Carcere

  • Lo stragista norvegese Breivik resta in carcere: «Potrebbe colpire ancora»

    Per chiedere la libertà condizionata, 10 anni dopo aver commesso la più sanguinosa strage in Norvegia dalla Seconda guerra mondiale, si era presentato ai giudici con la testa rasata, il braccio teso nel saluto nazista e nessun segno di rimorso per le 77 persone uccise tra Oslo e l’isola di Utoya, dove si erano riuniti decine di giovani laburisti. In carcere da allora, Anders Behring Breivik dovrà restarci ancora a lungo. “C’è un rischio evidente che ripeta i comportamenti che hanno portato agli attacchi terroristici del 22 luglio 2011”, ha spiegato il tribunale di Telemark, nel sud-est del Paese scandinavo.

    Una decisione in linea con la richiesta della procura e sostanzialmente attesa alla luce della perizia della psichiatra che per anni lo ha osservato in detenzione, Randi Rosenqvist. “Credo che la diagnosi per Breivik rimanga la stessa. Il rischio di futuri atti violenti non è cambiato rispetto al 2012 e al 2013, quando ho scritto la mia prima valutazione”, ha dichiarato l’esperta, secondo cui il terrorista di estrema destra soffre di disturbi della personalità “asociali, istrionici e narcisisti”.

    Condannato nel 2012 a 21 anni di carcere, il massimo della pena prevista dal sistema norvegese, che potrebbe però essere prorogata se alla sua scadenza il condannato venisse ancora ritenuto socialmente pericoloso, Breivik aveva sfruttato l’occasione fornitagli dalla legge per tornare a sciorinare in pubblico i suoi deliri neonazisti. Dalla palestra del carcere di Skien, in cui è detenuto e dove per ragioni di sicurezza si era tenuta l’udienza, il suo folle show si era svolto esponendo tre cartelli – in mano, sulla giacca del completo e su una 24 ore – con la stessa scritta in inglese: “Cessate il vostro genocidio conto le nostre nazioni bianche”.

    Un’ennesima dimostrazione di assenza di rimorso e mancata riabilitazione. Eppure, ha spiegato il suo legale Oystein Storrvik, è intenzionato a fare ricorso per chiedere nuovamente di essere messo in libertà e a presentarne un altro contro le sue condizioni di detenzione in quasi totale isolamento.

    Era il 22 luglio 2011 quando Breivik fece prima esplodere un ordigno vicino alla sede del governo a Oslo, uccidendo otto persone, e poi ne sterminò altre 69, per lo più adolescenti, aprendo il fuoco travestito da agente di polizia sul campo estivo dei giovani laburisti sull’isola di Utoya, colpevoli nella sua visione distorta di aver abbracciato il multiculturalismo. Lo stragista, oggi 42enne, non si è mai pentito, pur sostenendo che la violenza farebbe ormai parte del suo passato. Dalla prigione, dove vive in tre celle con tv e dvd, videogiochi e una macchina da scrivere, nel corso degli anni ha ammesso soltanto di essersi fatto “radicalizzare” da terzi e di essere stato un burattino nelle mani del movimento neonazi Sangue & Onore, cui ha imputato la reale responsabilità degli attacchi.

    Se le chance di un suo rilascio sono sempre apparse scarse, sopravvissuti e familiari delle vittime avevano espresso timori di nuove provocazioni, che si sono puntualmente verificate, stigmatizzando l’attenzione mediatica attirata da ogni sua apparizione. “Breivik non dovrebbe andare in tv non perché sia scandaloso o doloroso, ma perché è il simbolo di un’estrema destra che ha già ispirato diverse altre uccisioni di massa”, aveva scritto su Twitter la sopravvissuta Elin L’Estrange. Un rischio di emulazione testimoniato dal caso dell’attentatore di Christchurch, in Nuova Zelanda, Brenton Tarrant, che il 15 marzo 2019 uccise 51 persone sparando all’impazzata in una moschea e un centro islamico durante il venerdì di preghiera dei musulmani, dicendo poi di essersi in parte ispirato proprio all’autore della strage di Utoya.

  • In attesa di Giustizia: Beccaria, chi era costui?

    Il ‘700, il secolo dei lumi, è lontano: eppure gli insegnamenti, il frutto del pensiero di un’epoca straordinaria di rinascita intellettuale, rimangono attualissimi. Basta pensare all’eredità lasciata dalle grandi rivoluzioni: quella francese e l’americana, al pensiero di Rousseau (che si rivolta nella tomba per l’accostamento del suo cognome con la nota piattaforma a firma Casaleggio & Associati), Montesquieu, Newton, Hegel  e – naturalmente – Cesare Beccaria: un visionario che credeva nella funzione rieducativa della pena e che il diritto penale avesse una mera  funzione sussidiaria come strumento di controllo sociale.

    Tuttavia, seguendo l’insegnamento di improbabili maestri del calibro di Marco Travaglio, Alfonso Bonafede, Nicola Morra (non propriamente definibili come raffinati cultori di teoremi giuridici) e di furbastri agit prop come Piercamillo Davigo e Nicola Gratteri, l’opinione pubblica  – e non solo quella – sembra allinearsi alla corrente di pensiero che segna il primato della querela e dei ceppi ai polsi sulla ragione in un mondo che è ideale solo se carcerocentrico e – quindi – molto distante dalla Città del Sole di Tommaso Campanella.

    Su queste premesse si è già acceso lo scontro dialettico sul controllo del green pass che in molti vorrebbero (ed altrettanti temono) suscettibile di severe verifiche da parte di baristi e camerieri, come per incanto trasformati in ausiliari delle Forze dell’Ordine ma – ahimè – sforniti di poteri sanzionatori.

    Perché, in fondo sempre lì si va a parare: una punizione purchessia per garantire l’ordine costituito. Sul punto, la Ministra competente (?) per materia è ondivaga nel chiarire le regole lasciando i cittadini nella spasmodica attesa di qualche circolare esplicativa che, verosimilmente, sarà partorita con la chiarezza di un testo redatto in lineare B di Cnosso.

    E c’è pure chi vorrebbe che anche i lavoratori sprovvisti di passaporto vaccinale siano passibili di sanzioni alta levando l’invocazione: crucifige, crucifige! sebbene la contestazione disciplinare appaia incompatibile con un obbligo, quello della vaccinazione, che dal punto di vista giuridico non esiste.

    Ma tant’è: in un Paese popolato da aspiranti sceriffi e punitori, quanto a distanza dal pensiero illuminista ed illuminato di Cesare Beccaria si continua a vedere di molto peggio, a conferma di quanto si è osservato sulla tendenza ad un sistema carcerocentrico anziché sulla  attuazione al canone costituzionale che affida finalità rieducative alla espiazione della pena. E non parliamo, non necessariamente, di redattori, editorialisti ed abbonati al Fatto Quotidiano.

    Infatti, qualche mese fa – tanto per fare un primo esempio – ad un detenuto in regime di carcere duro  (il famigerato 41bis) dal Magistrato di Sorveglianza di Viterbo è stata negata la possibilità di acquistare e leggere un libro di Marta Cartabia perché visto come un privilegio e le conoscenze che ne avrebbe tratto ne avrebbero aumentato il carisma criminale.

    Peggio ancora – al peggio, si sa, non c’è limite – ha saputo fare il Tribunale di Sorveglianza di Bologna negando la detenzione domiciliare a un condannato che, in regime di carcerazione, ha conseguito una laurea in economia, una in giurisprudenza ed anche un master. Scrivono questi fenomeni dell’oscurantismo giudiziario che “le lauree e la frequentazione di un master per giurista di impresa si ritiene che possano affinare le indiscusse capacità del condannato e, dunque, gli strumenti giuridici a sua disposizione per reiterare condotte illecite in ambito finanziario ed economico”.

    E, allora, perché non buttare via la chiave, già che ci siamo? Altrimenti prima o poi quest’uomo uscirà e sarà pericolosissimo.

    Anche Beccaria, come Rousseau, si rivolta nella tomba…già, Cesare Beccaria, chi era costui?

  • Terrorista islamico arrestato a Salerno

    Era stato in Siria nel 2012 e si era arruolato nelle file di al-Nusra, braccio armato di al-Qaeda, poi quando il Califfato aveva preso terreno sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi, aveva deciso di continuare a combattere per lo Stato islamico, di cui era diventato uno dei capi militari. Afia Abderrahman, più noto tra i foreign fighter con il nome di battaglia di Abu al-Bara, 29 anni, marocchino, è stato catturato dalla polizia a Lago, in provincia di Salerno. Su di lui, fanno sapere le autorità, pendono le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla preparazione e alla commissione di atti di terrorismo, detenzione illegale di armi da fuoco, attività collettiva avente fine di attentare all’ordine pubblico e raccogliere fondi per il finanziamento di atti di terrorismo. A firmare il mandato d’arresto è stato il procuratore generale presso la Corte di appello di Rabat, in Marocco, il 28 giugno scorso. La misura è poi stata estesa a livello internazionale l’8 luglio.

    La cattura dell’ex foreign fighter è avvenuta grazie alla collaborazione tra l’intelligence italiana, marocchina e l’Interpol, che attraverso una minuziosa attività di osservazione, controllo e pedinamento, grazie anche all’uso di tecnologie all’avanguardia, sono riusciti a localizzare l’uomo vicino a un bar in Campania, mentre si trovava lì con altri cittadini extracomunitari. A quel punto è scattata l’operazione che ha portato all’arresto del 29enne, a carico del quale risultano segnalazioni nella banca dati Schengen inserite da Spagna e Francia. L’uomo era inoltre già emerso all’attenzione del Comparto sicurezza nel 2018, in quanto segnalato dall’intelligence come combattente jihadista. Adesso è detenuto nel carcere di Salerno, a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa del perfezionamento della procedura per l’estradizione.

  • In attesa di Giustizia: la Costituzione tradita

    I lettori diversamente giovani sicuramente ricordano la figura del Generale Alfredo Stroessner, dal 1954 al 1989 dittatore del Paraguay, Paese caratterizzato – nel ventesimo secolo – da condizioni di arretratezza socio economica e da un elevato tasso di povertà nonostante la crescita intervenuta verso la fine del millennio e proseguita in modo altalenante sino ai giorni nostri.

    Stroessner, uno dei più longevi golpisti della storia, riuscì a creare un regime dall’apparenza democratica: teneva, per esempio, elezioni presidenziali ogni cinque anni vincendole sistematicamente con risultati superiori al 90%: forse perché le urne erano all’aperto e sotto controllo della polizia, con l’impossibilità di garantire la segretezza del voto.

    Stroessner  poi, appena assunto il potere, dichiarò lo stato di emergenza che la Costituzione consentiva solo per novanta giorni e, rispettandola, gli bastò rinnovarlo ogni tre mesi per una trentina d’anni.

    Nel piccolo Paraguay, destinazione prediletta di gerarchi nazisti in fuga, torture, sparizioni degli oppositori del regime e omicidi politici appartenevano al quotidiano e la brutalità si poteva sfogare, assistita dalla formale discrezione,  anche negli oltre venti campi di concentramento del Paese.

    Ma quello era il Paraguay e tutti – per primi i suoi cittadini – avevano ben chiaro quale fosse il vero volto dell’Amministrazione.

    Il paragone può sembrare eccessivo ma le esagerazioni aiutano a comprendere: in questo caso è con la gravità di quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e di cui si è avuta ampia e desolante cronaca negli ultimi giorni in seguito all’arresto di numerosi agenti in servizio ed alla diffusione di intercettazioni telefoniche e filmati delle telecamere di sorveglianza che documentano violenze di ogni genere nei confronti dei detenuti che avevano osato ribellarsi alle condizioni della struttura che non garantivano la benchè minima prevenzione dal diffondersi del Covid-19. I fatti risalgono all’anno scorso, qualcosa era subito trapelato anche all’esterno, ma solo la svolta nelle indagini della Procura hanno definito i contorni di una vicenda riferendosi alla quale il Ministro della Giustizia ha parlato di Costituzione tradita.

    Sì, perché la nostra Carta Fondamentale, ispirata al pensiero di Cesare Beccaria, assegna alla pena una funzione rieducativa: il carcere dovrebbe essere luogo di recupero, paradossalmente di speranza, chi ne esce dopo avere pagato il suo debito dovrebbe essere un uomo migliore, un pericolo neutralizzato o quantomeno ridotto per la società. Vigilando Redimere, questo era l’emblematico motto del Corpo degli Agenti di Custodia che dal 1990 è diventato Polizia Penitenziaria e che dovrebbe avere competenze specifiche anche allo scopo di perseguire le finalità della Costituzione: per ottenere questo risultato i mezzi e le risorse non possono certamente essere squadracce di picchiatori in odore di impunità garantita loro da qualcuno; tutto troppo grave e palese perché il sospetto non sia più che fondato.

    Già, perché l’orrore da dittatura sudamericana di altri tempi di cui oggi abbiamo contezza sembra che fosse noto in ogni dettaglio già al tempo in cui ebbe a verificarsi; ma dal ministero della Giustizia tutto fu minimizzato, non fu neppure ritenuta necessaria una ispezione: eppure, si dice, il Ministro sapeva.

    Trattandosi, in allora, del ridente Alfonso Bonafede che – tra l’altro – amava paludarsi proprio con i giubbini della Polizia Penitenziaria vi è, tuttavia, da domandarsi non tanto se sapeva ma se aveva capito.

    Certamente, come con la Magistratura affetta da costante perdita di prestigio, credibilità ed autorevolezza, non si deve generalizzare la critica nei confronti di tutti gli appartenenti alla Amministrazione Penitenziaria la gran parte dei quali opera con scrupolo, sacrificio e professionalità.

    Resta il fatto che tra indagini insabbiate, mercato degli incarichi giudiziari ed ora – e, tristemente non è il primo caso – violenze gratuite delle Forze dell’Ordine l’immagine della Giustizia ne esce devastata ogni giorno di più.

    Benvenuti in Paraguay.

  • In attesa di Giustizia: vergogniamoci per loro

    “Vergogniamoci per loro: servizio di pubblica utilità per chi non è capace di vergognarsi da solo”. Così si intitolava una rubrica di “Cuore”, settimanale satirico diretto da Michele Serra; questo articolo ne mutua il titolo ma, francamente, per quello che si andrà a illustrare, c’è poco da ridere.

    Cominciamo dall’ineffabile legislatore la cui mente confusa ha partorito la bestialità del giudizio di appello a fasce, un po’ come le regioni colorate. Senza addentrarsi in dettagli, che al lettore atecnico risulterebbero meno interessanti e che all’operatore del diritto provocano emicranie ed altri malori assortiti allo stomaco, basti dire che – modificando il testo di un decreto legge “ristori” –  ha dettato nuove regole che prevedono  modalità differenziate di celebrazione dei processi a seconda che essi si celebrino (od, ormai, si siano celebrati) dal 9 al 23 novembre 2020, dal 25 novembre al 9 dicembre 2020 e – infine – dal 10 dicembre 2020 al 31 gennaio 2021. E dal primo febbraio? Chi lo sa? In Italia, del resto, come ricordava Giuseppe Prezzolini, non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo. E, soprattutto, c’è il nulla, il vuoto torricelliano al Ministero della Giustizia. Vergogna.

    Continuiamo con un altro accadimento degli ultimi giorni che fa quasi rimpiangere di non avere Kim Jong – un al potere: se non altro si saprebbe con certezza ed in anticipo di essere spiati in ogni momento della vita senza paludare il sistema di norme garantiste che vengono sistematicamente eluse e la cui elusione trova sempre qualcuno pronto a giustificarla.

    Dunque, un avvocato (non è l’unico caso, solo il più recente noto) ha ritrovato tra gli atti di un processo la trascrizione di alcune sue conversazioni telefoniche con un cliente. La legge vieta di intercettare le comunicazioni con il difensore, e se ciò accade per un caso fortuito il contenuto è inutilizzabile.

    Ebbene, in questo ultimo caso – però – l’assistito era detenuto e telefonava al suo difensore dal carcere il che non avviene mediante comode cabine telefoniche o apparecchi installati nelle confortevoli camere di detenzione (così si chiamano tecnicamente le celle) bensì attraverso un centralino che contatta il numero desiderato ed è ben noto chi sia il destinatario della chiamata perché l’autorizzazione alle telefonate viene concessa dalla Autorità Giudiziaria con rigorosa individuazione delle utenze raggiungibili. Dunque si sapeva benissimo in anticipo con chi sarebbe intervenuto il colloquio ma si è origliato lo stesso.

    Vergogniamoci per chi eventualmente abbia autorizzato questa violazione gravissima delle regole, oppure per chi si è disinteressato di un divieto espresso, per chi è rimasto curiosamente in ascolto invece che disinserire subito la intercettazione, per chi ha trascritto il tutto. Insomma c’è l’imbarazzo della scelta.

    Gran finale con Piercamillo Davigo il quale, dopo essersi visto rifiutare la permanenza al C.S.M. sebbene pensionato ed esposto ad una miserevole figura facendosi dichiarare inammissibile il ricorso contro tale decisione per aver sbagliato a quale Autorità Giudiziaria rivolgersi, invece che godersi il meritato riposo dopo una vita laboriosamente spesa ad inchiavardare manette si è trovato una occupazione diversa rispetto a fare le parole crociate al parco.

    Infatti, prontamente, la Direzione de Il Fatto Quotidiano gli ha offerto un ruolo di opinionista: e delle sue opinioni non ha esitato a fare mistero con un primo editoriale nel quale illustra che quanto sostenuto circa il sovraffollamento carcerario siano fake news volte a giustificare incomprensibili scarcerazioni determinate dalla emergenza sanitaria.

    Sostiene, tra l’altro, l’ineffabile “Dottor Sottile” che in Italia ad ogni detenuto sono garantiti spazi vitali pari a nove metri quadri che si abbassano a cinque nel caso che in cella – pardon, camera di detenzione – gli ospiti siano due: “lo stesso spazio per cui viene concessa l’abitabilità” tuona indignato l’ex P.M. Non è vero niente, ma che importa?

    Vergogniamoci, dunque, anche per lui, per Marco Travaglio, per chi legge Il Fatto Quotidiano credendo a qualcosa di quello che c’è scritto e che vada oltre la sede della redazione.

    Vergogniamoci anche per chi vede in personaggi come questi esempi da emulare, figure immortali nella storia patria ed a questo punto, parafrasando un po’ Brecht, sfortunata è la terra se ha bisogno di simili eroi.

  • I Garanti per i detenuti chiedono al Parlamento più scarcerazioni

    Cresce il contagio nelle carceri, anche tra i detenuti al 41bis, dove la diffusione del Covid “ha superato di gran lunga i casi registrati nella primavera scorsa” per questo i Garanti dei detenuti, alla vigilia della conversione del dl Ristori, hanno chiesto al Parlamento misure più deflattive di quelle previste che finirebbero per far uscire solo 2202 persone recluse, collocandole agli arresti domiciliari, mentre, a loro avviso, occorre diradare maggiormente le presenze per arginare l’avanzata del virus che colpisce anche gli operatori penitenziari. Anche il segretario della Uilpa Gennarino De Fazio ha chiesto più “deflazionamento”, supporto adeguato alla polizia penitenziaria, e un “potenziamento incisivo dei servizi sanitari in carcere”.

    E’ il sindacalista a fornire i dati più aggiornati della pandemia nel mondo della reclusione. “Alle ore 20.00 di ieri sera (lunedì 16 novembre, ndr.) erano ben 758 fra i detenuti (distribuiti in 76 penitenziari) e 936 fra gli operatori i casi accertati di positività al virus. Erano, rispettivamente, 638 e 885 solo venerdì scorso alle ore 13.00” si tratta di “un balzo in avanti”, è l’allarme lanciato da De Fazio. “Chiediamo alla comunità scientifica e a chi di competenza di calcolare l’indice di contagio (Rt) in carcere – continua il leader della Uilpa polizia penitenziaria – e nuove misure da parte del Governo: i ministri Bonafede e Speranza e il Presidente Conte ne prendano atto, indugiare ancora potrebbe essere funesto”, conclude De Fazio. In base alle notizie pervenute al sindacalista della Uilpa, nel carcere di Tolmezzo su 3 detenuti positivi due apparterrebbero al circuito del 41bis, e anche tra i 15 detenuti positivi di Opera ci sarebbero reclusi al 41bis, “il virus è ovunque e arriva anche nei reparti ad alto isolamento dove comunque i detenuti a secondo del circuito hanno diritto a un minimo di socialità e poi hanno contatti con gli agenti, lo ‘spesino’ e chi gli porta il vitto”.

    Nell’appello al Parlamento, i Garanti dei detenuti hanno fatto pressing e ritengono che le misure deflattive previste dal dl Ristori forniscano una “risposta inadeguata”, non è sufficiente far uscire solo le 2202 persone detenute fornite di “idoneo domicilio” e con e con “un residuo di pena inferiore ai 18 mesi e nessuna preclusione ostativa”. Occorre fare di più e per questo “rivolgiamo un appello al Parlamento affinché voglia, in sede di conversione, adottare tutte le misure opportune per poter giungere ad una significativa riduzione del numero delle presenze dei detenuti negli istituti di pena”, hanno chiesto i Garanti. E hanno auspicato anche che i provvedimenti per alleggerire le presenze in carcere, siano configurati in modo “da facilitare lo scrutinio da parte dei Magistrati di Sorveglianza, i cui uffici peraltro sono significativamente in sofferenza, e da parte delle Procure”. “Riteniamo pienamente condivisibile e dunque auspichiamo che possa essere accolta anche la proposta di prevedere una liberazione anticipata speciale e la sospensione dell’emissione dell’ordine di esecuzione delle pene detentive fino al 31 dicembre 2021″.

  • Pechino vuole limitare i visti agli americani che difendono l’autonomia di Hong Kong

    La nuova e controversa legge sulla sicurezza nazionale fortemente voluta da Pechino per Hong Kong è in dirittura d’arrivo, anche perchè il primo luglio coincide con la data in cui, nel 1997, l’ex colonia britannica passò sotto la sovranità della Cina. Tra Pechino e Washington, intanto, è scoppiata la guerra dei visti con l’annuncio, più d’immagine che di sostanza, della stretta per quelli dei funzionari americani che “si sono comportati in modo oltraggioso” sulle vicende di Hong Kong. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, illustrando la risposta a un’analoga mossa di Washington, ha chiesto agli Stati Uniti di fermare le sue interferenze sull’ex colonia minacciando in caso contrario “forti contromisure”.

    Venerdì 26 giugno, l’amministrazione Trump ha annunciato la stretta sui visti statunitensi per un certo numero di funzionari cinesi non precisati per la violazione dell’autonomia dell’ex colonia. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha spiegato che le restrizioni si sarebbero applicate ad “attuali ed ex” funzionari del Partito comunista cinese “ritenuti responsabili o complici della destabilizzazione dell’alto grado di autonomia di Hong Kong”. “Il piano di ostacolare l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale non potrà mai prevalere”, ha aggiunto Zhao, secondo cui “per prendere di mira le azioni illecite degli Stati Uniti, la Cina ha deciso di imporre restrizioni sui visti agli individui americani che si sono comportati in modo oltraggioso sulle questioni” dell’ex colonia, ha notato Zhao senza precisare i soggetti nel mirino.

    Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e agenzia dell’Onu sui diritti umani hanno espresso timori che la legge possa essere usata per soffocare le critiche a Pechino, con mezzi simili seguiti sul fronte domestico per reprimere il dissenso. La Cina ha affermato che la nuova legge prenderà di mira solo un piccolo gruppo di persone, mentre affronta separatismo, sovversione, terrorismo e interferenze straniere a Hong Kong con pene che potrebbero contemplare, secondo i media locali, il carcere a vita, parte di un testo ancora sconosciuto e che lo potrebbe restare ancora per diverso tempo. Domenica 28 giugno il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento cinese, ha esaminato la bozza del disegno di legge: i media statali hanno riferito l’appoggio schiacciante ricevuto. Il governo centrale ha “una determinazione incrollabile di portare avanti la legge sulla sicurezza nazionale e di salvaguardare sovranità e interessi nazionali”, ha detto la tv statale Cctv, citando un portavoce. La legge sulla sicurezza nazionale segna “la fine della manipolazione Usa della società di Hong Kong. ‘Un Paese, due sistemi’ continuerà, ma Hong Kong sarà sempre una città cinese. Non sarà enclave politico Usa”, ha rincarato su Twitter Hu Xijin, editor-in-chief del tabloid nazionalista Global Times.

  • In attesa di Giustizia: gioco, partita, incontro!

    Il  tema della Giustizia permane all’ordine del giorno alimentando le turbolenze interne alla barcollante coalizione di Governo ed in quanto punctumpruriens della politica poteva restare estraneo al dibattito l’emergente movimento (o quello che sia) delle “Sardine”? Non sia mai, e allora al leader di quella che potrebbe diventare una forza interlocutrice è stato chiesto in un’intervista se sia favorevole o contrario alla prescrizione. Questa la sua autorevole risposta: “se un bambino autistico quando gli passa un pallone da basket questo ritrae le mani, come fa a passargli la palla e fare in modo che questo la raccolga con le mani che non sa usare?”. Benissimo! A tacer del fatto che non risulta che gli autistici abbiano minorato l’uso degli arti, il considerando di Mattia Santori ha il sapore di una supercazzola e viene da domandarsi se non gliela abbiano preparato gli autori di Amici Miei, ovviamente per fargli uno scherzo.

    Uno a zero, palla al centro. Intanto in vista della giornata di mobilitazione della Avvocatura proprio contro la modifica della prescrizione, il 28 gennaio a Roma, è stata indetta una astensione dalle udienze per consentire di parteciparvi. E – forse conseguenza delle esortazioni davighiane a porre un freno alle iniziative, ovviamente deplorevoli poiché dilatorie, degli avvocati –  succede anche questo: un Presidente di Corte d’Appello telefona ad un’avvocata milanese invitandola, sostanzialmente, a revocare la dichiarazione di astensione per il 28 gennaio perché per quel giorno sono stati citati dei periti: tutto ciò sebbene la dichiarazione di astensione fosse stata depositata, come da protocollo, con largo anticipo proprio per consentire la migliore riorganizzazione della udienza e la controcitazione dei testimoni.

    Alla risposta negativa della Collega, il Magistrato ha reagito stizzosamente lamentando che, oltretutto, prima che l’Avvocato procedesse ad avvertire i propri consulenti di non venire in udienza si sarebbe dovuta consultare con la Corte.

    A questo punto non è fuor di luogo rammentare che l’Avvocato, con la sua astensione, esercita un diritto riconosciuto dall’ordinamento ed assimilabile entro certi termini a quello di sciopero che è munito addirittura di tutela costituzionale. Ogni compressione di questo diritto, partitamente se fruito nel rispetto delle regole, ha un nome nel codice penale: tentativo di violenza privata… e buongiorno anche a lei, Presidente.

    Due a zero. Il gran finale della settimanale galleria degli orrori viene riservato alla Eccellenza Fofò Bonafede che sistematicamente regala perle di insipienza: questa volta, intervistato da Lilli Gruber, ha affermato che “gli innocenti non finiscono in carcere”.La bizzarra uscita del Guardasigilli è smentita dai dati prodotti dal suo Dicastero secondo i quali negli ultimi 25 anni vi è stata una media di oltre tre cittadini al giorno arrestati ingiustamente e per questo indennizzati dallo Stato con una spesa di circa trenta milioni all’anno.

    Ma non basta. Incalzato su Twitter dalla figlia di Enzo Tortora che gli ha fatto memoria della emblematica vicenda di suo padre, Bonafede ha messo la cosiddetta pezza peggiore del buco sostenendo che voleva dire che gli assolti non restano in carcere. Bontà sua e del suo mentore secondo il quale non vi sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca. Qualcuno mi dica, lo prego, che siamo su Scherzi a Parte…

    Invece, tre a zero, gioco, partita, incontro. Il dibattito si articola in questi modi, su questi palcoscenici, con questi protagonisti, verrebbe da dire personaggi in cerca di autore, quasi mai  garantendo la presenza di un giurista per sviluppare un contraddittorio ragionato e possibilmente non urlato su una Giustizia che, di questo passo, dovremo aspettare ancora molto a lungo.

  • In attesa di Giustizia: il Signor Nessuno

    La settimana scorsa questa rubrica si è interessata a talune esternazioni – non nuove nel contenuto – del Dott. Piercamillo Davigo, criticandole con fermezza. La mezza dozzina di lettori che avranno avuto la pazienza di leggere l’articolo potranno riguardarle se necessario: quella de Il Patto Sociale, peraltro, non è stata l’unica voce a levarsi per contrastare la furia inquisitoria con cui il Magistrato invoca riforme che, in contrasto con principi cardine della giustizia nel mondo occidentale, hanno un solo aggettivo coerente: liberticide.

    Nei confronti di  Davigo si è mosso, tra gli altri, l’Ordine degli avvocati di Torino, con un comunicato a firma dalla presidente, Avv. Simona Grabbi, nel quale si chiede l’intervento della Procura Generale presso la Cassazione affinchè promuova un procedimento disciplinare a carico “Al fine di porre fine” – reca il comunicato – alle sue “ormai quotidiane e avvilenti esternazioni”.

    Certamente, le  affermazioni di uno che, dopo l’esperienza in Procura, ha fatto a lungo il giudicante anche in Cassazione, ed ora parla da un seggio del C.S.M. suscitano perplessità e preoccupazione per il tenore che è riassunto da una sua celebre frase: “non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca”. Il tutto con una lettura molto soggettiva, sarebbe da dire sua propria ed unica di alcuni canoni costituzionali, in particolare a proposito del ruolo dell’avvocato e della presunzione di non colpevolezza.

    La reazione dell’Ordine Piemontese ha generato quella rabbiosa dell’houseorgan degli orfani dell’inquisizione: Il Fatto Quotidiano*, che a firma di Gianni Barbacetto ha offerto una durissima reprimenda nei confronti della Presidente Grabbi difendendo a spada tratta le opinioni di Piercamillo Davigo.

    Cosa avrà mai scritto l’Avvocato Grabbi, o meglio sottoscritto visto che si tratta di un documento consiliare e – pertanto – condiviso dagli altri componenti del Consiglio? Sostanzialmente quello che si è sostenuto anche da queste colonne, e cioè a dire che Davigo  non tiene in alcuna considerazione dei principi per cui “l’Uomo ha sacrificato la propria vita e talvolta anche la libertà, così garantendo la nascita di quella società libera di cui oggi tutti noi beneficiamo”. Vergogna! Contestare chi ha avuto il coraggio di stravolgere la Costituzione che, in fondo è anche datata e i cui redattori sono omuncoli sconosciuti del rango di Einaudi e Calamandrei,  ostentando “una concezione inquisitoria del processo penale tipica degli Stati autoritari” in cui l’imputato è, invece, un “presunto colpevole” e con “la determinazione della pena”, il giudice si vendica “della mancata scelta di riti deflattivi, in palese violazione dei diritti costituzionali”.

    Bene, la penso anche io così è l’ho scritto, forse anche i lettori de Il Patto Sociale hanno condiviso quelle riflessioni e non coltivano – come Davigo dimostra – “un profondo disprezzo del ruolo istituzionale dell’Avvocato nel processo, disegnato come l’istigatore di condotte processuali dilatorie al solo fine di poter locupletare abusando di diritti che il processo riconosce all’imputato o finanche espletando attività difensiva del tutto inutile, qualora l’assistito sia ammesso al gratuito patrocinio, al solo fine di aumentare la parcella”.

    Barbacetto conclude la sua intemerata domandandosi se l’avvocato Grabbi esclude che ciò succeda? Forse vive nel Paradiso subalpino del Diritto. Ma avremmo qualche esempio da farle, almeno qui sulla Terra.

    Parole della redazione de Il Fatto Quotidiano, musica di Piercamillo Davigo con una generalizzazione inaccettabile a supporto di affermazioni incondivisibili ma pericolose per la presa che possono avare su una certa porzione della opinione pubblica.

    Della rubrica “In attesa di Giustizia” e del suo curatore, invece, non si registrano critiche, nemmeno un accenno ad una querela piccola piccola: sappiatelo, chi scrive qui ed a cui dedicate un po’ del vostro tempo non conta nulla, almeno per Gianni Barbacetto e accoliti e, forse, dovrei d’ora in poi firmarmi come “Il Signor Nessuno”.

    *Il Fatto quotidiano, 17 gennaio 2020

  • In attesa di Giustizia: come gabbare i lettori

    Ormai da qualche settimana le cronache giudiziarie hanno rivolto l’attenzione alle decisioni della CEDU e della Corte Costituzionale che hanno rilevato delle criticità nell’Ordinamento Penitenziario, laddove prevede una presunzione assoluta ed insuperabile di permanente pericolosità dei condannati per reati di grande criminalità organizzata o ad essa collegati.

    Tra le diverse voci del coro – quasi sempre di soggetti disinformati sul reale tenore di quelle decisioni e pronti a farne oggetto di polemiche fuorvianti ed a gabbare lettori e telespettatori – si è levata quella della nota giornalista Milena Gabanelli la quale ha dedicato la sua rubrica “Dataroom” sul Corriere Tv proprio alle sentenze con le quali la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Consulta hanno “bocciato” l’ergastolo ostativo, stabilendo che anche il mafioso che non collabora con la giustizia può, se il suo legame con la criminalità organizzata è cessato, rivolgersi al magistrato di Sorveglianza per chiedere di ottenere, ad esempio, dei permessi premio.

    La  Gabanelli ha sostenuto che migliaia di atti processuali, nel corso di quarant’anni, hanno dimostrato che i detenuti (mafiosi, ma forse non solo quelli intendeva la giornalista) mantengono ancora contatti con la cosca, attraverso gli avvocati i cui colloqui in carcere, non sono monitorabili.

    Non sappiamo a quali atti si riferisse: considerato che ha fatto riferimento a una moltitudine di casi ci sarebbe stato da aspettarsi che ne citasse almeno uno, possibilmente conclamato. Invece nulla, anche se, doverosamente, non si può escludere che qualcosa di simile sia accaduto. Ma, certamente, non è la regola e nemmeno una prassi da ritenere frequente.

    Dunque, ci risiamo per l’ennesima volta a confondere volutamente, aprioristicamente, generalizzando senza riferimenti puntuali, dati statistici, prove certe, gli avvocati con i loro assistiti: criminali gli uni e gli altri e i primi, forse, peggiori dei secondi perché insospettabili e sfuggenti ai controlli.

    Questo non è giornalismo, tantomeno giornalismo di inchiesta: è una gratuita macchina del fango che schizza indiscriminatamente su una intera categoria messa in moto, per di più, dal  volto noto appartenente a professionista preceduta da una certa fama.

    Ovviamente, queste affermazioni non potevano passare nell’indifferenza e hanno provocato la reazione dell’Avvocato Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione Camere Penali che ha così commentato: “Uno spettacolo miserando e miserabile di approssimazione, genericità, indifferenza e mancanza di rispetto per la dignità e la reputazione di una intera categoria di professionisti”, preannunciando una querela.

    La via giudiziaria sembra quella più opportuna da praticare: la  Gabanelli avrà, così, l’opportunità di portare in Tribunale, se li ha, i riscontri di cui disponeva per addivenire ad una gravissima accusa diffamatoria.

    E avrà bisogno di un avvocato, di un difensore,  rammentandole con ciò  che la sua stessa libertà è garantita da uno dei tanti che indistintamente ha considerato dei collusi se non dei complici dei mafiosi e che ha accettato di assistere anche chi lo abbia toccato, sia pure indirettamente, in ciò che ha di più sacro: la dignità di una Toga che al servizio di tutti i cittadini. Anche della Gabanelli quando si trova in attesa di Giustizia.

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