Investimenti

  • Dovrebbero salvaguardare l’occupazione in Italia

    Il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, ha suscitato un acceso dibattito politico ed economico dichiarando che, di fronte al rischio di una fuga di capitali causata da un’imposta patrimoniale, i ricchi ed i capitali “vadano dove vogliono”.

    La dichiarazione si inserisce nel dibattito economico politico che trae spunto anche dalla proposta del sindacato di introdurre un “contributo di solidarietà” volto a finanziare la spesa pubblica. L’obiettivo finanziario dichiarato dovrebbe essere quello di generare circa 26 miliardi di euro di entrate, le quali si andrebbero ad inserire all’interno di una spesa pubblica che già nel 2026 oltrepassa i 1.100 miliardi. I contribuenti ai quali verrebbe applicato questo contributo di solidarietà sarebbero rappresentati dai 500.000 italiani più ricchi e si baserebbe su di un’aliquota aggiuntiva intorno all’1,2%, -1,3% della ricchezza netta (*). Un parametro il cui calcolo non risulta così immediato e quindi non di rapida ed immediata applicazione. Queste risorse aggiuntive andrebbero investite in “(1) sanità pubblica, (2) istruzione e (3) non autosufficienza”.

    Da questa programma fiscale elaborato dal leader del CGIL si nota che non sia prevista alcuna riduzione della pressione fiscale, la quale anzi rimane assolutamente inalterata, magari a favore proprio di quei ceti che sostengono il sistema fiscale. Una auspicabile riduzione che determinerebbe invece, la possibilità di aumentare il potere d’acquisto delle famiglie e magari sostenere quella domanda interna, erosa proprio dall’inflazione particolarmente alta nel settore alimentare. Viceversa, tale proposta partorisce il solito aumento della dotazione della spesa pubblica la quale, in volumi, già ora risulta al quinto posto in Europa in volumi ma per efficienza si colloca al ventitreesimo posto.

    Andrebbe ricordato, infatti, come la spesa pubblica, o meglio la sua inefficienza, garantisca proprio quella sperequazione sociale della quale si lamenta Landini che, in modo assolutamente imbarazzante per un segretario della maggiore Confederazione dei lavoratori, spera di correggere con 26 miliardi di spese aggiuntive rispetto agli oltre 1.100 miliardi già in bilancio.

    In relazione poi alla infelice frase “ricchi e capitali vadano dove vogliono” emerge come da segretario Landini non conosca l’asset fiscale italiano. Non esiste memoria storica infatti di alcune proteste della CGIL quando il governo Renzi creò le basi normative e fiscali per attirare residenze fiscali di soggetti individuali dando così l’avvio alla disastrosa evoluzione edilizia di Milano.

    Anche se ora l’aliquota fissata per il trasferimento delle residenze fiscali nel nostro Paese è stata alzata a 300.000 euro, non essere a conoscenza che l’Italia rappresenti ancora oggi un Paese che pratica l’elusione fiscale a favore delle persone più abbienti residenti all’estero definisce la competenza del segretario della CGIL. Gli investimenti (una forma di espressione dei capitali) andrebbero, invece, sostenuti in quanto rappresenterebbero la base finanziaria per sostenere la ripresa economiche. Ma sembra che anche il concetto di stabilità fiscale come parametro fondamentale nella valutazione di un investimento in un determinato Paese risulti anche questo sconosciuto al segretario Landini.

    Come inevitabile ed amara considerazione finale emerge evidente come la crisi culturale del nostro Paese non riguardi solo la classe politica, ma investa in modo sempre più evidente anche i vertici delle associazioni di categoria.

    E questi dovrebbero tutelare e salvaguardare l’occupazione in Italia.

    (*) Ricchezza Netta = Attività – Passività. Attività (cosa possiedi): immobili, liquidità sui conti correnti, investimenti (azioni, obbligazioni), fondi pensione e beni di valore – Passività (cosa devi): mutui, prestiti personali, saldi negativi delle carte di credito e qualsiasi altro debito

  • La Cina rafforza i controlli sugli investimenti stranieri, l’Indonesia accentra sullo Stato l’export di materie prime

    La Cina ha introdotto nuove e ampie norme che rafforzano il controllo sugli investimenti all’estero, con particolare attenzione a capitali, tecnologie, dati e interessi relativi alla sicurezza nazionale, ampliando i poteri di Pechino di intervenire anche su operazioni già concluse. Le nuove regole, pubblicate dal Consiglio di Stato (il gabinetto) e in vigore dal primo luglio, impongono autorizzazioni per l’esportazione di beni, tecnologie, servizi e dati soggetti a restrizioni, fornendo per la prima volta una base giuridica organica per ordinare la revisione o l’annullamento di transazioni internazionali ritenute in contrasto con gli interessi nazionali. La stretta arriva circa un mese dopo l’intervento delle autorità cinesi contro l’acquisizione della startup di intelligenza artificiale Manus da parte del colosso statunitense Meta, operazione che secondo Pechino avrebbe violato norme sugli investimenti all’estero. Le disposizioni vietano inoltre, senza preventiva approvazione, il trasferimento all’estero di personale qualificato in settori sensibili, una misura che sembra colpire pratiche sempre più diffuse tra aziende tecnologiche cinesi, le quali trasferiscono dipendenti e attività operative in giurisdizioni come Singapore per attrarre capitali stranieri.

    Le norme attribuiscono al governo il potere di sottoporre a revisione per motivi di sicurezza nazionale investimenti esteri o cessioni di attività, ordinare la vendita di partecipazioni o la cessazione degli investimenti e imporre sanzioni in caso di mancato rispetto delle disposizioni. Pechino si riserva inoltre la facoltà di limitare o bloccare operazioni che coinvolgono soggetti di Paesi che adottano restrizioni contro investimenti cinesi, rafforzando così gli strumenti di ritorsione economica nei confronti di misure adottate da governi stranieri. Le regole non precisano quali tipologie di operazioni potranno essere considerate una minaccia alla sicurezza nazionale, lasciando ampi margini di discrezionalità alle autorità. Secondo gli analisti, il provvedimento si inserisce nella più ampia strategia cinese diretta a rafforzare il controllo sulle tecnologie sensibili, contrastare le sanzioni occidentali e consolidare l’autosufficienza nazionale nei settori strategici, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale e lungo le filiere tecnologiche avanzate.

    L’Indonesia ha avviato il periodo di transizione verso un nuovo sistema che centralizzerà le esportazioni delle principali materie prime del Paese attraverso la società statale Dsi (Danantara Sumberdaya Indonesia), controllata dal fondo sovrano Danantara. La riforma, annunciata dal presidente Prabowo Subianto, riguarda inizialmente carbone, olio di palma e ferroleghe e punta a contrastare pratiche come la sottofatturazione, aumentare le entrate fiscali e mantenere nel Paese i proventi delle esportazioni per rafforzare la disponibilità di dollari. Il direttore operativo di Danantara, Dony Oskaria, ha assicurato che la nuova società opererà in modo trasparente e verificabile, anche nella definizione dei prezzi di riferimento delle materie prime.

    Durante la fase transitoria gli esportatori dovranno trasmettere tutta la documentazione a Dsi, ma le spedizioni proseguiranno normalmente in maniera decentralizzata. L’annuncio ha però colto di sorpresa il settore privato, alimentando timori per possibili pressioni sui margini di profitto e dubbi sulle future modalità operative. Il governo prevede di valutare i risultati dopo tre mesi, mentre l’entrata in vigore completa del sistema è prevista entro il primo gennaio 2027. Contestualmente è entrata in vigore una nuova norma che impone alla maggior parte degli esportatori di risorse naturali di mantenere i ricavi delle vendite all’estero presso banche statali indonesiane.

  • BlackRock

    Il settore del credito privato sta affrontando una fase di scarsa liquidità e crescenti preoccupazioni sulla qualità del credito.

    BlackRock, il più grande gestore patrimoniale al mondo, con un patrimonio in gestione (AUM) record che ha superato i 14.000 miliardi di dollari all’inizio del 2026, tuttavia ha limitato i prelievi da uno dei suoi principali fondi di credito privato a seguito di un’impennata delle richieste di rimborso, con gli investitori che si stanno ritirando da questa classe di attività e l’intensificarsi dei dubbi sulla qualità del credito.

    Ed ecco il CEO del fondo individuare nei risparmi dei privati cittadini italiani uno strumento di crescita dell’economia italiana se investite, guarda caso, con i fondi piuttosto che parcheggiati in banca.

    Andrebbe ricordato a Larry Fink come la Costituzione italiana all’articolo 47 incoraggi e tuteli il risparmio in tutte le sue forme mentre non fa menzione per fortuna dei fondi di investimento.

    Ancora una volta, dopo il tentativo di Tremonti, allora ministro dell’Economia del governo Berlusconi, di utilizzare il risparmio privato per alleggerire il rapporto debito/PIL, l’amministratore delegato del più importante fondo privato mondiale, il quale ha bloccato il riscatti degli investimenti alla soglia del 5%, riscopre la centralità delle risorse espresse dal risparmio privato (https://www.ilpattosociale.it/attualita/obiettivo-il-risparmio-privato/ – 2021).

    Gli sciacalli della politica come quelli dei fondi privati da sempre cercano di impossessarsi del patrimonio rappresentato dal risparmio privato. L’obiettivo rimane quello di usufruire del suo ammontare attraverso una singola operazione finanziaria (miglioramento del rapporto debito/Pil) oppure acquisirne la gestione per aumentare il capitale da investire.

    Questa continua ricerca di impossessarsi di tale patrimonio rappresenta la classica aberrazione di un sistema finanziario incapace di creare ricchezza e, di conseguenza, costretto ad appropriarsi, senza avere i titoli, di altre espressioni patrimoniali (*), giustificando con un ipotetico sviluppo che questo nuovo impiego garantirebbe.

    Siamo di fronte ad una forma più elegante e politicamente corretta del vecchio metodo Ponzi.

    (*) https://www.aurumitalia.com/obiettivo-il-risparmio-privato/ – 2022

  • La Commissione presenta la proposta per EU Inc. per sfruttare appieno il potenziale del mercato unico per gli imprenditori europei

    La Commissione europea ha presentato la sua proposta per EU Inc., un nuovo insieme unico di norme societarie destinato a costituire la pietra angolare e il punto di partenza per il 28° regime dell’UE. EU Inc. si configura come un quadro societario europeo opzionale e digitale per definizione. L’obiettivo è rendere più semplice per le imprese avviare le proprie attività, operare e crescere in tutta l’Unione, incentivandole a restare in Europa e incoraggiando il rientro di quelle che in passato hanno guardato altrove.

    Oggi, per troppi imprenditori e aziende innovative, espandersi oltre i confini nazionali dell’UE significa confrontarsi con un panorama giuridico societario frammentato. Le imprese innovative europee si trovano infatti ad affrontare 27 sistemi giuridici nazionali e oltre 60 forme societarie diverse. Una complessità che può ritardare la costituzione di un’impresa di settimane, se non mesi, frenando la crescita, aumentando i costi e scoraggiando l’espansione.

    EU Inc. rappresenta il cuore della risposta della Commissione a queste sfide: sotto forma di regolamento, offrirà un insieme unico e armonizzato di norme societarie, che le imprese potranno scegliere in alternativa ai diversi regimi nazionali, liberando così il vero potenziale del mercato unico.

  • Sette europei su dieci favorevoli all’aumento degli investimenti in difesa

    Gli europei sono favorevoli ad aumentare gli investimenti nella difesa. E’ quanto emerge da un’indagine condotta da SWG e Polling Europe, presentata da Rado Fonda, Head of Research delle due società, nel corso di Primo Piano Europa, il nuovo format televisivo dell’agenzia Italpress condotto da Claudio Brachino.
    Secondo i dati della ricerca, il 73% dei cittadini europei si dichiara d’accordo con un incremento delle spese militari a livello continentale, mentre solo il 27% si oppone. “All’interno della maggioranza favorevole, tuttavia, emergono sfumature significative – spiega Fonda -: circa il 35% auspica un aumento molto rilevante delle risorse destinate agli apparati militari, mentre un altro 38% si mostra più cauto, preferendo un incremento più contenuto e graduale”. Il dato però non è uniforme in tutta Europa. L’Italia si conferma il Paese con la quota più bassa di consensi verso l’aumento degli investimenti nella difesa: il 60% degli italiani è favorevole. All’estremo opposto si colloca la Polonia, dove il sostegno raggiunge il 93%, la percentuale più alta registrata. Non è un caso: la vicinanza geografica al confine russo e la percezione di una minaccia più diretta influenzano fortemente l’opinione pubblica polacca. Ma perchè i cittadini europei chiedono di rafforzare la difesa? La risposta è legata a un diffuso senso di vulnerabilità. “Oltre la metà degli europei ritiene infatti che il continente non sia preparato ad affrontare un eventuale conflitto armato con un’altra superpotenza – sottolinea Fonda -. E’ proprio questa percezione di inadeguatezza a generare incertezza e timore, spingendo molti a sostenere un potenziamento dei sistemi militari europei”. Sul fronte della governance della difesa, l’opinione pubblica europea appare invece spaccata. Circa il 48% dei cittadini vorrebbe che le decisioni in materia di difesa e investimenti fossero coordinate a livello europeo, sotto la guida della Commissione. Il 41%, invece, preferirebbe che queste scelte restassero di competenza dei singoli Stati nazionali.
    Questa divisione riflette nettamente le appartenenze politiche degli elettori. Gli elettori di sinistra, dell’area socialdemocratica, dei Verdi e dei gruppi liberali sono i più favorevoli a una gestione sovranazionale della difesa. Al contrario, gli elettori di destra, in particolare quelli dei gruppi Patriots e di partiti come Alternative fur Deutschland (AfD) in Germania, Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia, e in Italia la Lega e in parte Fratelli d’Italia, spingono per mantenere la governance a livello nazionale.

  • Non solo Suv per le vie di Milano: la presenza del Qatar in Italia è capillare

    Ha destato grande scalpore nelle settimane scorse vedere girare per le strade di Milano, in vista delle Olimpiadi, veicoli di grande cilindrata con targhe del Qatar. Ma il Qatar in effetti a Milano, e non solo a Milano in Italia, è di casa già da anni.

    Sotto la Madonnina già nel 2015 il fondo sovrano qatariota ha comprato per 2 miliardi di euro il 40 per cento di Coima Res Siiq, cui facevano capo i grattacieli di Porta Nuova, diventati il simbolo di Milano. E nell’agosto del 2022 lo stesso fondo, Qia, dopo una generosa opa, ha acquistato la totalità delle azioni ordinarie ed è diventato azionista unico della società. Sempre a Milano, il Qatar Investment Authority è anche proprietario di altri pregiatissimi palazzi, come quello di via Santa Margherita, che ospita gli uffici di Credit Suisse. Prima ancora che nel capoluogo lombardo, il medesimo fondo aveva fatto shopping in Sardegna: risale infatti al 2012 l’acquisto per 650 milioni di euro di Smeralda Holding, che detiene alcuni tra gli alberghi più lussuosi al mondo (il Cala di Volpe o il Pevero golf club, nonché la Marina di Porto Cervo) e anche 2.300 preziosi ettari di terreni immacolati nella costa gallurese. Nel settore dell’hotellerie l’Emirato del Golfo Persico ha comprato anche, sempre tramite il proprio fondo di investimento, il Gallia di Milano, l’albergo che ospita le trattative del calciomercato, l’Excelsior, l’albergo della Dolce vita felliniana, e il sontuoso St. Regis a Roma,il Gritti Palace di Venezia, che ospitò Winston Churchill e Charles De Gaulle, il Baglioni e il Four Seasons a Firenze.

    Ancora in Sardegna il Qatar ha comprato dal San Raffaele l’ospedale Mater Olbia, acquistato dal San Raffaele, portando la quota detenuta da Innovation arch, società lussemburghese della Qatar foundation, da un iniziale 60 per cento al 75 per cento, man mano che gli altri soci (la Fondazione policlinico Agostino Gemelli detenuta dall’Istituto Toniolo, presieduto dall’Arcivescovado di Milano, e dall’Università Cattolica, titolare di un 35 per cento, la srl Luigi Maria Monti Mater Olbia, creata da una fondazione legata al Vaticano, titolare del residuo 5 per cento) si sono defilati (nel 2021 Mater Olbia ha fatto registrare un passivo di 24 milioni nel 2021).

    Mentre faceva affari con enti legati al Vaticano il Qatar non ha mancato peraltro di sostenere anche la religione musulmana, alla quale il Paese del resto è legato, fornendo 22 milioni (come si legge nel ilbro Qatar Papers, scritto dai giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot) per il proselitismo islamico nello Stivale, su un totale di 72 milioni che nel 2014 la Ong Qatar Charity ha distribuito in tutta Europa. I finanziamenti sono arrivati a Piacenza, Bergamo, Brescia, Catania, Mirandola, Vicenza, Saronno e a Ravenna, dove 800mila euro di sostegno hanno consentito di costruire la seconda moschea più grande in Italia, dopo quella di Roma, per un costo totale di 1,3 milioni di euro. A Sesto San Giovanni il sostegno finanziario per una moschea si è invece scontrato con la contrarietà del Comune alla realizzazione del centro di preghiera.

    Se l’Islam predica il velo per le donne, più o meno esteso sul corpo a seconda delle versioni dell’Islam stesso, il Qatar non ha mancato peraltro di fare business anche coi veli; nel 2012 ha comprato quote di Valentino per 700 milioni, poi è entrato anche nell’azionariato di Pal Zilieri.

    Ma il Qatar fa affari con l’Italia anche in ambiti strategici, come difesa ed energia. Il ministero della Difesa emirati ha commissionato a Fincantieri quattro corvette della classe Al Zubarah, 28 tra elicotteri ed altri velivoli a NHIndustries, partecipata da Leonardo, e ha stretto un accordo da 6,8 miliardi di euro per 24 aerei da caccia con il consorzio Eurofighter, cui l’Italia partecipa tramite Leonardo. Nel campo dell’energia Qatar Petroleum ha acquistato il 23 per cento del più grande rigassificatore d’Italia, al largo di Porto Viro, in provincia di Rovigo e il magnate di Doha, Ghanim Bin Saad Al Saad, ha allestito una cordata di imprenditori per rilevare dalla russa Lukoil la raffineria Isab di Priolo quando le sanzioni alla Russia per l’attacco all’Ucraina hanno posto il problema delle proprietà russe in Europa.

  • Accordi tra Usa e Paesi africani per ridefinire l’impegno sanitario americano nel Continente Nero

    Da fine dicembre gli Stati Uniti hanno firmato accordi di cooperazione sanitaria con 15 Paesi africani, sottolineando la volontà di voler “ridefinire” le regole delle precedenti intese sulla salute in ambito internazionale. Protocolli d’intesa sono stati sottoscritti dal dipartimento di Stato con Kenya, Ruanda, Liberia, Uganda, Lesotho, Eswatini, Mozambico, Camerun, Nigeria, Madagascar, Sierra Leone, Botswana, Etiopia, Costa d’Avorio e Malawi, per un impegno complessivo di oltre 3,2 miliardi di dollari. Fondi, precisa Washington, che saranno finalizzati a rafforzare la resilienza dei Paesi firmatari in ambito sanitario, ma anche a tracciare una nuova via della cooperazione con l’Africa. Nell’ambito della Strategia sanitaria globale “America First” – si legge nel documento pubblicato il 30 dicembre dal dipartimento di Stato in cui si annunciano i primi accordi – gli Stati Uniti “stanno riorientando l’assistenza sanitaria globale per proteggere il popolo americano dalle minacce delle malattie infettive, ponendo fine alla dipendenza a tempo indeterminato dai contribuenti statunitensi”. Questo approccio, si precisa, “viene attuato attraverso protocolli d’intesa che chiedono ai beneficiari degli aiuti statunitensi di investire le proprie risorse e di assumersi la responsabilità dei risultati”.

    Della durata di cinque anni, gli accordi bilaterali si caratterizzano per l’impegno da parte dei Paesi africani firmatari ad assumersi progressivamente una maggior quota di responsabilità nella spesa sanitaria. Il Kenya, primo ad aver sottoscritto l’intesa a dicembre, dovrà così aumentare nel giro del quinquennio la spesa sanitaria nazionale di 850 milioni di dollari per assumere una maggiore responsabilità finanziaria man mano che il sostegno degli Stati Uniti – previsto fino a 1,6 miliardi di dollari – diminuirà. La Costa d’Avorio, destinataria di uno stanziamento da 937 milioni di dollari, viene da parte sua sollecitata ad “assumersi maggiori responsabilità nella prevenzione, nell’individuazione e nella risposta alle malattie infettive che possono minacciare gli Stati Uniti”. Gli Usa forniranno quindi nell’arco di cinque anni fino a 487 milioni di dollari in assistenza mirata, mentre Abidjan investirà 450 milioni di dollari in nuovi finanziamenti nazionali per la sanità “per raggiungere l’autosufficienza”; 125 milioni di dollari del co-investimento, aggiunge Washington, “saranno destinati all’assunzione della piena responsabilità degli operatori sanitari in prima linea e dei prodotti sanitari essenziali”. Perfino nel caso del Malawi, uno dei Paesi più poveri e più densamente popolati del continente, Washington sollecita Lilongwe ad aumentare la sua spesa sanitaria annuale di ulteriori 143,8 milioni di dollari durante i cinque anni di accordo, a fronte di aiuti Usa per 792 milioni di dollari. Il protocollo d’intesa firmato con il Malawi, ribadisce l’amministrazione Trump, segna “un cambiamento radicale rispetto ai sistemi di erogazione paralleli delle Ong e alle strutture di personale sanitario da esse create, restituendo la responsabilità di tali risorse al governo nazionale”.

    La strategia statunitense punta di fatto a far co-investire i governi del continente africano in settori ritenuti prioritari per la salute locale, ma anche in progetti di più ampio interesse, come quello della digitalizzazione rivolta alle aree rurali. Seppur calibrati in funzione di ogni singolo Paese, dal punto di vista sanitario gli interventi si focalizzano soprattutto sulla lotta alle principali malattie infettive – Aids, tubercolosi e malaria -, sull’eradicazione della poliomielite, la sorveglianza delle malattie e la risposta alle epidemie, oltre che sul sostegno alla salute materno-infantile. Secondo il dipartimento di Stato Usa, ogni memorandum stabilisce inoltre “criteri specifici, scadenze rigorose e sanzioni per prestazioni insufficienti”, con un rigoroso quadro di monitoraggio delle prestazioni per massimizzare l’efficacia dei fondi investiti. Per il momento, assenze degne di nota dalla firma di queste intese sono il Sudafrica, la Tanzania e la Repubblica democratica del Congo (Rdc), tutti Paesi che prima della seconda amministrazione Trump avevano ricevuto ingenti sovvenzioni dal Piano di emergenza per l’Aids del Presidente degli Stati Uniti (Pepfar).

    Le nuove intese firmate dagli Usa con l’Africa in ambito sanitario si inseriscono nella volontà di Trump di rivedere radicalmente l’approccio assistenzialista statunitense nei confronti dei Paesi terzi. Il ritiro da organismi come l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) o perfino dal Trattato quadro delle Nazioni Unite sul clima ha pesantemente compromesso l’azione di iniziative umanitarie avviate da tempo in territori ad elevato rischio sanitario (fra questi il Sudan, il Burkina Faso o il Lesotho). Dall’inizio del suo secondo mandato alla guida degli Stati Uniti, Donald Trump ha disposto il ritiro del suo Paese da 66 organismi internazionali, 31 dei quali legati all’Onu. In ambito sanitario, ad aver maggiormente danneggiato gli sforzi dei Paesi africani nella lotta alle malattie infettive è stata tuttavia la sospensione o eliminazione della maggior parte dei programmi finanziati dall’Usaid, l’agenzia governativa statunitense per gli aiuti allo sviluppo. Secondo stime citate da “Global Policy”, oltre il 90 per cento dei contratti di aiuto internazionali sostenuti dall’agenzia sono stati ridotti o cancellati, inclusi programmi a tutela di servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, la nutrizione, la protezione sociale e la risposta alle crisi umanitarie. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) conferma a sua volta che circa i due terzi dei programmi globali di salute bilaterale sottoscritti in precedenza dagli Usa sono stati ridotti, con tagli che in alcuni settori hanno raggiunto il 50 per cento dei fondi stanziati. Tagli significativi hanno riguardato anche i finanziamenti a istituzioni come il Fondo globale o l’Alleanza Gavi per i vaccini.

    Nella nuova strategia di cooperazione sanitaria che sta promuovendo in Africa, Washington punta ora ad attribuire un ruolo significativo alla partecipazione del settore militare. A dicembre si sono riuniti a Rabat, in Marocco, i rappresentanti dei ministeri della Salute e della Difesa di 30 Paesi africani e statunitensi membri dell’Alleanza africana per la risposta alle epidemie (Apora). Durante il seminario, incentrato sul rafforzamento della sicurezza sanitaria attraverso l’operatività della collaborazione civile-militare nella preparazione e nella risposta alle epidemie, è emerso che diversi accordi sono stati stipulati fra i ministeri della Difesa e della Salute di Paesi africani, allo scopo – ha spiegato il colonnello Michael Cohen, chirurgo presso il Comando degli Stati Uniti per l’Africa (Africom) – di “rafforzare le capacità e le competenze dei (loro) sistemi sanitari” e renderli “autosufficienti nel giro dei prossimi cinque, dieci anni”. “Quando analizziamo le epidemie, la prima domanda (da farsi) è ‘qual è l’impatto sulla sicurezza nazionale?’”, ha aggiunto Cohen, in linea con le considerazioni del colonnello dell’Aeronautica militare statunitense Thomas Stamp, chirurgo del Comando delle forze aeree statunitensi in Europa e in Africa che ha invitato a vedere nelle epidemie “non solo emergenze di salute pubblica, ma anche significative minacce alla sicurezza”. Costituita nel 2014 sotto il mandato di Barack Obama in risposta all’epidemia di ebola scoppiata in Africa, l’alleanza Apoa è passata in poco più di dieci anni da 12 Paesi fondatori ai 38 di oggi, testimoniando di un crescente interesse ad una collaborazione trasversale nella risposta alle emergenze di salute pubblica in tutto il continente africano.

  • Crisi economica europea, delocalizzazioni ed AI Mode

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. francesco Pontelli che avvalendosi dell’Intelligenza Artificiale ha effettuato un raffronto tra quanto da lui scritto negli anni sulla crisi finanziaria e il risultato della ricerca.

    Per comprendere i drammatici risultati economici dell’ultimo trentennio potrebbe essere interessante rivolgersi ad un “soggetto terzo” come AI Mode, l’intelligenza artificiale di Google, per individuare la complessità delle ragioni che abbiano determinato questo terribile risultato. All’inserimento del mio “cognome/delocalizzazioni produttive/una delle testata con la quale collaboro “AI Mode propone questo risultato: “L’economista F. Pontelli, attraverso i suoi articoli per la rivista Il Patto Sociale, Nuovo Giornale Nazionale, Ticinolive e in altre pubblicazioni, analizza criticamente il fenomeno della delocalizzazione produttiva, inquadrandolo come un processo che ha avuto profonde conseguenze economiche e sociali, in particolare per l’Italia.

    Punti chiave dell’analisi di Pontelli: critica al mondo accademico degli anni ’90. Pontelli sostiene che, a partire dagli anni ’90, la classe accademica (in particolare quella della Bocconi) ha promosso la delocalizzazione come soluzione ideale per le imprese, prevedendo che i paesi occidentali avrebbero mantenuto le professioni ad alto valore aggiunto, mentre la produzione a basso costo si sarebbe spostata altrove.

    Questa teoria viene definita da Pontelli come “delocalizzazione intellettuale”.

    Trasferimento di conoscenze e tecnologia: secondo l’economista, la delocalizzazione produttiva ha comportato un vero e proprio trasferimento del “vantaggio culturale e tecnologico” dei paesi occidentali a quelli con manodopera a basso costo, azzerando in parte il divario di know-how che era considerato un punto di forza.

    Impatti sociali ed economici: la delocalizzazione viene identificata come una delle cause della “desertificazione industriale, economica e sociale” dell’Italia. Questo processo ha portato a una riduzione dei livelli produttivi e occupazionali, danneggiando il tessuto economico locale e sociale.

    Costi di produzione come motivazione: Pontelli sottolinea che la motivazione principale della delocalizzazione è stata un’analisi comparata dei costi di produzione, in particolare quelli legati al lavoro, che hanno reso più attrattivi altri paesi.

    Tradimento e miopia europea: Pontelli esprime una visione molto critica sulla classe dirigente europea, accusandola di aver “tradito” gli interessi del Paese con una gestione economica priva di ragionevolezza e dominata da un’ideologia ambientalista estremista. Questa miopia avrebbe creato le condizioni per l’attuale declino industriale.

    Effetti sulla filiera e sul sistema industriale: altri articoli pubblicati in linea con le tesi di Pontelli, evidenziano come la delocalizzazione non sia solo un trasferimento di attività produttive, ma anche di aspetti fiscali e legali, con effetti significativi sull’intera filiera”.

    A conferma di quanto proposto la medesima AI, ora, in relazione alle delocalizzazioni produttive: ” Le delocalizzazioni produttive, il trasferimento delle attività economiche in paesi con costi di produzione inferiori, generano diversi effetti negativi, sia nei paesi di origine che in quelli di destinazione. Gli effetti per il paese di origine:

    Perdita di posti di lavoro: Le delocalizzazioni comportano la chiusura di stabilimenti o la riduzione della produzione in loco, con conseguente perdita di posti di lavoro, specialmente nel settore manifatturiero. La disoccupazione può generare problemi sociali e un peggioramento delle condizioni economiche locali.

    Riduzione dei salari: La concorrenza con manodopera a basso costo può portare a una pressione al ribasso sui salari anche per i lavoratori che rimangono nel paese di origine, aumentando le disparità salariali (*).

    Impatto negativo sull’economia locale: Il trasferimento delle aziende riduce il gettito fiscale locale e nazionale (**), con una diminuzione degli investimenti pubblici e del sostegno all’economia del territorio. A ciò si aggiunge la perdita di un indotto fondamentale per l’economia di molte aree.

    Perdita di competenze e conoscenze: la chiusura di stabilimenti produttivi provoca una dispersione del capitale umano e delle competenze tecniche accumulate nel tempo, che possono essere difficilmente recuperabili.

    Indebolimento della catena del valore: La perdita di fornitori e di altre aziende collegate al processo produttivo indebolisce l’intera catena del valore interna, rendendo l’economia locale più fragile.

    Maggiore fragilità economica: in più affidarsi a catene di approvvigionamento globali rende le economie dei paesi sviluppati più vulnerabili agli shock esterni, come pandemie o crisi internazionali, che possono interrompere i flussi di produzione.

    Effetti sul paese di destinazione:

    1.Sfruttamento della manodopera: la delocalizzazione spesso sfrutta manodopera a basso costo in paesi con scarse tutele per i lavoratori

    2.Impatti ambientali negativi: in molti casi, le aziende si trasferiscono in paesi con normative ambientali meno restrittive, portando a un aumento dell’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo.

    3.Crescita non sostenibile: sebbene possano creare posti di lavoro iniziali, le delocalizzazioni possono promuovere modelli di sviluppo insostenibili, basati sul basso costo della manodopera piuttosto che sull’innovazione e sulle competenze a lungo termine.

    1. Perdita del controllo sulla qualità: la frammentazione della catena di approvvigionamento e la distanza fisica possono rendere più difficile per l’azienda d’origine monitorare la qualità dei prodotti, con il rischio di un calo degli standard.

    Effetti a livello globale (forse più deleterie in assoluto)

    1. Pressione verso il basso su standard sociali e ambientali: la competizione globale per attrarre investimenti spinge spesso i paesi a ridurre gli standard sociali e ambientali, in una “corsa al ribasso” che danneggia i lavoratori e l’ambiente a livello globale.
    2. Perdita di sovranità economica: la globalizzazione spinta dalle delocalizzazioni può limitare l’autonomia e la sovranità nazionale nelle decisioni economiche.

    Quindi i risultati non fanno che certificare la correttezza della mia contrarietà alle delocalizzazioni produttive spinte semplicemente da una ricerca speculativa finalizzata al conseguimento del massimo ROI (Return on Investment) adottando la modalità i finanziaria.

    Questi dati ci dimostrano, purtroppo solo ora, come l’Unione Europea sia di fronte al più completo disastro economico continentale.

    Va poi ricordato come la Ue abbia favorito la più nefasta sintesi tra una economia di rimessa (***) ed una ideologia ambientalista (GreenDeal), non comprendendo il danno economico e strategico del trasferimento di tutti i know-how industriali, frutto di decenni di investimenti economici finanziari ed umani.

    In altre parole l’Istituzione Europea ha offerto la propria sponda istituzionale al mondo finanziario speculativo, favorendo il trasferimento della attività manifatturiere (old economy veniva definita con disprezzo) e conseguentemente l’annullamento della nostra cultura economica.

    (*) Quando tutto il mondo occidentale afferma ancora oggi che il problema dei salari bassi sia legato ad una bassa produttività del lavoro dimostrando quanto anche il mondo liberale sostenitore di questa tesi sia inquinato da un mediocre approccio ideologico.

    (**) Quando invece si afferma come l’aumento della pressione fiscale in corso sia la conseguenza di un ipotetico aumento dei posti di lavoro, dimostrando così un alfabetismo economico senza precedenti.

    (***) Intesa come un’economia che trae la propria forza non da una domanda interna, ma dai trend economici globali perdendo conseguentemente ulteriore capacità di indirizzo.

  • Extra profitti anche fiscali e la credibilità del Paese

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Anche questo governo, esattamente come il precedente, segue il rituale della solita spasmodica ricerca, nonostante gli “extraprofitti fiscali” assicurati dal Fiscal Drag, di nuove risorse finanziarie che dimostra ancora una volta come gli anni passino senza lasciare nessuna traccia e fornisce un’ulteriore dimostrazione di come gli ultimi due governi non siamo poi tanto diversi.

    Il governo Draghi cercò inutilmente di tassare gli extra profitti delle aziende energetiche in un periodo di esplosione appunto dei costi dell’energia. Ora il governo Melon, in una medesima situazione, cioè nel pieno di una crisi industriale e sistemica dell’economia reale, di fronte agli imbarazzanti profitti del sistema bancario, adotta la medesima strategia fiscale la quale ovviamente sortirà gli stessi risultati ottenuti dal governo precedente.

    Si dimostra francamente avvilente come la questione decisamente complessa relativa ad una rimodulazione della pressione fiscale, sia diventata una semplice guerra ideologica di posizione tra schieramenti favorevoli al mantenimento dell’attuale asset fiscale ed altri che chiedono l’introduzione di una tassazione aggiuntiva. Una contrapposizione che si manifesta non solo nel classico conflitto tra maggioranza e opposizione, ma che si insinua persino tra gli alleati nella maggioranza di governo.

    Nessuno, tuttavia, in questo supportati dal supino silenzio del mondo accademico incapace di definire una posizione terza rispetto alle strategie economiche governative e delle opposizioni, si dimostra in grado di elaborare un’analisi che tenga nella dovuta considerazione il conseguente danno reputazionale alla credibilità del Paese con la introduzione di una normativa fiscale retroattiva.

    Questa politica fiscale si dimostra Infatti deleteria ed in grado di rivelarsi un fattore disincentivante nella determinazione dei flussi di investimenti, specialmente internazionali, verso il Paese.

    Non è difficile, infatti, adottando una semplice analisi economica, comprendere come una fiscalità retroattiva, ma anche solo l’ipotesi di una sua possibile applicazione, renda problematica, se non addirittura azzardata, qualsiasi possibilità di elaborare un piano strategico di investimenti.

    Un sistema fiscale dovrebbe assicurare un prelievo certo ed equo, e la propria stabilità dovrebbe dimostrarsi come un volano di sviluppo per il paese attirando operatori economici e quindi preziosi investimenti finalizzati alla crescita economica. Quando invece la fiscalità diventa l’Extrema Ratio per trovare quattro spiccioli che permettano un equilibrio di bilancio, diventa un fattore destabilizzante e assolutamente antieconomico per il Paese.

    Sembra incredibile come questo governo e il precedente non abbiano tenuto in alcuna considerazione gli effetti reputazionali devastanti di questa retroattività fiscale nei confronti degli extra profitti delle banche o delle aziende nel settore energetico. Questa infantile politica fiscale paradossalmente si rivela come un fattore determinante al pari dei costi energetici nel favorire concorrenti, in quanto l’incertezza fiscale risulta avere un costo incalcolabile che rende impossibile una qualsiasi progettualità economica.

    Non si intende certamente difendere le banche ora e tantomeno le aziende energetiche allora, ma la fiscalità richiede competenze articolate e non esponenti politici dalla dubbia competenza, incapaci persino di valutare gli effetti reputazioni di una singola norma fiscale.

  • La forma dell’acqua

    Nel principio dell’acqua Talete di Mileto affermava come l’acqua rappresentasse la sostanza primordiale da cui tutto ha origine e a cui tutto ritorna. A questo principio si potrebbe aggiungere anche che l’acqua trova e definisce il proprio percorso in ragione degli impedimenti che trova lungo il proprio deflusso.

    Come l’acqua gli investimenti in generale rappresentano il primo anello (la sostanza primordiale di Talete) di una complessa catena di sviluppo che trova la propria ultima definizione nella creazione anche di una nuova occupazione.

    Emerge, quindi, come naturale conseguenza che gli investimenti si dirigano verso quelle aree economiche nelle quali abbiamo la sicurezza di non trovare impedimenti (ed ecco il percorso come per l’acqua) di ordine burocratico, fiscale e normativo o, peggio, ideologico.

    Quindi, se gli investimenti si confermano nella loro essenza molto simili alla “forma dell’acqua” si comprende, allora, la strategia del gruppo farmaceutico Svizzero Roche che investirà 50 Mld di dollari negli Stati Uniti e che determinerà la creazione di 12.000 posti di lavoro.

    Nella medesima lunghezza d’onda si dimostra anche Novartis la quale ha destinato oltre 7000 Mld di dollari per nuove linee produttive sul territorio statunitense e, di conseguenza, 5.000 nuovi posti di lavoro.

    Adesso anche Stellantis ha deciso di dirottare i propri investimenti oltre Oceano con oltre 13 miliardi di dollari stanziati per nuovi insediamenti produttivi, mentre gli stabilimenti italiani del gruppo risultano tutti caratterizzati dall’adozione, per buona parte dei dipendenti, di contratti di solidarietà e si riduce la produzione di autovetture a 325.000 unità, pari a quella del 1953, Il gruppo, una volta italiano, guarda agli Stati Uniti. Per non parlare della terribile situazione occupazionale a Torino, un tempo polo dell’automobile europeo, dove degli oltre 57.000 operai metalmeccanici impiegati nella complessa filiera dell’Automotive attualmente il 70% risulta in cassa integrazione. Nessuno ha intenzione di assolvere la strategia di Stellantis e del suo azionariato e management, la quale ha usufruito fino a poche stagioni addietro di incentivi statali di ogni genere, anche durante il covid con le garanzie statali poi regolarmente restituite. Andrebbe, tuttavia, riconosciuto come all’interno di un mondo contemporaneo e globale le scelte di investimento di ogni azienda, come detto prima, vengono determinate dal contesto normativo, fiscale e burocratico.

    In tale situazione in Europa il contesto si dimostra assolutamente disastroso per una diretta responsabilità attribuibile sostanzialmente a due soggetti politici, e cioè l’Unione europea, soprattutto con le sue ultime due Commissioni, e la serie dei governi italiani che si sono succeduti alla guida del Paese negli ultimi trent’anni.

    La scelta ideologica operata dalla Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen con l’imposizione del Green Deal, il quale comporta il divieto di produzione e vendita di motori endotermici dal 2035, anticipato al 2030 per quanto riguarda autonoleggi e flotte aziendali, si rivela un volano fantastico per gli investimenti del settore Automotive negli Stati Uniti  dove le restrizioni in termini di emissioni sono state abolite riuscendo in più così ad aggirare i dazi imposti dall’amministrazione Trump.

    Le aziende che hanno deciso di investire nel mercato statunitense possono trovare inoltre costi energetici inferiori rispetto a quelli praticati in Europa, che subisce gli effetti anche della sciagurata scelta della Germania di chiudere le centrali nucleari. E successivamente si è legata alle forniture del gas russo diventando ostaggio della politica di Putin con l’apertura del conflitto russo ucraino.

    Come la Germania, l’Italia, seconda economia manifatturiera in Europa, sta perdendo da anni, ad assoluta propria insaputa, buona parte degli investimenti nella filiera automobilistica ed industriale, proprio a causa di una trentennale assenza di una qualsiasi politica energetica la quale rappresenta il primo passo di una politica di sviluppo industriale ed economico, dimostrandosi in più non sazia di questo disastro strategico causato anche dall’aumento di oltre 17 punti dell’Iva per le bollette energetiche. L’ultimo intervento elaborato dal governo in carica è quello dell’introduzione di un pacchetto di incentivi nel settore auto i quali, come diceva Marchionne, favoriranno le auto estere e nel periodo attuale quelle “a carbone” provenienti dalla Cina (*).

    In Europa ed in Italia si dimostrano ancora una volta incapaci di comprendere la stessa forma dell’acqua ed ovviamente degli investimenti.

    (*) La Cina importa oltre 542 milioni di tonnellate di carbone in crescita nel 2025 del 12%

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