incendi

  • Segni di speranza tra le ceneri degli incendi australiani

    Gli incendi in Australia hanno bruciato oltre 10 milioni di ettari e ucciso quasi 1 miliardo i animali. Anche se l’emergenza non è ancora finita, il WWF, grazie al sostengo di tanti sostenitori da ogni parte del mondo, è riuscito a fornire i primi, fondamentali aiuti.

    Tra i primi a beneficiarne il personale dello Zoo di Victoria, che sta operando per curare gli animali feriti al Mallacoota Incident Control Centre, avendo ottenuto il permesso di entrare nelle zone più colpite dagli incendi e iniziando con coraggio a prendersi cura di innumerevoli animali selvatici feriti.
    La dottoressa Leanne Wicker del Healesville Sanctuary e l’infermiera veterinaria Evie Tochterman hanno viaggiato una notte intera per dare supporto veterinario alla fauna selvatica a Mallacoota, nel Gippsland orientale. E hanno trovato “segni di speranza” tra le ceneri.  “Nonostante le ferite e i traumi, il coraggio mostrato dai koala e dagli altri animali nel territorio di Mallacoota è per noi fonte di ispirazione”, il commento della dottoressa Leanne Wicker.

  • L’UE attiva gli strumenti di emergenza per spegnere gli incendi in Libano

    Il Libano va in fiamme come non mai e gli aiuti dall’Europa non si fanno attendere. A fronte di almeno 100 incendi segnalati nel Paese dei cedri, Bruxelles ha inviato sei aerei antincendio, quattro dei quali di salvataggio, due dall’Italia e due dalla Grecia, mentre due sono stati fatti partire da Cipro. RescEU è il nuovo sistema dell’UE per l’assistenza immediata in caso di catastrofi naturali e comprende una riserva di aerei ed elicotteri antincendio. Il Centro di coordinamento risponde alle emergenze 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e in Libano sta monitorando la situazione nelle aree interessate attraverso la mappatura satellitare di emergenza del sistema Copernicus.

  • La politica agricola di Bolsonaro manda in fumo l’Amazzonia

    L’Amazzonia è l’ultima area in ordine di tempo ad andare in fiamme quest’estate, dopo Siberia, Isole Canarie, Alaska, e Groenlandia. In Siberia sono bruciate ad agosto oltre 5 milioni di ettari di foreste, una superficie pari a poco meno della metà dell’intero patrimonio forestale italiano. Nelle Isole Canarie le fiamme hanno costretto alla fuga oltre 8.000 persone. Solo pochi giorni prima vasti incendi hanno interessato Alaska e Groenlandia.

    L’incendio negli stati brasiliani di Amazonas, Rondonia, Mato Grosso, Parà e anche nella parte dell’Amazzonia che ricade sotto il Paraguay colpisce però la foresta pluviale amazzonica, la più grande foresta tropicale del mondo. Dall’inizio dell’anno nella foresta pluviale amazzonica sono stati registrati circa 75mila eventi incendiari, un numero record, quasi il doppio rispetto al numero d’incendi nello stesso periodo del 2018. L’istituto nazionale per la ricerca spaziale (INPE) ha rilevato che a luglio sono andati in fumo 225mila ettari di foresta pluviale amazzonica, anche questo un dato senza precedenti, il triplo rispetto a quelli del luglio 2018.

    La foresta pluviale amazzonica non prende fuoco per cause naturali, perché rimane umida per gran parte dell’anno. Gli incendi – secondo le istituzioni di ricerca e le organizzazioni non governative che operano in Amazzonia – sono da ricondurre agli agricoltori e alle grandi imprese zootecniche e agro-industriali, che usano il metodo, illegale, “taglia e brucia” per liberare la terra, non solo dalla vegetazione, ma anche dalle popolazioni locali e indigene. Gli alberi vengono tagliati nei mesi di luglio e agosto, lasciati in campo per perdere umidità, successivamente bruciati, con l’idea che le ceneri possano fertilizzare il terreno. Quando ritorna la stagione delle piogge, l’umidità del terreno denudato favorisce lo sviluppo di vegetazione nuova per il bestiame.

    L’allevamento del bestiame è responsabile dell’80% della deforestazione in corso nella foresta pluviale amazzonica. Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne in scatola in Europa, proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica.

    Gli incendi sono poi favoriti e sostenuti dalle condizioni climatiche estreme, da ondate di calore prolungate e intense e da siccità prolungate, insolite per questa parte del mondo. L’amministrazione USA per gli oceani e l’atmosfera (NOAA) ha comunicato lo scorso luglio è stato il luglio più caldo mai registrato da quando sono in uso gli strumenti per la misurazione del clima. Nella lista dei cinque mesi di luglio più caldi, appaiono quelli degli ultimi cinque anni. Questo non vale solo per l’emisfero settentrionale, dove in questo momento è estate, ma in tutto il mondo.

    La distruzione e il degrado del manto forestale avrà importanti conseguenze nella regione. Senza alberi e senza vegetazione che svolgono la funzione di ancorare il terreno e di trattenere l’umidità, la vegetazione sottostante può seccarsi, facilitando la combustione. Senza gli alberi, che attraverso la traspirazione liberano un enorme volume di acqua ed emettono sostanze chimiche che lo fanno condensare, diminuiranno le piogge.

    In questo momento, l’Amazzonia è stata disboscata per oltre il 15% rispetto al suo stato iniziale (epoca pre-umana). Gli scienziati sono preoccupati che se il disboscamento dovesse raggiungere il 25%, non ci saranno abbastanza alberi per mantenere l’equilibrio del ciclo dell’acqua. La regione attraverserà un punto critico ed eventualmente evolvere verso la savana. Ciò avrebbe enormi conseguenze anche per il resto del mondo. La foresta pluviale amazzonica produce enormi quantità di ossigeno. La sua vegetazione trattiene miliardi di tonnellate di carbonio nella vegetazione, nella lettiera e nel suolo, che potrebbero ossidarsi e liberarsi in atmosfera, aumentando l’effetto serra.

    L’Amazzonia è anche un hotspot della biodiversità e include il luogo più ricco di biodiversità sulla Terra, rendendo la sua conservazione una questione chiave per arrestare l’estinzione  estinzioni di piante e animali. Centinaia di migliaia di indigeni in oltre 400 tribù vivono in Amazzonia e fanno affidamento sulla foresta pluviale per sostenere le loro vite e preservare le loro culture.

    Alla radice di quest’aumento di incendi e deforestazione in Brasile molti vedono gli indirizzi che il nuovo governo di Brasilia ha voluto rispetto alle politiche di conservazione avviate dai governi precedenti: allevatori e imprenditori agricoli si sentono incoraggiati e sostenuti ad avviare attività di ‘sviluppo’ in territori coperti da foreste, molti dei quali sono territori indigeni. Negli ultimi giorni è arrivata la decisione dei governi norvegese e statunitense di interrompere il finanziamento dei progetti di conservazione delle foreste di fronte alla ripresa della deforestazione.

    Secondo l’IPCC la gestione delle aree agricole (specialmente la coltivazione per sommersione del riso) e l’allevamento di bestiame producono circa l’11% delle emissioni globali.  In totale, un quarto delle emissioni globali di gas serra.

  • L’Ue rafforza il suo sistema di protezione civile per combattere gli incendi estivi

    I Paesi della Ue colpiti da incendi di vaste proporzioni possono chiedere di attivare il meccanismo di protezione civile dell’Unione europea, che garantisce un intervento coordinato sotto forma di aerei antincendio, elicotteri, attrezzature e personale addetto. Oltre ai Paesi dell’Unione, al meccanismo partecipano anche l’Islanda, la Norvegia, la Serbia, la Macedonia del Nord, il Montenegro e la Turchia.

    L’Unione europea (insieme agli altri Paesi che hanno aderito all’iniziativa) si è infatti dotata di un Centro di coordinamento della risposta alle emergenze (ERCC) preposto a coordinare l’assistenza a livello europeo e a garantire che gli aiuti forniti siano efficienti ed efficaci. Attraverso l’ERCC la Commissione europea facilita e cofinanzia l’assistenza fornita alle zone colpite.

    Negli ultimi anni molti incendi hanno colpito gli Stati membri dell’Unione europea, causando centinaia di morti e danni per miliardi di euro. Nel 2017 il meccanismo è stato attivato 18 volte per le emergenze provocate dagli incendi boschivi in Portogallo, Italia, Montenegro, Francia e Albania hanno ricevuto assistenza attraverso il meccanismo. In un’occasione, il meccanismo di protezione civile dell’UE è stato attivato su richiesta del governo del Cile. Nel 2018 il meccanismo è stato attivato cinque volte per contrastare gli incendi boschivi in Europa: due volte per la Svezia e una volta per Portogallo, Grecia e Lettonia. Nel complesso, gli interventi dell’UE si sono concretizzati con la mobilitazione di 15 aerei, 6 elicotteri, più di 400 persone tra vigili del fuoco e personale addetto e 69 veicoli.

    Esiste poi anche il servizio di gestione delle emergenze Copernicus, il servizio di mappatura satellitare dell’Ue, ed anch’esso è stato ripetutamente utilizzato in occasione delle emergenze connesse agli incendi boschivi. Solo nel 2018, 139 mappe satellitari hanno aiutato l’Ue e le autorità degli Stati membri a individuare e valutare i luoghi più colpiti, a valutare l’estensione geografica degli incendi e a calcolarne l’intensità e l’entità dei danni.

    Il Centro di coordinamento della risposta alle emergenze (ERCC) dell’UE, è operativo 24 ore su 24, sarà rafforzato con squadre di sostegno alla lotta agli incendi boschivi e con la presenza di esperti degli Stati membri nel periodo estivo. Lo scorso marzo, l’Ue ha inoltre rafforzato la gestione del rischio di catastrofi istituendo una nuova riserva europea di capacità (la “riserva rescEU”) che inizialmente comprende aerei e elicotteri antincendio. Per garantire che l’Europa arrivi preparata al periodo degli incendi boschivi la nuova normativa prevede una fase di transizione durante la quale gli Stati partecipanti possono ottenere fondi in cambio della messa a disposizione dell’Ue dei propri mezzi antincendio. L’obiettivo ultimo rimane quello di aggiungere ulteriori capacità e si attivi a costituire così una riserva rescEU ancora più ingente per il futuro.

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