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Riso nell’Unione Europea: finalmente i dazi

L’economia reale molto spesso supera quella teorica ed accademica attraverso le sue molteplici applicazioni, anche perché la prima valuta gli effetti e la realtà oggettiva mentre  la seconda spesso  non li conosce arrivando persino a negarli.

Da anni considero “l’ideologia economica” con i propri dogmi applicati al libero mercato come un’utopia indicatrice non solo di una scelta strategica ma anche del distacco con le realtà oggettive di un mercato complesso. Un mix di schemi politico economici rigidi che non tengono in nessun conto, per esempio, dei diversi quadri normativi delle diverse espressioni statali che operano nel libero mercato in materia di sicurezza per i lavoratori e dei processi di produzione fino al prodotto finito, per esempio per le norme  igienico sanitarie come espressione dello sviluppo dei paesi.

Per anni, anzi per troppi anni, abbiamo assistito allo scempio delle strutture industriali italiane quasi azzerate dalla invasione  di prodotti a basso costo, espressione di civiltà e complessi normativi incompatibili con il nostro livello di sviluppo e di considerazione per il consumatore finale ed il prodotto stesso.

Finalmente la scelta dell’Unione Europea di introdurre i dazi sul riso proveniente dalla Cambogia e dal  Myanmar sembra  offrire l’espressione di una valutazione reale del  diverso complesso normativo alla base del settore agroalimentare italiano ed europeo nei confronti di quelli dei paesi dell’estremo oriente.

L’importazione di riso tax free ha portato il valore della tonnellata del prezioso alimento di cui l’Italia detiene il primato mondiale della qualità da 700 a 300 euro alla tonnellata. Una riduzione che ha di fatto (considerati i costi incomprimibili delle filiera italiana) estromesso dal mercato molti  produttori italiani. Sopratutto però tale riduzione  di oltre il 60%del costo del riso/tonnellata non ha prodotto alcun vantaggio per i consumatori sia italiani che europei.

Questa mancata traduzione sul prezzo finale a causa della “maggiore concorrenza” della riduzione del costo per tonnellata annienta la teoria economica tanto cara ai vari Alesina e Giavazzi i quali indicano nel semplice aumento della produttività la risposta alla invasione tax free di prodotti a basso costo. In più, come principio, ogni schema o teoria economica devono trovare una specifica caratteristica per ogni mercato di riferimento (saturo/maturo/in via di sviluppo etc.), per cui la semplice declinazione di qualsiasi principio economico privo di aggiornamento  in tempo reale e senza una specifica taratura per il mercato di riferimento risulta possedere il valore di una recita scolastica. Dimenticando, poi, come un prodotto attualmente  rappresenti la sintesi culturale di un sistema economico e normativo in un determinato momento storico.

Quindi a fronte di un “vantaggio normativo ed economico” che i paesi in via di sviluppo ( soprattutto a scapito  di tutela del lavoro e sanitaria) offrono,  risulta impossibile attraverso il solo parametro dell’aumento della produttività rispondere a prodotti sintesi di “lacune normative inaccettabili nella nostra cultura contemporanea”.

In una parola, si passa in questo modo dal prodotto  espressione di una filiera complessa ed articolata (per esempio il Made in Italy) ad un prodotto espressione della applicazione del principio speculativo di origine finanziaria applicato al mondo della produzione.

In questo senso e contesto  l’introduzione dei dazi sul riso delle due nazioni  destituisce di ogni fondamento reale, finalmente e definitivamente, l’illusione che il libero mercato senza un adeguamento normativo comune  di base per tutti gli attori  possa trovare una applicazione ed un via di sviluppo propria.

Il mercato libero e basato sulla concorrenza non può che scaturire da una precedente condivisione di normative base di tutela del diritto dei lavoratori e di condizioni igienico sanitarie valide fino al prodotto finale: SOLO da questa condivisione si possono creare le basi per un mercato concorrenziale che spinga le aziende ad aumentare la competitività e la produttività. Tutto il resto riamane un semplice concetto  speculativo di derivazione finanziaria applicato al mondo dell’industria e dell’agro-alimentare.

Una Unione Europea peraltro,  va ricordato, piuttosto ondivaga che ha molto criticato i dazi della amministrazione statunitense di Trump sull’alluminio cinese dimenticandosi di averli applicati mesi prima.

Si spera ora che una linea coerente venga intrapresa e seguita finalmente a tutela delle attività  produttive del settore agroalimentare ed industriale le quali devono venire poste nelle condizioni di competere  ad armi pari con i concorrenti internazionali (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/10/libero-scambio-quale-modello/).

Certamente l’utilizzo dei dazi rappresenta un passaggio di un percorso molto più completo ed articolato che dovrebbe portare i diversi sistemi economici espressione degli Stati sovrani  come anticipato alla condivisione di un quadro normativo di base dal quale poi  tutti gli attori del mercato globale possano esprimere le proprie peculiarità e porre le basi per un mercato concorrenziale e competitivo. Anche in questo senso l’amministrazione statunitense dimostra la propria centralità e visione nella gestione delle diverse problematiche concedendo nell’accordo con il Canada il tax free per quei prodotti del settore automotive espressione al 75% di realtà industriali con una remunerazione minima di 14 dollari all’ora per le maestranze (https://www.ilpattosociale.it/2018/10/08/the-one-and-only-way-to-development/).

Per fortuna dopo molti tentennamenti  e cambi di direzione improvvisi la Ue comprende la necessità di rendere proprie le esigenze di un mercato come quello della risicoltura italiana che rappresenta il 50% della produzione europea  e detiene il primato in qualità come la migliore a livello mondiale.

L’introduzione di dazi (si daranno pace i grandi economisti italiani) non significa un tradimento del libero mercato concorrenziale ma semplicemente la presa di coscienza del fatto che le differenze normative si traducono  in termini di costi rendendo impossibile la creazione di un mercato libero senza l’imposizione di dazi che permettano salvaguardia dalle produzione stessa.

Certamente  i dazi rappresentano un passaggio di un percorso più ampio ed articolato che la nomenklatura economica vorrebbe risolvere attraverso il solo parametro dell’aumento della produttività e quindi della concorrenza sbilanciata e speculativa: cioè speculatrice di fattori economici impropri come il basso costo della manodopera, espressione non solo del livello economico ma soprattutto della lacunosa normativa applicata al mondo del lavoro.

Mai come in questo caso la via più semplice risulta anche quella peggiore e comunque sbagliata.

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