Investimenti

  • Non solo Suv per le vie di Milano: la presenza del Qatar in Italia è capillare

    Ha destato grande scalpore nelle settimane scorse vedere girare per le strade di Milano, in vista delle Olimpiadi, veicoli di grande cilindrata con targhe del Qatar. Ma il Qatar in effetti a Milano, e non solo a Milano in Italia, è di casa già da anni.

    Sotto la Madonnina già nel 2015 il fondo sovrano qatariota ha comprato per 2 miliardi di euro il 40 per cento di Coima Res Siiq, cui facevano capo i grattacieli di Porta Nuova, diventati il simbolo di Milano. E nell’agosto del 2022 lo stesso fondo, Qia, dopo una generosa opa, ha acquistato la totalità delle azioni ordinarie ed è diventato azionista unico della società. Sempre a Milano, il Qatar Investment Authority è anche proprietario di altri pregiatissimi palazzi, come quello di via Santa Margherita, che ospita gli uffici di Credit Suisse. Prima ancora che nel capoluogo lombardo, il medesimo fondo aveva fatto shopping in Sardegna: risale infatti al 2012 l’acquisto per 650 milioni di euro di Smeralda Holding, che detiene alcuni tra gli alberghi più lussuosi al mondo (il Cala di Volpe o il Pevero golf club, nonché la Marina di Porto Cervo) e anche 2.300 preziosi ettari di terreni immacolati nella costa gallurese. Nel settore dell’hotellerie l’Emirato del Golfo Persico ha comprato anche, sempre tramite il proprio fondo di investimento, il Gallia di Milano, l’albergo che ospita le trattative del calciomercato, l’Excelsior, l’albergo della Dolce vita felliniana, e il sontuoso St. Regis a Roma,il Gritti Palace di Venezia, che ospitò Winston Churchill e Charles De Gaulle, il Baglioni e il Four Seasons a Firenze.

    Ancora in Sardegna il Qatar ha comprato dal San Raffaele l’ospedale Mater Olbia, acquistato dal San Raffaele, portando la quota detenuta da Innovation arch, società lussemburghese della Qatar foundation, da un iniziale 60 per cento al 75 per cento, man mano che gli altri soci (la Fondazione policlinico Agostino Gemelli detenuta dall’Istituto Toniolo, presieduto dall’Arcivescovado di Milano, e dall’Università Cattolica, titolare di un 35 per cento, la srl Luigi Maria Monti Mater Olbia, creata da una fondazione legata al Vaticano, titolare del residuo 5 per cento) si sono defilati (nel 2021 Mater Olbia ha fatto registrare un passivo di 24 milioni nel 2021).

    Mentre faceva affari con enti legati al Vaticano il Qatar non ha mancato peraltro di sostenere anche la religione musulmana, alla quale il Paese del resto è legato, fornendo 22 milioni (come si legge nel ilbro Qatar Papers, scritto dai giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot) per il proselitismo islamico nello Stivale, su un totale di 72 milioni che nel 2014 la Ong Qatar Charity ha distribuito in tutta Europa. I finanziamenti sono arrivati a Piacenza, Bergamo, Brescia, Catania, Mirandola, Vicenza, Saronno e a Ravenna, dove 800mila euro di sostegno hanno consentito di costruire la seconda moschea più grande in Italia, dopo quella di Roma, per un costo totale di 1,3 milioni di euro. A Sesto San Giovanni il sostegno finanziario per una moschea si è invece scontrato con la contrarietà del Comune alla realizzazione del centro di preghiera.

    Se l’Islam predica il velo per le donne, più o meno esteso sul corpo a seconda delle versioni dell’Islam stesso, il Qatar non ha mancato peraltro di fare business anche coi veli; nel 2012 ha comprato quote di Valentino per 700 milioni, poi è entrato anche nell’azionariato di Pal Zilieri.

    Ma il Qatar fa affari con l’Italia anche in ambiti strategici, come difesa ed energia. Il ministero della Difesa emirati ha commissionato a Fincantieri quattro corvette della classe Al Zubarah, 28 tra elicotteri ed altri velivoli a NHIndustries, partecipata da Leonardo, e ha stretto un accordo da 6,8 miliardi di euro per 24 aerei da caccia con il consorzio Eurofighter, cui l’Italia partecipa tramite Leonardo. Nel campo dell’energia Qatar Petroleum ha acquistato il 23 per cento del più grande rigassificatore d’Italia, al largo di Porto Viro, in provincia di Rovigo e il magnate di Doha, Ghanim Bin Saad Al Saad, ha allestito una cordata di imprenditori per rilevare dalla russa Lukoil la raffineria Isab di Priolo quando le sanzioni alla Russia per l’attacco all’Ucraina hanno posto il problema delle proprietà russe in Europa.

  • Accordi tra Usa e Paesi africani per ridefinire l’impegno sanitario americano nel Continente Nero

    Da fine dicembre gli Stati Uniti hanno firmato accordi di cooperazione sanitaria con 15 Paesi africani, sottolineando la volontà di voler “ridefinire” le regole delle precedenti intese sulla salute in ambito internazionale. Protocolli d’intesa sono stati sottoscritti dal dipartimento di Stato con Kenya, Ruanda, Liberia, Uganda, Lesotho, Eswatini, Mozambico, Camerun, Nigeria, Madagascar, Sierra Leone, Botswana, Etiopia, Costa d’Avorio e Malawi, per un impegno complessivo di oltre 3,2 miliardi di dollari. Fondi, precisa Washington, che saranno finalizzati a rafforzare la resilienza dei Paesi firmatari in ambito sanitario, ma anche a tracciare una nuova via della cooperazione con l’Africa. Nell’ambito della Strategia sanitaria globale “America First” – si legge nel documento pubblicato il 30 dicembre dal dipartimento di Stato in cui si annunciano i primi accordi – gli Stati Uniti “stanno riorientando l’assistenza sanitaria globale per proteggere il popolo americano dalle minacce delle malattie infettive, ponendo fine alla dipendenza a tempo indeterminato dai contribuenti statunitensi”. Questo approccio, si precisa, “viene attuato attraverso protocolli d’intesa che chiedono ai beneficiari degli aiuti statunitensi di investire le proprie risorse e di assumersi la responsabilità dei risultati”.

    Della durata di cinque anni, gli accordi bilaterali si caratterizzano per l’impegno da parte dei Paesi africani firmatari ad assumersi progressivamente una maggior quota di responsabilità nella spesa sanitaria. Il Kenya, primo ad aver sottoscritto l’intesa a dicembre, dovrà così aumentare nel giro del quinquennio la spesa sanitaria nazionale di 850 milioni di dollari per assumere una maggiore responsabilità finanziaria man mano che il sostegno degli Stati Uniti – previsto fino a 1,6 miliardi di dollari – diminuirà. La Costa d’Avorio, destinataria di uno stanziamento da 937 milioni di dollari, viene da parte sua sollecitata ad “assumersi maggiori responsabilità nella prevenzione, nell’individuazione e nella risposta alle malattie infettive che possono minacciare gli Stati Uniti”. Gli Usa forniranno quindi nell’arco di cinque anni fino a 487 milioni di dollari in assistenza mirata, mentre Abidjan investirà 450 milioni di dollari in nuovi finanziamenti nazionali per la sanità “per raggiungere l’autosufficienza”; 125 milioni di dollari del co-investimento, aggiunge Washington, “saranno destinati all’assunzione della piena responsabilità degli operatori sanitari in prima linea e dei prodotti sanitari essenziali”. Perfino nel caso del Malawi, uno dei Paesi più poveri e più densamente popolati del continente, Washington sollecita Lilongwe ad aumentare la sua spesa sanitaria annuale di ulteriori 143,8 milioni di dollari durante i cinque anni di accordo, a fronte di aiuti Usa per 792 milioni di dollari. Il protocollo d’intesa firmato con il Malawi, ribadisce l’amministrazione Trump, segna “un cambiamento radicale rispetto ai sistemi di erogazione paralleli delle Ong e alle strutture di personale sanitario da esse create, restituendo la responsabilità di tali risorse al governo nazionale”.

    La strategia statunitense punta di fatto a far co-investire i governi del continente africano in settori ritenuti prioritari per la salute locale, ma anche in progetti di più ampio interesse, come quello della digitalizzazione rivolta alle aree rurali. Seppur calibrati in funzione di ogni singolo Paese, dal punto di vista sanitario gli interventi si focalizzano soprattutto sulla lotta alle principali malattie infettive – Aids, tubercolosi e malaria -, sull’eradicazione della poliomielite, la sorveglianza delle malattie e la risposta alle epidemie, oltre che sul sostegno alla salute materno-infantile. Secondo il dipartimento di Stato Usa, ogni memorandum stabilisce inoltre “criteri specifici, scadenze rigorose e sanzioni per prestazioni insufficienti”, con un rigoroso quadro di monitoraggio delle prestazioni per massimizzare l’efficacia dei fondi investiti. Per il momento, assenze degne di nota dalla firma di queste intese sono il Sudafrica, la Tanzania e la Repubblica democratica del Congo (Rdc), tutti Paesi che prima della seconda amministrazione Trump avevano ricevuto ingenti sovvenzioni dal Piano di emergenza per l’Aids del Presidente degli Stati Uniti (Pepfar).

    Le nuove intese firmate dagli Usa con l’Africa in ambito sanitario si inseriscono nella volontà di Trump di rivedere radicalmente l’approccio assistenzialista statunitense nei confronti dei Paesi terzi. Il ritiro da organismi come l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) o perfino dal Trattato quadro delle Nazioni Unite sul clima ha pesantemente compromesso l’azione di iniziative umanitarie avviate da tempo in territori ad elevato rischio sanitario (fra questi il Sudan, il Burkina Faso o il Lesotho). Dall’inizio del suo secondo mandato alla guida degli Stati Uniti, Donald Trump ha disposto il ritiro del suo Paese da 66 organismi internazionali, 31 dei quali legati all’Onu. In ambito sanitario, ad aver maggiormente danneggiato gli sforzi dei Paesi africani nella lotta alle malattie infettive è stata tuttavia la sospensione o eliminazione della maggior parte dei programmi finanziati dall’Usaid, l’agenzia governativa statunitense per gli aiuti allo sviluppo. Secondo stime citate da “Global Policy”, oltre il 90 per cento dei contratti di aiuto internazionali sostenuti dall’agenzia sono stati ridotti o cancellati, inclusi programmi a tutela di servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, la nutrizione, la protezione sociale e la risposta alle crisi umanitarie. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) conferma a sua volta che circa i due terzi dei programmi globali di salute bilaterale sottoscritti in precedenza dagli Usa sono stati ridotti, con tagli che in alcuni settori hanno raggiunto il 50 per cento dei fondi stanziati. Tagli significativi hanno riguardato anche i finanziamenti a istituzioni come il Fondo globale o l’Alleanza Gavi per i vaccini.

    Nella nuova strategia di cooperazione sanitaria che sta promuovendo in Africa, Washington punta ora ad attribuire un ruolo significativo alla partecipazione del settore militare. A dicembre si sono riuniti a Rabat, in Marocco, i rappresentanti dei ministeri della Salute e della Difesa di 30 Paesi africani e statunitensi membri dell’Alleanza africana per la risposta alle epidemie (Apora). Durante il seminario, incentrato sul rafforzamento della sicurezza sanitaria attraverso l’operatività della collaborazione civile-militare nella preparazione e nella risposta alle epidemie, è emerso che diversi accordi sono stati stipulati fra i ministeri della Difesa e della Salute di Paesi africani, allo scopo – ha spiegato il colonnello Michael Cohen, chirurgo presso il Comando degli Stati Uniti per l’Africa (Africom) – di “rafforzare le capacità e le competenze dei (loro) sistemi sanitari” e renderli “autosufficienti nel giro dei prossimi cinque, dieci anni”. “Quando analizziamo le epidemie, la prima domanda (da farsi) è ‘qual è l’impatto sulla sicurezza nazionale?’”, ha aggiunto Cohen, in linea con le considerazioni del colonnello dell’Aeronautica militare statunitense Thomas Stamp, chirurgo del Comando delle forze aeree statunitensi in Europa e in Africa che ha invitato a vedere nelle epidemie “non solo emergenze di salute pubblica, ma anche significative minacce alla sicurezza”. Costituita nel 2014 sotto il mandato di Barack Obama in risposta all’epidemia di ebola scoppiata in Africa, l’alleanza Apoa è passata in poco più di dieci anni da 12 Paesi fondatori ai 38 di oggi, testimoniando di un crescente interesse ad una collaborazione trasversale nella risposta alle emergenze di salute pubblica in tutto il continente africano.

  • Crisi economica europea, delocalizzazioni ed AI Mode

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. francesco Pontelli che avvalendosi dell’Intelligenza Artificiale ha effettuato un raffronto tra quanto da lui scritto negli anni sulla crisi finanziaria e il risultato della ricerca.

    Per comprendere i drammatici risultati economici dell’ultimo trentennio potrebbe essere interessante rivolgersi ad un “soggetto terzo” come AI Mode, l’intelligenza artificiale di Google, per individuare la complessità delle ragioni che abbiano determinato questo terribile risultato. All’inserimento del mio “cognome/delocalizzazioni produttive/una delle testata con la quale collaboro “AI Mode propone questo risultato: “L’economista F. Pontelli, attraverso i suoi articoli per la rivista Il Patto Sociale, Nuovo Giornale Nazionale, Ticinolive e in altre pubblicazioni, analizza criticamente il fenomeno della delocalizzazione produttiva, inquadrandolo come un processo che ha avuto profonde conseguenze economiche e sociali, in particolare per l’Italia.

    Punti chiave dell’analisi di Pontelli: critica al mondo accademico degli anni ’90. Pontelli sostiene che, a partire dagli anni ’90, la classe accademica (in particolare quella della Bocconi) ha promosso la delocalizzazione come soluzione ideale per le imprese, prevedendo che i paesi occidentali avrebbero mantenuto le professioni ad alto valore aggiunto, mentre la produzione a basso costo si sarebbe spostata altrove.

    Questa teoria viene definita da Pontelli come “delocalizzazione intellettuale”.

    Trasferimento di conoscenze e tecnologia: secondo l’economista, la delocalizzazione produttiva ha comportato un vero e proprio trasferimento del “vantaggio culturale e tecnologico” dei paesi occidentali a quelli con manodopera a basso costo, azzerando in parte il divario di know-how che era considerato un punto di forza.

    Impatti sociali ed economici: la delocalizzazione viene identificata come una delle cause della “desertificazione industriale, economica e sociale” dell’Italia. Questo processo ha portato a una riduzione dei livelli produttivi e occupazionali, danneggiando il tessuto economico locale e sociale.

    Costi di produzione come motivazione: Pontelli sottolinea che la motivazione principale della delocalizzazione è stata un’analisi comparata dei costi di produzione, in particolare quelli legati al lavoro, che hanno reso più attrattivi altri paesi.

    Tradimento e miopia europea: Pontelli esprime una visione molto critica sulla classe dirigente europea, accusandola di aver “tradito” gli interessi del Paese con una gestione economica priva di ragionevolezza e dominata da un’ideologia ambientalista estremista. Questa miopia avrebbe creato le condizioni per l’attuale declino industriale.

    Effetti sulla filiera e sul sistema industriale: altri articoli pubblicati in linea con le tesi di Pontelli, evidenziano come la delocalizzazione non sia solo un trasferimento di attività produttive, ma anche di aspetti fiscali e legali, con effetti significativi sull’intera filiera”.

    A conferma di quanto proposto la medesima AI, ora, in relazione alle delocalizzazioni produttive: ” Le delocalizzazioni produttive, il trasferimento delle attività economiche in paesi con costi di produzione inferiori, generano diversi effetti negativi, sia nei paesi di origine che in quelli di destinazione. Gli effetti per il paese di origine:

    Perdita di posti di lavoro: Le delocalizzazioni comportano la chiusura di stabilimenti o la riduzione della produzione in loco, con conseguente perdita di posti di lavoro, specialmente nel settore manifatturiero. La disoccupazione può generare problemi sociali e un peggioramento delle condizioni economiche locali.

    Riduzione dei salari: La concorrenza con manodopera a basso costo può portare a una pressione al ribasso sui salari anche per i lavoratori che rimangono nel paese di origine, aumentando le disparità salariali (*).

    Impatto negativo sull’economia locale: Il trasferimento delle aziende riduce il gettito fiscale locale e nazionale (**), con una diminuzione degli investimenti pubblici e del sostegno all’economia del territorio. A ciò si aggiunge la perdita di un indotto fondamentale per l’economia di molte aree.

    Perdita di competenze e conoscenze: la chiusura di stabilimenti produttivi provoca una dispersione del capitale umano e delle competenze tecniche accumulate nel tempo, che possono essere difficilmente recuperabili.

    Indebolimento della catena del valore: La perdita di fornitori e di altre aziende collegate al processo produttivo indebolisce l’intera catena del valore interna, rendendo l’economia locale più fragile.

    Maggiore fragilità economica: in più affidarsi a catene di approvvigionamento globali rende le economie dei paesi sviluppati più vulnerabili agli shock esterni, come pandemie o crisi internazionali, che possono interrompere i flussi di produzione.

    Effetti sul paese di destinazione:

    1.Sfruttamento della manodopera: la delocalizzazione spesso sfrutta manodopera a basso costo in paesi con scarse tutele per i lavoratori

    2.Impatti ambientali negativi: in molti casi, le aziende si trasferiscono in paesi con normative ambientali meno restrittive, portando a un aumento dell’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo.

    3.Crescita non sostenibile: sebbene possano creare posti di lavoro iniziali, le delocalizzazioni possono promuovere modelli di sviluppo insostenibili, basati sul basso costo della manodopera piuttosto che sull’innovazione e sulle competenze a lungo termine.

    1. Perdita del controllo sulla qualità: la frammentazione della catena di approvvigionamento e la distanza fisica possono rendere più difficile per l’azienda d’origine monitorare la qualità dei prodotti, con il rischio di un calo degli standard.

    Effetti a livello globale (forse più deleterie in assoluto)

    1. Pressione verso il basso su standard sociali e ambientali: la competizione globale per attrarre investimenti spinge spesso i paesi a ridurre gli standard sociali e ambientali, in una “corsa al ribasso” che danneggia i lavoratori e l’ambiente a livello globale.
    2. Perdita di sovranità economica: la globalizzazione spinta dalle delocalizzazioni può limitare l’autonomia e la sovranità nazionale nelle decisioni economiche.

    Quindi i risultati non fanno che certificare la correttezza della mia contrarietà alle delocalizzazioni produttive spinte semplicemente da una ricerca speculativa finalizzata al conseguimento del massimo ROI (Return on Investment) adottando la modalità i finanziaria.

    Questi dati ci dimostrano, purtroppo solo ora, come l’Unione Europea sia di fronte al più completo disastro economico continentale.

    Va poi ricordato come la Ue abbia favorito la più nefasta sintesi tra una economia di rimessa (***) ed una ideologia ambientalista (GreenDeal), non comprendendo il danno economico e strategico del trasferimento di tutti i know-how industriali, frutto di decenni di investimenti economici finanziari ed umani.

    In altre parole l’Istituzione Europea ha offerto la propria sponda istituzionale al mondo finanziario speculativo, favorendo il trasferimento della attività manifatturiere (old economy veniva definita con disprezzo) e conseguentemente l’annullamento della nostra cultura economica.

    (*) Quando tutto il mondo occidentale afferma ancora oggi che il problema dei salari bassi sia legato ad una bassa produttività del lavoro dimostrando quanto anche il mondo liberale sostenitore di questa tesi sia inquinato da un mediocre approccio ideologico.

    (**) Quando invece si afferma come l’aumento della pressione fiscale in corso sia la conseguenza di un ipotetico aumento dei posti di lavoro, dimostrando così un alfabetismo economico senza precedenti.

    (***) Intesa come un’economia che trae la propria forza non da una domanda interna, ma dai trend economici globali perdendo conseguentemente ulteriore capacità di indirizzo.

  • Extra profitti anche fiscali e la credibilità del Paese

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Anche questo governo, esattamente come il precedente, segue il rituale della solita spasmodica ricerca, nonostante gli “extraprofitti fiscali” assicurati dal Fiscal Drag, di nuove risorse finanziarie che dimostra ancora una volta come gli anni passino senza lasciare nessuna traccia e fornisce un’ulteriore dimostrazione di come gli ultimi due governi non siamo poi tanto diversi.

    Il governo Draghi cercò inutilmente di tassare gli extra profitti delle aziende energetiche in un periodo di esplosione appunto dei costi dell’energia. Ora il governo Melon, in una medesima situazione, cioè nel pieno di una crisi industriale e sistemica dell’economia reale, di fronte agli imbarazzanti profitti del sistema bancario, adotta la medesima strategia fiscale la quale ovviamente sortirà gli stessi risultati ottenuti dal governo precedente.

    Si dimostra francamente avvilente come la questione decisamente complessa relativa ad una rimodulazione della pressione fiscale, sia diventata una semplice guerra ideologica di posizione tra schieramenti favorevoli al mantenimento dell’attuale asset fiscale ed altri che chiedono l’introduzione di una tassazione aggiuntiva. Una contrapposizione che si manifesta non solo nel classico conflitto tra maggioranza e opposizione, ma che si insinua persino tra gli alleati nella maggioranza di governo.

    Nessuno, tuttavia, in questo supportati dal supino silenzio del mondo accademico incapace di definire una posizione terza rispetto alle strategie economiche governative e delle opposizioni, si dimostra in grado di elaborare un’analisi che tenga nella dovuta considerazione il conseguente danno reputazionale alla credibilità del Paese con la introduzione di una normativa fiscale retroattiva.

    Questa politica fiscale si dimostra Infatti deleteria ed in grado di rivelarsi un fattore disincentivante nella determinazione dei flussi di investimenti, specialmente internazionali, verso il Paese.

    Non è difficile, infatti, adottando una semplice analisi economica, comprendere come una fiscalità retroattiva, ma anche solo l’ipotesi di una sua possibile applicazione, renda problematica, se non addirittura azzardata, qualsiasi possibilità di elaborare un piano strategico di investimenti.

    Un sistema fiscale dovrebbe assicurare un prelievo certo ed equo, e la propria stabilità dovrebbe dimostrarsi come un volano di sviluppo per il paese attirando operatori economici e quindi preziosi investimenti finalizzati alla crescita economica. Quando invece la fiscalità diventa l’Extrema Ratio per trovare quattro spiccioli che permettano un equilibrio di bilancio, diventa un fattore destabilizzante e assolutamente antieconomico per il Paese.

    Sembra incredibile come questo governo e il precedente non abbiano tenuto in alcuna considerazione gli effetti reputazionali devastanti di questa retroattività fiscale nei confronti degli extra profitti delle banche o delle aziende nel settore energetico. Questa infantile politica fiscale paradossalmente si rivela come un fattore determinante al pari dei costi energetici nel favorire concorrenti, in quanto l’incertezza fiscale risulta avere un costo incalcolabile che rende impossibile una qualsiasi progettualità economica.

    Non si intende certamente difendere le banche ora e tantomeno le aziende energetiche allora, ma la fiscalità richiede competenze articolate e non esponenti politici dalla dubbia competenza, incapaci persino di valutare gli effetti reputazioni di una singola norma fiscale.

  • La forma dell’acqua

    Nel principio dell’acqua Talete di Mileto affermava come l’acqua rappresentasse la sostanza primordiale da cui tutto ha origine e a cui tutto ritorna. A questo principio si potrebbe aggiungere anche che l’acqua trova e definisce il proprio percorso in ragione degli impedimenti che trova lungo il proprio deflusso.

    Come l’acqua gli investimenti in generale rappresentano il primo anello (la sostanza primordiale di Talete) di una complessa catena di sviluppo che trova la propria ultima definizione nella creazione anche di una nuova occupazione.

    Emerge, quindi, come naturale conseguenza che gli investimenti si dirigano verso quelle aree economiche nelle quali abbiamo la sicurezza di non trovare impedimenti (ed ecco il percorso come per l’acqua) di ordine burocratico, fiscale e normativo o, peggio, ideologico.

    Quindi, se gli investimenti si confermano nella loro essenza molto simili alla “forma dell’acqua” si comprende, allora, la strategia del gruppo farmaceutico Svizzero Roche che investirà 50 Mld di dollari negli Stati Uniti e che determinerà la creazione di 12.000 posti di lavoro.

    Nella medesima lunghezza d’onda si dimostra anche Novartis la quale ha destinato oltre 7000 Mld di dollari per nuove linee produttive sul territorio statunitense e, di conseguenza, 5.000 nuovi posti di lavoro.

    Adesso anche Stellantis ha deciso di dirottare i propri investimenti oltre Oceano con oltre 13 miliardi di dollari stanziati per nuovi insediamenti produttivi, mentre gli stabilimenti italiani del gruppo risultano tutti caratterizzati dall’adozione, per buona parte dei dipendenti, di contratti di solidarietà e si riduce la produzione di autovetture a 325.000 unità, pari a quella del 1953, Il gruppo, una volta italiano, guarda agli Stati Uniti. Per non parlare della terribile situazione occupazionale a Torino, un tempo polo dell’automobile europeo, dove degli oltre 57.000 operai metalmeccanici impiegati nella complessa filiera dell’Automotive attualmente il 70% risulta in cassa integrazione. Nessuno ha intenzione di assolvere la strategia di Stellantis e del suo azionariato e management, la quale ha usufruito fino a poche stagioni addietro di incentivi statali di ogni genere, anche durante il covid con le garanzie statali poi regolarmente restituite. Andrebbe, tuttavia, riconosciuto come all’interno di un mondo contemporaneo e globale le scelte di investimento di ogni azienda, come detto prima, vengono determinate dal contesto normativo, fiscale e burocratico.

    In tale situazione in Europa il contesto si dimostra assolutamente disastroso per una diretta responsabilità attribuibile sostanzialmente a due soggetti politici, e cioè l’Unione europea, soprattutto con le sue ultime due Commissioni, e la serie dei governi italiani che si sono succeduti alla guida del Paese negli ultimi trent’anni.

    La scelta ideologica operata dalla Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen con l’imposizione del Green Deal, il quale comporta il divieto di produzione e vendita di motori endotermici dal 2035, anticipato al 2030 per quanto riguarda autonoleggi e flotte aziendali, si rivela un volano fantastico per gli investimenti del settore Automotive negli Stati Uniti  dove le restrizioni in termini di emissioni sono state abolite riuscendo in più così ad aggirare i dazi imposti dall’amministrazione Trump.

    Le aziende che hanno deciso di investire nel mercato statunitense possono trovare inoltre costi energetici inferiori rispetto a quelli praticati in Europa, che subisce gli effetti anche della sciagurata scelta della Germania di chiudere le centrali nucleari. E successivamente si è legata alle forniture del gas russo diventando ostaggio della politica di Putin con l’apertura del conflitto russo ucraino.

    Come la Germania, l’Italia, seconda economia manifatturiera in Europa, sta perdendo da anni, ad assoluta propria insaputa, buona parte degli investimenti nella filiera automobilistica ed industriale, proprio a causa di una trentennale assenza di una qualsiasi politica energetica la quale rappresenta il primo passo di una politica di sviluppo industriale ed economico, dimostrandosi in più non sazia di questo disastro strategico causato anche dall’aumento di oltre 17 punti dell’Iva per le bollette energetiche. L’ultimo intervento elaborato dal governo in carica è quello dell’introduzione di un pacchetto di incentivi nel settore auto i quali, come diceva Marchionne, favoriranno le auto estere e nel periodo attuale quelle “a carbone” provenienti dalla Cina (*).

    In Europa ed in Italia si dimostrano ancora una volta incapaci di comprendere la stessa forma dell’acqua ed ovviamente degli investimenti.

    (*) La Cina importa oltre 542 milioni di tonnellate di carbone in crescita nel 2025 del 12%

  • Tunisia a caccia di investimenti italiani

    Tunisi ha ospitato a fine settembre il forum “Investment Africa 2025” radunando decine di aziende italiane e tunisine, istituzioni economiche e diplomatiche di Italia e Tunisia, per sostenere nuove possibili sinergie ed espansioni. All’evento è intervenuto anche l’ambasciatore d’Italia in Tunisia, Alessandro Prunas, che ha ribadito la profondità dei legami economici tra i due Paesi all’insegna della diplomazia della crescita. Sandro Fratini, presidente del centro d’affari italo-tunisino Delta Center, ha sottolineato l’importanza di accompagnare gli operatori italiani alla scoperta del mercato locale, che si sta affermando come hub strategico in Africa. Sempre più aziende italiane, nel biennio 2024-2025, hanno intensificato la loro presenza in Tunisia o annunciato piani di espansione significativi.

    L’ambasciatore Prunas ha ricordato che l’Italia si conferma un partner economico di primaria importanza per la Tunisia. Con investimenti pari a 159,4 milioni di dinari tunisini (47 milioni di euro), l’Italia si è confermato il secondo Paese investitore nel primo semestre del 2025. Questa cifra, che rappresenta circa il 10% degli investimenti diretti esteri (Ide) totali (escluso il settore energetico), testimonia il forte legame e la fiducia degli investitori italiani nel mercato tunisino. Nel dettaglio, l’industria manifatturiera ha attratto circa il 62,9% degli Ide totali, seguita dal settore energetico con il 24,3%. I servizi e l’agricoltura hanno contribuito in misura minore. Guido D’Amico, presidente di Confimprese Italia, ha dichiarato che il forum “è stata l’occasione per confermare i rapporti economici che legano l’Italia alla Tunisia e al Mediterraneo come fulcro dello sviluppo d’impresa del terzo millennio”. D’Amico ha evidenziato che la collaborazione con Delta Center, Confimprese e Conect è “l’esempio di una cooperazione strategica per realizzare l’impegno imprenditoriale e istituzionale che porterà il nostro Paese a completare il progetto del Piano Mattei”. Per sostenere nel tempo questo rapporto, Confimprese Italia “ha previsto un panel relativo all’internazionalizzazione di impresa con una delegazione istituzionale tunisina durante le celebrazioni dei 30 anni di Confimprese Italia”, ha aggiunto D’Amico.

    Il Paese nordafricano si sta affermando come un hub strategico per le aziende italiane, che nel biennio 2024-2025 hanno intensificato la loro presenza o annunciato piani di espansione significativi in settori chiave come l’automotive, il tessile, l’energia e la tecnologia. I dati relativi alla prima metà del 2025, recentemente pubblicati dall’Agenza per la promozione degli investimenti esteri (Fipa), indicano che gli Investimenti diretti esteri (Ide) hanno raggiunto 1,65 miliardi di dinari tunisini (circa 492,7 milioni di euro), segnando un aumento del 20,8% rispetto allo stesso periodo del 2024, del 35,8% rispetto al 2023 e del 63,6% rispetto al 2022. A trainare questa ripresa sono stati principalmente il settore manifatturiero e quello energetico, che insieme rappresentano la quasi totalità degli investimenti esteri.

    In questo contesto di crescita, l’Italia si conferma un partner economico di primaria importanza per la Tunisia. Con investimenti pari a 159,4 milioni di dinari tunisini (47 milioni di euro), il 10% del totale, l’Italia si posiziona come il secondo Paese investitore da gennaio a fine giugno 2025, preceduta solamente dalla Francia con investimenti pari a 421 milioni di dinari tunisini (circa 124 milioni di euro), ovvero oltre il 33% degli Ide totali, esclusa l’energia. Gli investimenti totali dichiarati – che includono sia progetti esteri che nazionali – hanno raggiunto circa 3,3 miliardi di dinari (pari a un miliardo di euro) nei primi sei mesi dell’anno. Questo dato, che comprende nuovi progetti ed espansioni aziendali, riflette un clima di fiducia generale e un rinnovato slancio per l’economia tunisina. Secondo l’ultimo rapporto di Qhala e Qubit Hub, la Tunisia si è anche aggiudicata il secondo posto nell’Africa 2025 AI Talent Readiness Index, a pari merito con l’Egitto e subito dietro il Sudafrica. Questa classifica testimonia la rapida trasformazione digitale della Tunisia, l’integrazione delle Ict nell’istruzione e le strategie sostenute dal governo tunisino per promuovere i talenti del settore dell’intelligenza artificiale a livello mondiale.

    Di particolare importanza è poi il fatto che la Tunisia ha già rilasciato oltre 350 certificati di origine per l’esportazione di prodotti locali verso vari Paesi africani, nel quadro dell’accordo sulla Zona di libero scambio continentale africana (Zlecaf). Tali certificazioni permettono alle aziende esportatrici di beneficiare della riduzione dei dazi doganali, la cui soppressione è prevista a partire dal primo gennaio 2026. La Zlecaf, operativa dal maggio 2019 e ratificata dalla Tunisia nell’agosto 2020, è un progetto chiave dell’Unione africana (Ua) volto a promuovere la cooperazione Sud-Sud per un’Africa integrata, prospera e pacifica, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2063 dell’Ua. Tale accordo mira a rafforzare le relazioni commerciali tra i 55 Stati membri, che rappresentano un mercato di oltre 300 milioni di consumatori e un volume di scambi annuo stimato in 3,4 miliardi di dollari, eliminando le barriere doganali alla libera circolazione di beni e servizi. Secondo i dati del Centro di promozione delle esportazioni (Cepex), il potenziale inesplorato della Tunisia in Africa è stimato a circa 1,2 miliardi di dollari, con opportunità maggiori nel Nord Africa (754 milioni di dollari). Attualmente, secondo il ministero tunisino dell’Industria, delle Miniere e dell’Energia, ci sono circa 910 aziende italiane operative nel Paese nordafricano. Di queste, circa 370 operano nel settore industriale e impiegano oltre 57mila persone. Nel settore del tessile e abbigliamento, circa un terzo sono italiane.

  • Commissione europea pronta a rivedere la politica di coesione

    La Commissione europea è favorevole all’adozione di importanti aggiornamenti alla politica di coesione 2021-2027 da parte del Parlamento europeo e del Consiglio. I cambiamenti consentiranno agli Stati membri e alle regioni dell’Ue di riassegnare i fondi verso nuove priorità strategiche, e di rafforzare in tal modo gli investimenti in competitività, difesa, alloggi sostenibili a prezzi accessibili, resilienza idrica e transizione energetica.

    Gli Stati membri e le regioni che intendono investire in queste nuove priorità beneficeranno di tassi di prefinanziamento più elevati (fino al 20%) per contribuire ad accelerare l’avvio e l’attuazione dei progetti. I tassi di prefinanziamento inoltre aumenteranno ulteriormente per i programmi che riassegneranno almeno il 10% del loro valore totale alle nuove priorità.

    I fondi riprogrammati beneficeranno inoltre di tassi di cofinanziamento dell’UE più elevati (10 punti percentuali in più rispetto ai tassi applicabili), riducendo così la necessaria integrazione proveniente dai bilanci nazionali. Infine, sono previste condizioni ancora più favorevoli per le regioni dell’UE confinanti con la Russia e la Bielorussia colpite negativamente dalla guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina.

    Raffaele Fitto, Vicepresidente esecutivo per la Coesione e le riforme, ha dichiarato: «L’adozione della proposta di revisione intermedia è un passo importante per modernizzare la politica di coesione e rispondere in modo continuo alle sfide odierne. Consente di investire nelle nostre priorità comuni europee: competitività, difesa, alloggi sostenibili a prezzi accessibili, resilienza idrica e transizione energetica. Realizzare le nostre priorità comuni richiede che le regioni siano forti, e la politica di coesione modernizzata mette loro a disposizione gli strumenti necessari per esserlo».

    Roxana Mînzatu, Vicepresidente esecutiva per i Diritti sociali e le competenze, i posti di lavoro di qualità e la preparazione, ha dichiarato: «L’Ue investe massicciamente nei suoi cittadini per sostenerli lungo tutta la vita. L’aggiornamento della politica di coesione dell’UE continuerà a migliorare il modo in cui i fondi europei promuovono l’occupazione, l’istruzione, l’inclusione sociale e altro ancora. Aiuta gli Stati membri a investire in settori quali l’apprendimento permanente, il reinserimento delle persone nel mercato del lavoro o il sostegno ai minori bisognosi. Le modifiche mirate della revisione intermedia rendono la politica di coesione più agile, reattiva ed efficace per rispondere alle realtà odierne e fornire all’Europa strumenti migliori per salvaguardare la sua prosperità futura».

  • La Commissione è favorevole a un accordo sulla modernizzazione della politica di coesione

    La Commissione europea è favorevole all’adozione di importanti aggiornamenti alla politica di coesione 2021-2027 da parte del Parlamento europeo e del Consiglio. I cambiamenti consentiranno agli Stati membri e alle regioni dell’UE di riassegnare i fondi verso nuove priorità strategiche, e di rafforzare in tal modo gli investimenti in competitività, difesa, alloggi sostenibili a prezzi accessibili, resilienza idrica e transizione energetica.

    Gli Stati membri e le regioni che intendono investire in queste nuove priorità beneficeranno di tassi di prefinanziamento più elevati (fino al 20%) per contribuire ad accelerare l’avvio e l’attuazione dei progetti. I tassi di prefinanziamento inoltre aumenteranno ulteriormente per i programmi che riassegneranno almeno il 10% del loro valore totale alle nuove priorità.

    I fondi riprogrammati beneficeranno inoltre di tassi di cofinanziamento dell’UE più elevati (10 punti percentuali in più rispetto ai tassi applicabili), riducendo così la necessaria integrazione proveniente dai bilanci nazionali. Infine, sono previste condizioni ancora più favorevoli per le regioni dell’UE confinanti con la Russia e la Bielorussia colpite negativamente dalla guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina.

  • Tabella di marcia per premiare le azioni a favore della natura e stimolare i finanziamenti privati

    La Commissione europea ha presentato una “tabella di marcia verso i crediti per la natura” per incentivare gli investimenti privati a favore di azioni che proteggono e preservano la natura e premiare coloro che intraprendono tali azioni e vi investono.

    I crediti per la natura rappresentano un’opportunità sia per le imprese sia per il ripristino della natura: promuoveranno la biodiversità e preserveranno gli habitat generando allo stesso tempo entrate per coloro che lavorano per proteggere la natura e per gli investitori. Affronteranno la sfida del degrado della natura e dei cambiamenti climatici, sostenendo al contempo i più ampi obiettivi dell’UE in materia di competitività e resilienza, come indicato nella bussola per la competitività e nel patto per l’industria pulita.

  • L’effetto paradosso della terapia fiscale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    In medicina viene indicato l’effetto paradosso come “il fenomeno per cui un determinato trattamento presenta una soglia, oltrepassata la quale si ottengono risultati di segno opposto”.

    In altre parole, l’eccesso di somministrazione di un farmaco può determinare nel paziente un effetto contrario alla stessa natura del farmaco come alla motivazione della sua scelta.

    In considerazione, ora, delle ipotesi relative alla prossima manovra finanziaria che sembrerebbe vedere un aggiornamento degli estimi catastali per i proprietari delle abitazioni, sulla base  dell’utilizzo dei fondi pubblici destinati ai cappotti ed ai bonus facciate come di una ulteriore tassazione degli “extra  profitti” nel  sistema bancario e forse nell’industria degli armamenti, si viene a creare un doppio effetto paradosso, molto simile a quello definito in medicina.

    Innanzitutto andrebbe preso in considerazione come all’interno di  un contesto economico e politico nel quale – ad ogni finanziaria si modifica l’assetto anche solo parziale delle normative fiscali e nello specifico sulle abitazioni private e su una tassazione aggiuntiva di non meglio definiti extraprofitti di specifici settori economici (*) – risulta stupefacente come ancora oggi non si trovi un rappresentante istituzionale in grado di comprendere il danno per l’intero Paese, in un’ottica di credibilità internazionale, di  questa terapia fiscale.

    Anche se la leva fiscale sia finalizzata, come un farmaco, al mantenimento in vita del paziente tuttavia il suo eccesso di somministrazione può tradursi in un danno permanente (la perdita di attrattività finanziaria) tale da suscitare, quindi,un effetto paradosso.

    In primo luogo, ed ecco il primo effetto paradosso, in quanto il nostro Paese invece di trovare beneficio da questa somministrazione di una continua legislazione con ripetuti adeguamenti fiscali per mantenere in vita il paziente, si trova a pagare un prezzo che potrebbe essere semplicemente identificato, appunto, nella mancata attrattività nei confronti degli investitori esteri, i quali  considerano la stabilità fiscale un parametro di valutazione fondamentale.

    Esiste,  poi, un secondo effetto paradosso che colpisce più da vicino e  nell’immediatezza i singoli cittadini o, mantenendosi nel contesto sanitario, i pazienti.

    Dato per definitivo l’obbligo imposto dall’Unione Europea di adeguamento nei prossimi anni delle abitazioni ai nuovi parametri “green” che, sempre secondo l’ideologia ambientalista, e come parziale giustificazione questi verrebbero “finanziati’ dai risparmi energetici, emerge evidente un pericoloso secondo effetto paradosso, in quanto il risparmio energetico definito come il supporto economico all’adeguamento normativo imposto dal Green Deal se nel nostro Paese dovesse comportare anche un automatico adeguamento degli estimi  catastali, allora verrebbe annullato ogni vantaggio in termini economici, determinando invece un ulteriore aumento della pressione fiscale.

    L’effetto combinato di queste continue somministrazioni di “terapie fiscali”, il cui unico obiettivo rimane quello di mantenere in vita la struttura ospedaliera (lo Stato) più che il paziente risulta disastroso. Basti ricordare come in Italia il reddito disponibile negli ultimi trent’anni risulti diminuito di -3,4% rispetto ad un aumento in Germania del +34,7 ed in Francia di oltre un +27%.

    A questi dati allarmanti relativi all’esito delle cure adottate, si aggiunga come  dal 2010 ad oggi la ricchezza del nostro Paese sia diminuita del -4% a fronte di un aumento in Francia di un +22% e del +51% in Germania ed addirittura del +57% in Gran Bretagna.

    La medicina fiscale adottata da ogni governo di conseguenza sta dimostrando da decenni i propri limiti che possono portare addirittura se non alla morte quantomeno ad un decisivo aggravamento della patologia dei pazienti (reddito disponibile).

    Dimostrando ancora una volta come la crisi italiana, cominciata nel 2008, ancora oggi risulti lontana da una sua risoluzione e rappresenti, più che un problema di terapia economica fiscale o politica, la massima manifestazione  di una crisi culturale senza precedenti.

    (*) Ci provò lo stesso governo Draghi con esiti disastrosi (-9,2 miliardi di gettito fiscale) con la tassazione delle società energetiche.

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