nucleare

  • Aiea preoccupata: Chernobyl non è più in sicurezza

    Lo scudo protettivo del reattore 4 della centrale di Chernobyl, danneggiato da un attacco con droni lo scorso febbraio, “non è più in grado di svolgere le sue funzioni di sicurezza primarie, inclusa la capacità di confinamento delle radiazioni”. Lo ha dichiarato il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, dopo una missione di ispezione sul sito. L’attacco – che le autorità ucraine attribuiscono alla Russia e che Mosca nega – ha aperto un varco nella “Nuova struttura di confinamento sicuro”, l’arco in acciaio da 1,5 miliardi di euro completato nel 2019 per consentire la futura rimozione del vecchio sarcofago sovietico e del materiale nucleare fuso.

    L’Aiea ha rilevato che l’impatto del drone ha degradato la struttura, pur senza compromettere le componenti portanti né i sistemi di monitoraggio. Grossi ha spiegato che “alcune riparazioni sono già state effettuate, ma un ripristino completo resta essenziale per prevenire un ulteriore degrado e garantire la sicurezza nucleare a lungo termine”. Le autorità ucraine avevano riferito, il 14 febbraio, che un drone con una testata esplosiva aveva colpito il sito provocando un incendio e danni al rivestimento protettivo; secondo l’Onu, i livelli di radiazioni erano rimasti “normali e stabili”. La centrale e l’area circostante furono occupate dalle forze russe nelle prime settimane dell’invasione del 2022. L’ispezione dell’Aiea è stata condotta parallelamente a una valutazione nazionale sui danni alle infrastrutture elettriche causati dalla guerra.

  • L’Etiopia punta su Mosca e Pechino per svilupparsi

    In un momento di forte instabilità finanziaria interna e di crescente isolamento dai tradizionali partner occidentali, l’Etiopia sembra aver scelto una traiettoria sempre più orientata verso Est. Il Paese del Corno d’Africa, specie dall’avvento al potere del primo ministro Abiy Ahmed, ha infatti rafforzato in modo deciso i suoi legami con due potenze globali: la Cina, da una parte, e la Russia, dall’altra. Se Pechino è diventata il primo interlocutore di Addis Abeba per quanto riguarda le questioni economiche e commerciali, Mosca si propone come partner strategico nel trasferimento tecnologico, sostenendo l’ingresso dell’Etiopia nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e investendo nel settore energetico ad alto valore aggiunto. Una strategia, quella etiope, che risponde all’esigenza di superare l’attuale crisi economica interna, ma che costituisce anche una precisa scelta geopolitica che potrebbe ridefinire il ruolo dell’Etiopia nel contesto africano e internazionale. È in questo contesto che il governo di Addis Abeba ha avviato negoziati con la Cina per convertire una parte del suo debito di oltre 5,3 miliardi di dollari in prestiti denominati in yuan. Ad annunciarlo è stato il governatore della Banca centrale etiope (Nbe), Eyob Tekalign, che in un’intervista rilasciata a “Bloomberg” ha definito Pechino “un partner molto importante” per il Paese dell’Africa orientale. “Il volume degli scambi e degli investimenti è in crescita”, ha detto Eyob, “quindi ha davvero senso organizzare uno swap (scambio) valutario, anche in termini di conversione”.

    Il governatore ha ammesso che si tratta di una strategia ancora “in fase di elaborazione”, ma ha confermato l’invio di una richiesta ufficiale di colloqui a Pechino su cui le due parti “stanno lavorando”. Il governatore ha inoltre dichiarato che sono in corso trattative con l’Export-Import Bank of China e la People’s Bank of China (Pbc) in tal senso. Dopo la sua nomina a governatore della Nbe, del resto, Eyob Tekalign ha fatto della Cina la sua prima destinazione ufficiale, effettuando una missione a capo di una delegazione di alto livello volta a far avanzare i colloqui sulla ristrutturazione del debito e rafforzare la cooperazione economica. Durante le recenti riunioni annuali della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale (Fmi), Eyob ha avuto anche dei colloqui bilaterali con il governatore della Banca popolare cinese (Pbc), Pan Gongsheng, incentrati sul rafforzamento della cooperazione finanziaria tra Etiopia e Cina. Gli incontri hanno fatto seguito all’accordo di ristrutturazione del debito recentemente concluso con il Comitato ufficiale dei creditori, copresieduto da Cina e Francia, con l’obiettivo di accelerare il processo di ristrutturazione del debito etiope. Se i negoziati dovessero andare in porto, l’Etiopia sarebbe il secondo Paese africano dopo il Kenya a rivolgersi a Pechino per convertire parte del suo debito in prestiti denominati in yuan. Accordi simili sono già stati stipulati da Sri Lanka e Ungheria.

    Nonostante le continue problematiche legate al debito, i titoli di Stato dell’Etiopia hanno recentemente raggiunto il livello più alto dal 2021. La scorsa settimana l’agenzia Fitch ha confermato il rating di default a lungo termine dell’Etiopia a “Restricted Default”, citando il persistente default del suo Eurobond e di altri debiti esteri commerciali. Fitch ha osservato che il governo sta cercando di ristrutturare circa 15 miliardi di dollari di debito estero e ha compiuto “notevoli progressi” nelle riforme macroeconomiche, tra cui la liberalizzazione del tasso di cambio e il controllo dell’inflazione. In questo quadro, nel luglio scorso l’Etiopia ha siglato un memorandum d’intesa con i creditori ufficiali per un alleggerimento del debito di 2,5 miliardi di dollari fino al 2028, con accordi bilaterali – compresi quelli con la Cina – attualmente in fase di finalizzazione. I colloqui sul debito in Etiopia si svolgono tuttavia in un contesto di prolungata incertezza finanziaria per il Paese africano. Il governo etiope ha infatti annunciato la scorsa settimana che i negoziati con gli obbligazionisti si sono arenati a causa di disaccordi su questioni chiave. Nonostante la situazione di stallo, le autorità di Addis Abeba hanno affermato che sono stati compiuti “progressi sostanziali” e si sono espresse ottimiste sulla ripresa dei colloqui “nel prossimo futuro”.

    L’Etiopia è stata dichiarata formalmente in default nel dicembre 2023, diventando nel giro di tre anni il terzo Paese del continente, dopo Zambia e Ghana, a essere insolvente sul suo debito estero. Le autorità di Addis Abeba non hanno allora saldato una cedola da 33 milioni di dollari richiesta per il suo unico titolo di Stato internazionale, un Eurobond da un miliardo di dollari. Già in precedenza le autorità etiopi avevano annunciato l’intenzione di dichiarare il default come conseguenza della crisi generata dalla pandemia di Covid-19 e dalla dispendiosa guerra di due anni condotta nel Tigrè, conclusa nel novembre 2022. La dichiarazione di insolvenza aveva determinato un declassamento da parte delle agenzie di rating del credito, a partire da Fitch, che ha rivisto al ribasso il suo giudizio da “CC” a “C”. A seguire, anche S&P Global Ratings ha declassato il Paese, inserendolo nella categoria “default” in quanto inadempiente sui suoi obblighi di pagamento, provocando il crollo in borsa dell’Eurobond etiope.

    La situazione estremamente delicata in cui versa l’economia etiope, del resto, spinge il governo del primo ministro Abiy Ahmed a cercare nuovi partner economici e commerciali. Così, parallelamente ai colloqui in corso con Pechino, Addis Abeba guarda in maniera crescente all’altra potenza orientale: la Russia. È in questo contesto che rientra la recente visita ufficiale di due giorni effettuata a Mosca dal ministro degli Esteri etiope Gedion Timothewos, che nel suo primo giorno di visita Gedion ha incontrato il ministro dello Sviluppo economico della Federazione Russa, nonché co-presidente della Commissione intergovernativa etiope-russa per la cooperazione economica, scientifica e tecnica e il commercio, Maksim Reshetnikov Gennadievich, con il quale ha discusso dell’importanza di rafforzare ulteriormente le relazioni di lunga data e multiformi tra Etiopia e Russia. Un incontro durante il quale, secondo quanto riferito in una nota del ministero degli Esteri di Addis Abeba, il ministro Reshetnikov ha ribadito il pieno sostegno della Russia all’adesione dell’Etiopia all’Omc. Il capo della diplomazia etiope ha inoltre tenuto colloqui con alti funzionari di Rosatom, la Società statale russa per l’energia atomica, e di altre agenzie competenti per esplorare modalità per migliorare la cooperazione bilaterale nei settori energetico e tecnologico.

    L’Etiopia e la Russia hanno recentemente formalizzato un piano d’azione per promuovere lo sviluppo di un progetto di energia nucleare in Etiopia, nell’ambito di una più ampia tabella di marcia per la cooperazione discussa durante la visita del primo ministro Abiy Ahmed a Mosca, il mese scorso. L’accordo è stato stipulato il 25 settembre scorso tra Alekseij Likhachev, direttore generale di Rosatom, e il ministro Gedion Timothewos, e delinea le misure concrete per la cooperazione tra Rosatom e l’Ethiopian Electric Power Corporation (Eepc) per la realizzazione di una centrale nucleare in Etiopia. In quel frangente, entrambe le parti hanno anche sottolineato la volontà di promuovere la cooperazione in materia di energia e infrastrutture, come già affermato nell’accordo intergovernativo del 2017 sulla cooperazione nell’uso pacifico dell’energia nucleare. È in questo contesto che, lo scorso 14 ottobre, il governo etiope ha approvato l’istituzione di una commissione parlamentare per l’energia nucleare, che sarà guidata dal capo di gabinetto del primo ministro Abiy Ahmed, Sandokan Debbebe.

    La commissione, nelle intenzioni del governo, avrà il compito di “guidare e coordinare l’uso pacifico della tecnologia nucleare” da parte dell’Etiopia, secondo gli standard internazionali. Il mandato prevede la supervisione dell’applicazione della scienza nucleare in settori chiave come la produzione di energia elettrica, lo sviluppo industriale, la sicurezza alimentare, l’assistenza sanitaria, la ricerca scientifica e l’innovazione. L’istituzione della commissione rappresenta un ulteriore segno della volontà del primo ministro Abiy Ahmed di investire sull’energia nucleare. In occasione dell’inaugurazione della Grande diga della rinascita etiope (Gerd), lo scorso 9 settembre, il premier etiope aveva annunciato investimenti per 30 miliardi di dollari in un progetto che prevede la costruzione di due centrali nucleari, da realizzare fra il 2032 e il 2034, entrambe con una capacità di circa 1.200 megawatt (Mw). Oltre al progetto nucleare, l’Etiopia mira a costruire una raffineria di petrolio, un impianto di gas e un nuovo grande aeroporto.

  • Ok del governo al nucleare, Emilia Romagna contraria a riutilizzare Corso

    Il governo ha dato l’ok al ritorno dell’Italia al nucleare, sulla base delle tecnologie attuali per quel tipo di energia, ed in Emilia Romagna è scattato il no al riutilizzo di Caorso. «Il sito dell’ex centrale di Caorso va valorizzato, escludendo il ritorno al nucleare» afferma il consigliere regionale Luca Quintavalla (Pd), che ha depositato una risoluzione in cui chiede alla Giunta regionale di dialogare con il governo al fine di eliminare l’automatismo che, ad oggi, prevede che tutti i siti che hanno ospitato centrali nucleari in passato vengano considerati idonei a ospitarne di nuove. La Regione Emilia-Romagna ha già espresso questa posizione in sede di Commissioni della Conferenza Unificata, nel contesto dell’iter del Disegno di legge “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile».

    «Non siamo contrari al nucleare a prescindere – afferma Quintavalla – ma l’ipotesi di ripristinare questa destinazione a Caorso, se diventasse realtà, rappresenterebbe un drastico cambio di rotta rispetto al lavoro di smantellamento della centrale portato avanti negli ultimi 25 anni con Sogin, società che fa capo al Governo (a fine 2024 l’avanzamento risultava essere circa al 50% circa dell’intero procedimento; la chiusura dei lavori, inizialmente prevista per il 2019, è stata spostata al 2036). Significherebbe quindi contraddire gli impegni assunti sin qui con le istituzioni locali e la popolazione in termini di messa in sicurezza e valorizzazione del sito».

    «La posizione della Regione Emilia-Romagna, ribadita nel corso dell’ultima riunione del Tavolo per la trasparenza convocato dall’Assessora Irene Priolo, è chiara: il sito di Caorso – afferma il consigliere dem – va valorizzato attraverso un percorso partecipato, attivato nei mesi scorsi proprio dalla Regione con i territori coinvolti e i Comuni piacentini rivieraschi del Po, per la realizzazione di un centro di produzione di energia da mix di fonti rinnovabili, aperto anche alla ricerca in ambito energetico, in collaborazione con le Università, a partire dal Tecnopolo di Piacenza».

    L’automatismo voluto dal Governo, prosegue Quintavalla, «scavalcherebbe pertanto la volontà del territorio». «Ricordo infatti – prosegue – che nella seduta del 20 novembre 2024 il Consiglio Comunale di Caorso ha approvato una mozione unitaria che impegna il sindaco a sostenere in ogni sede il completamento della dismissione della centrale, sostenendo che nel sito in questione si possa tornare a produrre energia, ma in forma sostenibile con fonti rinnovabili, oltre a mantenere e potenziare in loco le competenze del Centro di Formazione e Ricerca (Scuola di Radioprotezione)».

  • Nuovo polo digitale per rafforzare l’industria nucleare europea

    Il Centro comune di ricerca (JRC) ha varato un nuovo polo di modellizzazione volto a fornire modelli e dati nucleari affidabili alle parti interessate in tutta Europa. Lo scopo di questa modellizzazione digitale è descrivere e prevedere il comportamento dei reattori nucleari in condizioni critiche.

    Il polo di modellizzazione mira ad aiutare l’industria nucleare europea a sviluppare e diffondere applicazioni come i piccoli reattori modulari, che possono contribuire alla decarbonizzazione dell’economia dell’Unione europea, in particolare nell’industria pesante. Il polo è inoltre uno strumento utile per i responsabili politici, in quanto funge da piattaforma centralizzata per sostenere la progettazione e la valutazione delle politiche europee all’intersezione tra energia, ambiente ed economia.

    Il nuovo polo trae slancio dai punti di forza unici del Centro comune di ricerca, combinando strumenti informatici avanzati con decenni di esperienza nella ricerca nucleare.

  • Japan to increase reliance on nuclear energy in post-Fukushima shift

    Japan says it will increase its reliance on nuclear energy in a major policy shift as it seeks to meet growing demand from power-hungry sectors like AI and semiconductors.

    An energy plan approved by the cabinet on Tuesday called for “maximising the use of nuclear energy” and dropped reference to “reducing reliance on nuclear energy”.

    The energy plan, written by the Ministry of Economy, Trade and Industry says that by 2040, nuclear energy should account for 20% of Japan’s grid supply in 2040, more than double the 8.5% share in 2023.

    It comes as the Fukushima nuclear plant disaster from 14 years ago continues to hang over the country, conjuring painful memories.

    In March 2011, a 9.0-magnitude earthquake near Japan’s north-east coast spawned a tsunami that killed more than 18,000 people, wiping out entire towns and flooding the reactors of the Fukushima Daiichi plant.

    Japan now operates 14 commercial nuclear reactors, compared to 54 before the Fukushima disaster when 30% of the country’s energy was from nuclear sources.

    The plan still needs approval by parliament, where it will be discussed in the coming months.

    The country, which imports 90% of its fuel, needs to look to nuclear sources as part of its plan to cut back on carbon and be self-reliant on energy, said Daishiro Yamagiwa, an MP who was part of a government advisory committee on the energy plan.

    “Because of the conflict in Ukraine and the war in the Middle East, even fossil fuels have become difficult to buy,” he told the BBC. “Japan is a country without energy resources, so we must use whatever is available in a balanced way.”

    Yamagiwa added that energy burdens are growing because of demand from AI data processing centres and semiconductor factories around the country.

    But experts say increasing reliance on nuclear energy will be both risky and costly.

    Japan will need to import uranium, which is expensive and will make the country reliant on other countries, said Professor Kenichi Oshima at the faculty of policy science at Ryukoku University.

    Prof Oshima told the BBC the main concern is that increasing the number of nuclear power plants also raises the risk of potentially disastrous accidents.

    He cited the 2024 New Year’s Day earthquake in the Noto peninsula, where two decades ago, a plan to build a nuclear plant was scrapped because locals opposed it.

    “If there had been a nuclear power plant there, it is quite clear that it would have caused a major accident,” he said.

    Fukushima looms large

    In Japan, any mention of nuclear energy inevitably brings back difficult memories of the nuclear meltdown at the Daiichi power plant.

    “We all had such a terrible experience at the time of the Fukushima quake,” Tokyo resident Yuko Maruyama told the BBC.

    “How could I support it [the nuclear energy plan]? I want the government to rely on other sources of energy,” she added.

    “As a mother I think of the children, of their safety. I cannot help but think about what would happen in the future.”

    The meltdown at Fukushima is considered the world’s worst since that of Chernobyl in 1986.

    It stirred fresh controversy in 2023, when Japan started releasing treated water from the site of the Fukushima plant. This drew protests from Japan’s neighbours, including China, over safety concerns.

    The United Nations atomic energy regulator IAEA said the waste water was safe and would have a “negligible” impact on people and the environment.

    In response to the new energy plan announced this week, Greenpeace said promoting nuclear energy is “outrageous” when the fallout from Fukushima is still ongoing.

    “There is no justification for continuing to rely on nuclear energy, which remains toxic for tens of thousands of years, produces radioactive waste that requires long-term management, and carries risks like earthquakes and terrorism,” the group said.

    To meet the government’s goal, experts say 33 reactors must be put back online, but the current pace of safety checks as well as residents’ objections in some areas will make this difficult.

    Many of these nuclear plants are old and will need to be refitted with new technology for them to function safely.

    “That most difficult problem is that each nuclear power plant is in a different location and will need its own safety protocol and infrastructure,” Yamagiwa said.

    “We must check each of them carefully. It still takes time.”

    In recent months, regulators have given several old reactors approval to keep operating.

    In October 2024 Japan’s oldest reactor, Takahama nuclear power plant, was given the go-ahead to continue operations, making it the first reactor in the country to get approval to operate beyond 50 years.

  • Sottomarino cinese fa un buco nell’acqua e a Taiwan arrivano i giapponesi

    Il primo sottomarino d’attacco a propulsione nucleare cinese di classe Zhou sarebbe affondato la scorsa primavera. Fonti anonime hanno detto al “Wall Street Journal” che l’incidente sarebbe avvenuto presso un cantiere navale vicino alla città di Wuhan, tra la fine di maggio e l’inizio di giugno. La Cina sta sviluppando la nuova classe di sottomarini a propulsione nucleare nel quadro di un importante programma militare per la modernizzazione e l’espansione della sua Marina. I funzionari statunitensi che hanno parlato al quotidiano non hanno saputo dire se il sottomarino avesse a bordo del combustibile nucleare quando è affondato. Una eventualità che esperti non legati al governo federale hanno però definito “probabile”. La produzione di sottomarini nucleari cinesi viene solitamente portata avanti presso la città di Huludao, nel nord-est del Paese, ma il governo avrebbe recentemente iniziato a spostare le attività relative ai sottomarini nucleari d’attacco ai cantieri navali Wuchang Shipyard, a Wuhan.

    Il sottomarino affondato, ha scritto il “Wall Street Journal”, è stato costruito dalla società China State Shipbuilding Corporation. Alcune immagini satellitari ottenute dal quotidiano mostrano il sottomarino ancorato a un molo lungo il Fiume Azzurro verso la fine di maggio. Altre immagini, risalenti all’inizio di giugno, mostrano gru galleggianti impegnate a recuperare il relitto dal fondo del fiume. “L’incidente rallenterà i piani della Cina per espandere la sua flotta di sottomarini nucleari: è significativo”, ha detto Brent Sadler, ex ufficiale della Marina Usa che ora lavora come analista alla Heritage Foundation.

    Non è affondato invece il cacciatorpediniere della Forza marittima di autodifesa del Giappone che, secondo quanto riferito dal quotidiano nipponico “Nikkei” citando fonti anonime della Difesa giapponese, ha navigato per la prima volta attraverso lo stretto di Taiwan. Il cacciatorpediniere Sazanami avrebbe navigato attraverso lo stretto assieme a navi delle marine militari di Australia e Nuova Zelanda, diretto verso sud dalle acque del Mar Cinese Meridionale: unità delle marine militari dei tre Paesi condurranno esercitazioni congiunte.

    Sempre in chiava di contenimento della Cina, i ministri della Difesa di Stati Uniti, Regno Unito e Australia si sono visti il 26 settembre a Londra nell’ambito dell’accordo trilaterale di sicurezza Aukus, Le discussioni in merito alle esportazioni sensibili senza licenza puntano a facilitare l’assemblaggio dei sottomarini in Australia, permettendo al Regno Unito di esportare componenti per sottomarini per un valore di miliardi di sterline, secondo il ministero della Difesa britannico. Il programma dei sottomarini Aukus impiegherà secondo le previsioni di Londra più di 21.000 persone nel Regno Unito, e genererà 7.000 nuovi posti di lavoro.

    “Come partner Aukus, restiamo uniti in un mondo sempre più instabile,” ha dichiarato in una nota il segretario alla Difesa britannico John Healey. “Questo è un partenariato che aumenterà i posti di lavoro, la crescita e la prosperità nei nostri tre Paesi, oltre a rafforzare la nostra sicurezza collettiva”. In questo ambito, le aziende britanniche Amiosec, Roke Manor Research e Autonomous Devices, così come l’Università di Liverpool, sono state selezionate dall’Agenzia per la difesa e la sicurezza del Regno Unito come beneficiarie di 2 milioni di sterline (2,67 milioni di dollari) di finanziamenti per sviluppare soluzioni di puntamento e protezione elettromagnetica. L’Australia punta a dotarsi di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare operativa a partire dai primi anni del 2030, come parte del primo pilastro dell’accordo Aukus. I tre Paesi mirano anche ad avere una presenza a rotazione di sottomarini statunitensi e britannici in Australia occidentale già dal 2027. I tre Paesi hanno stabilito il partenariato di sicurezza nel settembre 2021 per rafforzare la sicurezza e la stabilità nell’Indo-Pacifico. Per celebrare il terzo anniversario dell’intesa, i tre Paesi hanno annunciato di aver avviato consultazioni con Canada, Nuova Zelanda e Corea del Sud per individuare aree di collaborazione nell’ambito del “secondo pilastro” dell’accordo, che si concentra sullo sviluppo di capacità tecnologiche avanzate per la difesa e sul rafforzamento dell’interoperabilità tra le rispettive forze armate.

  • Accordo Webulid-Ansaldo per i mini reattori nucleari

    Contribuire ad accelerare la transizione verso un futuro a basse emissioni di carbonio: con questo obiettivo Webuild e Ansaldo Nucleare hanno firmato un memorandum d’intesa per sviluppare potenziali soluzioni modulari all’avanguardia, sicure, sostenibili e flessibili, nel settore dell’energia. L’intesa – riferisce una nota – si inserisce in un quadro promettente per il settore nucleare, per cui si attendono investimenti crescenti con nuovi impianti attesi su scala globale che puntano a garantire un totale di circa 650 Gw di capacità al 2050.

    L’accordo definisce l’interesse delle parti a collaborare nei prossimi cinque anni per lo sviluppo, la commercializzazione e l’implementazione di tecnologie nucleari all’avanguardia, combinando competenze complementari dei due gruppi industriali. Obiettivo della collaborazione sarà favorire lo sviluppo ed espandere la presenza e l’adozione su scala globale degli Small modular reactor (Smr), reattori a fissione nucleare di piccola taglia (circa 300 Mw), modulari e flessibili, e successivamente degli Advanced modular reactor (Amr), reattori a fissione nucleare derivati dalle tecnologie di quarta generazione, attualmente in fase di studio, che utilizzeranno nuovi sistemi di raffreddamento, come ad esempio metalli fusi, per offrire prestazioni migliori e nuove funzionalità (cogenerazione, produzione di idrogeno, soluzioni per la chiusura del ciclo del combustibile e la gestione dei rifiuti nucleari).

    Con questo importante accordo di collaborazione, Ansaldo Energia e la sua controllata Ansaldo Nucleare fanno un ulteriore passo avanti nel percorso di sviluppo di nuove competenze a beneficio della sicurezza e della transizione energetica. Grazie a costi di investimento iniziale significativamente più bassi rispetto a quelli delle attuali tecnologie, alla flessibilità operativa, alla modularità di realizzazione e alla serializzazione dei processi produttivi e alla conseguente semplificazione del processo di certificazione, gli Smr (e successivamente gli Amr) costituiranno a partire dai prossimi anni uno strumento fondamentale a beneficio della produzione di un’energia economica, programmabile e decarbonizzata. Grazie alle sue competenze, il gruppo Ansaldo Energia si propone come presidio tecnologico nazionale di riferimento della filiera della power generation, mettendo a fattor comune le sue competenze in ambito ingegneristico e manifatturiero e forte di oltre 280.000 Mw di potenza installata nel mondo (con turbine a gas e a vapore), della sua esperienza pluridecennale in ambito nucleare e dello sviluppo di soluzioni innovative per la produzione di idrogeno e per la microgenerazione.

    Il settore energetico si conferma di grande valenza strategica per Webuild, che vanta un track record su scala globale di 313 dighe e impianti idroelettrici, per una capacità installata complessiva di 52.900 Mw. L’attenzione al settore energy è stata rafforzata negli ultimi anni anche con l’acquisizione di Clough, società australiana specializzata nel comparto. Tra i progetti per la produzione di energia pulita rientrano il Grand Ethiopian renaissance dam project (Gerdp), sul Nilo Azzurro, progettato e costruito per soddisfare il fabbisogno energetico interno dell’Etiopia e guidarne lo sviluppo attraverso l’export di energia verso i paesi limitrofi; il Progetto idroelettrico di Rogun in Tagikistan, con la diga più alta del mondo, che raddoppierà la produzione energetica del paese; Snowy 2.0 in Australia, impianto idroelettrico destinato a essere tra i più efficienti al mondo, che sarà in grado di produrre energia elettrica in base ai picchi di domanda, con un tempo di risposta di appena 90 secondi.

  • Centrali nucleari: il dibattito dovrebbe essere più prudente

    Nel dicembre 2023, nel Regno Unito, un’inchiesta del Guardian accusava i vertici della società che gestisce il sito Sellafield dopo la fuga radioattiva da quello che è più grande deposito di plutonio al mondo. In Cumbria, nel nord dell’Inghilterra, nell’impianto per la smaltimento di scorie nucleari si erano create crepe in un serbatoio dei fanghi tossici e l’impianto non era stato messo in sicurezza. Secondo alcuni dati la fuoriuscita del liquido radioattivo, che non è finita e non finirà a breve, ha causato i più alti rischi nucleari nella storia del Regno Unito. I problemi sono connessi alla contaminazione delle falde acquifere ed a un rischio cumulativo oltre che per scorie nucleari, per l’amianto e per la mancanza di corretti sistemi anti incendio. Secondo quanto citato dal giornale vi sono pericoli riguardo alla possibilità concreta che hacker e spie di paesi stranieri possano aver avuto accesso a materiali segreti all’interno di un sito che occupa quasi 4 milioni di metri quadrati. Il governo ovviamente è intervenuto pur sottolineando che deve essere l’autorità indipendente britannica, per la gestione del settore, a stabilire se sia stata compromessa la sicurezza pubblica ma sono molti anni che si lavora con i responsabili di Sellafied per garantire i miglioramenti necessari e non ancora attuati.

    Ancora oggi ci sono conseguenze per la tragedia che si è verificata in Giappone, nel 2011, a causa dell’esplosione del reattore n. 1 della centrale nucleare di Fukushima e molte tensioni vi sono stare e vi sono tra il Giappone e i paesi confinanti via mare dopo la decisione, nel 2023, di sversare nell’Oceano Pacifico le acque radioattive.

    La preoccupazione per questi dati, già di per se molto gravi, e l’incendio che l’11 febbraio 2024 si è verificato in Francia, nella centrale nucleare di Chinon, incendio per il quale due reattori sono stati spenti, dovrebbero portare, almeno su tutto il territorio europeo, ad una verifica sull’effettivo stato di funzionamento e di sicurezza delle centrali nucleari attive, dei siti dismessi e di quelli per lo stoccaggio delle scorie.

    Anche se l’agenzia francese per la sicurezza nucleare ha assicurato che terrà sotto monitoraggio la rete delle acque meteoriche sui due reattori spenti, mentre nella centrale nucleare rimangono attivi altri due reattori, sappiamo come già altri incidenti di sono verificati in altre centrali francesi.

    La guerra in Ucraina sta mettendo a rischio altre centrali nucleari a dimostrazione di quanto, in caso di guerra, alcuni paesi, come la Russia, non abbiano timore di tenere in ostaggio non solo la popolazione locale ma anche gran parte del mondo con la paura di disastri globali.

    Forse il dibattito sul nucleare, a fronte di questi avvenimenti, e di altri che non citiamo, dovrebbe essere meno entusiasta e più prudente nelle future decisioni specie in Italia dove ancora non è chiaro come siano state messe in sicurezza le scorie di Caorso.

  • La Ue punta ad avere 150 gigawatt di elettricità da centrali nucleari per il 2050

    Su input della Francia che ha trovato adesione di 16 paesi europei per la “Alleanza nucleare”, l’Ue dovrebbe dotarsi di un’industria nucleare europea integrata che raggiunga 150 gigawatt (GW) di energia entro il 2050.

    Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Finlandia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovenia, Slovacchia, Estonia, Svezia e ovviamente Francia i Paesi più attivi, l’Italia partecipa all’alleanza come osservatore e il Regno Unit (fuori dalla Ue) come ospite.

    Fuori la Germania, che a marzo ha chiuso le sue ultime centrali atomiche ancora aperte, l’alleanza include invece la Finlandia che sta realizzando quello che sarà il più grande impianto d’Europa per l’energia atomica, mentre la Francia è attualmente il Paese che più ricorre a questo tipo di impianti per produrre elettricità. Oltralpe sono attive 56 centrali e la crisi ucraina ha spronato ulteriormente Parigi a puntare sull’atomo.

    A livello mondiale, peraltro, a fronte dei 93 impianti che fanno degli Usa il primatista mondiale, si registra una corsa all’atomo sempre più incalzante da parte della Cina, che grazie a venti nuove realizzazioni punta a scalzare gli Usa entro il 2030 quanto a elettricità ricavata dall’uranio, seguita da India (8 impianti in costruzione), Turchia (4) Corea e Russia (3). Anche il Giappone sta costruendo un impianto.

    La nuova frontiera delle centrali atomiche è rappresentata dallo small nuclear reactor, che comporta impianti con capacità inferiore ai 300 megawatt e quindi meno costosi. Qualcosa, e non solo il ministro Matteo Salvini con le sue dichiarazioni, si muove anche in Italia: sia Eni che Enel stanno portando avanti partnership per lo sviluppo della produzione di elettricità tramite energia atomica, facendo attenzione a mantenere fuori dai confini nazionali – dove sono tuttora banditi – gli insediamenti produttivi dove portare avanti questo progetto.

  • “Nucleare, si può fare?”, la sfida del ritorno italiano all’atomo. Torna la iWeek a Milano e Roma

    “Nucleare, si può fare?”, la sfida del ritorno italiano all’atomo. Questo il focus della IV edizione della iWeek, promossa da V&A – Vento & Associati e Dune, che torna in due giornate, 5 ottobre a Milano e 11 ottobre a Roma.

    A Milano il 5 ottobre con la presentazione del sondaggio SWG “Il rapporto tra gli italiani e il nucleare” parte un confronto tra aziende e istituzioni per discutere la reintroduzione della produzione di energia atomica in Italia. A Roma l’11 ottobre la sostenibilità finanziaria della svolta nucleare e la geopolitica dell’atomo saranno al centro del dibattito.

    Dal trattamento delle scorie alla soluzione del dilemma NIMBY, dalla filiera italiana del nucleare fino alle nuove tecnologie degli small modular reactors al centro delle due giornate di lavoro. Aziende e istituzioni a confronto sulle opportunità e le conseguenze della reintroduzione della produzione di energia atomica in Italia.

    Diversi protagonisti del mondo produttivo, dell’energia, della finanza, della cybersicurezza e delle istituzioni discutono dell’opzione nucleare in un contesto in cui sono sempre più forti i segnali di un ritorno alla produzione di energia nucleare in Italia. La duplice necessità di tenere sotto controllo costi e equilibri energetici nazionali dopo la crisi del gas russo e di diminuire le emissioni di CO2 in osservanza del green deal europeo sta infatti riorientando il termometro politico sulla questione, anche a fronte di un’accelerazione sulle rinnovabili che tarda ad arrivare.

    Il quadro sembra favorito dalla neutralità tecnologica delle nuove generazioni di italiani, temporalmente distanti dai fatti di Chernobyl che nel 1987 portarono alla vittoria dei referendum antinucleare e legittimamente preoccupati dal riscaldamento globale. Anche a livello europeo, un caso su tutti i Verdi finlandesi, non mancano i sostenitori bipartisan delle opportunità offerte dal nuovo nucleare, che rispetto al passato può essere considerato una fonte sicura, affidabile, economicamente competitiva nel lungo periodo e in grado di integrarsi con il gas e in futuro l’idrogeno per compensare le rinnovabili, rese discontinue e interrompibili da Madre Natura. Insomma, uno scenario in piena evoluzione che, se le promesse dei modelli attualmente in produzione e dei prototipi in fase di sviluppo, compresi quelli sulla fusione, si trasformeranno in realtà, potrebbero disegnare nuovi scenari energetici, geopolitici e industriali a livello europeo e globale.

    La prima giornata si è tenuta a Milano il 5 ottobre nella sala Pirelli dell’Istituto per il Commercio Estero in corso Magenta 59, dove dopo la relazione “Quale energia per il futuro?” del componente del Collegio dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, Gianni Castelli, i lavori sono proseguiti in tre tavole rotonde, dedicate alla trasmutazione e gestione delle scorie della IV generazione di reattori nucleari, alla filiera italiana della sicurezza e del decommissioning e alla risposta del dilemma NIMBY. Previsti anche interventi sulla cybersicurezza del comparto nucleare e sull’importanza dell’energia atomica per la siderurgia italiana. SWG presenterà inoltre in questa occasione i risultati del sondaggio “Il rapporto tra gli italiani e il nucleare”.

    La seconda giornata si svolgerà a Roma il prossimo 11 ottobre a Palazzo Altieri in piazza del Gesù, 49 dove verranno affrontati i temi della geopolitica nucleare con le nuove alleanze dei 12 paesi UE favorevoli all’introduzione del nucleare nella tassonomia green e con il cambio del portafoglio energetico italiano ed europeo; della sostenibilità finanziaria della svolta nucleare; e delle nuove tecnologie che vanno dai moderni small modular reactors ai prossimi micro modular reactors, estremamente versatili e sicuri.

    Il programma completo è disponibile in allegato e per ulteriori informazioni si invita a visitare il sito di iWeek al seguente indirizzo https://i-week.it/.

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