BCE

  • La Bce spinge per arrivare all’‘euro-bitcoin’

    La People’s Bank of China guida la corsa, la Bce insegue e la Fed avanza con cautela. Procede in ordine sparso la corsa delle banche centrali verso la creazione della valuta digitale: ma il tema entra di prepotenza nel dibattito fra i banchieri centrali. Proprio alle valute digitali il Fondo monetario internazionale ha dedicato una sessione di lavori su “Cross-Border Payments and Digital Currencies”. Con un panel in cui è intervenuto il presidente della Fed Jerome Powell. La Fed – ha spiegato Powell – sta valutando i benefici di una valuta digitale ma non ha ancora deciso.  “E’ una delle aree in cui per gli Stati Uniti è più importante fare bene che arrivare per primi”, ha detto Powell riferendosi all’ipotesi da molti già chiamata Fedcoin.

    L’azione delle banche centrali sul tema della valuta digitale di banca centrale – vera e propria creazione di moneta fatta a fronte di depositi – nasce proprio per la preoccupazione per le criptovalute: tanto più, come nel caso di Libra, le ‘stablecoin’ di Facebook, quelle che assicurerebbero protezione dalle maxi-fluttuazioni di bitcoin e simili ancorandosi a un paniere di valute tradizionali. Il Financial Stability Board, l’organismo che mette insieme i banchieri centrali e le autorità di regolamentazione finanziaria del G20, giusto una settimana fa ha avvertito dei rischi per la stabilità finanziaria, dandosi come obiettivo una maggior regolamentazione.

    Ma l’innovazione corre più veloce delle regole. E così le banche centrali valutano di entrare loro stesse nel gioco. Lo sta facendo la Cina. E se la Fed è cauta, la Bce accelera, con un progetto sperimentale in corso, una consultazione pubblica e una decisione finale sull’euro digitale già a metà 2021. C’è la sfida del mondo ‘crypto’, c’è Libra e una tale espansione dei pagamenti elettronici da mettere a rischio il controllo dell’offerta di moneta, la stabilità finanziaria, e persino il concetto di ‘sovranità digitale’ caro all’Ue. Ma, come emerge dalle parole stesse della presidente della Bce Christine Lagarde, c’è di più: si tratta di rendere “la nostra valuta adatta all’era digitale. Quando vediamo quanto velocemente si stanno diffondendo i pagamenti digitale, specie fra i giovani, è importante venire incontro a questa domanda”. E ancora, col digitale si “rafforza il ruolo internazionale dell’euro”. Fra le righe, si capisce che in gioco c’è la domanda globale, nei prossimi decenni, per la valuta, come riserva di valore, ma anche come unità di conto per i pagamenti digitali. Assicurarsela vuol dire garantirsi la propria fetta di ‘privilegio esorbitante’ dato dall’avere investitori desiderosi di detenere titoli in euro in ogni parte del mondo.

  • La politica monetaria: l’illusione di Bce, progressisti e sovranisti

    Dal 2015 la BCE ha adottato una politica monetaria fortemente espansiva attraverso il quantitative easing. Fino al 2019 e all’inizio del 2020 pre- covid l’inflazione media europea è risultata al di sotto del 2%, dato che viene indicato come l’indicatore di progresso e sviluppo economico.

    Dall’avvento della crisi mondiale legata alla pandemia la Bce insiste, attraverso una politica monetaria espansiva, con l’obiettivo di raggiungere la crescita dell’inflazione al 2% ma non avendo ancora realizzato come la politica monetaria all’interno di un mercato globale abbia perso parte, se non tutta, della propria efficacia.

    L’innovazione tecnologica permette infatti di ridurre i costi di intermediazione in qualsiasi settore industriale compreso soprattutto quello dei servizi anche finanziari.

    Con scenari internazionali certamente non rosei da anni, ad esclusione delle due macroaree degli Stati Uniti e della Cina, e con la possibilità di accedere a prodotti e a servizi espressione di sistemi economici con costi del lavoro risibili rispetto ai nostri risulta evidente come il settore economico continentale, soprattutto con una situazione di stagnazione, potrà sperare in una crescita dei prezzi espressione di una domanda marginale in crescita.

    La possibilità di reperire attraverso l’innovazione tecnologica beni (di consumo o intermedi) e servizi da ogni parte del mondo, espressione del mercato concorrenziale, determina di per sé una tendenza alla riduzione dei costi ma anche conseguentemente dei prezzi e quindi dei fatturati con un conseguente peggioramento del rapporto debito PIL. Perché, va ricordato, come sostanzialmente la ricerca di un maggiore tasso di inflazione da parte della BCE nasce proprio dalla speranza di riequilibrare il rapporto debito/PIL attraverso l’incremento nominale legato all’inflazione.

    Di conseguenza, se la politica monetaria rappresenta un’arma priva di effetti sarebbe interessante individuare quali potrebbero rimanere gli altri fattori importanti per ridare allo scenario economico una prospettiva di crescita, italiana in particolare.

    Sostanzialmente, più della politica monetaria la spesa pubblica, cioè la sua qualità unita alla pressione fiscale rappresentano i due fattori che possono maggiormente incidere sulla crescita economica e, di conseguenza, occupazionale. Spesa pubblica e pressione fiscale rappresentano i due fattori di maggiore potere da parte della classe politica e che non verranno mai ridotti in quanto ciò comporterebbe una sua riduzione (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    Questo ovviamente avviene in Italia in quanto in Germania e in Francia si assiste ad una scelta di ridurre, parzialmente e temporaneamente, la pressione fiscale sia a carico delle imprese (riduzione Imu per gli immobili strumentale) che sui beni di consumo (riduzione Iva).

    In altre parole, la classe politica si dimostra convinta ancora, e vale sia per la corrente “progressista” che “sovranista” (che invita ad un ritorno alla lira), che la politica monetaria abbia degli effetti sostanziali nelle politiche di sviluppo economico.

    L’illusione monetaria riunisce sotto lo stesso tetto i sostenitori del mercato globale senza alcuna barriera o protezione per i prodotti espressione del know-how nazionale con i sovranisti che vedono nel ritorno alla lira il volano per aumentare le esportazioni assieme alle autorità monetarie (Bce) che vedrebbero così riconfermata la propria funzione. Quando invece solo un radicale intervento sulla qualità della spesa pubblica e sulla pressione fiscale rappresentano gli unici due fattori che possano realmente creare le condizioni per una crescita. Entrambi, però, ridurrebbero il peso della compagine politica nella sua totalità ma comunque responsabile di questa situazione e che ancora spera, attraverso la politica monetaria, di accrescere o quantomeno mantenere la propria centralità e il proprio potere.

  • 2020: la fiscalità digitale di svantaggio

    Uno dei più giganteschi errori che siano stati commessi nelle analisi politiche ed economiche relative al terzo millennio è quello che indicava nella scomparsa delle ideologie il tratto caratterizzante. I due blocchi contrapposti di Occidente e Oriente, che hanno caratterizzato sostanzialmente il confronto politico all’interno di tutti i paesi occidentali, sono evidentemente venuti meno con la caduta del Muro di Berlino.

    La contrapposizione ideologica, tuttavia, si è trasferita dal terreno politico a quello economico con effetti ancora più devastanti. Risulta evidente, infatti, come la contrapposizione e la stessa applicazione di una ideologia politica possano determinare degli effetti per la vita reale e quotidiana tutto sommato relativi. Uno stato democratico assicura per sua stessa natura la mancanza di un partito dominante ed egemone.

    Risulta quindi evidente come anche la più integralista visione politica espressa da un partito, anche se di maggioranza relativa, debba scendere a dei compromessi rispetto al proprio impianto ideologico al fine di comporre una maggioranza governativa.

    Viceversa, questo atteggiamento fortemente ideologizzato, quando viene trasferito all’interno del potere esecutivo e quindi governativo, determina immediatamente, attraverso le proprie strategie e conseguenti scelte operative, degli effetti che si riverberano nella vita quotidiana dei cittadini con degli esiti immediati.

    Sono passati solo cinque giorni dall’accordo sul Recovery Fund il quale sembrerebbe aver ridato centralità ed autorevolezza all’Unione Europea con una forte enfasi del governo italiano in carica.

    In questo nuovo scenario politico il governo Conte si dimostra, invece, ancora una volta, in rotta di collisione con le indicazioni della massima autorità economica europea (Bce), dimostrando una intransigenza politica ed ideologica molto simile a quella dei “sovranisti” dai quali invece afferma di volersi distinguere. Ancora una volta, infatti, il governo nella manovra aggiuntiva del prossimo agosto intende penalizzare l’utilizzo dei contanti nonostante il parere fortemente negativo della Bce (https://www.italiaoggi.it/news/la-bce-boccia-il-governo-conte-sulla-limitazione-del-contante-non-e-affatto-dimostrato-che-serva-a combattere-2416294). Il massimo organismo europeo afferma come nella lotta all’evasione il paradigma della guerra al contante risulti assolutamente inutile ma anche dannoso specialmente per le fasce più povere della popolazione. Quindi la massima autorità finanziaria europea, dalla quale si pretende il quantitative easing, umilia ancora una volta la scelta ideologica più che economica del nostro governo. Rasenta infatti ormai il ridicolo questo nuovo furore “sessantottino” applicato all’economia ed in più in un periodo di grandissima difficoltà, sempre incurante degli effetti per le fasce di popolazione più povere, come sottolineato dalla Bce.

    La fiscalità di vantaggio ha ragione di esistere con il fine di attrarre investimenti dall’estero creando comunque una diseguaglianza rispetto agli investitori nazionali. Quando questa, poi, viene invece applicata solo in rapporto ad una modalità di pagamento attraverso la moneta digitale rappresenta una violazione dei principi di uguaglianza di fronte alle norme anche fiscali diventando una fiscalità di svantaggio per le fasce meno attrezzate digitalmente. Una sordità ed una incompetenza che non hanno riscontri precedenti relative ad una simile contrapposizione tra i cosiddetti filo-europeisti, come ama definirsi la maggioranza di Governo, e la massima autorità monetaria europea.

    Il terzo millennio risulta quindi caratterizzato dal trasferimento del confronto ideologico dalla politica all’economia i cui effetti, come ampiamente anticipato, risulteranno sempre a carico delle fasce più deboli della popolazione.

    In economia quando l’ideologia prende il posto della competenza viene a determinarsi un quadro economico e sociale con effetti molto pesanti in termini di sostenibilità economica in particolar modo per le fasce di popolazione più esposte. Nel terzo millennio quindi si può tranquillamente affermare come il pragmatismo economico venga sacrificato alla ideologia dominante anche se questo determinasse un costo aggiuntivo per i propri cittadini.

  • La Bce e l’ambiguità del governo Conte

    L’Italia, ma soprattutto la sua compagine politica nazionale, rappresenta un unicum politico in Europa. Sostanzialmente le compagini politiche presenti nei vari paesi che compongono l’Unione Europea si dividono tra filoeuropeisti e sovranisti, in antitesi tra loro. La contrapposizione politica tre due schieramenti si articola ovviamente nelle diverse visioni monetarie (pro euro ed euroexit), ed ovviamente ideologie politiche, che possono proporre il sostegno ad una possibile uscita dall’Unione Europea sostenuta dai sovranisti, ma anche nella strategia economica di medio e lungo termine.

    L’Italia, viceversa, con il governo Conte e la maggioranza che lo sostiene, presenta una posizione “terza” rispetto all’Unione Europea e alle proprie istituzioni.

    Alle dichiarazioni di appoggio alla politica europea in particolar modo del PD, ed ovviamente in contrapposizione alle posizioni dei sovranisti, fa riscontro nella realtà una sostanziale sordità ed ambiguità rispetto alle indicazioni che l’autorità monetaria europea indica in relazione alla politica economica del nostro Paese. “La BCE bacchetta il governo Conte e clamorosamente boccia la lotta al cash dell’Italia, avvertendo: “rischiate di colpire le fasce più deboli” (da investireoggi.it).

    La Bce, quindi, afferma una verità conosciuta da molti in Italia ma negata solo da una classe politica indegna di un paese democratico. In questo modo la politica dimostra la propria posizione non più ideologica ma semplicemente opportunista e probabilmente soggetta ad interessi terzi (https://www.ilpattosociale.it/attualita/contante-ed-telepass-finanziario/).

    Mai un governo aveva dimostrato attraverso delle opinabili scelte di politica economica e monetaria una volontà e una colpevole insensibilità così evidente nel colpire le classi più deboli. Una ambiguità confermata dalla stessa BCE alfine di ribadire una propria supposta superiorità intellettuale a fronte invece della propria sudditanza al sistema bancario ed alle compagnie telefoniche che forniscono le reti.

     

  • L’economia dell’Eurozona non tornerà ai livelli pre-crisi almeno fino al 2021, il presagio di Lane della BCE

    Philip Lane, capo economista della Banca centrale europea (BCE) ha avvertito, in una intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais, che è improbabile che l’economia dei paesi dell’area dell’euro torni ai livelli precedenti la crisi del Coronavirus, almeno fino al 2021. Lane ha osservato che la BCE monitora costantemente la situazione e che potrebbe adeguare tutti i suoi strumenti se ciò si rivelasse necessario, compreso il programma di acquisti di emergenza Pandemic da 750 miliardi di euro (PEPP). “Se vediamo che le condizioni finanziarie sono troppo rigide o la pressione sui singoli mercati obbligazionari non riflette i fondamentali economici, possiamo adattare le dimensioni o la durata dei nostri acquisti, che possiamo comunque allocare in modo flessibile nel tempo e nei segmenti di mercato”, ha detto Lane in vista della riunione di giugno della BCE.

  • Corte Costituzionale tedesca

    La sentenza della Corte Costituzionale tedesca del 5 maggio scorso è di particolare importanza nonostante alcuni commentatori l’abbiano sottostimata. Qualcuno è arrivato a sostenere che il giudizio dei magistrati tedeschi non cambi nulla per la Banca Centrale Europea ma si sbaglia di molto perché il suo effetto sarà come quello di una bomba a grappolo che colpirà in più direzioni.

    Vediamo di cosa si tratta esattamente.

    Il procedimento è cominciato a seguito della denuncia presentata da alcuni politici tedeschi dell’AFD e della CDU che accusavano la Banca Centrale europea di fare operazioni che eccedevano i propri compiti statutari. I ricorrenti sostenevano che anziché limitarsi a svolgere una politica monetaria come previsto dal suo Statuto, la BCE aveva dato vita ad un’azione vera e propria di politica economica per aiutare Stati che si trovavano in difficoltà finanziaria (vedi Italia, Spagna e similari). La questione riguardava le operazioni di acquisto dei Titoli di Stato effettuati da Mario Draghi a partire dal 2015, quando era Presidente. La sentenza del 5 maggio non riguarda quindi gli acquisti effettuati recentemente ma strettamente solo quelli del passato. Ovviamente, però, finirà con l’influire anche sul futuro. Interpellata dalla stessa Corte Costituzionale tedesca, la Corte di Giustizia Europea aveva dichiarato nel 2018 che in quelle operazioni non vi era nulla di illegale che eccedesse i compiti della stessa BCE e che il tutto andava considerato come perfettamente regolare. La sentenza emessa dai giudici di Karlsruhe statuisce che potrebbe realmente trattarsi di una attività corretta, purché tuttavia fossero rispettate tutte le condizioni previste dallo Statuto della Banca Centrale stessa. Cioè che i Titoli di Stato di ogni Paese acquistati non siano superiori come entità alla percentuale di capitale che ogni stato possiede all’interno della banca stessa. Poiché l’Italia partecipa alla BCE con il 13,8%, i Buoni del Tesoro italiani comperati da Francoforte, in proporzione al totale degli acquisti di buoni del tesoro della zona euro, non dovrebbe aver superato tale percentuale. Inoltre, la Corte sospetta che acquisti di volume così importante come quelli avviati da Draghi nel 2015 possono aver causato “effetti economici sproporzionati” rispetto al mandato di pura politica monetaria.

    In realtà, l’acquisto ordinato da Draghi e continuato dalla Lagarde fu effettuato sulla base di un programma chiamato PSPP (Public Sector Purchase Programme). Fino al febbraio scorso, per ogni 100 milioni di euro in titoli statali, la BCE ne comperava 27 milioni in Bund tedeschi, 19 milioni in OAT francesi e 14 milioni in BTP italiani. La proporzione era quindi rispettata. Già nel marzo scorso, tenuto conto degli attacchi speculativi contro il debito pubblico italiano, la BCE ha investito invece 12 miliardi in BTP e soltanto 2 miliardi in Bund. Oggettivamente, questi ultimi acquisti hanno ecceduto la proporzionalità prevista. Qualora si dovessero ora seguire le indicazioni della Corte Costituzionale tedesca, la BCE sarebbe obbligata o a ridurre l’acquisto di titoli di stato italiani o ad aumentare quelli degli altri Paesi. La naturale conseguenza sarebbe che lo spread tra l’interesse pagato dai tedeschi e quello a carico dei nostri BTP non potrebbe che aumentare.

    Per quanto riguarda gli “effetti economici” i giudici tedeschi chiedono alla Banca di Francoforte di dimostrare in un tempo massimo di tre mesi e in modo comprensibile e comprovato che gli obiettivi di politica monetaria perseguiti dal PSPP non siano sproporzionati rispetto ai compiti statutari di carattere puramente monetario. Qualora le spiegazioni della BCE non fossero considerate soddisfacenti, la Banca Centrale Tedesca dovrebbe ritirarsi dal capitale della stessa e non contribuire più al suo finanziamento. Impongono inoltre sia al governo di Berlino che alla Banca Centrale di sorvegliare (rimproverandoli di non averlo fatto nel passato) l’operato della BCE per assicurare che tutti i dovuti requisiti siano costantemente rispettati.

    Attualmente, a causa della pandemia da coronavirus, al PSPP si è affiancato un altro programma considerato di emergenza, il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) che però non è preso in considerazione dalla sentenza (salvo nuove denunce di qualche tedesco – od olandese).

    Se osserviamo il tutto dal punto di vista strettamente giuridico e formale, quanto deciso a Karlsruhe non fa una piega.  Purtroppo, il risultato di questa sentenza porta molte conseguenze (una l’abbiamo vista) e invita ad alcune considerazioni.

    Innanzitutto la Corte tedesca cita due articoli della Costituzione della Repubblica Federale ed esattamente l’articolo 20 e l’articolo 79. L’articolo 20 prevede che le leggi tedesche siano sempre superiori a qualunque possibile decisione del governo. L’articolo 79 obbliga Berlino a considerare assolutamente prioritario l’obbedire alla Costituzione della Repubblica rispetto a qualunque Trattato o accordo internazionale. Per meglio capire cosa ciò significhi è bene ricordare che nella Costituzione italiana l’articolo 117 prevede che il nostro Stato debba sottostare ai vincoli che derivano dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali sottoscritti e ratificati dal Parlamento. In altre parole mentre noi, partecipando all’Unione Europea ci sottomettiamo alle decisioni che ne derivano, la Germania considera ogni impegno europeo sempre subordinato alle proprie leggi interne.  Ancora più chiaramente: ogni accordo firmato con Bruxelles potrà non essere rispettato se, in qualche modo, dovesse intaccare gli interessi immediati della Germania.

    È evidente, a questo punto, che la stessa Unione Europea, checché se ne dica enfatizzando il termine “Unione” non resta che un calderone di Stati che la riconoscono sovrannazionale soltanto e fino a quando ciò fa loro comodo. Così almeno per quanto riguarda l’interpretazione che la Corte Costituzionale tedesca dà della cosa.

    Un secondo aspetto a conferma di quanto sopra è che la Corte tedesca smentendo, almeno in parte, la precedente sentenza della Corte di Giustizia Europea se ne considera oggettivamente superiore. Quanto alla BCE di cui si è sempre vantata l’“indipendenza”, scopriamo ora che dovrebbe rispondere del proprio operato ad un organo interno della Germania, cui dovrebbe fornire “spiegazioni”. Davanti a una sentenza di tal genere poco potrà fare perfino il più europeista dei politici tedeschi poiché se contraddicesse all’imposizione della Corte di Karlsruhe si metterebbe automaticamente fuori delle sue proprie leggi.

    Così stando le cose, occorre prendere atto che se non cambia la Costituzione tedesca, non sarà mai possibile procedere verso quella maggiore integrazione da tanti auspicata e prevista addirittura dai padri fondatori.

    Che fare? Le scelte sono due.

    La prima: prendiamo atto che fino ad ora abbiamo scherzato e cioè che l’Europa non esiste e mai esisterà. La seconda (che il sottoscritto auspica da sempre): i politici del continente, quelli convinti che in un mondo di grandi potenze l’unico modo per garantire il nostro attuale benessere è quello di “unificarci “per davvero, prendono il coraggio di rimettere mano a tutti i Trattati e di trasformare la nostra fittizia “unione” in una vera Federazione. Tertium non datur.

  • La produttività delle politiche monetarie

    Il grido di allarme dell’uscente presidente della Bce Mario Draghi relativamente al rallentamento delle crescita economica europea dovrebbe finalmente aprire una seria valutazione sull’impatto delle politiche monetarie espansive inserite in un contesto di mercato  global, anche finanziario. La crescita insufficiente, infatti, lamentata dal presidente del Q.E. era ampiamente prevista in considerazione degli effetti della prima stagione di iniezione di liquidità ai quali si aggiungono fattori politici ed economici specifici che trovano espressione nel sentiment in constante flessione dei consumatori.

    L’ultimo quantitave easing ha permesso ai diversi Stati, in particolare al nostro, di applicare una politica di esplosione della spesa pubblica (+5% ogni anno) utilizzando in aggiunta anche i minori costi  regalati dal calo dei tassi di interesse e quindi dei costi di servizio al debito pubblico. Questa “reale sospensione dalla realtà delle valutazioni dei fondamentali economici del nostro paese” ha illuso tutti i governi, dal 2015 in poi, ed indotto gli stessi ad aumentare la spesa pubblica anche se finalizzata alla semplice copertura della sola spesa corrente mentre la stessa  in conto capitale, e quindi in fattori competitivi, veniva quasi azzerata: basti pensare agli 80 euro come al reddito di cittadinanza e a quota cento.

    Contemporaneamente la sovrabbondanza di liquidità ha letteralmente depatrimonializzato i risparmi i cui rendimenti con estrema difficoltà riescono a trovare rendimenti superiori allo zero virgola (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).In questo contesto macro-economico risulta difficile immaginare una crescita dei consumi, e quindi una conseguente inflazione da domanda, in quanto il sentiment del consumatore trova la propria manifestazione nella crescita della liquidità nei conti correnti (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). Una scelta fortemente criticata dal mondo politico ed economico il quale, tuttavia, ancora oggi non ha compreso l’entità dell’impatto devastante che la crisi  degli Istituti bancari come Popolare di Vicenza e Veneto Banca abbia determinato nel rapporto fiduciario tra risparmiatori e prodotti finanziari.

    Tornando alle dichiarazioni del presidente della Bce e relative alle cause della frenata della crescita della eurozona, queste vengono sostanzialmente indicate nel clima di incertezza legato alle tensioni internazionali (come la contrapposizione nel mondo arabo tra Arabia Saudita ed Iran) e al rallentamento del commercio mondiale a causa delle politiche “protezioniste” con una evidente accusa mossa all’amministrazione statunitense.

    Innanzitutto va ricordato che le politiche protezioniste furono inaugurate dall’Unione Europea, cominciando dall’alluminio cinese al riso ed alla ceramica da consumo fino ai pneumatici cinesi (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/22/free-o-fair-trade-i-diversi-casi-di-ceramica-riso-e-tessile/). In più, in ambito strategico risulterebbe opportuno utilizzare come parametro economico non tanto il commercio (che risulta espressione di valori già prodotti) quanto i prodotti sintesi di  valore aggiunto legato al know how ed alle professioni, espressione quindi di un valore economico e culturale di un sistema economico nazionale.

    In una recente ricerca pubblicata dalla Banca d’Italia viene certificato come le retribuzioni medie in Italia statisticamente risultino in diminuzione soprattutto a causa dell’aver puntato sul settore turistico a basso valore aggiunto come alla concorrenza nei lavori a bassa professionalità della manodopera extracomunitaria. Da questi dati emerge la seconda motivazione per la quale la crescita italiana in primis ed europea, nonostante l’iniezione di liquidità, non aumentano in quanto il turismo (il petrolio italiano si affermava)non offre  un valore aggiunto simile a quello generato dal sistema industriale. Un minore valore aggiunto che si traduce in una minore capacità di acquisto e di consumo.

    Una crisi economica come quella cominciata nel 2008 ovviamente ha evidenziato come le strategie economiche degli ultimo vent’anni di fatto ci abbiano impoverito. In questo senso, infatti, non sarà mai troppo tardi ricordare come le delocalizzazioni produttive di fatto abbiano rappresentato un semplice elemento speculativo (di clonazione finanziaria) e abbiano permesso alle aziende una svalutazione competitiva del bene finale o intermedio (escludendo ancora il fattore valutario) ed una svalutazione del bene importato dai paesi a basso costo di manodopera. Una strategia all’interno di una logica di breve periodo, espressione della  classifica azione speculativa che il  settore industriale con colpevole leggerezza ha adottato.

    In un contesto così articolato e complesso, quindi, risulta illusorio credere che una politica monetaria espansiva possa offrire degli effetti positivi relativi alla crescita degli asset industriali quando gli Istituti bancari (il vero tessuto connettivo della crescita) stanno riducendo il credito alle imprese.

    Ma il grido d’allarme del presidente della BCE andrebbe anche rivolto non solo ai responsabili delle scellerate politiche della costante crescita della spesa pubblica dei paesi sud-europei ma anche e soprattutto a tutto quel mondo economico che negli ultimi anni aveva  individuato nella sharing, App e gig Economy la strada maestra verso lo sviluppo economico ed in più sostenibile.

    Non appena la locomotiva tedesca, per lo più legata al settore automobilistico (che non è stato assolutamente tutelato dalla Merkel con sua  grandissima colpa) ha mostrato segnali di rallentamento ecco che le produzioni espressione dei nostri distretti industriali sono precipitate del -34,7% il distretto metalmeccanico di Lecco mentre un -30,8% il distretto dei metalli di Brescia e persino il settore delle mele dell’Alto Adige segna un -18,5 %, dimostrando ancora una volta come un mercato globale condizioni settori tra loro distanti. Una tendenza macro comune a tutti i distretti italiani, come per il  tessile abbigliamento pratese e il settore della rubinetteria di Lumezzane che segnano flessioni di produzioni molto preoccupanti. La stessa confusione strategica relativa alla sostenibilità della economia globale, della quale il mondo politico sembra accorgersi seguendo una adolescente svedese, genera una incertezza che blocca qualsiasi iniziativa ed investimento economico. Basti pensare come il nostro sistema industriale delle Pmi risulti il più eco sostenibile d’Europa e come lo stesso continente europeo abbia ridotto le emissioni dal 2000 ad oggi del -16% mentre Cina ed India rispettivamente del +208% e 155%.

    Quindi l’eccellenza industriale italiana ed europea, che trova la massima espressione nel settore automobilistico nel motore diesel a basse emissioni e nella produzione di energia nucleare, ora si trova sotto accusa per responsabilità di altri paesi lontani da noi non solo geograficamente ma soprattutto nelle normative di tutela dell’ambiente così come dei lavoratori ed ovviamente dei prodotti.

    Tornando al  contesto europeo ed italiano  caratterizzato dalla assoluta estemporaneità del ceto politico, la cui visione di crescita strategica parte dalla tassazione delle merendine e ripropone l’ennesima lotta all’evasione fiscale ignorando gli oltre 200 MLD di sprechi delle spesa pubblica, è normale che il consumatore e il lavoratore posticipano gli acquisti lasciando la liquidità nei conti e di fatto ponendo un altro ulteriore freno alla crescita.

    Ripensando, quindi, alle considerazioni del purtroppo uscente presidente Draghi risulta evidente come il nostro continente, dopo anni di declino culturale, abbia imboccato la strada del precipizio culturale, figlio di una classe dirigente e politica selezionata con criteri assolutamente inadeguati in considerazione di un mercato globale e sempre più complesso. In altre parole, le economie europee, come quella italiana, non crescono non perché la produttività industriale diminuisca ma perché la produttività delle politiche monetarie risulta quasi ininfluente in rapporto all’entità degli strumenti finanziari utilizzati all’interno di un mercato globale.

  • Il combinato recessivo tra iperliquidità e tassazione dei contanti

    Già nel recente  passato erano stati considerati gli effetti di una politica monetaria espansiva, nello specifico il quantitative easing, soprattutto per il risparmio privato (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).

    La scelta del presidente Mario Draghi di inaugurare un nuovo quantitative easing (senza per altro indicarne il limite temporale) rappresenta sicuramente una decisione strategicamente vincente. Questa,infatti, ottiene il doppio obiettivo di condizionare la presidente subentrante Christine Lagarde ed, al tempo stesso, fornire risorse finanziarie fresche finalizzate al sostegno di una nuova ripresa economica. Questa nuova stagione di iperliquidità, tuttavia, rappresenta un’opportunità non solo per le aziende, le quali riescono a finanziarsi paradossalmente ad un tasso negativo, ma purtroppo anche per gli Stati per i quali si apre la possibilità di finanziare il debito con costi di servizio al debito in forte contrazione.

    In tal senso si ricorda come in Europa, ormai, tutti i titoli del debito sovrano abbiano tassi negativi, ad esclusione dell’Inghilterra, a causa della Brexit, e dell’Italia, sempre per il debito e la spesa pubblica fuori controllo. In questo senso basti ricordare l’esperienza degli ultimi governi,in particolare Renzi e Gentiloni, che non hanno saputo valorizzare, attraverso una riduzione del debito, la diminuzione dei costi del debito, conseguenza del  quasi azzeramento dei tassi di interesse.

    In un periodo caratterizzato perciò da questa nuova iniezione di risorse finanziarie risulterebbe assolutamente opportuno inserire la Golden Rule (la quale obbliga i governi ad accedere a nuovo debito solo per finanziare produttivi ed infrastrutturali), e non come hanno sempre fatto negli ultimi anni al fine semplicemente di finanziare nuova  spesa corrente. Gli effetti collaterali di questa politica monetaria espansiva possono risultare molto simili a quelli di una stagione  economica caratterizzata da un alto tasso di inflazione senza averne tuttavia una decaduta del  valore nominale della moneta: come detto prima la depatrimonializzazione del risparmio ne rappresenta la conseguenza poco gradita ai risparmiatori.

    In questo contesto, quindi, risulta anacronistico, ma soprattutto economicamente controproducente, la proposta di tassare i contanti i quali già perdono valore a causa della politica monetaria espansiva. Tassarli ulteriormente, tuttavia, rappresenterebbe l’atto finale e conclusivo di una strategia finalizzata ad azzerare completamente i consumi già ora in flessione (nell’anno in corso oltre 1 miliardo). Il tutto in nome di una lotta all’evasione fiscale della quale ancora oggi non si comprendono i termini ed i volumi figuriamoci le cause.

    L’idea lanciata da Confindustria di  tassare del 2% i prelievi al bancomat oltre 1.500 euro per combattere l’evasione fiscale rappresenta perfettamente lo scollamento non solo della politica ma anche della cosiddetta classe dirigente dalla realtà economica ed il comune percorso verso un declino culturale di cui quello economico ne rappresenta un aspetto. In questo modo, infatti, verrebbero penalizzati tutti i cittadini onesti che vedono versato il proprio stipendio o pensione sul proprio conto corrente e che pagherebbero una sovrattassa di oltre 1.500 euro di prelievo mentre il nero (Confindustria lo ignora) che certamente  non viene versato sui conti correnti continuerebbe a girare regolarmente (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/).

    In questo contesto storico, nel quale anche gli Istituti di credito presentano forti difficoltà nel reperire marginalità, possono risultare comprensibili, anche se sono intellettualmente disoneste le motivazioni che spingono Confindustria, assieme al mondo degli istituti di credito, nel  proporre la progressiva eliminazione del contante in quanto assieme alle compagnie telefoniche si assicurerebbero delle vere e proprie rendite di posizione .

    Le strategie economiche, tuttavia, dovrebbero dimostrare come obiettivo da conseguire non tanto quello di creare ulteriori vantaggi per uno specifico settore ma, viceversa, avere come traguardo  quello di creare nuovo reddito e PIL, quindi nuovo valore aggiunto. La combinazione, quindi, di una perdita del valore patrimoniali dei risparmi, e conseguentemente delle rendite, unita ad una tassazione dei contanti innescherebbe una spirale recessiva dalla quale sarebbe estremamente difficile uscirne.

    La terribile connessione tra quantitative easing ed una tassazione sul contante si manifesterebbe quindi non come la sommatoria di questi due fattori, il primo indiretto il secondo espressione di una volontà politica, ma fonte di effetti esponenziali in relazione al reddito disponibile e quindi alla capacità di spesa dei consumatori.

    La nostra economia rientrata dopo tre anni al punto di partenza avrebbe bisogno non solo una iniezione di liquidità destinata ad una sostanziale riduzione della pressione fiscale ed al finanziamento delle attività produttive ed infrastrutturali  ma anche di nuove professionalità svincolate da interessi di parte. Al tempo stesso anche di una sana iniezione di libertà che possa trovare la propria espressione attraverso competenze contemporanee.

  • Tassi negativi sui depositi delle banche alla Bce: nel 2018 hanno reso 7,5 miliardi a Francoforte

    L’11 giugno 2014, la Bce ha introdotto un tasso di interesse negativo sui depositi presso la Banca Centrale e questo, secondo un’analisi condotta da Deposit Solutions, ha fatto sì che nel solo 2018, le banche della eurozona abbiano trasferito alla BCE circa 7,5 miliardi di euro sulle giacenze liquide, ossia 21 milioni di euro al giorno, con un impatto medio sugli utili del -4.3% nel solo 2018. La maggior parte di questi pagamenti è stata effettuata da banche tedesche, francesi e olandesi che, nel periodo 2016-2018, hanno pagato rispettivamente 5,7, 4,1 e 2,5 miliardi di euro, con un impatto sugli utili compreso tra il -9.1% della Germania e il -4% della Francia. Nello stesso intervallo di tempo, le banche Italiane hanno rappresentato il 5.2% dei trasferimenti, per un controvalore di circa 900 milioni di euro di interessi negativi. Con un impatto sul profitto del -2,4%, le banche italiane hanno versato meno tassi di interesse negativi di quelle francesi e tedesche, ma più delle controparti spagnole, che negli ultimi tre anni hanno pagato 764 milioni.
    I pagamenti dei tassi di interesse negativi continuano a crescere anno dopo anno, ma non in Italia. I pagamenti annuali di interessi delle banche tedesche sono quasi raddoppiati negli ultimi tre anni e sono aumentati di anno in anno anche in Francia, Paesi Bassi e Lussemburgo. L’aumento è stato particolarmente oneroso per le banche spagnole che nel 2016 hanno versato circa 125 milioni di euro di tassi di interesse negativi, e nel 2018 più di tre volte tanto, attestandosi sui circa 400 milioni di euro. In controtendenza, l’Italia è stata l’unico paese dell’Eurozona ad aver registrato un calo dei pagamenti di anno in anno.

  • Italia e Spagna maggiori beneficiarie del sostegno della Bce a banche, imprese e famiglie

    Insieme alla Spagna, l’Italia è la maggior beneficiaria del programma Tltro (Targeted longer-term refinancing operations) con cui la Bce guidata da Mario Draghi in questi anni ha aumentato la disponibilità di liquidità per le banche (tramite prestiti alle banche di durata quadriennale a tassi favorevoli, condizionati però alla successiva erogazione di finanziamenti a famiglie e imprese da parte delle banche stesse).

    Al momento la Banca centrale europea ha portato a termine due programmi Tltro, il primo lanciato il 5 giugno 2014 e il secondo avviato il 16 marzo 2016: nella sostanza con tali prestiti la Bce ha offerto liquidità alle banche applicando un tasso corrispondente a -0,4%.

    Dalle elaborazioni di Jefferies International su dati Bce riportate dal Sole 24 Ore risulta che le banche italiane sono quelle che, in rapporto agli asset, hanno fatto maggior ricorso al sostegno di Francoforte. Sommando i prestiti settimanali al tasso di rifinanziamento principale (Mro, Main refinancing operations, che è a pari a 0) a quelli Tltro (al tasso negativo di -0,4%) le banche italiane hanno ottenuto 243 miliardi di euro, che corrispondono al 6,5% del totale degli asset (3.744 miliardi). Dietro l’Italia, la Spagna (6,4%), seguita dal Portogallo (4,8%),  Grecia (4,1%), mentre in fondo troviamo  Francia (1,7%) e Germania (1,1%).

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