Corruzione

  • Scandalo ai massimi livelli governativi

    Non è scandaloso che alcuni banchieri siano finiti in prigione;

    scandaloso è che tutti gli altri siano in libertà.

    Honoré de Balzac; da “Cesare Birotteau”, 1837 

    I dodici discepoli, tranne Giuda l’Iscariota, divennero gli apostoli di Gesù, dopo la sua resurrezione e l’ascensione al cielo. Matteo era uno degli apostoli ed il suo Vangelo, per la Chiesa Cattolica, è il primo tra i quattro Vangeli canonici. Matteo ci racconta, nel quinto e diciottesimo capitolo del suo Vangelo cosa pensava e diceva Gesù sugli scandali.

    “Guai al mondo per gli scandali! E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco” (dal Vangelo secondo Matteo 18/7-9). Bisogna sottolineare che Geenna è una piccola valle sulla parte meridionale del monte Sion in Israele. Però nel Nuovo Testamento Geenna rappresenta l’Inferno, il luogo dove si bruciano tutti i peccatori.

    Da un mese ormai in Albania è stato reso noto uno degli scandali più clamorosi di questi ultimi anni. Sia per gli evidenziati abusi in alcuni appalti pubblici e sia perché tutto veniva personalmente gestito dalla vice primo ministro e, allo stesso tempo, ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Si tratta di appalti pubblici manipolati palesemente e legati ad una lunga galleria, a due ponti pagati ma mai costruiti e a dei sospettosi lavori di supervisione. Uno scandalo, inconfutabile espressione dell’abuso del potere istituzionale e della corruzione ai massimi livelli.

    Dopo delle lunghe indagini che sono state condotte da un procuratore coraggioso, il 31 ottobre scorso lui ha comunicato l’accusa di “violazione della parità negli appalti” alla ministra indagata. E, fino a prova contraria, il procuratore bisogna considerarlo veramente coraggioso, visto cosa è accaduto e tuttora accade con il sistema “riformato” della giustizia in Albania. La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato brevemente dello scandalo ed altresì del fatto che “…da fonti credibili risulterebbe che il procuratore sia stato minacciato dal primo ministro per le sue indagini, mentre non c’è stata nessuna smentita da parte del primo ministro”. Per il primo ministro si trattava di “…..un caso unico nella storia dell’Europa […] dove non è mai successo che un procuratore ed un giudice si incontrano faccia a faccia e sospendono dall’incarico un membro del governo” (Preoccupante sostegno europeo; 24 novembre 2025).

    Il procuratore che ha indagato sul sopracitato scandalo ha evidenziato, tra l’altro, che l’accusata, in veste di ministra delle Infrastrutture e dell’Energia “…ha seguito ed orientato in continuazione la procedura di questo appalto pubblico durante la fase preparatoria, durante lo svolgimento della procedura e fino al momento della proclamazione del vincitore…”. Dagli atti ufficiali dell’inchiesta risulta che l’accusata ha chiesto l’annullamento di un primo appalto sul tunnel, la riapertura delle procedure, la proclamazione del nuovo vincitore, nonostante le condizioni legali non fossero state adempiute ecc..

    Bisogna sottolineare che tutto cominciò ufficialmente nel 2021, quando un’impresa albanese vinse l’appalto per costruire il tunnel lungo più di cinque chilometri, due ponti e una strada sulla costiera ionica nel sud dell’Albania. Il costo dei lavori ammontava a circa 140 milioni di Euro. Il 3 giungo 2021 però ad Ankara, capitale della Turchia, si è svolto un incontro tra il primo ministro albanese, la ministra ormai accusata, nonché dell’allora vice primo ministro, ormai in asilo in Svizzera, con due rappresentanti di una ditta turca. Una foto testimonia quell’incontro. Bisogna sottolineare però che l’ex vice primo ministro, presente all’incontro e ormai in asilo, aveva denunciato lo scandalo già un anno fa, durante una sua intervista televisiva. Risulterebbe, altresì, che la ditta avesse anche l’appoggio del presidente turco, un “amico” del primo ministro albanese.

    Dagli atti ufficiali della procura risulta che dopo quell’incontro la ministra accusata ha ordinato di annullare tutto e di ricominciare con l’annuncio di un nuovo appalto sul tunnel. Appalto che è stato vinto alcuni mesi dopo proprio dalla ditta turca, nonostante avesse fatto un’offerta maggiore, di circa 50 milioni di euro, di quella della ditta albanese che vinse il primo appalto, poi annullato. Ma, guarda caso, la ditta albanese ha avuto poi il subappalto dal vincitore dello stesso progetto, con la stessa somma da lei offerta durante il primo appalto! Chissà perché?! Ma in Albania è tutto un magna magna, parafrasando Roberto Benigni nel ruolo di Johnny Stecchino.

    Non era però abusivo solo il secondo appalto sul tunnel che ha permesso la “strana scomparsa” di 50 milioni di euro. Dalle indagini del procuratore risulta, tra l’altro, che sono stati tali anche quello sul progetto dello stesso tunnel, con un valore di 7.4 milioni di euro, e l’appalto sulla supervisione dei lavori, con un valore di circa 2 milioni di euro. E, guarda caso, ai “supervisori” è sfuggito anche un ponte, lungo 110 metri, mai costruito. Un ponte che è stato sostituito da una grande quantità di cumuli di materiali inerti. Ma dalle stesse indagini del procuratore risulta, oltre a molte altre violazioni delle procedure ed abusi, che i lavori per la perforazione e la costruzione del tunnel sono stati avviati anche senza il permesso dei lavori, obbligatorio per legge. Un permesso che è stato reso pubblico solo il 28 maggio 2025, cioè più di tre anni dopo!

    Il 19 novembre scorso un giudice del tribunale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha deciso di sospendere l’accusata dai suoi due incarichi: quello di vice primo ministro e quello di ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Il giudice ha altresì deciso che l’accusata non può uscire dal territorio albanese. Mentre un giorno dopo, il 20 novembre scorso, è stato reso noto dalla procura che è stata accusata anche di un altro caso, quello di un appalto pubblico di una parte del grande raccordo anulare di Tirana. Un altro scandalo milionario pieno di abusi.

    Da fonti ben informate risulterebbe che il primo ministro sia stato coinvolto direttamente in questi scandali e abusi. Lo confermano anche diversi messaggi scambiati tra l’accusata con un suo stretto collaboratore, ormai in prigione, il cui telefono è stato sequestrato. Chissà perché il primo ministro il 12 febbraio scorso, durante una riunione con il gruppo parlamentare del suo partito/clan, ha avvertito “ironicamente” gli organi competenti di non chiederli il suo telefono? “Non devono fare l’errore di venire a chiedere il mio telefono. Perché hanno preso tutti i telefoni dell’Albania. Che vadano a occuparsi dei fatti!” ha dichiarato il primo ministro.

    Il primo ministro, vistosamente in difficoltà dopo gli sviluppi con il clamoroso scandalo milionario del tunnel, che lo coinvolgerebbe personalmente, ha fatto ricorso presso la Corte Costituzionale contro la decisione presa dal giudice nei confronti della sua stretta collaboratrice. Lei che dando le dimissioni, come abitualmente si fa in altri Paesi europei, lo poteva aiutare molto. Nel frattempo, però, come ha sempre fatto in simili momenti di grande difficoltà, il primo ministro sta cercando di ingannare l’opinione pubblica con false ed abusive citazioni e riferimenti.

    Chi scrive queste righe informerà il nostro lettore sugli ulteriori sviluppi di questo scandalo che coinvolge i massimi livelli governativi. Ma nel frattempo, parafrasando Balzac, si potrebbe dire che in Albania non è scandaloso che alcuni governanti siano finiti in prigione o sospesi dal loro incarico, scandaloso è che tutti gli altri siano in libertà. Compreso il primo ministro.

  • La pagliuzza nell’occhio del vicino

    Se quanto i giornali riportano e cioè che Salvini, notoriamente simpatizzante di Putin, alza un grido di protesta ed allarme per gli eventuali cento milioni portati all’estero da persone ucraine corrotte ci viene legittimo chiedere da che pulpito viene la predica visto che la Lega deve ancora risarcire, allo Stato italiano e per parecchi anni a divenire, una rilevante cifra di denaro preso senza titolo.

    Per amor di patria e di governo non aggiungiamo altro se non la considerazione che è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio del vicino che la trave nel nostro e Salvini, che ogni tanto sgrana in pubblico il Rosario, non dovrebbe dimenticarsi di questo.

  • Preoccupante sostegno europeo

    La storia è un insieme di menzogne concordate.

    Napoleone Bonaparte

    Venerdì scorso, 21 novembre, a Tirana, capitale dell’Albania, si è svolto il Vertice regionale dei dirigenti dei Paesi balcanici per discutere del Piano di crescita “Il nostro percorso verso l’Unione europea” (Regional Leaders’ Summit on the Growth Plan “Our pathway to EU”). Erano presenti i capi dei governi, la Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato e altri funzionari della Commissione europea, nonché rappresentanti di varie organizzazioni regionali.

    Il vertice di Tirana si è svolto solo alcuni giorni dopo che a Bruxelles, il 18 novembre scorso ha avuto luogo il Forum annuale sull’Allargamento dell’Unione europea. Tutto ciò mentre continuano gli attacchi micidiali dell’esercito russo sull’Ucraina e si sta discutendo, a livello internazionale, del piano di pace di 28 punti presentato dal presidente statunitense.

    Ragion per cui anche le politiche di allargamento ormai sono condizionate da queste preoccupanti situazioni geopolitiche e geostrategiche. Lo ha ribadito, tramite un videomessaggio, la presidente della Commissione europea il 18 novembre scorso, durante il Forum annuale sull’Allargamento. Per lei  “…in tempi di incertezza geopolitica, l’allargamento è più di una scelta per la pace”. Perché, ha aggiunto, l’allargamento è un “investimento nella nostra sicurezza e libertà collettiva”.

    Però le “ragioni geopolitiche e geostrategiche” devono essere valutate con la massima serietà, responsabilità e lungimiranza, tenendo ben presente ogni singolo Paese candidato all’adesione nell’Unione. E non si devono “appoggiare”, proprio per “ragioni geopolitiche e geostrategiche”, certi autocrati al potere in alcuni Paesi balcanici. L’Unione europea deve garantire l’attivazione di regole e clausole di tutela quando nuovi Stati membri non rispettino gli obblighi comunitari. Sì, perché, come ci insegna anche la storia recente, l’Unione europea dovrebbe essere ben attenta ad altre problematiche causate da ulteriori attriti interni tra gli Stati membri, compresi i nuovi Paesi aderenti, che possano generare poi forti disaccordi in sede decisionale.

    Se si trascurano determinati criteri, si rischia realmente di poter favorire anche un Paese in cui si stia consolidando un regime autocratico anche se camuffato di pluripartitismo di facciata. Un Paese in cui siano stati evidenziati, dai rapporti ufficiali dalle istituzioni specializzate, compresi quelle dell’Unione europea, dei seri problemi legati alla diffusa corruzione, alla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata ed altri raggruppamenti occulti internazionali, all’abuso del potere istituzionale conferito e anche usurpato, alla violazione dei fondamentali diritti dell’essere umano ed altro. Il che potrebbe, con molta probabilità, generare poi seri problemi nel futuro per l’Unione europea. Ragion per cui non si dovrebbe mai trascurare l’adempimento dei tre noti Criteri di Copenaghen: il criterio politico, il criterio economico e quello dell’acquis comunitario. Proprio il primo criterio prevede, tra l’altro, la presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia e lo Stato di diritto in tutti i Paesi candidati all’adesione nell’Unione europea.

    Durante il vertice regionale dei dirigenti dei Paesi balcanici, svoltosi a Tirana venerdì scorso, 21 novembre, la Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato ha dichiarato, tra l’altro, che la stessa Europa non può sentirsi sicura senza l’adesione dei Paesi balcanici all’Unione europea. “…Questo è un errore che abbiamo commesso in passato e dobbiamo correggerlo”, ha aggiunto lei.

    Rivolgendosi poi ai massimi rappresentanti dei Paesi balcanici presenti al vertice, la Commissaria all’Allargamento e alla Politica di Vicinato ha dichiarato: “Ci restano ancora due anni affinché il Piano di Crescita diventi un vero successo e prepariamo il terreno per il vostro ingresso nell’UE. Dobbiamo sfruttare ogni giorno per lavorare per il futuro europeo dei Balcani occidentali”. Mentre all’inizio della scorsa settimana, a Bruxelles, la Commissaria all’Allargamento e la Politica di Vicinato ha elogiato i “successi” dell’Albania, perciò del primo ministro albanese, suo caro amico, nel suo percorso europeo. Lei ha detto “convinta” che “L’Albania è il miglior caso del potere trasformativo dell’allargamento”.

    Alla fine del vertice di Tirana era stata prevista anche una conferenza stampa congiunta del primo ministro albanese e della Commissaria sull’Allargamento e la Politica di Vicinato. Loro hanno informato i giornalisti presenti su alcuni argomenti trattati durante il vertice. E come al solito, sono state delle dichiarazioni che si riferivano ai “risultati positivi ottenuti”, esprimendo riconoscimento per il “valoroso supporto” della Commissione europea e l’ottimismo della stessa Commissione per il raggiungimento di tutti gli obiettivi posti. Poi, dopo le loro dichiarazioni, sono stati i giornalisti a fare delle domande.

    Ma prima di fare riferimento sia alle domande dei giornalisti che alle risposte ricevute, bisogna però sottolineare che recentemente è stato reso pubblico uno dei più clamorosi scandali in Albania di questi ultimi anni. Si tratta di uno scandalo in seguito ad alcuni manipolati appalti pubblici legati ad una lunga galleria, a due ponti pagati ma mai costruiti e a sospettosi lavori di supervisione. Uno scandalo, espressione dell’abuso con il potere istituzionale e della corruzione ai massimi livelli. Uno scandalo che vede direttamente coinvolti la vice primo ministro, che è anche ministro delle Infrastrutture e dell’Energia, reso noto dopo lunghe indagini di un coraggioso procuratore. Da fonti credibili risulterebbe che il procuratore sia stato minacciato dal primo ministro per le sue indagini, mentre non c’è stata nessuna smentita da parte del primo ministro. Chissà perché?! Proprio colui che, guarda caso, risulta coinvolto personalmente in quello scandalo.

    Un giornalista ha chiesto al primo ministro del sopracitato scandalo. E lui non poteva non dare la colpa agli altri. Per il primo ministro si tratta di “…un caso unico nella storia dell’Europa […] dove non è mai successo che un procuratore ed un giudice si incontrano faccia a faccia e sospendono dall’incarico un membro del governo”. Mentre la Commissaria sull’Allargamento ha rifiutato di rispondere alla stessa domanda, dicendo:  “non commenterò casi concreti”.

    Una giornalista ha chiesto a lei se le elezioni dell’11 maggio in Albania rispettavano gli standard dell’Unione europea. E si riferiva al massacro elettorale dell’11 maggio scorso di cui il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Un massacro elettorale evidenziato dal rapporto ufficiale dell’OSCE/ODIHR, (Conferma ufficiale di un denunciato massacro elettorale; 27 ottobre 2025), ma anche dal rapporto ufficiale della stessa Commissione europea (Altra conferma internazionale di una preoccupante realtà; 10 novembre 2025).

    Ebbene, la risposta della Commissaria all’Allargamento è stata clamorosa: “Le elezioni sono state libere e oneste” (Sic!). Una dichiarazione che contrasta in modo stridente con i due sopracitati rapporti che affermano proprio il contrario. Sì perché in nessuna riga dei due rapporti risulta una simile affermazione. Lei doveva dare un’altra risposta, per essere in accordo almeno con il rapporto della Commissione Europea che rappresenta. Chissà perché una simile dichiarazione?! Si sa però che lei, la Commissaria all’Allargamento sempre ha “applaudito i successi” raggiunti dal primo ministro albanese. Lo ha fatto anche la scorsa settimana a Bruxelles, dichiarando che l’Albania è “un’ispirazione per i Balcani occidentali” (Sic!).

    Chi scrive queste righe considera preoccupante il sostegno che la Commissaria all’Allargamento sta dando al primo ministro albanese, con il quale stanno manipolando la storia e la realtà. Aveva ragione Napoleone Bonaparte, affermando che la storia è un insieme di menzogne concordate.

  • Regime e Stato di diritto come il diavolo e l’acqua santa

    L’abuso è il contrassegno del possesso e del potere.

    Paul Valéry; da “Quaderni”

    Lo Stato di diritto rappresenta uno dei pilastri sui quali si fonda una società democratica. Come concetto nasce già dall’antichità, ma si sviluppa soprattutto negli ultimi secoli, prima in Inghilterra e poi in Francia. Nel 1689 il Parlamento britanicco approva Bill of Rights (Carta dei Diritti; n.d.a.), uno storico e molto importante documento. Un documento che sancisce, tra l’altro, la libertà di parola e di opinione durante le sessioni del Parlamento, nonché impedisce al re d’Inghilterra di abolire delle leggi e/o di imporre dei tributi senza il consenso del Parlamento. Il Bill of Rights impone anche lo svolgimento di libere elezioni.

    Il concetto dello Stato di diritto si definisce alla fine del Ancien Régime (Antico regime; n.d.a.), in seguito all’inizio della Rivoluzione francese, simbolicamente legata alla presa della Bastiglia il 14 luglio 1789. Una data questa proclamata ormai come la festa nazionale di Francia. Molti storici e studiosi attribuiscono a quel periodo storico anche il riconoscimento della libertà e dell’ugualianza dei cittadini davanti alla legge. Un riconoscimento che rappresenta la base della costituzione dello Stato di diritto. Si è trattato di un importante e significativo riconoscimento che, in seguito, il 26 agosto 1789, è stato finalmente sancito con l’approvazione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.

    Lo Stato di diritto è un concetto trattato anche dai Padri Fondatori dell’Europa unita. Un concetto che è stato adottato dai documenti base dell’Unione. L’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea (versione consolidata) sancisce che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

    In una società dove funziona lo Stato di diritto, tra l’altro, si garantisce a tutti i cittadini una pari protezione ai sensi della legge, con un processo legislativo trasparente, responsabile, democratico e pluralistico. Il funzionamento normale di uno Stato di diritto garantisce anche l’impedimento dell’uso arbitrario del potere da parte dei governi, la tutela e il rispetto dei diritti politici e civili, nonché delle libertà civili. Sono sei i principi base sui quali funziona lo Stato di diritto in un Paese democratico: la legalità, la certezza del diritto, il divieto di esercizio arbitrario del potere esecutivo, la tutela giurisdizionale effettiva, la separazione dei poteri e l’uguaglianza davanti alla legge. Si tratta di principi che devono essere sempre rispettati in qualsiasi Paese democratico.

    Sono molte e sparse in diversi Paesi del mondo le istituzioni e le organizzazioni che analizzano il funzionamento o meno dello Stato di diritto nei singoli Paesi. Una delle organizzazioni più note è il World Justice Project (Progetto della Giustizia nel Mondo; n.d.a.), fondata nel 2006 negli Stati Uniti d’America. La sua missione, ufficialmente dichiarata, è quella di “…lavorare per promuovere lo Stato di diritto in tutto il mondo”. E per raggiungere questo suo primario obiettivo elabora e pubblica, ogni anno, l’Indice sullo Stato di diritto (Rule of Law Index; n.d.a.). L’Indice rappresenta uno strumento di valutazione quantitativa che indica la misura in cui i Paesi sotto analisi aderiscono concretamente ai requisiti che deve adempiere e rispettare uno Stato di diritto.

    L’Indice sullo Stato di diritto elaborato dalla ormai ben nota organizzazione internazionale World Justice Project, elabora, analizza e rende pubblici annualmente i dati che si riferiscono al livello dell’attuazione dei requisiti per ciascuna delle otto predefinite dimensioni dello Stato di diritto in un determinato Paese. E cioè i poteri governativi limitati, l’assenza di corruzione, l’ordine e la sicurezza, i diritti fondamentali, il governo aperto, l’applicazione della regolamentazione, la giustizia civile e la giustizia penale. Si tratta di otto dimensioni, ossia fattori, che nell’ambito delle analisi e dell’elaborazione dei dati, vengono suddivisi in quarantaquattro definiti indicatori.

    Il 28 ottobre scorso sono stati pubblicati i dati, riferiti a 143 Paesi analizzati, dell’Indice sullo Stato di diritto del World Justice Project per il 2025. Nei primi posti, come Paesi che rispettano lo Stato di diritto, da anni ormai, ci sono i Paesi nordici. Quest’anno il miglior Paese è stato la Danimarca, seguita dalla Norvegia, dalla Finlandia e dalla Svezia. Il quinto Paese era la Nuova Zelanda. Mentre l’ultimo Paese per il raggiungimento ed il rispetto dei requisiti dello Stato di diritto, analizzati dal World Justice Project per il 2025, era il Venezuela. Altri quattro Paesi che lo precedevano, in ordine decrescente, erano l’Afghanistan, la Cambogia, Haiti e il Nicaragua.

    Sempre riferendosi ai dati del rapporto dell’Indice sullo Stato di diritto del World Justice Project per il 2025, pubblicati il 28 ottobre scorso, risulta che la recessione globale dello Stato di diritto è stata accelerata durante il 2025. Il 68% dei 143 Paesi analizzati hanno subito un peggioramento dello Stato di diritto durante quest’anno in confronto al 57% di un anno prima. “Il peggioramento continuo dello Stato di diritto era stato rallentato durante gli ultimi anni. Quest’anno però stiamo constatando una forte inversione di tendenza. Molti più Paesi stanno peggiorando, mentre [sempre] meno Paesi stanno migliorando”, ha dichiarato il direttore esecutivo del World Justice Project. I dati dell’Indice sullo Stato di diritto per il 2025 dimostrano che in varie parti del mondo “…i sistemi giudiziari stanno perdendo terreno di fronte agli interventi del potere esecutivo, con un aumento dell’influenza politica nei confronti dei sistemi giudiziari”. Tutto ciò quando i poteri base di uno Stato, il potere legislativo, quello esecutivo ed il potere giudiziario, secondo il noto principio della separazione dei poteri di Montesquieu, devono essere indipendenti l’uno dall’altro.

    La situazione dello Stato di diritto sta peggiorando in una maniera preoccupante anche in Albania. Dal rapporto per il 2025 del World Justice Project risulta che il Paese si trova nel 87o posto, tra i complessivi 143. Gli otto fattori sotto analisi dello Stato di diritto, secondo il rapporto dell’Indice sullo Stato di diritto, nel caso dell’Albania sono come segue: al 105o posto per i poteri governativi limitati e sempre al 105o posto per quanto riguarda l’assenza della corruzione. L’Albania è stata elencata 99a  riferendosi alla giustizia civile, 82a riferendosi alla giustizia penale, mentre 111a  riferendosi all’applicazione della regolamentazione. Invece si trova al 55o posto per quanto riguarda l’ordine e la sicurezza, al 68o posto per quanto riguarda i diritti fondamentali e al 78o posto per quanto riguarda il governo aperto.

    Bisogna sottolineare che l’Albania viene preceduta anche dal Vietnam comunista (al 83o posto) ed altri Paesi, dove i principi della democrazia vengono spesso calpestati. L’Albania, 87a, dove da alcuni anni si sta consolidando una nuova dittatura, si trova penultima nei Balcani occidentali, lasciando dietro solo la Serbia, elencata 96a, soprattutto perché durante quest’ultimo anno sono state tante e molto massicce le proteste contro il regime del presidente serbo. Mentre la precedono la Macedonia del Nord, 64a, il Kosovo, 59o ed il Montenegro, 55o.

    Chi scrive queste righe è convinto che in tutti i Paesi dittatoriali non si possono rispettare i principi dello Stato di diritto. La storia, quella saggia maestra, c’insegna che il regime e lo Stato di diritto stanno come il diavolo e l’acqua santa. Il noto poeta francese, Paul Valéry, c’insegna che l’abuso è il contrassegno del possesso e del potere. Le dittature in diverse parti del mondo, compresa quella che si sta consolidando ogni giorno che passa in Albania, ne sono una inconfutabile testimonianza.

  • Un ex eurodeputato inglese ammette di essersi venduto a Putin

    Nathan Gill, ex europarlamentare e capo del partito di destra populista Reform UK (il partito dell’euroscettico Nigel Farage) in Galles, ha ammesso di avere accettato tangenti durante il suo mandato da parlamentare europeo, tra il 2014 e il 2020, per fare alcune dichiarazioni filorusse. Lo ha fatto durante un processo a suo carico in corso a Londra, nel Regno Secondo quanto emerso in tribunale, Gill ha preso soldi da Oleg Voloshyn, ex parlamentare ucraino definito dagli Stati Uniti “pedina” dei servizi segreti russi, in cambio di interventi a Strasburgo, dichiarazioni televisive e l’organizzazione di eventi con politici filorussi. Le autorità britanniche hanno sequestrato messaggi WhatsApp che documentano la collaborazione tra i due, trovati sul telefono di Gill dopo il suo fermo all’aeroporto di Manchester il 13 settembre 2021 in base alle leggi antiterrorismo. Tra le attività contestate, Gill difese in Parlamento i canali televisivi ucraini 112 Ukraine e NewsOne, sostenendo che fossero trattati ingiustamente dallo Stato ucraino. I canali erano legati a Viktor Medvedchuk, politico filorusso con stretti legami con il presidente Vladimir Putin, arrestato all’inizio dell’invasione dell’Ucraina e successivamente scambiato con prigionieri russi. Gill apparve anche sui canali stessi per sostenere Medvedchuk e organizzò incontri tra eurodeputati e rappresentanti filorussi, tutto in cambio di compensi economici.

    L’accusa ha sottolineato come l’ex eurodeputato fosse incaricato di presentare interrogazioni, contattare funzionari della Commissione europea e tenere eventi in favore di interessi russi, come confermano i messaggi WhatsApp intercettati. Dominic Murphy, capo dell’unità antiterrorismo della Metropolitan Police, ha dichiarato che Gill riceveva pagamenti per diffondere narrazioni favorevoli a Mosca. Padre di cinque figli, Gill sarà giudicato a novembre. Il suo avvocato ha anticipato che la condanna comporterà molto probabilmente il carcere. Durante il processo, la giudice Cheema-Grubb ha confermato che Gill ha ammesso di aver presentato interrogazioni, rilasciato dichiarazioni e svolto altre attività in Parlamento a favore di partiti filorussi in Ucraina. Il Labour gallese ha reagito criticando la vicinanza passata di Gill a Farage, sottolineando il rischio che interessi russi venissero anteposti a quelli del Galles. “Pensavamo che Nigel Farage avrebbe anteposto i propri interessi a quelli del Galles, ma ora sembra che anteporrà anche gli interessi della Russia a quelli del Galles”, sono le dichiarazioni riportate dalla BBC. Reform UK ha respinto le accuse: “Un gesto meschino dettato dalla pura disperazione da parte del Partito Laburista gallese, che viene respinto dall’opinione pubblica e sta perdendo terreno nei sondaggi”. Ora Gill non è più membro di Reform UK, ma la sua carriera politica in Galles lo aveva visto protagonista come leader di UKIP tra il 2014 e il 2016 e successivamente di Reform UK nel 2021, guidando la campagna elettorale per il Senedd, il Parlamento gallese.

    La sentenza è prevista a novembre: l’avvocato di Gill, Peter Wright, ha detto che probabilmente Gill passerà almeno un periodo in carcere.

  • Rappresentanti diplomatici che violano la Convenzione di Vienna

    Esistono cinque categorie di bugie: la bugia semplice, le previsioni del tempo,

    la statistica, la bugia diplomatica e il comunicato ufficiale.

    George Bernard Shaw

    Durante la Conferenza delle Nazioni Unite del 18 aprile 1961, svoltasi a Vienna, i rappresentati dei Paesi membri hanno discusso su una bozza presentata dalla Commissione internazionale di giurisprudenza. Gli autori della bozza avevano concepito ed elaborato un materiale in cui venivano definite delle norme di diritto internazionale, con l’obiettivo di regolare e stabilire i rapporti tra gli Stati firmatari. Si trattava di un insieme di precetti che sancivano tutti gli obblighi ed i diritti dei rappresentanti diplomatici nello Stato accreditatario. Il 18 aprile 1961 il documento è stato adottato dai primi 60 Paesi firmatari. Da allora quel documento, composto da 53 articoli, è pubblicamente noto come la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. La Convenzione è entrata in vigore il 24 aprile 1964. Ormai hanno aderito 190 dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite.

    Il comma 1 dell’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche stabilisce ed obbliga che “Tutte le persone che godono di privilegi e immunità sono tenute, senza pregiudizio degli stessi, a rispettare le leggi e i regolamenti dello Stato accreditatario. Esse sono anche tenute a non immischiarsi negli affari interni di questo Stato”. Mentre il comma 2 dello stesso articolo 41 della Convenzione sancisce che “Tutti gli affari ufficiali con lo Stato accreditatario affidati dallo Stato accreditante, alle funzioni della missione, sono trattati con il Ministero degli Affari esteri dello Stato accreditatario o per il tramite di esso, oppure con un altro ministero convenuto”. Ragion per cui tutti i rappresentanti diplomatici, partendo dall’ambasciatore/capomissione e fino all’ultimo funzionario in ordine gerarchico, sono obbligati a rispettare anche quanto è sancito dall’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche.

    La storia però ci insegna che non tutti i rappresentanti diplomatici, partendo dai massimi livelli, hanno rispettato quanto prevede la Convenzione di Vienna. Anche la storia degli ultimi decenni. Quanto è accaduto in varie parti del mondo, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, lo dimostra e lo testimonia. Così come testimonia anche la rettitudine, l’onestà ed il rispetto della Convenzione di Vienna di molti altri rappresentanti diplomatici. Sono veramente tanti coloro che osservano e rispettano i propri obblighi istituzionali previsti, mentre affrontano con la dovuta responsabilità civile, morale ed istituzionale anche delle situazioni difficili.

    Ma purtroppo, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, alcuni rappresentati diplomatici dei grandi ed influenti Paesi, soprattutto quelli statunitensi, in alcuni Paesi si comportano come dei “governatori”. Ovviamente anche con il beneplacito di coloro che governano in quei Paesi, in cambio di reciproci e voluti supporti. Quanto da anni ormai sta accadendo in Albania rappresenta una testimonianza inconfutabile di una simile realtà. Sempre fatti accaduti e documentati alla mano risulterebbe che soprattutto durante quest’ultimo decennio, i massimi rappresentanti diplomatici statunitensi, hanno palesemente appoggiato l’operato dell’attuale primo ministro, che dal 2013 sta al potere. E lo hanno fatto, mentre tutti i rapporti ufficiali delle istituzioni governative, compreso anche quelli del Dipartimento di Stato, funzionari del quale sono gli ambasciatori statunitensi, da anni ormai considerano l’abuso del potere, la galoppante corruzione, la ben nota connivenza del potere politico con la criminalità organizzata in Albania come preoccupanti problematiche. Il che testimonia, altresì, che i massimi rappresentanti diplomatici statunitensi, violando palesemente la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, seguono e realizzano altri interessi. Compresi quelli personali. E purtroppo, simili atteggiamenti hanno avuto anche i massimi rappresentanti della Delegazione dell’Unione europea in Albania. Ma così facendo però, si intromettono nelle faccende che devono riguardare e devono essere risolte solo e soltanto dai fattori istituzionali, politici e sociali del Paese nel quale simili rappresentanti diplomatici sono stati accreditati.

    L’ultima ambasciatrice statunitense è stata ufficialmente accreditata in Albania nel gennaio 2020, per poi lasciare il suo incarico nel giugno 2023. Dopo di lei gli Stati Uniti d’America sono stati rappresentati da un incaricato d’affari, visto che le istituzioni competenti statunitensi non hanno ancora nominato un nuovo ambasciatore. Bisogna sottolineare che l’operato dell’ambasciatrice statunitense in Albania ne è un’inconfutabile testimonianza, sempre fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, di come si possa abusare dei diritti e di come si possano violare i doveri sanciti dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Lei verrà ricordata come una dichiarata sostenitrice dell’attuale primo ministro albanese, eseguendo le direttive mandate da diversi canali, ufficiali e non. Direttive concepite da un noto multimiliardario e speculatore di borsa statunitense, ben influente nel Dipartimento di Stato. E si sa pubblicamente che il primo ministro albanese è un suo prescelto, nonché un dichiarato “fratello” di suo figlio, il quale da qualche anno gestisce l’impero miliardario del padre. Il nostro lettore è stato spesso informato con la dovuta, necessaria e richiesta oggettività di tutto ciò (Ingerenze arroganti, pericolose, inaccettabili e condannabili, 27 settembre 2021; Consapevolmente dalla parte del male, appoggiando una dittatura, 6 dicembre 2021; Ricattabile ostaggio dei propri peccati; 14 febbraio 2022; Tempo di scelta tra la dittatura e la democrazia, 7 marzo 2022; Testimonianze di crudeltà, sofferenze ed inganni istituzionali, 2 maggio 2022; Messinscena ingannatrice con una conferenza anticorruzione; 20 giugno 2022; Gravose conseguenze di certe complicità internazionali, 31 ottobre 2022; La doppia faccia di certi rappresentanti internazionali, 17 aprile 2023; Continua ad ingannare per coprire una grave e scandalosa realtà, 31 luglio 2023 ecc…).

    In seguito alle riforme della nuova amministrazione statunitense per ristrutturare le istituzioni, che hanno coinvolto anche il Dipartimento di Stato, da credibili fonti mediatiche, ma non solo, si è saputo che l’ex ambasciatrice statunitense in Albania aveva patteggiato, accettando di allontanarsi dal servizio, purché non ci fosse svolta nessuna verifica sul suo operato diplomatico.

    Ma la scorsa settimana lei ha fatto sapere che aveva cominciato una nuova esperienza lavorativa come Senior director presso l’ExxonMobil, uno dei maggiori gruppi petroliferi mondiali. Lo stesso gruppo, però, che nel 2022, con l’intermediazione diretta dell’ambasciatrice statunitense in Albania, aveva vinto un appalto milionario. Secondo il contratto firmato con il governo albanese, il vincitore dell’appalto doveva portare nel porto di Valona, in Albania, due navi generatore, che usavano il petrolio per produrre energia elettrica. Bisogna sottolineare che le navi in quel periodo non erano neanche proprietà del gruppo, bensì di una compagnia del Bangladesh. Ebbene, quelle navi ancora oggi, attraccate al porto di Valona, non hanno generato neanche un solo kilowatt di energia. Ma nel frattempo i firmatari del contratto hanno intascato centinaia di milioni e continuano ad intascare altri. Ragion per cui assumere come Senior director l’ex ambasciatrice statunitense in Albania, in cambio degli introiti milionari, rappresenta un “dovuto riconoscimento” per lei.

    Chi scrive queste righe pensa che durante il suo operato in Albania, l’ambasciatrice statunitense, oltre a chiudere gli occhi e le orecchie di fronte ai continui e clamorosi scandali che coinvolgevano direttamente il primo ministro albanese, seguiva e realizzava anche i suoi interessi personali, violando così clamorosamente la Convenzione di Vienna, ma anche confermando che la bugia diplomatica è una delle cinque categorie delle bugie, come affermava George Bernard Shaw.

  • Narcostato attivo in Europa

    Come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia?

    Giovanni Falcone

    Il 23 settembre scorso la nota casa editrice Rizzoli ha pubblicato un libro intitolato “Invincibili”. L’autore, Nello Trocchia, un giornalista investigativo, dopo un lungo lavoro, basandosi su fatti accaduti, documentati e sulle sue dirette inchieste, racconta come la mafia albanese, ormai ben strutturata e organizzata, sta diventando sempre più potente a livello internazionale. Lui è convinto che “…la mafia albanese adesso rappresenta una potenza criminale in Europa che non ha niente da invidiare neanche alla ‘ndrangheta, che è la più grande e la più potente organizzazione mafiosa internazionale, soprattutto a livello europeo”.

    In seguito al suo impegnativo lavoro e alle sue inchieste, l’autore del libro afferma che la mafia albanese non ha una struttura organizzativa piramidale, come le altre organizzazioni malavitose, bensì una struttura cellulare, simile a quella delle famigerate Brigate Rosse italiane durante gli anni ’70 del secolo passato. Una simile organizzazione strutturale permette alla criminalità organizzata albanese di sfuggire alle forze dell’ordine, di espandersi sul territorio europeo, ma non solo, nonché di controllare, oltre ai porti albanesi, anche tutti i porti europei, dove passano ingenti quantità di sostanze stupefacenti, soprattutto di cocaina.

    L’autore del sopracitato libro fa riferimento a quello che ha appreso, oltre ai tanti documenti da lui letti, anche a molti contatti ed interviste riferiti sulla mafia albanese. Tra i tanti intervistati c’è stato anche Nicola Gratteri, noto magistrato nella lotta contro la ‘ndrangheta e ormai Procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli. Gratteri è convinto che la mafia albanese riesce a “collaborare alla pari con la ‘ndrangheta”. Lui, riferendosi alla sua lunga e personale esperienza professionale, ha sottolineato, durante l’intervista con l’autore del libro, che “Non è un’esagerazione definire l’Albania un narcostato, tutt’altro. L’Albania è diventata una sorta di Eldorado del cash flow (flusso di cassa; n.d.a.) e la mafia albanese una potenza economica e finanziaria”.

    Nelle pagine del libro “Invincibili”, l’autore riporta anche alcuni passaggi di un’altra intervista, quella con Francesco Mandoi, un procuratore antimafia italiano, ormai in pensione, ma un buon conoscitore della realtà albanese, essendo stato assunto alcuni anni fa come consigliere esterno dal governo albanese. Durante quell’intervista il magistrato aveva affermato le carenze del sistema “riformato” della giustizia e delle continue influenze dirette della politica su quel sistema. Lui ha sottolineato come preoccupante, tra l’altro, che “…il dirigente della polizia giudiziaria viene nominato in collaborazione con il governo”. Il che significa che l’autorità anticorruzione ha una sua influenza attiva nell’ambito dell’autonomia e dell’indipendenza del sistema.

    A proposito, il nostro lettore è stato informato nell’aprile scorso delle opinioni di questi due noti magistrati italiani sulla drammatica e pericolosa realtà albanese. Opinioni espresse durante il programma Report, trasmesso in prima serata da Rai 3. Per Nicola Gratteri “…La mafia albanese è forte, perché è attiva in uno Stato dova la corruzione e ampiamente diffusa”. Lui era convinto che “Le organizzazioni criminali che arrivano dall’Albania sono ricche, forti e potenti […]. Da alcuni anni la mafia albanese la troviamo anche in America latina. È in grado di portare, autonomamente, tonnellate di cocaina in Italia ed in Europa”.

    Durante lo stesso programma televisivo è stato trasmesso anche quanto ha dichiarato Francesco Mandoi, già procuratore nazionale antimafia, ormai in pensione, che è stato assunto e ha lavorato per quattro anni in Albania come consigliere speciale proprio dal primo ministro albanese. Ma, come ha affermato lui stesso al giornalista di Report, il primo ministro non gli ha mai chiesto un consiglio! “…Sono stato consigliere sulla carta, perché non ho mai dato un solo consiglio”, ha dichiarato Mandoi. Sottolineando che “…la mafia albanese ha i suoi rappresentanti nel governo ed orienta molte scelte dello stesso governo” (Clamorosi abusi rivelati da un programma televisivo investigativo; 23 aprile 2024).

    L’autore del libro “Invincibili” è convinto che “…L’obiettivo della mafia albanese, come di tutte le mafie, è quello di fare soldi. E per fare soldi ed avere una struttura mafiosa funzionale, bisogna avere il supporto della politica…”. Poi lui aggiunge che “…Quando hai molto denaro hai bisogno di rinvestirli. Quando bisogna rinvestirli hai bisogno di trattare con gli altri poteri che sono presenti sul territorio. E sul territorio quali siano i poteri? Sono i poteri statali. E tu parli con i poteri statali. Come parli? Con i soldi che hai. Ed i soldi sono lo strumento principale nei Paesi con un alto livello di corruzione, che permette ai poteri criminali, tramite le ‘imprese amichevoli’, di riciclare e di rinvestire, introducendo nell’economia legale milioni e milioni di euro”.

    Nelle pagine del suo libro “Invincibili”, l’autore si riferisce anche ad un incontro avvenuto nel 2019 nell’isola caraibica di Aruba. L’isola di Aruba ufficialmente è parte integrante del Regno dei Paesi Bassi. Si tratta di una piccola isola nel Mare caraibico, a nord del Venezuela. L’autore del libro “Invincibili” si riferisce ad un incontro tra i rappresentanti della mafia albanese ed alcuni stretti collaboratori del primo ministro albanese, a livello di ministri e di alti funzionari che hanno parlato e negoziato un progetto di riciclaggio del denaro sporco nel settore dell’edilizia. Un settore che per tutte le strutture specializzate internazionali ricicla miliardi in Albania. Si tratta di miliardi che provengono dalle attività criminali, dal traffico delle droghe e dalla corruzione.

    Riferendosi all’incontro sull’isola Aruba, l’autore del libro conferma che ci siano anche delle intercettazioni ambientali fatte durante quell’incontro. Un incontro di cui lui ha saputo, per la prima volta, consultando dei documenti della Direzione Investigativa Antimafia italiana. Ma c’erano anche delle strutture specializzate di altri Paesi europei che hanno trattato quell’incontro.

    Avendo avuto queste informazioni, l’autore del libro “Invincibili”, da giornalista investigativo qual è, doveva però chiedere delle informazioni anche a coloro che potessero essere stati direttamente o indirettamente coinvolti. Ragion per cui ha scritto, tramite WhatsApp e SMS al primo ministro albanese, nonché tramite l’indirizzo di posta elettronica ufficiale, al suo portavoce. Non ha però mai ricevuto una risposta, sia da parte del primo ministro albanese che dal suo portavoce. Sul caso ha indagato la Direzione Investigativa Antimafia della procura di Firenze. L’indagine, secondo l’autore del libro, è stata chiusa, ma non perché non c’erano elementi sufficienti, ma bensì perché erano scaduti i termini di tempo per continuare l’indagine. Ma nonostante ciò rimane sempre confermato il sopracitato incontro. Su quell’incontro ed altro hanno indagato anche delle strutture specializzate in alcuni altri Paesi europei. Lo stesso incontro è stato confermato oggi anche da un giornalista investigativo albanese che ha incontrato precedentemente due dei partecipanti.

    Chi scrive queste righe pensa che quanto scrive l’autore del libro “Invincibili” rispecchia proprio la vera, preoccupante e pericolosa realtà albanese. Una realtà della quale il nostro lettore da anni ormai è stato informato, sempre con la dovuta, richiesta e verificabile oggettività. Una realtà che testimonia l’esistenza di un narcostato attivo in Europa, quello in Albania. Una realtà che da anni testimonia l’attiva e funzionante connivenza della politica con la criminalità organizzata. Giovanni Falcone faceva una semplice, ma molto significativa domanda: come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia? E purtroppo, da anni ormai, quando si tratta seriamente la realtà in Albania, è impossibile non evidenziare inconfutabilmente la connivenza dello Stato con la mafia.

  • In attesa di Giustizia: salvate il soldato Davigo

    C’era una volta magistrato in servizio al Tribunale di Gela, Lirio Conti (ora all’ufficio Gip di Palermo, non per scelta come vedremo più avanti) che, mostrando una moderata attenzione alla dottrina green, viaggiava su una Porsche Cayenne graziosamente concessa in uso gratuito da tali Rocco e Salvatore Luca, due fratelli titolari di una concessionaria di auto di lusso proprio a Gela: non sarebbe granchè come notizia soprattutto se il Signor Giudice invece che fruirne gratis avesse rotto il salvadanaio per comperare quella Porsche o se i concessionari fossero stati suoi affezionati cugini (anche di terzo o quarto grado…): lo scenario, però, si intorbidisce annotando che il magistrato, proprio quando era al tribunale di Gela, giudicò e assolse Salvatore Luca dall’accusa di favoreggiamento alla latitanza di un killer del clan Emmanuello con una sentenza poi riformata in appello e condanna divenuta definitiva.

    Il Consiglio Superiore della Magistratura, bontà sua, in sede disciplinare ha definito quei rapporti quantomeno inopportuni a inflitto a Conti, che per i medesimi fatti nel 2019 era già stato trasferito in via provvisoria e cautelare al Tribunale di Palermo, la sanzione del blocco dello stipendio e della carriera per due anni…e adesso chi pagherà il pieno del Cayenne con quello che costa la benzina e tutto aumenta tranne il salario?

    Peraltro quello legato alla Porsche non sarebbe neppure un fatto episodico: tra il 2007 e il 2019 sono più di una le vicende giudiziarie di cui si è occupato che riguardavano i fratelli Luca con cui intratteneva rapporti economici pur essendo “parti offese o indagati in numerosi processi al Tribunale Gela, tra i quali alcuni a lui assegnati. Conti avrebbe ottenuto numerose agevolazioni economiche: auto a prezzi scontati; vendeva o permutava le proprie auto alle stesse concessionarie dei fratelli Luca a prezzi vantaggiosi; riceveva dalle stesse in comodato gratuito, anche per lunghi periodi, autovetture di grossa cilindrata; fruiva del pagamento della polizza assicurativa con riferimento alle vetture cedute in comodato gratuito”. Così scrive il C.S.M., complimenti vivissimi anche per i soli sei anni impiegati per arrivare ad una decisione, ma l’onore è almeno in parte salvo perché l’indagine per corruzione avviata a Catania a carico di Conti è stata archiviata su richiesta del P.M.

    “Da buon magistrato (ottimo, esemplare, diremmo noi…) – dice Conti al Giornale di Sicilia – non commento il merito del provvedimento. Si tratta di una decisione non condivisibile che non mi è stata ancora notificata. Attendo di conoscere le motivazioni. Impugneremo il provvedimento”.

    Non è chiaro se è da questa vicenda o da qualcun’altra analoga di cui Il Patto Sociale si è interessato che Piercamillo Davigo, prendendo la parola alla festa de Il Fatto Quotidiano, ha esposto una delirante teoria per contrastare la ormai imminente separazione delle carriere tra giudicanti e pubblici ministeri. Dice il noto pregiudicato: “Se si separano le carriere di fronte ad un giudice che in più occasione assolve gli imputati da lui accusati, il P.M. si sentirà finalmente libero di andare dal suo collega competente per esercitare l’azione penale e gli dirà che quel giudice o è un cretino o un corrotto, sollecitando una indagine patrimoniale” Aggiunge l’inconsapevole Davigo che “in quarant’anni di carriera ho ben potuto vedere quanto un giudice sia terrorizzato da una indagine patrimoniale”.

    A prescindere dalla circostanza che – se mai Davigo avesse ragione – non si comprende perché tutto questo non dovrebbe accadere già adesso, siamo al cospetto dei classici due piccioni presi con una fava essendo riuscito a gettare un’ombra inquietante sul tasso di corruttela della magistratura giudicante e sull’inerzia complice dei Pubblici Ministeri se non per miserabili interessi di bottega.

    Qualcuno lo dica a Davigo: così non ha reso per nulla un buon servizio alla causa dell’ANM, al prestigio dell’Ordine Giudiziario, alla futura campagna referendaria, nemmeno ai suoi compagni di merende della redazione de il Fatto Quotidiano, lacchè a tempo pieno delle Procure.

    Qualcuno salvi il soldato Davigo, gli si faccia notare che il suo pusher gli sta vendendo robaccia che fa male alla salute, compresa quella mentale: che lo cambi e forse avremo l’opportunità di ascoltare da lui un minor numero di idiozie.

  • Clamoroso scandalo internazionale che continua ad accusare

    Non seminare nei solchi dell’ingiustizia per non raccoglierne sette volte tanto

    Siracide, 7/3; Antico Testamento

    Il Libro del Siracide è stato scritto in ebraico all’incirca nell’anno 180 a.C. da Giosuè di Sira. Il Libro del Siracide, essendo parte dell’Antico Testamento, è stato inserito sia nella Bibbia cattolica che in quella ortodossa. Non è riconosciuto dalla religione ebraica e da quella protestante, perché è stato considerato come testo apocrifo. Bisogna sottolineare però che si tratta dell’unico testo dell’Antico Testamento il cui autore è riconosciuto con certezza.

    Il Libro del Siracide è stato concepito e scritto come un insieme di precetti e consigli utili per tutti e basati sulla sapienza umana di quel periodo, nonché su canoni della religione tradizionale ebraica.

    Nel settimo capitolo del Libro si avverte: “Non ti impigliare due volte nel peccato, perché neppure di uno resterai impunito” (7/8). Un’altro valido consiglio per tutti gli esseri umani avverte: “Non unirti alla moltitudine dei peccatori, ricordati che la collera divina non tarderà” (7/16). Questi sono soltanto due tra i tantissimi utili consigli e precetti del Libro del Siracide.

    Purtroppo i peccatori sono stati e sono sempre presenti in ogni parte del mondo. Lo testimonia con spiccata maestria Dante Alighieri nella prima parte, l’Inferno, della sua stupenda opera allegorica “La Divina Commedia”. Lo testimonia in modo inconfutabile e convincente anche la storia, quella preziosa ed instancabile maestra. Lo testimonia chiaramente quanto sta accadendo attualmente in varie parti del nostro pianeta. Sono tanti i peccatori colpevoli di aver causato conflitti e guerre, che stanno mietendo migliaia di vittime innocenti. Dante li avrebbe inseriti in diverse parti dei nove cerchi dell’Inferno. Ma sono tanti, tantissimi i peccatori che abusano ed approfittano del potere conferito e/o usurpato, a vari livelli istituzionali. Anche per loro valgono gli avvertimenti del Libro del Siracide. Ma i peccatori, quelli consapevoli dei loro atti malvagi ed abusi, credendo di essere intoccabili, se ne infischiano di quei consigli ed avvertimenti.

    E tra quei peccatori c’è anche il primo ministro albanese. Colui che ha soltanto mentito, ingannato e ha abusato del suo potere, conferito all’inizio e poi anche usurpato. Compresi anche poteri che non gli competono. Ragion per cui adesso si sente onnipotente, come tutti i dittatori, nonostante cerchi di apparire “progressista”, soprattutto fuori dal suo “regno albanese”. Colui che, da anni ormai, ha fatto della corruzione una sua arma vincente. Sia come approfittatore e sia come corruttore di altri per ottenete e raggiungere determinati obiettivi. Lo testimoniano innumerevoli fatti accaduti e noti pubblicamente. Lo testimonia anche un clamoroso scandalo internazionale che, dal gennaio 2023, continua ad accusarlo direttamente. Ma controllando personalmente tutto il sistema “riformato” della giustizia, si sente impunibile e continua indisturbato a godere del suo vasto potere.

    L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di uno scandalo che coinvolgeva direttamente un alto funzionario dell’Ufficio Federale di Investigazione degli Stati Uniti d’America (Federal Bureau of Investigation – FBI; n.d.a.), alcuni oligarchi ed agenti dei servizi segreti russi, nonché il primo ministro albanese, un suo “consigliere esterno” ed altri. Uno scandalo reso pubblico, il 23 gennaio 2023 negli Stati Uniti prima e poi anche nel resto del mondo, (Collaborazioni occulte, accuse pesanti e attese conseguenze, 30 gennaio 2023; Un regime corrotto e che corrompe, 13 febbraio 2023; Angosce di un autocrate corrotto e che corrompe, 20 febbraio 2023; Un autocrate corrotto e che corrompe, ormai in preda al panico, 27 febbraio 2023; ecc…).

    Il nostro lettore veniva informato, tra l’altro, che “Il 21 gennaio scorso, all’aeroporto internazionale John Fitzgerald Kennedy di New York, veniva arrestato un uomo di 54 anni, un importante ex funzionario dell’Ufficio Federale di Investigazione degli Stati Uniti d’America […] con ventidue anni di carriera presso quell’Ufficio Federale […]. Si tratta di colui che è stato a capo dei servizi di controspionaggio dell’FBI nella capitale statunitense fino al 2016, per poi dirigere, dall’inizio d’ottobre 2016 fino al 2018, quando è andato in pensione, la più importante divisione del servizio di controspionaggio con sede a New York” (Collaborazioni occulte, accuse pesanti e attese conseguenze; 30 gennaio 2023). Il nostro lettore è stato informato che sul caso stavano indagando due procure, quella di Washington D.C. e quella di New York. Hanno indagato sul caso anche due commissioni parlamentari, una del Congresso e l’altra del Senato.

    Le accuse erano diverse e si riferivano ai rapporti abusivi dell’ex alto funzionario del FBI con un oligarca russo, molto vicino al presidente russo, inserito nell’elenco delle persone soggette a severe sanzioni poste, dal 2018, dalle autorità statunitensi. Un’altra accusa si riferiva ai rapporti con un ex agente dei servizi segreti albanesi, dal quale aveva ricevuto 225.000 dollari, non dichiarati, nonché dei rapporti occulti con un “consigliere esterno” del primo ministro albanese, il quale collaborava sia con i russi che con una grande compagnia cinese. La stessa compagnia che aveva finanziato anche il figlio dell’ex presidente statunitense Joe Biden. Negli atti giudiziari che riguardavano le attività abusive ed illecite dell’ex alto funzionario del FBI, il nome del primo ministro albanese si citava per ben 14 volte! Alla fine del processo giudiziario durato molti mesi, l’accusato ha ammesso la sua colpevolezza ed è stato condannato solo con 50 mesi di prigione.

    Giovedì scorso, 4 settembre, è stato reso noto un rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti d’America. Un dettagliato rapporto di 23 pagine che evidenziava altri fatti legati allo scandalo in cui sono stati coinvolti l’ex alto funzionario del FBI, i russi, i cinesi ed altri. Uno scandalo in cui era direttamente coinvolto anche il primo ministro albanese. In questo rapporto, tra l’altro, sono stati evidenziati diversi incontri dell’ex alto funzionario del FBI con il primo ministro albanese, tra cui due a Tirana (settembre e novembre 2017, cene private incluse) ed uno a New York. Dal sopracitato rapporto, reso pubblico il 4 settembre scorso, risulta, tra l’altro, che il 9 settembre 2017 l’ex alto funzionario del FBI aveva mandato ad un suo amico una foto con il primo ministro albanese. Mentre ad un altro amico aveva scritto delle opportunità che si potevano generare in Albania. Lui, l’ex alto funzionario del FBI, non aveva mai però dichiarato tutti questi incontri, nonché diversi viaggi in Albania pagati da altri, come obbligato dalla legge.

    Il rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti d’America, reso pubblico giovedì scorso, 4 settembre, evidenziava anche il ruolo del “consigliere esterno” del primo ministro albanese in diverse “trattative” abusive sia con l’ex alto funzionario del FBI e sia con i proprietari e i dirigenti di una potente compagnia energetica cinese, molto attiva in diverse parti del mondo. La stessa compagnia che nel 2015 aveva sponsorizzato una mostra personale del primo ministro albanese ad Hong Kong. La stessa compagnia che si stava interessando anche delle risorse naturali in Albania, soprattutto del petrolio. E che con molte probabilità poteva anche riuscirci, se non fosse scoppiato lo scandalo. Ma nel rapporto, reso pubblico il 4 settembre scorso, sono stati presentati dettagliatamente, tra l’altro, anche diversi fatti documentati che coinvolgono direttamente sia il “consigliere esterno” del primo ministro che lui stesso.

    Chi scrive queste righe pensa che si tratta di un clamoroso scandalo internazionale che continuerà ad accusare diversi legami occulti e corruttivi, nonché le persone coinvolte. Compreso il primo ministro albanese. Per tutti i peccatori però rimane sempre valido l’avvertimento 7/3 del Libro del Siracide: “Non seminare nei solchi dell’ingiustizia per non raccoglierne sette volte tanto”. Chissà come si sente adesso il primo ministro albanese, il quale, da giorni, non dice niente sul caso?!

  • Hundreds of women with brooms join protests as Indonesia leader flies to China

    Hundreds of women wearing pink and wielding broomsticks marched to parliament in Indonesia’s capital on Wednesday to protest against police abuses and wasteful government spending.

    Protests in Jakarta and other key cities have stretched into their second week, fuelled by anger over cost of living issues and lavish perks for MPs.

    They turned violent after young motorcycle taxi driver Affan Kurniawan was killed when he was run over by a police vehicle.

    As protests intensified, President Prabowo Subianto said he would cancel a trip to Beijing to attend China’s massive military parade, but he was seen posing for a group photo on Wednesday, alongside Xi Jinping and Russian President Vladimir Putin.

    Before his China trip, Prabowo said over the weekend that he would roll back perks for lawmakers – one of the core complaints of the protesters.

    During Wednesday’s rally, pink-clad female protesters from the Indonesian Women’s Alliance (IWA) said the broomsticks symbolised their desire to “sweep away the dirt of the state, militarism and police repression”.

    The protesters also waved signs with the words “reform the police”.

    “Protests are not crimes, but rather democratic rights inherent in every citizen,” one of the protesters, Mutiara Ika, told BBC Indonesia.

    The IWA is a political group comprised of 90 women’s organisations and movements, as well as various civil society groups including labor unions, human rights organisations and indigenous communities.

    The women’s movement has a history of standing up to regimes in Indonesia, playing a crucial role in past waves of protest. Similar to the current demonstrations, women took a stand against Suharto’s authoritarian rule leading up to the 1998 reform movement.

    The IWA says their choice of the colour pink symbolises bravery.

    Other protesters have opted for green – the colour of Affan’s rideshare company uniform – in a display of solidarity.

    Online, people are calling the colours “hero green” and “brave pink”, and many are customising their social media profile pictures with filters in those shades.

    The United Nations’ human rights office has called for “prompt, thorough, and transparent investigations” on allegations of human rights violations in Jakarta’s handling of the protests.

    “The state must immediately meet all the demands of the people during the demonstrations before further casualties occur,” said Amnesty International Indonesia Executive Director Usman Hamid.

    At least 10 people died during the wave of demonstrations at the end of August – some allegedly due to police violence – while at least 1,042 people were rushed to hospitals across the archipelago, data from the Indonesian Legal Aid Foundation says.

    The Chairperson of the National Human Rights Commission, Anis Hidayah, said the current situation was worrying, especially due to the violence perpetrated by the authorities that continued throughout the demonstrations.

    “These actions are the result of a very limited space for dialogue. When people want to express their problems and difficulties, the space seems to be available but not easily accessible,” he said at a press conference in Jakarta on Tuesday.

    In an attempt to quell the nationwide protests, President Prabowo announced on Sunday that several state-funded perks given to politicians would be reined in, including the size of some allowances.

    But while the move was welcomed by protesters, some suggest it doesn’t go far enough.

    “It is not only about one issue, but about long-standing concerns with inequality, governance and accountability,” Herianto, a former central co-ordinator for the All-Indonesian Students’ Union, told the BBC.

    “Symbolic changes are important, but people expect deeper reforms, particularly in areas that affect ordinary citizens such as agricultural policy, education and fair economic opportunities,” he added.

    “The ultimate goal is to push for a more accountable, transparent, and people-centred governance.”

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