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  • In attesa di Giustizia: Tu quoque

    Se ne è accennato in numeri precedenti di questa rubrica: è stato rafforzato, mediante il recepimento di una direttiva europea, il fondamentale principio della presunzione di innocenza che – tra l’altro – protegge l’accusato da «mediatiche sovraesposizioni deliberatamente volte a presentarlo all’opinione pubblica come colpevole prima dell’accertamento processuale definitivo». In tal senso si è già espresso il Giudice per le Indagini Preliminari di Milano, Fabrizio Filice, richiamando proprio la direttiva Ue n. 343 del 2016, per escludere che i giornalisti, che nel 2015 avevano epitetato come «taroccato», «una patacca» il video in cui veniva mostrato il furgone bianco di Massimo Bossetti che girava intorno alla palestra di Yara Gambirasio, avessero diffamato il capo dei RIS di Parma che aveva querelato tutti sparando ad alzo zero.

    Eppure, si trattava di un dato oggettivo: il video era una ricostruzione priva di scopo probatorio, realizzata a fini comunicativi (o, meglio: suggestivi), tanto da non rientrare nemmeno negli atti del (vero) processo; tuttavia fu ampiamente diffuso anche per tramite le numerose trasmissioni televisive che si interessano di cronaca giudiziaria.

    «I video del furgone di Bossetti sono adattati per la stampa», così, Luca Telese in un articolo su Libero criticando un processo mediatico che precedeva e surrogava il processo penale: e quel video era in effetti altamente incriminante, sebbene fosse stato confezionato ad hoc montando frame di molteplici furgoni simili a quello di Bossetti al fine di rispondere alle pressioni mediatiche e dare in pasto ai giornalisti – e all’Italia intera – un perfetto mostro da copertina.

    Dall’epoca dei plastici con la villetta della Franzoni montati in studio da Bruno Vespa, i processi vengono ormai celebrati in parallelo fuori dalle aule del Tribunale con totale mancanza di garantismo nei confronti dell’imputato che viene presentato e, spesso, implicitamente giudicato come presunto colpevole con modalità da Festival di San Remo. Il video confezionato ad arte non è altro che la ciliegina sulla torta di un sistema malato che ha portato una Procura a relazionarsi coi media in modo poco trasparente nei confronti dell’opinione pubblica (cioè quel Popolo Italiano in nome del quale viene amministrata la Giustizia), e sicuramente scorretto nei confronti delle parti in causa.

    Del tutto condivisibile la critica fatta dai giornalisti: serviva, forse, pressione popolare per avere un percorso spianato davanti alla Corte di Assise? Di certo se l’intento era quello di creare un colpevole perfetto può dirsi pienamente raggiunto.

    Ora, vi è da sperare, tramite il recepimento alla Direttiva UE n. 343 del 2016, attuato pur con agio di cinque anni, che l’Italia potrà e dovrà impedire il ripetersi di uno scempio simile…che non è l’unico esempio che si può portare ma solo il più clamoroso e recentemente valutato.

    E ripensando all’origine e allo sviluppo di questa vicenda viene alla mente quando Cesare, in punto di morte, disse: “tu quoque Brute fili mi”.

    I giornalisti, proprio loro che normalmente sono i principali alleati di certe Procure nell’alimentare il processo mediatico in funzione degli interessi dell’impresa editoriale, e gli inquirenti che tendono ad assicurarsi visibilità ed influenzare il giudizio, questa volta sono i protagonisti inconsapevoli della valorizzazione della presunzione di innocenza.

    Un processo, quello deciso dall’ottimo Giudice Filici, che si conclude giustamente senza colpevoli ma – per altro verso – anche impunemente: infatti nè gli investigatori nè la Procura di Bergamo saranno mai chiamati a rispondere di quella che viene definita eufemisticamente una scorrettezza.

    Bossetti, ormai, è colpevole fino a prova contraria e può essere che quel video non abbia contribuito più di tanto alla sua condanna: il percorso che deve seguire la Giustizia degli uomini, però, è sicuramente un altro. Restiamo in attesa, forse in futuro andrà meglio.

  • Per il capo della Polizia la narrazione sul web si sta facendo sempre più preoccupante

    “Attenti ai gruppi che cercano disordine”. E’ questo il monito che qualche giorno fa, dal Salone della Giustizia durante il dibattito “Pandemia in sicurezza”, ha lanciato il Capo della Polizia Lamberto Giannini. “Il cittadino che vuole manifestare il proprio dissenso – continua Giannini – lo può fare nelle regole perché altrimenti diventa portatore d’acqua di gruppi che cercano il disordine o la confusione. E poi purtroppo non è semplice andare a vagliare e discernere. Abbiamo assistito in questo periodo a una serie di minacce, come blocchiamo le stazioni, blocchiamo i caselli autostradali o le varie attività, e questo ha comportato problemi”. Giannini invita a tenere alta la guardia rispetto al web poiché è preoccupante la narrazione della realtà che ne scaturisce, soprattutto a causa dei sempre più frequenti lupi solitari. “Il web sta tenendo viva una fiamma. A fronte di una serie di sconfitte sul territorio e del restringimento degli spazi – sottolinea il capo della Polizia – c’è un rilancio continuo della propaganda, che invita nei Paesi dove c’è un problema di controllo del territorio a riproporre l’esperienza come il Califfato per noi c’è la necessità di attivarsi sui lupi solitari”. “La situazione e il periodo sono piuttosto delicati con una narrativa sul web preoccupante – dice Giannini – tante persone traducono la preoccupazione in sentimenti di rabbia e anti-sistema e si uniscono spesso estremismi opposti con il pericolo di soggetti che sono professionisti delle iniziative non legali cerchino di cavalcare la protesta. Tanta messaggistica è sul web, che non ti dà la percezione dei reali numeri di quello che può accadere. Stiamo passando da una fase in cui i promotori delle iniziative venivano in questura e davano un’idea dei numeri e degli umori, mentre oggi abbiamo qualcosa di veramente insidioso: gruppi anonimi nel web, su siti che rimbalzano in varie parti del mondo che magari lanciano delle iniziative spesso illegali nel web”.

    Chiaro il monito a non sottovalutare la ancora attiva minaccia che arriva dal terrorismo fondamentalista.

  • Come continuano a sopportarlo ancora?

    La cattiveria di pochi è la disgrazia di molti.

    Publilio Siro

    “Un male terribile, fatale, che il Ciel forse inventò per castigar le colpe della terra, un mal pien di spavento capace, se va bene, d’empire i cimiteri in un momento, la Peste insomma – dirla pur conviene – faceva agli animali tanta guerra, che morivan colpiti a cento a cento”. Così comincia la fiaba Gli Animali Malati di Peste di Jean de La Fontaine. Tempo di pestilenza, durante la quale la morte mieteva con la sua falce a destra e a manca. Ragion per cui gli animali, molto preoccupati ed impauriti si radunarono a decidere cosa dovevano fare per liberarsi da quel castigo celeste. Sua Maestà, il Re Leone, che dirigeva il gran consiglio, prese la parola e disse “Amici miei, poiché davanti al Ciel tutti siam rei di colpe, ed è perciò che ne castiga, per toglierci di briga, ecco, direi che quei che ha più peccato nella sua vita, sia sacrificato”. Si doveva, perciò, trovare chi aveva più peccato per sacrificarlo. Tutti dovevano fare un esame di coscienza e confessare la verità. Cominciò lui, il Re Leone. In tutta sincerità disse ai suoi sudditi: “Già per parte mia confesso che provai ghiottoneria di molti agnelli, poveri innocenti, e che mi venne fatto per errore di mangiar qualche volta anche il pastore”. Fatta la sua confessione, il Re si rivolse agli altri, dicendo: “Io son pronto a scontar colle mie vene le colpe mie, se farlo oggi conviene, ma prima ciaschedun con altrettanta sincerità confessi, onde il più reo colla sua vita paghi il giubileo”. Subito prese la parola la Volpe e disse: “Che scrupoli son questi, Maestà, per quattro canagliucce di montoni? Non vedo che vi possa esser peccato a mangiar questa razza di minchioni”. Dopo di che, come ci racconta La Fontaine, “scoppiarono grandi gli applausi tra i cortigiani”. In quanto alle Tigri, agli Orsi e agli altri illustri poi “…non si cercò il pel nell’ovo e i minimi trascorsi, dal più ringhioso all’ultimo dei cani”. Tutti loro “…per poco non sembrarono al capitol dei santi a cui si può baciar le mani”. Era rimasto soltanto l’Asino a confessarsi. Il quale, seguendo gli altri, sinceramente pentito nel cuor suo, disse che un giorno “…andando nel fresco praticel d’un monistero, o fosse tentazione del demonio, o fame o gola di quell’erba tenera, brucò dell’erba (e fu cosa rubata per essere sincero), ma ne prese soltanto una boccata”. Appena udirono ciò, tutti gli animali, in coro, gridarono anatema! Un lupo, “intinto di teologia”, prese la parola e convinto, spiegò a tutti che “la cagion della moria venìa da questo tristo spelacchiato, che per il suo malfare bisognava che almen fosse impiccato. Mangiar dell’erba altrui…! ma si può dare azione più nefanda?”. Perciò il Lupo era convinto che “…la morte era una pena troppo blanda per espiar sì orribile misfatto”. E come disse il giudice fu fatto. Il povero Asino fu subito sacrificato con l’impiccagione, per il bene di tutti gli altri. Così finisce la fiaba.

    Un’altra feroce “pestilenza” sta colpendo di nuovo il mondo, quello degli uomini questa volta. Dal gennaio scorso ad ora, sempre più paesi devono affrontare e fare i conti con la pandemia causata dal coronavirus. Purtroppo, ogni giorno che passa, la situazione sta diventando sempre più preoccupante. Dai rapporti giornalieri sembra che si stia combattendo una terribile guerra, con tante vittime umane.  Colpa del virus che sembra essere molto aggressivo. Ma non solo del virus. Perché ormai, dopo quasi tre mesi, a fatti accaduti e non di rado, sembra sia stata anche colpa delle decisioni prese dalle istituzioni responsabili e dai vertici decisionali in diversi paesi. Lo dimostrerebbe l’allarmante evoluzione della pandemia, con tutte le sue conseguenze, non solo in Italia ma, durante questi ultimi giorni, anche in Spagna, Germania, Francia, Inghilterra, negli Stati Uniti e in India. È tempo di prendere urgentemente, consapevolmente e responsabilmente le giuste, anche se sofferte, decisioni. È tempo di azioni determinate e, se possible, anche comuni, tra i vari paesi. È tempo di aiutare e di aiutarsi a vicenda. Ma è tempo anche di sacrifici (non come nella fiaba di Jean de La Fontaine) da parte di tutti, nessuno escluso!

    Dalla settimana appena passata, la pandemia si sta ulteriormente propagando anche in Albania. E se si considera l’evoluzione della malattia e l’esperienza degli altri paesi, allora le previsioni sarebbero tutt’altro che rassicuranti. Ad ora, 23 marzo, secondo i dati ufficiali in Albania sono 89 (dato di ieri) le persone ricoverate in isolamento e 5 i decessi. Cifre queste che, con molta probabilità, potrebbero però essere anche maggiori. Perché sono diverse le ragioni, scientificamente parlando e tenendo presente quanto è successo e sta succedendo negli altri paesi, che inducono a dubitare sulla veridicità dei dati. Secondo alcuni noti virologi, infettivologi e altri specialisti del settore, la situazione sta diventando realmente preoccupante. Secondo loro, nei prossimi giorni i numeri potrebbero aumentare in Albania, ma non più come fino ad ora. Una situazione questa che dovrebbe seriamente e responsabilmente preoccupare chi di dovere.

    Una cosa però è certa; la pandemia non si affronta e non si vince diffondendo paura e causando terrore psicologico tra i cittadini. È tempo di massima responsabilità istituzionale e personale, da parte di tutti. Sia dai dirigenti e rappresentanti governativi e statali, primo ministro per primo, che dai cittadini. Ai primi si chiede la massima consapevolezza, dedizione e trasparenza durante la gestione di questa grave e allarmante emergenza. Mentre ai cittadini si chiede una responsabile comprensione della pericolosità della situazione e delle sue inevitabili conseguenze, nonché una ragionevole ubbidienza e collaborazione a rispettare le indispensabili e necessarie decisioni prese dalle istituzioni e, perché no, anche tutte le derivanti privazioni. Privazioni che in tanti le percepiscono anche come dei sacrifici. Ma che comunque sia, sono necessariamente e spesso anche indispensabilmente, delle privazioni da accettare con la dovuta consapevolezza civica, e spesso oltrepassando gli interessi e il bene della singola persona.

    Purtroppo il primo ministro albanese urlando “Alla guerra!”, considera come traditori i cittadini preoccupati, angosciati, disorientati e delusi dalle sue dichiarazioni e decisioni che, a breve distanza di tempo, si contraddicono l’un l’altra e confondono tutti. Quanto è accaduto e sta accadendo quotidianamente, durante questo periodo, lo dimostra senza ombra di dubbio. In un periodo del genere, le decisioni e le misure prese dovrebbero essere tali da stimolare la consapevolezza e la convinzione dei cittadini. Ma mai la paura e il terrore psicologico. Purtroppo questo sta facendo il primo ministro. Lui ha minacciato sabato scorso i cittadini, tutti i cittadini, che se continuano a radunarsi nei negozi per comprare, userà il gas lacrimogeno per disperderli! Come in tutte le dittature, anche lui sta usando la paura per dominare le masse. Il primo ministro ha scelto di generare la paura e sta usando la “strategia della paura”, proprio dalla paura che lui ha dalle conseguenze, a breve tempo, di quanto ha fatto durante questi anni. Per lui i cittadini sono il nemico, contro il quale si deve esercitare violenza da parte della polizia e dall’esercito! E per dare ragione alle sue scelte, sabato scorso ha consapevolmente cercato di ingannare di nuovo. Ha postato dal suo sito un video in cui si vedevano dei poliziotti che caricavano e colpivano la gente. Scrivendo però, che tutto stava succedendo in Spagna in questi giorni. Mentre le immagini erano quelle di una brutale repressione di una protesta dei cittadini in Algeria alcuni mesi fa!

    Chi scrive queste righe, riferendosi al primo ministro e ai tanti sofferenti cittadini, si chiede: ma come mai continuano a sopportarlo ancora? Perché, come era convinto anche Publilio Siro, la cattiveria di pochi è la disgrazia di molti. Mentre la sopracitata fiaba di La Fontaine possa servire come un valido insegnamento per tutti. Soprattutto per non essere sacrificato il meno colpevole!

     

  • Il virus avanza tra notizie confuse e regole poco rispettate

    Poliziotti, infermieri, vigili, volontari, farmacisti, addetti alle attività di prima necessità, tutti quelli che sono a contatto diretto con gli altri, quelli che devono salvare, curare, nutrire, controllare, alimentare sono per la maggior parte sprovvisti del principale presidio: la mascherina, per evitare il diffondersi del virus. Fino a qualche giorno fa ci dicevano  che non era necessario portarla, ora se ne è compresa la necessità, che  diventa più o meno obbligatorio usarla per uscire, ma le mascherine non ci sono neppure per i molti che sono al fronte, una guerra in trincea ma senza protezioni. In questi giorni abbiamo visto un fai da te di tutti i tipi, mascherine per dare il verderame alle viti, per muratori, per puericultura, mascherine fatte di plastica, il materiale sul quale vive più a lungo il virus, mascherine di stoffa di vario tipo, mascherine fatte con la carta forno dietro la sciarpa o ricavate da pannolini per bambini o da assorbenti femminili. Sarebbe comico se non fosse tragico, a Malpensa dicono ci sono 5 milioni di mascherine da sdoganare, sarà vero? Di chi sono veramente? Un importante commerciante mi segnala che ne potrebbe avere in pochi giorni un milione ma non sa  e né come proporle chi contattare perché è difficile comunicare con gli enti preposti all’acquisto e comunque il costo è di 8,30 euro l’una, i costi sono molto alti e rimane il fatto che,nonostante donazioni varie i privati non ne trovano e molti sanitari non ne hanno!

    Difficile capire qual è la realtà tra cose dette con il contagocce e altre notizie che arrivano da canali diversi, sta di fatto che, di giorno in giorno, la situazione si aggrava se, come dicono alcuni ricercatori della società italiana di medicina ambientale, in collaborazione con le università di Bologna e Bari, i virus possono rimanere nell’aria per diverso tempo utilizzando come vettore di trasporto e diffusione il particolato atmosferico. Il che potrebbe valere anche per il Covid-19. A loro avviso esiste una relazione tra la forte diffusione del virus a fine febbraio inizi marzo e il i superamento dei limiti stabiliti di concentrazione di PM 10.

    Il virus ha colpito ovunque ma mentre abbiamo qualche notizia su alcuni paesi europei, sugli Stati Uniti e la Cina, tutto tace sull’Africa e il Sud America e l’Africa preoccupa per la sua vicinanza, per l’immigrazione, per le gravi carenze sanitarie, per i turisti italiani, europei che fino a ieri sono andati e venuti. II virus non si ferma e non si fermano neppure troppe persone che non hanno capito la realtà, la vita è cambiata e sopravviverà solo chi avrà la capacità di adattarsi, come è sempre stato. Anche oggi, la mattina presto, la metropolitana di Milano era affollata, altro che metro di distanza gli uni dagli altri, chi non ha capito, chi deve comunque trovare il modo di guadagnarsi da vivere e il contagio continua. Poi ci sono i senza tetto, le persone senza documenti che per questo non possono ancora essere accolte nei ricoveri, quanto virus viaggia libero sulle nostre false libertà e norme inadeguate?

    A Bergamo è ufficiale: non ci sono più letti negli ospedali, le persone muoiono a casa, qualunque cifra di decessi o contagiati è relativa rispetto alla realtà. In Emilia Romagna nuovi comuni blindati, nuove zone rosse per contenere il contagio, perché non si è chiusa Bergamo quando si era ancora in tempo? Il virus scende verso sud anzi e già lì pronto ad esplodere mentre la Calabria ha tremato sotto le scosse di un nuovo terremoto.

    Continuano le trasmissioni di approfondimento, qualcuna è lo spettacolo dell’ovvio e dell’orrore, ripetizioni di cose dette e ridette, scenari tristi di piazze e vie vuote e deserte dove solo qualche giorno fa camminavamo. Se dobbiamo stare in casa è ovvio che siano vuote le città, perché continuare a farci vedere la desolazione, a farci rimpiangere un mondo perduto? Perché darci notizie inutili o farci ascoltare commenti di chi ne sa meno di noi? Anche la morte, il dolore, la paura sono spettacolo, non capiremo mai? Non possiamo accompagnare i nostri morti, non possiamo essere vicini a chi ci sta lasciando, possiamo applaudire da lontano tutti coloro che sono sul campo per salvare vite o per essere di supporto a chi salva vite e anche chi fa le pulizie negli ospedali o riempie i banchi del supermercato si occupa della nostra vita. A tutti il nostro Grazie e ciascuno di noi faccia quello che gli compete, prima di tutto rispettare le regole.

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