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Free o Fair Trade? I diversi casi di ceramica, riso e tessile

Bruxelles ha rinnovato i dazi antidumping applicati alla ceramica da tavola proveniente dalla Cina. Questa scelta politica rappresenta una prova di consapevolezza ma soprattutto di tutela di un settore che ha perso 33.000 posti di lavoro. Una giusta ed oculata decisione che ovviamente stride con la infantile visione di economisti sostenuti da sempre dalle maggiori testate giornalistiche contrari ai dazi in quanto tali. Nella loro visione massimalista, infatti, questi non riescono a cogliere la differenza tra i dazi imposti come strumento politico di una guerra commerciale, come quella tra Stati Uniti e Cina, e i dazi compensativi finalizzati a riequilibrare gli effetti del dumping fiscale retributivo e normativo, per altro con risultati  abbastanza relativi.

Il mondo politico ed accademico europeo rimane attaccato quindi alla visione del Free Trade “hic et nunc”. Nel mondo del Monopoli, quindi assolutamente illusorio, forse una maggiore concorrenza porterebbe ad una riduzione dei prezzi praticati al consumatore, espressione di una maggiore produttività. Un vantaggio attribuito alla politica commerciale del Free Trade (libero quindi in assenza di ogni tipo di dazio compensativo), ormai ampiamente disattesa dalla realtà, ma ancora oggi sostenuta appunto dal mondo politico ed accademico nella sua articolata complessità. In questo senso un esempio lampante proviene dal mondo della risicoltura, specialmente italiana, per la cui tutela l’Unione Europea ha imposto dazi all’importazione delle produzioni provenienti da Cambogia e Myanmar.

La visione economica e politica fino ad ora espressione del Free Trade, senza dazi quindi, aveva portato le quotazioni del riso da 700 a 300 euro/tonnellata, senza alcuna minima riduzione sul prezzo finale al pubblico ma azzerando la marginalità degli agricoltori del riso italiano. L’effetto giustificativo, quindi, tanto ricercato, relativo ai positivi effetti della concorrenza legata al calo di oltre il oltre 60% della quotazione del riso, risultava concentrato nelle dinamiche commerciali di grossisti e rete distributiva a scapito di produttori e consumatori. Primo motivo per cui gli immediati vantaggi della concorrenza sono clamorosamente disattesi (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/17/riso-nellunione-europea-finalmente-i-dazi/).

Eppure si continua ancora oggi, come espressione industriale del Free Trade, a professare quella teoria economica dello sviluppo multilaterale attraverso le delocalizzazioni produttive, per esempio nel settore abbigliamento, in paese africani dove un operaio guadagna 26 dollari al mese (23,17 euro).

Considerando lo stipendio medio di un operaio tessile italiano che si aggira attorno ai 1250 euro, anche aumentando la produttività e raggiungendo un rapporto 10 volte superiore a quello africano (10/1), rimarrebbero sempre 1019 euro di differenziale di costo (appunto l’extra guadagno speculativo sottratto al Pil divenuto così rendita di capitale) che rende ridicola di conseguenza la teoria del ricorso ad una maggior produttività (industria 4.0?) per compensare i bassi costi di produzioni delocalizzate. Per poi rilevare quotidianamente come i vantaggi economici espressione da tali “speculazioni produttive” non trovino alcun riscontro sul prezzo finale praticato al consumatore, esattamente come nel settore della risicoltura. Proprio come per la ceramica da tavola ed il riso la delocalizzazione rappresenta la forma speculativa industriale mediata dal mondo della finanza.

Tornando alla ceramica da tavola che usufruirà giustamente con la nuova normativa ed il conseguente mantenimento dei dazi una tutela rispetto alla concorrenza, espressione di dumping retributivo, fiscale e normativo, ancora una volta l’economia reale offre un esempio non viziato da ideologie politiche che per due  volte l’Unione Europea ha dimostrato di comprendere.

Una riflessione a parte va fatta, invece, per un settore importante, come il tessile-abbigliamento, che ancora oggi non riesce ad ottenere delle tutele, pur rappresentando il secondo settore per occupazione ed export, continuando ad essere in balia delle speculazioni più sordide attraverso delocalizzazioni inaccettabili per le condizioni di vita dei lavoratori e la certificazione del prodotto. Una riflessione che dovrebbe finalmente mettere in discussione l’azione e le politiche poste in campo dalle diverse organizzazioni di categoria, anche loro come il mondo della politica unite in una forte caduta di credibilità.

Il Free Trade (libero commercio), in ultima analisi ben rappresentato quotidianamente da interventi di politici, economisti ed accademici all’interno delle diverse testate giornalistiche e dei programmi televisivi, si illude ancora oggi che, attraverso il semplice aumento  della produttività (si ricordi il prima citato 10/1), le aziende che operano in Europa potrebbero competere con le imprese concorrenti locate in estremo Oriente, e ora anche in Africa, che godono di un assoluto dumping normativo, fiscale e retributivo e della assoluta mancanza di qualsiasi tipo di normativa a tutela dei prodotti e dei lavoratori. Di contro il Fair Trade (equo commercio) dimostra come la tutela dei vari settori produttivi da azioni di dumping provenienti da paesi assolutamente non comparabili sotto profilo normativo non rappresenti una politica conservatrice ma semplicemente una azione di compensazione a tutela dei consumatori e dei lavoratori.

 

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