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  • In Nepal l’aggressione agli animali è diventata emergenza

    Il distretto di Budol, in Nepal, sta diventando tristemente famoso per le violenze sempre più frequenti perpetrate ai danni di animali. Come riferisce l’OIPA, che ha un centro veterinario in quella provincia, le aggressioni sono sempre più brutali e numerose tanto che da tempo gli operatori parlano di vera e propria emergenza. Gli spazi a disposizione faticano infatti contenere tutti gli animali feriti, alcuni gravemente, come il cane Dristi che è stato portato nella struttura da un passante che lo ho soccorso. All’inerme animale sono state inflitte numerose coltellate tanto che i medici non solo sono intervenuti chirurgicamente ma lo tengono tuttora sotto osservazione e sottoposto a cure con antibiotici per evitare infezioni e lenire i dolori lancinanti.

    Quello di Dristi è solo l’ultimo episodio, in ordine cronologico, dei tanti che si stanno verificando attorno al distretto di Budol che vendono protagonisti mucche e vitelli abbandonati e in condizioni gravi, se non in fin di vita. Suona strano sapere che proprio questi animali, venerati dai nepalesi, anzi, ritenuti sacri, e tutelati giuridicamente, subiscano maltrattamenti. La spiegazione è presto data: la produzione di mucche in Nepal è sovvenzionata da fondi governativi. Questa attività ha portato ad un allevamento di mucche su larga scala commercializzato con lo scopo di una maggiore produzione di latte praticando l’inseminazione artificiale. La gestione del bestiame nelle fattorie implica che i vitelli vengano abbandonati nelle strade quando sono piccoli e non appena riescono a stare sulle loro zampe. Una volta in strada, da soli, gli animali fanno presto i conti con la fame, le aggressioni dei cani randagi, gli incidenti stradali, gli attacchi umani. Agli operatori della struttura OIPA non resta che soccorrerli e cercare di dare loro cure e sollievo, per quanto possibile. A causa delle risorse non sempre sufficienti l’OIPA Nepal sta cercando finanziamenti per fornire cure agli animali e soprattutto al cane Dristi che, tra le tante conseguenze della brutale violenza, ha problemi seri agli occhi e i medicinali necessari sono abbastanza costosi, senza dimenticare i  tempi di degenza nella struttura ancora lunghi.

  • La Pet Therapy è un’opportunità e per questo serve una vera formazione professionale

    Il potere terapeutico degli animali è ormai dimostrato da anni ed anche in Italia, in molte regioni, si sono aperti gli ospedali sia agli animali dei pazienti, per brevi incontri, sia alla Pet Therapy. Quello che però manca ancora è una più corretta disciplina che regoli la formazione degli istruttori e dei conduttori degli animali adatti alla Pet Therapy, settore che è in gran parte ancora gestito dai privati e dal fai da te. Anche le linee guida nazionali, mancate per troppo tempo, di fatto non hanno ottenuto quel supporto di regole e di mezzi economici necessari a fare di questo settore una vera opportunità per i malati e per chi vi lavora, e a corsi tenuti da persone preparate si affiancano anche corsi improvvisati e costosi.

    Anche la scelta del cane è importante fin dall’inizio, non tutti sono adatti non solo per razza ma anche per indole e perciò anche in questo settore la presenza di un istruttore qualificato per aiutare il cane è basilare per evitare spiacevoli sorprese e così come non tutti i cani sono adatti non tutti gli essere umani sono in grado di diventare istruttori o collaboratori del cane o di qualunque altro animale dedicato a lavorare per Pet Therapy. La simbiosi tra uomo e animale deve poi coinvolgere non solo i pazienti ma anche il nucleo famigliare, i medici, gli infermieri, perciò oltre ad essere preparati bisogna avere un forte grado di empatia e capacità di sacrificio e spesso gli animali lo capiscono prima degli umani. La speranza è che la politica capisca presto la necessità di istruire dei veri corsi di formazione che diano garanzie sulla qualità professionale e giusto riconoscimento economico a chi svolge questa attività negli ospedali e nei centri pubblici di rieducazione.

  • Stretta delle compagnie aeree sugli animali ammessi a bordo come passeggeri

    Sono sempre più le richieste dei passeggeri che vogliono volare con i propri animali e le compagnie aree si trovano alle prese con problemi imprevisti.

    Per la United Airlines le richieste di portare con sé il proprio animale sono aumentate del 75% (sono quasi 76 mila l’anno) e la compagnia aerea statunitense ha dovuto rifiutare di recente la richiesta di un cliente di imbarcare il suo pavone a Newark. Solo l’anno scorso United ha segnalato una crescita di oltre 30mila passeggeri che volevano viaggiare con i loro pet e di fronte a tale escalation una portavoce della compagnia ha fatto presente che si è registrato “un significativo aumento degli incidenti a bordo che coinvolgono questi animali”. Dal mese prossimo il vettore applicherà regole più severe sugli animali trasportati dai passeggeri come anti-ansia, fermo restando – viene assicurato –  il trasporto di animali come i cani guida per i non vedenti. Oltre a un preavviso di 48 ore e alla lettera di uno specialista, i passeggeri dovranno dimostrare che il loro animale è stato “addestrato a comportarsi correttamente in un ambiente pubblico”. United emetterà inoltre un elenco di animali vietati, inclusi ricci, furetti, insetti, roditori, serpenti, ragni, rettili e “uccelli non domestici”.

    Sempre da marzo anche l’americana Delta intensificherà gli sforzi per far fronte all’aumento dell’84% degli incidenti collegati alla presenza di animali a bordo, alla luce dei “gravi rischi per la sicurezza che coinvolgono animali non addestrati” e portati in volo (ci sono stati viaggiatori che chiedevano di viaggiare con tacchini, opossum e serpenti). Anche Delta assicura che continuerà a trasportare senza problemi circa 250mila cani guida o altri animali di servizio ogni anno.

    Virgin Atlantic permette solo ai cani di essere trasportati mentre British Airways non consente ai passeggeri di portare a bordo alcun animale.

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