Israele

  • Riflessioni su Israele

    Non bisogna essere antisemiti per sentirsi indignati da ciò che Israele ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Libano. In spregio a ogni presunto diritto internazionale, quelle carneficine senza fine suscitano un naturale rifiuto anche in chi, per sentimento o per convenienza strategica, guarda con simpatia verso Israele e verso gli ebrei in genere. Purtroppo per loro, l’attuale governo di Tel Aviv fa di tutto per alimentare una condanna mondiale e sembrerebbe che perfino Trump non li sopporti più perché gli stanno impedendo di raggiungere con l’Iran una qualunque pace che gli consenta di salvare la faccia. Tuttavia, non va dimenticato che la società israeliana è estremamente composita e a fianco di forsennati nazionalisti e di insopportabili fanatici religiosi c’è un gran numero di cittadini contrari al comportamento del loro governo. Quando nel prossimo ottobre, come previsto, si terranno le elezioni politiche staremo a vedere cosa sceglierà la maggioranza della popolazione.

    Un osservatore di politica internazionale che comunque voglia essere il più possibile obiettivo deve, almeno nel momento dell’analisi, prendere le distanze dalle istintive reazioni emotive e cercare di capire i punti di vista di tutti gli attori in campo.

    Della prospettiva dei palestinesi e di gran parte delle popolazioni arabe conosciamo da lungo tempo la posizione politica. Sin dalla creazione, certificata dall’ONU, dello Stato di Israele gli originali abitanti di quei territori si sono sentiti defraudati dei loro diritti su quelle terre e ben tre guerre principali, perse, erano già avvenute prima dei terribili fatti del 7 ottobre. Come non bastasse, anche i palestinesi che hanno continuato a vivere all’interno di quel che era diventato Israele nella pratica sono soltanto dei cittadini di serie B e tale condizione è stata ulteriormente confermata con la Legge Fondamentale del 2018, voluta dal governo Netanyahu. Tale Legge ha formalmente espresso essere Israele lo “Stato ebraico” (“solo il popolo ebraico ha il diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele” e: “l’ebraico è la lingua ufficiale, mentre l’arabo ha uno status speciale” – cioè minore N.D.A.). Per quanto riguarda Hezbollah e Hamas, essi, a differenza di quanto almeno a parole dichiarava l’Autorità Palestinese, sostengono non esserci alcuna possibilità di avere “due popoli, due Stati” perché entrambe sono nate con l’esplicito obiettivo di eliminare completamente Israele e rientrare in possesso di tutto il territorio. Per questo scopo si sono armate e il rinunciare agli armamenti, come richiesto da Washington e Tel Aviv, significherebbe per loro venir meno alla loro stessa ragion d’essere.

    Prima degli avvenimenti del 7 ottobre diversi Stati arabi della zona più il Sudan, il Marocco, il Kazakhistan e il Somaliland avevano deciso di sottoscrivere con Israele un impegno di collaborazione tramite gli Accordi di Abramo. Perfino l’Arabia Saudita sembrava pronta ad aderirvi e, molto probabilmente, l’assalto del 7 ottobre fu pensato proprio per impedire quest’ultima adesione, provocando una esagerata reazione israeliana e creando così una nuova difficoltà politica per la possibile pacificazione. Pacificazione che, non dimentichiamolo, sarebbe stata comunque raggiunta sulle spalle dei diritti dei palestinesi. Inoltre, chi, per motivi di volontà egemonica sul Medio Oriente, non aveva alcun interesse a che la questione trovasse una pur parziale soluzione era l’Iran, che da tempo finanziava e nutriva con armi sia Hezbollah sia Hamas (in barba alle differenze religiose: primi sunniti, i secondi sciiti come l’Iran) accreditandosi quale unico e vero difensore dei palestinesi e dell’Islam.

    Considerato quanto sopra, le ragioni della volontà israeliana di annientare senza pietà le due organizzazioni e distruggere l’Iran sembrerebbero chiare ed evidenti, ma non si possono disconoscere altri motivi che guidano il comportamento di Netanyahu e del suo governo. Indispensabili per garantire la maggioranza sono anche due partiti di estrema destra, uno più nazionalista e l’altro con forte identità religiosa. Tra questi ultimi il leader è l’attuale Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che a febbraio scorso non si è trattenuto dall’affermare che uno dei suoi obiettivi politici è: cancellare i maledetti Accordi di Oslo, smantellare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imporre la piena sovranità israeliana sulla Cisgiordania e reintrodurre un’amministrazione militare israeliana nei territori occupati. Nel suo partito (e altrove) ci sono anche fanatici religiosi che prendono alla lettera quanto scritto nel Deuteronomio (20:16–18) e cioè uno dei cinque libri della Torah: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri…». È pur vero che molti commentatori dei libri sacri ritengono che quelle parole vadano interpretate in senso riduttivo e non letterale, ma lo stesso problema interpretativo si pone anche con il Corano. Infatti, anche tra i musulmani c’è chi si comporta da fanatico quando parla di Jihad e chi invece cerca un’interpretazione del testo più “conciliante”. È bene ricordare che tra i religiosi fanatici israeliani ce ne sono anche che invocano la guerra ma rifiutano di prestare personalmente il servizio militare. Che dire poi di Ben Gvir, Ministro della Sicurezza nazionale, e dei suoi comportamenti visti in televisione e da lui fatti riprendere e diffondere con disgustosa supponenza?

    Di là dei vari fanatismi, se vogliamo trovare una qualunque giustificazione (?!) strategica alla volontà israeliana di estendere il proprio attuale territorio occorre ricordare che il Paese è circondato a sud e a nord dai nemici armati che ne chiedono la distruzione e che tra un confine e l’altro raggiunge al massino 114 chilometri e al minimo circa 10. Le guerre finora condotte, di cui una addirittura preventiva da parte di Tel Aviv, hanno visto la vittoria dell‘IDF grazie sia al forte sostegno americano sia all’abilità strategica dei suoi generali sia alla dedizione di tutti i cittadini. Nessuno può, tuttavia, dare per scontato che queste condizioni si ripetano e che altri eventuali attacchi di guerrieri altrettanto motivati e armati con mezzi moderni siano sempre automaticamente sconfitti. Invero, se la linea del fronte fosse sfondata, i cento chilometri di retrovie sarebbero ben poca cosa per consentire un contrattacco. Ecco perché, anche se ufficialmente non è ammesso, Israele si è dotata dell’arma atomica e vuole impedire che uno qualunque dei potenziali nemici, vedi Iran, se ne possa dotare. Ecco anche perché, indipendentemente dalle farneticanti dichiarazioni di Smotrich, l’IDF cercherà di non lasciare più i territori altrui che ora sta occupando.

    La logica di ciò che sta succedendo è ben chiara al Presidente libanese Aoun che, se gli fosse possibile, non solo firmerebbe immediatamente per la pace ma sottoscriverebbe volentieri un qualunque trattato di amicizia con Israele per rassicurarla che, da parte libanese, non dovranno mai temere nulla. Purtroppo tutti sappiamo che il governo di Beirut non controlla Hezbollah e che, nonostante i frequenti e ripetuti inviti al disarmo di tutte le forze politiche libanesi dopo la fine della guerra civile, Hezbollah non l’ha mai accettato e si è sempre comportata come uno Stato nello Stato esercitando il proprio potere, anche con la violenza, su certe fette di territorio (vedi il sud libanese e la Bekaa), sul governo e sui nodi infrastrutturali quali l’aeroporto e il porto di Beirut.

    Ovviamente, tutti auspichiamo che i conflitti si concludano presto e che palestinesi ed ebrei possano convivere pacificamente, magari in due Stati vicini e confinanti, ma la reciproca diffidenza, gli opposti obiettivi e le recenti stragi stanno costruendo un muro che sarà sempre più difficile abbattere.

  • Iran, USA, Israele: quale futuro?

    Riprenderanno, oppure no, le negoziazioni per Iran e Libano? E quando (e se) riprenderanno quali risultati potrebbero ottenere? Il cessate-il-fuoco già sarebbe qualcosa, ma al suo scadere? Rimarrà un perenne armistizio come successo con la guerra di Corea? Sembra piuttosto improbabile. Innanzitutto perché le situazioni geografica e politica sono molto diverse e poi perché le ragioni che hanno scatenato queste guerre sono enormemente diverse da quelle che videro scoppiare il conflitto coreano.

    Partiamo dalla questione iraniana.

    I due attaccanti, Israele e USA avevano in comune solo alcuni obiettivi: far cadere il regime per sostituirlo con uno accomodante ai desideri dei vincitori, distruggere la maggior parte delle capacità missilistiche offensive degli iraniani e porre fine ai suoi finanziamenti verso i proxi in Libano, a Gaza e altrove. Inoltre, si voleva che Tehran accettasse ufficialmente e definitivamente l’esistenza dello Stato di Israele. Per gli Stati Uniti, inoltre, un vero obiettivo era di ottenere la fine delle forniture di petrolio alla Cina e, soprattutto, che non venissero più fatte attraverso pagamenti in Yuan, confermando altresì l’uso del dollaro. Come comunicazione alle opinioni pubbliche la narrativa di entrambi era che lo scopo principale della guerra fosse impedire all’Iran di costruirsi la bomba atomica e, perfino con una certa ipocrisia, che un nuovo governo applicasse i diritti civili e umani verso la popolazione.

    Ebbene, se tutti questi erano gli obiettivi, nessuno di loro è stato raggiunto e, visto l’andamento del conflitto, non si capisce come potrebbero esserlo in un prossimo futuro. Oggettivamente, qualunque serio e onesto osservatore di politica internazionale e qualunque politico avveduto sapevano che si trattasse di obiettivi irraggiungibili ancora prima che cominciassero i bombardamenti. Obiettivi magari desiderabili, ma impossibili ad ottenersi per almeno due motivi. Il primo dovuto al ferreo controllo che le Guardie Rivoluzionarie hanno sull’economia e sugli armamenti del Paese. Il secondo perché, pur se una parte della popolazione non sopportava più il regime degli Ayatollah, un attacco dall’esterno avrebbe ricompattato (per vari motivi storici e culturali) la stragrande maggioranza dei cittadini attorno al governo nazionale, qualunque esso fosse.

    Perché, allora, Israele e Stati Uniti hanno comunque cominciata una guerra che non potevano vincere? La risposta, purtroppo, è nello stesso tempo sconfortante e semplice: per un misto di ignoranza e di malafede. L’ignoranza viene sia da inefficienti (o bugiardi?) servizi segreti che avevano dipinto l’”operazione” come facilmente fattibile e breve nel suo impiego, sia dalla presunzione del Presidente americano che, sopravvalutando sé stesso e le sue intuizioni personali, non ha ritenuto di considerare le giuste osservazioni e gli avvertimenti espressi da chi era più competente di lui. La malafede è soprattutto nel leader israeliano Netanyahu che conosceva la diffidenza contro l’Iran di tutta la popolazione ebraica del suo Paese e aveva bisogno di recuperare un po’ di consenso ma anche, magari, di allontanare a tempo indefinito il processo cui dovrebbe sottoporsi con la sicura sua condanna che ne potrebbe derivare.

    Ora è certamente possibile che i negoziati non trovino alcuna vera soluzione e che il conflitto ricominci. Un’invasione di terra sarebbe un massacro per i soldati americani ma Netanyahu potrebbe desiderarlo, indifferente alle conseguenze in termini di spreco di risorse, di vite umane e delle conseguenze terribili per le economie di tutto il mondo. Non è così per Trump. Quest’ultimo vorrebbe uscire il più presto possibile dalla trappola in cui si è trovato, ma non può farlo senza poter comunicare una qualche “vittoria” alla sua opinione pubblica, già pesantemente incattivita per i pessimi risultati economici e per essersi sentita trascinata in una guerra che considerano lontana e del tutto inutile per i propri interessi. Senza contare che la sua campagna elettorale fu basata sulla volontà di non fare più guerre e sulla critica a quelle iniziate da altri Presidenti. Malauguratamente per lui, comunque si chiuda, questa guerra è già persa ma deve trovare il modo di uscirne senza presentarsi formalmente come sconfitto. Va considerato che il tempo gioca a suo sfavore mentre gli iraniani sembrano disposti, anche per altre settimane, ad affrontare nuovi e pesanti sacrifici. Senza contare che, se anche si riuscisse a far cadere il Governo di Tehran, ne nascerebbe una guerra civile con esiti ancora più dannosi per la stabilità medio-orientale e per le economie di tutto il mondo. Come uscirne allora? Di là dalle rodomontiche dichiarazioni di Trump, il pallino è oggi nelle mani dei Pasdaran. Avendo subito una aggressione che ritengono giustamente di non aver provocato, oggi pretendono che gli USA si impegnino a finanziare la ricostruzione di tutti i danni subiti, la firma di un patto permanente di non aggressione, la vendita senza ostacoli del petrolio iraniano e dei suoi derivati e un accordo per la gestione libera dello stretto di Hormuz. Dovrebbe anche essere prevista l’eliminazione della maggior parte delle sanzioni attualmente in vigore e la restituzione del denaro iraniano ancora bloccato presso banche estere. In cambio, Tehran potrebbe accettare di rinunciare per sempre alle armi nucleari e di abbassare tutto il suo stock di uranio arricchito a un massimo di concentrazione del 3/4 percento. Il restante potrebbe essere conferito a un consorzio di cui farebbero parte Cina, Russia, Stati Uniti e i vicini del Golfo Persico eventualmente interessati.

    Ovviamente, in ogni negoziazione tutto può essere ri-discusso ma già una soluzione che parta dalla proposta di Tehran riguardo alla questione del nucleare potrebbe salvare la faccia di Trump e consentirgli di vantare una qualche vittoria da vendere alla propria opinione pubblica. Di sicuro Netanyahu farà tutto ciò che gli sarà possibile per far fallire ogni trattativa ma il costo politico ed economico di questa guerra è già troppo gravoso per gli americani e, nonostante le pressioni della lobby israeliana, Trump non può permetterselo.

    Per quanto riguarda il Libano e i bombardamenti israeliani la questione è molto diversa. In questo caso solo Israele è direttamente impegnata e quanto sta facendo in totale spregio delle vittime civili e delle distruzioni inutili, corrisponde esattamente a quanto ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Cisgiordania. Anche da Tel Aviv arrivano una spiegazione ufficiale e una (seconda) reale. La giustificazione raccontata è che sia indispensabile distruggere definitivamente le capacità offensive di Hamas e di Hezbollah, due organizzazioni che sono nate espressamente con lo scopo di “far sparire” Israele in quanto Stato. Questa motivazione ha una sua verità poiché è da anni che le due organizzazioni continuano a colpire con missili più o meno dannosi i territori e la popolazione israeliana. Ritenere dunque che i militanti di entrambe siano solo delle vittime è del tutto fuorviante. I bombardamenti e le uccisioni non riguardano però soltanto i guerriglieri ma colpiscono tanti palestinesi innocenti che magari neppure erano (almeno prima di ora) fiancheggiatori di Hamas o di Hezbollah. Come non bastasse, tra le vittime dei bombardamenti in Libano ci sono anche cittadini libanesi che nemmeno sono originari palestinesi e che non hanno nessuna colpa né hanno nutrito sentimenti ostili contro Israele. Qual è la seconda ragione di questa guerra che si affianca alla precedente? È quella che solo una frangia della popolazione israeliana osa pronunciare ad alta voce e che i coloni abusivi mettono in pratica: una pulizia etnica e la realizzazione della Grande Israele! Sembra incredibile che in un Paese che abbiamo sempre definito quale “l’unica democrazia del Medio oriente” si coltivi un tale proposito ma è ancora più incredibile che l’Europa non condanni come inaccettabile e condannabile quel comportamento. Dove sono quei “valori” che continuiamo a definire fondanti della nostra civiltà? Perché applicare sanzioni enormi alla Russia per presunte colpe molto meno catastrofiche e nulla fare verso atteggiamenti criminali eseguiti in barba non solo al “diritto internazionale” ma anche al senso comune? L’idea di “pulizia etnica” è diventata estranea alla nostra cultura perfino per quantità di popolazioni molto più ridotte, come possiamo accettare che la si rivolga contro addirittura milioni di persone che da millenni vivono in quelle zone? Tuttavia, cosa pensano di farne quegli ebrei ultra-nazionalisti religiosi che seguono i dettami del loro libro sacro (Deuteronomio 20:16-17 – Nelle città della terra promessa: “non lascerai in vita nulla che respira”) e vedono Amalek in ogni nemico? Ucciderli tutti? O mandarli altrove? E dove?

    Anche se Hamas e Hezbollah fossero distrutti completamente, la verità è che, nell’impossibilità fisica di attuare un genocidio che alcuni fanatici (fortunatamente pochi) auspicano, il problema della convivenza su quelle terre rimarrà irrisolto e nuovi adepti anti-israeliani spunteranno tra la popolazione palestinese. L’unica soluzione vera che porrebbe fine a ogni atto di guerra e di terrorismo sarebbe la co-esistenza dei due Stati: Israele e Palestina, con reciproco riconoscimento e possibili collaborazioni. Purtroppo, oltre a diffusa ostilità tra gli attuali israeliani e tra molti palestinesi verso questa ipotesi, la presenza di almeno 750.000 coloni abusivi che hanno occupato con la violenza terre e abitazioni di palestinesi in Cisgiordania rende quasi impossibile poterlo fare. Quale geografia potrebbe avere uno Stato Palestinese? Qualunque governo a Tel Aviv che volesse provare a ri-trasferire dentro Israele i coloni abusivi pesantemente armati finirebbe con lo scatenare una guerra civile.

    Il problema è che tra israeliani e palestinesi nessuno dei due ha tutte le ragioni o tutti i torti e nessuno riesce, purtroppo, a immaginare come risolvere definitivamente la questione.

  • E se la storia si stesse ripetendo?

    La storia sembra ripetersi nel XXI secolo esattamente come in quello precedente quando il rapporto tra Adolf Hitler e lo Stato del Vaticano era stato segnato da una profonda distanza ed ambiguità, oscillando tra un formale riconoscimento diplomatico e un’ostilità ideologica radicale. Mentre la Santa Sede (non esente da critiche riguardo alla propria posizione relativa alla Shoah) cercava di proteggere i cattolici tedeschi attraverso accordi legali, il regime nazista vedeva nel cristianesimo un ostacolo al controllo totale della società tedesca.

    Il 20 luglio 1933 fu firmato un concordato tra il Vaticano ed il regime nazista che solo pochi mesi dopo il dittatore tedesco violò tanto da costringere il Papa ad un’enciclica nel 1937, eccezionalmente scritta in tedesco, che denunciava apertamente il comportamento del leader nazista.

    Nel 1938, durante la visita di Hitler a Roma, il Papa si ritirò a Castel Gandolfo per evitare di incontrare il dittatore, definendolo un “portatore di una croce che non è quella di Cristo”.

    La storia sembrerebbe ripetersi forse, e per fortuna, in forme meno drammatiche rispetto a quelle del XX secolo, che avrebbero portato alla seconda guerra mondiale ed allo sterminio di massa come strumenti per il conseguimento del proprio delirio ideologico.

    Tuttavia, emerge evidente come proprio ora la storia sembra ripetersi, a causa della medesima volontà di assoggettare l’indipendenza istituzionale e diplomatica dello Stato del Vaticano alle volontà di uno stato assolutamente prevaricatore come quello rappresentato da Trump.

    Questo ragionamento certamente potrebbe anche rappresentare un’iperbole, ma è arrivato il momento di fermarsi e prendere le opportune distanze dalla politica di Donald Trump e Netanyahu che risultano completamente sprovvisti di qualsiasi senso di umanità, ed   in questo si dimostrano molto simili al nemico che intendono combattere.

    Il delirio di questi due personaggi sta trascinando l’intero mondo in una crisi economica, politica, umanitaria ed energetica senza precedenti dal dopoguerra ad oggi.

  • Così lontani, così vicini

    In Israele, il 30 marzo 2026, la Knesset (il parlamento israeliano) ha approvato una legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo. Questa norma, fortemente voluta dalla coalizione di governo (in particolare dal ministro Itamar Ben-Gvir), prevede l’esecuzione per impiccagione. La legge è rivolta a chi commette omicidi con movente nazionalista o razzista con l’intento di danneggiare lo Stato di Israele. La competenza sarà dei tribunali militari e viene assolutamente esclusa la possibilità di chiedere la grazia o clemenza.

    In Iran, come espressione di una repubblica teocratica, le pene di morte sono stabilite e applicate attraverso un sistema giudiziario basato sulla Sharia (legge islamica). L’applicazione della pena di morte esprime un sistema in cui il potere religioso e quello giudiziario sono strettamente intrecciati. In altre parole, che sia un tribunale militare investito dalla possibilità di emettere una condanna a morte oppure un tribunale religioso, entrambi questi Stati esprimono la negazione di uno dei pilastri delle democrazie occidentali, cioè l’indipendenza della Magistratura.

    Mai come ora, Israele, che dice di ispirarsi ad una democrazia occidentale, e Iran, che invece espressamente afferma di essere una teocrazia, sono convinti di essere così lontani nelle loro origini e gestioni statali (democrazia elettiva/teocrazia rivoluzionaria). Nella realtà si ritrovano ad essere così vicini e molto più simili di quanto non credano a causa della sospensione dei diritti civili giustificati sostanzialmente da una simile motivazione religiosa (l’ispirazione dallo stesso stato dell’Iran) alla quale si richiama ora anche lo stesso Stato di Israele (*).

    (*) Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, la conquista della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, è stata vista da alcuni settori religiosi come un miracolo moderno e l’inizio della redenzione messianica, infondendo vigore al movimento per il “Grande Israele”.

  • Regimi da abbattere

    L’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti

    è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

    Karl Popper; da La società aperta e i suoi nemici, 1945

    Venerdì scorso, 27 febbraio, durante le prime ore del mattino, il Pakistan ha cominciato l’attacco contro le forze armate talebane in Afghanistan in diverse città del Paese. Da entrambe le parti sono state registrate delle vittime. L’Iran, confinando con i due paesi belligeranti si è dichiarato subito pronto ad avviare un dialogo di pace tra loro.

    Non è passato però più di un giorno, quando, sempre nelle prime ore del mattino di sabato scorso, 28 febbraio, l’Iran è stato attaccato, a sua volta, dalle force speciali congiunte degli Stati Uniti e di Israele, nonostante che fino a poche ore prima fossero in corso delle trattative per un’intesa tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran. L’obiettivo degli attacchi aerei era una delle residenze dove, in quelle ore, si trovava Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran dal 1989. Lui, insieme con alcuni suoi famigliari stretti e molti alti funzionari del regime, sono stati uccisi durante quegli attacchi.

    Bisogna sottolineare che la Costituzione iraniana, entrata in vigore il 3 dicembre 1979, basandosi sulla legge coranica nota come shari’a, riconosce l’Iran come una repubblica islamica. Tutto dopo che la rivoluzione khomeinista costrinse, nel gennaio 1979, lo schià Mohammad Reza Pahlavi a fuggire all’estero. In eguito, il 1o febbraio 1979, il suo avversario, l’ayatollah Khomeynī, tornò in Iran dopo un lungo esilio in Francia. La storia ci insegna però che il regime monarchico venne sostituito da un altro regime teocratico.

    Cosa accade in Iran in seguito è ormai di dominio pubblico. Solo durante questi ultimi anni sono state non poche le proteste contro il regime. Le ultime si sono scatenate, dal 28 dicembre scorso, in diverse città iraniane. Si tratta di proteste massicce che, cominciate per dei motivi economici, si sono trasformate, in seguito, in proteste contro il regime che ha usato metodi crudeli per dissuadere i cittadini a partecipare. E contro la brutale repressione di quelle proteste da parte del regime si dichiarò anche il presidente statunitense, il quale minacciò il regime iraniano di interventi militari. Minacce che dopo poco, chissà perché, sono state “dimenticate”. In seguito sono cominciate le trattative tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran per trovare un accordo, soprattutto sul programma nucleare iraniano. Trattative sulle quali il presidente statunitense aveva delle aspettative.

    Ma da sabato scorso il conflitto tra gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra continua con degli attacchi reciproci che causano anche molte vittime. Il conflitto ormai si sta allargando, coinvolgendo anche i Paesi vicini, dopo gli attacchi missilistici dell’Iran contro i loro territori. Si tratta di un conflitto che ha attirato tutta l’attenzione sia delle cancellerie dei Paesi più importanti del mondo e delle istituzioni internazionali, che dell’opinione pubblica. Si, perché le conseguenze di questo conflitto potrebbero essere veramente preoccupanti per molti Paesi del mondo e legate al rialzo del prezzo del petrolio e del gas, ma non solo.

    Si tratta, purtroppo, di un conflitto che si aggiunge ad altri in corso in diverse parti del mondo. Soprattutto a quello tra la Russia e l’Ucraina, cominciato il 24 febbraio 2022. Ma anche al conflitto nella Striscia di Gaza scatenato il 7 ottobre 2023 dal gruppo terroristico di Hamas contro Israele. Un conflitto questo per il quale, nonostante da qualche mese gli attacchi e gli scontri armati tra le parti siano diminuiti, ma non cessati, non c’è ancora un accordo di pace che sia diventato funzionante.

    Bisogna sottolineare che nonostante le continue dichiarazioni pubbliche del presidente statunitense per ripristinare e garantire la pace in diverse parti del mondo, purtroppo, da sabato scorso un altro conflitto è ormai in corso. E si tratta di un conflitto in cui sono stati direttamente coinvolti gli Stati Uniti d’America. Chissà se lui riuscirà ad ottenere il tanto ambito premio Nobel per la Pace?

    Bisogna seguire, adesso ed in futuro, gli sviluppi di questo conflitto in Iran. L’uccisione, sabato scorso, della Guida suprema iraniana potrebbe servire per porre fine al regime teocratico in Iran Così come potrebbe suscitare la reazione dei suoi numerosi seguaci, i convinti credenti sciiti. Lo hanno testimoniato anche le piazze subito dopo l’annuncio ufficiale della morte di Khamenei. Domenica mattina sono state migliaia le persone radunatesi nella Piazza della Rivoluzione islamica a Teheran per esprimere il loro cordoglio, piangendo e pregando. Ma la stessa domenica, in diverse città iraniane ed in altre parti del mondo sono stati in tanti anche coloro che esprimevano la loro gioia per la morte della Guida suprema.

    La storia ci insegna però che dopo la caduta del regime dello schià Reza Pahlavi nel gennaio 1979, è stato costituito un altro regime, quello degli ayatollah. Ma, fatti accaduti alla mano, la storia ci insegna altresì che in quell’area geografica non sempre la caduta di un dittatore ha permesso, in seguito, la costituzione di uno Stato non autoritario, il quale deve poi passare tutte le fasi necessarie per diventare democratico. L’Afghanistan ne rappresenta una significativa testimonianza.

    Anche in altre parti del mondo ci sono dei paesi in cui sono attivi sistemi dittatoriali e autocratici, nonostante le facciate di copertura. L’Albania è uno di loro. Dopo la caduta nel 1991 della dittatura comunista, ormai da circa tredici anni è stato restaurato e si sta consolidando, soprattutto in questi ultimi anni, un regime, una nuova dittatura sui generis, come espressione dell’alleanza occulta del potere politico con la criminalità organizzata, locale ed internazionale. Il nostro lettore, da anni ormai, è stato informato di una simile, preoccupante e pericolosa realtà, sempre con la dovuta e richiesta oggettività e sempre basandosi su fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti.

    Dal dicembre scorso, come in Iran, anche in Albania sono ricominciate le proteste contro questo regime, contro la galoppante corruzione, partendo dai massimi livelli del potere politico ed istituzionale, contro l’abuso del potere conferito e/o usurpato, contro la sempre più diffusa povertà ed altro. Proteste alle quali, come in Iran, il regime reagisce con brutalità, usando una polizia di Stato non solo politicizzata, ma anche legata, non di rado, fatti accaduti e documentati alla mano, alla criminalità organizzata.

    Una vera, vissuta e sofferta realtà questa che ha costretto molti albanesi, soprattutto giovani, a lasciare la madre patria per cercare una vita migliore in altri Paesi europei, ma non solo. Si tratta veramente di un fenomeno molto preoccupante, visto i ritmi dello spopolamento, causato non da un conflitto armato, non da scontri etnici, bensì dal consolidamento di un regime autocratico, che cerca di camuffarsi con una facciata pluralista, dal malgoverno, dall’abuso di potere, dalla diffusa e ben radicata corruzione, che fanno svanire le certezze di una vita normale.

    Una realtà quella albanese che, soprattutto in questi ultimi mesi, è stata denunciata anche dai più rinomati media internazionali. Così come è stata espressa ufficialmente ed in altri modi, anche da alcune cancellerie europee, soprattutto quella tedesca, riferendosi a fonti mediatiche ben informate. Ragion per cui il primo ministro albanese, il diretto e principale responsabile di una simile realtà, si trova in situazioni veramente difficili. Situazioni che fino a poco tempo fa, riusciva a gestirle anche grazie alle sue “amicizie” con alcuni “grandi dell’Europa e del mondo”, nonché alle attività lobbistiche milionarie. Ma da qualche tempo queste possibilità sembrano essere diminuite.

    Chi scrive queste righe pensa che anche quello albanese è un regime da abbattere. Ma bisogna tenere presente, altresì, quanto affermava Karl Popper. E cioè che l’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

  • L’ossimoro bellico

    In ambito medicale la prevenzione rappresenta la migliore forma di cura in quanto tende ad intervenire per tempo anticipando le forme gravi di patologia.

    In ambito politico e militare, viceversa, il medesimo concetto di prevenzione stabilisce inequivocabilmente il fallimento di ogni iniziativa precedente finalizzata a destabilizzare un determinato Paese considerato, nel caso dell’Iran con ampia ragione, pericoloso nel contesto internazionale.

    In nome di una prevenzione si cerca di ottenere quei risultati che non sono stati ottenuti attraverso la pressione politica, diplomatica ed economica, ma si utilizza una forma definitiva che nulla ha a che fare con qualsiasi forma di prevenzione, cioè la guerra.

    Questa situazione nasce innanzitutto da un disastro politico attribuibile all’amministrazione Biden (*) la quale ruppe l’alleanza con l’Arabia Saudita in chiave anti-Iran siglata dalla precedente amministrazione Trump, riportando l’Iran, che nel frattempo era stato isolato, all’interno dello scenario internazionale.

    Contemporaneamente in questi anni Israele ha cercato di frenare il processo di arricchimento dell’uranio che rappresenta un pericolo per intero occidente in quanto la bomba nucleare sarebbe divenuta uno strumento di pressione politica non solo di uno stato teocratico, i cui valori in rapporto alla tutela della vita del singolo cittadino sono assolutamente incompatibili con quelli occidentali.

    L’Iran rappresentava e rappresenta tuttora un pericolo assolutamente sottovalutato in ambito internazionale dall’intelligentia europea, la quale ora si trova di fronte ad un ennesimo scenario bellico, senza avere avuto nessun ruolo e soprattutto non le verrà riconosciuto in futuro nella gestione della crisi.

    L’Unione Europea, infatti, invece di assumere un ruolo importante di mediazione che partisse da una conoscenza minima della crisi mediorientale, che vede una netta contrapposizione religiosa tra gli sciiti iraniani coinvolti in una lotta con i sunniti dell’Arabia Saudita, si ritrova un’altra volta spettatrice di uno scenario bellico dopo avere nei decenni precedenti persino sostenuto, offrendogli un asilo politico, alla massima autorità religiosa iraniana.

    La guerra preventiva, quindi, rappresenta un ossimoro, che trae la propria forza da un sostanziale declino culturale delle principali rappresentanze istituzionali europee e da una crescente pressione dell’Industria bellica.

    “La guerra piace a chi non la conosce” (Dulce bellum inexpertis) titolò Erasmo da Rotterdam uno dei suoi Adagia pubblicati nel 1515. Cinquecento anni dopo la civiltà occidentale come quella medio orientale hanno dimostrato di non aver compiuto nessun passo nella direzione indicata dal saggista e filosofo olandese.

    In un mondo nel quale la complessità si manifesta a tutte le latitudini in ambito economico, strategico, anche militare e per i più diversi motivi, la semplificazione della guerra preventiva rimane l’unico strumento inaccettabile.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-cambio-di-valore-attribuito-alla-guerra/

  • Board of Peace

    Nessuno credo possa avere dei dubbi sulla urgente necessità di riportare Gaza a livelli di vita umani, di ridare ai palestinesi tutto quanto è necessario per vivere dignitosamente e costruirsi un futuro di pace in dignità e, ci auguriamo, prosperità.

    Nessuno, in buona fede, può negare il diritto di Israele di essere riconosciuto dagli Stati che insistono nella stessa area geografica e di poter vivere in totale sicurezza.

    Nessuno può immaginare che possano esserci pace e prosperità per gli israeliani ed i palestinesi se gruppi terroristi come Hamas rimarranno armati o se Stati come l’Iran continueranno ad appoggiare ed a finanziare il terrorismo.

    Nello stesso tempo crediamo, e non siamo i soli, che un’associazione internazionale che parta con una organizzazione che sancisce che il presidente, autoproclamato, sia a vita e dotato dei pieni poteri, magari anche con la facoltà di nominare il proprio successore, sia la soluzione idonea a garantire pace, democrazia, rispetto di quel minimo di regole necessarie alla civile convivenza ed ad impedire che finalità affaristiche prevalgono sulle necessità oggettive dei popoli.

    Se partecipare come osservatori al Board of Peace significa dare sinceri suggerimenti per evitare errori che possono essere fatali va bene.

    Se invece partecipare, anche come osservatori, significa avallare organismi ed organizzazioni che possono portare ad ulteriori spaccature tra Stati, ad ignoranza dei legittimi diritti dei popoli, ad imprese economiche di interesse personale, a cooptazioni di famigliari e sodali, all’interno di strutture che devono essere trasparenti, è evidente che l’Italia e l’Europa devono restare al di fuori di un percorso che al momento si presenta poco chiaro.

  • Adulatore senza scrupoli che si esibisce solo per i suoi interessi

    Sappiate che tutti gli adulatori vivono a spese di quelli che li ascoltano.

    Jean de La Fontaine

    Dal 24 al 26 maggio 2014 Papa Francesco è stato in Terra Santa. Durante il suo pellegrinaggio è andato prima in Giordania, poi a Betlemme in Palestina e, infine, a Gerusalemme in Israele. Papa Francesco, a Betlemme, ha visitato la Basilica della Natività e ha celebrato una messa nella piazza della Mangiatoia. Sempre a Betlemme si è fermato a pregare davanti alla barriera di separazione. Un significativo gesto simbolico quello del Pontefice, visto che quella barriera, lunga circa 730 chilometri, costruita da Israele partendo dal 2002 come un insieme di muri e reticolati, si estende nel territorio della Cisgiordania (riva occidentale, al di qua del fiume Giordano; n.d.a.), abitata sia dai palestinesi che dagli israeliani.

    Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, Papa Francesco ha incontrato il re di Giordania ed i massimi dirigenti istituzionali e religiosi della Palestina e di Israele. Il Santo Padre ha invitato sia il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese che il presidente d’Israele ad incontrarsi di nuovo in Vaticano e pregare tutti insieme per la pace, per un serio ed impegnativo dialogo e per la fine del lungo e sanguinoso conflitto.

    Soltanto dopo due settimane, nella serata di domenica 8 giugno 2014, la festa di Pentecoste, presso i Giardini Vaticani si è svolto l’incontro di preghiera per la pace tra gli israeliani ed i palestinesi. Erano presenti Papa Francesco, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese ed il Presidente israeliano. Erano presenti anche molti alti rappresentanti religiosi, sia ebraici che musulmani, nonché il Patriarca di Costantinopoli. Il Santo Padre ha finito il suo discorso pregando: “Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti, perché la parola che ci fa incontrare sia sempre fratello e lo stile della nostra vita diventi shalom, pace, salam! Amen”.

    Bisogna sottolineare che i conflitti tra i palestinesi e gli ebrei sono stati evidenziati sia dalla storia che dalle Sacre Scritture. Nell’Antico Testamento si fa riferimento a continue lotte tra gli ebrei e i palestinesi, allora chiamati filistei, che abitavano in quei territori anche prima dell’arrivo degli ebrei. Nella Bibbia si fa spesso riferimento a Canaan, la terra promessa da Dio ad Abramo e ai suoi discendenti. E proprio davanti a Canaan che Mosè ed suo fratello Aronne portarono gli ebrei, alla fine del loro esodo dall’Egitto. Ma mentre Mosè era salito sul monte Sinai per ricevere da Dio i dieci comandamenti scolpiti su due tavole di pietra, suo fratello acconsentì alla richiesta degli ebrei di fabbricare il vitello d’oro, con i loro monili d’oro fusi. E proprio il primo comandamento che Dio diede a Mosè per il popolo ebreo era “Non avrai altro Dio al di fuori di me” (Esodo; 20/3). Quello che fecero Aronne e gli ebrei fu considerato da Dio come un peccato dell’idolatria, perciò decise di non farli entrare a Canaan, la terra promessa. Dalla Bibbia sappiamo che gli ebrei sono entrati nella terra promessa soltanto dopo la morte di Mosè, guidati da Giosuè e scontrandosi con i cananesi e i filistei, popolazioni residenti sul territorio. Proprio in quel territorio dove attualmente si trovano Israele, la Palestina, il Libano e la Giordania.

    Anche la storia fa riferimento a continui conflitti, nel corso dei secoli, tra gli ebrei e i palestinesi. Basterebbe solo considerare quanto è successo in quei territori, partendo dal 1840, quando il primo ministro britannico, lord Palmerston, ha presentato la sua proposta per costituire un insediamento permanente, nel territorio palestinese, per gli ebrei. Da allora i conflitti sono stati sempre presenti, compresi quelli avvenuti dopo la seconda Guerra mondiale.

    Purtroppo un altro conflitto sanguinoso si sta svolgendo nella Striscia di Gaza, dal 7 ottobre 2023 ad oggi, con delle tragiche conseguenze. Un conflitto scatenato da Hamas, un’organizzazione militare ben strutturata. Hamas è considerata un’organizzazione terroristica da molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti d’America, i Paesi membri dell’Unione europea, il Regno Unito e, ovviamente, Israele. Invece la Corte Penale Internazionale, con sede all’Aia (Paesi Bassi), ha emesso il 21 novembre 2024 un mandato d’arresto per il primo ministro israeliano. Lui è stato accusato di “presunti crimini di guerra e contro l’umanità, commessi a Gaza tra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024”. Lui è stato, altresì, accusato dell’uso della fame come arma di guerra, dell’impedimento deliberato di aiuti umanitari e di aver causato sofferenze estreme alla popolazione civile.

    Nel frattempo è in corso la seconda fase del Piano di Pace, anche se non è facile attuare quanto è stato previsto ed accordato tra le parti in conflitto. Il Piano di Pace è stato presentato dal presidente degli Stati Uniti d’America nell’autunno scorso ed è stato approvato in seguito, il 17 novembre 2025, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

    Ormai però i rapporti di diversi Paesi, inclusi anche molti Paesi membri dell’Unione europea, con il primo ministro israeliano non sono buoni. Anche le relazioni tra la stessa Unione ed il primo ministro israeliano sono diventate molto tese. Tutto è dovuto a quello che sta succedendo nella Striscia di Gaza. In più, dall’anno scorso, 17 Paesi membri dell’Unione europea hanno chiesto una revisione dell’Accordo di Associazione tra l’Unione europea e l’Israele, attuando l’applicazione dell’articolo 2 dello stesso Accordo. L’articolo sancisce che “Le relazioni tra le Parti, nonché tutte le disposizioni dell’Accordo stesso, si baseranno sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, che guidano la loro politica interna e internazionale e costituiscono un elemento essenziale del presente Accordo”. Ed è proprio questo articolo che si sta violando da parte di Israele, secondo i 17 Paesi membri dell’Unione europea che chiedono la revisione.

    La scorsa settimana il governo d’Israele ha organizzato la seconda Conferenza internazionale per il Contrasto all’Antisemitismo, svoltasi a Gerusalemme il 26 e 27 gennaio. E, guarda caso, come ospite d’onore era stato scelto il primo ministro albanese (Sic!). Chissà perché?! E lui era l’unico primo ministro in carica presente. Certamente non per i suoi meriti, bensì per rendere un “servizio” al suo omologo israelita, ormai isolato da molti dirigenti internazionali. Poi l’Albania, essendo un Paese con una maggioranza musulmana della popolazione, si prestava bene a tale scopo. Mentre l’ospite d’onore, il suo primo ministro, un noto adulatore senza scrupoli che si esibisce solo per i suoi interessi, era la scelta migliore. Una scelta però che testimonia anche le difficoltà in cui si trova l’anfitrione, il primo ministro d’Israele.

    Le cattive lingue hanno subito detto che la presenza del primo ministro albanese nella seconda Conferenza internazionale per il Contrasto all’Antisemitismo è stata “assicurata” da alcuni suoi “amici lobbisti” ebrei. Le cattive lingue hanno detto, tra l’altro, che il primo ministro albanese è pronto a leccare qualsiasi cosa, in cambio di una tale opportunità. Soprattutto in un periodo molto difficile per lui, causato da una serie infinita di scandali in cui è direttamente coinvolto.

    Da noto adulatore, il primo ministro albanese ha detto, tra l’altro, davanti a non molti deputati presenti nell’aula del parlamento: “Non sono ancora del tutto sicuro di trovarmi effettivamente sul pavimento sotto i miei piedi”! Lui ha accusato Hamas dicendo che “Il prigioniero di Gaza è Hamas, nientemeno che Hamas”. Ed ha continuato con frasi simili, dando sfogo alla sua nota sfacciataggine. Dichiarazioni che però hanno reso felice il suo omologo, il “caro Bibi”.

    Chi scrive queste righe adesso si limita a citare Jean de La Fontaine, il quale affermava: “Sappiate che tutti gli adulatori vivono a spese di quelli che li ascoltano”. Come il primo ministro albanese.

  • Israel’s foreign minister on historic visit to Somaliland

    Israel’s foreign minister has held talks with Somaliland’s president on his first visit to the breakaway region since Israel controversially recognised it as an independent country.

    Gideon Saar said Israel was determined to advance relations with Somaliland “with momentum”, while President Abdirahman Mohamed Abdullahi hailed his visit as a “big day”.

    Last month Israel became the first country in the world to recognise Somaliland, which declared independence from Somalia more than 30 years ago.

    Somalia sees Somaliland as being part of its territory, and condemned Saar’s visit as “unacceptable interference” in its affairs.

    Saar posted on X that his talks with Abdullahi focused on the “entirety of our relations”.

    He also addressed the backlash to Israel recognising Somaliland as an independent state, saying the decision was not made “against anyone”.

    “Only Israel will determine for itself who it recognises,” he added.

    In a statement released by his office, Abdullahi said Israel had taken a “courageous decision” and Somaliland would cooperate with it in the “strategic interest”.

    Saar said Abdullahi has accepted an invitation from Israeli Prime Minister Benjmain Netanyahu to visit Israel, but the Somaliland leader’s office did not confirm this.

    Somaliland declared independence from Somalia in 1991, after the overthrow of Somali military dictator Siad Barre.

    Israel’s recognition of Somaliland last month came as a surprise, with Netanyahu citing Somaliland’s “right to self-determination”.

    This move sparked international condemnation and prompted an emergency meeting of the UN Security Council.

    China, Turkey and the African Union were among those criticising Israel’s step, while the European Union said Somalia’s sovereignty should be respected.

    The US defended Israel, accusing its critics of double standards.

    Somaliland hopes that Israel’s decision will have a domino effect, and other states will recognise its independence.

    But on Saturday, India’s foreign ministry dismissed as “fake” claims on social media that it intends to do so.

    Abdullahi has said Somaliland would join the Abraham Accords, a deal brokered by the Trump administration in 2020, which saw a number of Arab states officially establish ties with Israel.

    Israel has pledged to cooperate with Somaliland in agriculture, health, technology and the economy.

    Analysts say there are strategic reasons for Israel’s declaration.

    “Israel requires allies in the Red Sea region for many strategic reasons, among them the possibility of a future campaign against the Houthis,” Israeli think tank the Institute for National Security Studies said, referring to Yemen’s Iran-backed rebels, in a paper last month.

  • La pace non passa dalla violenza

    Siamo sempre stati, nel corso dei decenni e nel presente vicini ad Israele condannando in modo chiaro coloro che, in un modo o nell’altro, sono stati, consapevolmente o meno, supporter di Hamas.

    Temiamo e combattiamo, per quanto è il nostro ruolo, il pericolo di un terrorismo e di un antisemitismo che è diventato più diffuso e continuiamo a credere che per rendere giustizia ai tanti morti innocenti la strada per la pace e la convivenza non possa che passare dalla consegna delle armi di Hamas e dalla punizione dei colpevoli.

    Detto questo siamo anche fermi nella condanna di quei coloni che distruggono le case e gli uliveti tradendo, nell’abbattere e bruciare gli alberi, anche il lavoro dei primi pionieri israeliani che impiegheranno la loro vita per rendere coltivabile un terreno arido e difficile.

    La pace, il diritto alla propria sicurezza, non può passare dalla violenza contro inermi e dalla distruzione delle piante di ulivo.

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