Si parla un po’ meno di Garlasco, tiene banco l’attentato a Ranucci che si sta rivelando una gustosissima bufala e passa sotto silenzio la vicenda umana e giuridicamente incomprensibile che tocca Gilberto Cavallini…ma certo chi se ne frega di un fascista in carcere da quasi mezzo secolo?
Per esempio “Nessuno tocchi Caino” che ha fatto in modo che fosse depositata un’interrogazione al Ministro della Giustizia su questa vicenda.
Per chi non lo sapesse, Gilberto Cavallini, è un ex appartenente ai NAR, oggi ultrasettantenne e detenuto da 43 anni.
Il 15 gennaio 2025, in seguito alla condanna definitiva all’ergastolo per la strage di Bologna, pronunciata 45 anni dopo l’attentato e dopo che in un precedente processo per gli stessi fatti era stato condannato ad undici anni riconoscendogli un ruolo marginale, a Cavallini sono stati revocati i benefici della semilibertà ed è stata disposta nei suoi confronti l’esecuzione di tre anni di isolamento diurno.
Cavallini, l’anziano Cavallini è un signore che si è dissociato da tempo dalla lotta armata, si è laureato con 110 e lode all’Università Cattolica di Milano e, dopo un lungo periodo di condotta esemplare, aveva ottenuto nel 2017 il beneficio della semilibertà. Tuttavia, qualche mese fa, il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca della misura alternativa alla detenzione, sostenendo che doveva ancora espiare la sanzione dell’isolamento diurno, collegata a una condanna all’ergastolo inflittagli nel 1991 e che tale sanzione accessoria non fosse mai stata eseguita, nonostante ripetute circolari del DAP abbiano chiarito che l’isolamento diurno deve essere scontato nella fase iniziale della pena per non compromettere il successivo percorso rieducativo. Inoltre, Cavallini era già stato ammesso in passato a benefici penitenziari ai quali non si può accedere senza aver prima espiato tale sanzione. Gli istituti penitenziari, tuttavia, non sono oggi in grado di documentare con certezza se l’isolamento diurno sia stato effettivamente scontato o meno. Resta il fatto che Cavallini è stato ricondotto in carcere e sottoposto a un regime che lo priva della possibilità di parlare con qualcuno che non siano gli agenti della polizia penitenziaria e i suoi avvocati, chiuso per 23 ore al giorno nella propria cella da cui può uscire sono per l’ora d’aria da trascorrere rigorosamente in solitudine.
Siamo di fronte ad una regressione trattamentale senza precedenti e senza giustificazioni ma nessuno o quasi ne parla e se ne preoccupa: forse perché questo trattamento sancisce la morte civile di un detenuto modello che, però, non può ostentare il patentino antifa e, in fondo, uccidere un fascista non è un reato come intonavano i cori estremisti negli anni ’70.
Gilberto Cavallini è stato un giovane feroce che sparava e uccideva ma mezzo secolo dopo è un uomo molto diverso e chi conosce le carte della strage di Bologna sa benissimo che a carico dei NAR e Cavallini non c’è uno straccio di prova degna di questo nome: quella raccontata questa settimana è una storia di clamorosa ingiustizia, di furia giustizialista, di pura vendetta dello Stato che offende lo stato di diritto dimenticando che l’Italia ha firmato una convenzione internazionale che vieta la durata dell’isolamento diurno oltre i quindici giorni; la cosa, però, sembra non interessare nessuno sebbene uccidere un fascista sia un reato e farlo come lo si sta facendo con Gilberto Cavallini è un reato molto grave.