Carcere

  • Sì a nuovi posti nelle carceri ma pene rieducative

    Sicuramente i più di diecimila nuovi posti, programmati entro il 2027, nel sistema penitenziario italiano sono estremamente necessari e ci auguriamo che il governo rispetti i tempi programmati.

    Il sistema carcerario italiano è praticamente al collasso, come molte denunce e troppi suicidi hanno dimostrato, occorrono nuovi posti, nuove strutture, occorre rimodernare le attuali carceri e recuperare altri edifici costruiti per la detenzione e lasciati più o meno abbandonati.

    Risolvere il sovraffollamento ed eliminare condizioni di vita indegne per un paese civile è però solo una parte del problema.

    Non solo è necessario che i detenuti possano, debbano, o lavorare o studiare ma vanno costruite anche strutture ad hoc per alcune problematiche che si trascinano da troppo tempo, e cioè luoghi protetti dove collocare sia le persone che hanno compiuto reati, ma sono state riconosciute incapaci di intendere e di volere, ed i tossicodipendenti, purtroppo sempre molto, troppo, numerosi, e che, per la gran parte, non dovrebbero essere collocati nei comuni penitenziari.

    Ad oggi i luoghi per queste persone sono talmente esigui da creare una vera emergenza, la necessità di una soluzione non può essere ulteriormente rimandata.

    Occorre inoltre rivedere le condizioni di vita della polizia penitenziaria, anche per loro non sono accettabili quelle attuali, sia dal punto di vista della collocazione abitativa sia per quanto riguarda la necessità di una maggior professionalità e di adeguamenti economici.

    La democrazia di uno Stato si vede anche per come tratta sia chi commette reati sua coloro che sono preposti alla loro sorveglianza.

    La prima volta che mi sono occupata di questi problemi era il 1993, l’anno nel quale, entrando come parlamentare a San Vittore per una visita di controllo, mi fu detto che Cagliari si era suicidato con un sacchetto di plastica (a me restano ancora molti dubbi).

    Sono passati trentadue anni e la situazione di degrado, che avevo denunciato allora, è rimasta immutata mentre nel frattempo sono aumentate le persone che commettono reati e sono aumentati anche i tipi di reato. Bene fa il governo a creare nuovi posti ma ancora non basta perché se chi sbaglia deve scontare una pena è altrettanto vero che la pena oltre ad essere remunerativa dovrebbe anche essere rieducativa.

  • In attesa di Giustizia: rivalità transalpine

    Tra Italia e Francia sembra non esserci solo una sana rivalità ed una nobile gara sportiva nel football ma anche in materia di (in)giustizia, settore nel quale l’incertezza del risultato per la primazia non è per nulla inferiore a quella vissuta sui campi di calcio. Basti pensare che i transalpini inserirono il ripudio della pena di morte in costituzione un anno dopo aver perso la finale della Coppa del Mondo con gli azzurri sebbene quel raffinato metodo di esecuzione che è la ghigliottina fosse stato abolito con una legge ordinaria del 1981 che soppresse anche la pena capitale sia pure senza la sacralità – da noi riconosciuta nel 1948 – del canone costituzionale.

    Nel frattempo, però, da noi si offriva spettacolo con l’arresto – mediaticamente organizzato nei minimi dettagli – di Enzo Tortora le immagini del quale, se non altro, lo rappresentano con i braccialetti e non con i ceppi come Enzo Carra, politico democristiano condotto in udienza con schiavettoni ai polsi e catene per i corridoi del Tribunale di Milano richiamando alla memoria quell’Amatore Sciesa trascinato dagli sgherri austriaci per le pubbliche vie della città verso il patibolo.

    Ai francesi mancava qualcosa, si sentivano surclassati…la piazza d’onore non era abbastanza perché troppo risalente nel tempo l’ostensione di Maria Antonietta alla furia dei sanculotti mentre un carro trasferiva la Regina dalla Conciergerie a quella che oggi si chiama Place de la Concorde per tagliare la testa a colei che si era appena scusata con il boia per avergli pestato inavvertitamente un piede; all’improvviso, tuttavia, ecco presentarsi l’occasione propizia per riguadagnare posizioni nel ranking dei forcaioli: la carcerazione di Nicolas Sarkozy che con grande dignità ha scelto di costituirsi raggiungendo a piedi ed a testa alta la prigione de La Santè (un inferno da 600 posti che ospita 1200 detenuti gareggiando anche in questo settore con i nostri istituti penitenziari), accompagnato dalla moglie che lo teneva per mano. E’ un’immagine che al curatore di questa rubrica colma il cuore di tristezza, sperando di non essere il solo ad interpretarne i sottesi: questa volta non c’è nulla di gioioso in quel tenersi per mano di un uomo ed una donna che si vogliono bene, in quel gesto che molto dice della mutua protezione e dei sentimenti che dita intrecciate si sanno scambiare…all’opposto, vi è una struggente malinconia perché è sempre tragico il procedere verso una cella di uomo che sia egli innocente o malvissuto.

    Nicolas e Carla sembrano i protagonisti di una (brutta) favola moderna che non viene dettata dal cuore, dalla fantasia, da sentimenti, dal desiderio di coltivare e condividere sogni ma sembra un copione scritto dagli autori di quelle trasmissioni specializzate nella ricostruzione di crime stories che alimentano morbosa e malsana curiosità degli spettatori.

    C’è da provare disgusto per chi, quasi fosse l’arrivo del Tour de France, ha scelto di trasmettere la diretta del momento – ignominioso per chiunque – in cui Sarkozy si avvia al luogo che vide prigioniero Landru, Alfred Dreyfus e persino Apollinaire mentre sul suo cammino, si applaude ed ingiuria e c’è chi canta la Marsigliese.

    E’ tale la volgare barbarie insita nel riprendere queste immagini in nome del diritto alla informazione – ed è sempre un parere personale – da rendere questo congedo dalla libertà un momento estremamente dignitoso e struggente nel suo ultimo atto che vede Nicolas e Carla che, ancora mano nella mano, si avviano fino alla porta del carcere uniti ed insensibili alla livella che azzera privilegi e cancella sperequazioni, che ha più il sapore di una rivincita sociale che di giustizia valutando con equilibrio i fatti e sanzionandoli secondo quanto prevedono i codici, bensì come rappresentazione emotiva e risarcimento simbolico delle ingiustizie sociali.

    Tutto ciò induce a escludere qualsiasi possibilità di interrogarsi sul senso della pena e sulla sua utilità, sul suo significato se applicata nei confronti di un uomo della personalità e dell’età di Sarkozy per quanto i reati per i quali è stato condannato siano gravi: associazione a delinquere per aver consentito che i suoi collaboratori chiedessero finanziamenti illeciti al regime di Gheddafi, al fine di sostenere la campagna elettorale per le presidenziali del 2007.

    Oggi, però, non discutiamo di innocenza o colpevolezza: piuttosto si dubita della opportunità dello scempio mediatico fatto di un momento di dolce intimità che nulla ha a che vedere con il trionfo della giustizia e tra le cui righe piace leggere il capitolo una fiaba che non è finita ed e rimasta tale anche nella mesta passeggiata mano nella mano fino a La Santè.

  • Sarkozy

    Certamente chi è colpevole deve sottostare alla pena che il tribunale stabilisce, si rimane però un po’ sconcertati davanti ad un ex presidente della repubblica detenuto alla Santé in un Paese che ha difeso strenuamente terroristi ed assassini italiani e nel quale molti veri criminali, come in Italia, purtroppo restano liberi.

    Non so se Sarkozy sia innocente o meno, l’appello, forse, farà maggiore chiarezza e gli darà ragione, lui infatti sostiene strenuamente la sua innocenza, alla quale vogliamo credere.

    Non dimentico i diversi momenti di incontro che abbiamo avuto al Parlamento Europeo e all’Eliseo, durante la presidenza francese dell’Unione Europea quando ricoprivo l’incarico di copresidente del gruppo UEN, e le sue dichiarazioni a favore di un’Europa più libera e forte, anche partendo dalla difesa della cultura e dell’agricoltura e sottolineando come fosse opportuno non fare aderire all’Unione paesi, come la Turchia, con valori diversi dai nostri.

    Sappiamo che nel recente passato, per altri motivi, personaggi, che avevano difeso la Francia anche a rischio della propria incolumità, hanno assaporato le patrie galere per difendere la ragione ed il segreto di Stato, o hanno rischiato la detenzione.

    In ogni caso la presenza di tanti cittadini, che alla sua uscita di casa hanno intonato la Marsigliese, la giusta decisione del Presidente Macron di incontrarlo, prima dell’inizio della detenzione, ci fanno sperare che si possa arrivare presto alla verità e che comunque per l’ex Presidente Sarkozy siano, nell’attesa, predisposte misure diverse al carcere.

    E’ pur vero che in Francia, nel passato, si mandò al patibolo anche il re e la sua famiglia ma ci auguriamo che oggi ci siano magistrati, indipendenti dai partiti, che sappiano giudicare la politica in modo corretto e coerente.

  • In attesa di Giustizia: colpo di calore

    Nicola Gratteri è in attesa che vada in onda su LA7 la prima puntata della trasmissione di cui sarà conduttore e, probabilmente, protagonista di un one man show dedicato ad intorpidire la mente degli ascoltatori con stravaganti opinioni in materia di giustizia di cui ha, appunto, offerto un saggio facendosi intervistare da Repubblica.

    A Napoli ha fatto molto caldo ultimamente e non è escluso che il Procuratore abbia preso un colpo di calore perché la tesi che ha illustrato non può essere frutto di una mente pensante: Gratteri parla come sempre di boss, di detenuti di alto spessore e sostiene che “ordinano ai più deboli una serie di favori e creano così un sistema di intimidazione tale da contribuire all’aumento dei suicidi”.

    Gratteri, è vero, non è mai stato in un carcere – non come “ospite”, perlomeno – in una di quelle carceri in cui, nel corso degli anni, ha fatto rinchiudere centinaia di innocenti gravando il bilancio dello Stato con il tasso più elevato di risarcimenti milionari per ingiusta detenzione: il record di cui non vantarsi appartiene, infatti, al distretto giudiziario di Reggio Calabria ed al tempo in cui ne era Procuratore Capo. Forse non avrebbe osato tanto se – magari da non colpevole – avesse sperimentato la carenza di igiene, di assistenza sanitaria, l’impossibilità quasi assoluta di dedicarsi ad un lavoro o allo studio inframurario, il sovraffollamento al livello di una trireme romana o di una nave schiavista sulla rotta tra l’Africa e il Nuovo Mondo, il caldo feroce d’estate e il gelo invernale, il cibo immangiabile…

    A prescindere da ciò, e Gratteri questo dovrebbe saperlo, per i boss è previsto il carcere duro al 41 bis, quanto meno la destinazione ad un reparto AS che sta per “Alta sicurezza”, e cioè in sezioni in cui è improbabile che siano detenuti dei poveracci disposti a subire intimidazioni, così come lo è  che un detenuto in un braccio normale nel carcere di Sondrio o di Tolmezzo scelga di togliersi la vita per timore (e non si sa bene perché) di un capo bastone di Locri o un capo mandamento di Palermo ristretti a Opera o all’Ucciardone.

    A Gratteri farebbe bene leggere cosa ha scritto recentemente il Tribunale di Sorveglianza di Torino, come riportato da “La Stampa”, nel motivare la concessione della detenzione domiciliare ad un detenuto con problemi di salute non particolarmente gravi in considerazione, comunque, di un contesto di sovraffollamento genetico di un disagio capace di “arrecare in modo assolutamente intollerabile, ai reclusi affetti da patologie, un surplus di sofferenza e disagio” e con ciò evidenziando una relazione tra il sovraffollamento e gli autolesionismi, che spesso consistono nel gesto estremo di suicidarsi.

    Gratteri è un magistrato di esperienza: tuttavia sembra che stia sempre più spesso superando il limite per le assurdità che va propalando e che rischiano di attecchire tra gli ascoltatori meno accorti e del Procuratore Capo di uno degli Uffici più importanti e delicati preferiamo continuare ad immaginare che sia stato il sole di Napoli a fargli un brutto scherzo piuttosto che riconoscerlo come l’erede del pregiudicato Davigo in veste di  controparte strutturale di tutte le politiche giudiziarie che non siano quelle care al Movimento 5 Stelle.

  • Oltre 1000 detenuti in Italia sono over 70

    Oltre mille detenuti su 62mila hanno più di settant’anni secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. E secondo il Consiglio d’Europa, inoltre, l’Italia è il Paese europeo con più detenuti oltre i 65 anni d’età.

    Franco Della Casa, professore emerito di Diritto processuale penale all’Università di Genova, già docente di Diritto penitenziario nella stessa Università, parla di una “crescente moltitudine di invisibili”, riferendosi alla popolazione anziana detenuta. Valentina Calderone, Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Roma, fa notare: “Se guardiamo la serie storica, dal 2005 il numero degli over 70 reclusi è costantemente cresciuto: dato che può essere collegato anche all’aumento degli ergastoli e che fa ipotizzare che una parte di queste persone siano diventate anziane in carcere”.

    Il problema, al di là dell’equità della carcerazione chi è anziano e del sovraffollamento delle carceri, è che le condizioni di salute delle persone anziane detenute sono ovviamente più cagionevoli e che molte delle patologie riscontrate sono una diretta conseguenza della detenzione prolungata. Per giunta l’architettura penitenziaria, anche in condizioni non sovraffollate, risulta ostile di per sé, è con l’avanzare dell’età che quelle barriere carcerarie finiscono per essere insostenibili.

    Peraltro, chi è in carcere, anche in età avanzata, non sempre lo è in quanto riconosciuto definitivamente colpevole. Dei 54.372 detenuti censiti a fine gennaio 2022, si calcola che il 30% non stesse scontando una pena definitiva e restasse in cella in attesa di giudizio (definitivo) di terzo grado. Una parte significativa dei detenuti di 65 anni o più, invece, sono appartenenti alla criminalità organizzata condannati all’ergastolo e l’Italia è uno dei Paesi a livello europeo in cui il regime detentivo per chi sconta un ergastolo è più duro, in termini di permessi e di possibilità di uscire temporaneamente dal carcere.

    A livello mondiale risulta che negli Usa vi è un tasso di mortalità elevato, anche in età relativamente giovane, per chi sconta pene detentive lunghe mentre in Giappone molte donne commettono reati appositamente per essere incarcerate e trovare così un luogo di conforto ove sfuggire alla solitudine dell’età avanzata.

  • Ogni 100 posti in cella in Italia ci sono 134 detenuti

    Il sovraffollamento nelle carceri italiane arriva a superare il 134%: al 25 maggio 2025, risultano infatti 62.722 i detenuti presenti rispetto ad una disponibilità di 51.280 posti (di cui quasi 5mila non utilizzabili peraltro).
    Dai dati resi pubblici dall’Associazione Luca Coscioni, sulla base delle relazioni effettuate da 66 Aziende Sanitarie Locali (Asl) in seguito alle visite negli istituti penitenziari italiani, emerge che in 65 sei 190 istituti penitenziari italiani il tasso di affollamento è pari o superiore al 150% (tre persone ogni due posti disponibili). La situazione più grave si registra a Lucca, dove il sovraffollamento è del 221%.

    “Nella stragrande maggioranza dei casi, negli istituti di pena italiani non sono stati effettuati neanche interventi di ordinaria amministrazione, una negligenza che, già grave di per sé, si acuisce per il sovraffollamento di oltre il 134%”, riporta una nota dall’Associazione. Nel report ufficiale “Infrastrutture e digitalizzazione: Piano Carceri” (Deliberazione n. 42/2025), la Corte dei Conti sollecita la rapida conclusione del Piano (che risale al 2014), per porre riparo agli elevati indici di sovraffollamento, sottolineando che il principio costituzionale di rieducazione del condannato “rischia di essere disatteso, a fronte di situazioni di sovraffollamento e di inadeguatezze delle strutture carcerarie, manifestati inizialmente come contingenti e divenute, in molti casi, sistemiche”.

    Alle prese con un problema analogo, troppi detenuti rispetto alla capienza delle strutture detentive, la Francia sta pensando di prendere in affitto celle di penitenziari di altri Paesi. Non si tratta invero di una novità: la Danimarca nel 2021 ha affittato 300 celle in Kosovo per 10 anni.

  • E’ ancora emergenza carceri

    Trentadue anni fa si è suicidato, nel carcere di San Vittore a Milano Gabriele Cagliari, uno strano suicidio con un sacchetto di plastica ed un laccio da scarpe. Quel giorno ero a San Vittore, stavo facendo, come parlamentare, una visita ad alcune carceri per segnalare al mio partito la reale situazione nei luoghi di detenzione.

    Fermo restando che a me sembrarono per lo meno strane le circostanze e le modalità della morte di Cagliari, la visita a San Vittore, ed ad altre carceri, mi confermò quello che mi era già stato segnalato e che cioè nella maggior parte dei penitenziari italiani le condizioni di vita erano inaccettabili sia per i detenuti che per le guardie carcerarie.

    A distanza di trentadue anni, dopo innumerevoli segnalazioni da diverse parti, proteste, scioperi della fame e troppi suicidi di detenuti, la situazione è ancora peggiorata.

    I governi sono cambiati ma le carceri italiane sono diventate sempre più fatiscenti e sovraffollate, nonostante alcuni magistrati abbiano una certa reticenza a mandare in carcere anche chi è stato arrestato in flagranza di reato.

    La a volte eccessiva discrezionalità del giudice, del giudizio e della pena, è un altro problema italiano.

    Pochi giorni fa Gianni Alemanno, già deputato, ministro e sindaco di Roma, attualmente a Rebibbia, ha scritto una lettera al Ministro Nordio ed al sottosegretario Del Mastro per chiedere una soluzione al sovraffollamento delle carceri, alla inadeguata assistenza sanitaria, alla presenza di detenuti molto anziani, in spregio ad una sentenza della Corte Costituzionale.

    Nella lettera è evidenziato anche l’abuso della carcerazione preventiva che ha portato lo Stato, in seguito agli accertamenti della verità, a dover pagare risarcimenti per circa 27 milioni di euro.

    Quando i problemi si vivono direttamente si comprendono anche quelli degli altri che sono nella stessa situazione.

    Forse, data l’immutabile, da decenni, negativa situazione delle carceri sarebbe utile che  tutti i membri di governo, di qualunque colore, perché l’indifferenza alla inumana situazione delle carceri è stata comune a tutti, passassero ventiquattro ore in un istituto di pena per comprendere meglio cosa va fatto e fatto subito.

    Sicuramente bisogna ricorrere meno, e solo in casi gravi, alla carcerazione preventiva, sicuramente chi è molto anziano deve ottenere gli arresti domiciliari, sicuramente i tossicodipendenti andrebbero collocati in strutture diverse ed adeguate, altrettanto sicuramente e velocemente le carceri devono essere ristrutturate in modo da garantire insieme la pena, la rieducazione e condizioni di vita che non ci facciano continuamente richiamare anche dall’Unione Europea per violazione dei diritti umani.

    Altrettanto sicuramente vanno, piaccia o non piaccia, costruite nuove carceri e rese agibili quelle già costruite e mai utilizzate.

    In molti hanno pianto la morte di Papa Francesco, ricordiamoci le sue parole anche per le carceri, per i detenuti e per la polizia penitenziaria.

  • In attesa di Giustizia: stica***

    Dal 2018 al 2024 allo Stato sono costati circa 220 milioni di euro gli indennizzi destinati ai cittadini vittime di ingiusta detenzione, cioè che sono stati arrestati salvo poi essere prosciolti o assolti: la cifra si ricava dall’ultima relazione del ministero della Giustizia sulla custodia cautelare e sulle ingiuste detenzioni in Italia…e molte vengono negate con motivazioni quantomeno fantasiose. Quello che colpisce è la distribuzione geografica delle riparazioni economiche: di questi 220 milioni, ben 78 sono stati versati in Calabria, a seguito di decisione delle competenti Corti d’appello di Catanzaro e Reggio. In altre parole, una regione che ospita soltanto 1,8 milioni di abitanti ha assorbito negli ultimi sette anni il 35% dell’intera spesa destinata a risarcire le vittime di ingiusta detenzione: tendenza stabile se, nel 2024, su quasi 27 milioni complessivi, 8,8 (e siamo al 33%) costituiscono il costo della Calabria…e forse c’è una spiegazione, sicuramente i numeri fanno riflettere.

    Non a caso si parla di un’area dominata da procure d’assalto che imbastiscono maxi operazioni contro la criminalità organizzata con decine, se non centinaia di arresti, e che molto spesso si rivelano ingiusti. Le più note – i cui effetti in termini di ricaduta sugli indennizzi diventano ora percettibili a processi conclusi – sono quelle firmate a suo tempo da Nicola Gratteri: prima a Reggio Calabria e poi a Catanzaro dove è stato Procuratore Capo dal 2016 al 2023.

    Ricordiamone alcune: quella contro la ’ndrangheta del 2003, nella Locride, con 125 misure di custodia cautelare (solo in otto vennero condannati e per gli arresti preventivi è necessaria una valutazione degli indizi con prognosi di “elevata probabilità di condanna”); l’operazione “Circolo formato” del 2011, quaranta persone arrestate tra cui il sindaco di Marina di Gioiosa Ionica e diversi assessori, in esito alla quale gli amministratori locali poi vennero assolti; l’ancora più nota operazione “Rinascita-Scott”, nel 2019: 334 persone mandate in carcere ed in primo grado ne sono state assolte 131, praticamente una su tre; buon ultima – ma non esaurisce l’elenco – l’inchiesta del 2018 che sconvolse la politica calabrese, con le accuse di corruzione e abuso d’ufficio contro l’allora Presidente della regione, Mario Oliverio, poi assolto.

    Stiamo parlando di Gratteri che ha sempre sostenuto che i risarcimenti per ingiusta detenzione erano riferibili agli anni prima del suo arrivo a Catanzaro ma adesso che la Corte d’Appello sta trattando proprio gli anni della sua gestione i numeri, anziché diminuire, sembra che aumentino.

    In effetti, nel 2024 il maggior numero di ordinanze di indennizzo per ingiusta detenzione è stato emesso proprio dalla Corte d’Appello di Catanzaro: 110 sulle 552 di tutto il territorio nazionale ed in taluni casi era stata già la Corte di Cassazione a definire le indagini di Gratteri come improntate ad un chiaro pregiudizio accusatorio; e non stati solo decine di cittadini ad avere la vita distrutta ma anche aziende finite ingiustamente nel tritacarne che sono state condotte all’inesorabile fallimento da inette amministrazioni giudiziarie.

    E’ il metodo calabrese: si getta la rete e si pesca a strascico: qualcosa resta sempre impigliato nella rete ma non è certo una pesca miracolosa: stica***… Piuttosto costosa per le casse pubbliche e prima ancora per la vita degli innocenti.

  • In attesa di Giustizia: vergogniamoci per lui

    Chi ricorda il settimanale satirico Cuore? Tra le tante, spassosissime, c’era una rubrica: “Vergogniamoci per loro: servizio di pubblica utilità per chi non è in grado di farlo da solo”.

    Ecco, talvolta, mi illudo che questa rubrica sia capace di riproporne l’impostazione senza far ridere ma – piuttosto – riflettere.

    Orbene, uno che ha urgente bisogno di aiuto per recuperare il senso della vergogna è Piercamillo Davigo del quale vale la pena richiamare alcune delle prodezze dialettiche, senza pretesa di enumerarle tutte, prima di offrire ai lettori l’ultima perla…ma solo in termini di tempo: c’è da temere perché l’uomo si è talmente calato nella parte del fustigatore di costumi da essersi trasformato in una maschera, smarrendo il senso dell’umanità e traboccante di boriosa presunzione sin dai tempi in cui affermava che “i magistrati sono il meglio della società ed i P.M. il meglio del meglio del meglio” e che, in tale veste, avrebbero “rivoltato l’Italia come un calzino”. Immaginate, se non avete mai letto una sentenza scritta da lui, l’equilibrio che può aver mostrato quando passò alle funzioni giudicanti diventando il manifesto della opportuna separazione delle carriere.

    Uno dei suoi palcoscenici preferiti, a parte talk show dove si presenta esclusivamente se gli permettono di cantare e di ballarsela da solo, sono diventati gli eventi e feste del Fatto Quotidiano del quale è un editorialista di punta: in una di queste occasioni, parlando dei femminicidi ha detto – tutto divertito – che costano meno tempo e pena di un divorzio. Se voleva essere una battuta, non fa ridere: senonchè, dopo questa uscita ha registrato altre spiritosaggini in un’intervista che si può rivedere su Youtube facendo conti grossolanamente sbagliati sulla pena irrisoria che rischierebbe un uxoricida in base a riferimenti normativi volutamente piegati alla sua interpretazione con abile ed ingannevole travisamento che, però, il cittadino comune non è in grado di svelare, anzi, ci crede…quello è il Dottor Sottile di Mani Pulite!

    Più recente ed ampiamente nota è l’intemerata conclusa con l’affermazione che “un innocente è solo un colpevole che l’ha fatta franca” e chissà cosa avrebbe dovuto pensare di se stesso se a Brescia lo avessero assolto…

    Tuttavia, a parte i settori della informazione e della comunicazione vicini a Travaglio, più in generale alla comunità manettara, sembra che il suo appeal sia in calo tanto che, per avere un po’ di spazio si è dovuto accomodare nel salotto di Federico Lucia lasciando allibito persino lui quando ha sostenuto che i suicidi in carcere sono una tragedia perché privano i P.M. di possibili fonti informative.

    Daje, Camillino, sparane un’altra perché al peggio non c’è limite e lui non se lo è fatto ripetere. Alla prima occasione, cioè intervenendo nel dibattito aperto dal “decreto carceri” (obiettivamente non un capolavoro di tecnica normativa e diritto) ha condiviso l’ipotesi che si tratti di un provvedimento “salva colletti bianchi” ed, a proposito della annotazione che nei nostri istituti i detenuti in attesa di giudizio sono in una percentuale, cioè stanno in carcere dei presunti innocenti (una parolaccia che Davigo ha orrore solo a pensare di pronunciare) ha detto che tutto dipende solo da quella bassa dei detenuti in espiazione di una pena definitiva. Insomma, si dovrebbe essere contenti di stare in galera da innocente o presunto tale perché in fondo sono pochi i colpevoli conclamati…e non solo soccorre un implicito richiamo alla sua teoria dei colpevoli che la fanno franca ma equivale a dire che in guerra non è grave bombardare i civili se scarseggiano gli obiettivi militari.

    Vergogniamoci per lui: che resti fulgido esempio di ciò che ogni buon magistrato non deve mai essere. Non seguire i suoi insegnamenti è il migliore omaggio ai tanti giudici e pubblici ministeri che hanno sacrificato la propria vita senza sparare stupidaggini buone solo ad alimentare a dismisura il proprio ego e una vuota smania di protagonismo.

  • In attesa di Giustizia: morire di burocrazia

    In carcere si muore, non solo dandosi la morte da sé: si muore anche di burocrazia, di udienze che vengono rinviate perché manca una notifica, si muore perché il servizio sanitario è lento in maniera esponenziale a soddisfare le esigenze terapeutiche dei detenuti: lo è per coloro che sono liberi, figuratevi per quella popolazione carceraria che viene sempre più vista come semplice carne da cannone.

    Scrivo solo poche righe questa settimana, il resto del lo lascio ad un avvocato che ha scritto una lettera struggente ad un suo assistito morto in detenzione domiciliare perché l’evidenza di un male inesorabile non è stata sufficiente per sospendere l’esecuzione ed avere trattamenti più adeguati e continui. Ma forse è stato meglio così, ora quell’uomo è finalmente libero.

    Un orologio.

    Me lo hai donato una settimana fa.

    Ho fatto in tempo a salutarti.

    A vedere un uomo di 72 anni divorato da quello che, per pudore, paura o vigliaccheria, non si vuol chiamare un cancro di merda.

    Un orologio ha segnato la tua fine. Oggi.

    48 chili. Quasi non ti avevo riconosciuto.

    Ma Claudio, che ormai la privacy può fottersi, oltre che un essere umano, era un mio assistito.

    Claudio che 10 anni fa, al primo colloquio in carcere, mi disse “ma te sei un regazzino!”

    E forse lo ero pure sette giorni fa. Per quell’uomo che ha trascorso quasi 30 anni senza libertà: la metà della vita.

    Claudio sbattuto tra carcere e casa. Ma non ancora libero. Ora forse sì.

    Claudio, una scuola di diritto.

    Uno sguardo verso quel mondo che questo ragazzino ha imparato anche grazie a lui.

    Claudio, che il carcere lo conosceva.

    Che conosceva anche quel mondo fuori dalle regole.

    Che non riconosceva i “delinquenti de oggi, senza valori. Che ammazzeno in quattro un regazzino. Non avranno vita semplice in carcere”.

    Claudio che a ‘sto regazzino, lo ha sempre rispettato per l’avvocato che sono.

    Che quando esagerava, chiedeva subito scusa.

    Claudio che scorsa settimana si chiedeva come poteva succedere che con 48 chili avesse ancora la detenzione domiciliare.

    Ed io a quei giudici, un paio di giorni prima lo dissi. Per beccarmi un rinvio a ottobre. Con cui ormai farò poco.

    Claudio che voleva morire libero.

    E gli volevo bene a quell’uomo d’altri tempi.

    A quel romano che sembrava uscito da una poesia di Trilussa.

    Che metteva le “e” nei verbi, come i vecchi romani.

    Conserverò quel dono con il ricordo di un uomo, in fondo, buono.  Perché lo era. Che non aveva mai ucciso o fatto male a nessuno.

    Sono triste, ma sereno che almeno ora é libero.

    Da una giustizia a tratti farraginosa. Da un male bastardo.

    Ciao Claudio.

    T’ho voluto bene. Ora posso dirlo.

    Riposa in pace.

    Ivan. Il regazzino. Il tuo Avvocato.

    In queste righe, in queste parole c’è tutta l’empatia di cui sa essere portatore chi non si limita a fare la professione di avvocato ma è Difensore nel profondo: nel profondo di un animo sensibile e tormentato perché la vita lo ha sottoposto a prove durissime come quello di Ivan Vaccari che deve essere un esempio perchè sa mettere in primo piano quell’essere fragile e tragico che è l’uomo, che difende l’uomo e non il reato che gli viene attribuito; Ivan Vaccari che è capace di provare e di trasferire quella pietas che esprime l’insieme dei doveri che si hanno verso gli altri uomini ma troppo spesso è dimenticata per quegli ultimi che sono solo “carne da cannone”.

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