Tokyo dà via libera alla vendita di armi all’estero e medita di pattugliare le rotte del Pacifico
Il governo del Giappone ha approvato una revisione delle norme sull’esportazione di sistemi ed equipaggiamenti per la difesa, aprendo alla vendita di armamenti all’estero per rafforzare la cooperazione con Paesi partner. Le modifiche, adottate dall’esecutivo e dal Consiglio per la sicurezza nazionale sotto la guida della premier Sanae Takaichi, mirano a sostenere l’industria della difesa nazionale in un contesto di sicurezza definito come il più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale. La revisione dei “tre principi sul trasferimento di equipaggiamenti e tecnologie per la difesa” elimina i limiti che consentivano le esportazioni di sole cinque categorie di equipaggiamenti non offensivi (soccorso, trasporto, allerta, sorveglianza e sminamento). Le merci esportabili vengono ora distinte tra armamenti e non armamenti in base alla capacità letale. Le esportazioni verso Paesi coinvolti in conflitti restano vietate in linea di principio, ma sono previste eccezioni in “circostanze speciali” legate alla sicurezza nazionale e alle operazioni militari statunitensi nell’area indo-pacifica.
I sistemi non offensivi, come radar di controllo e allerta, potranno essere esportati senza restrizioni. Le armi, inclusi cacciatorpediniere e missili, saranno invece vendute solo a Paesi che abbiano accordi con Tokyo sulla protezione delle informazioni sensibili. Le nuove regole prevedono che il parlamento venga informato delle esportazioni solo dopo l’approvazione governativa, una scelta criticata dalle opposizioni, che chiedono un controllo preventivo per evitare il coinvolgimento del Paese in conflitti o corse agli armamenti. Le decisioni sulle esportazioni saranno affidate al Consiglio per la sicurezza nazionale, mentre il progetto congiunto di un caccia di nuova generazione con Regno Unito e Italia richiederà un’approvazione specifica da parte del governo. La riforma è stata discussa durante una riunione del Consiglio alla presenza, tra gli altri, del segretario capo di Gabinetto Minoru Kihara, del ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi e del ministro della Difesa Shinjiro Koizumi.
Il governo del Giappone sta anche valutando un rafforzamento della difesa delle rotte marittime nel Pacifico, alla luce delle turbolenze economiche causate dalla guerra in Medio Oriente e dei rischi per le importazioni di energia e alimenti. Secondo quanto riferisce il quotidiano “Nikkei”, il blocco dello Stretto di Hormuz conseguenza del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha evidenziato la vulnerabilità del Paese asiatico, che movimenta via mare il 99,5 per cento dei propri traffici commerciali. Stando a fonti citate dal quotidiano, un gruppo di esperti sarà istituito questo mese per rivedere la Strategia di sicurezza nazionale del Giappone, con aggiornamenti previsti entro fine anno insieme ad altri documenti chiave. La protezione delle rotte nel Pacifico dovrebbe essere elevata a pilastro della sicurezza economica. Finora Tokyo si è concentrata sulle rotte verso il Medio Oriente, da cui proviene oltre il 90 per cento del petrolio greggio, tramite pattugliamenti, missioni di scorta navali e cooperazione con Paesi costieri. Ora l’attenzione si sposta sul Pacifico, con l’ipotesi di impiegare aerei di sorveglianza e radar terrestri, attualmente insufficienti per un monitoraggio continuo.
Tra i rischi contemplati da Tokyo figura quello di, una crisi legata a Taiwan, che potrebbe minacciare il traffico marittimo oltre la cosiddetta “seconda catena di isole”, fino a Guam. Tokyo punta inoltre a rafforzare la cooperazione con partner regionali per proteggere le rotte verso l’Australia. Interruzioni di lunga durata dei traffici potrebbero esaurire le riserve energetiche giapponesi, dal momento che il Paese è fortemente dipendente dall’estero, oltre che per il petrolio, anche per gas naturale liquefatto, carbone e prodotti alimentari. Secondo Akira Igata dell’Università di Tokyo, una grave interruzione delle importazioni di mangimi ridurrebbe drasticamente la produzione di carne. A rendere necessario il cambio di strategia contribuisce anche l’espansione delle attività navali della Cina, aumentate sensibilmente dal 2022, secondo il ministero della Difesa giapponese.



