strage

  • Due popoli, due Stati: non solo uno slogan

    A tre anni dalla strage del 7 ottobre, che ha riportato l’orrore in Israele, il nostro pensiero va alle 1200 vittime, bambini, donne, uomini strappati alla vita in modo atroce, ai 251 ostaggi, dei quali solo 158 sono tornati vivi dopo indicibili e lunghissime sofferenze e a coloro che sono stati uccisi durante la prigionia.

    Ancora oggi nel mondo l’antisemitismo deve essere tenacemente combattuto e deve continuare l’impegni di ciascuno perché ogni essere umano sia rispettato nella sua dignità e gli siano garantiti tutti i diritti civili.

    Per questo è anche urgente e necessario che le azioni per consegnare alla giustizia i responsabili del 7 ottobre, come di ogni altra azione terroristica, non si tramuti nella distruzione della Palestina e nella morte di cittadini innocenti.

    L’Europa abbia la capacità di agire, per quanto è in suo potere, per garantire ad Israele il pieno riconoscimento nel mondo e la necessaria sicurezza nel presente e nel domani e per ottenere uno Stato libero da Hamas per i palestinesi che anch’essi hanno diritto a vivere in pace e sicurezza, due popoli, due Stati non sia solo uno slogan.

  • Ancora una volta e per sempre

    Ancora una volta, con commozione e rimpianto, ricordiamo Falcone e Borsellino, morti con coloro che hanno cercato di difenderli da attacchi di una mafia che troppe volte ha avuto coperture politiche e finanziarie.

    Falcone con sua moglie Francesca Morvillo e Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, Borsellino con Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina rimangono e rimarranno vivi se, non solo nella memoria, ma nelle nostre azioni sapremo combattere organizzazioni criminali, politiche corrotte, attività illecite, se sapremo non piegarci mai difendendo lo Stato e chi allo Stato ha giurato fedeltà, e sapremo inesorabilmente colpire chi tradisce.

    I misteri che ancora dopo 34 anni ammantano i due attentati, le sparizioni di documenti, i molti depistaggi ci fanno, purtroppo, comprendere che ci sono ancora troppe zone buie, opache, troppe, non solo passate, connivenze sulle quali è necessario indagare per risanare, finalmente, la politica, l’economia, l’Italia.

  • More than 70 miners killed in South Sudan as government and opposition trade blame

    At least 74 mine workers have been killed by gunmen in an area south-west of the capital, Juba, with government and opposition officials trading accusations over who was behind the deaths.

    The violence occurred over the weekend in mineral-rich Jebel Iraq, which is controlled by the army.

    The Sudan People’s Liberation Movement in Opposition (SPLM-IO), the party of suspended First-Vice President Riek Machar, condemned the killings, accusing government forces of being responsible.

    Paulino Lukudu Obede, acting governor of Central Equatoria state, which includes Jebel Iraq, said the government was “shocked and outraged” by the “brutal and barbaric killing of innocent civilians by rebel forces”.

    Obede did not say which group had carried out the attacks.

    He said the government was taking concrete measures to bring the perpetrators to justice and prevent any future violence.

    Speaking on the national broadcaster later on Monday night, Deputy Information Minister David Yau Yau accused the SPLM-IO of being behind the killings.

    There are several rebel groups fighting South Sudan’s government in various places, including the National Salvation Front that is active in Central Equatoria. Neither the group nor the SPLM-IO have claimed responsibility for the attack.

    The SPLM-IO were the first to issue a statement condemning the killings, describing them as “regrettable, barbaric and unacceptable”.

    Machar’s spokesperson Puok Both Baluang alleged that national army forces were responsible for the killings, saying Jebel Iraq was an area under their exclusive control. The national army has not commented on these allegations.

    Baluang called on UN bodies to launch a thorough investigation into the “Jebel Iraq massacre” and “other war crimes” committed in other parts of the country.

    Machar has been under house arrest in Juba since March last year, and faces trial for crimes including murder, treason and crimes against humanity, which he denies.

    Vice-President James Wani Igga condemned the attack, calling it a “heinous massacre” and describing the victims as the “backbone of our local economy”.

    He said the government would not allow unknown gunmen to continue terrorising civilians without consequence.

    He called for a formal inquiry to determine the “identity and motives” of the assailants.

    South Sudan is rich in key minerals including gold and the government has awarded several contracts to various mining companies.

    Illegal mining is also widespread in parts of the country, including in the Equatoria region, where artisanal miners often operate without government approval.

  • Lo stragista norvegese Breivik resta in carcere: «Potrebbe colpire ancora»

    Per chiedere la libertà condizionata, 10 anni dopo aver commesso la più sanguinosa strage in Norvegia dalla Seconda guerra mondiale, si era presentato ai giudici con la testa rasata, il braccio teso nel saluto nazista e nessun segno di rimorso per le 77 persone uccise tra Oslo e l’isola di Utoya, dove si erano riuniti decine di giovani laburisti. In carcere da allora, Anders Behring Breivik dovrà restarci ancora a lungo. “C’è un rischio evidente che ripeta i comportamenti che hanno portato agli attacchi terroristici del 22 luglio 2011”, ha spiegato il tribunale di Telemark, nel sud-est del Paese scandinavo.

    Una decisione in linea con la richiesta della procura e sostanzialmente attesa alla luce della perizia della psichiatra che per anni lo ha osservato in detenzione, Randi Rosenqvist. “Credo che la diagnosi per Breivik rimanga la stessa. Il rischio di futuri atti violenti non è cambiato rispetto al 2012 e al 2013, quando ho scritto la mia prima valutazione”, ha dichiarato l’esperta, secondo cui il terrorista di estrema destra soffre di disturbi della personalità “asociali, istrionici e narcisisti”.

    Condannato nel 2012 a 21 anni di carcere, il massimo della pena prevista dal sistema norvegese, che potrebbe però essere prorogata se alla sua scadenza il condannato venisse ancora ritenuto socialmente pericoloso, Breivik aveva sfruttato l’occasione fornitagli dalla legge per tornare a sciorinare in pubblico i suoi deliri neonazisti. Dalla palestra del carcere di Skien, in cui è detenuto e dove per ragioni di sicurezza si era tenuta l’udienza, il suo folle show si era svolto esponendo tre cartelli – in mano, sulla giacca del completo e su una 24 ore – con la stessa scritta in inglese: “Cessate il vostro genocidio conto le nostre nazioni bianche”.

    Un’ennesima dimostrazione di assenza di rimorso e mancata riabilitazione. Eppure, ha spiegato il suo legale Oystein Storrvik, è intenzionato a fare ricorso per chiedere nuovamente di essere messo in libertà e a presentarne un altro contro le sue condizioni di detenzione in quasi totale isolamento.

    Era il 22 luglio 2011 quando Breivik fece prima esplodere un ordigno vicino alla sede del governo a Oslo, uccidendo otto persone, e poi ne sterminò altre 69, per lo più adolescenti, aprendo il fuoco travestito da agente di polizia sul campo estivo dei giovani laburisti sull’isola di Utoya, colpevoli nella sua visione distorta di aver abbracciato il multiculturalismo. Lo stragista, oggi 42enne, non si è mai pentito, pur sostenendo che la violenza farebbe ormai parte del suo passato. Dalla prigione, dove vive in tre celle con tv e dvd, videogiochi e una macchina da scrivere, nel corso degli anni ha ammesso soltanto di essersi fatto “radicalizzare” da terzi e di essere stato un burattino nelle mani del movimento neonazi Sangue & Onore, cui ha imputato la reale responsabilità degli attacchi.

    Se le chance di un suo rilascio sono sempre apparse scarse, sopravvissuti e familiari delle vittime avevano espresso timori di nuove provocazioni, che si sono puntualmente verificate, stigmatizzando l’attenzione mediatica attirata da ogni sua apparizione. “Breivik non dovrebbe andare in tv non perché sia scandaloso o doloroso, ma perché è il simbolo di un’estrema destra che ha già ispirato diverse altre uccisioni di massa”, aveva scritto su Twitter la sopravvissuta Elin L’Estrange. Un rischio di emulazione testimoniato dal caso dell’attentatore di Christchurch, in Nuova Zelanda, Brenton Tarrant, che il 15 marzo 2019 uccise 51 persone sparando all’impazzata in una moschea e un centro islamico durante il venerdì di preghiera dei musulmani, dicendo poi di essersi in parte ispirato proprio all’autore della strage di Utoya.

  • Al via il processo per la strage del Bataclan, in 20 alla sbarra in Francia

    Sono in tutto 20 le persone rinviate a giudizio per essere state coinvolte direttamente o indirettamente negli attentati di Parigi (nella sala del Bataclan e in alcuni bar del 10/m arrondissement) e Saint-Denis (allo Stade de France), che il 13 novembre 2015 hanno causato 130 morti e 350 feriti.

    Lo hanno deciso i 5 magistrati che hanno concluso la fase istruttoria di un’inchiesta vasta e complessa e durata 4 anni e mezzo; il processo dovrebbe iniziare a gennaio dell’anno prossimo, coronavirus permettendo. Era una decisione di giustizia molto attesa, ma in piena emergenza sanitaria sta passando quasi inosservata. L’ordinanza di messo in stato di accusa formale, un documento di 348 pagine, è stata firmata il 16 marzo dai giudici e il suo contenuto è stato reso noto da un comunicato diffuso dalla Procura nazionale antiterrorismo (Pnat).

    Tra i 20 incriminati c’è il franco-belga Salah Abdeslam, unico esponente in vita dei commando che quella sera di autunno del 2015 hanno colpito duramente la capitale francese, con una serie di attentati rivendicati dallo Stato islamico. Abdeslam, detenuto in Francia e in isolamento da 4 anni, non ha quasi mai risposto alle domande dei magistrati che lo hanno convocato una decina di volte. La corte d’assise speciale che verrà istituita lo processerà per diversi capi d’amputazione, tra cui omicidi in banda organizzata in relazione con un gruppo terroristico e associazione criminale terroristica. Altri 14 sospetti sono nelle mani della giustizia in Francia e in Belgio: 11 si trovano in detenzione provvisoria e 3 sotto controllo giudiziario. Sei sono, inoltre, colpiti da un mandato di cattura, tra cui Ahmed Dahmani, detenuto in Turchia, ma gli altri sono presumibilmente morti nei conflitti in Iraq e in Siria.

    In caso di appello all’ordinanza che dispone il processo, l’avvio del processo stesso è destinato a slittare: sulla carta la sua apertura è prevista per gennaio 2021 e dovrebbe durare sei mesi. Sarà celebrato all’interno del palazzo di giustizia di Parigi, dove sono già in corso lavori di costruzione di una sala d’udienza sufficientemente capiente e sicura per ricevere oltre agli imputati oltre 1750 rappresentanti delle parti civili, centinaia di avvocati e giornalisti.

    “Mi complimento per la decisione resa dai giudici, ma alla luce delle attuali circostanze temo che il processo non si apra nei tempi previsti” ha commentato all’Afp Olivier Morice, avvocato di 35 famiglie, in riferimento all’epidemia di Covid-19. Il 15 marzo, per arginare i contagi, il ministro della Giustizia Nicole Belloubet ha ordinato la chiusura di tutti i tribunali, ha rinviato i processo in assise e ridotto le attività ai soli “contenziosi essenziali”.

     

  • Strage al mercatino di Natale a Strasburgo: le lacrime ed il cordoglio non servono se tutto resterà come prima

    Alle famiglie delle vittime ed ai feriti giunga tra i tanti anche il mio pensiero. Ho ancora nei ricordi più cari le sessioni di lavoro del Parlamento europeo che, per 25 anni, una volta al mese, ho vissuto a Strasburgo ed i pochi momenti strappati al lavoro per visitare i mercatini di Natale in un’atmosfera particolarmente suggestiva. La violenza ormai da tempo colpisce ovunque, la violenza di attentatori organizzati o di folli imitatori, la violenza di una politica incapace che genera piazze violente, la violenza di singoli contro altri singoli, spesso i propri stessi congiunti, la violenza dell’informazione falsa che genera altre violenze. Nuovamente sarà un Natale che per troppi non rappresenterà un momento sereno e con questo pensiero vorremmo che i molti silenziosi e distratti trovassero la capacità di pensare che è il momento di ridisegnare la nostra società. Nel piangere le vittime non possiamo dimenticare che le lacrime ed il cordoglio non bastano, non servono se tutto resterà come prima.

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