sfruttamento

  • Nel mondo 160 milioni di bambini lavorano anziché andare a scuola

    L’Unicef stima che più di 160 milioni di bambini siano coinvolti in forme di lavoro minorile, diffuso soprattutto nell’Asia-Pacifico e nell’Africa subsahariana. Secondo la Banca Mondiale, poi, 69 milioni di bambini soffrono di malnutrizione, e tre quarti di loro vivono nei Paesi in via di sviluppo.

    Famiglie con un tenore di vita inferiore ai due dollari al giorno, come accade al 40% della popolazione dell’Africa subsahariana, tendono a vedere nei figli una risorsa economica piuttosto che qualcuno da educare, tramite la scuola.

    Il lavoro minorile più diffuso è quello familiare: invisibile, difficile da quantificare, ma presente in ogni angolo del mondo. Il 72% dei minori lavoratori si muove tra campi, cucine, stalle e botteghe. Le cifre sono parlano di più di 122 milioni di bambini lavorano in agricoltura, solo 37 milioni nelle zone urbane. Tra i 5 e gli 11 anni, un bambino su quattro svolge mansioni pericolose per la salute, la sicurezza o la dignità. E chi non va a scuola ha più del doppio delle probabilità di lavorare. Le bambine poi in Paesi come Pakistan e Afghanistan sono costrette ad abbandonare la scuola molto prima dei loro coetanei maschi per occuparsi di cure domestiche, lavori informali o fare i conti con gravidanze precoci e matrimoni forzati.

    Esiste poi purtroppo anche la tratta di minori. Ogni anno migliaia di minori vengono sottratti alle loro famiglie con false promesse: un lavoro, un futuro, una cura. Secondo l’Unodoc (United nations office on drugs and crime), nel 2020 quasi 20.000 minori sono stati identificati come vittime di tratta. Ma il numero reale è molto più alto. La percentuale è triplicata in 15 anni. In Africa subsahariana, i bambini trafficati vengono sfruttati nel lavoro forzato. In America Centrale, le adolescenti finiscono in reti di sfruttamento sessuale. In Asia meridionale il matrimonio forzato è ancora pratica diffusa.

    «Il mondo ha compiuto progressi significativi nella riduzione del numero di bambini e adolescenti costretti al lavoro. Eppure, troppi bambini continuano a lavorare nelle miniere, nelle fabbriche o nei campi, spesso svolgendo lavori pericolosi per sopravvivere», ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice Generale dell’UNICEF. «Sappiamo che i progressi per porre fine al lavoro minorile sono possibili attraverso l’applicazione di tutele legali, l’estensione della protezione sociale, l’investimento in un’istruzione gratuita e di qualità e il miglioramento dell‘accesso al lavoro dignitoso per gli adulti. I tagli su scala globale dei finanziamenti minacciano di far retrocedere le conquiste faticosamente ottenute. Dobbiamo impegnarci a garantire che i bambini siano nelle aule e nei campi da gioco, non al lavoro».

  • US accused of using illegal workers at centre processing refugee claims in South Africa

    South Africa has accused the US of using Kenyan nationals without work permits at a facility processing applications by white South Africans for refugee status.

    Seven Kenyans were arrested after intelligence reports revealed that people “had recently entered South Africa on tourist visas and had illegally taken up work” at the centre, said a statement from South Africa’s department of home affairs.

    Washington accused South Africa of “interference” in its efforts to admit white Afrikaners as refugees, in a response issued to Agence France-Presse.

    The US is offering asylum status to Afrikaners as it says the community is facing persecution. South Africa’s government has rejected the claims.

    The US has reduced its yearly intake of refugees from around the world from 125,000 to 7,500, but says it will prioritise Afrikaners, who are mostly descendants of Dutch and French settlers.

    This is one of the issues that have caused a sharp deterioration in relations between South Africa and the Trump administration.

    South Africa says the Kenyan nationals arrested in Tuesday’s raid will now be deported and will be banned from entering the country for five years.

    They had previously been denied work visas but were found “engaging in work despite only being in possession of tourist visas, in clear violation of their conditions of entry into the country”, the statement said.

    South Africa also expressed concern that foreign officials appeared to have coordinated with undocumented workers and said it had reached out to the US and Kenya to resolve the matter.

    The home affairs department said the raid showcased the commitment that South Africa shared “with the United States to combating illegal immigration and visa abuse in all its forms”.

    No US officials were arrested and the operation was not at a diplomatic site, it said.

    While the State Department is yet to respond to the BBC’s request for comment, in a statement issued to US publications, Tommy Pigott, principal deputy spokesperson for the State Department, said the department was “seeking immediate clarification from the South African government” on the issue and expected “full cooperation and accountability”.

    “Interfering in our refugee operations in unacceptable,” US publication The Hill quoted Pigott saying.

    The processing of applications by white South Africans is being done by RSC Africa, according to the US embassy in South Africa. RSC Africa is a Kenyan-based refugee support centre operated by Church World Service (CWS).

    The BBC has asked RSC Africa for comment.

    US President Donald Trump has repeatedly claimed that Afrikaners are being subjected to a “genocide” in South Africa, even though there is no evidence that white farmers are more likely to be the victims of crime than their black counterparts.

    He offered Afrikaners refugee status earlier this year after South African President Cyril Ramaphosa signed a law allowing the government to seize land without compensation in rare instances.

    A first group of about 50 people flew to the US on a chartered plane – it is not clear how many others have moved, or are in the process of applying.

    Because of the legacy of the racist apartheid system, the majority of privately owned farmland in South Africa is owned by the white community and South Africa’s government is under pressure to provide more land to black farmers. However, it stresses that no land has yet been seized under the new law.

    South Africa has repeatedly tried to mend fences with the Trump administration, most famously when Ramaphosa led a high-level delegation to the White House earlier this year.

    However, this backfired when Trump ambushed him with images, videos and news reports allegedly showing that the government was persecuting white people.

    One video featured firebrand South African opposition figure Julius Malema singing: “Shoot the Boer [Afrikaner], Shoot the farmer”.

    However, a South African court has ruled that this song, which Malema often chants at his political rallies, is not hate speech.

    Last month, the US boycotted the G20 summit in South Africa and has said it would not invite South African officials to its meetings since it took over leadership of the grouping of the world’s biggest economies.

  • L’intelligenza artificiale si nutre di schiavi umani

    In un articolo pubblicato già nel 2023 Chiara Zappa ha messo in luce la faccia oscura dell’intelligenza artificiale. Ecco cosa ha scritto.

    ‘Una recente inchiesta di Time ha rivelato che OpenAI ha sfruttato, per perfezionare il suo prodotto, la manodopera dei dipendenti di una società kenyana, pagati con stipendi da fame per sottoporsi a ore di lavoro psicologicamente usurante. L’acronimo “Gpt”, infatti, sta per “Generative pretrained transformer”, letteralmente “Trasformatore preaddestrato generativo”: in pratica, queste “menti digitali”, per funzionare, devono appunto essere prima addestrate, e per la precisione nutrite di enormi quantità di testi reperiti a caso nella grande rete di internet, vasto deposito di linguaggio umano. Ma poiché molti di questi contenuti sono “tossici” – ovvero violenti, razzisti e pieni di pregiudizi – dai primi test è emerso come l’intelligenza artificiale assorbisse questa tossicità e la riproponesse poi nei colloqui con gli utenti. Come ovviare all’inconveniente? Siccome anche un team di centinaia di umani avrebbe impiegato decenni per esaminare e “ripulire” manualmente tutti i set di dati da dare in pasto ai software, era necessario costruire un ulteriore sistema di intelligenza artificiale in grado di rilevare un linguaggio tossico, per esempio l’incitamento all’odio, per poi rimuoverlo dalle piattaforme. In pratica, bisognava alimentare un’AI con esempi etichettati di violenza, pregiudizi, abusi sessuali, per insegnarle a riconoscerli da sola e, una volta integrata nel chatbot, a filtrare le risposte all’utente, rendendole eticamente più ortodosse. Così – ha rivelato Time – dal novembre 2021 OpenAI ha inviato decine di migliaia di frammenti di testo, che per i suoi contenuti raccapriccianti «sembravano usciti dai recessi più oscuri di internet», a una società di outsourcing in Kenya, dove alcune decine di etichettatori di dati leggevano e catalogavano centinaia di brani, su turni di nove ore, per un compenso compreso tra circa 1,32 e 2 dollari all’ora. Alcuni di loro hanno dichiarato di essere rimasti mentalmente segnati dalla mansione, con traumi e visioni ricorrenti legate ai contenuti esaminati. Mesi dopo, queste criticità avrebbero portato alla chiusura anticipata dei rapporti tra OpenAI e Sama, l’azienda appaltatrice, che ha sede in California ma impiega lavoratori anche in Uganda e India per clienti della Silicon Valley come Google, Meta e Microsoft. Nel frattempo, però, nel febbraio dell’anno scorso Sama aveva fatto partire un altro progetto pilota per OpenAI: raccogliere immagini sessuali e violente, alcune delle quali illegali per la legge statunitense, da etichettare e consegnare al committente. D’altra parte – ha dichiarato poi un portavoce di OpenAI – questo è «un passo necessario» per rendere più sicuri i suoi strumenti di intelligenza artificiale (tra cui figurano appunto quelli per la generazione di immagini). Alla fine, la natura traumatica del lavoro ha spinto Sama a cancellare tutti i suoi contratti con il colosso di San Francisco otto mesi prima del previsto. Ma la vicenda ha rappresentato un campanello d’allarme sul rovescio della medaglia di una tecnologia all’apparenza sinonimo di progresso per tutti e che invece, in alcune aree del mondo, va a braccetto con le più reiterate forme di sfruttamento. «Nonostante il ruolo fondamentale svolto da questi professionisti dell’arricchimento dei dati, un numero crescente di ricerche rivela le precarie condizioni di lavoro che essi devono affrontare», ha ammesso la Partnership on AI, rete di organizzazioni che operano nel settore. A Nairobi, dove un altro recente scandalo ha rivelato il caso dei locali moderatori di contenuti per Facebook, pagati un dollaro e mezzo all’ora per visualizzare scene di esecuzioni, stupri e abusi, l’analista politica Nanjala Nyabola è stata ancora più diretta: «Dovrebbe essere ormai chiaro che il nostro attuale paradigma di digitalizzazione ha un problema di lavoro – ha dichiarato -. Stiamo passando dall’ideale di un internet costruito attorno a comunità di interessi condivisi, a uno dominato dalle prerogative commerciali di una manciata di aziende situate in specifiche aree geografiche». Per Nyabola, autrice tra l’altro del libro “Digital Democracy, Analogue Politics” (Zed Books), «una massa critica di manodopera sottopagata viene reclutata nelle condizioni legalmente più deboli per sostenere l’illusione di un internet migliore. Ma questo modello lascia miliardi di persone vulnerabili a una miriade di forme di sfruttamento sociale ed economico, il cui impatto non comprendiamo ancora appieno». Una studiosa che queste dinamiche le ha, invece, ben chiare già da un po’ è Timnit Gebru, ingegnera informatica che nel dicembre 2020 è stata al centro di un caso per la sua improvvisa uscita da Google a Mountain View, dove lavorava come co-responsabile del gruppo di studio sull’etica dell’intelligenza artificiale. Gebru, che due anni prima aveva anche collaborato a uno storico studio sui pregiudizi razziali e di genere nel software di riconoscimento facciale, aveva infatti stilato un documento che evidenziava rischi e pregiudizi nei modelli linguistici di grandi dimensioni. Di fronte al suo rifiuto di ritirare il testo prima della pubblicazione, Google la licenziò in tronco. Oggi, la tenace scienziata 39enne ha deciso di provare a cambiare il settore nel suo nuovo ruolo di fondatrice del Dair, Distributed Artificial Intelligence Research Institute, che opera con ricercatori esperti di AI in tutto il mondo. «Le mansioni di etichettatura dei dati vengono spesso svolte lontano dal quartier generale della Silicon Valley: dal Venezuela, dove i lavoratori visionano immagini per migliorare l’efficienza dei veicoli a guida autonoma, alla Bulgaria, dove i rifugiati siriani alimentano i sistemi di riconoscimento facciale con i selfie classificati in base a razza, sesso e categorie di età. Questi compiti sono spesso affidati a lavoratori precari in Paesi come l’India, il Kenya, le Filippine o il Messico», rivela Gebru in un recente saggio scritto per la rivista Noema insieme ad Adrienne Williams e Milagros Miceli, che ha operato a stretto contatto con gli annotatori di dati in Siria, Bulgaria e Argentina. «Le aziende tecnologiche – denunciano le tre ricercatrici – si assicurano di assumere soggetti provenienti da comunità povere e svantaggiate, come rifugiati, carcerati e altre persone con poche opzioni di lavoro, spesso assumendole tramite aziende terze». Per cambiare rotta è necessario finanziare la ricerca sull’AI «sia come causa sia come prodotto di condizioni di lavoro ingiuste». I guru della tecnologia, ma anche i media, hanno oggi la responsabilità di mettere in luce il lavoro sfruttato dietro l’illusione di macchine sempre più simili agli esseri umani. Perché «queste macchine sono costruite da eserciti di lavoratori sottopagati in tutto il mondo». Che hanno il diritto di essere tutelati’.

  • Human rights groups warn of ‘surge’ in migrant worker deaths in Saudi Arabia

    Human rights groups are warning of a “surge” of deaths of migrant construction workers in Saudi Arabia, as it prepares to host the World Cup in 2034.

    Labourers are already dying from preventable workplace accidents in the country, according to Human Rights Watch and FairSquare which have both published reports today.

    Many such deaths are wrongly classified as having occurred due to natural causes and the families of workers are not compensated, the reports say.

    Both groups have called on the Saudi Authorities to ensure basic safety protections for the country’s huge migrant work-force.

    “The 2034 Saudi World Cup will be the largest and most expensive ever, but it could also have the highest cost in human lives, as millions of migrant workers build infrastructure, including 11 new stadiums, a rail and transit network, and 185,000 hotel rooms,” Minky Worden, director of Global Initiatives at Human Rights Watch, said.

    The warnings come a day after the President of FIFA, Gianni Infantino, visited the country along with Donald Trump – attending a US-Saudi investment forum.

    FIFA – football’s global governing body – says it has a “steadfast commitment to the protection and promotion of human rights in the context of its operations.”

    But Human Rights Watch has accused FIFA of failing to learn lessons from migrant worker deaths in the lead-up to the World Cup in Qatar in 2022.

    Data on migrant deaths is hard to come by in a country where human rights groups have very limited access and labour unions are banned.

    But Human Rights Watch interviewed the families of 31 workers from Bangladesh, India and Nepal who fell from heights, were crushed or decapitated by heavy machinery or were electrocuted.

    Heat is another major concern, as Saudi Arabia ramps up construction work in preparation for hosting the 2034 tournament.

    In March, a Pakistani foreman, Muhammad Arshad, was reported to have fallen from a construction site at a stadium being built in the eastern city of Al Khobar – the first death related to the World Cup.

    Last year, the Saudi government said that there had been “tangible achievements” in occupational health and safety, with rates of deaths and injuries decreasing.

    FIFA also praised “significant steps” taken by Saudi Arabia to reform its labour laws since 2018.

    But the global construction worker’s union, BWI, said there had been an “alarming rise” in accidents that could have been prevented.

    “These are the result of systematic negligence, corruption and inadequate oversight and accountability,” said BWI General Secretary, Ambet Yuson.

    And Saudi medical authorities rarely conduct autopsies to establish the exact cause of migrant workers’ deaths, according to FairSquare.

    “Hundreds of thousands of young men, many of whom have young families, are being pitched into a labour system that poses a serious risk to their lives, a medical system that doesn’t have the capacity to determine the cause of their deaths, and a political system that doesn’t appear to either protect them or find out how they died, let alone compensate the families shattered by Saudi Arabia’s negligence,” FairSquare co-director James Lynch said.

    He described FIFA’s human rights policies as a “sham.”

    “While FIFA praises Saudi Arabia to the rafters and highly-paid western law firms generate vast profits for curating Saudi’s reputation, children in places like Nepal grow up without their fathers and never even learn how they died, he said.”

    FIFA told Human Rights Watch that it plans to establish a workers’ welfare system dedicated to mandatory standards and enforcement mechanisms for World Cup-related construction and service delivery in Saudi Arabia.

    In a letter it said: “We are convinced that the measures implemented to ensure construction companies respect the rights of their workers on FIFA World Cup sites can set a new standard for worker protection in the country and contribute to the wider labour reform process, helping to enhance protections for workers on World Cup sites and beyond.”

    But Human Rights Watch said no further details were provided on how the welfare system would work.

    “Saudi authorities, FIFA, and other employers should ensure that all migrant worker deaths, regardless of perceived cause, time, and place are properly investigated and that families of deceased workers are treated with dignity and receive fair and timely compensation,” the group said.

    The BBC has approached the Saudi authorities for comment.

  • In Italia 200mila lavoratori sottopagati nel settore agricolo

    L’ultimo Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, giunto alla sua settima edizione e presentato a fine 2023, ha censito tra gli 8mila e i 10mila lavoratori irregolari nell’agricoltura in Piemonte, oltre 6mila in Trentino, più di 10mila in Basilicata, circa 12mila in Calabria, per un totale in tutto il Paese di 200mila unità. Il settore agricolo italiano vale 73,5 miliardi di euro e su un totale di 3.529 controlli condotti l’anno scorso dall’Ispettorato nazionale del lavoro sono emerse 2.090 irregolarità, (59,2% dei casi esaminati). Nel complesso del settore agroalimentare italiano, reati e illeciti amministrativi risultano in aumento del 9,1%.

    Secondo i dati elaborati dall’Osservatorio Placido Rizzotto, è di circa 6.000 euro la retribuzione mediana lorda annuale dei dipendenti agricoli in Italia, e di 7.500 euro quella media. Il VII Rapporto Agromafie e caporalato dedica particolare attenzione all’emergenza del lavoro povero nel settore e al collegamento fra precarietà e lavoro nero, fornendo uno spaccato dei numerosi problemi che affliggono il settore primario. Lo sfruttamento della forza lavoro non riguarda solo il Meridione del Paese, ma anche le regioni del Centro e del Nord, e si incrocia spesso con attività condotte dalla criminalità organizzata.

    Nel piacentino tre lavoratori sfruttati nei campi della Bassa e della Val d’Arda hanno ottenuto il permesso di soggiorno grazie all’applicazione del nuovo articolo 18-ter, che tutela le vittime di grave sfruttamento lavorativo (altri due hanno già fissato l’appuntamento in questura) in seguito a un’operazione dei carabinieri a Cortemaggiore, che ha portato all’arresto di due cittadini indiani a cui è stato contestato di aver reclutato e sfruttato manodopera straniera, costretta a lavorare fino a 13 ore al giorno per 5 euro l’ora. L’indagine era partita nell’estate del 2024, quando i carabinieri della stazione di Cortemaggiore notarono i movimenti quotidiani di numerosi furgoni che, alle prime luci dell’alba, si spostavano nelle campagne della Bassa piacentina trasportando numerosi cittadini stranieri i quali, come poi accertato, venivano scaricati su terreni agricoli dove prestavano la loro opera di braccianti sino alla sera, per poi essere prelevati con gli stessi furgoni. L’attività investigativa, unita agli accessi ispettivi svolti congiuntamente dai militari della Compagnia di Fiorenzuola e del Nucleo ispettorato del lavoro (Nil), ha permesso di documentare le condizioni di sfruttamento a cui erano assoggettati i lavoratori.

  • Shein lawyer refuses to say if it uses Chinese cotton

    A senior lawyer representing Shein has repeatedly refused to say whether the company sells products containing cotton from China, prompting an MP to brand her evidence “ridiculous”.

    Yinan Zhu, general counsel for the fast-fashion giant, confirmed its suppliers did manufacture products in the country, but declined to say whether they used Chinese cotton.

    Firms that source clothing, cotton, and other products from the Xinjiang region in the north west of China in particular have come under pressure following allegations of forced labour and human rights abuses.

    Ms Zhu’s refusal to answer questions was met with backlash from a committee of MPs, who accused her of “wilful ignorance”.

    Shein has grown rapidly since it was founded in 2008, and saw its business boom during the pandemic.

    Its steep rise has meant the company has gone from a little-known brand to one of the biggest fast fashion retailers globally, shipping to customers in 150 countries.

    But the company, which was founded in China but is now headquartered in Singapore, has come under fire over its environmental impact and working practices, which include allegations of forced labour in supply chains. Shein has denied this.

    China has been accused of subjecting members of the Uighur, a mainly Muslim ethnic minority, to forced labour. In December 2020, research seen by the BBC showed that up to half a million people were being forced to pick cotton in Xinjiang, but Beijing has denied any rights abuses.

    The allegations have led to some big fashion brands, including H&M, Nike, Burberry and Adidas, removing products using Xinjiang cotton, which has led to a backlash in China, and boycotts of the companies.

    On Tuesday, MPs on the Business and Trade committee repeatedly challenged Ms Zhu over whether Shein products contained Chinese cotton and in particular cotton from Xinjiang.

    Ms Zhu declined to answer and asked if she could write to the committee following the hearing.

    She told MPs that the company does not own any factories or manufacturing facilities, but works with a large network of suppliers, mostly in China, but also in Turkey and Brazil.

    She added that Shein complied with “laws and regulations in the countries we operate in”.

    Ms Zhu said its suppliers were required to sign up to robust standards and that third party agencies carried out thousands of audits.

    Challenged on whether the company specifically prohibits its suppliers from sourcing cotton from Xinjiang as part of its checklist of conditions, she said: “I’m going to have to ask for permission to write back to this.”

    The hearing came after the BBC reported the company had filed initial paperwork to list shares on the London Stock Exchange, which could value it at £50bn.

    Ms Zhu refused to provide answers on the potential listing.

    Charlie Maynard, a Liberal Democrat MP on the committee, hit out at Ms Zhu’s comments, and accused her for “wilful ignorance”.

    “I am on your website and I can see about 20 products which are all cotton…. and yet you say to our chair that you can’t state whether Shein is selling any products which are made in China, which are made of cotton? I find that completely ridiculous,” he said.

    “You mention every other spot of the compass, but you don’t mention west China, you don’t mention Xinjiang at all. It’s wilful ignorance.”

    Ms Zhu responded saying she was “doing the best I can”, and was “giving answers to the best of my ability”, which prompted Maynard to reply: “That is simply not true.”

    Appearing exasperated, Liam Byrne, chair of the committee, said for a company that sells £1bn worth of goods to consumers, and was looking to list in the UK, the committee had been “pretty horrified by the lack of evidence” Ms Zhu had provided.

    “You can’t tell us anything about listing, you can’t tell us anything about cotton in Shein products, and you can’t tell us much, in fact.”

    Byrne added that Ms Zhu’s reluctance to answer basic questions “bordered on contempt of the committee”.

    In contrast, fellow fast-fashion retailer Temu told the committee that it did not permit sellers from the Xinjiang region to sell products on the platform.

    Stephen Heary, senior legal counsel at Temu, said: “Any issues of labour practices are something that we take fundamentally very seriously.”

    Byrne said the company had given “some reassurance” over its supplier agreements.

  • Apple accusata di usare minerali provenienti da zone di conflitto

    La Repubblica Democratica del Congo ha denunciato le filiali del colosso tecnologico Apple in Francia e Belgio accusandole di usare minerali in zone di conflitto. Agendo per conto del governo congolese, gli avvocati hanno sostenuto che Apple è complice di crimini commessi da gruppi armati che controllano alcune delle miniere nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. La società statunitense ha affermato di “contestare fermamente” le affermazioni e di essere “profondamente impegnata nell’approvvigionamento responsabile” di minerali.

    Le autorità in Francia e Belgio esamineranno se ci sono prove sufficienti per proseguire con l’azione legale.

    In una dichiarazione, gli avvocati della Repubblica Democratica del Congo hanno parlato della contaminazione della filiera di Apple con “minerali del sangue”. Affermano che lo stagno, il tantalio e il tungsteno vengono prelevati da aree di conflitto e poi “riciclati attraverso filiere di fornitura internazionali, sottolineando che queste attività hanno alimentato un ciclo di violenza e conflitti finanziando milizie e gruppi terroristici e hanno contribuito al lavoro minorile forzato e alla devastazione ambientale. Apple ha respinto le accuse affermando di mantenere i suoi “fornitori ai massimi standard del settore”.

    L’est della Repubblica Democratica del Congo è una delle principali fonti di minerali e la sete globale di questi minerali ha alimentato guerre per decenni.

    I gruppi per i diritti umani hanno a lungo affermato che grandi quantità di minerali provenienti da miniere legittime, così come da strutture gestite da gruppi armati, vengono trasportate nel vicino Ruanda e finiscono nei nostri telefoni e computer.

    In passato, il Ruanda ha descritto l’azione legale del governo congolese contro Apple come una trovata mediatica, negando di aver venduto minerali di aree di conflitto alla società tecnologica.

  • Perché accade?

    Di fronte a certe tragedie, delitti, nefandezze in molti ci chiediamo perché, come è potuto succedere.

    Perché gli uomini di Hamas hanno violentato, torturato, ucciso tante persone innocenti ed indifese, perché Putin, stravolgendo ogni regola internazionale, ha deciso di diventare un criminale dando il via libera ad altri criminali che in Ucraina, a suo nome, hanno trucidato donne, uomini, vecchi e rapito bambini, perché ci sono nel mondo così tanti assassini e pedofili, perché un uomo uccide la moglie, una donna che non vuole sottostare al suo potere, perché un datore di lavoro, un lavoro irregolare e mal pagato, lascia morire senza soccorsi un uomo con il braccio troncato da un suo macchinario?

    Perché, nonostante la maggior parte di noi si consideri una persona “corretta, responsabile, giusta”, viviamo, invece, in una realtà fatta di violenze e soprusi, di ingiustizie e violenze?

    Il male è forse più forte del bene o invece il problema è che il buonismo ha preso il posto della capacità di essere buoni e ci ha tramutati da giusti in indifferenti?

    Pecunia non olet, il denaro non puzza e per averlo troppi sono disposti a tutto, denaro e potere, anche il piccolo potere da esercitare verso un essere più debole, anche contro un piccolo animale pur di sentirsi forti guerrieri del macabro.

    Satnam, scaricato in strada morente, senza che a nessuno fosse stato permesso, per volere del “padrone”, di chiamare i soccorsi, è l’ennesima vittima di una società nella quale ogni rispetto per la dignità e per vita è stato cancellato, sepolto, annullato.

    Una società dove violenza, interesse, stupidità, cinismo, indifferenza, cattiveria si mescolano insieme in una miscela tragica che induce a sperare, con tutte le forze, che esista l’inferno, la dannazione eterna per tutti coloro che con tanta crudeltà hanno fatto e fanno scempio della vita altrui.

    Intanto aspettiamo la nostra giustizia, lenta, farraginosa, spesso distratta e come tanti altri scriviamo parole nella speranza che un po’ di empatia, di umanità arrivi nella mente e nel cuore di chi pensa solo al denaro ed al potere.

  • La Cina non perde il vizio di copiare

    E’ finito ancora una volta sotto i riflettori, in negativo, il colosso cinese di fast fashion Shein. Motivo? E’ accusato di aver copiato un famoso, e ben riconoscibile, modello di borsetta a tracolla prodotto dall’azienda giapponese di abbigliamento Uniqlo che ha annunciato di aver fatto causa al gruppo cinese. Il capo, di piccole dimensione, è stato tra i prodotti più acquistati nell’ultimo anno diventando famosissimo e per questo, come spiegato da Uniqlo, è stata necessaria la citazione in giudizio perché l’azienda di e-commerce sta intaccando la fiducia dei consumatori nel suo marchio.

    Da alcuni anni Shein viene periodicamente denunciata o criticata per la sua pratica di riprodurre modelli di abiti o accessori di marchi più o meno famosi rivendendoli a prezzi più bassi. E numerose sono state, e continuano ad essere, le inchieste giornalistiche secondo le quali dietro i prezzi molto bassi dei prodotti si celerebbero pratiche di sfruttamento dei lavoratori ed un grosso impatto ambientale.

    Fondata nel 2008 dall’imprenditore cinese Chris Xu a Nanchino, in Cina Shein all’inizio vendeva abiti da sposa comprati nei mercati all’ingrosso, successivamente si è aperta al mercato dell’abbigliamento normale anticipando la diffusione delle vendite on line dei vestiti. Si stima che oggi l’azienda abbia un valore di 100 miliardi di dollari.

  • Schiavismo in Cina, denuncia contro le case automobilistiche tedesche

    I gruppi automobilistici tedeschi Volkswagen, Bmw e Mercedes-Benz sono stati denunciati dall’organizzazione non governativa Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr) per sfruttamento del lavoro forzato in Cina. Presentata all’Ufficio federale tedesco per l’economia e i controlli sulle esportazioni (Bafa), la denuncia accusa le aziende di non aver fornito alcuna prova di un’adeguata gestione del rischio di lavoro forzato nei loro impianti nello Xinjiang.

    Si tratta della regione autonoma della Cina nord-occidentale popolata dagli uiguri, minoranza turcofona di religione islamica che, sulla base di numerose testimonianze, si ritiene sia oggetto di repressioni da parte delle autorità di Pechino. La legge sulle catene di approvvigionamento in vigore in Germania obbliga le aziende a migliorare la protezione dell’ambiente e dei diritti umani lungo le filiere globali. In particolare, le imprese che producono all’estero o vi fanno fabbricare parti dei propri beni devono assumersi la responsabilità dei processi di produzione e delle condizioni di lavoro presso fornitori. Come autorità di controllo, il Bafa monitora il rispetto della legge sulle catene di approvvigionamento e può sanzionare i trasgressori. Ora, la denuncia dell’Ecchr contro Volkswagen, Mercedes-Benz e Bmw è sostenuta dal Congresso mondiale degli uiguri e dall’Associazione degli azionisti etici di Germania.

    Nello Xinjiang, il primo dei tre gruppi ha una fabbrica per l’assemblaggio delle auto, che gestisce con il partner cinese Saic. Al momento, l’azienda sta preparando un’indagine indipendente sull’impianto ed è “in buoni colloqui” con Saic. In merito alla denuncia dell’Ecchr, Volkswagen si è detta sorpresa, aggiungendo che la esaminerà prima di commentarla. In passato, l’azienda ha ripetutamente affermato di non essere coinvolta in violazioni dei diritti umani. A sua volta, Bmw ha comunicato di “prendere molto sul serio” segnalazioni come quella dell’ong e ha precisato di non essere direttamente attiva nello Xinjiang. A ogni modo, il gruppo è in contatto con i fornitori e li esorta a chiarire eventuali dubbi. Nel caso in cui le accuse fossero ritenute valide e verificabili, verrebbero intraprese azioni appropriate per garantire il rispetto degli standard di approvvigionamento responsabile. Da parte di Bmw non è stato rilasciato alcun commento riguardo alla denuncia dell’Ecchr.

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