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  • L’Unità non è Radio Radicale, Conte userà i soldi dei contribuenti per pagarne i debiti

    Arriva il reddito di cittadinanza anche per l’Unità. Il governo Conte ha infatti incassato senza presentare appello tre sentenze del tribunale di Roma che la condannano a pagare alle banche creditrici i debiti di Unità spa, la società editrice dello storico quotidiano del Pci fondato da Antonio Gramsci. Il quotidiano non va in edicola da oltre due anni, ma diversamente da quanto accaduto per Radio Radicale la maggioranza di governo (nella quale il M5s ha rimpiazzato la Lega col Pd) non ha battuto ciglio di fronte alla somma di 86,1 milioni di euro di soldi, pubblici e del contribuente, che ora dovrà versare. La condanna che il governo ha incassato senza fare ricorso nasce dalla garanzia che, Massimo D’Alema premier, Palazzo Chigi assunse il 5 febbraio 2000, riguardo ai debiti che già allora affliggevano la testata. Le banche accettarono quella garanzia, anche per il vasto numero di immobili di proprietà del partito, e metà dell’importo da saldare venne pagata facendo ricorso alle entrate del finanziamento pubblico ai partiti. L’altra metà è invece rimasta in sospeso, mentre il patrimonio dei Ds andava disperso (anche per lo scioglimento dei Ds stessi nel Pd) e le banche hanno quindi agito per via giudiziaria, vedendosi riconosciute le proprie ragioni. A dispetto del processo eterno che entrerà in vigore dall’1 gennaio con l’abolizione della prescrizione, nonostante la manifestazione degli avvocati davanti alla Cassazione nei giorni scorsi, il premier – di professione avvocato – non ha ritenuto il caso di oberare ulteriormente la giustizia italiana in merito all’esborso che ora dovrà sostenere con i soldi di quei contribuenti di fronte ai quali si vanta di aver ridotto la tassa sulla plastica dopo essere stato quello che l’ha creata ex novo.

  • Per Putin anche i giornalisti sono ‘agenti stranieri’ e vanno controllati

    Giornalisti alla pari degli 007. Accade in Russia dove Putin ha firmato un decreto legge a dir poco liberticida in cui si equiparano giornalisti, blogger e tutti coloro sospettati di ricevere supporto finanziario o altro materiale da organizzazioni di media esteri agli ‘agenti stranieri’. Il provvedimento si affianca ad una precedente legge approvata dal Cremlino nel 2012 per arginare l’attività degli agenti segreti veri sul territorio russo, emanata in seguito alle proteste antigovernative nel Paese per la salita al potere di Putin. Gli attivisti per i diritti umani vedono in questo nuovo editto una tattica brutale per colpire le voci critiche contro il governo e un modo per invadere la vita e la sicurezza dei giornalisti. Dal canto suo Mosca afferma che la legge è ‘solo’ una risposta alla decisione del governo degli Stati Uniti di vietare al canale di Stato russo RT la sua unità operativa sul territorio statunitense come secondo il Foreign Agents Registration Act.

  • Il negazionismo dei principi democratici 4.0

    Il concetto di negazionismo ci riporta immediatamente ai drammi legati alla Seconda Guerra Mondiale e più precisamente ad esponenti privi di ogni collegamento con la realtà e mossi da motivazioni volgarmente politiche ed ideologiche i quali  intendevano, allora come oggi, con le proprie tesi negare il dramma dell’Olocausto e delle  Foibe.

    Un sistema Democratico il quale, per definizione, deve assicurare  la libertà di opinione presenta spesso dei costi impliciti e con difficoltà sostenibili, in più irritanti per il contenuto di queste tesi antistoriche ed antidemocratiche. Espressioni queste di un vero e proprio approccio ideologico alla storia se si considera come siano stati necessari oltre cinquant’anni  per ottenere il riconoscimento del dramma delle Foibe, fino a pochi anni fa indicate anche nei libri di storia come semplici cavità carsiche.

    La grandezza del sistema Democratico permette, per sua stessa definizione ed applicazione, ancora oggi che associazioni come l’Anpi (la quale in più percepisce anche fondi pubblici dallo Stato) offrano il proprio supporto logistico e finanziario ai divulgatori della dottrina negazionista delle Foibe. In altre parole il concetto Democratico di libertà di opinione presenta anche delle aberrazioni che non ne inficiano assolutamente il valore e significato ma soprattutto non ne autorizzano alcuna deroga nella propria applicazione.

    Nell’era della comunicazione totale, come quella contemporanea, si affermano nuove  forme di negazionismo nonostante un  maggior livello di conoscenza che “la rete”, con le proprie diverse fonti di informazioni, assicura all’utenza. In questo senso, solo come semplice esempio, assumono i caratteri del grottesco le affermazioni del presidente del Consiglio il quale si ostina ad affermare di aver ridotto il carico fiscale complessivo  quando si possono tranquillamente ridicolizzare queste affermazioni anche attraverso un semplice accesso in rete ed una  visione delle analisi ricche di dati ed accessibili a chiunque senza fornire alcun documento di identità (https://www.ilpattosociale.it/2019/10/24/la-vera-insostenibilita-quella-fiscale/).

    Questo risibile negazionismo relativo agli effetti della finanziaria del presidente Conte, tuttavia, se contribuisce a svilire il valore quanto lo spessore istituzionale riconosciuto alla carica istituzionale trae origine dall’evidente  distacco dalla realtà del protagonista dalla impossibilità di contestare l’affermazione il presidente mente alla divulgazione della rete internet e quindi ora evidenziato facilmente dai contenuti disponibili democraticamente in rete.

    Contemporaneamente il tentativo da parte della attuale maggioranza  di richiedere un accesso alla rete “controllato” rappresenta un aspetto molto più pericoloso di quanto venga ancora oggi percepito. La motivazione di questa modifica di utilizzo della rete viene indicata nella ricerca di una individuazione certa nel caso di una  responsabilità individuale relativamente ai contenuti  in rete indicati come impropri. Una definizione ma soprattutto un parametro assolutamente arbitrario e soggettivo che nulla ha in comune con le tesi negazioniste che la storia ha ampiamente e soprattutto oggettivamente annullato. In più le normative attuali del nostro ordinamento giudiziario già permettono  un ampio controllo e una eventuale capacità repressiva nell’avvio di una azione di responsabilità. In considerazione, in più, del fatto che buona parte delle persone oneste utilizzano il proprio computer o il proprio cellulare al fine di usufruire dei contenuti presenti in rete o per inserirne di propri.

    Viceversa, la volontà di questa maggioranza parlamentare, che aveva già intrapreso questa iniziativa politica tempo addietro con la richiesta di una commissione di valutazione relativa alle fake news ed ai divulgatori d’odio, esprime implicitamente una volontà di controllo dei contenuti basandosi solo su parametri soggettivi legati ad una ideologia e ad una posizione politica del governo alternativamente in carica.

    In altre parole, mentre il dramma dell’Olocausto così come quello come delle Foibe, pur essendo oggetto di teorie negazioniste, risultano ridicolizzate dai riscontri oggettivi storici, viceversa il controllo dell’accesso alla rete e l’istituzione di una commissione per le fake news rappresentano invece il malcelato desiderio da parte della classe politica di vigilare non solo la rete ma soprattutto l’intenzione di porre un controllo relativo ai contenuti influendo sulla loro divulgazione. Attraverso il controllo della rete e del suo accesso si offrono gli strumenti ad una classe politica particolarmente antidemocratica di diminuire il livello di democraticità che la rete stessa  assicura come propria caratteristica istituzionale.

    Siamo di fronte, di conseguenza, ad un negazionismo “dei Principi Democratici 4.0” imputabile ad un gruppo di  parlamentari i quali intendono eliminare o quantomeno ridurre e successivamente controllare tutti i contenuti che risultano lontani dal proprio gradimento.In considerazione poi anche del fatto che avendo perso molto valore, e quindi peso ed influenza, i contenuti dei media tradizionali come tv e giornali, spesso espressione di lobby, automaticamente diventa strategico  un controllo della rete.

    Una sempre migliorabile democrazia imperfetta per definizione rappresenta una forma di governo superiore  a qualsiasi “sistema di controllo perfetto” nel quale ad un sovrano, un dittatore come ad un governo democraticamente eletto vengano riconosciuti e concessi i poteri di valutazione  dei contenuti quanto della forma presenti in  rete. In questo sostanzialmente consiste il vero obbiettivo da raggiungere attraverso l’istituzione della commissioni relativa alle fake news, o divulgatori di odio, o anche al controllo di identità nell’accesso alla rete.

    E’evidente, quindi, e logica conseguenza, come la motivazione politica da cui trae la propria origine questo “negazionismo dei Principi Democratici 4.0” sia espressione di una volontà che non ha nulla da invidiare alla ideologia negazionista dei drammi dell’Olocausto e delle Foibe. Qualsiasi volontà di  controllo declinata poi in censura risulta nata sempre con i migliori presupposti e le migliori intenzioni per salvaguardare qualcuno o qualcosa…

    Sempre.

  • In attesa di Giustizia: fake news

    Da diversi giorni infuria la polemica  sulla decisione della CEDU relativa al c.d. ergastolo ostativo (quello che, per intenderci, preclude qualsiasi beneficio ai condannati) che, secondo i giuristi del Fatto Quotidiano avrebbe addirittura ucciso di nuovo Falcone e Borsellino. Linea editoriale e di pensiero cui si è adeguata la maggior parte degli organi di informazione ingenerando subliminalmente  il timore nell’opinione pubblica che, a stretto giro, feroci criminali mafiosi torneranno – come recita il codice penale – a “scorrere in armi le campagne”.

    Non Il Patto Sociale: in questa rubrica cerchiamo solitamente di offrire ai lettori dei dati e strumenti di conoscenza perché talune notizie possano essere da loro stessi comprese e valutate evitando, finché è possibile, di esprimere punti di vista soggettivi.

    Annotare un certo modo di fare giornalismo, diffondendo notizie false oppure approssimativamente illustrate, fa insorgere un primo dilemma: si tratta solo di impreparazione generalizzata di coloro i quali  – pure – sono addetti al settore della cronaca giudiziaria oppure la scelta di allarmare ed indignare gratuitamente è funzionale ad intercettare il populismo giustizialista imperante?

    Necessità di garantire la vendita di un numero elevato di copie al pubblico manettaro o servile complicità con i nuovi padroni della politica? Quale che sia la risposta ai quesiti che ci siamo posti si ricava come unica certezza che la disinformazione sui temi della giustizia penale è ormai una regola e che l’indipendenza dei media da fattori economici o politici è una chimera.

    Proviamo, allora, a fare chiarezza sul tenore della recente decisione della Corte Europea sull’ergastolo ostativo: quest’ultima ha unicamente affermato il contrasto ai principi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo dell’automatismo normativo che sottragga ad un Giudice la possibilità di verificare se anche per un ergastolano sia praticabile l’avvio di un percorso di recupero, magari dopo decenni di reclusione.

    Nessun rischio per la collettività, dunque, per le paventate, imminenti e terrifiche liberazioni di killer e capi cosca. Si tratta solamente solo della restituzione di un vaglio complesso, difficilissimo, non scontato e tormentato per chi lo deve assumere, alla sua sede naturale: la giurisdizione, come dimostra paradigmaticamente un caso al quale, peraltro, si è dato ampio risalto.

    Gli organi di informazione sembra però che non se ne siano avveduti, ma proprio negli stessi giorni la Corte di Cassazione si è pronunciata sui benefici richiesti dal pentito di mafia Giovanni Brusca, co-autore tra l’altro – lui sì – della strage di Capaci. Lo status di collaboratore di giustizia è l’unica eccezione oggi normativamente consentita all’ergastolo ostativo: Brusca ha, dunque, diritto a chiedere dei benefici penitenziari, ma non la certezza di ottenerli. Decide un Giudice, e il Giudice, in quel caso, ha detto: no, ancora non ci siamo.

    È esattamente quello che in seguito alla sentenza della CEDU accadrà ora per tutti i condannati ad ergastolo ostativo con un iter di valutazione che si può immaginare sarà ancora più rigoroso di quello riservato ai collaboratori di giustizia.

    Nessuno tornerà impunemente in libertà a dispetto delle ennesime fake news e di una stampa che non si è neppure accorta o voluta accorgere che il caso Brusca era la chiave di interpretazione per fugare timori e indignazioni dei cittadini.

    La realtà rimane così estranea al dibattito sulla giustizia penale. La verità su questi temi, lo abbiamo scritto molte volte, non fa audience, non produce like, non diffonde indignazione e paura, tramite i quali conseguire consenso politico. E allora, vai con il titolo sul nuovo omicidio di Falcone e Borsellino! Sdegno, urla e grida e alti lai disperati mentre il Ministro interviene promettendo rimedi  immediati e giustizia e i cittadini si sentono prossimi alla salvezza.

    Ciak, buona la prima.

  • In attesa di Giustizia: dagli all’untore!

    I pazienti lettori di questa rubrica me ne daranno atto: “In attesa di Giustizia” è uno spazio di approfondimento nel quale nomi di indagati, tranne che si tratti di vicende già ampiamente note, non se ne fanno, si evita di dare giudizi anticipati, tutt’al più si commentano fatti già accertati definitivamente sollecitando una riflessione ma senza nemmeno provare ad imporre una linea di pensiero.

    Nella quotidianità della cronaca giudiziaria le cose vanno diversamente: la esigenza primaria sembra essere solleticare sempre più quelle pruderie giustizialiste che esprimono sgradevolmente la deriva forcaiola di un Paese in cui c’è da consolarsi che non si debba essere giudicati da una giuria di (presunti) pari: trovarne dodici tutti insieme non sarebbe per nulla facile.

    Non è nuova neppure l’ostilità manifesta verso la funzione difensiva: brutta gente gli avvocati, almeno finché il destino non ne rende necessaria l’assistenza, e omologarli ai loro clienti è la regola.  Sia ben chiaro, devono considerarsi tutti presunti colpevoli in spregio ad un parametro costituzionale condiviso da tutti gli ordinamenti democratici e il difensore viene proposto come complice.

    La storia si è ripetuta di recente, vittima una Collega che svolge anche funzioni apicali nella sua Camera Penale. Basta leggere, in proposito, uno dei tanti titoli che hanno offerto risalto al suo coinvolgimento in una indagine di grande criminalità e che è paradigmatico: “indagata la presidente dei penalisti, ha aiutato il boss suo assistito”.

    Come regola, fino a sentenza definitiva dovrebbe usarsi il condizionale, ma sembra che ci sia chi è in grado di raggiungere granitiche certezze già in fase investigativa da trasferire come Vangelo all’opinione pubblica insieme a un messaggio, subliminale ma non troppo, volto a infangare ancor di più la categoria: “se questo è il presidente, immaginatevi chi possono essere gli altri…”.

    Non avendo disponibilità  degli atti, proprio grazie alla stampa, è possibile – però –  apprendere che l’ipotesi accusatoria ha trovato subito una prima smentita: il Giudice delle Indagini Preliminari, infatti, ha rigettato la richiesta del Pubblico Ministero di interdire questa Collega dall’esercizio della professione ritenendola ingiustificata perché il quadro indiziario non è connotato dalla gravità. Ma questa è una notizia che scompare tra le righe degli articoli, sovrastata da titoli di stampo inquisitorio su quattro colonne.

    Simili attacchi si ripetono sempre più di frequente e quello di cui parliamo è solo il più recente ma purtroppo non sarà certo l’ultimo segnalando una verticale caduta di valori fondanti di un corretto esercizio del diritto di cronaca, frutti avvelenati della dilagante cultura della intolleranza e del sospetto, espressione volgare della ricerca spasmodica della notizia ad effetto e un bel “dagli all’untore!” funziona sempre.

    Forse, in ultimo, non è neppure corretto parlare di informazione, cronaca e professionisti del giornalismo: in certi casi si è al cospetto di avvoltoi che si avventano sulla preda e sul fatto che richiama di più l’attenzione, che fa vendere di più o aumenta gli ascolti.

    Restate con noi: qui ci sarà sempre rispetto per la funzione difensiva, che rimane limpido presidio rispetto alla pretesa punitiva dello Stato non meno che per la legge e le istituzioni,  e, almeno fino a prova contraria, manterremo inalterato il nostro stile, quello che impedisce di pronunciare verdetti anticipati di condanna, quello che consente di considerare come bassa macelleria la violenza verbale di certe modalità di informazione.

  • 300 numeri del Patto Sociale!

    Per festeggiare il numero 300 de Il Patto Sociale in versione pdf abbiamo fatto, tutti insieme, un ulteriore sforzo per migliorare il sito e adattarlo anche alla lettura tramite tablet e smartphone. Ogni settimana la redazione de Il Patto Sociale, grazie all’impegno di giornalisti professionisti, pubblicisti e praticanti e alla collaborazione di professionisti e analisti operativi in vari settori, cerca di fornire aggiornamenti e notizie anche su avvenimenti che non compaiono su altre testate. Un’informazione il più possibile tenuta separata dal commento, come dovrebbe essere sempre, che spazia dall’Europa all’Italia senza trascurare il resto del mondo. Non è stato sempre facile ma ogni settimana grazie all’impegno di chi scova ed elabora le notizie, le redige e le spedisce, siamo riusciti ad inviare a 40.000 contatti il giornale in formato PDF che può essere stampato.

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    Grazie di averci seguito.

     

    Vito, Raffaella, Carlo Z. e Carlo S., Cristiana, Arnaldo, Stefano, Manuel, Antonio, Milo, Niccolò, Luca, Anastasia, Luigi, Francesco, Enrico, l’Associazione Toghe&Teglie, Dario

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