I numeri sono impietosi: due maxi inchieste coordinate da Nicola Gratteri quando guidava la Direzione Antimafia di Catanzaro sono arrivate a sentenza proprio mentre si discute alla Camera di istituire una Giornata della memoria dedicata alle vittime di errori giudiziari. La prima, “Maestrale-Olimpo-Imperium”, del 2023 descriveva non solo le cosche ma una vasta “zona grigia” di imprenditori, professionisti, funzionari e dirigenti pubblici ritenuti collegati alla ‘ndrangheta: il primo grado si è chiuso con 79 condanne ma anche 99 assoluzioni (più della metà degli imputati) e 3 proscioglimenti per prescrizione. La seconda inchiesta è del 2022 ed ipotizzava infiltrazioni mafiose nella filiera del legname e l’impiego illecito di rifiuti.
Furono arrestate 31 persone: la sentenza di primo grado, pronunciata anch’essa da poche settimane, è di condanna solo per otto imputati su 61, gli altri 53 sono stati assolti.
Si tratta solo di due esempi, molto recenti e ravvicinati tra di loro, che rendono più che mai incomprensibile la scelta di astensione della sinistra sulla proposta di istituire una Giornata dedicata agli errori giudiziari: è davvero difficile commentare quando si tratta di affermare un principio elementare – ricordare chi ha pagato con la libertà, la reputazione e la vita errori dello Stato – prevale da un lato la logica politica dall’altro la sudditanza culturale nei confronti di una parte della magistratura.
Come se riconoscere che la giustizia possa sbagliare significhi indebolirla, anziché renderla più credibile.
Il garantismo è un principio che vale sempre, soprattutto quando è scomodo.
Non avere il coraggio di difenderlo davanti agli errori giudiziari dimostra di considerarlo un bene negoziabile e l’appartenenza al campo largo della gogna e delle manette facili che, peraltro, ultimamente perde colpi con imbarazzanti
inchieste costruite facendo leva sul moralismo, che presentano il conto: dal caso di Ranucci – il moralizzatore moralizzato dalle sue amicizie esplosive – che si è ritrovato a dover condannare la stessa cultura del sospetto che per anni ha alimentato con i metodi del suo “Report” è solo l’ultimo tassello di un mosaico più grande in cui si trovano altre storie: per esempio quella delle indagini sull’urbanistica a Milano il cui primo filone arrivato a giudizio ha esitato, il 16 giugno, otto imputati assolti su otto dalle accuse di abuso edilizio e lottizzazione abusiva ed anche la Corte dei Conti ha prosciolto i tre funzionari comunali accusati di danno erariale…e come dimenticare che è stato archiviato l’ennesimo filone su Dell’Utri e Berlusconi – presunti mandanti occulti delle stragi del 1993 – ritenendo mancanti elementi concreti sui rapporti diretti con Cosa Nostra per quella specifica ipotesi.
A tutto questo naturalmente va aggiunto il dramma vissuto dagli indignati in servizio permanente effettivo con la vicenda della grazia a Nicole Minetti con la quale hanno tentato di buttare fango persino sul Quirinale ricevendone in cambio sputtanamento in dosi massicce: basterebbero questi esempi ma se ne potrebbero fare molti altri, più o meno recenti, per ricordare all’opposizione che non basta un algoritmo, lo stare tutti insieme contro qualcuno, per essere un’alternativa, alla magistratura che non basta una vittoria del No al referendum per non ragionare sui limiti dell’irresponsabilità di un pubblico ministero ed al partito della gogna che avere una giustizia giusta, con meno cultura del sospetto, con meno indagini trasformate in sentenze, con meno schizzi di fango fatti volteggiare nell’aria, non è un tema legato a chi vuole prendere le parti degli accusati: è un tema che riguarda un bene comune che si chiama giusto processo, Stato di diritto, cultura delle garanzie.