Petrolio

  • L’Italia acquista quasi 500mila barili di petrolio al giorno dalla Libia

    Quattro barili di petrolio libico su dieci prendono la strada dell’Italia. Nei primi nove mesi del 2026, il nostro Paese ha acquistato in media 494mila barili di greggio al giorno dalla Libia, pari al 41 per cento delle esportazioni petrolifere marittime del Paese nordafricano. È quanto emerge da un rapporto dell’Unità di ricerca sull’energia del portale specializzato “Attaqa”, secondo cui Roma si conferma nettamente il principale acquirente del petrolio libico, davanti a Spagna, Grecia e Francia. Il dato conferma la centralità della Libia per la sicurezza energetica italiana, in una fase in cui la guerra in Medio Oriente e le difficoltà di transito attraverso lo stretto di Hormuz stanno modificando le rotte internazionali del greggio. Il rapporto è tuttavia reciproco: secondo i dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), nel 2025 la Libia è stata il primo fornitore di petrolio dell’Italia, rappresentando circa il 24 per cento delle importazioni nazionali, davanti ad Azerbaigian e Kazakistan.

    A rendere particolarmente appetibile il petrolio libico non è soltanto la vicinanza geografica, che consente tempi di trasporto relativamente brevi verso le raffinerie italiane, ma anche la qualità del greggio. Gran parte della produzione libica è costituita infatti da petrolio leggero e cosiddetto “dolce”, cioè a un basso contenuto di zolfo. A differenza dei greggi pesanti e più ricchi di impurità, il petrolio “sweet” richiede generalmente trattamenti meno complessi e costosi per essere trasformato in carburanti, permettendo di ottenere elevate quantità di prodotti pregiati come benzina, gasolio e carburante per aerei. Le qualità libiche più apprezzate, come quelle provenienti dai giacimenti di Sharara ed Es Sider, presentano contenuti di zolfo particolarmente bassi, rispettivamente intorno allo 0,07 e allo 0,44 per cento. La combinazione tra qualità del prodotto e prossimità geografica ha favorito negli anni una forte integrazione tra l’industria petrolifera libica e il sistema italiano della raffinazione. Senza contare che acquistare greggio dalla sponda meridionale del Mediterraneo significa poter contare su rotte marittime più brevi rispetto a quelle che collegano l’Italia ai produttori del Golfo Persico o di altre regioni lontane, riducendo i costi di trasporto e l’esposizione ai rischi che interessano alcuni passaggi strategici del commercio mondiale. La Libia rappresenta dunque non soltanto un importante fornitore in termini quantitativi, ma anche una fonte di greggio particolarmente adatta alla produzione di carburanti-

    Secondo il rapporto di “Attaqa”, nei primi nove mesi del 2026 le esportazioni libiche di petrolio via mare hanno raggiunto una media di 1,19 milioni di barili al giorno, sostanzialmente stabile rispetto agli 1,20 milioni registrati nello stesso periodo del 2025. L’Italia ha assorbito da sola una quota nettamente superiore a quella degli altri principali acquirenti: la Spagna ha importato mediamente 130 mila barili al giorno, la Grecia 90 mila e la Francia 57 mila. Complessivamente, i quattro Paesi europei hanno acquistato 771 mila barili quotidiani, equivalenti a circa il 65 per cento delle esportazioni libiche. La concentrazione delle vendite verso l’Europa conferma quanto il mercato mediterraneo continui a essere determinante per le entrate petrolifere di Tripoli, nonostante la recente apertura verso altri mercati africani, tra cui Nigeria, Egitto e soprattutto Sudafrica. Quest’ultimo ha importato quasi un milione di barili di greggio libico nel solo mese di settembre, un’operazione particolarmente insolita: secondo “Attaqa”, si tratta infatti appena della seconda fornitura registrata dal 2013. Un segnale di come le tensioni in Medio Oriente e le difficoltà di approvvigionamento dal Golfo Persico stiano aprendo nuove opportunità commerciali per il petrolio libico.

    Il forte legame energetico tra Italia e Libia resta tuttavia esposto all’instabilità politica e alle frequenti interruzioni delle attività petrolifere nell’ex Jamahiriya di Gheddafi. Un esempio è quanto accaduto a settembre, quando la chiusura forzata della valvola numero 7 dell’oleodotto Sharara-Zawiya, che collega uno dei principali giacimenti del Paese alla costa mediterranea, ha provocato gravi perdite produttive. Secondo la National Oil Corporation (Noc), nei soli quattro giorni successivi al blocco del 21 settembre sono andati perduti oltre 720 mila barili, per un danno economico superiore a 75 milioni di dollari. La valvola è stata riaperta il 26 settembre, consentendo il progressivo ripristino dei flussi. Nel complesso, la produzione libica si è attestata a settembre su una media di 1,341 milioni di barili al giorno, in calo del 4 per cento rispetto ad agosto. Nonostante la flessione, le entrate petrolifere trasferite sul conto sovrano presso la Libyan Foreign Bank sono aumentate del 12,1 per cento, raggiungendo 2,863 miliardi di dollari, contro i 2,555 miliardi del mese precedente. Dati che confermano la rilevanza economica del settore, ma anche la sua vulnerabilità alle tensioni interne. Per l’Italia, primo acquirente del greggio libico e Paese di riferimento per gli investimenti di Eni, la stabilità dell’industria petrolifera della Libia rappresenta dunque un interesse strategico diretto, tanto più in una fase di crescente incertezza sui mercati energetici internazionali.

  • Accise: l’ambiguità fiscale

    Lo Stato guadagna dalle sole accise circa 390 milioni di euro per ogni centesimo di aumento per entrambi i carburanti, i cui consumi risultano di 11 miliardi di litri la benzina e 29 miliardi di litri il gasolio. Tuttavia, poiché sulle accise si applica anche l’IVA al 22% (la “tassa sulle tasse”), il guadagno complessivo per le casse pubbliche si conferma decisamente superiore. L’impatto stimato per il gettito dello Stato in questo contesto fiscale, considerando sia l’accisa che l’IVA, è che il solo aumento di 1 centesimo al litro garantisce al governo, con la benzina, circa 134 milioni di euro all’anno, mentre con il gasolio circa 341 milioni di euro all’anno. Di conseguenza il solo aumento di un centesimo del prezzo di carburanti assicura al governo un totale combinato di oltre 475 milioni di euro all’anno. A maggior ragione, se l’aumento dei carburanti risulta maggiore, per esempio di 10 centesimi al litro, il governo può contare su di un extra gettito notevolmente maggiore. La sola benzina assicurerebbe oltre 1,34 miliardi di euro all’anno, mentre con il gasolio si arriverebbe a 3,41 miliardi di euro all’anno. Il conto complessivo, quindi, sarebbe di 4,75 miliardi di euro all’anno, se l’aumento di 10 centesimi venisse applicato simultaneamente a benzina e gasolio.

    Considerando perciò che solo nell’ultimo anno la benzina è cresciuta di oltre 30 centesimi al litro questa ha determinato nuove entrate fiscali per oltre 4,1 miliardi. Il gasolio, viceversa, ha registrato un incremento ancora più marcato, superando i 45-50 centesimi al litro a causa delle tensioni geopolitiche e delle variazioni fiscali. In ragione del fatto che il consumo di gasolio è di circa 29 miliardi di litri, l’extra del gettito assicurato assicura aumenti di oltre 15 miliardi. L’aumento dei carburanti solo nell’ultimo anno ha assicurato, quindi, oltre 19 miliardi di nuove entrate fiscali, le quali invece di venire redistribuite sotto forma di diminuzione del carico fiscale sia sui carburanti che per le bollette energetiche (*) verranno utilizzate per finanziare le ultime promesse elettorali, come la detassazione della tredicesima.

    Nella ambigua logica fiscale italiana, quindi, non si possono tagliare le accise in quanto rappresenterebbe una riduzione fiscale “piatta”, della quale ne trarrebbe vantaggio anche chi possiede “una Ferrari”, esempio utilizzato nel lessico economico contemporaneo.

    Tuttavia, l’extra gettito fiscale determinato dagli aumenti di benzina e gasolio viene pagato proprio come una “flat tax”, ed ovviamente grava sulle fasce meno abbienti proprio sulla base del principio della utilità marginale decrescente del denaro sulla quale si basa, tra l’altro, la progressività delle aliquote fiscali (**). Senza dimenticare poi come il governo in carica usufruisca già da anni anche del Fiscal Drag come conseguenza di un’economia che cresce meno di un terzo rispetto all’inflazione (0,9% Pil/3,3% inflazione). In barba alla progressività tanto sbandierata da coloro che non sono d’accordo sul taglio delle accise, per contro le promesse elettorali verranno pagate in eguale misura da tutti i consumatori italiani ed in particolar modo dalle fasce meno abbienti.

    L’ambiguità fiscale viene confermata dalla imposizione sui costi energetici. Questa, infatti, viene approvata e sostenuta dal governo anche se piatta, ma la sua riduzione viene considerata inappropriata per la stessa ragione con la quale invece è stata adottata.

    (*) Nomisma prevede un aumento dei costi energetici del +23% per le famiglie e i +54% per le imprese.

    (**) https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-accise-e-la-progressivita-fiscale/

  • Guerra all’Iran per un’America grande

    Più il tempo passa, più diventa evidente che Trump non è un pazzo incoerente ma con lucidità criminale persegue l’obiettivo che ha sempre dichiarato: fare l’America (ancora) grande e cioè dominante nel mondo. Costi quel che costi.

    La guerra all’Iran, per quanto sia impopolare persino nel suo Paese, è per lui un tassello indispensabile per garantire che gli Stati Uniti possano continuare a rimanere la prima e l’unica grande potenza mondiale. Come? Garantendosi la certezza di diventare il quasi monopolista dell’offerta di gas e petrolio per tutti i mercati.

    Da quando si è sviluppato il metodo di ottenere entrambi dalle rocce sedimentarie chiamate scisti bituminosi gli USA sono diventati il primo produttore mondiale e, checché si dica o si faccia in merito alla “transizione verde”, gas e petrolio resteranno per molti anni ancora la fonte di energia primaria per tutte le economie e per lo sviluppo industriale. Chi è in grado di imporne il prezzo e di controllarne l’accesso acquisisce verso i clienti, volenti o nolenti che siano, il potere di condizionarli in ogni loro decisione politica. A tutt’oggi è l’OPEC, l’organismo che raggruppa molti dei più grandi produttori (ed è associato alla Russia), che fissa le quote di produzione e di conseguenza il prezzo pagato dai mercati. Chi produce ma non ne fa parte deve adattarsi o cercare di ritagliarsi uno spazio nel proprio mercato interno o presso clienti obbligati a comprare da loro. In questo caso, è comunque il riferimento ai prezzi decisi dall’OPEC a dettare le condizioni. Un esempio di come si può obbligare un potenziale cliente ad abbandonare i fornitori tradizionali per acquistare da uno anziché da un altro lo vediamo in Europa che, trascinata nella trappola ucraina e anti russa proprio dagli americani, ha interrotto forniture di gas e petrolio ai prezzi concordati molto favorevoli per poi comprare gli stessi prodotti dagli Stati Uniti e dai loro vassalli medio-orientali o norvegesi a prezzi maggiorati. Oltre all’Europa, due grandi importatori di gas e petrolio e con produzione interna quasi assente o comunque di gran lunga insufficiente sono la Cina, il Giappone e l’india. Senza contare tutti quei Paesi minori che, pur con economie piccole, devono comunque approvvigionarsene (detto per pura informazione: una porta-container o una nave da crociera possono consumare da 300 a 800 tonnellate di carburante al giorno ciascuna, in barba ai desiderata del “risparmio energetico” green).

    Occorre allora vedere chi sono attualmente i più grandi produttori di petrolio e gas e dove stanno le maggiori riserve utilizzate o ancora da utilizzare.

    Ebbene, il più grande produttore petrolifero sono oggi gli Stati Uniti, seguiti, in ordine, da Arabia Saudita, Russia, Canada, Iraq, Cina e Brasile. Per il gas: Stati Uniti, Russia, Iran, Cina e Qatar. Quanto alle riserve conosciute i maggiori detentori sono: Venezuela, Arabia Saudita, Iran, Canada, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Russia. Tra le riserve presenti ma meno attualmente sfruttate: Venezuela, Iran e Iraq.  A tutto ciò occorre aggiungere le possibilità nell’Artico che, se e quando utilizzate, potrebbero spostare molto in là il picco di produzione oggi stimato verso i cinquanta anni da oggi.

    Visti questi dati diventa comprensibile che, se gli USA considerano la Cina il più grande e pericoloso concorrente per l’egemonia mondiale, poter controllare la maggior parte delle forniture energetiche verso quel Paese consentirà a Washington avere, come si usa dire, il coltello dalla parte del manico. Ecco allora che diventa chiara l’azione aggressiva contro il Venezuela. Non importava, ma già lo sapevamo, di che tipo fosse il regime a Caracas, bensì contava interrompere le forniture in corso a favore di Pechino e impadronirsene in barba a ogni pseudo “diritto internazionale”. Inoltre, era e resta imprescindibile il fatto che ogni transazione di gas e petrolio si debba svolgere in dollari, garantendo così la supremazia di quella valuta negli scambi mondiali e quindi consentendo agli USA di continuare a emettere dollari a sbafo. L’Arabia Saudita è un problema minore perché i mezzi per condizionarla sono numerosi e il regime, pur con qualche velleità di indipendenza, non può permettersi di passare una “linea rossa”. L’Iraq è particolarmente instabile, corrotto e corruttibile e resta così un problema minore. Con la Russia Trump persegue da tempo un qualche accordo che, apparentemente, riguarda la guerra in Ucraina ma, in realtà, ha obiettivi molto più vasti. Che Mosca sia attualmente legata a Pechino a doppio filo è poco importante poiché tutti sanno che tra i due Paesi non c’è, ne è mai esistito, un rapporto d’amore ma solo di convenienza contingente, suscettibile di cambiare secondo le circostanze. Ciò su cui gli americani non possono transigere è che sia fatta salva la loro egemonia sull’Europa e la Russia lo accetti. Il Canada ha anch’esso qualche velleità di sganciarsi dalle prepotenze statunitensi soprattutto dopo le sparate trumpiane, ma non è nemmeno una tigre di carta visto che la sua economia è legata a doppio filo con quella del più grande e possente Paese che lo confina al sud.

    Tra i grandi produttori e con le maggiori riserve resta l’Iran e da qui si capisce il vero perché di questa guerra. Teheran, oltre alla retorica governativa anti-americana e anti-israeliana, a causa delle sanzioni si è pericolosamente avvicinata alla Cina a cui vende gas e petrolio con pagamenti in yuan e non in dollari. Se fosse ufficialmente riammessa sul mercato internazionale potrebbe sconvolgere tutti gli attuali equilibri di mercato e le sue potenzialità produttive potrebbero garantire le forniture di energia a tutti i potenziali concorrenti degli Stati Uniti. Ecco dunque la “necessità” di cambiare il regime degli Ayatollah per sostituirlo con qualcuno più disponibile a fare ciò che si è ottenuto con il Venezuela. Anche mettendo subito la produzione (e la vendita) gas-petrolifera sotto la tutela degli “amici” americani. Pechino ha ben chiara la situazione e, seppur in modo più discreto di quanto gli occidentali hanno fatto con l’Ucraina contro la Russia, sta aiutando l’Iran in questa nuova guerra che finisce, come l’altra, ad essere una guerra per procura. Poco importa se con i bombardamenti a tappeto si distruggono tutte le infrastrutture economiche del Paese e si massacrano centinaia di cittadini “desiderosi di democrazia”. Se gli americani riusciranno nel loro intento, cosa peraltro niente affatto sicura, poco importa persino se in futuro l’Iran si costruirà centrali atomiche e persino la bomba: ciò che conta è che tutto avvenga sotto la “giusta” tutela. D’altra parte l’amico Israele già ne possiede e a Washington nessuno ne è preoccupato. A proposito di Israele, occorrerebbe domandarsi quanto nelle stragi che stanno continuando a commettere a Gaza e in Libano conti la volontà di garantirsi la propria sicurezza e quanto invece il delirante desiderio di fare quella “Grande Israele” che i forsennati fanatici religiosi ritengono loro promessa dal loro dio.

    Come sempre, quando si scatena una qualunque guerra è necessario convincere le varie opinioni pubbliche e i propri soldati mandati al macello e di averlo fatto per nobili motivi, siano essi “l’esportazione della democrazia”, la “tutela dei diritti umani” o altre motivazioni benemerite e umanitarie di alcun genere. La verità è che, dietro le necessarie propagande dispensate in abbondanza da tutti i fronti, i motivi sono sempre economici e di potenza. Se qualcuno ancora ne dubitasse, vada a controllare con quali Paesi e con quali regimi chi vanta i propri “sacri valori” mantiene le migliori e più profonde relazioni. A partire dagli amici degli Stati Uniti ma senza dimenticare anche con chi la nostra Europa ha ottimi rapporti.

  • Quali potranno essere i possibili scenari futuri in ragione delle strategie adottate?

    Mentre la Germania, attraverso una apposita legge, ha abbassato il costo del Megawattore con l’obietto di fornire un sostegno reale all’industria pesante tedesca e, di conseguenza, all’intera filiera dell’automotive, in forte difficoltà a causa del costo dell’energia, in più abbassando anche tutti gli oneri impropri, il governo italiano si preoccupa invece delle riserve auree della Banca d’Italia,
    in primo luogo per poterle utilizzare a garanzia delle proprie future  manovre finanziarie, esattamente come nel passato si era cercato di fare per i risparmi privati.

    Va ricordato, come la Banca d’Italia custodisca circa 2.452 tonnellate d’oro, per un valore attuale che supera i 200 miliardi di euro. Di queste, quasi la metà (circa 1.100 tonnellate) si trovano nella sede della Banca d’Italia, mentre il resto è depositato in diverse località estere, principalmente negli Stati Uniti, ma anche in Svizzera e nel Regno Unito.

    Nel frattempo nel contesto mondiale la Cina sta aumentando significativamente il ritmo di stoccaggio del petrolio greggio utilizzando la medesima strategia adottata prima del covid, che venne adottata anche per gli approvvigionamenti delle materie prime. Basti pensare che nel solo mese di ottobre il trend di crescita abbia registrato un valore di circa 690.000 barili al giorno.
    Questa politica energetica tende a fornire delle garanzie allo stato cinese in previsione di qualche crisi internazionale.

    L’Italia, invece, continua ad aumentare il prezzo del gasolio che rappresenta quel fattore inflattivo determinante in considerazione del fatto che oltre l’80% delle merci viaggi su gomma. Il paradosso è rappresentato dal fatto che l’attuale quotazione del petrolio sia di poco superiore ai 64 dollari al barile mentre il prezzo medio del gasolio in Italia risulti di 1,7 euro a fronte della Germania dove è di 1,42 euro, in considerazione del livello retributivo medio in Germania (superiore del +37%) in Italia il costo energetico complessivo si trasforma in un fattore antieconomico determinante.

    La competitività di un sistema economico ed in particolare di un patrimonio industriale come quello italiano va tutelata attraverso una politica energetica adeguata esattamente come il livello di qualità della vita delle famiglie va assicurato attraverso delle bollette sostenibili. Entrambi questi obiettivi non possono essere raggiunti attraverso una politica di bonus relativi agli elettrodomestici o alle autovetture e tantomeno attraverso rimodulazioni delle aliquote fiscali o sconticini risibili del cuneo fiscale.
    Solo una visione strategica può assicurare un futuro ad una economia di trasformazione, basata quindi sul know how industriale e professionale combinato al costo dell’energia il quale  può diventare, se troppo elevato, il fattore decisivo nell’uscita dal mercato dei prodotti proprio a causa dell’effetto moltiplicatore energetico: con questo inaccettabile livello di strategie il nostro Paese si vede relegato ad un ruolo di figura comprimaria nello scenario economico internazionale.

    Esattamente come quello che verrà riconosciuto all’Unione Europea la quale, mentre gli Stati Uniti crescono del 2,8% e stringono accordi per investimenti di oltre 1000 miliardi con l’Arabia Saudita, l’istituzione europea esprime la propria visione strategica fissando al 2040 il limite per ridurre del 90% le emissioni.

    Queste miopi e assolutamente inadeguate strategie energetiche ed economiche assicurano la marginalità politica ed economica dell’Unione Europea e dall’interno della stessa Europa quella italiana.

  • L’Egitto contesta davanti all’Onu gli accordi marittimi tra Libia e Turchia

    L’Egitto ha presentato un memorandum ufficiale alle Nazioni Unite per rigettare una serie di misure e accordi marittimi adottati dalla Libia, incluso l’ultimo memorandum d’intesa con la Turchia. Come riferiscono media greci, Il Cairo definisce queste intese una “violazione della sovranità egiziana” e una lesione dei propri diritti nel Mediterraneo orientale. Il documento, datato 8 settembre, rifiuta espressamente l’accordo firmato il 25 giugno tra la compagnia libica Noc e la Turkish Petroleum Corporation (Tpao) per studi sismici in quattro aree offshore. Una di esse, la cosiddetta “Area 4”, ricadrebbe – secondo le autorità egiziane – entro i limiti della zona economica esclusiva (Zee) e della piattaforma continentale egiziana. Di conseguenza, Il Cairo respinge “qualsiasi misura, condotta o conseguenza giuridica derivante da questo accordo”.

    La posizione egiziana non riguarda solo l’intesa energetica, ma anche la definizione unilaterale da parte libica dei limiti della propria piattaforma continentale. Il Cairo richiama la propria legislazione nazionale, in particolare il decreto presidenziale 595/2022, e afferma che le rivendicazioni di Tripoli sono “incompatibili con la Convenzione Onu sul diritto del mare e con il diritto internazionale”. La disputa si inserisce in un contesto già segnato dal rafforzamento della cooperazione tra Tripoli e Ankara. Come già riportato da “Agenzia Nova”, il 27 giugno scorso il ministro del Petrolio del governo libico di unità nazionale, Khalifa Abdul Sadiq, ha incontrato a Tripoli l’omologo turco Alparslan Bayraktar per consolidare il partenariato energetico, con particolare attenzione all’esplorazione congiunta di giacimenti offshore. Un’intesa che ha subito inasprito le tensioni con la Grecia, impegnata in nuove gare internazionali per l’esplorazione di idrocarburi al largo di Creta. Atene ha risposto inviando due fregate e una nave militare nelle acque internazionali davanti alla Libia, ufficialmente per controllare i flussi migratori, una mossa percepita da Tripoli come “provocazione militare”.

    La Grecia, insieme a Cipro e all’Unione europea, si richiama alla Convenzione Unclos del 1982, che riconosce alle isole la capacità di generare zone economiche esclusive. Libia e Turchia, invece, si basano sulla Convenzione di Ginevra del 1958 e considerano sproporzionato che piccoli lembi di terra – come l’isola greca di Kastellorizo, a soli due chilometri dalla costa turca – possano estendere ampie Zee. Per Atene, le mosse di Tripoli e Ankara rappresentano un affronto giuridico e geopolitico. Per Il Cairo, un rischio diretto ai propri interessi energetici nel Mediterraneo levantino. Secondo osservatori, un’ulteriore destabilizzazione dell’EastMed metterebbe in pericolo rotte commerciali vitali per l’Italia e l’Europa, aprendo scenari di tensione anche con l’Unione europea, che in base all’articolo 42 del Trattato di Lisbona sarebbe tenuta a fornire assistenza a un Paese membro aggredito.

    Alcuni giorni prima dell’iniziativa egiziana il gruppo di lavoro congiunto libico-turco ha tenuto una riunione ad Ankara per affrontare la regolamentazione dei contratti firmati prima del 2011, la revisione degli accordi del 2024 e del 2025, e l’elaborazione di un piano operativo per riattivare i progetti di sviluppo rimasti bloccati. Secondo quanto riferito dal sito di informazione libico “Al Wasat”, l’obiettivo è stato quello di rafforzare la stabilità e la continuità delle iniziative comuni tra i due Paesi.  Durante l’incontro, le parti hanno evidenziato la crescita del 31% degli scambi commerciali tra Libia e Turchia nei primi otto mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. Entrambe hanno ribadito la necessità di consolidare questo slancio per rafforzare la cooperazione economica, sostenere nuovi progetti di investimento e sviluppare un partenariato strategico più solido, con particolare attenzione ai settori prioritari di infrastrutture, costruzioni, commercio e industria. La delegazione libica era guidata dal ministro dei Trasporti e consigliere finanziario del primo ministro, Mohamed al Shehaby, affiancato dal capo del Team per l’attuazione delle iniziative presidenziali e dei progetti strategici, Mustafa al Manie, dal sottosegretario del ministero dell’Economia e del Commercio, Suheil Abu Shaiha, dall’ambasciatore libico in Turchia, Mustafa al Qleib, oltre a rappresentanti di diverse agenzie governative. La delegazione turca, invece, era guidata dal ministro del Commercio, Omer Bolat, con il suo vice Ozgur Volkan Agar, il presidente dell’Associazione degli imprenditori turchi e direttori di vari ministeri e istituzioni.

  • Oleodotto in mano russa sfugge alle sanzioni e pompa dollari al Cremlino

    Il Caspian Pipeline Consortium (Cpc) è un consorzio misto tra aziende statali e compagnie occidentali che gestisce uno dei maggiori oleodotti al mondo: 1500 chilometri, inaugurati nel 2001, per trasportare il greggio dall’enorme giacimento kazako di Tengiz, nel bacino del Caspio al porto russo di Novorossiyrsk, sul Mar Nero. Da queste condutture passa l’80% di tutto il petrolio del Kazakhistan e su 63 milioni di tonnellate di flusso annuale di greggio, quasi 10 sono russe; i maggiori azionisti sono la Federazione Russa con una quota del 24%, la società statale kazaka KazMunayGas (19%) e la statunitense Chevron (15%). La stessa multinazionale possiede metà del giacimento di Tengiz e ne è l’operatore tecnico.

    Finora il Cpc ha versato nelle casse statali russe almeno 1,4 miliardi di dollari, a cui si aggiungono oltre 300 milioni all’anno di tasse, senza che le sanzioni per l’invasione dell’Ucraina intaccassero i proventi: né gli Usa né la Ue hanno decretato sanzioni per questo impianto. In origine, l’oleodotto fu progettato e realizzato, era l’epoca di Boris Eltsin, per promuovere gli interessi americani nell’ex Urss e della cordata che lo realizzò facevano parte la Chevron, Exxon-Mobil, Shell e altre, tra cui l’italiana Eni con una quota del 2%. Con l’arrivo di Putin, mentre la portata dell’oleodotto viene raddoppiata, Mosca fa valere sempre di più, anche con metodi ben poco ortodossi, la propria posizione. Nel maggio 2020 i manager occidentali si vedono addirittura accusare di avere documenti illegali e devono scappare dalla Russia. In assenza di un cda, la gestione dell’oleodotto passa, per statuto, al direttore generale, il russo Nikolai Gorban, ex vicepresidente della Transneft (la società che gestisce gli oleodotti russi) e fedelissimo del boiaro di stato putiniano (erano colleghi nel Kgb) Nikolay Tokarev. Dopo l’attacco russo all’Ucraina, l’oleodotto diventa un’arma di guerra, tramite una serie di stop delle forniture che provocano aumenti del prezzo del petrolio, nonostante le proteste degli azionisti non putiniani. Dall’inizio della guerra in Ucraina le società statali che ne sono azioniste hanno incassato dividendi per oltre 816 milioni.

  • Libia prima sponda dell’Italia per l’approvvigionamento di petrolio

    Nei primi sette mesi del 2024, i dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem) sulle importazioni di greggio in Italia delineano un quadro interessante e complesso delle dinamiche commerciali internazionali. In cima alla classifica dei paesi fornitori si trova la Libia, che si conferma il principale esportatore di petrolio verso l’Italia anche nel secondo trimestre dell’anno in corso. Nel periodo tra gennaio e luglio, l’Italia ha importato un totale di 7,39 milioni di tonnellate di greggio libico, pari al 22,3% del totale nazionale. Questo dato rappresenta una crescita significativa del 28,6% rispetto all’anno precedente, sottolineando l’importanza della Libia come partner strategico per le forniture di energia, nonostante la fragile situazione politica interna. Il dato subirà probabilmente una flessione nel trimestre in corso a causa del blocco petrolifero in Libia durato per tutto il mese di settembre.

    Al secondo posto ci sono i paesi dell’ex Unione Sovietica, in particolare Azerbaigian e Kazakhstan, che insieme hanno esportato verso l’Italia 10,63 milioni di tonnellate di greggio, coprendo il 32% delle importazioni totali. Tuttavia, questi paesi mostrano andamenti divergenti: mentre le importazioni dall’Azerbaigian sono diminuite del 13,8%, quelle dal Kazakhstan hanno registrato una crescita significativa del 29,7%, evidenziando un rafforzamento delle relazioni energetiche tra Italia e quest’ultimo. La terza area geografica di rilievo è il Medio Oriente, con l’Iraq che ha esportato 3,03 milioni di tonnellate, rappresentando il 9,1% del totale, nonostante un calo del 30,9% rispetto al 2023. L’Arabia Saudita segue con 2,15 milioni di tonnellate, pari al 6,5% del totale, ma anche qui si nota un calo importante del 23,8%. Complessivamente, le importazioni dall’intera area mediorientale si attestano a 5,48 milioni di tonnellate, rappresentando il 16,5% delle importazioni italiane, ma con una contrazione del 27,1%.

    Un’altra area di rilievo è l’Africa, che ha fornito il 35,9 per cento del greggio importato dall’Italia nel 2024, per un totale di 11,94 milioni di tonnellate. La Nigeria emerge come il principale fornitore africano dopo la Libia, con 2,1 milioni di tonnellate e un incremento del 31,3%. Anche paesi meno tradizionalmente noti per l’export petrolifero, come il Ghana e il Camerun, hanno mostrato un ruolo crescente, con un aumento rispettivamente del 104,3% e del 42,3% nelle loro esportazioni verso l’Italia. Infine, un dato interessante riguarda le importazioni dagli Stati Uniti, che ammontano a 3,21 milioni di tonnellate, coprendo il 9,7% delle importazioni totali italiane. Sebbene ci sia stato un calo del 14,7% rispetto all’anno precedente, gli Usa rimangono un fornitore importante. In generale, il 2024 ha visto una lieve diminuzione complessiva delle importazioni di greggio in Italia rispetto al 2023, con un calo del 3,3%.

  • La Libia aumenta la produzione di petrolio e torna primo fornitore dell’Italia dopo 10 anni

    La National Oil Corporation (Noc) della Libia ha dichiarato il 31 maggio che la sussidiaria Al Waha è riuscita ad aumentare la propria produzione di 40.000 barili al giorno, dall’ottobre 2022. Per la prima volta, l’azienda ha utilizzato la più recente tecnologia di perforazione direzionale, “Geosphere 3D”, per raggiungere le profondità del campo di Al Daffah durante la perforazione del pozzo orizzontale B220H, perforando una sezione orizzontale superiore a duemila piedi, secondo una dichiarazione della società. Il pozzo è stato completato e testato con risultati soddisfacenti superiori ai tremila barili. Nei prossimi giorni è prevista l’installazione di una pompa sommersa e di un regolatore di produzione VSD, per aumentare significativamente la produzione del pozzo. Le squadre tecniche della compagnia Al Waha hanno inoltre completato e testato il pozzo di sviluppo 6K5 nel giacimento di Gialo, ad una profondità di circa 11.000 piedi, raggiungendo una produzione di quattro mila barili al giorno. Il test è stato condotto anche a una profondità di due milioni di piedi cubi di gas naturale, mettendo il pozzo in linea di produzione in tempi record.

    Noc sta portando avanti diversi progetti per aumentare la produzione petrolifera del Paese membro del cartello petrolifero Opec dagli attuali 1,2 milioni di barili al giorno a 1,4 milioni di barili al giorno entro la fine del 2024, per poi salire a 2 milioni di barili nel corso del 2025. Mellitah Oil and Gas Company, joint-venture paritetica tra Eni e la National Oil Corporation (Noc) libica, ha recentemente perforato e testato “in tempi record” il nuovo pozzo FB-36 nel campo di El Feel (Elephant), nel bacino di Murzuq, 800 chilometri a sud di Tripoli, della capacità produttiva di 5.056 barili di petrolio al giorno. Lo ha riferito la Noc in una nota diffusa ieri sera. “Il presidente e i membri del consiglio di amministrazione della National Oil Corporation elogiano il comitato di gestione dell’operatore e tutti i dipendenti della Mellitah Oil and Gas Company che hanno contribuito alla realizzazione di questo lavoro”, si legge nel testo. Il giacimento di cui Eni è operatore estrae a regime oltre 80mila barili di petrolio di una qualità povera di zolfo e molto facile da raffinare.

    Secondo gli ultimi dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), dopo dieci anni la Libia è tornata ad essere il principale fornitore dell’Italia nel primo trimestre del 2024. Il Paese, infatti, ha importato circa 14,5 milioni di tonnellate di greggio, in calo del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2023. A spiccare è il ruolo assunto dall’Africa che in questo primo trimestre è arrivata a contare per il 38 per cento del totale importato (era il 30% nel primo trimestre 2023), guidata dalla Libia. Sale così a 10 il numero di Paesi africani da cui l’Italia ha importato greggio per un totale di 5,4 milioni di tonnellate, circa 800mila tonnellate in più rispetto allo stesso periodo del 2023 (+17%). In crescita anche i volumi in arrivo dai Paesi ex-Urss (+15,6%), guidati dal Kazakhstan (+43%), ma anche dagli Stati Uniti (+26%) divenuti quarto Paese importatore con un peso più che raddoppiato rispetto al 2022. In netto calo gli arrivi dal Medio Oriente, in particolare dall’Arabia Saudita (-47%) e dall’Iraq (-46%), in parte per effetto delle difficoltà di transito presenti nel Mar Rosso e dei conseguenti aumenti dei costi dei noli.

  • L’Angola annuncia l’uscita dall’Opec

    L’Angola ha deciso di uscire dall’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec). Lo ha annunciato lo scorso 21 dicembre il ministro delle Risorse minerarie, del petrolio e del gas, Diamantino de Azevedo, al termine di una riunione del Consiglio dei ministri presieduta dal presidente della Repubblica, Joao Lourenco. Lo riferisce l’agenzia di stampa angolana “Angop”.

    L’annuncio arriva in seguito a una disputa sulle quote di produzione petrolifera sorta dopo che lunedì scorso il governo angolano ha rifiutato la decisione del cartello d’imporre all’Angola un limite di produzione che riflettesse la diminuzione della capacità produttiva del Paese. “Non è stata una decisione presa alla leggera: è giunto il momento”, ha detto Azevedo. “Il nostro ruolo nell’organizzazione non è stato ritenuto rilevante”, ha aggiunto.

    Lo scontro tra il governo di Luanda e la leadership dell’Opec era iniziato in estate, quando il cartello aveva chiesto all’Angola di accettare un obiettivo di produzione ridotta per il 2024 che riflettesse le sue capacità in declino. La produzione del Paese è crollata di circa il 40 per cento negli ultimi otto anni, attestandosi a circa 1,14 milioni di barili al giorno, a causa dell’incapacità d’investire sufficientemente nei giacimenti petroliferi in acque profonde e obsoleti.

    Nella sua ultima riunione del mese scorso, l’Opec aveva così imposto una quota inferiore di 1,1 milioni di barili al giorno, al di sotto della produzione attuale del Paese. “Come Paese, quando partecipiamo, è per contribuire, aspettandoci risultati in linea con i nostri interessi”, ha affermato Azevedo. “Quando ciò non accade, diventiamo superflui e non ha più senso per noi rimanere nell’organizzazione”, ha aggiunto il ministro. Negli ultimi anni anche Qatar, Indonesia ed Ecuador hanno lasciato l’Opec per ragioni diverse. L’uscita dell’Angola riduce a 12 il numero di Paesi membri dell’organizzazione.

  • Cina e Arabia sempre più vicine

    Riceviamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 22 dicembre 2022

    La recente visita del presidente cinese Xi Jinping in Arabia Saudita, con i suoi riverberi commerciali e politici, dimostra, ancora una volta, che la strategia unipolare americana di isolare i potenziali sfidanti e avversari, con l’avallo di un’Europa miope, non funziona.

    La Cina ha siglato importanti accordi di fornitura di petrolio e di gas. E non solo. Negli incontri di Riyad ha rinforzato la partnership e la cooperazione con i Paesi del Golfo produttori di petrolio e con quelli della Lega Araba. Per questa ragione si è parlato di una visita storica.

    La prospettiva, naturalmente, è di far arrivare in queste regioni e nel Mediterraneo la nuova Via della seta, la Belt and Road Initiative (Bri) con tutti i suoi progetti infrastrutturali, tecnologici e industriali.

    Cina e Arabia Saudita hanno firmato un memorandum per coordinare le iniziative economiche della succitata Bri con il programma saudita «Vision 2030» di sviluppo industriale e manifatturiero. Gli accordi prevedono la cooperazione nei settori spaziali, nucleari, missilistici, delle nuove energie come l’idrogeno, e delle grandi infrastrutture tra cui la costruzione di «Neom», una città super moderna da 500 miliardi di dollari.

    Tra i contratti firmati vi è quello con Huawei, il gigante delle telecomunicazioni, che, nonostante l’opposizione americana, ha già degli accordi per la rete 5G con quasi tutti i Paesi del Golfo.

    È, quindi, naturale che la Cina abbia proposto di utilizzare lo yuan nei pagamenti per le forniture di energia e più in generale per gli scambi commerciali. Per i prossimi anni la Cina avrà bisogno di importare, non solo dalla Russia, grandi quantità di petrolio e di gas. D’altra parte, il 72% del petrolio e il 44% del gas consumati in Cina sono importati.

    Nel 2021 il commercio tra Cina e Arabia Saudita è stato di 87,3 miliardi di dollari, con un aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Di questi, 44 miliardi sono per il petrolio. Il 25% del petrolio saudita va verso la Cina. Si noti che nel 2021 l’Arabia Saudita era già il primo esportatore di petrolio in Cina, davanti alla Russia.

    Del resto i rapporti economici con la Cina sono in crescita da tempo. Nel 2010 la China Railway Construction Corp. ha costruito una ferrovia di oltre 18 km per trasportare i pellegrini alla Mecca. Più recentemente è stato siglato un accordo di lungo termine sull’energia tra la Sinopec e l’Aramco, le rispettive compagnie petrolifere nazionali.

    In uno studio del Ministero degli esteri cinese «China-Arab cooperation in the new era» si propongono una cooperazione monetaria con le banche centrali della regione e l’uso delle monete nazionali nei pagamenti.

    Dell’utilizzo dello yuan se ne parla da anni. Nel 2018 i cinesi hanno introdotto contratti petroliferi in yuan nel tentativo di internazionalizzare la loro moneta. I sauditi considerano di includere contratti future denominati in yuan nei modelli di formazione del prezzo del petrolio dell’Aramco.

    La supremazia del dollaro rimane, ma fortemente indebolita. Esso è usato nell’80% del commercio mondiale del petrolio. Tutto il petrolio saudita è ancora commerciato in dollari. Nelle riserve monetarie di Riyad vi sono più di 120 miliardi di dollari in Treasury bond americani. Non di meno, è opportuno notare che, dall’inizio del 1990, le importazioni Usa di petrolio dall’Arabia Saudita si sono ridotte a un quarto.

    Molti Paesi, anche alcuni tra gli alleati degli Usa, sono stati fortemente colpiti dal fatto che il sistema finanziario basato sul dollaro sia stato usato come arma di guerra nelle sanzioni contro la Russia, facendo venir meno la certezza di garanzia e di sicurezza.

    È ancora aperta, ma forse per poco, la «window of opportunity», cioè la possibilità di riorganizzare l’intero sistema economico, monetario e commerciale globale su una base moderna e più equa. È necessario però, che gli Usa abbandonino la pretesa primazia unilaterale per preparare con le altre nazioni, a cominciare dai Paesi del Brics, un nuovo Accordo di Bretton Woods. Tale necessità ci sembra sempre più urgente.

    L’Europa potrebbe avere un ruolo centrale in tale iniziativa multilaterale. Lo ripetiamo da tempo: il ruolo dell’Europa non può essere ancillare rispetto agli Usa. Ha tutte le carte in regola per essere protagonista attivo nella realizzazione di un nuovo assetto, multipolare, del mondo. Altrimenti, le tensioni geoeconomiche e geopolitiche potrebbero acuirsi a tal punto da rendere possibile un conflitto catastrofico.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

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