Israele

  • Board of Peace

    Nessuno credo possa avere dei dubbi sulla urgente necessità di riportare Gaza a livelli di vita umani, di ridare ai palestinesi tutto quanto è necessario per vivere dignitosamente e costruirsi un futuro di pace in dignità e, ci auguriamo, prosperità.

    Nessuno, in buona fede, può negare il diritto di Israele di essere riconosciuto dagli Stati che insistono nella stessa area geografica e di poter vivere in totale sicurezza.

    Nessuno può immaginare che possano esserci pace e prosperità per gli israeliani ed i palestinesi se gruppi terroristi come Hamas rimarranno armati o se Stati come l’Iran continueranno ad appoggiare ed a finanziare il terrorismo.

    Nello stesso tempo crediamo, e non siamo i soli, che un’associazione internazionale che parta con una organizzazione che sancisce che il presidente, autoproclamato, sia a vita e dotato dei pieni poteri, magari anche con la facoltà di nominare il proprio successore, sia la soluzione idonea a garantire pace, democrazia, rispetto di quel minimo di regole necessarie alla civile convivenza ed ad impedire che finalità affaristiche prevalgono sulle necessità oggettive dei popoli.

    Se partecipare come osservatori al Board of Peace significa dare sinceri suggerimenti per evitare errori che possono essere fatali va bene.

    Se invece partecipare, anche come osservatori, significa avallare organismi ed organizzazioni che possono portare ad ulteriori spaccature tra Stati, ad ignoranza dei legittimi diritti dei popoli, ad imprese economiche di interesse personale, a cooptazioni di famigliari e sodali, all’interno di strutture che devono essere trasparenti, è evidente che l’Italia e l’Europa devono restare al di fuori di un percorso che al momento si presenta poco chiaro.

  • Adulatore senza scrupoli che si esibisce solo per i suoi interessi

    Sappiate che tutti gli adulatori vivono a spese di quelli che li ascoltano.

    Jean de La Fontaine

    Dal 24 al 26 maggio 2014 Papa Francesco è stato in Terra Santa. Durante il suo pellegrinaggio è andato prima in Giordania, poi a Betlemme in Palestina e, infine, a Gerusalemme in Israele. Papa Francesco, a Betlemme, ha visitato la Basilica della Natività e ha celebrato una messa nella piazza della Mangiatoia. Sempre a Betlemme si è fermato a pregare davanti alla barriera di separazione. Un significativo gesto simbolico quello del Pontefice, visto che quella barriera, lunga circa 730 chilometri, costruita da Israele partendo dal 2002 come un insieme di muri e reticolati, si estende nel territorio della Cisgiordania (riva occidentale, al di qua del fiume Giordano; n.d.a.), abitata sia dai palestinesi che dagli israeliani.

    Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, Papa Francesco ha incontrato il re di Giordania ed i massimi dirigenti istituzionali e religiosi della Palestina e di Israele. Il Santo Padre ha invitato sia il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese che il presidente d’Israele ad incontrarsi di nuovo in Vaticano e pregare tutti insieme per la pace, per un serio ed impegnativo dialogo e per la fine del lungo e sanguinoso conflitto.

    Soltanto dopo due settimane, nella serata di domenica 8 giugno 2014, la festa di Pentecoste, presso i Giardini Vaticani si è svolto l’incontro di preghiera per la pace tra gli israeliani ed i palestinesi. Erano presenti Papa Francesco, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese ed il Presidente israeliano. Erano presenti anche molti alti rappresentanti religiosi, sia ebraici che musulmani, nonché il Patriarca di Costantinopoli. Il Santo Padre ha finito il suo discorso pregando: “Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti, perché la parola che ci fa incontrare sia sempre fratello e lo stile della nostra vita diventi shalom, pace, salam! Amen”.

    Bisogna sottolineare che i conflitti tra i palestinesi e gli ebrei sono stati evidenziati sia dalla storia che dalle Sacre Scritture. Nell’Antico Testamento si fa riferimento a continue lotte tra gli ebrei e i palestinesi, allora chiamati filistei, che abitavano in quei territori anche prima dell’arrivo degli ebrei. Nella Bibbia si fa spesso riferimento a Canaan, la terra promessa da Dio ad Abramo e ai suoi discendenti. E proprio davanti a Canaan che Mosè ed suo fratello Aronne portarono gli ebrei, alla fine del loro esodo dall’Egitto. Ma mentre Mosè era salito sul monte Sinai per ricevere da Dio i dieci comandamenti scolpiti su due tavole di pietra, suo fratello acconsentì alla richiesta degli ebrei di fabbricare il vitello d’oro, con i loro monili d’oro fusi. E proprio il primo comandamento che Dio diede a Mosè per il popolo ebreo era “Non avrai altro Dio al di fuori di me” (Esodo; 20/3). Quello che fecero Aronne e gli ebrei fu considerato da Dio come un peccato dell’idolatria, perciò decise di non farli entrare a Canaan, la terra promessa. Dalla Bibbia sappiamo che gli ebrei sono entrati nella terra promessa soltanto dopo la morte di Mosè, guidati da Giosuè e scontrandosi con i cananesi e i filistei, popolazioni residenti sul territorio. Proprio in quel territorio dove attualmente si trovano Israele, la Palestina, il Libano e la Giordania.

    Anche la storia fa riferimento a continui conflitti, nel corso dei secoli, tra gli ebrei e i palestinesi. Basterebbe solo considerare quanto è successo in quei territori, partendo dal 1840, quando il primo ministro britannico, lord Palmerston, ha presentato la sua proposta per costituire un insediamento permanente, nel territorio palestinese, per gli ebrei. Da allora i conflitti sono stati sempre presenti, compresi quelli avvenuti dopo la seconda Guerra mondiale.

    Purtroppo un altro conflitto sanguinoso si sta svolgendo nella Striscia di Gaza, dal 7 ottobre 2023 ad oggi, con delle tragiche conseguenze. Un conflitto scatenato da Hamas, un’organizzazione militare ben strutturata. Hamas è considerata un’organizzazione terroristica da molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti d’America, i Paesi membri dell’Unione europea, il Regno Unito e, ovviamente, Israele. Invece la Corte Penale Internazionale, con sede all’Aia (Paesi Bassi), ha emesso il 21 novembre 2024 un mandato d’arresto per il primo ministro israeliano. Lui è stato accusato di “presunti crimini di guerra e contro l’umanità, commessi a Gaza tra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024”. Lui è stato, altresì, accusato dell’uso della fame come arma di guerra, dell’impedimento deliberato di aiuti umanitari e di aver causato sofferenze estreme alla popolazione civile.

    Nel frattempo è in corso la seconda fase del Piano di Pace, anche se non è facile attuare quanto è stato previsto ed accordato tra le parti in conflitto. Il Piano di Pace è stato presentato dal presidente degli Stati Uniti d’America nell’autunno scorso ed è stato approvato in seguito, il 17 novembre 2025, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

    Ormai però i rapporti di diversi Paesi, inclusi anche molti Paesi membri dell’Unione europea, con il primo ministro israeliano non sono buoni. Anche le relazioni tra la stessa Unione ed il primo ministro israeliano sono diventate molto tese. Tutto è dovuto a quello che sta succedendo nella Striscia di Gaza. In più, dall’anno scorso, 17 Paesi membri dell’Unione europea hanno chiesto una revisione dell’Accordo di Associazione tra l’Unione europea e l’Israele, attuando l’applicazione dell’articolo 2 dello stesso Accordo. L’articolo sancisce che “Le relazioni tra le Parti, nonché tutte le disposizioni dell’Accordo stesso, si baseranno sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, che guidano la loro politica interna e internazionale e costituiscono un elemento essenziale del presente Accordo”. Ed è proprio questo articolo che si sta violando da parte di Israele, secondo i 17 Paesi membri dell’Unione europea che chiedono la revisione.

    La scorsa settimana il governo d’Israele ha organizzato la seconda Conferenza internazionale per il Contrasto all’Antisemitismo, svoltasi a Gerusalemme il 26 e 27 gennaio. E, guarda caso, come ospite d’onore era stato scelto il primo ministro albanese (Sic!). Chissà perché?! E lui era l’unico primo ministro in carica presente. Certamente non per i suoi meriti, bensì per rendere un “servizio” al suo omologo israelita, ormai isolato da molti dirigenti internazionali. Poi l’Albania, essendo un Paese con una maggioranza musulmana della popolazione, si prestava bene a tale scopo. Mentre l’ospite d’onore, il suo primo ministro, un noto adulatore senza scrupoli che si esibisce solo per i suoi interessi, era la scelta migliore. Una scelta però che testimonia anche le difficoltà in cui si trova l’anfitrione, il primo ministro d’Israele.

    Le cattive lingue hanno subito detto che la presenza del primo ministro albanese nella seconda Conferenza internazionale per il Contrasto all’Antisemitismo è stata “assicurata” da alcuni suoi “amici lobbisti” ebrei. Le cattive lingue hanno detto, tra l’altro, che il primo ministro albanese è pronto a leccare qualsiasi cosa, in cambio di una tale opportunità. Soprattutto in un periodo molto difficile per lui, causato da una serie infinita di scandali in cui è direttamente coinvolto.

    Da noto adulatore, il primo ministro albanese ha detto, tra l’altro, davanti a non molti deputati presenti nell’aula del parlamento: “Non sono ancora del tutto sicuro di trovarmi effettivamente sul pavimento sotto i miei piedi”! Lui ha accusato Hamas dicendo che “Il prigioniero di Gaza è Hamas, nientemeno che Hamas”. Ed ha continuato con frasi simili, dando sfogo alla sua nota sfacciataggine. Dichiarazioni che però hanno reso felice il suo omologo, il “caro Bibi”.

    Chi scrive queste righe adesso si limita a citare Jean de La Fontaine, il quale affermava: “Sappiate che tutti gli adulatori vivono a spese di quelli che li ascoltano”. Come il primo ministro albanese.

  • Israel’s foreign minister on historic visit to Somaliland

    Israel’s foreign minister has held talks with Somaliland’s president on his first visit to the breakaway region since Israel controversially recognised it as an independent country.

    Gideon Saar said Israel was determined to advance relations with Somaliland “with momentum”, while President Abdirahman Mohamed Abdullahi hailed his visit as a “big day”.

    Last month Israel became the first country in the world to recognise Somaliland, which declared independence from Somalia more than 30 years ago.

    Somalia sees Somaliland as being part of its territory, and condemned Saar’s visit as “unacceptable interference” in its affairs.

    Saar posted on X that his talks with Abdullahi focused on the “entirety of our relations”.

    He also addressed the backlash to Israel recognising Somaliland as an independent state, saying the decision was not made “against anyone”.

    “Only Israel will determine for itself who it recognises,” he added.

    In a statement released by his office, Abdullahi said Israel had taken a “courageous decision” and Somaliland would cooperate with it in the “strategic interest”.

    Saar said Abdullahi has accepted an invitation from Israeli Prime Minister Benjmain Netanyahu to visit Israel, but the Somaliland leader’s office did not confirm this.

    Somaliland declared independence from Somalia in 1991, after the overthrow of Somali military dictator Siad Barre.

    Israel’s recognition of Somaliland last month came as a surprise, with Netanyahu citing Somaliland’s “right to self-determination”.

    This move sparked international condemnation and prompted an emergency meeting of the UN Security Council.

    China, Turkey and the African Union were among those criticising Israel’s step, while the European Union said Somalia’s sovereignty should be respected.

    The US defended Israel, accusing its critics of double standards.

    Somaliland hopes that Israel’s decision will have a domino effect, and other states will recognise its independence.

    But on Saturday, India’s foreign ministry dismissed as “fake” claims on social media that it intends to do so.

    Abdullahi has said Somaliland would join the Abraham Accords, a deal brokered by the Trump administration in 2020, which saw a number of Arab states officially establish ties with Israel.

    Israel has pledged to cooperate with Somaliland in agriculture, health, technology and the economy.

    Analysts say there are strategic reasons for Israel’s declaration.

    “Israel requires allies in the Red Sea region for many strategic reasons, among them the possibility of a future campaign against the Houthis,” Israeli think tank the Institute for National Security Studies said, referring to Yemen’s Iran-backed rebels, in a paper last month.

  • La pace non passa dalla violenza

    Siamo sempre stati, nel corso dei decenni e nel presente vicini ad Israele condannando in modo chiaro coloro che, in un modo o nell’altro, sono stati, consapevolmente o meno, supporter di Hamas.

    Temiamo e combattiamo, per quanto è il nostro ruolo, il pericolo di un terrorismo e di un antisemitismo che è diventato più diffuso e continuiamo a credere che per rendere giustizia ai tanti morti innocenti la strada per la pace e la convivenza non possa che passare dalla consegna delle armi di Hamas e dalla punizione dei colpevoli.

    Detto questo siamo anche fermi nella condanna di quei coloni che distruggono le case e gli uliveti tradendo, nell’abbattere e bruciare gli alberi, anche il lavoro dei primi pionieri israeliani che impiegheranno la loro vita per rendere coltivabile un terreno arido e difficile.

    La pace, il diritto alla propria sicurezza, non può passare dalla violenza contro inermi e dalla distruzione delle piante di ulivo.

  • Ogni cosa ha un prezzo

    Ogni cosa ha un prezzo e più l’obiettivo è importante più il prezzo sale.

    Se pace veramente sarà a Gaza, quando e come vedremo, il prezzo è stato per tutti altissimo sia per i civili palestinesi, morti a decine di migliaia per le bombe di Israele e per essere stati usati da Hamas come scudi umani, che per gli israeliani, sia quelli massacrati il 7 ottobre che gli altri, tenuti prigionieri e molti morti od uccisi durante la detenzione.

    Una pace che pesa per le condizioni che vedranno i pochi ostaggi israeliani rimasti, alcuni vivi ed altri cadaveri, restituiti a Israele mentre in cambio centinaia e centinaia di terroristi di Hamas saranno liberati, queste sono le condizioni, e facilmente questi torneranno, prima o poi, al loro turpe mestiere.

    Chi darà la garanzia che i tunnel saranno tutti distrutti, che saranno identificati tutti i depositi di armi, che i finanziamenti iraniani non continueranno a finanziare gli islamisti, che Hamas non continui ad arruolare nuove leve e a ricattare e terrorizzare la popolazione?

    Certamente il presidente Trump, e chi ha collaborato con lui nel difficile percorso che ha portato al cessate il fuoco ed aperto la strada al percorso di pace, ha dimostrato una volontà ed una capacità di mediazione ed intervento, con coprotagonisti i paesi arabi, che ci consente di sperare.

    Mentre a Gaza riprendono gli aiuti umanitari, per la popolazione allo stremo, non possiamo nascondere una realtà antica e sempre nuova, Hamas sarà veramente sconfitto, e messo in grado di non nuocere più, solo se il popolo palestinese saprà, nel suo insieme e singolarmente, riconoscere il diritto all’esistenza ed alla vita di Israele e costruirà un percorso di vita democratica mettendo al bando ogni terrorista.

    Una strada che per ora è un sentiero pieno di incognite ma che bisogna avere il coraggio di intraprendere, tutti, abbandonando quegli atteggiamenti che, anche in Europa ed in Italia, danno fiato all’antisemitismo.

  • Pace a Gaza: durerà?

    Mentre sembra che un accordo tra Hamas e Israele sia stato raggiunto tra le parti, l’intero mondo sta tirando un sospiro di sollievo. La carneficina in atto a Gaza potrebbe essere definitivamente finita e tutto lascerebbe pensare che si possa aprire una nuova era per il Medio Oriente. Purtroppo le cose non sono così semplici come si vorrebbe far apparire. L’attenzione internazionale è stata, comprensibilmente, focalizzata sui tragici avvenimenti di Gaza ma il problema dei rapporti tra israeliani e palestinesi è ben lontana dall’aver trovata una soluzione conclusiva. Trump ha tutto l’interesse ad annunciare come ha fatto nella conferenza stampa con Netanyahu che nell’area si aprirà una nuova situazione di pace ma, nonostante ognuno di noi lo auspichi, le difficoltà su quel cammino sono ancora tante ed è molto difficile intravedere un punto di arrivo sicuro, visto che le questioni più spinose restano irrisolte. Meglio poco che niente, dirà qualcuno, e certamente una pace a Gaza era indispensabile per poter pensare al futuro e dare sollievo alle popolazioni vittime di morti e distruzioni. Tuttavia, sarà davvero pace per lungo tempo?

    Cominciamo dai contenuti dell’accordo: Hamas restituirà gli ostaggi e, in cambio, gli israeliani libereranno più di un migliaio di prigionieri palestinesi. L’esercito di Israele comincerà il ritiro dalla Striscia e Hamas dovrà contemporaneamente disarmarsi completamente. Un futuro Governo sarà “tecnocratico” e controllato da un’equipe coordinata dallo stesso Trump con l’aiuto di Blair. La sicurezza sarà garantita dagli USA ma sarà gestita da una forza arabo-internazionale. In un futuro non precisato si terranno locali elezioni e saranno allora gli stessi palestinesi a gestire quel territorio. Vediamo come e perché si è arrivati a questa intesa condivisa da tutti gli Stati della zona.

    Le pressioni di Trump su Netanyahu erano diventate sempre più forti e, soprattutto dopo la fallita operazione del bombardamento israeliano a Doha, gli americani non potevano più permettersi una destabilizzazione ancora più grave dell’area medio-orientale. Da parte sua, Hamas era devastata militarmente, sentiva crescere un’ostilità popolare nei confronti del suo comportamento ed era ormai evidente che anche il possesso di ostaggi non avrebbe portato Israele alla cessazione delle ostilità o a un compromesso. Nel frattempo, stavano aumentando le pressioni di Qatar, Egitto e Turchia sulla stessa Hamas affinché si andasse verso una qualche soluzione soprattutto per non rovinare i buoni rapporti che questi Stati vorrebbero mantenere con gli USA. Per Israele la continuazione del conflitto stava diventando un onere economico insostenibile, una delegittimazione mondiale sempre più diffusa e la popolazione israeliana maggiormente ostile al Governo e alla guerra. Senza contare che anche nell’IDF la contrarietà al proseguimento delle operazioni cresceva in modo evidente. Oltre a tutto ciò, accettando il patto Netanyahu avrebbe potuto, durante le prossime elezioni, vantare di aver raggiunto tutti (o quasi) i suoi obiettivi: Hamas disarmata e fuori da ogni futuro Governo locale, ostaggi liberati, un Governo tecnocratico internazionale, una zona cuscinetto a Gaza, Hezbollah praticamente eliminata e armamento nucleare (ipotetico) dell’Iran fuori gioco. Inoltre, le pressioni americane cui non era più possibile sottarsi, davano al Primo Ministro la possibilità di giustificarsi con gli alleati estremisti nel suo Governo per “dover” rinunciare a una occupazione e ai futuri insediamenti ebraici nella Striscia.

    Ecco però nascere gli interrogativi e la possibilità che, pur avendo concordato le linee generali, si cominci ora a contrattare sugli aspetti applicativi.

    Hamas potrà impegnarsi a una qualche forma di disarmo ma la sua ragion d’essere fondamentalmente integralista e anti israeliana, il suo permanente desiderio di influenzare il futuro di Gaza e la permanenza dell’IDF, seppur parziale e ufficialmente temporanea, daranno ai terroristi le scusanti per non rinunciare del tutto alle armi. Se così sarà anche l’IDF avrà un motivo in più per rallentare o rinunciare al ritiro delle truppe. Da parte dei governi arabi che dovrebbero prendersi carico della sicurezza ci potranno allora essere ragioni per non inviare i loro militari, almeno fino a che ogni forma di ostilità armata non sarà del tutto scongiurata nella Striscia. Di certo nessun Governo arabo vorrebbe trovare i propri soldati in mezzo a un fuoco incrociato se il conflitto dovesse riaprirsi.

    Il problema più grave rimane però quello del futuro Stato Palestinese contro cui Netanyahu si è dichiarato apertamente. Se tale Stato non nascerà come realtà autonoma e indipendente il conflitto tra le due popolazioni, israeliana e palestinese, non sarà certo sopito e la tensione continuerà, ridando fiato agli estremisti di entrambe le parti. Ma quale Stato Palestinese sarà mai possibile vista l’attuale situazione? In Israele, anche chi vi era favorevole fino alla strage del 7 ottobre oggi non lo vuole più accettare perché teme che possa diventare un luogo di partenza per futuri terroristi e, pur contestando l’attuale maggioranza per tanti altri motivi, si trova d’accordo con Netanyahu nel non volerlo. Inoltre, gli insediamenti di coloni israeliani abusivi in Cisgiordania sono diventati così numerosi (e violenti) e si sono espansi a macchia di leopardo anche, e volutamente, per rendere quasi impossibile la costituzione di una qualunque organizzazione statale. Nel 2024 Israele si è appropriato di più terra in Cisgiordania che nei precedenti 20 anni messi insieme. Non si può dimenticare che dopo gli eventi del 2003 Trump non ha fatto nulla per impedire l’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e, anzi, ha persino revocato le sanzioni che Biden aveva imposto contro la violenza dei coloni, di fatto legittimandole. Tutti gli osservatori sono ora convinti che la soluzione dei Due Stati sia praticamente impossibile, almeno nel breve periodo. Purtroppo, anche la soluzione di un unico Stato ove convivano con uguali diritti ebrei e arabi sembra fuori portata. Di là dalla reciproca sfiducia, un ostacolo non minore è la Legge Fondamentale (in Israele, come in Gran Bretagna, non esiste una Costituzione) votata nel 2018 dalla Knesset che definisce Israele quale Stato degli ebrei (“casa nazionale del popolo ebraico”) e quindi riduce chi non lo è a cittadino di serie B.

    Siamo ben lungi, quindi, dall’avere raggiunta la “pace definitiva” in Medio oriente che Trump aveva annunciato. Eppure, la speranza è sempre l’ultima a morire e, almeno per ora, dobbiamo accontentarci di una tregua che consentirà per un qualche tempo che gli abitanti della Striscia non soffrano più la fame, che troveranno ancora una qualche possibile residenza stabile e che non dovranno, ce lo auguriamo, temere di essere seppelliti dalle bombe.

  • 7 ottobre

    Il tempo non cancella l’orrore per l’infame massacro che Hamas ha compiuto, l’indignazione e la repulsione verso un movimento terrorista che, dopo aver sterminato a tradimento e ferocemente tanti israeliani, ha usato il suo popolo come scudo umano ignorando i diritti di una popolazione che, per colpa proprio di Hamas, ha avuto migliaia di morti e feriti.

    Il nostro pensiero va agli ostaggi, i pochi sopravvissuti, ancora nelle mani di criminali per i quali la vita umana, le sofferenze degli altri non contano nulla, assassini la cui sete di sangue e di potere non si arresta di fronte a nulla.

    E la nostra collera, indignazione, repulsa va anche verso coloro che in questi giorni hanno inneggiato al massacro con grida e striscioni e ai tanti che sfilavano in pace ma non li hanno espulsi dal corteo, perché chi tace è colpevole come chi grida odio e commette violenza.

    Come dimenticare la crudeltà degli uomini di Hamas pronti a violentare, mutilare, bruciare gli innocenti civili israeliani, e la loro vigliaccheria che li ha portati a nascondersi in ospedali e scuole a Gaza tra i palestinesi inermi invece di affrontare gli israeliani in quella battaglia che loro stessi avevano iniziato a tradimento.

    Assassini e vigliacchi per i quali non si può avere nessun tipo di comprensione, devono pagare quanto hanno fatto ad Israele ed al popolo palestinese.

    Oggi tutti coloro che credono nella pace e nel diritto, nella democrazia e nella libertà, dovrebbero scendere nelle strade in memoria delle vittime di quel tragico sette ottobre e condannare per sempre, senza se e senza ma, i terroristi di Hamas ed i loro complici.

  • Tornati gli eroici deputati italiani

    Gli eroici deputati italiani sono velocemente tornati a casa per il loro piccolo bagno di folla mentre gli altri italiani sono, ovviamente, ancora trattenuti in Israele, come era previsto.

    Non ci saremmo aspettati diversamente visto che ormai la pubblicità c’era stata a sufficienza ma un minimo senso di rispetto, per il ruolo istituzionale che ricoprono e per il voto di quelli che li hanno scelti, avrebbe dovuto suggerire loro di rimanere con gli altri per tornare tutti insieme.

    Certo dividere per giorni le riprese televisive dalle barche, entrare nei telegiornali e nei vari mezzi di informazione è ben diverso che condividere spiacevoli e difficili giorni di detenzione, perciò ‘coerentemente’ hanno scelto di tornare subito in Italia.

    Forse faranno anche in tempo a partecipare a qualche manifestazione pro Palestina, a scrivere qualche interrogazione ed interpellanza, a fare cioè nulla di utile per i palestinesi che si stanno chiedendo che fine abbiano fatto gli aiuti alimentari e sanitari tanto sbandierati.

    Se questi aiuti sono veramente esistiti perché non consegnarli al Patriarca Latino di Gerusalemme, il Cardinale Pizzaballa, per poi proseguire comunque il percorso verso Gaza? Avrebbero ottenuto sia lo scopo di aiutare veramente la popolazione sofferente che di dare una dimostrazione politica.

    Domanda retorica ovviamente, l’operazione era solo politica, non umanitaria e il gioco delle parti continua accendendo ogni giorno nuove pericolose micce di odio e polemica.

  • Accordi di pace

    Sappiamo che il Presidente americano Trump ha un forte ego e ama attribuirsi soluzioni miracolose per le situazioni politiche ed economiche più complicate che altri non hanno saputo risolvere. Chi ha potuto ascoltare la conferenza stampa che ha tenuto con il Primo Ministro israeliano Netanyahu avrà notato come il Tycoon abbia sottolineato almeno due volte che la crisi in Medio Oriente, che dura da almeno duemila anni abbia, grazie a lui, finalmente trovata una risposta positiva e definitiva. Gli ostaggi a Gaza saranno liberati entro 72 ore, l’esercito di Israele si ritirerà dalla Striscia in successive ondate, un nuovo Governo provvisorio che lui stesso coordinerà gestirà il mantenimento dell’ordine e dei servizi essenziali mentre la ricostruzione programmata consentirà a tutti i palestinesi del posto di ritornare (se lo vorranno) nel loro territorio. Un’aggiunta molto importante che ha giustamente tenuto a evidenziare ha riguardato il fatto che tutti i Paesi arabi e musulmani hanno concordato sul piano di pace da lui proposto e collaboreranno alla futura gestione dell’area. Il tono e le parole usate sono state scelte sicuramente in accordo con Netanyahu, che ha confermato tutto quanto detto dal Presidente. Mentre Trump non ha fatto alcun accenno alla questione della Cisgiordania affollata da coloni israeliani abusivi, il Primo Ministro ha però ribadito che la nascita di uno Stato palestinese è inaccettabile poiché costituirebbe un costante pericolo per la sicurezza di Israele.

    Che la possibile soluzione negoziata del conflitto a Gaza, così come presentata, sia un’ottima cosa e perfino il massimo ottenibile vista la situazione attuale resta indiscutibile. Che ciò rappresenti la risposta definitiva ai conflitti medio-orientali e sistemi una diatriba secolare è, tuttavia, una grossolana millanteria basata sul nulla. Diamo pure per buona l’idea che uno Stato di Palestina possa rappresentare un pericolo per la sopravvivenza dello stesso Israele, ma come la si mette allora con tutti i palestinesi che oggi vivono in Cisgiordania? Non sono decine, né centinaia, bensì milioni di persone a molti dei quali è stata sottratta con la forza bruta la terra che coltivavano e le case in cui abitavano. Anche chi di loro ancora può vivere del proprio raccolto e abitare nella propria casa come si organizzerà? L’ANP è screditata ma, pure se non lo fosse, quale governo potrebbe gestire una regione con pezzettini di terra distribuiti a macchia di leopardo e con difficoltà di collegamento tra l’uno e l’altro?

    A tutti noi piacerebbe che quanto detto in conferenza stampa a Washington costituisca davvero la fine dei secolari problemi tra ebrei e arabi in quelle terre ma qualche dubbio non minore rimane. Il problema della convivenza tra ebrei e musulmani non è mai esistito nella storia. A differenza di ciò che hanno fatto i cristiani verso i seguaci di Abramo attraverso pogrom, emarginazioni, persecuzioni ed esilio forzato, gli Stati a maggioranza musulmana li hanno sempre accolti pacificamente e la coesistenza delle due religioni sullo stesso territorio non ha mai creato problemi di alcun genere, tanto è vero che quando gli ebrei furono cacciati dalla Spagna cattolica la maggior parte di loro trovò rifugio e benessere proprio ove a comandare erano i musulmani. Il vero problema è cominciato solo quando i sionisti hanno preteso la creazione dello Stato di Israele e l’ONU ne ha stabilito la nascita formale. Fu allora che, nonostante l’Arabia Saudita in un primo momento e su pressioni inglesi accettasse quella decisione, gli Stati arabi della zona si ribellarono e iniziò la prima delle sanguinose guerre tutte poi vinte da Israele.

    Con gli Accordi di Abramo era sembrato che ci si incamminasse verso una soluzione pacifica ma il problema dei palestinesi era rimasto in sospeso in attesa di (im)possibili nuovi sviluppi. Perfino Riad si stava preparando ad aderirvi e, probabilmente, gli attacchi di Hamas del 7 ottobre furono scatenati proprio per impedirlo. La comprensibile reazione israeliana ha rimesso in discussione persino quell’Accordo già raggiunto rendendo impraticabile la sua continuazione. Ora, se veramente finirà la carneficina di Gaza con l’intesa tra tutti gli Stati coinvolti, gli Accordi di Abramo potrebbero anche rinascere e allargarsi. Non va, tuttavia, sottovalutato il fatto che né a Washington né a distanza, alcun rappresentante dei palestinesi sia stato direttamente coinvolto.

    Dire quindi, come hanno fatto in conferenza stampa, che si “apre una storica pace definitiva” per tutto il problema medio-orientale può essere utile a un Trump che pretende di ottenere il premio Nobel per la pace, ma a chi osserva con obiettività i fatti sembra una vanteria più che esagerata. Forse, se non ci saranno colpi di coda di Hamas (destinata ad auto-annullarsi, cioè “suicidarsi”, secondo le intese annunciate da altri) la popolazione di Gaza potrà tirare un sospiro di sollievo, ma come la metteremo con l’insieme di tutti i palestinesi e della Cisgiordania in particolare?

  • Non vi saranno mai due popoli e due Stati senza il riconoscimento di Israele e senza la resa di Hamas

    Lo abbiamo detto e scritto per anni, insieme ad alcuni altri che via via sono aumentati: la pace in Medio Oriente poteva avvenire solo con il riconoscimento dello Stato di Israele e la creazione ed il riconoscimento di uno Stato palestinese. Uno stato palestinese  liberato dai terroristi.
    Dopo anni di guerra, una guerra programmata e voluta da Hamas, con migliaia di morti e feriti, mentre Hamas continua a tenere in ostaggio i prigionieri israeliani, quelli che ancora non sono stati uccisi, ad usare i palestinesi come scudi umani e a tenere nella propria carta costitutiva, e ragion d’essere, proprio la distruzione di Israele, difficile immaginare il riconoscimento di uno Stato che non c’è e che non ha un punto politico di riferimento considerato che da un lato ci sono i terroristi che comandano e dall’altro l’autorità  palestinese di Abu Mazen che non conta più nulla.
    Sconfiggere Hamas dovrebbe essere l’impegno di tutti se si vuole raggiungere l’obiettivo di due popoli due Stati.
    Tutto questo sembra sfuggire a chi parla di riconoscere lo Stato palestinese senza che vi sia un interlocutore credibile al quale  affidare questo ipotetico stato, inoltre la decisione dei paesi arabi di tenere, salvo Iran ed Houthi, ben lontani sia Hamas che i profughi di Gaza la dice lunga sui timori che tutti hanno nella regione.
    Tutto questo sfugge completamente ai più o meno benpensanti sia della politica di centro sinistra che di parte della così detta società civile, tutti dobbiamo essere seriamente preoccupati per la disperata situazione dei civili, attanagliati dalla fame e sotto il doppio tiro dei soldati israeliani e dei miliziani di Hamas e dobbiamo tentare tutte le strade per aiutarli ma l’aiuto non sarà certo qualche facinorosa e violenta manifestazione, qualche ritrita e sterile contestazione dell’opposizione al governo italiano.
    La sinistra, ammesso che di sinistra si possa ancora parlare, vista l’incapacità di pensiero politico, di attenzione vera e di proposte concrete ai problemi principali di questo travagliato terzo decennio del terzo millennio, smetta di blaterare su due popoli e due Stati perché non vi saranno mai due popoli e due Stati senza il riconoscimento di Israele, senza la resa di Hamas, senza la nascita di una leadership palestinese credibile e autorevole.

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