Carcere

  • Pechino vuole limitare i visti agli americani che difendono l’autonomia di Hong Kong

    La nuova e controversa legge sulla sicurezza nazionale fortemente voluta da Pechino per Hong Kong è in dirittura d’arrivo, anche perchè il primo luglio coincide con la data in cui, nel 1997, l’ex colonia britannica passò sotto la sovranità della Cina. Tra Pechino e Washington, intanto, è scoppiata la guerra dei visti con l’annuncio, più d’immagine che di sostanza, della stretta per quelli dei funzionari americani che “si sono comportati in modo oltraggioso” sulle vicende di Hong Kong. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, illustrando la risposta a un’analoga mossa di Washington, ha chiesto agli Stati Uniti di fermare le sue interferenze sull’ex colonia minacciando in caso contrario “forti contromisure”.

    Venerdì 26 giugno, l’amministrazione Trump ha annunciato la stretta sui visti statunitensi per un certo numero di funzionari cinesi non precisati per la violazione dell’autonomia dell’ex colonia. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha spiegato che le restrizioni si sarebbero applicate ad “attuali ed ex” funzionari del Partito comunista cinese “ritenuti responsabili o complici della destabilizzazione dell’alto grado di autonomia di Hong Kong”. “Il piano di ostacolare l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale non potrà mai prevalere”, ha aggiunto Zhao, secondo cui “per prendere di mira le azioni illecite degli Stati Uniti, la Cina ha deciso di imporre restrizioni sui visti agli individui americani che si sono comportati in modo oltraggioso sulle questioni” dell’ex colonia, ha notato Zhao senza precisare i soggetti nel mirino.

    Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e agenzia dell’Onu sui diritti umani hanno espresso timori che la legge possa essere usata per soffocare le critiche a Pechino, con mezzi simili seguiti sul fronte domestico per reprimere il dissenso. La Cina ha affermato che la nuova legge prenderà di mira solo un piccolo gruppo di persone, mentre affronta separatismo, sovversione, terrorismo e interferenze straniere a Hong Kong con pene che potrebbero contemplare, secondo i media locali, il carcere a vita, parte di un testo ancora sconosciuto e che lo potrebbe restare ancora per diverso tempo. Domenica 28 giugno il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento cinese, ha esaminato la bozza del disegno di legge: i media statali hanno riferito l’appoggio schiacciante ricevuto. Il governo centrale ha “una determinazione incrollabile di portare avanti la legge sulla sicurezza nazionale e di salvaguardare sovranità e interessi nazionali”, ha detto la tv statale Cctv, citando un portavoce. La legge sulla sicurezza nazionale segna “la fine della manipolazione Usa della società di Hong Kong. ‘Un Paese, due sistemi’ continuerà, ma Hong Kong sarà sempre una città cinese. Non sarà enclave politico Usa”, ha rincarato su Twitter Hu Xijin, editor-in-chief del tabloid nazionalista Global Times.

  • In attesa di Giustizia: gioco, partita, incontro!

    Il  tema della Giustizia permane all’ordine del giorno alimentando le turbolenze interne alla barcollante coalizione di Governo ed in quanto punctumpruriens della politica poteva restare estraneo al dibattito l’emergente movimento (o quello che sia) delle “Sardine”? Non sia mai, e allora al leader di quella che potrebbe diventare una forza interlocutrice è stato chiesto in un’intervista se sia favorevole o contrario alla prescrizione. Questa la sua autorevole risposta: “se un bambino autistico quando gli passa un pallone da basket questo ritrae le mani, come fa a passargli la palla e fare in modo che questo la raccolga con le mani che non sa usare?”. Benissimo! A tacer del fatto che non risulta che gli autistici abbiano minorato l’uso degli arti, il considerando di Mattia Santori ha il sapore di una supercazzola e viene da domandarsi se non gliela abbiano preparato gli autori di Amici Miei, ovviamente per fargli uno scherzo.

    Uno a zero, palla al centro. Intanto in vista della giornata di mobilitazione della Avvocatura proprio contro la modifica della prescrizione, il 28 gennaio a Roma, è stata indetta una astensione dalle udienze per consentire di parteciparvi. E – forse conseguenza delle esortazioni davighiane a porre un freno alle iniziative, ovviamente deplorevoli poiché dilatorie, degli avvocati –  succede anche questo: un Presidente di Corte d’Appello telefona ad un’avvocata milanese invitandola, sostanzialmente, a revocare la dichiarazione di astensione per il 28 gennaio perché per quel giorno sono stati citati dei periti: tutto ciò sebbene la dichiarazione di astensione fosse stata depositata, come da protocollo, con largo anticipo proprio per consentire la migliore riorganizzazione della udienza e la controcitazione dei testimoni.

    Alla risposta negativa della Collega, il Magistrato ha reagito stizzosamente lamentando che, oltretutto, prima che l’Avvocato procedesse ad avvertire i propri consulenti di non venire in udienza si sarebbe dovuta consultare con la Corte.

    A questo punto non è fuor di luogo rammentare che l’Avvocato, con la sua astensione, esercita un diritto riconosciuto dall’ordinamento ed assimilabile entro certi termini a quello di sciopero che è munito addirittura di tutela costituzionale. Ogni compressione di questo diritto, partitamente se fruito nel rispetto delle regole, ha un nome nel codice penale: tentativo di violenza privata… e buongiorno anche a lei, Presidente.

    Due a zero. Il gran finale della settimanale galleria degli orrori viene riservato alla Eccellenza Fofò Bonafede che sistematicamente regala perle di insipienza: questa volta, intervistato da Lilli Gruber, ha affermato che “gli innocenti non finiscono in carcere”.La bizzarra uscita del Guardasigilli è smentita dai dati prodotti dal suo Dicastero secondo i quali negli ultimi 25 anni vi è stata una media di oltre tre cittadini al giorno arrestati ingiustamente e per questo indennizzati dallo Stato con una spesa di circa trenta milioni all’anno.

    Ma non basta. Incalzato su Twitter dalla figlia di Enzo Tortora che gli ha fatto memoria della emblematica vicenda di suo padre, Bonafede ha messo la cosiddetta pezza peggiore del buco sostenendo che voleva dire che gli assolti non restano in carcere. Bontà sua e del suo mentore secondo il quale non vi sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca. Qualcuno mi dica, lo prego, che siamo su Scherzi a Parte…

    Invece, tre a zero, gioco, partita, incontro. Il dibattito si articola in questi modi, su questi palcoscenici, con questi protagonisti, verrebbe da dire personaggi in cerca di autore, quasi mai  garantendo la presenza di un giurista per sviluppare un contraddittorio ragionato e possibilmente non urlato su una Giustizia che, di questo passo, dovremo aspettare ancora molto a lungo.

  • In attesa di Giustizia: il Signor Nessuno

    La settimana scorsa questa rubrica si è interessata a talune esternazioni – non nuove nel contenuto – del Dott. Piercamillo Davigo, criticandole con fermezza. La mezza dozzina di lettori che avranno avuto la pazienza di leggere l’articolo potranno riguardarle se necessario: quella de Il Patto Sociale, peraltro, non è stata l’unica voce a levarsi per contrastare la furia inquisitoria con cui il Magistrato invoca riforme che, in contrasto con principi cardine della giustizia nel mondo occidentale, hanno un solo aggettivo coerente: liberticide.

    Nei confronti di  Davigo si è mosso, tra gli altri, l’Ordine degli avvocati di Torino, con un comunicato a firma dalla presidente, Avv. Simona Grabbi, nel quale si chiede l’intervento della Procura Generale presso la Cassazione affinchè promuova un procedimento disciplinare a carico “Al fine di porre fine” – reca il comunicato – alle sue “ormai quotidiane e avvilenti esternazioni”.

    Certamente, le  affermazioni di uno che, dopo l’esperienza in Procura, ha fatto a lungo il giudicante anche in Cassazione, ed ora parla da un seggio del C.S.M. suscitano perplessità e preoccupazione per il tenore che è riassunto da una sua celebre frase: “non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca”. Il tutto con una lettura molto soggettiva, sarebbe da dire sua propria ed unica di alcuni canoni costituzionali, in particolare a proposito del ruolo dell’avvocato e della presunzione di non colpevolezza.

    La reazione dell’Ordine Piemontese ha generato quella rabbiosa dell’houseorgan degli orfani dell’inquisizione: Il Fatto Quotidiano*, che a firma di Gianni Barbacetto ha offerto una durissima reprimenda nei confronti della Presidente Grabbi difendendo a spada tratta le opinioni di Piercamillo Davigo.

    Cosa avrà mai scritto l’Avvocato Grabbi, o meglio sottoscritto visto che si tratta di un documento consiliare e – pertanto – condiviso dagli altri componenti del Consiglio? Sostanzialmente quello che si è sostenuto anche da queste colonne, e cioè a dire che Davigo  non tiene in alcuna considerazione dei principi per cui “l’Uomo ha sacrificato la propria vita e talvolta anche la libertà, così garantendo la nascita di quella società libera di cui oggi tutti noi beneficiamo”. Vergogna! Contestare chi ha avuto il coraggio di stravolgere la Costituzione che, in fondo è anche datata e i cui redattori sono omuncoli sconosciuti del rango di Einaudi e Calamandrei,  ostentando “una concezione inquisitoria del processo penale tipica degli Stati autoritari” in cui l’imputato è, invece, un “presunto colpevole” e con “la determinazione della pena”, il giudice si vendica “della mancata scelta di riti deflattivi, in palese violazione dei diritti costituzionali”.

    Bene, la penso anche io così è l’ho scritto, forse anche i lettori de Il Patto Sociale hanno condiviso quelle riflessioni e non coltivano – come Davigo dimostra – “un profondo disprezzo del ruolo istituzionale dell’Avvocato nel processo, disegnato come l’istigatore di condotte processuali dilatorie al solo fine di poter locupletare abusando di diritti che il processo riconosce all’imputato o finanche espletando attività difensiva del tutto inutile, qualora l’assistito sia ammesso al gratuito patrocinio, al solo fine di aumentare la parcella”.

    Barbacetto conclude la sua intemerata domandandosi se l’avvocato Grabbi esclude che ciò succeda? Forse vive nel Paradiso subalpino del Diritto. Ma avremmo qualche esempio da farle, almeno qui sulla Terra.

    Parole della redazione de Il Fatto Quotidiano, musica di Piercamillo Davigo con una generalizzazione inaccettabile a supporto di affermazioni incondivisibili ma pericolose per la presa che possono avare su una certa porzione della opinione pubblica.

    Della rubrica “In attesa di Giustizia” e del suo curatore, invece, non si registrano critiche, nemmeno un accenno ad una querela piccola piccola: sappiatelo, chi scrive qui ed a cui dedicate un po’ del vostro tempo non conta nulla, almeno per Gianni Barbacetto e accoliti e, forse, dovrei d’ora in poi firmarmi come “Il Signor Nessuno”.

    *Il Fatto quotidiano, 17 gennaio 2020

  • In attesa di Giustizia: come gabbare i lettori

    Ormai da qualche settimana le cronache giudiziarie hanno rivolto l’attenzione alle decisioni della CEDU e della Corte Costituzionale che hanno rilevato delle criticità nell’Ordinamento Penitenziario, laddove prevede una presunzione assoluta ed insuperabile di permanente pericolosità dei condannati per reati di grande criminalità organizzata o ad essa collegati.

    Tra le diverse voci del coro – quasi sempre di soggetti disinformati sul reale tenore di quelle decisioni e pronti a farne oggetto di polemiche fuorvianti ed a gabbare lettori e telespettatori – si è levata quella della nota giornalista Milena Gabanelli la quale ha dedicato la sua rubrica “Dataroom” sul Corriere Tv proprio alle sentenze con le quali la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Consulta hanno “bocciato” l’ergastolo ostativo, stabilendo che anche il mafioso che non collabora con la giustizia può, se il suo legame con la criminalità organizzata è cessato, rivolgersi al magistrato di Sorveglianza per chiedere di ottenere, ad esempio, dei permessi premio.

    La  Gabanelli ha sostenuto che migliaia di atti processuali, nel corso di quarant’anni, hanno dimostrato che i detenuti (mafiosi, ma forse non solo quelli intendeva la giornalista) mantengono ancora contatti con la cosca, attraverso gli avvocati i cui colloqui in carcere, non sono monitorabili.

    Non sappiamo a quali atti si riferisse: considerato che ha fatto riferimento a una moltitudine di casi ci sarebbe stato da aspettarsi che ne citasse almeno uno, possibilmente conclamato. Invece nulla, anche se, doverosamente, non si può escludere che qualcosa di simile sia accaduto. Ma, certamente, non è la regola e nemmeno una prassi da ritenere frequente.

    Dunque, ci risiamo per l’ennesima volta a confondere volutamente, aprioristicamente, generalizzando senza riferimenti puntuali, dati statistici, prove certe, gli avvocati con i loro assistiti: criminali gli uni e gli altri e i primi, forse, peggiori dei secondi perché insospettabili e sfuggenti ai controlli.

    Questo non è giornalismo, tantomeno giornalismo di inchiesta: è una gratuita macchina del fango che schizza indiscriminatamente su una intera categoria messa in moto, per di più, dal  volto noto appartenente a professionista preceduta da una certa fama.

    Ovviamente, queste affermazioni non potevano passare nell’indifferenza e hanno provocato la reazione dell’Avvocato Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione Camere Penali che ha così commentato: “Uno spettacolo miserando e miserabile di approssimazione, genericità, indifferenza e mancanza di rispetto per la dignità e la reputazione di una intera categoria di professionisti”, preannunciando una querela.

    La via giudiziaria sembra quella più opportuna da praticare: la  Gabanelli avrà, così, l’opportunità di portare in Tribunale, se li ha, i riscontri di cui disponeva per addivenire ad una gravissima accusa diffamatoria.

    E avrà bisogno di un avvocato, di un difensore,  rammentandole con ciò  che la sua stessa libertà è garantita da uno dei tanti che indistintamente ha considerato dei collusi se non dei complici dei mafiosi e che ha accettato di assistere anche chi lo abbia toccato, sia pure indirettamente, in ciò che ha di più sacro: la dignità di una Toga che al servizio di tutti i cittadini. Anche della Gabanelli quando si trova in attesa di Giustizia.

  • Il nuovo integralismo fiscale

    La detenzione preventiva rappresenta una forma di esercizio della Giustizia che dovrebbe risultare eccezionale all’interno del complesso sistema giudiziario il quale, viceversa, dovrebbe privilegiare tempi ragionevolmente più brevi ma soprattutto sicuri in relazione all’esercizio del potere giudiziario. Non può esistere, infatti, un sistema giudiziario nel quale buona parte dei processi finisca con la prescrizione del reato come è altrettanto insopportabile che buona parte dell’esercizio dei propri diritti in ambito civile debba attendere anche dieci anni ed oltre per venire riconosciuta.

    La preventiva detenzione, se divenuta usuale all’interno dell’amministrazione giudiziaria, rappresenta, in altre parole, un’aberrazione all’interno del sistema stesso il quale sconta per altro scarsi investimenti pubblici ed una classe di magistrati assolutamente libera da ogni controllo o giudizio se non al solo CSM. E quest’ultimo, venendo meno al principio della terzietà di giudizio valido per il sistema giudiziario, adotta proprio il principio dell’interna corporis, del quale ‘integralismo politico-ideologico si è vestito il governo in carica partendo dalla assoluta incapacità (in questo esattamente in linea con i precedenti) di avviare una profonda rielaborazione della spesa pubblica e degli effetti della stessa al fine di giustificare, una volta di più, la propria incapacità di una sana gestione della spesa pubblica (come ampiamente accertato dalla CCGIA di Mestre (http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2019/09/INEFFICENZE-PA-ED-EVASIONE-14.09.2019.pdf). Viceversa si continua ad utilizzare  la problematica relativa all’evasione fiscale come arma di distrazione di massa.

    In altre parole si cerca di attribuire all’evasione fiscale, i cui termini non vengono mai chiaramente indicati, la causa principale del disavanzo e di conseguenza del debito pubblico (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/). Una falsità di una gravità inaudita che vede peraltro il silenzio colpevole del mondo accademico e dei media relativamente al calcolo dell’evasione stessa che non parte neppure dalla definizione tra imponibile e tasse evase.

    Va poi tenuto in debita considerazione il fatto che il ministero “certifica” come nelle controversie fiscali solo un 28% di esiti sia a favore del contribuente (un valore assolutamente fuorviante in quanto tiene conto della somme dei  tre gradi e non del solo esito finale ). In questo contesto la possibilità inserita nell’ennesimo decreto fiscale, che conferisce all’autorità giudiziaria di confiscare preventivamente i beni dell’imputato, rappresenta una forma moderna di neointegralismo religioso fiscale. Con l’aggravante che mentre l’ingiusta detenzione può venire liquidata e risarcita (solo in parte), il danno subito con la confisca dei beni non solo priva nell’immediato del patrimonio ma soprattutto può avere effetti difficilmente quantificabili in caso di risarcimento così come per  una conseguente chiusura dell’attività economica successiva alla confisca.

    Nel nostro ordinamento giudiziario una persona risulta innocente fino al terzo grado di giudizio e questo dovrebbe valere maggiormente per i reati fiscali e amministrativi che, pur colpendo il bene pubblico attraverso la sottrazione di risorse, sono reati patrimoniali.

    All’interno del mondo economico ed amministrativo la confisca dei beni può determinare la chiusura  di qualsiasi attività economica, imprenditoriale e professionale alla quale in caso di riconoscimento dell’innocenza non si potrebbe porre rimedio con un ipotetico risarcimento.  Uno scenario sempre più reale, anche in considerazione della spinta politica ad un maggiore utilizzo della moneta elettronica che fa pensare molto all’accanimento e all’integralismo con il quale il potere politico in carica spinge verso questo tipo di pagamenti.

    La lotta all’evasione fiscale sta ormai assumendo i connotati di una vera e propria lotta religiosa che contrappone il potere politico, sempre più invasivo, alla maggioranza dei contribuenti onesti che vedono ogni anno aumentare oneri e costi come gli adempimenti burocratici.

    Solo l’integralismo religioso applicato in ambito fiscale non si preoccupa degli effetti delle proprie azioni. E di fatto non esiste alcuna differenza nei suoi terribili effetti tra la supremazia di uno Stato in virtù di un integralismo religioso o in nome di un socialismo reale ed etico.

  • In attesa di Giustizia: chiaroscuro da un carcere

    Ci risiamo, ormai da mesi il sistema penitenziario è nuovamente in affanno per il sovraffollamento ma nessuno ha finora nemmeno accennato ad affrontare il problema, anzi. Questa settimana la rubrica offre ai lettori la visita guidata in un piccolo istituto penitenziario, il San Cataldo di Caltanissetta, per offrire uno spaccato delle condizioni di vita e di come sono generosamente affrontate dal personale le quotidiane difficoltà.

    L’edificio risale al 1920, destinato ad orfanotrofio e solo in seguito adibito a carcere e, ovviamente, carenze strutturali dovute alla età della costruzione ed a inadeguati interventi successivi.

    Gli agenti in servizio sono 57 (61 previsti dalla pianta organica) e l’assistenza sanitaria è fornita solo dalle 8.00 alle 20.00. Di notte le emergenze vengono gestite dalla guardia medica, il che esprime un dato allarmante relativamente ai tempi di attesa in caso di bisogno poiché la guardia medica deve assicurare il servizio a circa 20.000 altri utenti.

    All’esterno del carcere, sotto una palma secolare, si trova una scultura a rilievo che ritrae i Giudici Falcone e Borsellino realizzata da un detenuto, all’interno sono ospitate – ad oggi – circa 120 persone tra le quali alcune hanno problemi di dipendenze da droga, altri sono affetti da patologie che richiedono terapie farmacologiche controllate e un discreto numero manifesta disagi psichici ma il contratto dello psichiatra è scaduto e la figura non è stata ancora ripristinata.

    Sempre all’interno si trovano locali vivibili, realizzati con l’apporto lavorativo dei detenuti che hanno curato l’impianto elettrico e la muratura: vi è anche un moderno polo didattico, con aule spaziose dotate di apparecchiature moderne “touch screen” che entrerà in funzione tra poco, da settembre, e vi si accede tramite tornelli videosorvegliati dotati di riconoscimento biometrico degli iscritti ai corsi.

    L’istituto è costituito da due sezioni: una ospita il reparto isolamento e l’infermeria, l’altra la rimanente parte della popolazione detenuta. Soltanto nel settore ‘isolati’ non c’è la doccia in cella.

    I muri dei locali, peraltro, sono cadenti e l’infermeria necessita di una massiccia opera di recupero per il quale sembra sia già stato approvato un finanziamento.

    Le celle, non una esclusa, sono anch’esse malconce e opprimenti: le finestre, nella parte bassa, per esigenze di sicurezza, sono coperte da pesanti pannelli di ferro che con il caldo si arroventano rendendo i locali incandescenti.

    Nelle celle, tuttavia, gli sgabelli hanno gli schienali: sembra normale ma non lo è in questo mondo parallelo e sconosciuto e sono segnali di attenzione: in carcere non esiste il superfluo e, troppo spesso, neppure il necessario a garantire condizioni di vita accettabili. Ci sono televisori di dimensioni adeguate e anche piccoli frigoriferi che consentono ai detenuti di godere di acqua fresca e di conservare il cibo.

    In questo piccolo carcere che sopravvive con dignità è in funzione un servizio di lavanderia per chi è distante dalla propria famiglia e non può effettuare frequentemente il cambio della biancheria.

    Il personale è cortese e attento alle necessità dei ristretti. L’area educativa funziona e garantisce tempi rapidi nella elaborazione dei programmi di recupero ma ciò che manca sono gli assistenti sociali, oberati di altre priorità e che con il carcere si dividono come possono.

    Il lavoro è una nota dolente: non ce n’è per tutti e non con continuità e non può creare professionalità per un futuro nella vita libera ma soltanto riempire un tempo inerte.

    Le condizioni della struttura impongono, poi, convivenza forzata tra persone diverse per età, provenienza, abitudini. Alcune celle dell’istituto ospitano fino a diciotto detenuti e c’è un solo servizio igienico nel quale due water sono posti uno accanto all’altro e separati a mezza altezza da un muretto di cemento.

    Le pareti di quasi tutti i locali sono cadenti, lo spazio destinato alle attività ricreative all’esterno è inadeguato.

    L’area colloqui è gradevole ma poco areata, tuttavia è stato reso attivo il sistema di collegamento via Skype per sostituire l’incontro con i familiari quando impossibilitati a raggiungere l’istituto.

    L’aria della c.d. “socialità” è ampia ma molto calda e logora. I servizi igienici sono pressoché inaccessibili. L’affaccio è su un cortile invaso da rifiuti ed escrementi di piccioni.

    Il carcere è riuscito a ricavare dei locali per la pittura e corsi di bricolage e c’è – incredibile a dirsi – un bel teatro, luminoso e capiente che impegna i detenuti in rappresentazioni alle quali anche pubblico esterno ha partecipato e presso il quale si sono svolte splendide iniziative come “al cinema con papà” in cui ai genitori reclusi è stato consentito, prima del colloquio, di vedere un cartone animato con i propri bambini.

    Infine c’è anche una chiesa all’interno della quale si trova un presepe realizzato con estrema cura dai detenuti, ricco di minuziosi particolari.

    Chiaro scuro da un luogo di detenzione: anche questa che è stata descritta è attesa di giustizia se giustizia è punizione ma anche recupero del condannato.

    Grazie alla delegazione delle Camere Penali che con il suo resoconto della visita a San Cataldo ha reso possibile trasferire anche sulle colonne del Patto Sociale uno spaccato di vita sconosciuta.

  • Detenuto muore nel carcere di Lecce sniffando gas

    Un detenuto brindisino di 40 anni è morto nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce. Da quanto emerso l’uomo si sarebbe tolto la vita inalando il gas di una bomboletta da campeggio in dotazione. Il suicidio sarebbe avvenuto qualche giorno fa in cella dove era recluso per scontare una condanna per droga. Il brindisino era stato destinato alla seconda sezione del reparto circondariale C1, denominata Reis, il reparto a elevato indice di sicurezza.
    Come rivela ADUC – Notiziario Droghe, a dare notizia del fatto è stato il vice segretario regionale del sindacato autonomo degli agenti di polizia penitenziaria, secondo il quale permangono condizioni di criticità all’interno del carcere leccese. L’uomo avrebbe dimostrato problemi di adattamento al sistema carcerario e di convivenza con altri reclusi.
    «L’episodio fa emergere ancora una volta le criticità del sistema penitenziario», ha detto Ruggiero Damato vice segretario dell’Osapp. “La gravissima carenza di polizia penitenziaria soprattutto nel ruolo di agenti/assistenti che sottopone gli agenti a turni massacranti che variano dalle 8/10/12 ore consecutive, spesso senza avere la possibilità di consumare una bevanda fresca visto anche la chiusura del locale spaccio da circa due anni». Damato ha anche rimarcato la mancanza di supporti informatici e di sorveglianza per il controllo di «soggetti con problemi di adattamento al sistema penitenziario». «Anche se dotati di tutta l’umanità possibile e di tutta la buona volontà, gli agenti non riescono a far fronte alle carenze del sistema e questo incide sulla serenità nell’effettuazione delle loro mansioni», ha aggiunto. «Ogni perdita di vita è una sconfitta per tutto il sistema penitenziario», ha concluso Damato secondo il quale tragedie come quella consumata nel carcere di Lecce segnano per sempre gli stessi agenti della polizia penitenziaria. «Purtroppo gli agenti sono considerati poliziotti di manovalanza a basso costo», ha scritto lanciando un appello alle autorità. Il sindacato punta il dito verso le autorità, dal ministro al capo del Dap, sino ad arrivare a dirigenti a vari livelli: «Avere una polizia penitenziaria più motivata, incentivata e rispettata, farebbe bene agli agenti e ai detenuti».

  • In attesa di Giustizia: Beccaria non abita più qui

    Nella nostra Costituzione, all’articolo 27, echeggia il pensiero di Cesare Beccaria laddove si prevede che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: un impegno, pertanto, che coinvolge l’intera amministrazione della Giustizia, dal Giudicante che deve determinare il trattamento sanzionatorio per chi sia stato ritenuto autore di un reato misurandolo con le prospettive di reinserimento sociale, sino al Tribunale di Sorveglianza che può ammettere un condannato a benefici che ne riducano la pena ovvero ne consentano l’espiazione attraverso un progressivo riacquisto della libertà sempre che il soggetto – sottoposto ad osservazione di esperti durante la carcerazione – ne risulti meritevole anche per la possibilità di ottenere un lavoro all’esterno.

    La nostra legislazione prevede che anche l’ergastolano possa avere una opportunità di rientro nel consorzio sociale, sia pure dopo molti e molti anni di detenzione, invece che un “fine pena mai”. Ma ci sono delle limitazioni introdotte nel tempo e tra queste quella che prevede il c.d. ergastolo ostativo, cioè a dire (con riferimento solo a taluni reati di sangue aggravati) il divieto di misure premiali di qualsiasi genere.

    Con decisione recentissima la CEDU ha affermato che l’ergastolo ostativo è contrario anche alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo violandone  l’art 3.

    La pronuncia, partitamente in un periodo storico – politico in cui la tendenza è quella della panpenalizzazione delle condotte e dell’inasprimento delle pene, è di grande importanza nel quadro di un necessario riallineamento della pena detentiva perpetua alla necessaria finalità rieducativa della pena e suona a monito di un legislatore nazionale ispirato solo dalla estremizzazione del rigore, senza considerare che la sicurezza dei cittadini deve essere assicurata anche tentando, almeno tentando, il recupero dei condannati allontanandone il pericolo che ricadano nel crimine una volta scontata la pena.

    Peraltro la critica della CEDU non ha tanto ad oggetto la durata della pena, quanto l’automatismo normativo che, nei reati “ostativi” che non sono solo quelli puniti con l’ergastolo, ravvede nella collaborazione con l’autorità giudiziaria l’unico strumento per ritenere cessata la pericolosità: la Corte mette, dunque, in discussione anche delle ostatività (alcune recentemente introdotte, per esempio per reati contro la Pubblica Amministrazione) relative a pene temporanee.

    La CEDU ha ritenuto che, se la collaborazione costituisce l’unica via attraverso la quale il condannato possa aspirare ad una rivalutazione della sua pericolosità, vi è da dubitare che il dubbio possa essere il frutto di una libera scelta, senza contare che, non di rado, è la paura di ritorsioni che determina la scelta di non collaborare. Quindi, deduce la Corte, la mancanza di collaborazione non può di per sé esprimere una permanente adesione a valori criminali o alla criminalità organizzata, ed altresì che la dissociazione del condannato può esprimersi con diverse modalità. D’altro canto, la collaborazione non è necessariamente prova di una effettiva resipiscenza ma può essere frutto di una valutazione utilitaristica. Infine, afferma la Corte che la personalità di un condannato non può essere ritenuta immutabile rispetto a quella che era al momento della commissione di un reato e, pertanto, deve tenersi conto dei progressi eventualmente accertati nel corso dell’esecuzione della pena.

    La Grand Chambre ha infine osservato che compete allo Stato Italiano introdurre una riforma del regime dell’ergastolo che garantisca valorizzazione di eventuali progressi del condannato ai fini della valutazione pericolosità dello stesso e dell’eventuale accesso a misure alternative al carcere, a prescindere dalla eventuale collaborazione.

    Beccaria non abita più qua, ce lo ricordano da Strasburgo: converrà tenere conto dell’insegnamento invece che perseguire il consenso attraverso il clangore delle manette.

  • In attesa di Giustizia: giustizia fai da te

    Questa settimana inizierà, alla Camera dei Deputati, l’esame del disegno di legge sulla modifica della legittima difesa, provvedimento sostenuto non solo dalla maggioranza di governo ma anche da una parte della opposizione.

    Il timore è che la disciplina, fraintesa anche grazie allo slogan “la difesa è sempre legittima” che la accompagna, si riveli un pericoloso viatico verso una spirale di violenza. E se gli slogan, non diversamente dalle leggi, rischiano di avere una interpretazione autentica la visita in carcere a Piacenza e la solidarietà  del Ministro degli Interni ad Angelo Peveri va proprio in questa direzione.

    Per una migliore comprensione è necessario sintetizzare la vicenda processuale di questo imprenditore rimasto vittima di decine di furti nella sua azienda e che – esasperato – all’ennesima intrusione ha reagito sparando e mettendo in fuga tre ladri, ferendone uno ad un braccio; fin qui nulla di anomalo, senonché, poco più tardi, uno di costoro ritorna per recuperare l’autovettura utilizzata per raggiungere il luogo del tentato furto ma viene individuato, bloccato da un dipendente di Peveri che lo immobilizza. A questo punto, forse anche prima, sarebbe stato il caso di chiamare la Polizia per i rilievi del caso: invece si opta per l’occhio per occhio, dente per dente e il ladro viene prima malmenato e poi attinto da un colpo di fucile al petto che si sosterrà essere partito accidentalmente. In seguito, senza che la difesa dell’imprenditore abbia mai nemmeno tentato di sostenere la legittima difesa, Angelo Peveri è stato condannato per tentato omicidio a quattro anni e mezzo di carcere che ora ha iniziato a scontare.

    Probabilmente nessuno, di fronte ad una simile ricostruzione dei fatti – non contestata dall’imputato se non con riferimento alla  fortuità della fucilata – azzarderebbe l’ipotesi di una reazione giustificabile, anche tenendo conto dell’esasperazione dopo una lunga teoria di ruberie subite, ed anche la pena inflitta risulta equilibrata.

    Il segnale che arriva dalla visita di Salvini al condannato, invece, rischia di alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che la legittima difesa domiciliare in fase di approvazione consista in una sorta di “giustizia fai da te” sempre consentita e con qualsiasi estensione nei confronti di chi si introduca in luoghi di dimora o esercizio di attività produttive.

    Vero è che nel privato domicilio l’ultimo baluardo è offerto proprio dalla vittima dell’intrusione ma da qui a dire che qualsiasi risposta possa giustificarsi come proporzionata all’offesa, al pericolo e conforme ad un senso comune di giustizia il passo è lungo.

    Ne abbiamo già parlato ma sembra opportuno ribadire che il rischio sia, da un lato, l’innalzamento del gradiente di aggressività dei delinquenti – che tali sono e tali restano, con freni inibitori già allentati – a fronte del concreto pericolo di incorrere in risposte armate in una probabile spirale di violenza da scongiurare, dall’altro, una corrispondente reattività che metta innanzitutto a repentaglio la incolumità di chi possa essere confuso con un aggressore (immaginiamo, per esempio, un senza tetto che cerchi riparo).

    A tacere di tutto ciò, i numeri, la statistica, parlano di un intervento che, se da un lato può essere dannoso, dall’altro si propone come inutile anche al fine di evitare il patimento del processo a chi abbia difeso se stesso, i propri cari o beni, per verificarne la legittimità: a livello nazionale nel 2013 ci sono stati cinque procedimenti a giudizio, nel 2014 nessuno, nel 2015 tre, nel 2016 due mentre con percentuale vicina al 100% del totale dei casi si perviene alla archiviazione. In altre ipotesi, molte delle quali riguardano aggressioni di fatto bagatellari o nelle quali non vi è stato né pregiudizio né reale pericolo per la incolumità vi è solo da rallegrarsi che nessuno – vittima o aggressore – si sia fatto male, senza la pretesa che il cittadino faccia supplenza delle Forze dell’Ordine là dove è irragionevole pensare che, con il massimo sforzo possibile, possano estendere l’opera di prevenzione perché questa non è né incremento di sicurezza né, tantomeno, di giustizia.

  • In attesa di Giustizia: quando la giustizia diventa vendetta sociale

    Non è una novità che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo rilevi delle criticità nel nostro ordinamento: recentemente, dopo che l’istituto era stato scrutinato negativamente anche dalla Corte Costituzionale (e ne abbiamo trattato su un numero di qualche settimana addietro), l’attenzione si è posata ancora sull’articolo 41bis dell’Ordinamento Penitenziario, quello che prevede un regime detentivo particolarmente duro per i carcerati ritenuti a più elevata pericolosità: generalmente e per espressa previsione normativa, gli appartenenti ad associazione mafiosa.

    Ovviamente, anche Bernardo Provenzano vi era sottoposto e tale era rimasto anche quando le sue condizioni di salute erano diventate tali da renderlo obiettivamente inoffensivo e proprio al suo caso si  è interessata la CEDU registrando una violazione dei diritti fondamentali: ma, tant’è, nonostante che le Procure interessate alla esecuzione della pena del boss (Palermo, Firenze e Caltanissetta) avessero formulato parere favorevole alla revoca del 41bis, il Ministero e la Procura Nazionale Antimafia si sono opposti sostenendo che il detenuto poteva ancora impartire ordini e comunicare con l’esterno.

    Bernardo Provenzano è morto il 13 luglio 2016 sottoposto a carcere duro sebbene le sue condizioni fossero tali da renderlo sostanzialmente una larva: allettato da circa due anni, quarantacinque chili di peso, nutrito attraverso un sondino il cui scollegamento avrebbe provocato la morte nel giro di un paio di giorni; privo di orientamento, affetto da encefalopatia degenerativa, rimane un mistero come avrebbe mai potuto esprimere pericolosità non diversamente contenibile se non attraverso un trattamento disumano.

    Si dirà, è stato anche detto da autorevoli esponenti politici: inumani sono stati i comportamenti di Provenzano in vita, responsabile di omicidi e non solo, per un criminale così non può esserci nessuna pietà.

    Credo che di uno Stato che non amministra Giustizia bensì realizza forme di vendetta sociale non abbiamo bisogno: il rigore cui era sottoposto Bernardo Provenzano prevedeva – come per tutti quelli nelle sue condizioni – una limitazione dell’ora d’aria che da allettato in stato vegetativo non poteva fare, così come non avrebbe potuto comunque leggere la corrispondenza se prima non sottoposta a censura, né poteva prepararsi pasti caldi (il divieto recentemente ritenuto irragionevole dal Giudice delle Leggi) e tantomeno comunicare durante le limitate visite dei famigliari. Tutto ciò solo per fare alcuni esempi tra i vincoli di cui era destinatario e senza dimenticare che il suo ricovero era stato disposto presso il braccio penitenziario dedicato dell’Ospedale San Paolo di Milano: dunque in regime neppure di piantonamento presso struttura sanitaria ma di permanente detenzione che assicurava il massimo della sicurezza possibile.

    Bernardo Provenzano in vita resta quello che le sentenze di condanna hanno descritto e ha scontato la sua pena fino in fondo: tuttavia l’ultimo periodo di espiazione rassomiglia tanto a quel truce spettacolo fondato sul principio “occhio per occhio dente per dente” messo in scena nelle camere della morte dei penitenziari statunitensi dove il difensore, il Procuratore Distrettuale e i famigliari delle vittime possono assistere alla esecuzione del condannato.

    Lo Stato di Diritto è, dovrebbe essere, un’altra cosa: doverosamente rigoroso nei confronti di chi ne ha violato le leggi ma mai vindice. La lenta agonia in carcere di Bernardo Provenzano si sarebbe compiuta comunque e ben poteva far parte della sua pena ma l’accanimento inutile che l’ha accompagnata ha il sapore acre della tortura piuttosto che della Giustizia.                 

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