rinnovabili all’elettrificazione e digitalizzazione delle infrastrutture. Per farlo, il gruppo mobilita una maxi-mole di risorse al 2030: 160 miliardi di investimenti diretti (150 attraverso il modello ‘Ownership’, cioè in proprio, e altri 10 attraverso il modello ‘Stewardship’, cioè attraverso partnership), e altri 30 miliardi provenienti da terzi. Sull’orizzonte dei tre anni, investirà direttamente circa 40 miliardi (38 nel quadro del modello Ownership e 2 miliardi Stewardship), mobilitando altri 8 miliardi da terzi, con una crescita degli investimenti di circa il 36% rispetto al piano precedente. Solo per l’Italia, precisa il Cfo Alberto De Paoli, il nuovo piano prevede “14 miliardi di euro di investimenti”, dai 9 del precedente. L’obiettivo del piano è far crescere l’Ebitda ordinario ad un tasso annuo composto del 5-6% (a 20,7 e 21,3 miliardi di euro nel 2023) e l’utile netto ordinario ad un ritmo tra l’8 e il 10% (a 6,5-6,7 miliardi di euro nel 2023). Enel guarda anche agli azionisti, ridefinendo la politica dei dividendi, con un dividendo fisso per azione garantito e crescente nel triennio (+7% fino a 0,43 euro nel 2023): una “politica molto chiara e attrattiva che darà dei benefici ai nostri azionisti”, sottolinea Starace, “e questo sarà un vantaggio per noi, per la società e sarà un futuro molto luminoso per Enel”.

    E’ alle rinnovabili che viene dedicata una grossa fetta di questi investimenti: 70 miliardi in 10 anni che consentiranno di arrivare a circa 120 GW di capacità installata nel 2030, quasi tre volte quella attuale. Nei primi tre anni del piano, grazie a 17 miliardi di investimenti, la capacità installata da rinnovabili salirà a 60 GW (+33%). “Intendiamo diventare veramente protagonisti nelle rinnovabili con una presenza mondiale”, ha sottolineato Starace, che considera le rinnovabili “il futuro della produzione energetica” e punta a raggiungere una quota di mercato del 4% (da 2,5% attuale) in 10 anni. In parallelo, Enel spinge l’acceleratore anche sul processo di decarbonizzazione (la quota di produzione dal carbone scende già quest’anno al 7%, dal 28% del 2017), anticipando di 3 anni l’uscita dal carbone al 2027.

    Una grossa percentuale degli investimenti è poi destinata alle infrastrutture e reti, con un’attenzione particolare alla digitalizzazione. Un intervento che consentirà di aumentare gli utenti finali a circa 77 milioni nel 2023, digitalizzati al 64% con contatori intelligenti nel 2023 (da circa 74 milioni, digitalizzati al 60% nel 2020), per poi arrivare a oltre 90 milioni nell’arco di 10 anni, digitalizzati al 100% grazie all’uso dei contatori intelligenti. E parlando di reti, uno dei temi caldi resta Open Fiber, soprattutto dopo il pressing del governo per accelerare sulla rete unica. Starace, che vede nella missiva una “conferma” della bontà della scelta di creare Open Fiber, ha risposto in modo vago alle molte domande di analisti e stampa (monetizziamo non appena vediamo un’opportunità “in linea con il nostro interesse”, ha detto, forse è un bene uscire “se il prezzo è giusto e le condizioni sono quelle giuste”). Salvo poi rivelare, in un’intervista a Bloomberg Tv, che l’accordo potrebbe essere vicino: la vendita della nostra quota è “questione di settimane”, tanto che l’argomento prezzo è già stato superato e si è arrivati agli ultimi dettagli.

  • I nuovi investimenti ‘spaziali’ dell’UE

    L’Europa investirà in comunicazioni satellitari, esplorazione dello spazio e lancio dei missili alla luce dei rapidi progressi nel settore che stanno facendo Stati Uniti e Cina. A comunicarlo, in una intervista, Thierry Breton, commissario per il mercato interno.

    Lo storico lancio di due astronauti della NASA sulla navicella spaziale SpaceX Crew Dragon verso la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) a fine maggio è stato un campanello d’allarme per l’UE. Il volo, sforzo congiunto tra NASA e SpaceX di Elon Musk, ha segnato una nuova era per l’industria spaziale, essendo la prima volta in cui esseri umani hanno viaggiato in orbita, partendo dal suolo americano, da quando il programma Space Shuttle della NASA è terminato nel 2011.

    Sebbene l’Unione abbia il suo equivalente SpaceX, l’Arianespace, un lanciarazzi sviluppato dall’Agenzia spaziale europea (ESA), il suo primo volo è stato bloccato nel 2021 a causa delle nuove esigenze derivanti dalla pandemia di Coronavirus.

    “SpaceX ha ridefinito gli standard e Ariane 6 è un passo necessario, ma non l’obiettivo finale: dobbiamo iniziare a pensare ora ad Ariane 7”, ha affermato il Commissario che ha aggiunto che lo spiegamento dei satelliti di navigazione Galileo dell’UE verrà portato avanti per tre anni, fino al 2024, e che il nuovo sistema satellitare sarà “il più moderno al mondo”, poiché i satelliti potrebbero interagire tra loro e fornire un segnale.

    La speranza di Breton è che il bilancio a lungo termine, vale a dire il quadro finanziario pluriennale (QFP) per il 2021-2027, possa includere una quantità significativa di fondi per il settore spaziale e che è pronto a proporre 1 miliardo di euro del Fondo spaziale europeo per potenziare le startup.

    Tuttavia, investire nel futuro dell’industria spaziale sembra poco promettente, con l’Unione che sta concentrando gran parte della sua attenzione sull’attenuazione delle conseguenze economiche causate dalla pandemia di Coronavirus negli Stati dell’UE.

  • L’ambasciatore italiano a New Dehli invita a puntare sull’India

    L’India “si sta sforzando di trovare un equilibrio tra la tutela dell’economia e la tutela della salute dei cittadini: ha lanciato un piano da 2 milioni di dollari per aiuti umanitari e ha presentato un pacchetto di stimolo all’economia che mette in campo 266 milioni per puntare all’autosufficienza. Ma anche offrendo agli investitori internazionali riforme che renderanno il Paese ancora più competitivo”. Lo ha detto all’Ansa l’ambasciatore a New Delhi, Vincenzo De Luca, sottolineando che si tratta di “un’occasione da non perdere. Nonostante i numerosi squilibri interni, l’India costituisce un mercato dalle dimensioni interessantissime” anche per il Made in Italy.

    De Luca ha spiegato che l’intervento di stimolo messo in campo dal governo Modi rappresenta il 10% del Pil del Paese. Un pungolo – come spiegato dallo stesso esecutivo indiano – “che deve mirare alla ‘Atmanirbhar Bharat’ (la self-reliance) ovvero una rinascita che dovrà originare da risorse interne. Ma allo stesso tempo si è rivolto agli investitori esteri con lo slogan delle quattro ‘L’: ‘Land, Labour, Liquidity and Laws’, riforme che renderanno il Paese ancora più competitivo”. “E’ un’occasione da non perdere”, ha ribadito l’ambasciatore ricordando che l’economia indiana resta, nonostante l’impatto sul Pil della crisi causata dalla pandemia, in tenuta. E il ruolo di Delhi resta rilevante per la governance globale: membro del G20, “del quale assumerà la presidenza subito dopo di noi, nel 2022, ha risposto alla crisi del coronavirus rilanciando su molti piani la collaborazione internazionale”.

    In questo quadro i rapporti tra Italia e India “continuano nel segno del positivo rilancio degli ultimi tempi: sin

    dall’inizio del lockdown le autorità sanitarie e il Ministero degli Esteri ci hanno sostenuto in maniera encomiabile, permettendoci di far rimpatriare le centinaia di turisti bloccati, e offrendo ai connazionali, ammalati di coronavirus durante il viaggio, la migliore assistenza possibile”. Nelle ultime settimane – ha proseguito De Luca – “abbiamo implementato tutte le nostre relazioni istituzionali ed economiche: l’India segue con estrema attenzione e vicinanza gli sviluppi della crisi Covid-19 nel nostro Paese, e ci ha presi a modello per molte scelte. La telefonata del premier Modi al nostro presidente del Consiglio ne è la conferma”. In India, ha ricordato l’ambasciatore, “siamo a poco più di 119mila casi di positività al virus e a 3.508 decessi. Cifre contenute, se rapportate alle dimensioni della popolazione indiana, oltre un miliardo trecento milioni di persone. I dati dipendono, qui come ovunque, dal numero dei test, e sulle prossime settimane incombe l’incognita del possibile aumento per il movimento dei migranti interni, ma sinora il Paese è riuscito a contenere il virus”. Con il governo centrale, “che ha reagito con tempestività, proclamando il lockdown dal 24 marzo, quando i casi erano solo un centinaio, e adottando misure molto rigide”. “E’ stata una gestione molto positiva, che ha visto riconfermare la forte leadership del premier, con le opposizioni che sostanzialmente hanno sostenuto le scelte del governo, e che ha portato anche agli apprezzamenti dell’Oms”, ha aggiunto l’ambasciatore sottolineando, tra le novità, il fatto che “le decisioni sono prese in collaborazione tra centro e governatori, e le misure calibrate a seconda della gravità del contagio nelle varie zone, definite da colori diversi rosse, arancio, gialle e verdi”. “Sono fiero della capacità dimostrata” dall’Ambasciata italiana a Delhi durante la crisi: “siamo stati i primi, tra tutte le sede diplomatiche, a trasformarci in Digital Embassy”, ha concluso l’ambasciatore spiegando che “con questa scelta abbiamo mantenuto intatta l’operatività e i contatti con la comunità e le 600 aziende italiane; siamo riusciti inoltre a mantenere un rapporto fruttuoso, non solo con l’insieme del sistema Italia, ma con tutti gli interlocutori indiani”.

  • Putin si sta rafforzando in Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 7 novembre 2019

    Dopo la Cina, anche la Russia ha organizzato alla fine di ottobre a Sochi il primo summit economico con tutti i 54 paesi dell’Africa e le sue più importanti organizzazioni regionali. Nel corso di due giorni di discussioni e di intensi negoziati tra le varie delegazioni e i ben 40 capi di Stato, sono stati siglati più di 500 importanti documenti, tra accordi, memorandum e contratti veri e propri per un ammontare di oltre 20 miliardi di euro. Attualmente l’interscambio commerciale tra Russia e Africa è di circa 20 miliardi di dollari, con un aumento del 17% nell’ultimo anno. Ancora molto lontano dai 170 miliardi dei commerci tra Cina e il continente africano.

    Il presidente Putin, però, ha annunciato l’intenzione di raddoppiare gli scambi entro 4-5 anni. Ha ricordato che in passato la Russia ha cancellato più di 20 miliardi di dollari di debiti che i paesi africani avevano accumulato durante il periodo sovietico. «Non solo per una ragione di generosità, ma anche come una manifestazione di pragmatismo, in quanto molti paesi africani non erano in grado di pagare gli interessi sui prestiti», ha ricordato, e anche per dare inizio ad una nuova fase di fattiva cooperazione economica e politica basata sul principio dello «scambio del debito con lo sviluppo».

    A differenza della Cina, che è in grado di offrire enormi prestiti a condizioni favorevoli, in cambio, però, dell’accesso alle materie prime africane e alla costruzione e gestione delle grandi infrastrutture, come ferrovie, strade, porti e dighe, la Russia non ha grande bisogno di quelle materie prime poiché anch’essa ne possiede in grande abbondanza. Ciò vale anche per l’energia e le tante ambite «terre rare», i materiali di importanza strategica per i delicati settori militari, delle comunicazioni e delle tecnologie più avanzate.

    Mosca intende rafforzare e valorizzare soprattutto i legami scientifici e culturali con il continente che, secondo le valutazioni di molti, promette di diventare un nuovo centro di opportunità e crescita dell’economia mondiale. Cosa che, purtroppo, spesso l’Europa preferisce ignorare. Una vecchia analisi dei rapporti in essere vorrebbe la Russia semplicemente come un grande fornitore di armi. In verità, molti armamenti provengono ancora da Mosca e personale qualificato riceve un training militare in Russia, ma la Russia è anche tra i primi dieci fornitori di cibo al mercato africano.

    Ci sembra che l’intenzione russa sia strategica più che economica. S’intende creare un nuovo meccanismo per il dialogo e la partnership tra Russia e Africa, anche nell’ottica di un ordine politico internazionale multipolare. Quello di Sochi è stato il primo forum dei capi di stato che dovrebbe ripetersi ogni tre anni, preparato con più frequenti incontri a livello ministeriale secondo le tematiche congiuntamente decise.

    Putin, ovviamente, ha ricordato il sostegno russo alla lotta dei popoli africani contro il colonialismo, il razzismo e l’apartheid e ha rinnovato l’impegno per il rispetto e la difesa della loro indipendenza e della loro sovranità. Al riguardo oggi, oltre alla partecipazione nella costruzione delle infrastrutture, Mosca intende continuare l’impegno per il training professionale e scientifico di migliaia di giovani africani presso le università russe, dove già studiano 17 mila studenti africani, ma anche presso i nuovi centri di cultura e di qualificazione professionale che la Russia intende creare in molti paesi dell’Africa.

    È importante notare le nuove aree di cooperazione discusse a Sochi: oltre alle infrastrutture, le risorse energetiche rinnovabili e il nucleare per scopi pacifici, le tecnologie digitali, la sanità, l’information security, e le nuove frontiere dell’ingegneria.

    Un aspetto non secondario del Forum è stato l’impegno di favorire il rapporto tra l’Unione Economica Eurasiatica e gli stati africani, soprattutto con le sue organizzazioni, come l’Unione Africana. Ciò è ancora più importante se si considera che soltanto pochi mesi fa è stato siglato a Niamey, in Niger, l’accordo per un mercato africano libero dai dazi.

    Il presidente russo naturalmente ha polemizzato con «certi stati occidentali che stanno esercitando pressioni, intimidazioni e ricatti» nei confronti dell’Africa, dichiarando di volersi opporre a qualsiasi «gioco geopolitico» che coinvolga il continente.

    Come riportato nella dichiarazione finale, il Forum si è anche espressamente impegnato a «promuovere un rapporto più stretto e profondo di cooperazione e di partnership tra i paesi Brics e l’Africa per rafforzare i meccanismi collettivi della governance globale all’interno di un sistema multipolare di relazioni internazionali».

    Tutto ciò ci induce a chiedere: «Quando l’Unione europea, come istituzione, promuoverà incontri regolari con l’Unione Africana e tutti i capi di Stato dell’Africa per programmare insieme una continua e proficua iniziativa di cooperazione e di sviluppo tra i due continenti?» L’alternativa sono forme striscianti di neo colonialismo, come recentemente è stato stigmatizzato anche dal presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte.

    Con rare eccezioni finora, purtroppo, la Francia preferisce un rapporto diretto e solitario con i paesi francofoni, l’Inghilterra fa lo steso con quelli anglofoni e gli altri paesi europei, come l’Italia, cercano di infilarsi nelle «fessure» lasciate ancora aperte e inserire le proprie imprese nei vari progetti di sviluppo.

    Spesso, però, tale comportamento crea soltanto tensioni e liti tra gli europei che minano ancora di più la credibilità dell’Unione europea.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

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