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In attesa di Giustizia: a che punto è la notte

La Corte Costituzionale si è pronunciata sulla ammissibilità dei referendum di iniziativa popolare: degli otto quesiti, tutti in materia di giustizia,  cinque sono stati ammessi e i tre che non hanno superato il vaglio sono relativi alla responsabilità civile dei magistrati, la liberalizzazione dell’uso delle droghe leggere e l’eutanasia.

Al deposito delle motivazioni il ragionamento seguito sarà chiaro e, ovviamente, in linea con la struttura della nostra Costituzione che guida le decisioni della Corte…magari con un aiutino in termini di  interpretazione in determinati casi. E valga il vero: in un Paese con radicata tradizione cattolica le problematiche di fine vita sono ancora un tabù non meno che l’uso di cannabis e marijuana anche se sono in vendita, blandamente regolamentata, intrugli alcoolici di cui viene fatto largo uso e che per la salute sono altrettanto – se non ancora più – dannosi. Per non parlare della responsabilità dei magistrati.

Se pure si terranno – in alternativa vi è un intervento legislativo-correttivo del Parlamento sulle materie oggetto di  referendum – le consultazioni popolari residue non sembra, tuttavia, che avranno la capacità di immutare significativamente il quadro anche perché, a seguire, sarà data nuovamente la parola alle Camere per gli “aggiustamenti” del caso: e qui, con un legislatore che definire sciatto ed approssimativo è ancora eufemistico, non c’è molto da sperare.

Un segnale, tuttavia, c’è stato e non è da sottovalutare e riguarda – almeno apparentemente – il superamento da una parte dei cittadini di quella populistica affezione ai giudici vendicatori.

Proprio nei giorni del trentennale di “Mani Pulite”, la coincidenza appare sintomatica.

In effetti, grandi celebrazioni per questa ricorrenza non ve ne sono state: tra i protagonisti superstiti, in larga misura silenti o silenziati, ha fatto notizia Piercamillo Davigo perché è stato rinviato a giudizio per la vicenda legata alla propalazione di verbali secretati della Procura di Milano ricevuti con modalità opache dal P.M. Storari il quale, nel medesimo processo, ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato e per il quale è già stata chiesta la condanna.

Il popolo italiano questa volta non è sceso in strada a commemorare l’evento con deliranti striscioni (all’epoca, in più in voga, recavano scritto: “Di Pietro, Davigo, Borrelli, fateci sognare”): troppo in basso è precipitata la credibilità di quella magistratura che ha dato l’avvio alla notte della Repubblica; con micidiale tempismo – cui non sono estranee ragioni di marketing editoriale – sono usciti in sequenza il secondo libro a firma Sallusti/Palamara e “Giustizia ultimo atto: da Tangentopoli al crollo della magistratura” di Carlo Nordio.

Qualcuno, poi, di tanto in tanto torna ad auspicare, come vera ed incidente riforma della Giustizia, il diritto dei cittadini stessi di giudicare il proprio concittadino dotandosi di giurie popolari di stampo anglosassone che – a loro volta – affondano le radici in quelle previste dal diritto romano e  che potevano decidere, ad esempio, sulle accuse di malversazioni dei governatori provinciali, entro il Comitium, con dei  processi comiziali; ma, Il trial by jury  (perdonate: il latino, purtroppo, sta diventando desueto) può essere davvero il  rimedio alla tirannide dei Giudici di professione?

Francamente vi è da dubitarne: se qualche segnale di ripresa della coscienza civile si annota, troppo diffuso è ancora il populismo giustizialista anche in settori culturalmente evoluti della società. Provate a immaginare l’equilibrio una giuria popolare in cui, facilmente, confluirebbero abbonati de Il Fatto Quotidiano, elettori dell’indimenticato Fofò Bonafede Ministro senza portafoglio della ilarità fuor di luogo, adoratori del pensiero unico “alla Gratteri”. Tanto per citarne alcuni.

Qualcosa, forse, si muove per le riforme ma bisognerà misurarne la qualità: per ora ci si può solo domandare a che punto è la notte.

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