Papa

  • Realtà che non si possono nascondere

    …Salvi le loro vite dalle mani di Satana, che vuole bruciare tutti gli esseri viventi.

    Da una lettera mandata il 18 aprile 2022 a Papa Francesco

    Dopo 54 giorni continua spietata la devastante e sanguinosa guerra in Ucraina. Era stata prevista, voluta, programmata, ordinata ed avviata nelle prime ore del 24 febbraio scorso. In Russia era ed è tuttora vietato parlare, scrivere, rapportare e fare riferimento a tutto ciò che sta accadendo in Ucraina, considerandolo per quello che realmente è: una guerra. Il 4 marzo scorso, il parlamento russo ha approvato una legge speciale, firmata alcune ore dopo dal presidente ed entrata in vigore in grande fretta il 5 marzo. Con quella legge si tenta di annientare ogni possibilità di evidenziare e denunciare  tutto quello che realmente sta accadendo in Ucraina dal 24 febbraio scorso. Si tratta di una legge che, come aveva dichiarato il dittatore russo durante un suo lungo discorso trasmesso in diretta televisiva nella serata del 23 febbraio, considera cinicamente e sarcasticamente l’aggressione russa e l’invasione dei territori ucraini come “un’operazione militare speciale”. Una legge che considera gli ucraini come dei “neonazisti’ e un “genocidio” tutto quello che si presume sia stato fatto alla popolazione russofona in Donbass. Per chi viola e/o si oppone a questa legge, che siano dei media, delle associazioni o dei singoli cittadini, sono previste ed attuate pene che vanno fino a 15 anni di carcere. La legge prevede il divieto assoluto di usare le parole “guerra” ed “invasione”. Si considera un “traditore”, che agisce contro “l’interesse nazionale,” chiunque non ubbidisce. Una legge che però non riuscirà mai ad alterare la vera, vissuta e drammaticamente sofferta realtà. Perché si tratta di una realtà che non si può offuscare, annientare e nascondere. Ormai, soprattutto nelle ultime settimane ed ogni giorno che passa, l’orrenda crudeltà della guerra, con tutte le sue drammatiche, inevitabili e comprensibili conseguenze, si sta svelando al mondo intero.

    Quanto sta accadendo in Ucraina dal 24 febbraio scorso è stato denunciato dalle massime autorità dei singoli Stati in tutto il mondo e dai massimi rappresentanti delle più importanti organizzazioni internazionali. Contro le crudeltà della guerra in Ucraina si sono convintamente schierati anche i massimi rappresentanti delle religioni. Eccezion fatta soltanto per il patriarca della Chiesa ortodossa russa, un convinto sostenitore del dittatore russo. Mentre Papa Francesco, in tutte le occasioni dal 24 febbraio scorso, è stato esplicito e perentorio contro la guerra, chiedendo e pregando per la pace in Ucraina. Anche domenica, durante il suo messaggio Pasquale, il Pontefice ha chiesto di smettere di “…mostrare i muscoli mentre la gente soffre”. Rivolgendosi a tutti, egli ha detto: “…non abituiamoci alla guerra, impegniamoci tutti a chiedere a gran voce la pace!”. E per l’ennesima volta, rivolgendosi ai “grandi del mondo”, Papa Francesco ha ribadito determinato che “…Chi ha la responsabilità delle Nazioni ascolti il grido di pace della gente!”.

    L’indispensabilità di interrompere immediatamente e definitivamente questa spietata, sanguinosa e devastante guerra in Ucraina diventa un imperativo per tutti. Comprese le parti belligeranti; gli ucraini che si difendono e gli aggressori russi che hanno invaso i territori ucraini mietendo la morte tra gli inermi, innocenti ed indifesi cittadini, compresi i bambini, e causando ingenti danni materiali. Ovviamente non è facile per i cittadini ucraini dimenticare subito tutto. L’autore di queste righe, trattando per il nostro lettore le drammatiche conseguenze e sofferenze della crudeltà delle forze armate russe, ha espresso e condiviso la sua comprensione per i cittadini ucraini. Perché è molto difficile, se non impossibile, per una persona normale, dimenticare subito tanta crudeltà. Perché è molto difficile, se non impossibile, per una persona normale, perdonare “…coloro che hanno goduto delle drammatiche sofferenze causate dalla loro spietata crudeltà”. Riferendosi a coloro, tra ufficiali e soldati delle forze armate russe, che hanno le mani impregnate di sangue innocente, l’autore di queste righe si chiedeva: “Come possano gli ucraini, che hanno perso i propri cari per la crudeltà dei russi, chiedere perdono per loro?!” (Le drammatiche sofferenze della crudeltà; 11 aprile 2022). La necessità di porre fine alla spietata e sanguinosa guerra, ma anche la comprensione delle reazioni dei cittadini ucraini, devono essere trattate, da chi di dovere, con la dovuta e saggia pazienza e responsabilità. Per affrontare e trattare con lungimiranza e saggezza determinate realtà che non si possono nascondere. Ma anche non si devono nascondere.

    Una significativa dimostrazione di una simile situazione, vissuta realmente, responsabilmente ed emotivamente è stata evidenziata la scorsa settimana. In occasione delle preparazioni fatte per la celebrazione della Via Crucis, la sala stampa della Santa Sede ha pubblicato, all’inizio della scorsa settimana, il libretto con le meditazioni e le preghiere da essere recitate durante la cerimonia svolta nel pieno centro di Roma, intorno al Colosseo. Si tratta di un evento molto seguito in tutto il mondo. Compresa l’Ucraina. E si tratta di un evento che riprende tutto intero ed in presenza di migliaia di cittadini, dopo due anni di impedimenti dovuti alla pandemia. Secondo quanto pubblicato dalla Santa Sede, nella tredicesima stazione, intitolata “La morte intorno”, come un significativo segno di riconciliazione, la croce dovevano portarla due donne ed amiche: un’infermiera ucraina ed una studentessa russa in infermieristica. È la stazione dedicata agli ultimi momenti di vita terrena di Gesù crocifisso che, rivolgendosi a suo Padre, poco prima di morire “…gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”. Che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Vangelo secondo Marco; 15/33,34). La stazione rappresenta il simbolismo della deposizione dalla croce di Gesù. Durante la camminata delle due portatrici della croce era stato previsto che si leggesse una meditazione scritta, secondo il direttore della sala stampa vaticana, da due famiglie: una ucraina ed una russa. Ebbene, subito dopo essere stato reso noto il testo della meditazione, in Ucraina si sono verificate delle polemiche e delle contestazioni in seguito a questa decisione. Contestazioni che hanno suscitato sconcerto e reazioni di protesta in merito, generando così anche un incidente diplomatico. A presentare ufficialmente la protesta sono state sia l’ambasciata ucraina presso la Santa Sede, sia la Chiesa cattolica ucraina. Rendendo chiaro anche la ragione che si riferiva alla decisione di Papa Francesco di chiamare due donne, una russa e una ucraina, per portare insieme la croce alla XIII stazione della passione, in segno di riconciliazione. Ma nonostante le polemiche suscitate, la Santa Sede ha deciso che la croce fosse tenuta dalle due donne ed amiche, una ucraina e l’altra russa. C’è stato però anche un significativo cambiamento nel programma prestabilito, reso pubblico all’inizio della scorsa settimana. Invece della lettura dell’intero testo della meditazione, è stato scelto e deciso il silenzio. Il direttore della sala stampa vaticana ha dichiarato che “…si tratta di un cambiamento previsto che limita il testo al minimo per affidarsi al silenzio della preghiera”. Mentre il giornalista, che da anni legge i testi della Via Crucis, ha detto che “…di fronte alla morte, il silenzio è più eloquente delle parole. Sostiamo pertanto in un silenzio orante e ciascuno nel proprio cuore preghi per la pace nel mondo”. Ma neanche dopo la decisione di non leggere per intero il testo preparato e precedentemente pubblicato della meditazione alla tredicesima stazione della Via Crucis in Ucraina molti media e diverse testate televisive, comprese anche quelle nazionali, non hanno trasmesso la cerimonia della Via Crucis. Il Servizio di Informazione Religiosa Ucraina, affiliata alla Chiesa greco-cattolica, in una sua dichiarazione ufficiale, ha chiarito che “…Gli ucraini ritengono che gesti di riconciliazione siano possibili solo dopo la fine della guerra e il pentimento dei russi”. Viste le reazioni suscitate dalla decisione di far portare la croce nella tredicesima stazione della Via Crucis a due donne ed amiche, una ucraina e l’altra russa, nonché il testo della meditazione scritto da due famiglie scelte dalla Santa Sede, anche esse una ucraina e l’altra russa, Papa Francesco dopo la fine della cerimonia, rivolgendosi al Signore onnipotente ha pregato: “…converti al tuo cuore i nostri cuori ribelli, perché impariamo a seguire progetti di pace; porta gli avversari a stringersi la mano, perché gustino il perdono reciproco; disarma la mano alzata del fratello contro il fratello, perché dove c’è l’odio fiorisca la concordia”.

    Al nostro lettore potrebbe venire naturale la domanda: qual è il testo della meditazione scritto dalle due famiglie, che si doveva leggere mentre le due donne, una ucraina e l’altra russa, portavano la croce insieme? Testo che poi non è stato letto, sostituito dal silenzio della preghiera. La sala stampa della Santa Sede ha pubblicato tutto il testo nell’apposito libretto, reso noto all’inizio della scorsa settimana. Essendo un testo scritto da due famiglie, una ucraina e l’altra russa, due famiglie che, in teoria, dovrebbero essere “avversarie e nemiche”, il testo non poteva non fare riferimento alla guerra in corso e alle sue orrende, atroci, crudeli e soffertissime conseguenze. Il testo evidenziava “La vita che sembra perdere di valore”. E poi continuava, affermando che “Tutto cambia in pochi secondi. L’esistenza, le giornate, la spensieratezza della neve d’inverno, l’andare a prendere i bambini a scuola, il lavoro, gli abbracci, le amicizie… tutto. Tutto perde improvvisamente valore”. Poi il testo proseguiva: “…Dove sei Signore? Dove ti sei nascosto? Vogliamo la nostra vita di prima”. Sono naturali ed espressione dei sacrosanti diritti degli esseri umani anche le seguenti domande rivolte a Dio: “Perché tutto questo? Quale colpa abbiamo commesso? Perché ci hai abbandonato? Perché hai abbandonato i nostri popoli? Perché hai spaccato in questo modo le nostre famiglie? Perché non abbiamo più la voglia di sognare e di vivere? Perché le nostre terre sono diventate tenebrose come il Golgota?”. La meditazione scritta dalle due famiglie, una ucraina e l’altra russa, dedicata alla tredicesima stazione della Via Crucis continuava, ribadendo che “Le lacrime sono finite. La rabbia ha lasciato il passo alla rassegnazione. Sappiamo che Tu ci ami, Signore, ma non lo sentiamo questo amore e questa cosa ci fa impazzire. Ci svegliamo al mattino e per qualche secondo siamo felici, ma poi ci ricordiamo subito quanto sarà difficile riconciliarci”. E poi, dopo la naturale e sentita domanda “Signore dove sei?” la meditazione della tredicesima stazione si chiude con la preghiera: “Parla nel silenzio della morte e della divisione ed insegnaci a fare pace, ad essere fratelli e sorelle, a ricostruire ciò che le bombe avrebbero voluto annientare”. Questo è stato il contenuto del testo della meditazione dedicata alla tredicesima stazione della Via Crucis non letto, in seguito alle contestazioni e le polemiche che hanno suscitato delle reazioni di protesta in Ucraina e che sono state presentate ufficialmente sia dall’ambasciata ucraina presso la Santa Sede, sia dalla Chiesa cattolica ucraina.

    Nel frattempo continuano i bombardamenti e gli attacchi missilistici in varie città ucraine. Anche oggi sono state fatte altre denunce di altrettante atrocità della guerra in Ucraina. Proprio poche ore fa è stato reso noto ufficialmente che solo nella regione di Kiev “…sono stati rimossi quasi 16mila ordigni esplosivi (esattamente 15.993) dopo l’occupazione russa, tra cui 661 nelle ultime ventiquattro ore”. Mentre l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha affermato oggi che “Sono quasi cinque milioni le persone che hanno lasciato l’Ucraina dall’aggressione militare lanciata dalla Russia lo scorso 24 febbraio”.

    Chi scrive queste righe ha semplicemente scelto oggi di riportare, per il nostro lettore, quanto ha scritto poche ore fa il comandante della 36ma brigata dei marines ucraini, assediati a Mariupol. Nella sua lettera indirizzata a Papa Francesco egli chiedeva il supporto del Santo Padre “per salvare la popolazione civile allo stremo nella città”. Ed in seguito scriveva che “è giunto il momento in cui solo le preghiere non bastano più. Aiuti a salvarli. Porti la verità nel mondo, aiuti ad evacuare le persone e salvi le loro vite dalle mani di Satana, che vuole bruciare tutti gli esseri viventi”.

  • Le drammatiche sofferenze della crudeltà

    La gente spesso parla di crudeltà ‘bestiale’ dell’uomo,

    ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie.

    Fëdor Dostoevskij

    Era proprio convinto Fëdor Dostoevskij, uno dei più noti scrittori russi, che la gente spesso parla di crudeltà ‘bestiale’ dell’uomo, ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie. Era convinto della crudeltà degli uomini, dalla sua vissuta e sofferta esperienza personale, l’autore di molti famosi romanzi letti ed apprezzati in tutto il mondo. Una condanna a morte, a soli 28 anni, per la sua partecipazione a società segreta a scopi sovversivi contro lo zar Nicola I ha segnato la sua vita. Una condanna in seguito commutata, senza che lui lo sapesse, in lavori forzati in Siberia. Una grazia, quella dello zar, coperta di crudeltà. Una diabolica decisione per farlo soffrire fino al ultimo momento quando, salito sul patibolo, gli comunicarono la grazia dello zar. Dostoevskij descrive maestosamente quella opprimente e traumatica sensazione che prova colui che attende di subire, a breve, la sua condanna a morte. Lo fa esprimere dal principe Myškin, personaggio di un suo noto romanzo, L’idiota. “…A chi sa di dover morire, gli ultimi cinque minuti di vita sembrano interminabili, una ricchezza enorme. In quel momento nulla è più penoso del pensiero incessante: se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!”. Era molto convinto l’autore dei romanzi Povera gente, Umiliati e offesi, L’idiota, Delitto e castigo, I demoni, I fratelli Karamazov e tanti altri ancora della crudeltà ‘bestiale’ dell’uomo e delle sue drammatiche sofferenze. Perciò, dopo aver constatato che “la gente spesso parla di crudeltà ‘bestiale’ dell’uomo, ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie”, Dostoevskij spiega anche la ragione: “…perché un animale non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, crudele in maniera così artistica e creativa”.

    Il 10 aprile Papa Francesco ha presieduto in piazza San Pietro la celebrazione della Domenica delle Palme. Una ricorrenza importante per la religione cattolica, che descrive l’ingresso a Gerusalemme di Gesù. Dall’evangelista Marco ci viene testimoniato che Gesù entrò a Gerusalemme mentre molti ebrei “…stendevano i propri mantelli sulla strada e altri delle fronde che avevano tagliate dai campi. Quelli poi che andavano innanzi, e quelli che venivano dietro gridavano: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!” (Vangelo secondo Marco; 11; 8-10). Gli stessi ebrei però, soltanto una settimana dopo, ebbero due diversi comportamenti. Non pochi di essi credettero ai capi e ai farisei e insieme con loro volevano la morte per crocifissione di Gesù. Mentre gli altri dovettero assistere silenziosi alla sua crocifissione. Questo ci insegnano le Sacre Scritture. Durante l’omelia della messa di domenica scorsa in piazza San Pietro, Papa Francesco, parlando delle conseguenze dell’uso cieco, spietato, sproporzionato e crudele della violenza, ha ribadito che “…Si dimentica perché si sta al mondo e si arriva a compiere crudeltà assurde. Lo vediamo nella follia della guerra, dove si torna a crocifiggere Cristo”. Parole forti e molto significative quelle del Santo Padre, che si riferiva alla sanguinosa e devastante guerra in Ucraina e alle sue atrocità.

    Sono ormai passati 47 giorni dal 24 febbraio scorso, quando le truppe militari russe cominciarono l’invasione dell’Ucraina. Mettendo così in atto una vera e propria sanguinosa guerra che si è, in seguito, diffusa su tutto il territorio ucraino. Una guerra che, nonostante il dittatore russo l’avesse classificata come “un’operazione speciale”, ha devastato e raso al suolo intere città e centri abitati. Una guerra che, secondo i dati ufficiali di oggi, pubblicati dall’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha causato la spietata morte di 1.793 inermi ed innocenti cittadini ucraini, mentre 2.439 altri sono rimasti feriti. Solo nella regione di Kiev sono 1.222 i cittadini uccisi dalle forze armate russe, secondo quanto ha dichiarato oggi il procuratore generale ucraino. Una sanguinosa e spietata guerra in Ucraina che ha barbaramente tolto la vita a 183 indifesi bambini, mentre 342 altri sono stati feriti. Lo rapporta oggi la commissaria per i diritti umani del Parlamento ucraino. Ragion per cui, come ha dichiarato ieri il procuratore generale ucraino, sono state aperte più di 5.600 indagini sui crimini di guerra russi contro inermi cittadini ucraini. Sono tante, tantissime le crudeltà degli invasori russi, documentati e rapportati da fonti ufficiali ucraini e/o internazionali, nonché dagli inviati dei giornali e delle televisioni di diversi Paesi del mondo. Dopo quanto è stato rapportato dal 3 aprile scorso sullo spietato massacro nella cittadina di Bucha, vicino a Kiev, molte altre documentate testimonianze, non solo da Bucha, ma anche da altre città e centri abitati in Ucraina, sono ormai di dominio pubblico. Il presidente ucraino denunciava il 5 aprile scorso che “…il numero delle vittime degli occupanti potrebbe essere ancora più alto a Borodyanka e in alcune altre città liberate che a Bucha”. Aggiungendo che il bilancio di Bucha è solo provvisorio e denunciando torture e l’uccisione di oltre trecento persone, essendo però secondo lui “…. probabile che l’elenco delle vittime sarà molto più ampio quando verrà ispezionata l’intera città. E questa è solo una città”. Evidenziando e denunciando la stessa crudeltà, gli stessi modi di barbare esecuzioni dei civili, con le mani legate dietro la schiena, gli stupri, ed altro, il presidente ucraino lo ha considerato quello degli invasori russi come “Il disprezzo totale per la vita dei civili”. Sempre riferendosi alle crudeltà degli invasori russi sugli inermi, innocenti ed indifesi cittadini, il presidente ucraino dichiarava il 5 aprile scorso che “…In molti villaggi dei distretti liberati di Kiev, Chernihiv e Sumy, gli occupanti hanno fatto cose che la gente del posto non ha visto nemmeno durante l’occupazione nazista 80 anni fa”. Ragion per cui oggi una squadra della gendarmeria francese è arrivata a Leopoli, nell’Ucraina occidentale, per collaborare con le strutture specializzate locali sui presunti crimini di guerra commessi dalle forze armate russe nella regione di Kiev. Lo ha annunciato oggi pomeriggio l’ambasciatore francese in Ucraina. Mentre il ministro degli Esteri ucraino ha dichiarato ieri che “…Bucha non è il risultato di un giorno. Per anni le élite russe e la propaganda hanno incitato all’odio, alimentando idee sulla superiorità russa, la disumanità degli ucraini e gettando le basi per queste atrocità. Io incoraggio gli studenti di tutto il mondo a studiare che cosa ha portato a Bucha”. Dopo 47 giorni si continua a combattimenti, bombardamenti, spietati massacri e inaudite crudeltà, la realtà vissuta e sofferta in Ucraina è di dominio pubblico e non la può alterare, offuscare ed annientare qualsiasi sforzo, bugia ed inganno della propaganda russa. Proprio oggi il presidente ucraino ha dichiarato che i russi, e si riferiva ai massimi vertici istituzionali, il dittatore russo per primo, hanno “…perso la connessione con la realtà fino al punto di accusare noi di aver commesso quello che le truppe russe hanno ovviamente fatto”. Il presidente ucraino in seguito ha aggiunto, perentorio, che “…Quando le persone non hanno il coraggio di ammettere i propri errori, scusarsi, adattarsi alla realtà, imparare, diventano mostri. E quando il mondo lo ignora, i mostri decidono che il mondo si debba adattare a loro”. Si tratta di una sanguinosa guerra quella che ha ordinato la sera del 23 febbraio scorso il dittatore russo, presentandola però come “un’operazione speciale” e cominciata alcune ore dopo, nella mattinata del 24 febbraio. Una guerra che, oltre alle tantissime vittime e feriti, oltre a degli ingenti danni materiali, ha costretto più di 4,5 milioni di cittadini ucraini a lasciare il Paese come è stato rapportato ieri, 10 aprile, dall’agenzia Onu per i rifugiati.

    La guerra in Ucraina non ha risparmiato neanche diversi patrimoni culturali. Secondo il ministero della Cultura e delle Politiche dell’informazione ucraina sono stati evidenziati e documentati 166 siti culturali distrutti o danneggiati. Proprio oggi il ministro della cultura ucraino ha dichiarato che “…Attualmente conserviamo registri ufficiali sul sito web del ministero. Si tratta di 166 siti del patrimonio culturale che sono stati distrutti o danneggiati durante l’invasione russa. Non sappiamo ancora di alcuni siti che si trovano nei territori completamente occupati”. Ma l’aggressione delle forze armate russe non ha risparmiato neanche gli ospedali. Il presidente ucraino ha dichiarato oggi, durante una videoconferenza con il Parlamento della Corea del sud, che “…i russi hanno distrutto centinaia di infrastrutture chiave in Ucraina, compresi 300 ospedali”. Ed è sempre di oggi la denuncia della commissaria per i diritti umani del Parlamento ucraino, secondo la quale “…i russi stanno obbligando i bambini delle aree temporaneamente occupate ad andare a scuola in zone ai limiti delle aree di combattimento.”. Sottolineando e, allo stesso tempo, denunciando che così facendo “…i bambini diventano così ostaggi e scudi umani per le truppe dell’aggressore russo”.

    Durante l’Angelus di ieri, nella Domenica delle Palme, Papa Francesco ha ribadito la necessità e l’impegno di chi di dovere perché “…si ripongano le armi e si inizi una tregua pasquale, ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere. […] Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?”. Stranamente però e purtroppo, proprio ieri il patriarca ortodosso russo Kirill, convinto sostenitore del dittatore russo, ha pregato così: “In questo periodo difficile per la nostra patria, possa il Signore aiutare ognuno di noi a unirci, anche attorno al potere!”. In seguito ha aggiunto che “è così che emergerà la vera solidarietà nel nostro popolo, così come la capacità di respingere i nemici esterni e interni e di costruire una vita con più bene, verità e amore”! Mentre l’Arcivescovo di Kiev ha denunciato sempre ieri cheNella regione di Chernihiv, e precisamente nel villaggio Lukashivka, nella chiesa ortodossa dell’Ascensione del Signore – monumento di architettura – gli occupanti hanno dislocato la loro sede, profanando la chiesa ortodossa. Vi hanno interrogato e torturato le persone”. In seguito l’Arcivescovo ha affermato che “Oggi vicino a questo edificio sacro troviamo decine di corpi di ucraini innocenti assassinati […] Quelli che si proclamano cristiani ortodossi hanno profanato il tempio, e il tempio dove deve essere onorato il nome di Dio è stato trasformato in un luogo di tortura, umiliazione e omicidio”. Ragion per cui oggi i sacerdoti della Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca stanno raccogliendo firme per un appello al Consiglio dei primati delle antiche Chiese orientali per avviare “una causa contro il patriarca Kirill”.

    Chi scrive queste righe, nonostante avesse promesso di continuare ad analizzare gli argomenti della scorsa settimana, ha dovuto, non a caso, trattare oggi per il nostro lettore, le drammatiche conseguenze e sofferenze della crudeltà delle forze armate russe, da quando hanno cominciato l’invasione dei territori ucraini il 24 febbraio scorso. Riflettendo su quello che ha detto Papa Francesco durante l’omelia della messa la Domenica delle Palme in piazza San Pietro, egli non poteva non fermarsi e pensare su una frase citata dal Pontefice. Si tratta della preghiera che Gesù, crocifisso tra due ladri, rivolgeva ripetutamente a Dio. “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Vangelo secondo Luca, 23/34). Per chi scrive queste righe diventa però molto difficile, se non impossibile, che si possa chiedere perdono per coloro che volutamente hanno commesso i tremendi e orribili crimini durante queste settimane di guerra in Ucraina. Come si possa chiedere perdono per coloro che hanno goduto delle drammatiche sofferenze causate dalla loro spietata crudeltà?! Come possano gli ucraini, che hanno perso i propri cari per la crudeltà dei russi, chiedere perdono per loro?! Chi scrive queste righe si chiede dove è Dio? Perché non ha fermato tutta questa crudeltà bestiale dell’uomo? Dio dove sei? Perché hai abbandonato alla morte tante vittime inermi, innocenti e indifese in Ucraina?! Tutto il mondo deve gridare forte: Dio dove sei?!

  • Una preghiera per il Papa, una preghiera per noi

    Il Papa ci hai ricordato, chiesto, di pregare per Lui. Una preghiera per il Santo Padre è una preghiera per noi, una preghiera a Dio e all’immensità dell’universo e della fede che, oltre ad ogni scoperta scientifica, rimane il mistero del valore, del senso dell’esistenza. Senza inutile orgoglio, con la semplicità di chi, come ogni essere vivente, rappresenta, nel suo piccolo, la complessità e grandiosità della vita preghiamo affinché l’empatia, il rispetto per gli altri e per noi stessi tornino nel nostro vivere quotidiano.

  • L’appello di Papa Francesco per regolamentare la finanza

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

    Che di fronte al dilagare incontrollato della finanza speculativa sia necessario “rivolgersi alla preghiera”, è uno schiaffo morale ai governi e alle istituzioni economiche internazionali preposte al controllo e alla regolamentazione dell’economia, della moneta e dei settori finanziari. E’, però, l’ammissione della loro incapacità d’intervento e della sottomissione al “mercato senza leggi” e al laissez faire più spregiudicato.

    Dinanzi all’intollerabilità della situazione, papa Francesco si è sentito in dovere di richiamare i credenti e i laici con un video dedicato alla preghiera per una “finanza giusta, inclusiva e sostenibile”.

    Egli afferma che “mentre l’economia reale, quella che crea lavoro, è in crisi – quanta gente è senza lavoro! – i mercati finanziari non sono mai stati così ipertrofici come sono ora. Quanto è lontano il mondo della grande finanza dalla vita della maggior parte delle persone! La finanza, se non viene regolamentata, diventa pura speculazione animata da politiche monetarie. Questa situazione è insostenibile. È pericolosa. Per evitare che i poveri tornino a pagarne le conseguenze, bisogna regolamentare in modo rigido la speculazione finanziaria.”.

    Ricorda che la finanza deve essere uno strumento per servire le persone e per prendersi cura della casa comune e fa un appello “perché i responsabili della finanza collaborino con i governi, per regolamentare i mercati finanziari e proteggere i cittadini in pericolo.”

    In pratica riprende il discorso avviato nel 2015 con l’enciclica Laudato sì” in cui si afferma che “la finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale”. Secondo Francesco non è una questione di teorie economiche ma della loro applicazione fattuale nell’economia. Il mercato da solo non può garantire lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale, né la protezione dell’ambiente e dei diritti delle generazioni future.

    Nell’enciclica citata si sostiene: “La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia… Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura”.

    Secondo noi la crisi finanziaria del 2007-2008 ne è la prova: sarebbe stata l’occasione per sviluppare una nuova economia, non solo più attenta ai principi etici, ma, soprattutto, per regolamentare l’attività finanziaria speculativa e la ricchezza virtuale. Purtroppo non è stato così.

    Certo, sono concetti che papa Francesco ripete ormai costantemente. Lo ha fatto anche recentemente nell’enciclica “Fratelli tutti” e con molto coraggio anche nella lettera inviata al meeting della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, svoltosi lo scorso aprile. Egli afferma che “è ora di riconoscere che i mercati — specialmente quelli finanziari — non si governano da soli. I mercati devono essere sorretti da leggi e regolamentazioni che assicurino che operano per il bene comune, garantendo che la finanza – invece di essere meramente speculativa o finanziare solo sé stessa – operi per gli obiettivi sociali tanto necessari nel contesto dell’attuale emergenza sanitaria globale”.

    Ci preme sottolineare che la preghiera del papa ha avuto anche qualche orecchio attento. La Federcasse, la Federazione italiana delle Banche di Credito Cooperativo, una rete di 250 banche cooperative di comunità con un milione e 350 mila soci, l’ha fatta sua. Del resto essa fa della vicinanza al territorio, alle famiglie e ai piccoli imprenditori e artigiani la sua mission. In merito, il direttore generale Sergio Galli ha ribadito che “occorre elaborare nuove forme di economia e finanza realmente orientate al bene comune e rispettose della dignità umana”.

    Naturalmente le tematiche affrontate da papa Francesco sono tali che oggettivamente impongono ai governi decisioni rapide e stringenti. In questi giorni da più parti si sollecita il superamento dei brevetti sui vaccini. Tema che va affrontato. Si consideri che, mentre nei paesi industrializzati una persona su 4 ha già ricevuto almeno una dose di vaccino, nei paesi poveri, invece, l’ha avuta una su 500. Il caso più odioso è sicuramente quello dell’India, dove si produce il 70% dei vaccini mondiali, ma non per i propri cittadini, bensì per l’export.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • Vaccini: un aiuto ai più deboli arriva dalla elemosineria apostolica

    Per dare concretezza ai diversi appelli di Papa Francesco perché nessuno venga escluso dalla campagna vaccinale anti Covid-19, l’Elemosineria Apostolica si rende nuovamente prossima alle persone più fragili e vulnerabili. Nell’imminenza della Domenica di Pasqua – Risurrezione del Signore, e precisamente durante la Settimana Santa, altre dosi del vaccino Pfizer-BioNTech, acquistate dalla Santa Sede e offerte dall’Ospedale Lazzaro Spallanzani, tramite la Commissione Vaticana Covid-19, saranno destinate alla vaccinazione di 1200 persone tra le più povere ed emarginate, e che sono per la loro condizione le più esposte al virus.

    Inoltre, per continuare a condividere il miracolo della carità verso i fratelli più vulnerabili, e dare loro la possibilità di accedere a questo diritto, sarà possibile effettuare una donazione on-line per un “vaccino sospeso”, sul conto della carità del Santo Padre gestito dalla Elemosineria Apostolica (www.elemosineria.va).

    Nel Messaggio per la Solennità del Natale del Signore 2020, Papa Francesco ha rivolto un accorato appello: “Chiedo a tutti: ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali, di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti: vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del Pianeta. Al primo posto, i più vulnerabili e bisognosi!”. “Di fronte a una sfida che non conosce confini, non si possono erigere barriere. Siamo tutti sulla stessa barca”.

    Sul ricorso al vaccino, inoltre, il Pontefice ha incoraggiato più volte le persone a vaccinarsi, perché è un modo di esercitare la responsabilità verso il prossimo e il benessere collettivo, ribadendo con forza che tutti devono avere accesso al vaccino, senza che nessuno sia escluso a causa della povertà.

    Nel mese di gennaio scorso, quando è iniziata in Vaticano la campagna vaccinale anti Covid-19, Papa Francesco ha voluto che tra le prime persone vaccinate ci fossero oltre venticinque poveri, in gran parte senza fissa dimora, che vivono intorno a San Pietro e che quotidianamente vengono assistiti e accolti dalle strutture di assistenza e residenza dell’Elemosineria Apostolica.

    La vaccinazione dei poveri nel corso della Settimana Santa avverrà nella struttura appositamente adibita all’interno dell’Aula Paolo VI in Vaticano, e sarà usato lo stesso vaccino somministrato al Pontefice e ai dipendenti della Santa Sede. I medici e gli operatori sanitari impiegati saranno i volontari che operano stabilmente nell’Ambulatorio “Madre di Misericordia”, situato sotto il colonnato del Bernini, i dipendenti della Direzione di Sanità ed Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e i volontari dell’Istituto di Medicina Solidale e dell’Ospedale Lazzaro Spallanzani.

    Si può inviare una donazione con le seguenti modalità:

    Bonifico su Conto Corrente Bancario:

    BENEFICIARIO DEL CONTO: Elemosineria Apostolica
    BANCA: Istituto per le Opere di Religione
    Città del Vaticano
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    Fonte: Comunicato Elemosineria Apostolica

  • Il Papa fa spazio alle donne in curia

    La decisione è storica: Papa Francesco ha modificato una norma del diritto canonico per ufficializzare il ruolo delle donne nella liturgia, in particolare per l’accesso ai ministeri del Lettorato e Accolitato, finora consentiti solo agli uomini. Il primo riguarda le letture, il secondo il servizio all’altare.

    E’ vero che le donne in molte parrocchie già aiutano nella liturgia e al momento della Comunione. Ma si è trattato finora di posizioni occasionali e informali, valutate di volta in volta dai vescovi locali. Il Papa mette oggi nero su bianco, nel Motu Proprio ‘Spiritus Domini’, questa possibilità anche per le donne togliendo la parte che riservava questi ruoli alle persone di sesso maschile, come invece aveva stabilito Paolo VI 49 anni fa.

    Un primo passo verso l’ordinazione sacerdotale anche per le donne? A scanso equivoci lo stesso Pontefice fa sue le parole di Giovanni Paolo II: “Rispetto ai ministeri ordinati la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale”. Ma per i ministeri non ordinati “è possibile, e oggi appare opportuno, superare tale riserva – spiega il Papa riferendosi all’abolizione del riferimento ai soli uomini per poter diventare Lettore o Accolito -. Questa riserva ha avuto un suo senso in un determinato contesto ma può essere ripensata in contesti nuovi”. Per quanto riguarda il diaconato per le donne, questo sì un eventuale primo passo verso l’ordinazione presbiterale, è tuttora oggetto di studio di un’apposita commissione vaticana.

    La decisione del Papa, oltre a valorizzare le donne, affinché “abbiano un’incidenza reale ed effettiva – per dirla con le sue parole – nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità”, è in generale una ulteriore spinta al ruolo dei laici ai quali, uomini e donne, questi due ministeri vengono affidati. In altri termini se prima Lettorato e Accolitato altro non erano che i primi gradini per accedere all’ordinazione sacerdotale, con qualcuno che si fermava prima, ora invece sono ministeri laici, ‘declericalizzati’, che hanno una loro ragione d’essere, ovvero contribuire alla evangelizzazione, a prescindere dal fatto che per qualcuno siano o no il primo step per decidere di farsi sacerdote.

    La decisione del Papa si pone in linea con tante scelte già adottate nel suo pontificato per valorizzare la presenza delle donne e dei laici nella Chiesa. In questa scia si pone anche la conferma, per altri tre anni, di una donna, Mariella Enoc, alla guida dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Ma sono diversi i ruoli chiave in cui le donne sono entrate in Vaticano, dai Musei, diretti da Barba Jatta, fino alla Segreteria di Stato dove per la prima volta nella storia c’è un sottosegretario donna, Francesca di Giovanni. Tra le decisioni recenti del Papa anche la scelta di nominare l’economista suor Alessandra Smerilli, consigliere generale nel Governatorato e membro della Commissione Covid. Ma sono solo alcuni esempi con le donne che hanno scalato, per esempio, i vertici delle università pontificie e i laici che ricoprono ruoli chiave nelle strutture della governance economico-finanziaria o nella comunicazione vaticana.

  • Un mondo che non si pone mete

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 13 ottobre 2020.

    La recente enciclica Fratelli tutti aprirà inevitabilmente un profondo e vivace dibattito, in tutti i settori della società, non solo all’interno delle gerarchie vaticane. Ben venga, ce n’era bisogno. È una sfida forte al pensiero unico che la globalizzazione, economica, finanziaria e culturale, ha silenziosamente imposto nel mondo in questi ultimi decenni.

    Senza sottovalutare il suo richiamo etico, morale, oltre che religioso, noi laicamente ne vorremmo evidenziare alcuni aspetti che toccano l’economia e l’organizzazione sociale. La pandemia, ha detto Papa Francesco, ha evidenziato la frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che toccano tutti, nonostante l’iper-connessione.

    Tale frammentazione sembra in contraddizione con la globalizzazione. In realtà, il Papa dice che l’espressione “aprirsi al mondo” è stata fatta propria dall’economia e dalla finanza. Essa, però, «si riferisce esclusivamente all’apertura agli interessi stranieri e alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i Paesi».

    Il pensiero unico sembra unificare il mondo ma in realtà divide le persone, le nazioni e i continenti. Mentre nella società umana si indebolisce la dimensione comunitaria, «aumentano piuttosto i mercati, dove le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori». Dove il più forte s’impone e protegge i propri interessi a discapito dei più deboli e poveri. Ovviamente, «in tal modo la politica diventa sempre più fragile di fronte ai poteri economici transnazionali che applicano il divide et impera».

    L’aspirazione al dominio dei più forti, dei mercati, mira a «demolire l’autostima» degli altri. «Da ciò traggono vantaggio l’opportunismo della speculazione finanziaria e lo sfruttamento, dove i poveri sono sempre quelli che perdono», ammonisce Papa Francesco. L’enciclica è una forte e precisa critica al liberismo economico, quale proiezione dell’individualismo più radicale. Tanto che nel testo si dice che «la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità». Ci si ingannerebbe se pensassimo che «accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune.»

    Secondo noi, questa falsità è la base dell’ideologia e della cosiddetta teoria del liberismo economico radicale. È stata elaborata già all’inizio del 1700 nel libro La favola delle api: ovvero, vizi privati, pubbliche virtù di Bernard de Mandeville. L’autore descrive la vita dell’alveare. «Essendo così ogni ceto pieno di vizi, tuttavia la nazione di per sé godeva di una felice prosperità, era adulata in pace, temuta in guerra. I vizi dei privati contribuivano alla felicità pubblica». Ma, scriveva Mandeville, quando le api vollero diffondere per tutto l’alveare l’onestà e la giustizia, allora la vanità e il lusso, che davano lavoro e commercio, diminuirono e con essi anche la prosperità dell’alveare.

    «Il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa.», sentenziava Mandeville. Non si tratta evidentemente di una semplice favola per grandi. È, invece, la giustificazione di una società ingiusta che ha avuto, però, una grande influenza su molti studiosi di economia, a partire da Adam Smith, del quale la «mano invisibile» regolerebbe in modo autonomo e automatico l’andamento dei mercati.

    In merito Papa Francesco fa sentire la sua voce. «Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti. Il neoliberismo riproduce sé stesso tale e quale, ricorrendo alla magica teoria del «traboccamento» o del «gocciolamento», senza nominarla, «come unica via per risolvere i problemi sociali. Non ci si accorge che il presunto traboccamento non risolve l’iniquità, la quale è fonte di nuove forme di violenza che minacciano il tessuto sociale», afferma, «alla pandemia ha evidenziato che non tutto si risolve con la libertà di mercato», ricorda ancora l’enciclica, denunciando che «la speculazione finanziaria con il guadagno facile come scopo fondamentale continua a fare strage».

    Come anche noi più modestamente abbiamo spesso scritto, il Papa ripete che «la crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale».

    Purtroppo non c’è stato un ripensamento delle politiche economiche e sociali che governano il mondo!

    L’enciclica, giustamente, vuole proporre una riforma nei rapporti economici e politici a livello globale. Poiché «la società mondiale non è il risultato della somma dei vari Paesi, ma piuttosto è la comunione stessa che esiste tra essi», serve «una nuova rete nelle relazioni internazionali». Pertanto nel testo si afferma: «È necessaria una riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni».

    Secondo Papa Bergoglio un’iniziativa urgente riguarda il debito dei paesi più poveri. Egli chiede che «si assicuri il fondamentale diritto dei popoli alla sussistenza e al progresso, che a volte risulta fortemente ostacolato dalla pressione derivante dal debito estero. Il pagamento del debito in molti casi non solo non favorisce lo sviluppo bensì lo limita e lo condiziona fortemente».

    Il secolo XXI registra un’evidente perdita di potere degli Stati nazionali a causa dei caratteri transnazionali che oggettivamente ha l’odierna attività finanziaria, limitando così il ruolo della politica e le stesse scelte dei singoli governi. In questo contesto, l’enciclica afferma che «diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare.»

    Il testo è d’indubbio valore, per molti versi rivoluzionario, sicuramente stimolante per quei governanti che hanno ancora a cuore il destino non solo de proprio Paese ma anche quello del mondo in questo terzo millennio.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Le proposte economiche del Papa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 31 luglio 2020

    È sorprendente constatare che papa Francesco sembra essere l’unico statista ed economista con una visione globale e con delle idee concrete per le sfide future relative all’economia e agli assetti socioeconomici.

    Recentemente, in piena pandemia, nel corso di un seminario della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ha evidenziato la necessità di trovare le giuste «modalità di alleggerimento, di dilazione o anche di estinzione del debito dei paesi poveri».

    Circa la povertà e l’emarginazione ha affermato: «Si tratta di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse. Non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale. Se esiste la povertà estrema in mezzo alla ricchezza – a sua volta estrema – è perché abbiamo permesso che il divario si ampliasse fino a diventare il più grande della storia». I dati gli danno ragione: le cinquanta persone più ricche del mondo hanno un patrimonio equivalente a 1.872 miliardi di euro!

    Ha denunciato la «globalizzazione dell’indifferenza», che si manifesta come inazione e come vere e proprie «strutture del peccato». Tra queste include il taglio delle tasse per i più abbienti, la corruzione e i paradisi fiscali. Infatti, ricorda che oltre 85 miliardi di euro circa si accumulano ogni anno in conti di paradisi fiscali, «impedendo così la possibilità dello sviluppo degno e sostenuto di tutti gli attori sociali». I suoi giudizi si collocano nel solco del documento «Oeconomicae et pecuniariae quaestiones» della Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicato il 6 gennaio 2018. Il tema riguarda la finanza e i suoi giochi che ignorano le regole e il bene comune.

    Potrebbero sembrare i normali appelli morali destinati a cadere nel vuoto. Oggi, però, lo choc sociale, esistenziale ed economico provocato dalla pandemia impone risposte concrete. A livello globale gli Stati si trovano tutti nella straordinaria situazione di aver messo migliaia di miliardi nel ciclo economico che potrebbero consentire loro di determinare non solo le condizioni rigorose per i salvataggi di talune attività economiche ma anche di incidere sullo sviluppo.

    Riteniamo perciò che la lettura del succitato documento potrebbe essere molto istruttiva per tutti. Si chiede finanche che le autorità pubbliche forniscano una certificazione per i prodotti generati dall’innovazione finanziaria, al fine di prevenire effetti negativi. E «un coordinamento sovranazionale tra le diverse strutture dei sistemi finanziari locali». In altre parole, una nuova architettura finanziaria globale con regole condivise.

    Nelle «Questioni», tra l’altro, si evidenzia che «la crisi finanziaria degli anni scorsi poteva essere l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria». Ma, nonostante «sforzi positivi a vari livelli», non c’è stata «una reazione che abbia portato a ripensare quei criteri obsoleti che continuano a governare il mondo».

    Il documento, infine, declina in modo chiaro quali comportamenti non dovrebbero essere più permessi. Inaccettabile dovrebbe essere «lucrare sfruttando la propria posizione dominante con ingiusto svantaggio altrui o arricchirsi generando nocumento o turbative al benessere collettivo». Ancora di più «quando il mero intento di guadagno da parte di pochi – magari di importanti fondi di investimento – mediante l’azzardo di una speculazione volta a provocare artificiosi ribassi dei prezzi di titoli del debito pubblico, non si cura di influenzare negativamente o di aggravare la situazione economica di interi Paesi».

    Il papa fornisce proposte concrete relative alla tassazione di certe operazioni finanziarie. «È stato calcolato», si legge, «che basterebbe una minima tassa sulle transazioni compiute offshore per risolvere buona parte del problema della fame nel mondo». «Profitto e solidarietà non sono più antagonisti», ma al centro dell’economia deve esserci l’uomo e il suo lavoro. In questo senso l’azione imprenditoriale assume una grande importanza per contrastare quello che il Papa chiama «la cultura dello scarto».

    Francesco invita a tendere la mano ai poveri del mondo denunciando, però, «quelle mani tese per sfiorare velocemente la tastiera di un computer e spostare somme di denaro da una parte all’altra del mondo, decretando la ricchezza di ristrette oligarchie e la miseria di moltitudini o il fallimento di intere nazioni».

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Christmas message to the South Sudanese political leaders jointly signed by Pope Francis, the Archbishop of Canterbury, S.G. Justin Welby, and the ex-moderator of the Church of Scotland, Rev. John Chalmers

    Christmas 2019  —   Your Excellencies,

    In this Christmas season and at the beginning of a new year, we wish to extend to you and to all the people of South Sudan our best wishes for your peace and prosperity, and to assure you of our spiritual closeness as you strive for a swift implementation of the Peace Agreements.

    We raise our prayers to Christ the Saviour for a renewed commitment to the path of reconciliation and fraternity, and we invoke abundant blessings upon each of you and upon the entire nation.

    May the Lord Jesus, Prince of Peace, enlighten you and guide your steps in the way of goodness and truth, and bring to fulfilment our desire to visit your beloved country.

    FRANCIS   JUSTIN WELBY  JOHN CHALMERS

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