Stampa

  • In attesa di Giustizia: i coinvolti

    Qualche mese dopo la  vicenda del Giudice Scroccone che non pagava i conti dei ristoranti abitualmente frequentati, storia  dal retrogusto acre del “regolamento di conti” a mezzo stampa dopo una soffiata (come si dice in gergo poliziesco), eccone un’altra con protagonista una toga buongustaia che – però – ha ottenuto rarefatta mediatica, tranne che dalla stampa piemontese: forse perché ci sono altri problemi di cui occuparsi, oppure per non infierire sulle spoglie di una magistratura ormai destituita di autorevolezza e credibilità con grave pregiudizio dei molti che lavorano alacremente e con onestà non solo intellettuale.

    Insomma, i motivi possono essere molti non ultimo quello che il Dottor Andrea Padalino, oggi giudice a Vercelli, ha dei trascorsi come GIP di Mani Pulite e proprio la Procura di Milano ha appena chiesto tre anni di reclusione per lui, accusato di corruzione in cambio di pranzi, cene e pernottamenti nella amena location gestita da Antonino Cannavacciuolo.

    E’ l’ennesimo sintomo  del malessere – che non sembra destinato ad esaurirsi – da cui è affetto l’Ordine Giudiziario riflettendosi inesorabilmente sulla fiducia che l’opinione pubblica ripone nell’amministrazione della Giustizia; i cittadini, tra l’altro, non hanno potuto assistere al giudizio poiché questo processo si sta celebrando con rito abbreviato e perciò senza udienza pubblica; allora, forse, sarebbe stato più corretto (in questo come in altri casi) dare l’informazione dopo una sentenza.

    Ma noi siamo fatti così, inguaribili garantisti e, fatta la premessa che il giudice Padalino ha vivacemente contestato le accuse, siamo molto lontani dal pensiero della buon’anima del Procuratore di Milano Francesco Borrelli che, in un carteggio del 1993 con l’allora Guardasigilli Flick, scriveva che quando vi è una confessione appare persino un po’ farisaico che per prendere atto della realtà si debbano attendere le sentenze: quasi che nel nostro ordinamento non sia previsto che anche la confessione vada verificata per scongiurare il rischio che sia commesso il reato di auto calunnia che – a sua volta – può avere infinite motivazioni. Basti come esempio quello dello “Zio Michele” nel famoso processo per l’uccisione di una adolescente ad Avetrana.

    Esigenze di “cassetta”, prossimità politiche e vere e proprie forme si sottocultura fanno invece sì che la gogna mediatica costituisca regola di base della cronaca giudiziaria sino al punto da creare un nuovo soggetto processuale sconosciuto ai codici: il coinvolto.

    Non può sorprendere che tutto ciò sia opera della creativa redazione de Il Fatto Quotidiano che, commentando la formazione della nuova Giunta Comunale romana, ha stigmatizzato la circostanza che il Gualtieri abbia chiamato ad assisterlo nientemeno che tre persone “sfiorate dall’inchiesta sul Mondo di Mezzo” e cioè quella cosiddetta “Mafia Capitale”. Ma cosa vorrà mai significare “sfiorato”? Si tratta di coloro che non sono mai stati neppure interrogati e le relative posizioni sono state rapidamente archiviate per radicale mancanza di elementi di prova che potessero giustificare anche solo il rinvio a giudizio.

    Eccoli: i coinvolti, quelli di cui nessuno probabilmente aveva mai saputo nulla ma che vengono serenamente sputtanati con nome, cognome ed incarico assegnato dal Sindaco, in un articolo a cinque colonne, accomunati ad un quarto personaggio, nominato City Manager, tutt’ora indagato per un presunto abuso di ufficio (reato già modificato e parzialmente abrogato per legge) basato su elementi così fragili che in oltre quattro anni non hanno portato nemmeno alla chiusura delle indagini.

    Nulla, invece, si troverà tra quelle pagine a proposito della decina di condanne per diffamazione – sia in sede penale che civile – divenute definitive a carico di Marco Travaglio, vedovo Conte. Forse sarà una banale dimenticanza o – chissà – magari si tacciono per non intaccare il dogma della infallibilità dei giudici reclamando il diritto di cronaca e la funzione di super eroe del Direttore chiamato alla missione di punire i malvagi e redimere una Nazione.

  • In attesa di Giustizia: silenzio stampa

    Il Consiglio dei Ministri nei giorni scorsi ha approvato il decreto legislativo che recepisce la Direttiva Europea sulla presunzione di innocenza che, tra le altre cose, impone notevoli restrizioni alle modalità di comunicazione delle autorità giudiziarie con lo scopo di impedire la formazione nell’opinione pubblica di pregiudizi nei confronti di chi sia sottoposto ad un processo senza che vi sia ancora stata una sentenza.  La notizia ha avuto un’eco modesta, sebbene faccia con un’altra – altrettanto recente – che conferma la bontà del provvedimento normativo: il proscioglimento di numerosi giornalisti querelati per diffamazione avendo osato commentare in termini negativi un singolare accadimento del 2015.

    Qualcuno ricorderà la vicenda legata al video del furgone del muratore accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio che risultò essere una ricostruzione confezionata dai Carabinieri concordata con la Procura e realizzata per “esigenze di comunicazione”, come ammesso dal Comandante del Raggruppamento di Parma, Giampiero Lago, nel corso dell’interrogatorio da parte dei difensori di Massimo Bossetti.

    In due parole, un falso marchiano che – soprattutto sui giudici popolari, poteva avere influenza; e questa vicenda ha anche almeno un’altra sorta di “parente lontano” in quella del bazooka piazzato nel 2010 davanti alla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria per minacciare l’allora Capo dell’Ufficio, Giuseppe Pignatone. Ai giornalisti, in conferenza stampa, ne fu mostrato uno salvo poi ammettere che non era quello effettivamente trovato (che nessuno ha pubblicamente mai visto).

    In due parole: la nuova legge proibisce i processi mediatici, poiché creati con prove non vagliate da nessuno e di origine incerta se non decisamente opaca ed attraverso i quali si tende a prefigurare l’esito di un processo vero e proprio. Parliamo di un’informazione giudiziaria ridotta ad acritico cagnolino da riporto di chi, per dirla con Leonardo Sciascia, amorevolmente accompagna le notizie fin sulla porta del proprio ufficio facendovi meritare bassissima considerazione.

    Considerazione che in certi casi, se possibile,  è ancor più bassa: sul giornale di Travaglio – tanto per fare un esempio che non stupirà – è di recente stato pubblicato, movimento per movimento, l’estratto conto di Matteo Renzi tratto da una informativa della Guardia di Finanza…per il primo che commenta che è giusto così e che Renzi se lo merita “perché va in Arabia” è in palio un cartonato a grandezza naturale dell’indimenticabile Ministro Danilo Toninelli e per i primi dieci che farfuglieranno qualcosa dell’affossamento del d.d.l. Zan il cartonato sarà pure autografato.

    Poco spazio, invece ha avuto la notizia che un creativo P.M. lodigiano aveva trovato il tempo di indagare Mattia Maestri – meglio noto come Paziente Uno – per epidemia colposa, anche se non era certamente il primo contagiato dal Covid 19, anche se non aveva violato nessun protocollo di prevenzione ma era stato dimesso dal pronto soccorso e rimandato a casa prima di un definitivo ricovero. Anche se del Coronavirus fino al 21 febbraio 2020 nessuno al di fuori di Palazzo Chigi sapeva niente sebbene – anche questo nel silenzio stampa – già da fine gennaio fosse stato proclamato lo stato di emergenza; così come nulla più si sa della inchiesta della Procura di Bergamo che lambiva molto da vicino Giuseppe Conte & C. per identiche possibili, e forse più sostenibili, imputazioni.

    Informazione troppo spesso ad corrente alternata a seconda di chi indaghi, e chi sia indagato e perché.

    Per Maestri, all’incubo del contagio e della sottoposizione a terapie totalmente sperimentali (fortunatamente andate a buon fine) si è aggiunto, sino alla recente archiviazione, il tormento di essere inquisito da qualcuno che ha ritenuto negligenza penalmente rilevante tornare a casa perché così deciso dai sanitari a fronte di sintomi di una malattia sconosciuta ma equivocabili con quelli di altre patologie note. Fantasia al potere (giudiziario), e così è se vi pare.

  • Prende il via la Fondazione ‘Il Fatto Quotidiano’

    Ha preso il via l’8 novembre prende la Fondazione Il Fatto Quotidiano, nata a scopo umanitario e con l’intento di consolidare l’impegno sociale di SEIF per contribuire all’inclusione sociale e alla riduzione delle disuguaglianze, alimentando il dialogo all’interno della società civile e promuovendo progetti solidaristici. In particolare, la Fondazione si pone l’obiettivo di identificare progetti ben definiti il cui risultato potrà essere facilmente riscontrabile per chi deciderà di supportarli, e di mettere in relazione chi può aiutare (la società civile e le associazioni di volontariato distribuite in tutto il territorio italiano) con chi ha bisogno di aiuto.

    Sul sito www.fondazioneilfattoquotidiano.org sarà possibile trovare tutte le informazioni sulla Fondazione e sui progetti, i quali saranno sostenuti anche attraverso crowdfunding attivati grazie alla collaborazione con Tinaba, piattaforma tecnologica che permette di fare donazioni attraverso molteplici sistemi di pagamento, in maniera trasparente e senza alcun costo aggiuntivo.

    Il Presidente e AD di SEIF Cinzia Monteverdi ha dichiarato: “Siamo orgogliosi di veder nascere concretamente un progetto in cui abbiamo molto creduto e il cui principio ispiratore è solo uno: affiancare alle nostre parole i fatti concreti, aiutando le realtà che già operano sul territorio nazionale per sostenere le persone in difficoltà. Iniziamo piano piano, in punta di piedi e con modestia, concentrandoci sui primi progetti che prevedono il sostegno a donne vittime di violenze, giovani che non possono permettersi gli studi e categorie sociali particolarmente indigenti. Ci auguriamo che la comunità che segue Il Fatto Quotidiano fin dalla sua nascita – unita a chi non ci segue e ha voglia di fare del bene – possa essere orgogliosa di aderire e partecipare a questa nuova avventura”.

    I primi progetti prevedono il sostegno a donne vittime di violenze, giovani che non possono permettersi gli studi e categorie sociali particolarmente indigenti.

  • Un’ulteriore e preoccupante espressione di totalitarismo

    La propaganda è veramente un’arma, come i cannoni o le bombe, e imparare a difendersene è importante, come trovare riparo durante un attacco aereo.

    George Orwell

    Il suo vero nome è Eric Arthur Blair, ma per la maggior parte dei suoi lettori egli era e rimane George Orwell. È l’autore di diversi libri, due dei quali sono stati tradotti e letti in diverse lingue del mondo da molte, moltissime persone. Si tratta di due romanzi. Uno è La fattoria degli animali, pubblicato nel 1945. L’altro è 1984, scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949, soltanto pochi mesi prima della scomparsa dello scrittore. George Orwell, grazie alla sua breve ma intensa, spesso sofferta e diretta esperienza di vita, aveva ben consolidato ed esprimeva chiaramente le sue convinzioni, anche sulla grande importanza e i diretti effetti della propaganda sul genere umano. Intesa come una consapevole e dettagliatamente pianificata attività persuasiva per raggiungere determinati obiettivi, ottenendo consenso pubblico, la propaganda ha facilitato, tra l’altro, anche la costituzione dei sistemi totalitari tra le due guerre mondiali. Ragion per cui della propaganda si faceva e continua a farsi un uso programmato, continuo, sproporzionato e assordante in tutte le dittature. Ed è uno dei temi che George Orwell tratta maestosamente nel suo capolavoro 1984. E proprio in quel romanzo egli è stato, tra l’altro, anche colui che, per la prima volta, ha coniato ed usato l’ormai diffusa espressione: il “Grande fratello”. Così veniva considerato e chiamato da tutti in Oceania il capo indiscusso del Partito. Un personaggio misterioso che nessuno aveva mai visto, ma che il suo volto però si trovava in tutti i manifesti affissi ovunque e apparsi anche nei teleschermi presenti in ogni luogo pubblico, in tutti gli uffici e le abitazioni dell’Oceania, la cui capitale era Londra. Era uno dei tre grandi Paesi dittatoriali che controllavano in mondo intero e che si trovavano in un continuo ed acerrimo conflitto tra loro. Si, perché le lotte erano considerate allora, nel 1984 e dopo la fine della [immaginaria] terza guerra mondiale, come una necessità per garantire il raggiungimento ed il mantenimento del difficile e instabile equilibrio mondiale. Il “Potere assoluto”, rappresentato dal “Grande fratello”, si basava sulla propaganda che faceva uso dei mezzi di comunicazione di massa e della tecnologia, per manipolare l’opinione pubblica e per attuare l’annullamento totale e definitivo dell’individualità. In Oceania, come scriveva George Orwell, “…nulla si possedeva di proprio, se non pochi centimetri cubi dentro il cranio”. Sì, perché a tutto pensava il “Grande fratello”. Perché, come scriveva Orwell “…Ogni successo, ogni risultato positivo, ogni vittoria, ogni conoscenza scientifica […] si pensa provengano dalla sua guida e dalla sua ispirazione”.

    L’autore del romanzo 1984 era convinto che, facendo uso di tutti i potenti e ben coordinati mezzi di propaganda “…si può manipolare l’opinione pubblica a proprio piacimento”. Tutto ciò in funzione e sostegno della strategia del “Grande Fratello”, uno dei pochi obiettivi fondamentali del quale era quello di controllare e di orientare il modo di pensare non solo di una singola persona, ma di tutta la società. Altri obiettivi della strategia del “Grande fratello” erano sia la costituzione della “Neolingua” (Newspeak), che l’attivazione di quello che veniva chiamato il “Bipensiero” (Doublethink). Di una grande importanza era stata considerata anche la costituzione e l’intransigente onnipresenza operativa della “Psicopolizia” (Thought Police) in tutta l’Oceania. Una struttura, quella, parte integrante del “Ministero dell’Amore” (Miniluv), che con i suoi metodi “persuasivi riusciva a convincere tutti”, oppure “li faceva tacere per sempre”. George Orwell era fermamente determinato e socialmente motivato a diffondere il suo messaggio ammonitivo contro tutto ciò che poteva, in qualche modo, contribuire ad annientare dei diritti e dei valori fondamentali dell’umanità come la libertà e la dignità individuale. Già da prima dell’inizio della seconda guerra mondiale e fino alla fine Orwell aveva reso pubblico il suo impegno sociale e la sua determinazione a scrivere contro le ingiustizie e le mostruosità delle dittature, sia di destra che di sinistra. Ragion per cui, come egli stesso aveva affermato, ogni sua riga “…sarà spesa contro il Totalitarismo”. E così ha fatto. Come testimoniano anche i suoi due noti romanzi: La fattoria degli animali e 1984. Dopo aver finito 1984, Orwell aveva dichiarato che lo aveva scritto “…per cambiare il parere degli altri sul tipo di società per la quale essi devono combattere”.

    L’autore di queste righe è una di quelle tante, tantissime persone in tutto il mondo che hanno letto e riletto, imparando molto, sia La fattoria degli animali che 1984. Egli ha anche scritto per il nostro lettore un intero articolo riferendosi soprattutto al romanzo 1984. Riferendosi all’onnipotente ed onnipresente “Grande fratello”, quale rappresentante indiscusso del “Potere assoluto”, egli scriveva che “…tramite le manipolazioni programmate e meticolosamente attuate del cervello umano ed una spietata repressione, aveva annullato la coscienza dell’individuo e quella collettiva in Oceania”. L’autore di queste righe è stato e tuttora è convinto che bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, per non permettere mai che anche la cultura sia annientata dal “Potere assoluto”. Per non permettere mai che la “Neolingua” (Newspeak), con un ridottissimo numero di parole attive, potesse “…ridurre, perciò, al massimo la capacità di espressione e di pensiero, individuale e/o collettivo.” Perché era una lingua che tendeva “… a soffocare la lingua vivente, fino a farla scomparire”. Ragion per cui bisogna sempre salvare la lingua dalla “corruzione della parola”, come scriveva George Orwell. L’autore di queste righe, in seguito, esprimeva la sua ferma convinzione che “…Bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, anche per non permettere mai che chiunque, un “Grande Fratello” o chicchessia, possa manipolare mentalmente il genere umano, fino al punto di attivare quello che George Orwell chiamava il “Bipensiero” (Doublethink). E cioè la capacità di sostenere simultaneamente due opinioni in palese contraddizione tra loro e di accettarle entrambe come esatte”. Ma anche per non permettere mai che in qualsiasi Paese si possa arrivare fino al punto che “La menzogna diventi verità e passi alla storia”. E per non permettere mai che colui il quale controlla il passato possa controllare il futuro. Perché, come scriveva Orwell, “chi controlla il presente controlla il passato”. Per non permettere mai di considerare normali affermazioni come “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù” e “L’ignoranza è forza”. (Bugie, arroganza e manipolazioni; 27 luglio 2020).

    Il 18 settembre scorso in Albania è stato costituito il nuovo governo; il terzo guidato dall’attuale primo ministro. Proprio colui che, basandosi su delle realtà immaginarie e virtuali, diffuse dalla sua ben potente e funzionante propaganda governativa e mediatica, non ha mai mantenuto una che una sola promessa fatta ufficialmente e pubblicamente. Proprio quel primo ministro che, fatti accaduti, documentati e ufficialmente denunciati alla mano, è il rappresentante istituzionale di una ormai costituita dittatura sui generis. Di un nuovo regime totalitario, espressione dell’alleanza del potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali e internazionali, della quale non si sa chi sia il vero gestore.  Si tratta, in realtà, di una nuova restaurata dittatura che si serve anche di un’opposizione politica che da anni ormai è semplicemente una “stampella” del primo ministro e serve come facciata, sfruttata ed usata per dei motivi propagandistici quando serve. E serve spesso, serve ogni giorno, vista la drammatica realtà, quotidianamente vissuta e sofferta in Albania. In una simile realtà, il 18 settembre scorso, durante la prima riunione del Consiglio dei ministri, subito dopo il giuramento del nuovo governo nelle mani del Presidente della Repubblica, tra i primi atti ufficiali approvati c’era anche la delibera della costituzione dell’Agenzia per i Media e l’Informazione! Un segnale veramente allarmante ed un’ulteriore e preoccupante espressione di totalitarismo, vista proprio la drammaticità e la gravità della testimoniata e facilmente verificabile realtà albanese. Si tratta di un altro passo pericoloso in avanti verso un ulteriore consolidamento del regime totalitario in Albania. L’appena costituita Agenzia per i Media e l’Informazione, sarà controllata direttamente dal primo ministro, tramite il suo direttore generale, che è uno dei veramente pochi fedelissimi del primo ministro, attualmente il suo direttore della comunicazione. L’atto ufficiale di costituzione della nuova Agenzia stabilisce che il direttore generale avrà lo stesso status di quello del ministro. La nuova Agenzia avrà il compito di coordinare la comunicazione con i media ed il pubblico di tutti i ministeri e delle altre istituzioni importanti governative in Albania. Sempre secondo l’atto di costituzione, l’Agenzia avrà anche il compito di controllare l’attività pubblica dei ministri, comprese le loro ufficiali dichiarazioni pubbliche, nonché le nomine e le sostituzioni dei portavoce delle istituzioni governative. Immediate e forti sono state tutte le reazioni ufficiali delle organizzazioni internazionali dei media. Nella loro dichiarazione ufficiale i rappresentanti di sei organizzazioni internazionali per la libertà dell’espressione hanno considerato l’Agenzia come un mezzo di repressione e di controllo dei giornalisti e chiedono alle istituzioni dell’Unione europea di “coinvolgere immediatamente il governo albanese per trattare simili preoccupazioni come questioni prioritarie durante i prossimi negoziati d’adesione [nell’Unione europea]”.

    Chi scrive queste righe continuerà a seguire questo argomento e ad informare oggettivamente il nostro lettore, come sempre ha fatto. Nel frattempo è convinto però, che l’atto della costituzione dell’Agenzia per i Media e l’Informazione, proprio durante la prima riunione dell’appena costituito governo albanese, non può non destare serie preoccupazioni. Perché rievoca tutto quanto ha maestosamente scritto George Orwell nel suo ben noto e molto letto romanzo 1984 e fa pensare ad un ministero della propaganda. Ma, inevitabilmente, rievoca e ricorda il modello del ministero della Propaganda, diretto dal 1933 al 1945 da Joseph Goebbels, durante il famigerato regime nazista in Germania. E tutto ciò non può non essere considerato un’ulteriore e preoccupante espressione di totalitarismo, come conferma della restaurazione e del consolidamento della dittatura sui generis in Albania! Gli albanesi però devono tenere ben presente che, come scriveva George Orwell, la propaganda è veramente un’arma, come i cannoni o le bombe, e imparare a difendersene è importante, come trovare riparo durante un attacco aereo.

  • La Commissione avvia il forum europeo dei mezzi d’informazione con un dialogo sulla sicurezza dei giornalisti

    La Commissione ha avviato un dialogo sulla protezione dei giornalisti nell’UE che coinvolge numerose parti interessate, tra cui i giornalisti e le loro associazioni, società di informazione, rappresentanti dei consigli consultivi dei media, Parlamento europeo, Stati membri, autorità di regolamentazione e partner internazionali.

    Gli omicidi dei giornalisti d’inchiesta Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak avrebbero dovuto essere un campanello d’allarme per l’Unione europea”, ha dichiarato Věra Jourová, Vicepresidente responsabile per i Valori e la trasparenza, che aprirà l’evento. “Tuttavia le minacce e gli attacchi contro i giornalisti sono sempre più numerosi, e sono minacce e attacchi contro la democrazia nel suo complesso. Per la prima volta la Commissione lavora a un’iniziativa dedicata alla sicurezza dei giornalisti che dovrebbe apportare miglioramenti tangibili sul campo.” E Thierry Breton, Commissario per il Mercato interno, ha aggiunto: “La libertà dei media non può essere data per scontata, dobbiamo difenderla attivamente, soprattutto nell’era digitale e con l’accresciuto rischio di attacchi online. Dobbiamo far sì che i giornalisti possano svolgere il loro ruolo cruciale nelle nostre democrazie garantendone la sicurezza quando svolgono il loro lavoro.

    Il dialogo proseguirà fino al 25 marzo nel quadro del forum europeo dei mezzi d’informazione. Si tratta di una tappa fondamentale nell’elaborazione della raccomandazione della Commissione agli Stati membri volta a garantire la protezione dei giornalisti (online e offline) e a combattere gli attacchi basati sul genere e contro le minoranze nell’UE, che sarà presentata più avanti quest’anno.

    Il forum e la raccomandazione fanno parte di una più ampia serie di iniziative volte a fronteggiare le minacce alla libertà e al pluralismo dei media nell’UE, come annunciato nel piano d’azione per la democrazia europea e in particolare per i giornalisti, con un’iniziativa destinata a contrastare l’abuso di azioni legali strategiche tese a bloccare la partecipazione pubblica. Il piano si accompagna al piano d’azione a sostegno della ripresa e della trasformazione dei settori dei media e dell’audiovisivo dell’UE.

  • EMME22: raccontare all’antica ma con animo nuovo

    “Il nero è l’inizio di tutto, il grado zero, il profilo, il contenitore e il contenuto. Senza le sue ombre, il suo rilievo e il suo sostegno avrei l’impressione che gli altri colori non esistano”. La citazione è di Christian Lacroix, il nero al quale si fa riferimento, in questo caso, è l’elegante sfondo, il fil rouge che lega gli elementi della rivista telematica EMME22 della giornalista Clementina Speranza, nata da pochi giorni ma che promette, con classe, di raccontare il bello, l’eleganza, l’arte, la cultura che animano Milano, e non solo. Una bella sfida dopo il lungo periodo di lockdown e in tempi di grandi incertezze, ma, come si suol dire in certi casi, le migliori idee nascono proprio quando tutto sembra più difficile. Ci siamo incuriositi e abbiamo deciso di saperne di più dalla fondatrice di questa rivista glamour e scoppiettante al tempo stesso.

    Perché EMME22?

    Emme sta per Moda, Milano, Magazine. La rivista nasce a Milano ma tratta articoli a carattere nazionale e non solo. Con 22 si fa riferimento a Lettera 22, la macchina da scrivere dell’Olivetti, simbolo del giornalismo.

    E anche alla macchina da scrivere con la quale da bambina ho iniziato a battere le prime lettere che dedicavo a mio nonno.  Un’Olivetti Lettera 22 era custodita nel suo studio, rimasto, dopo la sua morte, così come lui l’aveva lasciato. Nonno era docente universitario e con quella macchina aveva scritto le sue pubblicazioni. A me piaceva l’idea di toccare i tasti che aveva sfiorato lui, purtroppo non l’ho conosciuto, è morto prima che io nascessi. Oggi la conservo gelosamente sulla mia scrivania.

    Da cosa nasce l’idea di una rivista on line?

    Già nel 2004 curavo una rubrica online, e oggi mi rendo conto che l’online costituisce il futuro. Resto comunque innamorata della carta stampata e mi piacerebbe proporre anche la versione cartacea. Nell’impostare EMME22 ho sempre tenuto in mente il formato tradizionale delle riviste: copertina, indice e notizie accompagnate da immagini.

    Emme22 ha una copertina come le riviste classiche, ma consente al lettore di cliccare e introdursi immediatamente nella sezione che più gli interessa.

    Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nella realizzazione del tuo progetto?

    Avevo un’idea molto chiara sull’immagine grafica, ma non è stato facile trovare chi la realizzasse. Poi il problema è stato, ed è tutt’ora, trovare chi scrive con passione, chi non fa solo copia-incolla di comunicati stampa, chi davvero legge tutto un libro prima di recensirlo, chi ha voglia di intervistare e sbobinare, chi ancora svolge questo lavoro “all’antica” e con animo nuovo.

    Cosa offre di diverso EMME22 rispetto alle tante pubblicazioni che negli ultimi tempi sono nate anche grazie ai canali social?

    L’eterogeneità delle sezioni. Gli approfondimenti giornalistici tramite interviste e video interviste. Poi ci saranno anche le riprese durante sfilate di moda, presentazioni di nuovi prodotti e brand. Eventi in generale. E questo grazie anche alla collaborazione di bravi fotografi e video maker.

    Siamo sempre alla ricerca di aziende e di realtà interessanti da raccontare. Per eventuali proposte invitiamo a scrivere a: info@emme22.it

    Qual è il tuo pubblico di riferimento?

    Dal primo giorno del mio lavoro al Corriere della Sera mi hanno insegnato a utilizzare un linguaggio semplice per arrivare a tutti.  Propongo per questo anche una varietà di sezioni: Moda, Arte&Design, Salute-Wellness-Beauty, Libri, Food&beverage, No Profit, Sport, Viaggi. Più una per brevi interviste Video.

    Con i video che gireranno sui social desidero catturare l’attenzione e portare alla rivista quanti più lettori sia possibile.

    Arrivi dalla tv, dove hai raccontato storie imprenditoriali di successo, e dal mondo dell’economia. Quanto ha ereditato la rivista dalle tue esperienze passate e in cosa differisce da esse?

    In EMME 22 c’è tutta la mia esperienza. I miei studi passati nell’ambito dell’arte e nella moda, poi la mia conduzione di programmi televisivi e la collaborazione con il Corriere Economia. Ho insegnato giornalismo per 5 anni, a Milano, a contatto con i giovani ho capito cosa più li attrae, e con loro ho esplorato il mondo dei blogger.

    EMME22 vuole essere il punto di incontro di tante esperienze. E poi, sono sempre aperta a nuove idee.

    Quanto c’è della tua Sicilia nel racconto della Milano di EMME22?

    La Sicilia c’è sempre. Anche al Corriere proponevo aziende siciliane. Si fa più fatica a scrivere di loro perché spesso non sono supportate dagli uffici stampa e molti imprenditori non sono abituati alle interviste. Ma in Sicilia ci sono bellissime realtà imprenditoriali e mi piace scovarle e farle conoscere. Nella sezione “Video”, per esempio, tra le sfilate milanesi c’è l’intervista a Pucci Scafidi, il fotografo palermitano che in occasione dei 30 anni di carriera ha presentato, a Milano, l’ultimo suo libro Fimmina. 21 volti di donne siciliane, tra cui l’attrice Maria Grazia Cucinotta, la chef stellata Patrizia di Benedetto, la Presidentessa nazionale di terziario donna di Confcommercio Patrizia di Dio, la scrittrice Stefania Auci. Nella sezione “Food6&Beverage”, a fianco di brand che raccontano di champagne, franciacorta e Brunello, ci sono le storie di alcune cantine siciliane. Attualmente quella di Musita, a Salemi: un’azienda attenta all’ambiente e all’ecosostenibilità, che nel 2015 riceve il premio per il “Miglior Spumante della Sicilia”.

    C’è la storia di Teo Musso e la nascita di Baladin, la birra artigianale che fino a quel momento non esisteva in Italia. A raccontarla Paolo Di Caro, Presidente di Fondazione Italiana Sommelier Sicilia.

    Cosa ti aspetti da questa avventura?

    EMME22 è una mia creatura. Muove adesso i suoi primi passi, mi auguro che cresca, si sviluppi e incontri il favore del pubblico.

  • L’Unità non è Radio Radicale, Conte userà i soldi dei contribuenti per pagarne i debiti

    Arriva il reddito di cittadinanza anche per l’Unità. Il governo Conte ha infatti incassato senza presentare appello tre sentenze del tribunale di Roma che la condannano a pagare alle banche creditrici i debiti di Unità spa, la società editrice dello storico quotidiano del Pci fondato da Antonio Gramsci. Il quotidiano non va in edicola da oltre due anni, ma diversamente da quanto accaduto per Radio Radicale la maggioranza di governo (nella quale il M5s ha rimpiazzato la Lega col Pd) non ha battuto ciglio di fronte alla somma di 86,1 milioni di euro di soldi, pubblici e del contribuente, che ora dovrà versare. La condanna che il governo ha incassato senza fare ricorso nasce dalla garanzia che, Massimo D’Alema premier, Palazzo Chigi assunse il 5 febbraio 2000, riguardo ai debiti che già allora affliggevano la testata. Le banche accettarono quella garanzia, anche per il vasto numero di immobili di proprietà del partito, e metà dell’importo da saldare venne pagata facendo ricorso alle entrate del finanziamento pubblico ai partiti. L’altra metà è invece rimasta in sospeso, mentre il patrimonio dei Ds andava disperso (anche per lo scioglimento dei Ds stessi nel Pd) e le banche hanno quindi agito per via giudiziaria, vedendosi riconosciute le proprie ragioni. A dispetto del processo eterno che entrerà in vigore dall’1 gennaio con l’abolizione della prescrizione, nonostante la manifestazione degli avvocati davanti alla Cassazione nei giorni scorsi, il premier – di professione avvocato – non ha ritenuto il caso di oberare ulteriormente la giustizia italiana in merito all’esborso che ora dovrà sostenere con i soldi di quei contribuenti di fronte ai quali si vanta di aver ridotto la tassa sulla plastica dopo essere stato quello che l’ha creata ex novo.

  • Per Putin anche i giornalisti sono ‘agenti stranieri’ e vanno controllati

    Giornalisti alla pari degli 007. Accade in Russia dove Putin ha firmato un decreto legge a dir poco liberticida in cui si equiparano giornalisti, blogger e tutti coloro sospettati di ricevere supporto finanziario o altro materiale da organizzazioni di media esteri agli ‘agenti stranieri’. Il provvedimento si affianca ad una precedente legge approvata dal Cremlino nel 2012 per arginare l’attività degli agenti segreti veri sul territorio russo, emanata in seguito alle proteste antigovernative nel Paese per la salita al potere di Putin. Gli attivisti per i diritti umani vedono in questo nuovo editto una tattica brutale per colpire le voci critiche contro il governo e un modo per invadere la vita e la sicurezza dei giornalisti. Dal canto suo Mosca afferma che la legge è ‘solo’ una risposta alla decisione del governo degli Stati Uniti di vietare al canale di Stato russo RT la sua unità operativa sul territorio statunitense come secondo il Foreign Agents Registration Act.

  • Il negazionismo dei principi democratici 4.0

    Il concetto di negazionismo ci riporta immediatamente ai drammi legati alla Seconda Guerra Mondiale e più precisamente ad esponenti privi di ogni collegamento con la realtà e mossi da motivazioni volgarmente politiche ed ideologiche i quali  intendevano, allora come oggi, con le proprie tesi negare il dramma dell’Olocausto e delle  Foibe.

    Un sistema Democratico il quale, per definizione, deve assicurare  la libertà di opinione presenta spesso dei costi impliciti e con difficoltà sostenibili, in più irritanti per il contenuto di queste tesi antistoriche ed antidemocratiche. Espressioni queste di un vero e proprio approccio ideologico alla storia se si considera come siano stati necessari oltre cinquant’anni  per ottenere il riconoscimento del dramma delle Foibe, fino a pochi anni fa indicate anche nei libri di storia come semplici cavità carsiche.

    La grandezza del sistema Democratico permette, per sua stessa definizione ed applicazione, ancora oggi che associazioni come l’Anpi (la quale in più percepisce anche fondi pubblici dallo Stato) offrano il proprio supporto logistico e finanziario ai divulgatori della dottrina negazionista delle Foibe. In altre parole il concetto Democratico di libertà di opinione presenta anche delle aberrazioni che non ne inficiano assolutamente il valore e significato ma soprattutto non ne autorizzano alcuna deroga nella propria applicazione.

    Nell’era della comunicazione totale, come quella contemporanea, si affermano nuove  forme di negazionismo nonostante un  maggior livello di conoscenza che “la rete”, con le proprie diverse fonti di informazioni, assicura all’utenza. In questo senso, solo come semplice esempio, assumono i caratteri del grottesco le affermazioni del presidente del Consiglio il quale si ostina ad affermare di aver ridotto il carico fiscale complessivo  quando si possono tranquillamente ridicolizzare queste affermazioni anche attraverso un semplice accesso in rete ed una  visione delle analisi ricche di dati ed accessibili a chiunque senza fornire alcun documento di identità (https://www.ilpattosociale.it/2019/10/24/la-vera-insostenibilita-quella-fiscale/).

    Questo risibile negazionismo relativo agli effetti della finanziaria del presidente Conte, tuttavia, se contribuisce a svilire il valore quanto lo spessore istituzionale riconosciuto alla carica istituzionale trae origine dall’evidente  distacco dalla realtà del protagonista dalla impossibilità di contestare l’affermazione il presidente mente alla divulgazione della rete internet e quindi ora evidenziato facilmente dai contenuti disponibili democraticamente in rete.

    Contemporaneamente il tentativo da parte della attuale maggioranza  di richiedere un accesso alla rete “controllato” rappresenta un aspetto molto più pericoloso di quanto venga ancora oggi percepito. La motivazione di questa modifica di utilizzo della rete viene indicata nella ricerca di una individuazione certa nel caso di una  responsabilità individuale relativamente ai contenuti  in rete indicati come impropri. Una definizione ma soprattutto un parametro assolutamente arbitrario e soggettivo che nulla ha in comune con le tesi negazioniste che la storia ha ampiamente e soprattutto oggettivamente annullato. In più le normative attuali del nostro ordinamento giudiziario già permettono  un ampio controllo e una eventuale capacità repressiva nell’avvio di una azione di responsabilità. In considerazione, in più, del fatto che buona parte delle persone oneste utilizzano il proprio computer o il proprio cellulare al fine di usufruire dei contenuti presenti in rete o per inserirne di propri.

    Viceversa, la volontà di questa maggioranza parlamentare, che aveva già intrapreso questa iniziativa politica tempo addietro con la richiesta di una commissione di valutazione relativa alle fake news ed ai divulgatori d’odio, esprime implicitamente una volontà di controllo dei contenuti basandosi solo su parametri soggettivi legati ad una ideologia e ad una posizione politica del governo alternativamente in carica.

    In altre parole, mentre il dramma dell’Olocausto così come quello come delle Foibe, pur essendo oggetto di teorie negazioniste, risultano ridicolizzate dai riscontri oggettivi storici, viceversa il controllo dell’accesso alla rete e l’istituzione di una commissione per le fake news rappresentano invece il malcelato desiderio da parte della classe politica di vigilare non solo la rete ma soprattutto l’intenzione di porre un controllo relativo ai contenuti influendo sulla loro divulgazione. Attraverso il controllo della rete e del suo accesso si offrono gli strumenti ad una classe politica particolarmente antidemocratica di diminuire il livello di democraticità che la rete stessa  assicura come propria caratteristica istituzionale.

    Siamo di fronte, di conseguenza, ad un negazionismo “dei Principi Democratici 4.0” imputabile ad un gruppo di  parlamentari i quali intendono eliminare o quantomeno ridurre e successivamente controllare tutti i contenuti che risultano lontani dal proprio gradimento.In considerazione poi anche del fatto che avendo perso molto valore, e quindi peso ed influenza, i contenuti dei media tradizionali come tv e giornali, spesso espressione di lobby, automaticamente diventa strategico  un controllo della rete.

    Una sempre migliorabile democrazia imperfetta per definizione rappresenta una forma di governo superiore  a qualsiasi “sistema di controllo perfetto” nel quale ad un sovrano, un dittatore come ad un governo democraticamente eletto vengano riconosciuti e concessi i poteri di valutazione  dei contenuti quanto della forma presenti in  rete. In questo sostanzialmente consiste il vero obbiettivo da raggiungere attraverso l’istituzione della commissioni relativa alle fake news, o divulgatori di odio, o anche al controllo di identità nell’accesso alla rete.

    E’evidente, quindi, e logica conseguenza, come la motivazione politica da cui trae la propria origine questo “negazionismo dei Principi Democratici 4.0” sia espressione di una volontà che non ha nulla da invidiare alla ideologia negazionista dei drammi dell’Olocausto e delle Foibe. Qualsiasi volontà di  controllo declinata poi in censura risulta nata sempre con i migliori presupposti e le migliori intenzioni per salvaguardare qualcuno o qualcosa…

    Sempre.

  • In attesa di Giustizia: fake news

    Da diversi giorni infuria la polemica  sulla decisione della CEDU relativa al c.d. ergastolo ostativo (quello che, per intenderci, preclude qualsiasi beneficio ai condannati) che, secondo i giuristi del Fatto Quotidiano avrebbe addirittura ucciso di nuovo Falcone e Borsellino. Linea editoriale e di pensiero cui si è adeguata la maggior parte degli organi di informazione ingenerando subliminalmente  il timore nell’opinione pubblica che, a stretto giro, feroci criminali mafiosi torneranno – come recita il codice penale – a “scorrere in armi le campagne”.

    Non Il Patto Sociale: in questa rubrica cerchiamo solitamente di offrire ai lettori dei dati e strumenti di conoscenza perché talune notizie possano essere da loro stessi comprese e valutate evitando, finché è possibile, di esprimere punti di vista soggettivi.

    Annotare un certo modo di fare giornalismo, diffondendo notizie false oppure approssimativamente illustrate, fa insorgere un primo dilemma: si tratta solo di impreparazione generalizzata di coloro i quali  – pure – sono addetti al settore della cronaca giudiziaria oppure la scelta di allarmare ed indignare gratuitamente è funzionale ad intercettare il populismo giustizialista imperante?

    Necessità di garantire la vendita di un numero elevato di copie al pubblico manettaro o servile complicità con i nuovi padroni della politica? Quale che sia la risposta ai quesiti che ci siamo posti si ricava come unica certezza che la disinformazione sui temi della giustizia penale è ormai una regola e che l’indipendenza dei media da fattori economici o politici è una chimera.

    Proviamo, allora, a fare chiarezza sul tenore della recente decisione della Corte Europea sull’ergastolo ostativo: quest’ultima ha unicamente affermato il contrasto ai principi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo dell’automatismo normativo che sottragga ad un Giudice la possibilità di verificare se anche per un ergastolano sia praticabile l’avvio di un percorso di recupero, magari dopo decenni di reclusione.

    Nessun rischio per la collettività, dunque, per le paventate, imminenti e terrifiche liberazioni di killer e capi cosca. Si tratta solamente solo della restituzione di un vaglio complesso, difficilissimo, non scontato e tormentato per chi lo deve assumere, alla sua sede naturale: la giurisdizione, come dimostra paradigmaticamente un caso al quale, peraltro, si è dato ampio risalto.

    Gli organi di informazione sembra però che non se ne siano avveduti, ma proprio negli stessi giorni la Corte di Cassazione si è pronunciata sui benefici richiesti dal pentito di mafia Giovanni Brusca, co-autore tra l’altro – lui sì – della strage di Capaci. Lo status di collaboratore di giustizia è l’unica eccezione oggi normativamente consentita all’ergastolo ostativo: Brusca ha, dunque, diritto a chiedere dei benefici penitenziari, ma non la certezza di ottenerli. Decide un Giudice, e il Giudice, in quel caso, ha detto: no, ancora non ci siamo.

    È esattamente quello che in seguito alla sentenza della CEDU accadrà ora per tutti i condannati ad ergastolo ostativo con un iter di valutazione che si può immaginare sarà ancora più rigoroso di quello riservato ai collaboratori di giustizia.

    Nessuno tornerà impunemente in libertà a dispetto delle ennesime fake news e di una stampa che non si è neppure accorta o voluta accorgere che il caso Brusca era la chiave di interpretazione per fugare timori e indignazioni dei cittadini.

    La realtà rimane così estranea al dibattito sulla giustizia penale. La verità su questi temi, lo abbiamo scritto molte volte, non fa audience, non produce like, non diffonde indignazione e paura, tramite i quali conseguire consenso politico. E allora, vai con il titolo sul nuovo omicidio di Falcone e Borsellino! Sdegno, urla e grida e alti lai disperati mentre il Ministro interviene promettendo rimedi  immediati e giustizia e i cittadini si sentono prossimi alla salvezza.

    Ciak, buona la prima.

Back to top button