Petrolio

  • Il pragmatismo tedesco ed il paradigma ideologico italiano

    Il pragmatismo tedesco si dimostra ancora una volta vincente nel confronto con l’approccio  ideologico  italiano soprattutto in occasione di  un simile  periodo di crisi che si protrae dal marzo 2020. Lufthansa, solo per fornire un esempio, rimane in attesa dei tempi biblici della burocrazia italiana per acquisire i sedimenti di quella che una volta era la compagnia di bandiera  Alitalia ora Ita, “risanata” con finanziamenti pubblici, proposta dai piazzisti italici e forse ceduta alla compagnia tedesca.

    La Germania, inoltre, dimostra ancora una volta la massima attenzione per le proprie priorità anche nell’affrontare la crisi energetica, riuscendo ad imporre in sede comunitaria l’approvazione di un accordo relativo all’embargo europeo del petrolio russo, e per di più con l’appoggio dell’Italia, che ne esclude però quello  “consegnato” attraverso l’oleodotto.

    Quindi, l’embargo ed i suoi nefasti effetti non si manifesteranno in modalità così drammatiche per l’economia tedesca quanto, invece, per la nostra come inevitabile conseguenza del semplice fatto che il greggio russo in Italia viene  importato via mare e quindi è soggetto all’embargo europeo.

    Il nostro sistema economico si appresta, quindi, a subire ogni conseguenza imputabile ad una minore disponibilità di greggio per una decisione comunitaria la quale ha di fatto salvato l’economia tedesca.

    Risulta, poi, paradossale come in questo periodo storico alla guida del Paese tedesco si trovi una coalizione di centro-sinistra con ministri di chiara estrazione ambientalista.

    Tuttavia, di fronte alla progressiva riduzione della disponibilità di gas russo, magari ob torto collo, tutto il governo si è dimostrato deciso nel riaprire le centrali a carbone con l’obiettivo di mantenere il più possibile inalterata la disponibilità energetica per il sistema industriale della Germania e conseguentemente il livello occupazionale.

    Nel nostro Paese, viceversa, il ministro Cingolani, espressione di una “plasticità” ideologica intesa come l’incapacità di comprendere l’eccezionalità del momento, si ostina a non voler riattivare le trivellazioni dei giacimenti di gas naturale di cui l’Italia dispone. I nostri giacimenti di gas naturale, va ricordato, sono secondi per grandezza ed importanza solo a quelli norvegesi in Europa e dai quali la vicina Croazia ha già aumentato del 20% le proprie estrazioni per contenere la minore disponibilità di gas russo e calmierarne  il prezzo.

    L’approccio prettamente ideologico seguito dal governo, ed in particolare dal ministro Cingolani, nella semplice applicazione di una granitica ideologia nonostante il nostro Paese si trovi all’interno di un periodo storico eccezionale nella sua articolata gravità, dimostra ancora una volta come il problema italiano sia l’applicazione hic et nunc di un qualsiasi paradigma ideologico, indipendentemente dal contesto storico e dalla specificità del nostro Paese (1. Assoluta dipendenza energetica, 2. Inflazione energetica fuori controllo solo per offrire due esempi).

    Una conseguente ed inevitabile considerazione porta ad individuare proprio in questa banale applicazione ideologica, che esprime una incapacità di analisi in relazione al contesto storico, la principale ragione del declino del nostro Paese il quale negli ultimi 30 anni risulta l’ultimo in Europa per crescita e disponibilità di reddito (-3,7%) mentre la Germania ha visto accrescere la disponibilità economica per i propri cittadini del +34,7%.

    Il pragmatismo tedesco, in altre parole, specialmente in questo contesto, dimostra contemporaneamente una sensibilità e soprattutto una volontà da parte della classe politica nazionale individuabile nel mantenimento del sistema economico e contemporaneamente nell’assicurare il massimo livello di occupazione possibile.

    Viceversa le strategie italiane dimostrano semplicemente come, anche in questo contesto di estrema difficoltà, un qualsiasi paradigma ideologico risulti prevalente nella definizione della strategia economica e politica del governo nazionale.

    L’italico approccio ideologico alle sempre più complesse situazioni economiche e politiche può già da oggi venire indicato come il vero responsabile del disastro prossimo venturo del nostro Paese.

  • La Russia torna il primo fornitore di petrolio della Cina

    La Russia scalza dopo 19 mesi l’Arabia Saudita e a maggio ritorna a essere il primo fornitore di petrolio della Cina. A dispetto delle sanzioni di Usa e alleati per l’aggressione militare all’Ucraina, le raffinerie di Pechino stanno lavorando a pieno regime grazie ai prezzi offerti da Mosca e scontati fino al 30%.

    L’import di greggio è salito del 55% annuo: considerando l’oleodotto della Siberia orientale del Pacifico e le spedizioni marittime, ha totalizzato quasi 8,42 milioni di tonnellate (contro i 7,82 milioni dell’Arabia Saudita), pari a 2 milioni di barili al giorno (+25% sugli 1,59 milioni di aprile).

    I prodotti energetici, con la voce principale costituita appunto dal petrolio, hanno caratterizzato ancora di più l’interscambio di Pechino con Mosca visto l’esborso record cinese di 7,47 miliardi di dollari, uno in più rispetto ad aprile e il doppio se riferito a maggio 2021, secondo le Dogane cinesi. Le sorprese non si fermano qui: i dati hanno mostrato che anche le importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) sono salite a quasi 400.000 tonnellate (+56% su maggio 2021), grazie all’apporto dei progetti Sakhalin-2 nell’Estremo Oriente e Yamal Gnl nell’Artico russo.

    Il generoso taglio dei prezzi ha aiutato Mosca a mantenere i flussi di cassa su livelli adeguati nel mezzo dello sforzo bellico, favorendo la raccolta di 20 miliardi di dollari a maggio grazie all’export di greggio. Col bando alle importazioni deciso da Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Australia, e con l’Ue che ha deciso un taglio drastico del 90% entro fine anno, il Cremlino è alla ricerca disperata di acquirenti. L’Europa è al momento il più grande acquirente di energia russa.

    La politica seguita dalla Cina non è una sorpresa, anzi era dato per certo dagli analisti, in base ad altre esperienze come l’Iran, sotto sanzioni Usa. Un aiuto (una “giustificazione adeguata”, come l’ha definita un trader di settore parlando con l’agenzia di stampa Ansa) è stato fornito dall’India e dal suo appetito per gli sconti del petrolio russo. Secondo le proiezioni di Refinitiv, i flussi verso Nuova Delhi sono stimati a maggio a 3,36 milioni di tonnellate, quasi 9 volte oltre la media mensile del 2021 di 382.500 tonnellate. Il Paese ha ricevuto 4,8 milioni di tonnellate di oro nero russo scontato dall’inizio della guerra in Ucraina, sempre secondo la società di elaborazione dati.

    L’India, che non ha condannato l’invasione russa, è la miglior polizza in caso di eventuali ritorsioni americane contro Pechino: “Se un Paese con rapporti privilegiati con gli Usa compra da Mosca malgrado le sanzioni americane, non si capisce perché non dovrebbe farlo la Cina”, ha rilevato ancora il trader.

    La mossa di Pechino verso il partner “senza limiti” fa parte anche dell’attento posizionamento della leadership comunista sul conflitto ucraino, che ha visto il presidente Xi Jinping, nel colloquio avuto la scorsa settimana con l’omologo Vladimir Putin, offrire un forte sostegno. La Cina ha criticato via via le sanzioni occidentali definendole “terrorismo finanziario” e attaccando le forniture militari a Kiev fino ad acquistare a passo crescente il petrolio russo in saldo.

  • Affonda una petroliera in Tunisia e scatta l’allarme per la possibile marea nera

    Era venerdì 15, di sera. quando la petroliera ‘Xelo’, proveniente dall’Egitto e diretta a Malta, ha chiesto di poter entrare nelle acque territoriali tunisine per trovare riparo dal mare in tempesta. Ma, prima di raggiungere la costa, nelle ultime ore naufragata nel Golfo di Gabes, di fronte alla costa sud-orientale della Tunisia. E lì è affondata, con il suo carico altamente inquinante: 750 tonnellate di gasolio che ora giacciono in fondo al mare. Le autorità affermano che la situazione “è sotto controllo”. Ma finché il relitto e il suo carico non saranno messi in sicurezza tutto può ancora succedere.

    E’ stata la ministra dell’Ambiente, Leila Chikhaoui, ad affermare di non ravvisare al momento pericoli di inquinamento nell’area, situata praticamente al centro del Mediterraneo. “Riteniamo che lo scafo sia ancora a tenuta stagna e che finora non ci siano state perdite”, ha detto in un’intervista all’Afp. Inoltre, secondo il ministro, “il gasolio tende ad evaporare abbastanza velocemente”, anche nel caso in cui affiorasse. Tuttavia, se necessario la Tunisia potrebbe “fare appello agli aiuti internazionali”. E’ stato intanto attivato il piano nazionale di emergenza per la prevenzione dell’inquinamento marino con l’obiettivo di controllare la situazione ed evitare la diffusione di inquinanti”, ha fatto sapere il ministero dell’Ambiente. I ministeri della Difesa, dell’Interno, dei Trasporti e delle Dogane stanno lavorando quindi per evitare “un disastro ambientale nella regione e per limitarne le ripercussioni”, precisa la stessa fonte.

    Le autorità giudiziarie di Gabes, intanto, hanno aperto un’indagine sull’accaduto, prendendo atto di “perdite minime” che, a loro dire, non farebbero “presagire disastri”. Di certo c’è che venerdì sera la petroliera Xelo, lunga 58 metri e larga 9 e battente bandiera della Guinea Equatoriale, si stava dirigendo verso Malta dal porto di Damietta in Egitto. Mentre imperversava il maltempo ha chiesto di poter entrare in acque tunisine ma, a circa 7 km dalla costa, ha iniziato a imbarcare acqua. Poco dopo nella sala macchine ce n’erano due metri. Le autorità tunisine hanno quindi evacuato i sette uomini di equipaggio, un capitano georgiano, quattro turchi e due azeri, portati in salvo prima dell’affondamento, avvenuto all’alba. Trasportati in ospedale per accertamenti, sono poi stati trasferiti in hotel e interrogati sulle cause del naufragio.

    Si attende ora che la furia del mare, dove persistono forti venti e mareggiate, si plachi abbastanza da permettere ai sommozzatori di andare a controllare da vicino le condizioni dello scafo. Poi si deciderà se pompare il carico da lì o avvicinare la nave alla costa. Intanto, a scopo precauzionale, lungo il perimetro del naufragio sono predisposte barriere antinquinamento, sorvegliate dai militari e inaccessibili a chiunque sia estraneo ai soccorsi.

    La regione del Gabes ospita oltre la metà della flotta di pesca tunisina ma negli ultimi anni ha sofferto, secondo diverse ong, di vari episodi di inquinamento, anche per la presenza sulla costa di industrie di lavorazione del fosfato e di un oleodotto che trasporta petrolio dal sud della Tunisia. Intanto, un altro incidente ha coinvolto una petroliera, la ‘Chang Yi’, una petroliera da 9.995 tonnellate immatricolata a Panama, a 300 chilometri dalla costa di Hong Kong. Una esplosione a bordo ha ucciso un uomo dell’equipaggio ferendone altri 6. Ignote le cause del disastro, che ha richiesto l’intervento di un aereo e 2 elicotteri. Nella zona è ormai buio, ed è stato finora impossibile accertare se vi siano o meno perdite di petrolio in mare.

  • Dal Nilo al Ghana, ecco dove l’Eni punta in Africa

    “È il continente in cui abbiamo mosso i primi passi fuori dall’Italia nel 1954 e dove trovano spazio i capisaldi del nostro modello di business”, dice l’Eni della propria presenza in Africa.

    E’ la storia, in effetti, a consentire al Cane a Sei Zampe, che prima del 2014 aveva investito fortemente sulla Russia fra progetti e alleanze fino al fallito gasdotto South Stream con Gazprom, di puntare ora sull’Africa, dove l’AD Claudio Descalzi invita l’Europa a guardare “per più forniture di gas”. Nel 2020 il gruppo era presente in 14 Paesi africani dove dava lavoro a oltre 3.000 persone, dal maxi-giacimento offshore egiziano Zohr, “la più grande scoperta di gas mai realizzata in Egitto e nel Mar Mediterraneo” con 145.000 barili equivalenti al giorno in quota Eni, alla crescente presenza nell’Africa sub-sahariana.

    In Egitto, dove opera dal 1954, Eni trae circa il 17% della sua produzione annuale di idrocarburi, circa 291.000 barili di olio equivalente (boe) al giorno, divisi fra l’offshore del Mediterraneo, il Sinai, numerose concessioni nel Deserto Occidentale e, nel 2020, le esplorazioni nell’onshore del delta del Nilo.

    Presenza storica importante (dal 1959) anche in Libia, (168.000 boe/giorno nel 2020) con attività nell’offshore mediterraneo di fronte a Tripoli e nel deserto libico, nonostante l’escalation militare nel Paese che più che dimezzato i 10 miliardi di capacità del gasdotto GreenStream. Sempre in Africa settentrionale, dal 1981 l’Eni è in Algeria con una produzione di petrolio e gas per 81 mila boe/giorno concentrata nel deserto di Bir Rebaa, e in misura minore in Tunisia (dal 1961), dove nel 2020 la produzione in quota Eni è stata di 8.000 boe/giorno nelle aree desertiche del sud e nell’offshore mediterraneo di fronte a Hammamet.

    Sempre con una presenza che risale indietro agli anni ’60, è la Nigeria il Paese dell’Africa sub-sahariana più rilevante in termini di produzione (131 mila boe/giorno nel 2020) con numerosi contratti di esplorazione/sviluppo e di esplorazione sia onshore che offshore. Seguono il Congo (dal 1968) con 73.000 boe/giorno in quota Eni nell’offshore convenzionale e profondo e nell’onshore, e l’Angola con 123 mila boe/giorno.

    Numeri inferiori a quello del Nord-Africa ma con prospettive di sviluppo promettenti. In Mozambico, ad esempio, dove l’Eni è presente solo dal 2006 con l’acquisizione di un blocco offshore, il Cane a Sei Zampe descrive “straordinarie scoperte di gas” a fronte di “un’intensa campagna esplorativa nell’arco di soli 3 anni” e con risorse accertate per 2.400 miliardi di metri cubi di gas. In Ghana, dal 2009, l’attività è concentrata nell’offshore profondo dove Eni ha concessioni e una licenza esplorativa a Cape Three Points.

  • Eurexit: la Shell rinuncia al nome Royal Dutch e si traferisce a Londra

    Shell rinuncia all’apposizione Royal Dutch e si trasferisce in Gran Bretagna, dove porterà anche la residenza fiscale. Gli azionisti saranno chiamati a dare il via libera all’operazione il 10 dicembre che prevede anche una semplificazione della struttura azionaria, con un’unica linea di azioni. “In un momento di cambiamento senza precedenti per il settore, è ancora più importante avere una maggiore capacità di accelerare la transizione verso un sistema energetico globale a basse emissioni di carbonio. Una struttura più semplice consentirà a Shell di accelerare la realizzazione della sua strategia Powering Progress, creando valore per i nostri azionisti, clienti e società in generale” spiega il presidente di Shell, Sir Andrew Mackenzie ma la decisione ha spiazzato Amsterdam con il governo olandese che si è detto “spiacevolmente sorpreso” dall’annuncio.

    Il colosso petrolifero, una delle cosiddette Sette sorelle, fu costituita nel 1907 dalla fusione dell’olandese Royal dutch petroleum e della britannica Shell transport and trading; a controllarlo erano rimaste due holding distinte che nel 2005 si sono fuse e le azioni erano rimaste divise in due classi, A e B, che rappresentano le vecchie azioni Royal Dutch e Shell. A seguito della semplificazione, spiega il gruppo, gli azionisti continueranno a detenere gli stessi diritti legali, di proprietà, di voto e di distribuzione del capitale in Shell. Le azioni continueranno ad essere quotate ad Amsterdam, Londra e New York (attraverso il programma American Depository Shares), con l’inclusione dell’indice FTSE UK. Si prevede che l’inclusione nell’indice AEX verrà mantenuta.

    Non è però un addio all’Olanda: “Shell è orgogliosa della sua eredità anglo-olandese e continuerà a essere un importante datore di lavoro con una presenza importante nei Paesi Bassi – rassicura il gruppo -. La sua divisione Projects and Technology, le attività globali Upstream e Integrated Gas e il polo delle energie rinnovabili rimangono a L’Aia”. E poi ci sono i progetti eolici al largo delle coste olandesi, il progetto di costruzione di un impianto di biocarburanti a basse emissioni di carbonio su scala mondiale presso l’Energy and Chemicals Park di e del più grande elettrolizzatore d’Europa a Rotterdam.  “La semplificazione – aggiunge Sir Mackenzie – normalizzerà la nostra struttura azionaria sotto le giurisdizioni fiscali e legali di un singolo paese e ci renderà più competitivi. Di conseguenza, Shell sarà in una posizione migliore per cogliere le opportunità e svolgere un ruolo di primo piano nella transizione energetica. Il consiglio di amministrazione di Shell raccomanda all’unanimità agli azionisti di votare a favore della proposta di risoluzione”.

  • Il primo vero fallimento di Biden

    Sono passati poco più di 6 mesi dall’elezione di Biden ed i primi effetti, soprattutto in politica estera, sono già evidenti. L’amministrazione Trump aveva stretto un’alleanza, confortata e rafforzata anche sul piano economico, con i sauditi sunniti contro l’Iran sciita.

    Il primo produttore mondiale di petrolio (Usa), infatti, poteva gestire, o quantomeno fortemente influenzare, il prezzo del petrolio grazie all’appoggio della nazione con le maggiori riserve del mondo (Arabia Saudita) con evidenti ripercussioni positive per la strategia energetica statunitense. La evidente marginalizzazione dell’Opec negli ultimi quattro anni dallo scenario internazionale ne rappresenta la evidente conseguenza.

    La pressione politica statunitense era riuscita addirittura a rompere l’isolamento politico di Israele con l’avvio di accordi e rapporti diplomatici con due stati arabi dando inizio ad un processo di normalizzazione interamente attribuibile alla innovativa ma soprattutto decisa quanto chiara politica estera dell’amministrazione Trump.

    Viceversa, ora, l’allentamento della pressione della amministrazione Biden nei confronti del principale finanziatore dei terroristi di Hamas ed Hezbollah, lo stato dell’Iran, ha riportato indietro di vent’anni la crisi israelo-palestinese, tanto è vero che persino il processo di arricchimento dell’uranio ha ripreso slancio.

    La politica, specialmente quella estera, viene determinata da fatti concreti e da alleanze basate sempre più spesso sulla convenienza immediata e su una prospettiva a medio termine.

    In questo contesto sicuramente i proclami inneggianti ad un pacifismo da operetta lasciano lo spazio adeguato a chi persegue il rilancio delle tensioni politiche internazionali.

    L’escalation del conflitto israelo-palestinese e la sua responsabilità vanno attribuiti in parte al cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’Iran da parte degli Stati Uniti e dall’ultima sua amministrazione appena insediatasi. Una visione geopolitica contestata da chi individua la ragione di questo nuovo conflitto all’interno di logiche inerenti la politica interna israeliana.

    Sfugge evidentemente ai sostenitori di questa “bizzarra teoria” come durante la precedente amministrazione statunitense guidata da Trump Israele avrebbe ancora una volta fatto ricorso alle nuove elezioni anticipate. Viceversa in quest’ultimo caso il lassismo dell’amministrazione Biden verso lo stato iraniano ha permesso ad Hamas di armarsi e di lanciare oltre 3.000 missili. Una strategia di politica estera che ha trovato, come sempre in queste situazioni, anche l’appoggio dell’Unione Europea, da sempre il ventre molle dello scenario internazionale.

    La fragile tregua imposta ai contendenti proprio dalla amministrazione statunitense conferma la precedente insufficiente pressione politica nello scenario medio orientale.

  • Berlino ragiona su un piano B per il gasdotto Nord Stream 2

    Una moratoria, una exit strategy, un piano alternativo, una trattativa internazionale: la Germania, come riferisce un resoconto dell’agenzia di stampa Agi, è alla disperata ricerca di un ‘uovo di colombo’ che le permetta di uscire dal vicolo cieco chiamato Nord Stream 2. Sullo sfondo del braccio di ferro sul mega-gasdotto russo-tedesco la questione sempre più difficile dei rapporti con Mosca, a maggior ragione con il riacuirsi della crisi ucraina, le tensioni intorno al destino di Aleksei Navalny e la non meglio specificata “linea rossa” posta minacciosamente da Vladimir Putin nelle relazioni con l’Occidente. Tensioni che iniziano a fare sempre più breccia a Berlino, nonostante che Angela Merkel abbia finora sempre tenuto duro nel volere difendere la pipeline lunga 1.200 chilometri volta a raddoppiare il flusso di gas naturale dalla Russia alla Germania – in generale dovrebbe portare nell’Unione europea ulteriori 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno – considerandola niente più che un “progetto economico”.  Ma a questo punto nessuno nei palazzi di potere berlinesi esclude che sia necessario trovare un “piano B”, non solo tra i Verdi – da sempre contrari al gasdotto – ma anche tra le fila della Grosse Koalition ancora al governo, ossia Cdu/Csu e Spd. Dove per la prima volta si ragiona apertamente su quali possano essere le opzioni per salvare il salvabile (la costruzione della pipeline è quasi ultimata) e al tempo stesso modificare la natura di Nord Stream, anche alla luce della strenua opposizione di Washington, che – come ribadito in varie occasioni dallo stesso Joe Biden e dal segretario di Stato Tony Blinken – vuole impedire la sua realizzazione “a qualsiasi costo”.

    Pressioni sempre più dure (tanto che qualcuno teme che possano appesantire non poco le relazioni con gli Usa, per l’appunto dopo che si era tanto sperato in uno spettacolare rilancio dopo la difficilissima stagione trumpiana), alle quali si aggiungono anche quelle di diversi Paesi dell’Est europeo nonché’ delle repubbliche baltiche. Idem la Francia, che in varie occasioni si è espressa esplicitamente contro il progetto.  Ecco che d’improvviso a Berlino si cominciano a sentire toni
    nuovi. “La domanda è se il gasdotto venga effettivamente utilizzato, se ci passerà effettivamente del gas, e quanto”, ha detto giorni fa la ministra alla Difesa tedesca Annegret Kramp-Karrenbauer a un dibattito a Parigi. “Ne stanno già ragionando i giuristi”, ha aggiunto Akk, che pure non vede “molto spazio di manovra” per un vero e proprio blocco dei cantieri. Sono segnali che si moltiplicano. “Il fatto è che per la nostra politica estera il prezzo da pagare rischia di diventare troppo alto”, commenta a microfoni spenti un deputato della Cdu, il partito di Frau Merkel. Così nel partito che fu di Adenauer   di Kohl si fanno più rumorose le voci di chiedere di mettere “nel freezer” il gasdotto. Mentre in casa Spd si inizia a ragionare sul fatto che la realizzazione del progetto potrebbe essere connesso a precise
    richieste di natura politica da rivolgere a Mosca. Alla Welt il parlamentare cristiano-democratico nonché esperto di politica estera Roderich Kiesewetter lo ha detto chiaramente: “Abbiamo bisogno di una soluzione che salvi la faccia a tutte le parti in causa. Potrebbe esserlo una moratoria”. La stessa Kramp-Karrenbauer e altri esponenti della Cdu si erano già d’accordo sulla possibilità di valutare la possibilità di questa ‘moratoria’. Evidentemente, il punto è capire a quali condizioni legare questa sorta di sospensione del progetto. Qualche idea in proposito arriva proprio dai socialdemocratici: “E’ possibile collegare l’attività del gasdotto a determinate condizioni: e’ di questo che dovremmo parlare”, ha affermato per esempio il portavoce della Spd per gli affari esteri al Bundestag, Nils Schmid, che invece è contrario ad un blocco ‘tout court’, troppo difficile adesso è quasi terminato.

    Nondimeno, è un’esternazione significativa, se si considera che la Spd ha sempre difeso a spada tratta il progetto, a cominciare dal leader del partito Norbert Walter-Borjans e dal ministro alle Finanze (nonché candidato cancelliere) Olaf Scholz, senza considerare governatori direttamente interessati per motivi geografici, come Manuela Schwesig in Meclemburgo, terra d’approdo della pipeline. In realtà l’idea della moratoria si potrebbe facilmente coniugare con le condizionalità di principio. A detta della Cdu, sarebbe l’opzione ‘freezer’ già di per sé sarebbe “un segnale” rivolto al governo russo per cui situazioni come l’arresto di Navalny oppure una nuova escalation nell’Ucraina orientale non verrebbero più accettate passivamente. Per la Spd, in più, si tratterebbe di rendere esplicito il meccanismo: se determinate condizioni non saranno rispettate Nord Stream 2 si “spegne” in automatico. Vedi al capitolo diritto internazionale e diritti civili, in particolare. Il problema è che un semplice blocco dei lavori avrebbe un costo esorbitante: oltre 10 miliardi per violazione di contratti in essere e altri in risarcimento danni, dato che quasi il 95% della tubatura sottomarina è terminato. Denaro che peserebbe sulle tasche dei contribuenti tedeschi, il che non è il massimo nell’attuale super-anno elettorale (le urne federali si apriranno il 26 settembre, in mezzo ci sono anche 3 elezioni regionali).

    “Un’alternativa potrebbe essere che il gasdotto venga portato a termine, ma che non si importi il gas russo finché non si siano chiarite le grandi questioni di politica estera ancora aperte”, spiega ancora il cristiano-democratico Kiesewetter alla Welt. Secondo questo schema, anche il tema dei risarcimenti potrebbe risultare contenuto se le motivazioni di un eventuale fermo sono determinate da questioni di diritto internazionale (vedi alla voce sanzioni). Tra i socialdemocratici invece l’altra possibilità della quale si ragiona è esplorare con gli stessi americani “se la politica energetica possa essere utilizzato come strumento di sanzione nei confronti della Russia”, afferma ancora Schmid. “E quali obiettivi si possono perseguire? La liberazione di Navalny? Il ritiro dal Donbass?”. Il punto politico è che per la Germania diventa sempre più complicato gestire la pressione sul caso Nord Stream 2. Se sul fronte interno l’opposizione dei Verdi inizia ad avere un’eco sempre piu’ forte (la candidata alla cancelleria Annalena Baerbock ha ribadito che fosse stato per lei il gasdotto sarebbe una storia già finita, il  martellamento da parte statunitense non conosce cedimenti: per dire, due parlamentari Usa, il repubblicano Michael McCaul e la democratica Marcy Kaptur, hanno scritto al segretario di Stato Blinken una lettera nella quale affermano che la pipeline “permetterebbe a Putin di utilizzare le risorse energetiche russe come un’arma volta ad esercitare pressione politica su tutta l’Europa”. Pertanto, “è necessario assicurarsi che Nord Stream 2 non venga mai terminata”.

  • L’Opec conferma il taglio delle quote di estrazione del petrolio

    L’ Opec+ lascia invariato il taglio delle quote di produzione di petrolio anche per il mese di aprile. La situazione di incertezza del mercato persiste nonostante la campagna vaccinale e gli stimoli dei governi e non consente ancora un aumento produttivo. Una mossa che innesca il rally delle quotazioni del greggio Wti e del Brent con rialzi superiori al 5% fino a sfiorare rispettivamente i 65 e i 67 dollari al barile. Ha vinto la linea del rigore dell’Arabia Saudita al vertice dell’Opec e dei suoi alleati che ha visto ancora una volta muro contro muro i 2 leader, Mosca e Riad. Anche se, per far fronte alle modeste concessioni accordate a Russia e Kazakistan, l’Arabia Saudita si fa nuovamente carico di un sacrificio extra prorogando a tutto il mese prossimo la stretta sulla propria produzione di un milione di barili/giorno.

    “I Ministri hanno approvato il proseguimento dei livelli di produzione di marzo per il mese di aprile, ad eccezione di Russia e Kazakistan, che potranno aumentare la produzione rispettivamente di 130 e 20mila barili al giorno, a causa dei trend stagionali di consumo” recita il comunicato finale spiegando che ” il Meeting ha riconosciuto il recente miglioramento del sentiment del mercato attraverso l’accettazione e il lancio di programmi di vaccinazione e pacchetti di stimoli aggiuntivi nelle economie chiave, ma ha avvertito tutti i paesi partecipanti di rimanere vigili e flessibili date le condizioni di mercato incerte, e di rimanere sulla rotta”.  Il Cartello ha discusso del possibile aumento della produzione di 1,5 milioni di barili al giorno. Ma fin da subito Riad ha invitato alla “cautela” in contrapposizione all’interventismo di Mosca che premeva per un allentamento dei tagli alle quote produttive varati l’anno scorso per scongiurare un accumulo delle scorte e il crollo delle quotazioni di greggio.

    Con la campagna vaccinale anti-Covid e la prospettiva di una ripresa dell’attività economica, il mercato aveva messo in conto un aumento della produzione di almeno 500mila barili al giorno a partire da aprile. E la decisione di oggi fa temere che l’azione dell’Opec possa rivelarsi tardiva rispetto alle reali esigenze del mercato globale. “L’Opec+ rischia decisamente di stringere in modo eccessivo il mercato petrolifero”, ha commentato Amrita Sen, capo analista di Energy Aspects e già si calcola che sul mercato si potrebbe registrare un deficit di offerta di oltre 2 milioni di barili col rischio di impennate delle quotazioni e surriscaldamento dell’inflazione. Negli ultimi tempi il mercato obbligazionario ha già reagito ai segnali di ripresa dell’inflazione e la mossa aggressiva dell’Opec+, con quotazioni del greggio ben oltre i 60 dollari al barile, potrebbe diventare un problema secondo la Federal Reserve e la Bce.

  • Azerbaijan, Armenia reject talks as Karabakh conflict widens

    Armenia and Azerbaijan accused one another on Tuesday of firing directly into each other’s territory and rejected urges to hold peace talks as their conflict over the Nagorno-Karabakh region continued.

    Both countries were part of the Soviet Union and have been involved in a territorial conflict since gaining independence within the 1990s. The main issue is the disputed Nagorno-Karabakh region, internationally recognised as part of Azerbaijan but controlled by ethnic Armenians.

    Armenian Prime Minister Nikol Pashinyan said on Tuesday that the atmosphere was not right for talks with Azerbaijan. Azerbaijan’s president Ilham Aliyev has also rejected any possibility of talks with Armenia.

    On Tuesday, Armenia’s foreign ministry said a civilian was killed in the Armenian town of Vardenis after it was shelled by Azeri artillery and targeted in a drone attack. Azerbaijan’s defence ministry said that from Vardenis the Armenian army had shelled the Dashkesan region inside Azerbaijan. Armenia denied those reports.

    Armenia, which earlier accused Turkey of sending mercenaries to back Azerbaijani forces, said a Turkish fighter jet had shot down one of its warplanes over Armenian airspace, killing the pilot. Turkey has denied the claim.

    On Tuesday, the United Nations’ Security Council expressed concern about the clashes, condemned the use of force and backed a call by UN chief Antonio Guterres for an immediate halt to fighting.

    Nagorno-Karabakh has reported the loss of at least 84 soldiers. The current incident is the most serious spike in hostilities since 2016, the when the nations fought for 4 days in the region. The violence resulted in the deaths of over 90 troops on each side and over a dozen civilians.

  • Black April for black gold, call to turn off the pumps

    On April 21, several ministers of OPEC+ held a teleconference to brainstorm the current dramatic oil market situation, the Organization of Petroleum Exporting Countries said. “They reiterated their commitment to the oil production adjustment reached during that videoconference,” OPEC wrote in a tweet. “They also called on HE (Algerian Energy Minister) Mohamed Arkab to continue holding such consultations on the market situation on regular basis,” they added.

    A day earlier, WTI futures for May delivery dived more than 100% to -$37.63 a barrel. June US crude futures tumbled 18% to $20.43 per barrel. Brent crude oil prices fell 8.9% to settle at $25.57 per barrel. The drop on April 21 for WTI contracted for May basically shows the markets distrust in the historic OPEC+ deal last week to cut production.

    International Energy Agency (IEA) head Fatih Birol has called for deeper oil productions cuts. “We continue to see extraordinary turmoil in oil markets in this ‘Black April’ for the industry. The OPEC+ supply cut is a solid start but insufficient to rebalance the market immediately due to the scale of the drop in demand,” he wrote in a tweet on April 21. He noted that the IEA suggests that those countries that made the recent decisions to reduce production act as soon as possible and also consider deeper cuts.

    Birol also urged the financial authorities to adopt measures to discourage disorderly market outcomes.

    Finally, the IEA suggests that countries with strategic reserves make capacities available to help take surplus barrels off the market.

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