Corruzione

  • Bugie e inganni per annientare un porto strategico millenario

    Ogni mattina si apre e si espone la propria merce per ingannare la gente;

    e a sera si chiude, dopo aver ingannato per tutto il giorno.

    Jean de La Bruyère

    Gianni Rodari è uno scrittore di favole e filastrocche, molto noto non solo in Italia ma anche nel mondo. I suoi libri sono stati e rimangono tuttora tra i più letti e non solo dai bambini. Da quelle favole e filastrocche possono e devono imparare tutti, piccoli ed adulti. Il suo valoroso lavoro, la sua fantasia, la sua immaginazione e bravura per la scelta dei personaggi delle favole e delle filastrocche, la sua intelligenza, sono state premiate nel 1970 con il prestigioso premio Hans Christian Andersen. Una delle sue filastrocche che punzecchia la bugia ed i bugiardi è la ben nota Il Paese dei bugiardi (da Filastrocche in Cielo e in Terra; 1972; n.d.a.). Gianni Rodari descriveva un paese dove gli abitanti erano tutti bugiardi, frutto della sua immaginazione. Era veramente uno strano paese. Si, molto strano, come lo descrive maestosamente l’autore. “C’era una volta, là/dalle parti di Chissà,/il paese dei bugiardi./ In quel paese nessuno/diceva la verità,/non chiamavano col suo nome/nemmeno la cicoria:/la bugia era obbligatoria”. Così viene presentato quel paese, dove “la bugia era obbligatoria”. Sì perché nel Paese dei bugiardi anche “Quando spuntava il sole/c’era subito una pronto/a dire: ‘Che bel tramonto!’”. E quando “Di sera, se la luna/ faceva più chiaro/di un faro/si lagnava la gente:/ Ohibò, che notte bruna/non ci si vede niente’”. Era un paese dove “Se ridevi ti compativano:/“Poveraccio, peccato/che gli sarà mai capitato/di male?”. E dove se piangevi dicevano: “Che tipo originale/sempre allegro, sempre in festa./Deve avere i milioni nella testa”. Era uno strano paese quello dei bugiardi dove “Chiamavano acqua il vino,/seggiola il tavolino/e tutte le parole/le rovesciavano per benino”. Ed in quel paese “Fare diverso non era permesso/ma c’erano tanto abituati/che si capivano lo stesso”.

    Ma poi, per fortuna, come ci racconta Gianni Rodari, “Un giorno in quel paese/capitò un povero ometto/che il codice dei bugiardi/non l’aveva mai letto,/e senza tanti riguardi/se ne andava intorno/chiamando giorno il giorno/e pera la pera,/e non diceva una parola/che non fosse vera”. Ma come si potrebbe permettere un ometto simile dire certe cose nel paese dei bugiardi?! Non dovrebbe essere stato sano di mente. Ragion per cui gli abitanti di quel paese “Dall’oggi al domani/lo fecero pigliare/dall’acchiappacani/e chiudere al manicomio”. Perché “È matto da legare: dice sempre la verità”. E non a caso l’autore aveva scelto l’acchiappacani a fermare l’ometto. Proprio quella persona che nel paese era incaricata a catturare i cani randagi. Quel povero ometto, chiuso in manicomio diventò subito oggetto di studio, un caso interessante, per i medici. Rodari ci racconta: “…verranno da distante/cinquecento e un professore/per studiargli il cervello”. Ma il caso dell’ometto suscitò la curiosità popolare nel paese dei bugiardi. Tant’è vero che “l’Uomo-che-diceva-la-verità” fu messo in esposizione a pagamento nel “giardino zoo-illogico”. Anche in questo caso la fantasia di Rodari ha evidenziato che l’ometto non era neanche un animale da essere chiuso ed esposto in un “giardino zoologico”. No, lui, caso strano e curioso era stato messo “in una una gabbia di cemento armato” dentro ad un “giardino zoo-illogico”. Cioè in un posto dove chiudono non gli animali, ma, peggio ancora, le persone illogiche! Guarda caso però, “…una cosa più sbalorditiva, la malattia si rivelò infettiva”. Ebbene in seguito nel paese dei bugiardi cominciò a diffondersi “il bacillo della verità”. Risultò perciò invano ogni tentativo dei “Dottori, poliziotti, autorità” che “tentarono il possible per frenare l’epidemia”. Macché! In più l’autore ci garantisce che “Dal più vecchio al più piccolino la gente ormai diceva pane al pane, vino al vino, bianco al bianco, nero al nero”. Non solo, ma loro finalmente liberarono l’ometto e lo elessero presidente. E, alla fine, Gianni Rodari ribadisce convinto che “…chi non mi crede non ha capito niente”.

    Ovviamente il Paese dei bugiardi era semplicemente un’invenzione creativa, una scelta originale di Gianni Rodari per meglio stigmatizzare le bugie ed i bugiardi. Ma da quella filastrocca ci si impara tanto. Ovviamente nella vita reale non ci sono Paesi dei bugiardi, bensì bugiardi che cercano ed, alcune volte, anche ci riescono a mentire ed ingannare gli altri, approfittando per se stessi. E se quei bugiardi ed ingannatori abbiano poi anche dei poteri istituzionali e se capitasse che loro siano anche delle persone irresponsabili, allora le conseguenze potrebbero essere veramente gravi. Sì perché, come la storia, anche quella di questi ultimi decenni ci insegna, le bugie diffuse con “maestria” riescono a convincere ed ingannare, soprattutto quelli che non giudicano e pensano con il proprio cervello. E soprattutto attualmente, quando l’opinione individuale, ma anche quella collettiva, si condiziona, si crea e si propaga tramite i media e la rete. Chissà cosa avrebbe scritto Gianni Rodari su questa realtà, ancora non conosciuta allora da lui. Ma di certo ne avrebbe scritto e ci avrebbe avvertito, a suo modo intelligente, di fare molta attenzione.

    Fatti accaduti, documentati, testimoniati ed ufficialmente denunciati alla mano, una delle persone che ha, esercita e purtroppo abusa di un sempre più pericolosamente ampio potere istituzionale è anche il primo ministro albanese. Sono tantissimi i fatti realmente accaduti che lo confermerebbero. Sono tanti gli scandali che lo vedrebbero coinvolto direttamente e/o tramite chi per lui. Anche quelli delle ultime settimane. Il nostro lettore è stato informato durante questi ultimi anni, con la dovuta, necessaria ed obbligatoria responsabilità e oggettività su non pochi scandali ed abusi di potere da parte del primo ministro albanese e dei suoi più stretti collaboratori. Soltanto durante queste ultime settimane molti altri sconvolgenti fatti sono stati resi pubblicamente noti in Albania. Dati e fatti documentati che coinvolgerebbero, sia istituzionalmente, sia personalmente il primo ministro. Soltanto durante queste ultimissime settimane il nostro lettore è stato informato di alcuni simili e clamorosi scandali (Un imbroglione che confessa, poi nega ed in seguito elogia altri, 17 ottobre 2022; Si sa di chi è la colpa, 7 novembre 2022; Scontri diplomatici e governativi sui migranti, 14 novembre 2022; Irresponsabile abuso di potere e scandali molto altolocati, 21 novembre 2022). La scorsa settimana l’autore di queste righe informava il nostro lettore, fatti alla mano, che anche lo scontro diplomatico e governativo tra l’Albania ed il Regno Unito sugli allarmanti flussi migratori arrivati in Inghilterra, era semplicemente un misero diversivo per spostare l’attenzione pubblica da due scandali, tuttora in corso: quello degli inceneritori e del porto di Durazzo. Chi scrive queste righe, su quest’ultimo, affermava che “…lo scandalo del porto di Durazzo, oltre ad essere un clamoroso ed irresponsabile abuso di potere, oltre ad essere anche uno spaventoso e preoccupante affare corruttivo miliardario, rappresenta soprattutto un atto di alto tradimento degli interessi nazionali”. Per giovedì scorso, 24 novembre, era previsto che il primo ministro riferisse in Parlamento sullo scandalo del porto di Durazzo. E così è stato. L’autore di queste righe però avvertiva che il primo ministro in Parlamento di certo cercherà “…come suo solito, di scaricare su chiunque altro le sue colpe, i suoi irresponsabili e clamorosi abusi di potere, la responsabilità per la diffusa corruzione e per le preoccupanti conseguenze e ripercussioni della connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e con certi raggruppamenti occulti.” (Irresponsabile abuso di potere e scandali molto altolocati, 21 novembre 2022). E proprio questo è stato verificato giovedì scorso, durante un lungo intervento del primo ministro. Ha cercato di incolpare gli attuali dirigenti dell’opposizione ed alcuni media e giornalisti non controllati da lui, usando un banalissimo linguaggio da coatto, come fa sempre quando si trova in difficoltà. Il primo ministro ha ingiuriato ed etichettato loro come “senza patria e né religione”, come “sfacciati” ecc.. Ma invece, dati e fatti accaduti ormai da alcuni anni alla mano, il vero “sfacciato senza patria e né religione” è proprio lui. Il vero, consapevole e diretto responsabile dello scandalo miliardario del porto di Durazzo, con ogni probabilità e non solo istituzionalmente, è proprio il primo ministro albanese. Ed il tempo, un vero galantuomo, come sempre lo testimonierà.

    Ma cos’è lo scandalo miliardario del porto di Durazzo? Da molti dati e fatti accaduti, documentati e ormai denunciati alla mano, risulta essere un diabolico, ben ideato e tuttora in attuazione progetto che ha come obiettivo finale la trasformazione di un vasto spazio, dove attualmente si trova il porto, in un’area dove si costruiranno edifici multipiani, alberghi di lusso con dentro anche dei casinò. Dai pochissimi documenti ufficiali resi ad ora pubblici, risulterebbe che si tratta di un’area di 812600 m2. Il “Progetto”, che prevede anche la costruzione, nell’area dove attualmente si trova il porto, di una marina per yacht ed altre imbarcazioni turistiche di lusso, è diviso in due fasi. Prima la demolizione dell’attuale porto, con tutte le sue gravissime conseguenze economiche, commerciali e non solo e la costruzione, al suo posto, degli appartamenti, alberghi di lusso e della marina. Poi, in seguito, la costruzione del porto commerciale in un’altra area, nel nord di Durazzo. Dai dati resi pubblici, ma che cambiano di volta in volta e a seconda delle difficoltà in cui si trovano il primo ministro e i suoi più stretti collaboratori e consiglieri, di madre lingua albanese e di altre, si tratterebbe di un progetto di oltre 2 miliardi di euro. Si tratta però e purtroppo di un progetto del tutto non trasparente e che cambia, almeno come risulta da quelle pochissime informazioni ufficiali che, ad oggi, sono state rese pubbliche. Come le cangianti dichiarazioni del primo ministro, le relazioni ed altri documenti del ministero delle Infrastrutture e dell’Energia, direttamente coinvolto nel “Progetto” del porto di Durazzo, nonché del ministero delle Finanze e di altre istituzioni governative. Si tratta di un progetto che ha come un “illustre investitore”, secondo il primo ministro albanese, un miliardario dagli Emirati Arabi Uniti. Ma. guarda caso, da poco meno di due anni, da quando il “Progetto” è stato reso noto, con un tono trionfante, personalmente dal primo ministro albanese, gli “investitori” non sono più gli stessi. Perché sono state cambiate le società che dovrebbero attuare il “Progetto”. Ma, cosa ancora più grave, anzi molto grave, è che tutte quelle società, che sono come le matrioske russe, sono tutte registrate nei paradisi fiscali. E non a caso sono state fatte simili e continue “acrobazie”. Non si sa niente sia delle capacità finanziarie, sia degli azionisti di quelle “società fantasma’. Solo questo eclatante fatto sarebbe bastato per capire di che genere di “Progetto” si tratta. E basterebbe anche per capire in quale scandalo è stato direttamente, istituzionalmente, ma anche personalmente, coinvolto il primo ministro albanese.

    Il nostro lettore è stato anche precedentemente informato di questo scandalo (Peccati madornali e abusi peccaminosi, 25 gennaio 2021; Clamoroso abuso miliardario in corso, 21 febbraio 2022; Volgari arroganze verbali balcaniche e verità che accusano, 28 giugno 2022 ecc..). Ma siccome sono tanti i dati ed i fatti che testimoniano la gravosità dello scandalo del porto di Durazzo, l’autore di queste righe continuerà, anche nelle prossime settimane, a trattare ed informare il nostro lettore, sempre con la dovuta, necessaria ed obbligatoria responsabilità e oggettività.

    Chi scrive queste righe, riferendosi al detto latino fallacia alia aliam trudit – un inganno tira l’altro, è convinto di tutte le bugie e gli inganni del primo ministro albanese per riuscire ad annientare un luogo strategico e millenario, qual è il porto di Durazzo, per poi approfittare di ingenti somme lui, altri suoi famigliari e alcuni suoi stretti collaboratori. Sono i fatti accaduti che lo testimoniano.

    A chi scrive queste righe il primo ministro albanese sembra quell’imbroglione che, come scriveva Jean de La Bruyère, ogni mattina apre ed espone la propria merce per ingannare la gente e a sera chiude, dopo aver ingannato per tutto il giorno. Chissà cosa avrebbe scritto Gianni Rodari di un bugiardo ed ingannatore innato come il primo ministro albanese?!

  • Si sa di chi è la colpa

    Colui che sorride quando le cose vanno male ha pensato a qualcuno cui dare la colpa.

    Arthur Bloch, da “La legge di Murphy”

    Era il 1935. In Francia una canzone ha avuto subito un grande successo. Il titolo della canzone era Tout va très bien, madame la marquise (Tutto va molto bene signora marchesa, n.d.a.). Il testo era concepito come un dialogo telefonico tra una marchesa ed il suo maggiordomo. La marchesa, assente da due settimana, chiedeva quali fossero le novità. L’astuto maggiordomo l’assicurava che tutto andava bene. Ma era accaduta anche una disgrazia. E le disgrazie accadute erano più di una. Dopo la prima domanda della marchesa il suo maggiordomo rispose, assicurandola prima che “tutto va molto bene signora marchesa”. Aggiungendo però che c’era una piccola cosa da deplorare: in un incidente “è morta la sua giumenta grigia”. Ma “…a parte ciò, signora la marchesa, tutto va molto bene, tutto va molto bene”. Preoccupata, la marchesa chiedeva come era morta la sua cara giumenta. Il maggiordomo, rassicurandola che tutto andava bene, la informava che la perdita avvenne dopo che la scuderia era andata in fiamme. E poi, in seguito alle sue domande, la marchesa apprendeva un’altra notizia, sempre più grave della precedente. Così la marchesa apprese dell’incendio del suo castello e, alla fine, la morte per suicidio del suo caro marito. Ma sempre e comunque, l’astuto maggiordomo finiva la sua informazione con la solita frase. E cioè che “Tutto va molto bene, tutto va molto bene”. Questa canzone, resa subito popolare nel 1935 in Francia ed altrove, simboleggia perciò uno sdolcinato, maldestro e misero comportamento per nascondere la realtà. La cruda e gravosa realtà.

    Ogni volta che viene colpevolizzato e si trova in difficoltà, non assume mai le sue responsabilità. Cerca sempre di incolpare gli altri. E da alcuni anni ormai, lui si trova sempre più spesso in difficoltà. Difficoltà generate dall’abuso del potere e dagli innumerevoli scandali di ogni genere. Scandali che si susseguono e che, non di rado, non lasciano neanche il tempo di prestare la dovuta e necessaria attenzione. Ma ci sono anche altri scandali che si generano e/o si rendono pubblici semplicemente per spostare l’attenzione da un altro, scottante e che coinvolge direttamente e/o indirettamente lui. Lui, il primo ministro albanese, che da più di nove anni abusa clamorosamente della cosa pubblica. In questi ultimi giorni sta suscitando molto scalpore la pubblicazione di quello che viene ormai denominato come lo scandalo dei “voli charter”. Uno scandalo reso noto dopo la pubblicazione, dagli hacker iraniani, di dati riguardanti proprio gli spostamenti del primo ministro albanese all’estero con un “aereo personalizzato” secondo i suoi gusti e bisogni.

    Il nostro lettore è stato informato alcune settimane fa di un vasto attacco informatico attuato da parte degli hackers iraniani appartenenti all’organizzazione Homeland Justice (Giustizia per la Patria; n.d.a.). Attacchi avviati, almeno secondo i dati ufficiali, dal luglio scorso. Gli hackers si sono impossessati di moltissimi dati. Si tratta di dati ufficiali, riservati e sensibili in possesso di molte istituzioni governative e statali, compresi anche i servizi segreti e la polizia di Stato. Dati che, per legge, dovevano essere custoditi con la massima garanzia e sicurezza. Ma purtroppo, fatti alla mano, così non è accaduto. Il nostro lettore è stato informato alcune settimane fa che uno degli obiettivi degli hacker iraniani era il tanto sbandierato sistema “e–Albania”, vanto propagandistico del primo ministro. Un servizio on line che usava ed accumulava innumerevoli dati. Un sistema costato diversi milioni, che però non si sa come siano stati spesi e dove siano finiti realmente. Una cosa si sa però: che gli appalti sono stati sempre “vinti” dai soliti “clienti governativi”. L’autore di queste righe informava il nostro lettore che “Si tratta anche di dati molto sensibili e che potrebbero mettere in pericolo anche la sicurezza nazionale. Ma essendo l’Albania uno Stato membro della NATO, la gravità aumenta e si propaga”. Aggiungendo però che, a scandalo accaduto e reso pubblico dagli stessi hacker iraniani, “…il primo ministro, con la solita ed innata sfacciataggine cerca di mentire. A danni fatti, il primo ministro e i suoi, come sempre, hanno cercato di minimizzare tutto e di garantire che niente di serio era successo, che tutti i dati sensibili erano protetti e sicuri”. Il primo ministro dichiarava che “…L’aggressione non ha per niente raggiunto il suo obiettivo, nessuna seria fuga oppure cancellazione di dati” (Sic!). Dichiarazione smentita nell’arco di pochi giorni da lui stesso, con altre dichiarazioni. L’autore di queste righe sottolineava che “…Nel frattempo a niente sono servite le misere dichiarazioni del primo ministro. Anzi, sono state tutte delle dichiarazioni subito smentite dalla rapida e spesso incontrollata fuga delle informazioni, basate soprattutto sui rapporti delle istituzioni specializzate internazionali. Compreso anche l’ultimo del FBI (Federal Bureau of Investigation; n.d.a.) e della CISA (The Cybersecurity and Infrastructure Security Agency; n.d.a.) pubblicato il 22 settembre scorso e dedicato interamente ai sopracitati attacchi degli iraniani”. Ma, allo stesso tempo però “…la procura di Tirana ha ordinato a tutti i media e ai giornalisti di non pubblicare nessuna notizia che riguardasse i dati sensibili ormai resi pubblici in rete. Violando così uno dei diritti e dei doveri fondamentali dei media e dei giornalisti: quello di informare il pubblico, rispettando sempre e comunque tutte le regole internazionalmente stabilite dalle convenzioni e dalle decisioni prese della Corte europea per i diritti dell’uomo”. (Preoccupanti attacchi informatici e ingerenze abusive; 26 settembre 2022).

    E non poteva essere altrimenti. Si, perché tutte le istituzioni dei sistema “riformato” della giustizia in Albania, fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, prendono ordini direttamente dal primo ministro e/o da chi per lui. Invece di indagare sugli abusi milionari con il sistema dei servizi on line e–Albania, di indagare sul modo con il quale sono stati effettuati gli appalti e sui “vincitori” degli stessi appalti, la procura ha cercato di spostare la colpa e di intimidire i giornalisti e i media non controllati dal primo ministro. Si sa però di chi è la colpa e da chi partono gli ordini anche in questo caso. Perché si tratta di un déjà vu. Il nostro lettore è stato precedentemente informato di un caso simile. Era l’aprile del 2021. Due settimane prima delle elezioni politiche in Albania. L’11 aprile 2021 un media non controllato pubblicò una notizia che ha attirato subito tutta l’attenzione pubblica. Uno scandalo ormai noto come “lo scandalo dei patrocinatori”. L’autore di queste righe informava allora il nostro lettore che i “patrocinatori” erano “…delle persone che dovevano ‘stare vicino’ ad altre persone, molte più persone, non tanto per proteggerle, quanto per sapere tutto di loro, promettendo ‘vantaggi’ se avessero votato per il primo ministro, oppure minacciando loro se il voto a favore non fosse stato dimostrato e verificato”. Ed i “patrocinatori” erano non pochi, bensì 9027. Dai dati pubblicati quell’11 aprile 2021, tenendo presente che l’intera popolazione attualmente residente in Albania non supera 2.800.000 persone, risultava che erano non poco ma “…910.061 le persone ad essere contattate e/o sulle quali i ‘patrocinatori’ dovevano raccogliere ed elaborare tutte le necessarie informazioni. Dati alla mano ormai, la persona più giovane dell’elenco aveva circa 18 anni, mentre quella più anziana circa 99 anni!”. In più, l’autore di queste righe informava il nostro lettore che “…la maggior parte dei ‘patrocinatori’ erano dei dipendenti dell’amministrazione pubblica, sia centrale che locale”. Specificando però che “erano anche dei dipendenti delle istituzioni, per i quali la legge impedisce categoricamente il diretto coinvolgimento in simili attività politiche, come tutti i dipendenti della polizia di Stato, delle strutture dell’esercito e della Guardia repubblicana”. Aggiungendo, convinto, che “…in Albania le leggi, quando serve al potere politico, soprattutto quello del primo ministro, valgono quanto una carta straccia. Per il primo ministro, i suoi stretti collaboratori e la propaganda governativa i ‘patrocinatori’ erano soltanto dei ‘membri del partito che fanno un valoroso lavoro’ (Sic!)”. Ma anche allora le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia in Albania, un altro “vanto” del primo ministro e, purtroppo, anche dei soliti “rappresentanti interazionali”, invece di indagare sulla palese ed inconfutabile violazione delle leggi in vigore in Albania sui dati personali, hanno colpevolizzato ed indagato il media che ha pubblicato lo scandalo (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile, 19 aprile 2021). Il media colpevolizzato ed indagato dalle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, per aver pubblicato lo scandalo dei “patrocinatori” si era rivolto subito alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Con una sua delibera del 22 aprile 2021, quella Corte ha considerato la decisione presa dal tribunale albanese non valida. Anche di questo fatto il nostro lettore è stato informato a tempo debito (Uso scandaloso di dati personali, 31 gennaio 2022).

    Ebbene, tornando al sopracitato scandalo dei “voli charter” del primo ministro, gli stessi hacker iraniani che hanno messo sotto sopra tutti i sistemi informatici in Albania durante i caldi mesi d’estate, hanno pubblicato una decina di giorni fa anche molti dati presi del sistema TIMS (Total Information Management System – Sistema di gestione totale delle informazioni; n.d.a.), usato dalla polizia albanese. Dati che riguardavano gli spostamenti all’estero del primo ministro. Si tratta di dati che dimostrano e testimoniano, senza equivoci, degli abusi clamorosi milionari del primo ministro con i suoi “voli charter”. In realtà si tratta di un aereo modificato e ristrutturato che viene usato solo da lui. Prima di questo aereo, lui ha usato altri, presi in affitto da diverse compagnie aeree. I dati del sistema TIMS, in possesso degli hacker iraniani, riguardano tutti gli spostamenti con aereo del primo ministro albanese dal 2015 in poi. Ebbene, da questi dati risulta che lui, il primo ministro di uno dei Paesi più poveri d’Europa, ha speso per 137 “voli charter” circa 22 milioni di euro. Non solo ma, dagli stessi dati, risulta che il primo ministro albanese non ha smesso di volare con il suo “aereo personalizzato” neanche durante il periodo della pandemia. Solo nel 2020 ha effettuato 22 voli. Risulta però che alcuni spostamenti all’estero non sono resi pubblici dall’ufficio stampa del primo ministro. Chissà perché?! Si sa però che negli stessi giorni che lui, come testimoniato ormai dal sistema TIMS, non è stato in Albania, i media da lui controllati trasmettevano dei servizi che lo facevano vedere in diverse attività in Albania. Hanno trasmesso perciò dei servizi precedentemente registrati. Cosa aveva allora da nascondere il primo ministro?! Proprio lui che goderebbe anche la facoltà dell’ubiquità, cioè di essere presente allo stesso tempo in più luoghi. Come il Dio e qualche santo! Per lo scandalo dei “voli charter” ormai reso pubblicamente noto, il primo ministro ha subito fatto quello che sempre ha fatto: ha cercato di incolpare gli altri. Ma così facendo ha semplicemente confermato i suoi abusi milionari con quei “voli charter”.

    Chi scrive queste righe informerà il nostro lettore, anche in seguito, di questo scandalo tuttora in corso. Così come lo informerà anche di altri scandali, come quello dello “scontro diplomatico” del primo ministro albanese con il governo britannico riguardo gli emigranti clandestini albanesi nel Regno Unito. Uno “scontro” quello anche per spostare l’attenzione dallo scandalo dei “voli”. Ma anche da altri. Si sa però di chi veramente è la colpa e la responsabilità. Ed il primo ministro non può difendersi con simili miseri “trucchi” e messinscene.  Chi scrive queste righe, riferendosi a lui, condivide la convinzione di Arthur Bloch, secondo cui colui che sorride quando le cose vanno male ha pensato a qualcuno cui dare la colpa. E si ricorda anche del maggiordomo della marchesa che, nonostante fossero accadute nel frattempo delle cose gravissime, come la morte della giumenta, l’incendio del castello e della scuderia, nonché la morte per suicidio del marito della marchesa, lui, il maggiordomo, diceva sempre “Tutto va molto bene, tutto va molto bene”. Mentre il primo ministro albanese, nonostante la gravosa realtà, afferma che tutto stia andando per il meglio.

  • Proposte europee e un ciarlatano che cerca di approfittare

    Purtroppo, i nostri politici sono o incompetenti o corrotti.

    Talvolta tutt’e due le cose nello stesso giorno.

    Woody Allen

    Il 9 maggio scorso, durante la Giornata dell’Europa, nella sede del Parlamento europeo a Strasburgo si è svolta la Conferenza sul futuro dell’Europa. Un’iniziativa questa avviata un anno fa, in seguito ad una proposta proprio del Parlamento europeo. Nell’ambito e come base di questa iniziativa era stata prevista una vasta consultazione con i cittadini di tutti i 27 Paesi membri dell’Unione europea per dare vita ad una democrazia partecipata e per raccogliere suggerimenti e proposte in base alle quali migliorare poi il funzionamento delle istituzioni dell’Unione. Ebbene, il 9 maggio scorso sono state rapportate le raccomandazioni finali, in base alle proposte fatte durante un anno di consultazioni con i cittadini. In seguito poi, saranno le stesse istituzioni dell’Unione europea che dovranno discutere e decidere sull’adozione e l’attuazione o meno delle raccomandazioni. Si tratta di 325 proposte fatte dai cittadini che si annoverano in 49 ambiti diversi. Da quelle proposte risulta che i cittadini europei chiedono un cambiamento dei Trattati comunitari. Cambiamenti che portino ad una maggiore integrazione politica e più democrazia. Il che significa garantire più poteri al Parlamento europeo e, allo stesso tempo, dare più competenze alle altre istituzioni dell’Unione europea, riducendo così il potere decisionale dei singoli Stati membri dell’Unione. Sì, perché una delle più importanti proposte fatte dai cittadini europei era proprio quella di porre fine al diritto di veto, e cioè al voto all’unanimità nelle procedure decisionali dell’Unione europea, il che significa soprattutto del Consiglio europeo.

    Nell’aula delle sessioni plenarie del Parlamento europeo il 9 maggio scorso erano presenti 800 cittadini estratti a sorte da tutti i 27 Paesi membri dell’Unione europea, i quali hanno partecipato alla Conferenza sul futuro dell’Europa. Erano presenti anche l’anfitrione della Conferenza, la presidente del Parlamento europeo, il presidente francese, nelle vesti del presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, la presidente della Commissione europea, nonché altri ospiti e rappresentanti delle istituzioni dell’Unione. La presidente del Parlamento europeo, durante il suo intervento, ha reso nota sia la ragione delle consultazioni con i cittadini, avviate circa un anno fa, sia l’obiettivo della Conferenza sul futuro dell’Europa. Secondo lei “questa Conferenza nasce perché c’è un grande divario tra quello che i cittadini europei si attendono e quello che l’Europa è in grado di offrire loro. Per questo il prossimo passo deve essere una Convenzione: è questa la posizione forte del Parlamento europeo”. Mentre la presidente della Commissione europea, prendendo la parola, ha ribadito che d’ora in poi, spetta alle istituzioni dell’Unione europea “…prendere la via più diretta, utilizzando tutti i limiti di ciò che possiamo fare all’interno dei Trattati e, sì, modificando i Trattati dove è necessario”. Lei ha espresso anche la sua convinzione che “…il voto all’unanimità, in alcune aree chiave della politica europea, semplicemente non ha più senso, se vogliamo essere in grado di muoverci più velocemente”.

    Nella veste di presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, alla Conferenza sul futuro dell’Europa è intervenuto anche il presidente francese. Lui, avendo ottenuto dai francesi il suo secondo mandato presidenziale il 24 aprile scorso, ha cominciato il suo intervento proprio ringraziando loro per avergli dato un nuovo mandato anche per “…costruire un’Unione europea più forte e sovrana”. Non sapeva però che dopo alcune settimane gli stessi francesi, nell’ambito delle elezioni legislative del 12 e 19 giugno scorso, non gli avrebbero dato più la necessaria ed ambita maggioranza assoluta per governare. Ragion per cui, non avendo in seguito ottenuto un accordo per una necessaria e stabile alleanza governativa con altri partiti, il 4 luglio scorso il presidente francese ha nominato e decretato un governo allargato di 41 ministri rappresentanti della coalizione Ensemble pour la majorité présidentielle (Insieme per la maggioranza presidenziale; n.d.a.) che lo ha sostenuto durante la sua rielezione. Ebbene, durante il suo intervento alla Conferenza sul futuro dell’Europa, l’appena rieletto presidente francese ha dichiarato di condividere la proposta dei cittadini europei di eliminare il principio dell’unanimità per alcune decisioni europee. Il presidente ha anche chiesto di convocare delle riunioni per prendere delle decisioni non più solo dei capi di Stato e di governo rappresentanti dei 27 Paesi membri dell’Unione europea, ma anche dei massimi rappresentanti dagli altri Paesi europei. Perché secondo il presidente francese “…l’Europa a più velocità esiste già. Non dobbiamo escludere nessuno, ma non dobbiamo neanche lasciare che pochi blocchino tutto”. Guarda caso però, l’attuale presidente francese, dichiarandosi così per il voto a maggioranza qualificata e non più per il voto all’unanimità, si è distanziato dalle decisioni prese, anni fa, da un suo illustre predecessore. Si perché nel 1965 l’allora presidente francese Charles de Gaulle era contrario non solo alla proposta per delle modifiche alla politica agricola comune e al rafforzamento del Parlamento europeo e della Commissione della Comunità Economica Europea di allora. Allora il presidente francese era convintamente e fermamente contrario anche alla proposta per le votazioni a maggioranza qualificata e non più all’unanimità per tutte le decisioni che doveva prendere il Consiglio dei ministri della Comunità. Ragion per cui De Gaulle, il 30 giugno 1965, diede inizio a quella che ormai è nota come la “crisi della sedia vuota”. Con la sua decisione lui causò il blocco delle attività della Comunità Economica Europea. E tutto questo accadeva durante il terzo semestre della presidenza italiana della Comunità.  La ”crisi della sedia vuota” si risolse in seguito, il 29 gennaio 1966, con quello che ormai è noto come il compromesso di Lussemburgo. Un compromesso che, dopo lunghe e dibattute trattative diplomatiche, riconosceva il diritto del veto ad ognuno dei sei Stati membri, nel caso in cui uno Stato membro invocasse il pregiudizio di “propri interessi molto importanti”. Adesso, dopo più di cinquantasei anni, l’attuale presidente francese sostiene convinto proprio il contrario, il voto a maggioranza qualificata e non più quello all’unanimità, come il suo illustre predecessore.

    Il 9 maggio scorso, durante la Conferenza sul futuro dell’Europa il presidente francese, nelle vesti del presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, ha fatto anche una specifica e concreta proposta. Il presidente francese è convinto che la sfida politica da affrontare per tutta l’Europa sarebbe quella di “…creare una comunità politica europea, un’architettura europea nuova che consentirebbe alle nazioni democratiche europee che aderiscono ai nostri valori di trovare un nuovo spazio di cooperazione politica e di sicurezza in materia di energia, trasporti, investimenti, infrastrutture, libera circolazione e giovani”. Questa proposta però “non sostituirà né il Consiglio d’Europa, né l’Osce, né le relazioni transatlantiche”. Riferendosi però ai processi d’adesione all’Unione europea di alcuni Paesi, quelli ormai in corso, o altri che si potrebbero avviare, il presidente francese ha sottolineato che la Comunità politica europea, da lui proposta, non dovrà impedire “le future adesioni all’Unione europea”. Ma la sua proposta non è nuova. Lo aveva proposto, in un altro contesto storico circa trentadue anni fa, come la Confederazione europea, un altro suo predecessore, François Mitterrand. Allora, subito dopo la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, la proposta mirava ad avvicinare e tenere uniti all’Europa occidentale tutti i Paesi del blocco comunista dell’Europa dell’Est. Anche l’allora Unione sovietica compresa. Mentre adesso la proposta fatta dall’attuale presidente francese per una Comunità politica europea esclude categoricamente la Federazione russa, costituita dopo lo sgretolamento dell’Unione sovietica nei primissimi anni ’90. Tutto dovuto all’aggressione militare della Russia contro l’Ucraina, avviata il 24 febbraio scorso. La proposta per la costituzione della Comunità politica europea, oltre a dare una nuova spinta ad una necessaria svolta politica nell’ambito dell’Unione europea, potrebbe facilitare anche il processo dell’adesione all’Unione europea proprio per l’Ucraina.

    Il 6 ottobre scorso a Praga si è tenuto il primo vertice della Comunità politica europea. Erano presenti 43 capi di Stato e di governo dei Paesi europei e i massimi rappresentanti dell’Unione europea. Mancava solo la prima ministra danese, che doveva essere presente alla prima seduta del parlamento a Copenaghen. Dopo la sessione plenaria, si sono svolte due tavole rotonde parallele in cui si sono trattati i temi “Energia, clima e economia” e “Pace e sicurezza”. Alla fine del vertice però non c’è stata nessuna dichiarazione congiunta. Ma nonostante rimangano molte cose da definire su come funzionerà, come sarà ottenuto il finanziamento, come saranno prese le decisioni ecc., la proposta per la costituzione della Comunità politica europea ha avuto vasti consensi. Hanno espresso il loro appoggio, tra gli altri, anche il presidente del Consiglio dell’Unione europea, il cancelliere tedesco, la premier inglese, il primo ministro olandese e, guarda caso, anche il primo ministro albanese. E proprio questi due, il primo ministro olandese ed il suo omologo albanese hanno scritto insieme un articolo esprimendo proprio il loro pieno appoggio alla proposta francese per la Comunità politica europea. Un articolo pubblicato il 5 ottobre scorso, un giorno prima del vertice di Praga. L’articolo comincia con la condanna dell’aggressione russa in Ucraina. In seguito i due autori affermano che la Comunità politica europea dovrebbe essere la sede dove “tutti i Paesi democratici europei debbano discutere le loro preoccupazione e le loro sfide comuni, per trovare le soluzioni”. Ma siccome uno dei autori è il primo ministro albanese, viene naturale la domanda: ma l’Albania è veramente un paese democratico? Perché, fatti accaduti da anni e che stanno tuttora accadendo in Albania alla mano, confermati ed evidenziati anche da note istituzioni internazionali specializzate, risulterebbe proprio il contrario. E cioè che in Albania da anni è stata restaurata e si sta consolidando una nuova dittatura sui generis, come espressione dell’alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti locali e/o internazionali. Di questa realtà è stato, da anni, informato anche il nostro lettore, con la massima e dovuta oggettività da parte dell’autore di queste righe. Il primo ministro olandese ed il primo ministro albanese nel loro comune articolo affermano che “…l’Europa deve dare forma al proprio avvenire ed il solo modo per farlo è di lavorare insieme come membri democratici della famiglia europea”. Che vergognosa ipocrisia da parte del primo ministro albanese! Chissà però perché il primo ministro olandese ha deciso di condividere con lui la scrittura del articolo?!

    Chi scrive queste righe, nel frattempo, ricorda un atteggiamento molto diverso del primo ministro olandese nei confronti dell’Albania. Egli crede tuttora che le ragioni per le quali il primo ministro olandese, ma non solo lui, per alcuni anni, ha bloccato con il suo voto nel Consiglio europeo l’apertura dei negoziati dell’Albania come Paese candidato all’adesione nell’Unione europea sono state realistiche, verificate, serie, convincenti e si riferivano tra l’altro, alla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata. Il che colpevolizzava, almeno istituzionalmente, anche il primo ministro albanese. Adesso quelle ragioni non solo rimangono attuali, ma sono aumentate. Chissà perché allora la decisione del primo ministro olandese di scrivere un articolo sulla bontà della Comunità politica europea con un ciarlatano, un ingannatore come il primo ministro albanese, che cerca solo di approfittare da ogni opportunità?! Forse aveva ragione Woody Allen quando affermava che purtroppo, i nostri politici sono o incompetenti o corrotti. Talvolta tutt’e due le cose nello stesso giorno.  

  • Finanziamenti occulti ed altro

    Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato.

    Vangelo secondo Giovanni; 8/34

    L’evangelista Giovanni inizia l’ottavo capito del suo Vangelo con il confronto tra Gesù e gli scribi e i farisei che volevano “metterlo alla prova ed avere di che accusarlo”, come racconta l’evangelista. Per farlo avevano condotto una donna adultera e gli fanno una domanda provocatoria: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Gesù “si mise a scrivere col dito per terra” e non diede risposta. Ma siccome loro insistevano, alzò la testa e disse: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. L’evangelista racconta che “Udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi”. Gesù, l’unico senza nessun peccato, disse alla donna: “…Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Così facendo Gesù ha mostrato a tutti l’ipocrisia degli scribi e dei farisei, rendendo chiaro, perciò, chi erano i veri peccatori. Molto significativa questa prima parte del capitolo 8. Il suo simbolismo rimane sempre attuale, visto anche i tanti politici e rappresentanti istituzionali, ipocriti e demagoghi, che cercano di fare gli “integerrimi moralisti” mentre peccano di continuo. In seguito l’evangelista Giovanni ci racconta i dibattiti di Gesù con i giudei che gli avevano creduto ed erano rimasti con lui. Loro, non riuscivano però a capire il significato delle parole di Gesù che diceva: “Se rimanete nella mia parola […] conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Perciò risposero molto indignati: “Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire ‘diventerete liberi’?”. Gesù, calmo ma risoluto, disse loro: In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”. E siccome i giudei non riuscivano a capire il vero significato delle sue parole, Gesù disse loro: “Perché non potete dare ascolto alla mia parola?”. E poi aggiunse perentorio: “Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna”. Questo ci racconta l’evangelista Giovanni nell’ottavo capitolo del suo Vangelo. Sono degli utili e saggi insegnamenti che rimangono sempre validi ed attuali.

    La scorsa settimana è stata diffusa una notizia che ha attirato subito la massima attenzione pubblica e suscitato varie reazioni in molti Paesi del mondo. Era mercoledì, il 14 settembre, quando un alto funzionario dell’amministrazione del presidente statunitense, durante una teleconferenza, ha dichiarato che la Russia, dal 2014, avrebbe attuato dei finanziamenti occulti, trasferendo in vari modi e segretamente oltre a 300 milioni di dollari. L’alto funzionario, usando un linguaggio sibillino e senza dare molti dettagli, ha affermato che si trattava di finanziamenti indirizzati a determinati partiti e/o a dei dirigenti e rappresentanti politici in più di 20 diversi Paesi. Tutto nell’ambito dell’esercitazione, da parte della Russia, di quello che ormai è noto come soft power (potere morbido; n.d.a.). Il periodo coincideva con l’occupazione della Crimea da parte delle forze armate della Russia. Purtroppo, dal 24 febbraio scorso, la Russia ha avviato l’invasione dei territori dell’Ucraina. Un’invasione questa, che il dittatore russo, con un’irritante cinismo, considera semplicemente una “operazione militare speciale”! Quanto sta accadendo in Ucraina durante questi mesi di spietata, sanguinosa e crudele guerra ormai è di dominio pubblico. Subito dopo la diffusione della notizia dei finanziamenti occulti russi fatti dal 2014, il segretario di Stato ha inviato delle istruzioni specifiche a molte ambasciate e consolati degli Stati Uniti d’America in altrettanti Paesi in Europa, Africa ed Asia. Molte agenzie internazionali di stampa hanno sottolineato che si tratterebbe di istruzioni in base alle quali i rappresentanti diplomatici statunitensi devono affrontare il caso con le rispettive istituzioni governative e statali dei Paesi nei quali sono stati accreditati. Le stesse fonti hanno affermato che si tratta di informazioni declassificate, parte integranti di un rapporto ufficiale preparato dalle istituzioni specializzate statunitensi. Ovviamente non è la prima volta che l’amministrazione americana diffonde simili informazioni, denunciando la Russia dei tentativi di coinvolgere ed influenzare rappresentanti e partiti politici in vari Paesi in Europa e nel mondo. Dalle agenzie di stampa internazionali, sempre in riferimento ai finanziamenti occulti russi, risulterebbe che si tratta della strategia di generare delle influenze usando pagamenti in contanti e/o regali, in generale tramite dei conti ed altre risorse finanziarie delle ambasciate russe in diversi Paesi, nei quali la Russia mira a stabilire le proprie influenze. Secondo la notizia diffusa il 14 settembre scorso si tratterebbe di Paesi come la Francia, l’Italia, l’Austria, i Paesi Bassi, l’Ungheria, la Repubblica Ceca ecc.. Ma si tratterebbe anche di altri Paesi come l’Albania, il Montenegro, il Madagascar e l’Ecuador. Alle ripetute e lecite domande rivolte, i rappresentanti del Dipartimento di Stato hanno semplicemente risposto che “la nostra preoccupazione sull’attività russa a questo proposito non riguarda alcun Paese in particolare ma è di natura globale, mentre continuiamo a fronteggiare le sfide contro le società democratiche”. La notizia ha, ovviamente, attirato subito l’attenzione mediatica e pubblica ed ha suscitato, inevitabilmente, anche le reazioni delle istituzioni e dei rappresentanti dei partiti politici nei Paesi che risulterebbero essere coinvolti e dove sarebbero arrivati i finanziamenti occulti russi. Italia compresa. Anche perché in Italia, quando è stata resa nota la notizia, rimanevano solo dodici giorni dalle prossime elezioni politiche del 25 settembre. Ed era inevitabile che partissero delle accuse incrociate dei partiti l’uno contro l’altro. Ragion per cui il presidente del Consiglio ha chiesto il 16 settembre scorso al segretario di Stato statunitense, durante una telefonata, se ci fossero dei partiti politici italiani coinvolti. Il presidente del Consiglio, in seguito, ha confermato che “…l’intelligence americana, diversa dal dipartimento del Stato, ha confermato di non disporre di alcuna evidenza di finanziamenti occulti russi a candidati e partiti politici che competono nell’attuale tornata elettorale”.

    La notizia, diffusa il 14 settembre scorso da molte agenzie ufficiali di stampa, ha attirato subito l’attenzione pubblica ed ha suscitato molte reazioni e dichiarazioni dei massimi rappresentanti dei partiti politici anche in Albania. Reazioni e dichiarazioni che rivendicavano precedenti denunce fatte ed accusavano, allo stesso tempo, i rispettivi avversari politici. Quella notizia continua ad avere la massima attenzione dei media, nonostante siano ormai passati alcuni giorni. I media hanno fatto riferimento proprio alle dichiarazioni fatte il 14 settembre scorso dall’alto rappresentante dell’amministrazione statunitense. La sezione in lingua albanese della Voice of America (Voce dell’America; n.d.a.), che rappresenta il servizio ufficiale radiotelevisivo del Governo federale degli Stati Uniti, ha contattato gli appositi uffici del Dipartimento di Stato per chiedere ulteriori informazioni. Un rappresentante del Dipartimento ha riconfermato che l’Albania era uno dei Paesi dove sono arrivati dei finanziamenti occulti russi. In più lui ha confermato che “In Albania la Russia ha dato nel 2017 circa mezzo milione di dollari al partito democratico tramite delle società fantasma”. Ma lui non ha voluto dare ulteriori informazioni e dettagli su quei trasferimenti occulti. Quanto ha riferito il 14 settembre scorso la sezione in lingua albanese della Voice of America ha riaperto in Albania un agguerrito dibattito cominciato circa cinque anni fa.

    Era il novembre 2017 quando un giornalista investigativo albanese scrisse e pubblicò una sua indagine giornalistica su alcuni finanziamenti occulti ed illeciti fatti pochi mesi prima dal partito democratico albanese, il maggior partito dell’opposizione allora ed adesso. Allora veniva accusato il dirigente del partito democratico che aveva contattato ed ingaggiato (o chi per lui) una società lobbistica statunitense, proprietà di un ex funzionario dell’amministrazione statunitense. La sua richiesta era di procurare un incontro ed una fotografia con il presidente degli Stati Uniti, dietro il dovuto pagamento. Tutto però prima delle elezioni politiche in Albania che si dovevano svolgere il 17 giugno 2017 e poi, dopo un accordo mai reso trasparente con il primo ministro, sono state posticipate di una sola settimana e svolte il 25 giugno 2017. Il giornalista che pubblicò il suo articolo il 22 novembre 2017 faceva riferimento a delle fatture di pagamento fatte alla società lobbistica da parte di un’altra società registrata in Scozia e che come numero di telefono aveva il numero di una casa di tolleranza in Ucraina! I due azionisti della società erano, allo stesso tempo i proprietari di due società registrate in Belize, uno dei paradisi fiscali dell’America centrale. Poi seguiva una catena di società per finire ad una con un proprietario russo. Le fatture per questa società venivano firmate da una donna con almeno quattro nomi diversi! La prima fattura, di 150.000 dollari per la società lobbistica risulta essere stata rilasciata il 24 marzo 2017 dalla società registrata in Scozia. Mentre la seconda e la terza, rispettivamente di 25.000 dollari e di 500.000 dollari, sono state rilasciate direttamente dal partito democratico albanese, il 27 marzo ed il 9 giugno 2017. Complessivamente la società che doveva assicurare al dirigente del partito democratico albanese un incontro ed una fotografia con il presidente statunitense d’allora ha incassato una somma di 675.000 dollari. La procura si mise ad indagare sul caso dopo la pubblicazione del sopracitato articolo. Alla fine il caso si chiuse senza colpevoli. Ma ormai si sa chi controlla il sistema “riformato” della giustizia in Albania. Era il periodo “di accordo” tra il primo ministro albanese ed il dirigente del partito democratico. Un vergognoso, occulto e mai reso trasparente accordo stabilito tra i due il 18 maggio 2017. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito e a più riprese durante questi ultimi anni. Alcuni mesi dopo, il 6 marzo 2018 una rivista statunitense riprese il caso e pubblicò un articolo, sottolineando proprio dei finanziamenti occulti russi. Il dibattito e le accuse reciproche ripresero di nuovo, per poi finire però nel dimenticatoio. Anche perché in Albania gli scandali si susseguono e non lasciano il tempo per occuparsene. Doveva diffondersi il 14 settembre scorso la notizia sui finanziamenti russi, per ritornare all’attenzione anche il caso del pagamento di 675.000 dollari per una fotografia con il presidente statunitense!

    Quella delle fotografie, purtroppo, è diventata un’abitudine in Albania. L’autore di queste righe informava più di cinque anni fa il nostro lettore che l’attuale primo ministro albanese aveva pagato nel 2012, quando era ancora il capo dell’opposizione, 80.000 dollari per avere un incontro ed una fotografia con l’allora presidente statunitense, durante la campagna elettorale per le presidenziali negli Stati Uniti. Non solo ma si presentò come la moglie di un cittadino albanese residente nel New Jersey. Quel cittadino è stato in seguito condannato dalla giustizia, mentre “sua moglie” divenne il primo ministro in Albania (In attesa che le verità vengano fuori; 4 luglio 2016)!

    Chi scrive queste righe pensa che i finanziamenti occulti russi in Albania, resi noti il 14 settembre scorso da molte agenzie ufficiali di stampa internazionali, con molta probabilità sono stati fatti non dalle strutture governative. Egli crede che si tratta, si, di finanziamenti occulti ed illeciti che però di “russo” ha solo alcuni proprietari di una catena di società come sopra riferito. Perché la Russia, volendo avere delle influenze in Albania, poteva investire direttamente sull’onnipotente primo ministro e non sulla sua “stampella”. Chi scrive queste righe pensa che l’usurpatore della dirigenza del partito democratico albanese fino al marzo scorso ha tanti ma tanti altri peccati sulla coscienza, ma non quello dei finanziamenti governativi russi. Comunque lui, il primo ministro e altri loro simili, rimarranno sempre schiavi dei propri peccati. Ne era convinto l’evangelista Giovanni che chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. E che sia un insegnamento per tutti!

  • Una perfida proposta in sostegno del riciclaggio dei milioni sporchi

    Si deve vigilare sui ministri che non possono fare nulla senza soldi

    e su quelli che amano fare tutto solo coi soldi.

    Indira Gandhi

    Dalla prima volta che è stata proposta, nel febbraio 2020, si capì subito che si trattava di una perfida proposta. Poi, in seguito alla pandemia, la proposta rimase in attesa per alcuni mesi. Ma solo per alcuni mesi però. Perché la stessa proposta, dopo un “ritiro tattico”, si ripresentò in parlamento, questa volta come un disegno di legge del governo. Il 22 luglio 2020, la Commissione per l’economia e le finanze del parlamento albanese, durante una seduta virtuale dovuto alla pandemia, ha approvato in principio il disegno di legge “Sull’amnistia fiscale e penale per i soggetti che fanno la dichiarazione volontaria della loro ricchezza”. Sono state immediate però le reazioni e le critiche sul contenuto di quel disegno di legge. Reazioni e critiche fatte sia dagli esperti, sia dalle istituzioni internazionali. Sono state proprio quelle reazioni e quelle critiche che hanno costretto subito dopo, nolens volens, il primo ministro albanese e mettere per il momento “in lista d’attesa” quel disegno di legge. I fatti accaduti hanno dimostrato però che si è trattato semplicemente di un nuovo “ritiro tattico”, il secondo riguardante quella proposta. Si, perché il primo ministro, un anno e mezzo dopo, il 23 giugno scorso, ha presentato di nuovo il disegno di legge, questa volta “rielaborato”, per essere consultato con i gruppi d’interesse. Ma sempre, come un anno e mezzo fa, si è trattato di una perfida proposta. Sono stati fatti solo dei ritocchi di facciata, per far credere che erano state prese in considerazione le critiche fatte sul precedente testo della proposta. Facendo riferimento alle relazioni che hanno accompagnato il disegno di legge, quello del luglio 2020 ed il secondo, reso pubblico il 23 giugno scorso, si nota facilmente che in sostanza non era cambiato niente. Sono cambiati però, per ingannare, non a caso e con la solita sfacciataggine e ipocrisia, solo i soggetti direttamente coinvolti in quel disegno di legge. Un anno e mezzo fa il primo ministro ha dichiarato che si trattava di una proposta fortemente richiesta e voluta da tempo dagli imprenditori. Mentre il 23 giungo scorso il primo ministro e i suoi lo hanno presentato come un disegno di legge fatto solo e soltanto in sostegno degli emigranti albanesi che lavorano all’estero (Sic!). Una pura e semplice “copertura”, per poi far passare senza obiezioni e critiche la legge. Ma con la sua ben nota ipocrisia e la sua innata capacità di voler ingannare sempre e comunque, il primo ministro ha tentato di far credere che la sua proposta ha sempre avuto come obiettivo gli emigranti albanesi che hanno lavorato e lavorano all’estero. Delle misere bugie che non reggono. Si, perché, sul testo della stessa relazione che ha accompagnato la prima proposta del disegno di legge, pubblicata nel 2020, non si trova in nessuna riga la parola “emigrante”! Invece, sullo stesso testo veniva ribadito che l’avviamento di una simile iniziativa “…è stata una richiesta fatta da tempo dall’imprenditoria e dalle organizzazioni che rappresentano gli imprenditori”. Guarda caso però, tra i primi a contrastare fortemente il disegno di legge sono state proprio le organizzazioni che rappresentano gli imprenditori albanesi e stranieri che operano in Albania. Sul testo della stessa relazione, pubblicata nel 2020, si legge tra l’altro che “…il disegno di legge mira a garantire le procedure trasparenti per rendere possibile la legalizzazione delle ricchezze non dichiarate e/o non registrate, totalmente o parzialmente, così come la rivalutazione dei dati finanziari dei soggetti”. Mentre sul “rielaborato” testo della relazione che accompagna il disegno di legge sull’amnistia fiscale si cerca di far credere che il primo ministro ed il suo governo hanno molto a cuore e stanno facendo di tutto per sostenere gli emigranti a portare ed investire poi i loro risparmi in Albania!

    Gli emigranti, che hanno vissuto e stanno vivendo in prima persona la loro esperienza lavorativa, sanno benissimo quanto si potrebbe guadagnare, in generale e, di conseguenza, quanto si potrebbe risparmiare da un lavoro onesto in un qualsiasi Paese europeo, Italia inclusa. Per non parlare poi di quelli che lavorano in nero. E non solo durante questi ultimi anni veramente difficili per tutti, prima per la pandemia e dal febbraio di quest’anno anche per la guerra in Ucraina. Per capire bene e facilmente la falsità, l’ipocrisia e il vizio di ingannare del primo ministro albanese e dei suoi, bisogna chiarire cosa prevede il “nuovo” disegno di legge sull’amnistia fiscale, presentato il 23 giugno scorso. Secondo il testo pubblicato dal governo si offre la possibilità di “…dichiarare volontariamente una ricchezza con un valore monetario fino a 2 milioni di euro”. Lo stesso disegno di legge stabilisce che quella ricchezza, volontariamente dichiarata, trasportata in cash e versata nelle banche in Albania, verrà tassata da 7 a 10% del valore totale della somma. In più si stabilisce che possono godere della legge sull’amnisita fiscale e penale anche tutti coloro che dichiarano volontariamente dei beni immobili. Ebbene, quanti “emigranti” che hanno fatto e/o che continuano a fare un lavoro onesto, o peggio ancora, che hanno lavorato e/o lavorano in nero in un altro Paese, europeo e non, riescono a guadagnare tanto e poi risparmiare simili somme di denaro?! Come mai un bracciante, o uno che lavora in fabbrica e nel settore dei servizi può guadagnare tanto?! E la maggior parte degli emigranti albanesi all’estero fanno proprio quei lavori, pagando le tasse o in nero. Ma tutti sanno però quanto si può guadagnare e, di conseguenza, risparmiare da un simile lavoro. Nel migliore dei casi si potrebbe arrivare a qualche decina di migliaia di euro, ma mai e poi mai si può arrivare ai diversi milioni! Questa realtà della vita da emigrante, queste verità vissute e sofferte da migliaia di emigranti albanesi all’estero smascherano una volta per tutte sia la falsità del disegno di legge sull’amnistia fiscale e penale presentato il 23 giugno scorso, che l’ipocrisia e l’innato vizio di ingannare del primo ministro albanese.

    Nel luglio 2020, dopo la pubblicazione del primo disegno di legge sull’amnistia fiscale e penale, la reazione e le critiche delle istituzioni internazionali sono state immediate, determinate e forti. La Commissione europea esprimeva la sua grande preoccupazione che l’Albania potesse diventare l’epicentro del riciclaggio di denaro sporco. Riferendosi al disegno di legge sull’amnistia fiscale, secondo la Commissione europea si potrebbe creare “una grande opportunità per gli evasori fiscali e coloro che riciclano denaro”. In più la Commissione europea esprimeva la sua preoccupazione che quel disegno di legge permetteva gli stessi benefici anche per delle persone che non hanno la cittadinanza albanese, ma che svolgono delle attività imprenditoriali in Albania. Sempre riferendosi allo stesso disegno di legge, la Commissione europea obiettava anche la “…possibilità di mancata e giusta condanna per tutti coloro che hanno tenuto nascosta la loro ricchezza”. La Commissione europea, esprimeva, altersì, la sua seria preoccupazione sulla difficoltà di valutazione, da parte di Moneyval (Comitato di Esperti per la valutazione delle misure anti riciclaggio e il finanziamento del terrorismo, struttura del Consiglio d’Europa; n.d.a.), di come sarebbe implementata la legge contro il riciclaggio del denaro (già in vigore in Albania; n.d.a.) se diventasse operativa la proposta della legge sull’amnisitia fiscale. La Commissione chiedeva alle autorità albanesi di agire “in base agli atti e gli accordi internazionali” e di rispettare “la legislazione contro il riciclaggio del denaro e le raccomandazioni del Moneyval.”. Mentre il Fondo Monetario Internazionale, in un suo rapporto del 2020, chiedeva al governo albanese di prevenire ed impedire “il riciclaggio del denaro e il finanziamento del terrorismo”. Questo accadeva nel 2020, dopo la pubblicazione della prima versione del disegno di legge sull’amnistia fiscale e penale.

    In seguito, quasi un anno e mezzo più tardi, dopo la pubblicazione della seconda ed “elaborata” versione dello stesso disegno di legge il 23 giugno scorso, sono arrivate subito le reazione delle istituzioni interanazionali sempre forti e molto critiche nei confronti del governo albanese. Con un comunicato stampa il 29 giugno scorso si ribadiva che la Commissione europea esprimeva le sue “serie preoccupazioni riguardo l’attuale disegno di legge sull’amnisita fiscale”. Aggiungendo che una simile legge avrebbe “indebolito i controlli dell’Albania contro il riciclaggio del denaro”. Nello stesso comunicato stampa si evidenziava che, per come è stato concepito l’attuale disegno di legge sull’amnisita fiscale “…rappresenta serie preoccupazioni per gli Stati membri dell’Unione europea ed altri partner, ma anche un pericolo sostanziale sulla reputazione del Paese”.

    Che l’Albania sia ormai diventato un Paese dove la criminalità organizzata locale ed internazionale ricicla milioni di denaro sporco e dove si riciclano anche altri milioni provenienti dalla galoppante corruzione, questo ormai è un dato di fatto. Lo evidenziano e testimoniano diversi rapporti ufficiali delle istituzioni specializzate internazionali. E siccome il disegno di legge sull’aministia fiscale e penale è stato reso noto per la prima volta nel luglio 2020, si potrebbe fare riferimento al rapporto annuale sull’Albania del Dipartimento di Stato statunitense proprio per lo stesso anno, pubblicato nel marzo 2021. Ebbene in quel rapporto si sottolineava che “…I gruppi albanesi della criminalità organizzata continuano a riciclare i loro guadagni in Albania e contribuiscono alla corruzione nel Paese”. In quel rapporto si ribadiva che “Il governo albanese non ha fatto nessun visibile progresso per ostacolare il riciclaggio del denaro e i crimini finanziari durante il 2020”. Mentre per quanto riguarda la lotta contro il riciclaggio del denaro si evidenzia che “L’Albania rimane sensibile di fronte al riciclaggio del denaro, le reti della criminalità organizzata e le deboli istituzioni della giustizia e governative”. Aggiungendo, in seguito, che l’Albania “…ha una grande economia [basata] sul denaro in cash ed un vasto settore informale, con dei flussi considerevoli di denaro da fuori, sotto forma di contributi dagli emigranti e vari investimenti”. Più chiaro di così!

    Per ingannare sia l’opinione pubblica in Albania che le istituzioni e le cancellerie internazionali, il primo ministro ha inserito nel questionario della consultazione nazionale, svolta dal 19 gennaio al 31 marzo scorso e reso noto il 7 aprile successivo, anche una domanda sull’amnistia fiscale. Lo ha fatto semplicemente per presentare la sua “iniziativa” sull’amnistia come molto “appoggiata” dal popolo. Sulla falsità di quella “consultazione nazionale” e sulle violazioni legali delle istituzioni coinvolte, considerandola una farsa ingannevole, l’autore di queste righe ha informato alcuni mesi fa il nostro lettore (Un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale; 31 maggio 2022). Così come lo ha informato la scorsa settimana di una pericolosa e preoccupante decisione del Consiglio dei ministri, entrata immediatamente in vigore il 29 luglio scorso. Una decisione che adesso permette a chiunque di “comprare” con dei milioni la cittadinanza albanese per “investire” in Albania. Si tratta di quelli che ormai, internazionalmente, vengono noti come i “passaporti d’oro”. Anche in questo caso la reazione delle istituzioni internazionali è stata forte, immediata e molto critica. Il nostro lettore è stato informato che in una risoluzione del Parlamento europeo del maggio scorso si esprimeva la seria preoccupazione su quella iniziativa del governo albanese, allora ancora non ufficializzata. Quell’iniziativa per il Parlamento europeo “potrebbe rappresentare un serio pericolo per la sicurezza, il riciclaggio del denaro sporco, la corruzione e l’evasione fiscale” (Paradiso fiscale e nascondiglio per la criminalità organizzata; 6 settembre 2022).

    Chi scrive queste righe e convinto che la legge sull’amnistia fiscale e penale e la decisione del Consiglio dei ministri sui “passaporti d’oro” sono parti complementari di una strategia dalla quale traggono grande beneficio e profitti milionari non solo la criminalità organizzata locale ed internazionale. Si tratta di una perfida proposta in sostegno del riciclaggio dei milioni sporchi. Chi scrive queste righe condivide la convinzione di Indira Gandhi che si deve vigilare sui ministri che non possono fare nulla senza soldi e su quelli che amano fare tutto solo coi soldi. Anche in Albania.

  • Paradiso fiscale e nascondiglio per la criminalità organizzata

    Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco ma sono in tanti.

    Ettore Petrolini

    Era domenica, il 4 settembre del 2016. In mattinata a Roma, in piazza San Pietro, si erano radunati moltissime persone. Più di centomila, secondo fonti ufficiali. Erano arrivati da tutte le parti, non solo dell’Italia, ma del mondo. Erano tutti lì per partecipare alla canonizzazione di una persona a loro molto cara, rispettata, ma anche venerata. Erano tutti lì per madre Teresa di Calcutta, la fondatrice della congregazione religiosa delle Missionarie della carità, ma che tutti chiamavano semplicemente madre Teresa, sentendola come una di famiglia. Era nata a Skopie nel 1910 in una famiglia albanese, ma lei stessa, fiera delle sue origini, dichiarava: “Sono albanese di sangue e indiana di cittadinanza”. Arrivata in India nel 1929 fu subito colpita dalla miseria e dalle pessime condizioni nelle quali si viveva, o meglio si sopravviveva a Calcutta. Ragion per cui madre Teresa si dedicò, con tutta se stessa, all’assistenza dei malati, compresi quelli terminali colpiti dalla lebbra. A lei si unirono molte altre suore e volontarie, Nel 1965, con l’approvazione di Papa Paolo VI, venne riconosciuta la Congregazione delle Missionarie della Carità. Denominazione che rappresentava proprio lo spirito e l’essenza dell’abnegazione, della devozione e della quotidiana attività di Madre Teresa e di tutte le suore e le volontarie della congregazione. Quella domenica del 4 settembre 2016, Papa Francesco, che presiedeva la cerimonia della canonizzazione di Madre Teresa, durante l’omelia disse: “…La sua missione nelle periferie delle città e nelle periferie esistenziali permane ai nostri giorni come testimonianza eloquente della vicinanza di Dio ai più poveri tra i poveri”. Il Pontefice ha anche ribadito durante quell’omelia che la Santa Madre Teresa “…ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini, dinanzi ai crimini della povertà creata da loro stessi!”.

    L’indomani della canonizzazione di Madre Teresa, l’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore informandolo che nonostante madre Teresa fosse una persona molto nota e rispettata in tutto il mondo non poteva entrare nel territorio albanese. Tutto dovuto ad un “semplice” ma vero e, perciò, “imbarazzante” motivo; la sua vocazione e la sua opera religiosa contrastavano con la propaganda del regime. Si, perché in Albania la dittatura aveva bandito già dal 1967 tutte le religioni, per poi sancire tutto ciò anche nella Costituzione del 1976. L’autore di queste righe informava allora il nostro lettore che “…nonostante le sue ripetute richieste alle autorità albanesi e le sollecitazioni, tramite canali diplomatici, di alcune tra le più note autorità mondiali del tempo, a Madre Teresa veniva sempre negato il visto d’ingresso in Albania”. Sembra strano ma era tutto vero! Non solo, ma proprio per quel “semplice ed imbarazzante motivo”, la propaganda comunista vietò categoricamente la diffusione della notizia che a Madre Teresa era stato conferito il Premio Nobel per la Pace nel 1979! E proprio per quel “semplice ed imbarazzante motivo” Madre Teresa non ha potuto dare neanche l’ultimo saluto alle persone a lei più care, che non vedeva da tantissimi anni: la madre e la sorella, morte a Tirana in condizioni estreme, durante gli anni ’70! L’autore di queste righe informava però il nostro lettore che Madre Teresa è riuscita, finalmente, ad entrare in Albania nel 1989 “…mentre la dittatura stava vivendo gli ultimi giorni”. Egli  era ed è fermamente convinto che “…quella “apertura” era semplicemente una disperata mossa politica per cercare un appoggio internazionale tramite un personaggio internazionalmente indiscusso: Madre Teresa.”. Aggiungendo, altrettanto convinto che “…L’ipocrisia del regime arrivò fino al punto di conferire una delle più alte onorificenze nel dicembre 1990, soltanto pochi giorni prima che cominciassero le manifestazioni che portarono al crollo della dittatura”. Specificando che nella motivazione dell’onorificenza era stato scritto “Gli albanesi sono fieri della loro grande e onorata figlia.” (Sic!) (Madre Teresa, la santa albanese; 5 settembre 2016). Una stridente e vigliacca ipocrisia quella delle massime autorità della dittatura comunista. Purtroppo alcuni dei diretti discendenti biologici di quelle autorità della famigerata e crudele dittatura comunista, guarda caso, attualmente sono diventate, altresì, delle massime autorità politiche ed istituzionali in Albania, primo ministro ed alcuni suoi ministri ed alti funzionari compresi. Proprio coloro che, senza scrupolo alcuno, gestiscono ed abusano della cosa pubblica, calpestando consapevolmente tutti i diritti innati e/o acquisiti dei poveri cittadini albanesi, in connivenza con la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti internazionali.

    In Albania, anche durante questi ultimi giorni, ci sono state altre dimostrazioni e testimonianze dell’ulteriore consolidamento del regime totalitario corrotto e malavitoso. Il 13 agosto l’autore di queste righe scriveva che “Quanto è accaduto e sta tuttora accadendo in Albania, anche in questi ultimissimi giorni, dati e fatti alla mano, dimostra e testimonia purtroppo che da alcuni anni, dopo il crollo, nel 1991, della spietata dittatura comunista, è stato restaurato e si sta continuamente consolidando un nuovo regime totalitario”. Aggiungendo che si tratta di un regime totalitario il quale si sta consolidando in Albania ed “…è rappresentato, almeno istituzionalmente, proprio dal primo ministro, ma che in realtà si presenta e realmente è una pericolosa alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali e/o internazionali” (Un regime totalitario corrotto e malavitoso; 13 agosto 2022). In seguito nell’articolo egli analizzava per il nostro lettore perché il regime totalitario in Albania è anche corrotto e malavitoso. Perciò pericoloso. Sono delle ragioni più che sufficienti per essere seriamente preoccupati e non solo in Albania, ma anche in altri Paesi circostanti ed oltre, Italia compresa.

    L’Albania, dati e fatti alla mano, comprese le tante e ripetute conclusioni dei rapporti ufficiali delle istituzioni internazionali specializzate, non risulta essere un Paese democratico. In più, l’Albania non è un paese economicamente ed industrialmente sviluppato. In Albania, sempre riferendosi ai rapporti ufficiali delle istituzioni internazionali specializzate, risulta che la criminalità organizzata, in stretta collaborazione con il potere politico, sta controllando sempre più attività e traffici illeciti. Ragion per cui non dovrebbe esistere nessun serio, trasparente ed onesto motivo per il quale un cittadino di un altro Paese, compresi quelli democratici ed evoluti, dovrebbe comprare, investendo milioni, la cittadinanza albanese. Anzi, si potrebbe subito pensare e giustamente dubitare che una tale decisione dovrebbe avere un altro e ben diverso motivo: quello delle attività illecite da parte di tutti coloro che fanno richiesta di diventare cittadini albanesi, comprando quella cittadinanza con degli “investimenti milionari”.

    Ebbene la possibilità di comprare la cittadinanza albanese è ormai ufficialmente sancita e diventata realtà, dopo una decisione presa dal Consiglio dei ministri in Albania il 29 luglio scorso. Secondo quella decisione, entrata immediatamente in vigore e di solo due articoli, si permette di “definire un altro settore che si offre in concessione o nell’ambito del partenariato pubblico privato”. Una forma d’accordo quell’ultima con la quale stanno, da anni, abusando dei milioni della cosa pubblica in Albania. Anzi, dati e fatti accaduti, fatti documentati e pubblicamente denunciati alla mano, risulterebbe che il partenariato pubblico privato rappresenti una ben ideata ed attuata possibilità di far uscire centinaia di milioni dalle case dello Stato. Milioni che poi si dividono, in maniera abusiva ed illecita, tra i più alti rappresentanti del potere politico ed istituzionale e gli “investitori” che si offrono di “gestire” quelle centinaia di miliardi. Non solo, ma gli “investitori che si “offrono”, sempre fatti accaduti alla mano, non di rado hanno registrato “l’impresa”, poco tempo prima dell’offerta fatta. In più, la formula applicata in Albania in questi ultimi anni del partenariato pubblico privato, permette agli “investitori” di usufruire del denaro pubblico, senza fare degli investimenti di tasca propria e senza prendere altre responsabilità, rischi compresi, come in tutti i contratti concessionari stipulati ed applicati in tanti altri Paesi, compresi quelli dell’Unione europea. Nel frattempo, le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia “stanno seriamente indagando” sulle denunce pubblicamente fatte ed ufficialmente depositate, senza però, guarda caso, arrivare mai ad una conclusione. In quanto alla sopracitata decisione, di soli due articoli, del 29 luglio scorso del Consiglio dei ministri in Albania, che permette il rilascio di quelli che vengono nominati, non solo in Albania, come i “passaporti d’oro”, si stabilisce che il Consiglio dei ministri ha deciso l’attuazione delle procedure della concessione/partenariato pubblico privato nel settore dei programmi della cittadinanza. Mentre il secondo articolo stabilisce che si incarica il ministero degli Interni ad attuare questa decisione. Tutto qui! Nessun’altra informazione resa pubblica. E nessuna dovuta trasparenza. Bisogna sottolineare che prima dell’entrata in vigore di questa decisione, le procedure per dare la cittadinanza albanese a dei cittadini di altri Paesi rappresentavano un lungo processo, coinvolgendo diverse istituzioni dello Stato. Alla fine tutto veniva ufficializzato da un decreto del Presidente della Repubblica. Mentre dal 29 luglio scorso saranno dei privati, albanesi e/o stranieri, in collaborazione con il ministero degli Interni, che decideranno se dare o meno la cittadinanza albanese a colui/colei che la richiede. C’è però anche un “piccolo” dettaglio. Tutto in cambio di ingenti somme di denaro da “investire” in Albania.

    La decisione del 29 luglio scorso per il rilascio della cittadinanza albanese tramite i cosiddetti “passaporti d’oro”, secondo il primo ministro albanese, fa parte delle agevolazioni nell’ambito del progetto della “cittadinanza per investire”. Un progetto accordato tre anni fa a Londra dal primo ministro albanese durante una riunione di tre giorni e organizzata da una ben nota società che fa l’intermediaria tra i cittadini milionari che vogliono un “passaporto d’oro” e il Paese che vende la cittadinanza. In quell’occasione il primo ministro albanese ha dichiarato convinto: “Credo fortemente che questo è il dovuto modo e che quello è ciò che noi faremmo”.

    Una simile decisione ha suscitato immediatamente la ferma reazione delle istituzioni dell’Unione europea, visto che l’Albania è un Paese candidato all’adesione nell’Unione. Nel maggio scorso il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sull’Albania. Nel punto 32 di quella risoluzione si sancisce che l’Albania non deve attuare lo schema della “Cittadinanza per investire” perché “…potrebbe rappresentare un serio pericolo per la sicurezza, il riciclaggio del denaro sporco, la corruzione e l’evasione fiscale”. Una reazione altrettanto dura è arrivata anche dalla Commissione europea, il 30 agosto scorso. La Commissione, che chiede all’Albania di rispettare gli acquis communautarie, considera la sopracitata decisione sui “passaporti d’oro” una “violazione delle normative dell’Unione europea”.

    Chi scrive queste righe anche in questo caso avrebbe molte altre cose da analizzare ed informare il nostro lettore sui clamorosi abusi che si stanno facendo in Albania con il denaro dei poveri cittadini. Egli è però convinto che il primo ministro ed i suoi, con le loro decisioni, stanno facendo dell’Albania un paradiso fiscale e nascondiglio per la criminalità organizzata. Madre Teresa diceva che “Il male mette le radici quando un uomo comincia a pensare di essere migliore degli altri”. Il primo ministro ne è una testimonianza. Lui, con il suo quotidiano operato, sta confermando anche la convinzione di Ettore Petrolini: “Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco ma sono in tanti”. Che Santa Madre Teresa preghi ed aiuti perciò i poveri albanesi che sono veramente tanti! E di non essere più offesi e derubati dal primo ministro e dai suoi, ma anche dai richiedenti i “passaporti d’oro”, che il primo ministro sta aspettando a braccia aperte.

  • Un regime totalitario corrotto e malavitoso

    Lo Stato totalitario è il risultato inevitabile della lenta disgregazione

    del concetto di giustizia nel mondo occidentale.

    Emil Brunner

    Un regime totalitario, in base a delle realtà storiche, soprattutto del secolo passato, si definisce generalmente come una forma di’organizzazione e funzionamento dello Stato caratterizzata da una totale concentrazione e controllo del potere da parte un partito, un gruppo ristretto di persone o da una sola persona. Un regime totalitario, sempre facendo riferimento alle note realtà storiche, analizzate, studiate e riferite dagli specialisti, si distingue dalle altre forme di organizzazione e di funzionamento dello Stato anche dalla continua messa in atto del controllo di tutto e tutti, negando e annientando i diritti e le libertà innate e quelle acquisite dell’essere umano. Si tratta di una definizione che non cambia, in principio, dalla definizione che gli studiosi danno alla dittatura. In entrambi i casi il potere si concentra e viene esercitato da una sola persona, il dittatore, l’autocrate, o da un ristretto gruppo di persone molto fedeli a lui. La storia, sia quella del secolo passato che di quello attuale, ci insegna però che alcuni regimi totalitari/dittature sono stati inizialmente costituiti in seguito a processi elettorali, che generalmente vengono considerati come processi che caratterizzano lo Stato democratico. Ma, dopo essere stati costituiti, i regimi totalitari/le dittature permettono ed organizzano solo dei “processi elettorali” di facciata, per dare una parvenza di normalità, lì dove la normalità non esiste, anzi! Si tratta perciò proprio di una ben ideata, organizzata ed attuata strategia di camuffamento della vera, vissuta e sofferta realtà che caratterizza i regimi totalitari/le dittature. Una strategia che usa come facciata anche l’esistenza di una Costituzione che consapevolmente però non viene mai rispettata. Oppure viene rispettata soltanto quando “giustifica” le decisioni prese dal regime totalitario/dittatura. La stessa strategia che prevede e usa come camuffamento anche l’esistenza formale dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, senza però permettere la loro separazione e l’indipendenza reciproca. Poteri quelli previsti e funzionanti già nell’antichità, ma anche nel medioevo, adattandosi sempre alle specifiche condizioni storiche e sociali del periodo. La teoria della separazione dei poteri, così come viene applicata attualmente in tutti gli Stati realmente democratici, è stata analizzata, studiata, elaborata e proclamata da Montesquieu nel suo ben noto libro Spirito delle leggi (De l’esprit des lois; n.d.a.), pubblicato nel 1748. L’autore di questo libro era convinto che “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Perciò Montesquieu ribadiva che era indispensabile sia l’esistenza che la separazione dei tre poteri: il legislativo, l’esecutivo e quello giudiziario. E spiegava anche il perché. Secondo lui “In base al primo di questi poteri, il principe o il magistrato fa delle leggi, per sempre o per qualche tempo, e corregge o abroga quelle esistenti. In base al secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In base al terzo, punisce i delitti o giudica le liti dei privati”. Montesquieu era convinto che “una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica”. L’autore di queste righe, informando il nostro lettore soprattutto della vera, vissuta e sofferta realtà albanese in questi ultimi anni, ha trattato spesso anche il pensiero di Montesquieu sulla separazione dei poteri.

    Quanto è accaduto e sta tuttora accadendo in Albania, anche in questi ultimissimi giorni, dati e fatti alla mano, dimostra e testimonia purtroppo che da alcuni anni, dopo il crollo, nel 1991, della spietata dittatura comunista, è stato restaurato e si sta continuamente consolidando un nuovo regime totalitario. Un regime che l’autore di queste righe considera come una nuova dittatura sui generis, camuffata da una parvenza di democrazia, classificata come “fragile” dalle istituzioni internazionali specializzate. Una nuova dittatura che fino a pochi mesi fa “beneficiava” anche di un’opposizione che serviva da “stampella” al primo ministro. Un regime totalitario questo che si sta consolidando in Albania, rappresentato, almeno istituzionalmente, proprio dal primo ministro, ma che in realtà si presenta e realmente è una pericolosa alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali e/o internazionali.

    Coloro che non conoscono bene la realtà albanese, giustamente e in un modo del tutto naturale, potrebbero fare la domanda: perché si tratta di un regime totalitario? La risposta è semplice. Perché in Albania ormai, dal 2013, il potere è stato sempre più concentrato e viene controllato ogni giorno che passa, da una sola persona, il primo ministro e/o da un gruppo ristretto di persone, che formalmente rappresentano anche un partito politico. Ma che più di un partito, è realmente un raggruppamento di persone unite non da un credo ed una ideologia politica, bensì degli interessi occulti. L’Albania ha, sì, anche una sua Costituzione, ma, fatti accaduti, documentati, pubblicamente noti ed ufficialmente denunciati alla mano, per il primo ministro la Costituzione è solo un documento che lui ignora quando gli interessa e fa riferimento solo per demagogia ed a scopi di propaganda. Non solo, ma proprio come diretta conseguenza del modo in cui il primo ministro ed i suoi “consiglieri speciali”, soprattutto quelli incaricati dalla “Società aperta” d’oltreoceano, hanno ideato, programmato ed attuato, da una decina di anni, la riforma del sistema della giustizia, in Albania non ha volutamente funzionato per alcuni anni neanche la Corte Costituzionale. Il nostro lettore è stato informato spesso di questo “dettaglio”, le cui conseguenze sono state e risultano tuttora essere, dati e fatti alla mano, preoccupanti e dannose. Così come il nostro lettore è stato informato continuamente e con la necessaria e dovuta oggettività anche del controllo personale del primo ministro e/o di chi per lui delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia. In seguito il nostro lettore avrà modo di conoscere altri fatti che confermano “l’ubbidienza” di quelle istituzioni agli ordini e alla volontà personale del primo ministro. E siccome lui controlla anche la maggioranza necessaria del Parlamento, perciò controlla anche il legislativo, allora il primo ministro controlla tutti e tre i poteri previsti e descritti da Montesquieu. Poteri che purtroppo, invece di essere separati ed indipendenti, in Albania sono controllati ed ubbidiscono ad una sola persona: al primo ministro. Lui personalmente e/o tramite chi per lui, controlla anche la maggior parte dei media, soprattutto quelli a diffusione nazionale, grazie a dei “rapporti clientelistici preferenziali” con i loro proprietari. Un quarto potere, quello dei media, che non esisteva quando visse Montesquieu. Ed in più, come il nostro lettore è stato informato, dal 24 luglio scorso, tutto fa pensare che il primo ministro controlli alla fine anche l’istituzione della Presidenza della Repubblica. Raggiungendo così un ambito obiettivo posto da lui da alcuni anni. Allora se non è questo, restaurato da alcuni anni in Albania, un regime totalitario, una dittatura camuffata, come si potrebbe definire?! La risposta l’ha data Montesquieu già nel 1748, nel suo libro Spirito delle leggi, affermando convinto che “una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica”. E si sa, come la storia ci insegna, che la tirannia, il regime totalitario e la dittatura, in pratica, sono la stessa cosa.

    Coloro che non conoscono bene la realtà albanese, giustamente e in un modo del tutto naturale, potrebbero fare la domanda: perché si tratta di un regime totalitario che è anche corrotto? Ci sono innumerevoli dati e fatti accaduti quasi quotidianamente negli ultimi anni, almeno quegli pubblicamente noti ed istituzionalmente denunciati, che confermano la corruzione ben radicata in Albania. Sarebbero bastati anche una minima, ma veramente minima parte di quei dati e fatti per far cadere il governo. Si, ma in un Paese democratico però, non in Albania. Per rispondere alla domanda e confermare la corruzione diffusa in tutti i livelli istituzionali, l’autore di queste righe si riferisce allo scandalo degli inceneritori. Si tratta di uno scandalo, e di alcune persone molto altolocate coinvolte, del quale in nostro lettore è stato informato in questi ultimi mesi e anche tre settimane fa (Misere bugie ed ingannevoli messinscene che accusano, 4 aprile 2022; A ciascuno secondo le proprie responsabilità, 26 aprile 2022; Diaboliche alleanze tra simili corrotti, 9 maggio 2022; Da quale pulpito arrivano quelle minacciose prediche, 16 maggio 2022; Corruzione scandalosa e clamoroso abuso di potere, 19 luglio 2022). Un clamoroso scandalo quello dei tre inceneritori che rappresenta un’inconfutabile dimostrazione e testimonianza della galoppante, radicale e gerarchicamente diffusa corruzione in Albania. Ma, allo stesso tempo, rappresenta anche una significativa dimostrazione e testimonianza del controllo, da parte del primo ministro e/o da chi per lui, del sistema “riformato” della giustizia e delle sue “efficienti istituzioni”. Si tratta di uno scandalo nel quale, dati e fatti che ogni giorno diventano sempre più numerosi ed inconfutabili, dati e fatti pubblicamente noti ed ufficialmente denunciati alla mano, risulterebbero essere coinvolti lo stesso primo ministro, alcuni attuali ministri ed ex ministri, il segretario generale del Consiglio dei ministri, il sindaco della capitale ed altri alti funzionari delle istituzioni governative e delle amministrazioni locali. Si tratta di uno scandalo che dimostra come si possono ingoiare centinaia di milioni di euro per degli inceneritori inesistenti, non funzionanti, ma che si pagano con i soldi pubblici come se fossero operativi. Si tratta di uno scandalo che, oltre a centinaia di milioni di euro dei soldi degli albanesi, sta inghiottendo anche finanziamenti dell’Unione europea. Ma si tratta però anche di un clamoroso scandalo che, nonostante le denunce depositate presso la Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata, una nuova istituzione del sistema “riformato” della giustizia, una procura speciale, non vi è stata nessuna reazione da parte di questa Struttura speciale. Chissà perché?! In realtà si sa perché. E lo sanno in tanti ormai in Albania. Gli unici che “non sanno, non vedono, non sentono e non capiscono niente” sono i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania. Proprio quelli che da anni “applaudono i risultati straordinari” della riforma del sistema di giustizia in Albania, grazie anche allo “straordinario, valoroso e dedicato lavoro” delle nuove istituzioni del sistema. La Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata compresa!

    Coloro che non conoscono bene la realtà albanese, giustamente e in un modo del tutto naturale, potrebbero fare la domanda: perché si tratta di un regime totalitario corrotto e anche malavitoso? La riposte è semplice. Basta fare riferimento ai rapporti ufficiali, degli ultimi anni, delle istituzioni specializzate internazionali che trattano la criminalità organizzata in Albania. Oppure basta fare riferimento a delle inchieste svolte da alcune procure in Italia, ormai rese pubbliche. Risulterebbe che la particolarità del regime dittatoriale albanese è che si presenta come un’alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti. Più chiaro di così!

    Chi scrive queste righe potrebbe riempire molte altre pagine su questo argomento, ma per questa volta si fermerà qui. Però, oltre alle responsabilità dirette del primo ministro e dei suoi “fedelissimi” sulla grave situazione in Albania, una grande responsabilità la hanno anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Ma anche alcuni “grandi del mondo” che per delle “ragioni geopolitiche” chiudono un occhio e permettono il consolidamento di un regime totalitario corrotto e malavitoso in Albania. Chi scrive queste righe condivide la convinzione di Emil Brunner che lo Stato totalitario è il risultato inevitabile della lenta disgregazione del concetto di giustizia nel mondo occidentale. Egli, riferendosi all’indifferenza di alcuni “grandi del mondo”, perifrasa quanto scriveva A.J. Cronin in un suo noto romanzo. E cioè che le stelle, lontane e fredde stanno a guardare…

  • Lobbismo occulto a sostegno di autocrati in difficoltà

    I lobbisti sono i nuovi dittatori

    Gabriel Byrne

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato dall’autore di queste righe, tra l’altro, anche di una decisione presa dall’Home Office (il ministero degli Interni britannico; n.d.a.). Una decisione, quella, resa nota in Albania dal diretto interessato il 22 luglio scorso durante un conferenza stampa. Una decisione che dichiarava “persona non gradita ad entrate nel territorio del Regno Unito” l’ex presidente della Repubblica (1992-1997), allo stesso tempo ex primo ministro (2005-2013) e attuale dirigente del ricostituito partito democratico, il maggior partito di opposizione in Albania. Lui è anche il capo storico e uno dei fondatori, nel 1990, del partito. Ed è proprio questa “persona non gradita” che, fatti accaduti e che stanno accadendo in Albania anche in queste ultime settimane alla mano, rappresenta il più temibile avversario politico per il primo ministro, diventando anche il suo incubo continuo, avendo il primo ministro, da anni ormai, “beneficiato di una opposizione comoda” e soprattutto di un dirigente dell’opposizione, una sua “stampella” da anni, che in cambio dei “servizi resi” otteneva delle ricompense cospicue, avendo trasformato il partito in una impresa famigliare molto remunerativa. Ma dal settembre scorso la posizione della “stampella” del primo ministro ha cominciato a traballare, proprio in seguito al ritorno molto attivo nelle vita politica della “persona non gradita”. E cominciarono ad aumentare i “grattacapi” anche per il primo ministro.

    La scorsa settimana l’autore di queste righe informava il nostro lettore che “…Dopo essere stato dichiarato persona “non gradita” il 19 maggio 2021 dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, senza dare nessuna informazione concreta, chiesta ufficialmente da alcuni membri del Congresso, sulla quale si basava una simile decisione, la settimana scorsa la stessa decisione è stata presa dall’Home Office…”. Specificando però che “Nel caso degli Stati Uniti l’ex primo ministro ha ormai denunciato il Segretario di Stato per calunnia”. Il nostro lettore è stato informato l’anno scorso di tutto ciò e anche del fatto che il Dipartimento di Stato statunitense aveva affermato ufficialmente che la sua decisione era stata presa in base a delle informazioni mediatiche, dei rapporti delle organizzazioni non governative e dallo stesso governo albanese. Bisogna però specificare e sottolineare che la maggior parte delle organizzazioni non governative in Albania sono controllate, “stranamente”, proprio dal governo e/o dalle Open Society Foundations (Fondazioni della Società Aperta; n.d.a.) costituite nel 1993 dal multimiliardario e speculatore di borsa statunitense George Soros, attive ormai in molti Paesi del mondo, Albania compresa. E siccome anche i proprietari dei media, nella loro maggior parte, sono in “buoni rapporti clientelistici” con il primo ministro e/o con chi per lui, allora non dovrebbe essere difficile capire su quali fondamenta documentarie è stata basata la decisione del Dipartimento di Stato statunitense per dichiarare “persona non gradita” l’ex primo ministro e attuale dirigente del maggior partito dell’opposizione albanese (Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali, 24 maggio 2021; Irritante manipolazione della realtà, 7 giugno 2021). La scorsa settimana l’autore di queste righe, riferendosi alla sopracitata decisione dell’Home Office, informava, altresì, il nostro lettore che “…tutto fa pensare a delle messinscene e collaborazioni occulte al sostegno di un autocrate. Di colui che è fiero di avere come “amico” George Soros e come suoi consiglieri ben pagati Tony Blair e sua moglie”. E poi egli concludeva, esprimendo la sua convinzione che “…la dichiarazione di persona “non gradita” dell’ex primo ministro è la solita messinscena ben ricompensata (Messinscene e collaborazioni occulte a sostegno di un autocrate; 26 luglio 2022).

    Le due accuse, il base alle quali è stata presa dall’Home Office la decisione nei confronti dell’ex primo ministro albanese, le ha rese note lui stesso durante una conferenza stampa il 22 luglio scorso. La prima si riferiva a dei “legami con dei gruppi della criminalità organizzata e dei criminali, che hanno rappresentato un pericolo per la sicurezza pubblica in Albania e nel Regno Unito” e che lui, il diretto interessato, poteva essere “pronto ad usare questi legami per avanzare le sue ambizioni politiche”. Chi conosce la vera e vissuta realtà albanese, comprese anche le istituzioni specializzate internazionali, dovrebbe sapere che anche nel territorio del Regno Unito, come in molti altri Paesi, non solo europei, la criminalità organizzata rappresenta una crescente preoccupazione e un pericolo. Ma chi conosce la realtà albanese, compresi anche i servizi segreti di Sua Maestà, dovrebbe sapere che sono altre le persone che hanno degli attivi rapporti con la criminalità organizzata. E sono persone molto altolocate nella gerarchia del potere politico albanese. Anche perché la nuova dittatura sui generis, restaurata da alcuni anni in Albania, si presenta come un’alleanza, istituzionalmente rappresentata dal primo ministro, tra il potere politico, la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti internazionali. Accusare ora l’ex primo ministro, il quale dal 2013 non ha esercitato nessun potere esecutivo, che poteva mantenere, nel caso ci fossero, e/o stabilire in seguito, dei legami con la criminalità organizzata sembra un po’ “strano”. Soprattutto in un Paese con una lunga e stimata esperienza e tradizione giuridica, come il Regno Unito. Bisogna sottolineare che il Regno Unito per tanti anni è stato un “territorio ben accogliente” per molti oligarchi, compresi quelli russi, per molte persone arricchite dalla corruzione e dall’abuso del potere, per molte persone con delle enormi ricchezze di “origine incerta” e con dei problemi finanziari non facilmente trascurabili. Ma anche per persone accusate di gravi violazioni dei diritti umani nei loro rispettivi Paesi. Negli ultimi mesi sono state prese delle misure restrittive soltanto per alcuni oligarchi russi, in seguito alle sanzioni poste alla Russia, dopo l’invasione miliare dell’Ucraina il 24 febbraio scorso. Mentre per tutti gli altri, tanti altri, niente; nessuna misura restrittiva. Allora viene naturale la domanda: come mai, proprio adesso e in un periodo difficile per il governo britannico, dopo la dimissione del primo ministro e di molti altri ministri, in attesa dell’elezione del nuovo primo ministro, soltanto l’ex primo ministro albanese è stato dichiarato “persona non gradita” per il Regno Unito? Lui, viene adesso accusato dall’Home Office anche di corruzione dovuta ai rapporti con un cittadino britannico che, secondo l’altra accusa, la seconda, l’ex primo ministro “aveva difeso quando contro di lui [del cittadino britannico] sono state pubblicate delle prove incriminanti”. Un’accusa questa veramente “strana”, fatta da un’importante istituzione britannica com’è l’Home Office. Si, perché la stessa persona, il cittadino britannico, non è stato mai accusato dalle istituzioni del sistema di giustizia del Regno Unito, né di corruzione e neanche di una qualsiasi altra accusa. In più, lo stesso cittadino britannico, il quale ha beneficiato della “difesa” dell’ex primo ministro albanese, quando “contro di lui [del cittadino britannico] sono state pubblicate delle prove incriminanti”, non è stato trovato colpevole neanche dal sistema “riformato” della giustizia albanese. Anzi, risulta essere talmente in regola con la giustizia albanese che da anni lui, il cittadino britannico, beneficia di un ottimo rapporto imprenditoriale con il governo albanese avendo vinto diversi appalti milionari. In più risulterebbe che lui accompagna l’attuale primo ministro in alcune delle sue visite ufficiali. Almeno in un caso è stata documentata la sua presenza. E si trattava di una visita fatta nella capitale degli Stati Uniti d’America nel febbraio 2020. Chissà perché?! E come mai la stessa persona diventa un “rilevante ed importante elemento accusatorio” che ha determinato la dichiarazione di “persona non gradita ad entrare nel territorio del Regno Unito” per l’ex primo ministro albanese, l’attuale dirigente del ricostituito maggior partito dell’opposizione albanese?! Proprio lui che risulta essere il più temibile avversario politico dell’attuale primo ministro ed il suo incubo continuo. Chissà perché?!

    Ci sarebbero dei “buoni e ragionevoli motivi” che hanno fatto “muovere” sia il Dipartimento di Stato statunitense, nel maggio 2021, che l’Home Office britannico una decina di giorni fa, per dichiarare “persona non gradita” ad entrare nei rispettivi territori l’ex primo ministro albanese e attuale dirigente del ricostituito partito democratico, il maggior partito di opposizione. Così come ci sono anche delle plausibili e ragionevoli spiegazioni di quanto è accaduto. Alla base di tutto ciò sembrerebbe esserci proprio il sostegno che bisogna dare all’attuale primo ministro albanese per mantenere solida la sua posizione, permettendo così di controllare, tramite lui, non solo il territorio albanese per degli “interessi” di certe combriccole occulte internazionali, ma anche di sostenere quegli interessi a livello regionale. L’iniziativa Open Balkans rappresenta, tra diverse altre, una di quelle “scelte strategiche” di quei raggruppamenti occulti, che sono anche dei forti e ben organizzati, a livello internazionale, raggruppamenti lobbistici. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito, anche alcuni mesi fa, di questa preoccupante iniziativa. Fatti accaduti e documentati alla mano, risulterebbe che quei raggruppamenti riescono ad influenzare non solo le “scelte politiche” in singoli piccoli Paesi in Asia, Africa ed altrove, ma, addirittura, riescono a influenzare e condizionare anche le scelte decisionali delle istituzioni più importanti internazionali, Organizzazione delle Nazioni Unite e dell’Unione europea comprese. Così come potrebbero anche influenzare le decisioni delle istituzioni governative di determinati Paesi evoluti occidentali. Il caso della dichiarazione di “persona non gradita” dell’ex primo ministro albanese né è solo uno.

    L’attuale primo ministro si vanta essere amico di George Soros, multimiliardario speculatore di borsa statunitense. Di colui che nel Regno Unito, ma anche in Italia, si ricorda per quello che ormai è noto come “il mercoledì nero delle borse”. Di quel mercoledì, 16 settembre 1992, quando sia la sterlina britannica che la lira italiana, uscirono dal Sistema Monetario europeo, come conseguenza diretta delle speculazioni monetarie di George Soros. Ebbene, nel settembre scorso, durante una sua visita a New York, dopo un “incontro amichevole e di lavoro” con Soros, il primo ministro albanese dichiarava che lui “è mio amico e sono fiero che sia mio amico”! Lui, George Soros, che per il primo ministro albanese è “una mente rara ed un sostenitore irremovibile della Società aperta”. Ma non è soltanto George Soros un suo “amico”. Dal 2013 si è saputo, almeno in pubblico, che un altro suo “caro amico” e “importantissimo consigliere speciale” è, guarda caso, anche Tony Blair, l’ex primo ministro britannico. Proprio lui che il 4 ottobre 2013, pochissime settimane dopo la costituzione del primo governo capeggiato dall’attuale primo ministro albanese, era seduto al centro del tavolo del Consiglio dei ministri e presiedeva la riunione. E durante quella riunione, Blair dichiarava: “Vi sto dando i primi consigli per avere un governo che possa raggiungere più successi possibili.”! Ed i “successi” consigliati da Tony Blair e da sua moglie, anche lei “consigliere speciale” del primo ministro albanese, sono ormai noti a tutti. Così come sono note e purtroppo quotidianamente sofferte dagli albanesi le dirette conseguenze di quei consigli.

    Ma le conseguenze dei “valorosi ed innovativi” consigli si George Soros e di Tony Blair sono noti e quotidianamente sofferti anche in altri Paesi del mondo. Quanto è successo in Guinea, una decina di anni fa, dopo le congiunte attività lobbistiche occulte di George Soros e di Tony Blair, ormai sono di dominio pubblico. Così come sono note e sofferte quelle attività lobbistiche comuni, sempre di George Soros e di Tony Blair, anche in Sri Lanka. Quanto è accaduto lì durante questi ultimi anni rappresenta un’eloquente ed inconfutabile testimonianza.

    Chi scrive queste righe considera molto dannoso e con delle gravi conseguenze il lobbismo occulto a sostegno di certi autocrati in difficoltà. Come il primo ministro albanese, ma non solo. Ed egli condivide l’opinione che i lobbisti sono e/o rappresentano i nuovi dittatori. La storia ci insegna.

  • Messinscene e collaborazioni occulte a sostegno di un autocrate

    Ci sono molte persone nel mondo, ma ci sono ancora più volti, perché ognuno ne ha diversi.

    Rainer Maria Rilke

    Il 22 luglio scorso, in un sontuoso palazzo ad Istanbul, è stato firmato l’accordo tra la Russia e l’Ucraina sull’esportazione del grano ucraino dal porto di Odessa e altri due circostanti. L’accordo prevede lo sblocco dell’esportazione di circa 25 milioni di tonnellate di grano ucraino ed è stato sottoscritto dal ministro della Difesa russo e dal ministro delle Infrastrutture ucraino. Ma lo hanno fatto separatamente: una significativa testimonianza quella dei grandi disaccordi tuttora presenti tra le due parti coinvolte in un sanguinoso conflitto militare dal 24 febbraio scorso. Durante la sottoscrizione dell’accordo erano presenti l’anfitrione, il presidente turco e il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), come garanti dell’accordo. Ebbene, proprio un giorno dopo il porto di Odessa, da dove dovevano partire le navi con il grano, è stato bombardato con dei missili russi! Immediate sono state le dure reazioni da parte dei massimi rappresentanti istituzionali dell’Ucraina e dell’ONU, nonché dei singoli Paesi occidentali che hanno condannato la violazione dell’accordo. Mentre da parte della Russia nessun commento sull’attacco. Ma loro hanno comunque negato ogni loro diretto coinvolgimento. Lo ha confermato il ministro turco della Difesa tramite una dichiarazione pubblica. Il ministro turco ha affermato che “…Nel nostro contatto con la Russia, i russi ci hanno detto che non avevano assolutamente nulla a che fare con questo attacco e che stavano esaminando la questione molto da vicino e in dettaglio”. Ed era un esame cosi “molto da vicino e in dettaglio”, mentre da tutte le parti la Russia veniva accusata della violazione unilaterale e irresponsabile dell’accordo che, neanche un giorno dopo, la Russia è stata costretta ad ammettere proprio quello che avevano negato prima. E cioè è stato affermato, tramite i portavoce del ministero degli Esteri e della Difesa, che l’attacco missilistico da parte delle forze armate russe c’è stato, ma non contro i depositi di grano, bensì contro delle infrastrutture miliari ucraine sul porto di Odessa! Bella scusa, che invece accusa. Accusa proprio la consapevole negazione dell’attacco missilistico sul porto di Odessa, intenzionalmente e come al solito fatta dalle istituzioni della Federazione russa domenica 24 luglio. Lo stesso giorno dal Cairo, dove ha partecipato ad un incontro degli ambasciatori della Lega Araba in Egitto, il ministro degli Esteri russo, nonostante un giorno prima la Russia negava del tutto un attacco missilistico sol porto di Odessa, ha garantito che “…la Russia manterrà i suoi impegni sull’export di cereali a prescindere dalla revoca o meno delle restrizioni applicate a Mosca.. Trasmettendo così un messaggio “tra le righe”, secondo il quale l’accordo sull’esportazione del grano continuerà, ma i Paesi occidentali “devono rimuovere gli ostacoli che si sono creati da soli”, riferendosi così alle sanzioni poste.

    Ovviamente e giustamente quanto sta accadendo in Ucraina dal 24 febbraio scorso, sta attirando tutta la dovuta multidimensionale attenzione pubblica ed istituzionale a livello internazionale. Ed è giusto che sia così. Ovviamente però che quello che sta accadendo in Ucraina durante questi mesi, come ci insegna la “logica della ragionevolezza e dell’oggettività”, non si può paragonare alle “faccende di casa” di qualsiasi singolo Paese sempre durante questi mesi, compresa l’Albania. Di certo però che il simbolismo di quello che è successo dopo la firma del accordo sull’esportazione del grano, prima con la negazione dell’attacco missilistico da parte della Russia, poi, in meno di un giorno, con l’affermazione dell’attacco, ma non degli obiettivi bombardati, potrebbe adattarsi benissimo all’atteggiamento del tutto non affidabile, menzognero e truffaldino del primo ministro albanese. Come in tanti casi di accordi ufficialmente presi e firmati, in presenza dei “garanti internazionali” e poi ignorati, cambiati a suo piacimento e finalmente approvati in parlamento con i voti della sola maggioranza governativa. Sono molto significativi, come dimostrazione, due tra tanti casi. Quello delle votazioni, a settembre 2016, delle leggi base per sostenere gli emendamenti costituzionali della riforma di giustizia, che hanno violato palesemente il consenso raggiunto tra tutte le parti e confermato con tutti i voti del parlamento soltanto due mesi fa, il 17 luglio 2016. Ma anche il caso delle leggi in sostegno dell’accordo sulla riforma elettorale, raggiunto tra le parti il 5 giugno 2020 e poi violato con i voti della maggioranza governativa e di alcuni deputati “dell’opposizione di facciata” il 5 ottobre 2020. E tutto ciò è stato voluto ed ordinato direttamente dal primo ministro e/o da chi per lui. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito e a più riprese sia del caso delle leggi della “riforma” del sistema di giustizia, che di quelle della riforma elettorale. Il primo ministro, fatti accaduti e che stanno accadendo, fatti ampiamente documentati, fatti pubblicamente noti ed ufficialmente denunciati e depositati alla mano, risulta essere un bugiardo, un ingannatore innato e del tutto inaffidabile. La sua inaffidabilità ha tanti elementi in comune, come ci insegna anche la “logica della ragionevole ed oggettiva proporzionalità”, con l’inaffidabilità del dittatore russo e/o di chi vicino a lui, che hanno messo in atto quanto è accaduto tra il 22 e il 24 luglio scorso con l’accordo del grano.

    Domenica scorsa, il 24 luglio, in Albania è stato messo in atto un ulteriore, pericoloso e preoccupante passo verso il consolidamento della dittatura sui generis. Una dittatura, questa, camuffata soltanto da una facciata pluralistica, che si sta restaurando da alcuni anni in Albania. Una dittatura sulla quale il nostro lettore da anni è stato informato e si sta di continuo informando oggettivamente, dati e fatti alla mano, dall’autore di queste righe. Il 24 luglio scorso in Albania si è svolta la cerimonia dell’insediamento del nuovo Presidente della Repubblica. La sua elezione, il 4 giugno scorso, con solo 78 voti, uno in più da quelli controllati con mano di ferro dal primo ministro, ha testimoniato il necessario appoggio che doveva avere una persona “sopra le parti”, come è stato descritto dal primo ministro il nuovo Presidente della Repubblica. Il nostro lettore è stato informato di questa elezione del 4 giugno scorso. L’autore di queste righe scriveva che si è trattato di “un’elezione basata sul nome risultato dalle ‘proposte chiuse in una busta’ dei deputati della maggioranza. Una scelta “affidata” dal primo ministro ai suoi ubbidienti deputati, ma che in realtà era esclusivamente una scelta sua. E non poteva essere diversamente. L’incognita riguardava solo il nome. Ma l’identikit della candidatura era ben chiaramente disegnato. E prima di tutto doveva avere la fiducia del primo ministro e doveva ubbidire a lui. Anche perché ci sono delle “sfide” da affrontare nel prossimo futuro”. E poi aggiungeva: “Le cattive lingue stanno parlando e dicendo tante cose durante questi ultimissimi giorni sull’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Ma anche di lui stesso, di certi suoi “problemi” con la giustizia e dell’“appoggio” arrivato per la sua selezione ed elezione da oltreoceano. Hanno parlato del “linguaggio del corpo” che, secondo gli specialisti, fanno del nuovo presidente una persona molto riconoscente al primo ministro e che, perciò, potrebbe essergli anche molto ubbidiente”. (Vergognosa, arrogante e sprezzante ipocrisia dittatoriale in azione; 8 giugno 2022). Con l’insediamento del nuovo Presidente della Repubblica, il 24 luglio scorso in Albania il primo ministro sembrerebbe sia riuscito finalmente a controllare anche l’ultima istituzione rimasta fuori dalle sue “dirette influenze”; quella della Presidenza della Repubblica. Un obiettivo tanto ambito e finalmente raggiunto. Una soddisfazione per il primo ministro, ma anche per altri suoi simili nei Paesi vicini e con i quali il primo ministro albanese è in “ottimi rapporti di amicizia”. Sono alcuni accordi internazionali che adesso potrebbero andare avanti senza difficoltà. Uno dei quali è quello con la Grecia e riguarda le aree marine nel mar Ionio, come ha espressamente auspicato il ministro degli Esteri greco pochi mesi fa, riferendosi proprio all’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Chissà perché?! Ebbene, durante il suo primo discorso da Presidente della Repubblica, niente è stato detto sui reali e drammatici problemi che da anni stanno affrontando gli albanesi, compresa la diffusa povertà, la criminalità organizzata, la galoppante corruzione e tanti altri. Niente è stato detto del pauroso e preoccupante spopolamento del paese. Niente è stato detto anche della politica estera dell’Albania e i rapporti con i Paesi vicini. Niente di tutto ciò. Chissà perché?! Le cattive lingue, durante queste ultime ore, stanno dicendo convinte che il discorso letto dal presidente della Repubblica durante la cerimonia del suo insediamento è stato scritto da un “opinionista”, un convinto sostenitore delle “politiche” del primo ministro albanese. E si sa ormai, le cattive lingue in Albania difficilmente sbagliano.

    La scorsa settimana l’opinione pubblica albanese è stata informata della dichiarazione come persona “non gradita” dell’ex presidente della Repubblica (1992-1997), allo stesso tempo ex primo ministro (2005-2013) e attuale dirigente del ricostituito partito democratico, il maggior partito dell’opposizione in Albania. Lo ha reso noto venerdì scorso, 22 luglio, il diretto interessato durante una conferenza stampa. Dopo essere stato dichiarato persona “non gradita” il 19 maggio 2021 dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, senza dare nessuna informazione concreta, chiesta ufficialmente da alcuni membri del Congresso, sulla quale si basava una simile decisione, la settimana scorsa la stessa decisione è stata presa dal Home Office (ministero degli Interni; n.d.a.) e sottoscritta dal segretario di Stato per gli affari interni del Regno Unito. Ma in questo caso almeno, come ha detto il diretto interessato, si faceva riferimento a due accuse. Una, generica, riguardava i “legami con dei gruppi della criminalità organizzata e dei criminali, che hanno rappresentato un pericolo per la sicurezza pubblica in Albania e nel Regno Unito” e che lui, il diretto interessato, poteva essere “pronto ad usare questi legami per avanzare le sue ambizioni politiche”. L’altra accusa riguardava quella di corruzione dovuta ai rapporti con un cittadino britannico che, secondo l’accusa, l’ex primo ministro “aveva difeso quando contro di lui [del cittadino britannico] sono state pubblicate delle prove incriminanti”. Nel caso degli Stati Uniti l’ex primo ministro ha ormai denunciato il Segretario di Stato statunitense per calunnia. Il nostro lettore è stato informati di questa vicenda a tempo debito (Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali, 24 maggio 2021; Irritante manipolazione della realtà, 7 giugno 2021). Mentre il caso reso noto la scorsa settimana è ancora in corso. Ma venerdì scorso, durante la sua conferenza stampa il diretto interessato, l’ex primo ministro e attuale dirigente del ricostituito partito democratico albanese ha trattato in dettagli le due accuse fatte nei suoi confronti dal Home Office, dando anche le sue spiegazioni sulla falsità di simili accuse. Allo stesso tempo, come aveva fatto anche con il Dipartimento di Stato, ha chiesto, sfidando Home Office a rendere pubblica almeno una prova concreta in sostegno delle accuse fatte. E se non potevano far pubbliche delle prove, di consegnare quelle prove, se vi fossero, presso le istituzioni della giustizia in Albania. Tutto rimane da seguire.

    Nel frattempo però l’attuale dirigente del ricostituito partito democratico rappresenta l’unica sola preoccupazione seria per il primo ministro. Lo sta dimostrando spesso lui, nolens volens¸ in queste ultime settimane. Soprattutto dopo la massiccia protesta del 7 luglio scorso, della quale il nostro lettore è stato ormai informato (La ribellione contro le dittature è un sacrosanto diritto e dovere; 12 luglio 2022). Riferendosi alla sopracitata decisione del Home Office, tutto fa pensare a delle messinscene e collaborazioni occulte al sostegno di un autocrate. Di colui che è fiero di avere come “amico” George Soros e come suoi consiglieri ben pagati Tony Blair e sua moglie.

    Chi scrive queste righe è convinto che la dichiarazione di persona “non gradita” dell’ex primo ministro è la solita messinscena ben ricompensata. Il tempo, quel gentiluomo, lo dimostrerà. Come ha dimostrato che ci sono molte persone nel mondo, ma ci sono ancora più volti, perché ognuno ne ha diversi.

  • Corruzione scandalosa e clamoroso abuso di potere

    Quello che c’è di scandaloso nello scandalo è che ci vi si abitua.

    Simone de Beauvoir

    Sir John Emerich Edward Dalberg-Acton, conosciuto però meglio come Lord Acton, è stato un noto storico e politico britannico del XIX secolo. Grazie alle sue capacità, alla sua formazione scolastica al St. Mary’s College, noto seminario cattolico, nonché alla sua propensione per la storia, essendo anche un poliglotta, si distinse soprattutto come un rispettato sostenitore del cattolicesimo liberale. Con i suoi articoli e le sue lettere, pubblicate su The Times, Lord Acton prese parte al dibattito sui rapporti tra la Chiesa cattolica e il liberalismo. Si distinse molto anche durante la crisi in cui si trovò la Chiesa in seguito al sostegno che il Papa Pio IX diede al dogma dell’infallibilità papale, schierandosi pubblicamente contro quella decisione. Tra le tante sue pubblicazioni è nota anche una lettera che Lord Acton scrisse al noto storico Mandell Creighton il 5 aprile 1887. Creighton era un eminente professore di storia ecclesiastica all’Università di Cambridge e Canonico di Windsor. Quella lettera era parte di un lungo scambio di opinioni tra Lord Acton e Mandell Creighton, il quale era propenso però a un relativismo morale acritico nel riguardo delle alte autorità della Chiesa Cattolica arrivando fino al punto di sostenere che bisognava “chiudere un occhio” sulla corruzione e/o sugli abusi dei papi e di altri, mentre Lord Acton è stato sempre molto critico rispetto alla corruzione e agli abusi di chiunque fosse, papi compresi. Riferendosi all’Inquisizione e alle sue drammatiche e crudeli ripercussioni, ma soprattutto al ruolo dei papi e delle alte autorità ecclesiastiche, Lord Acton scriveva al professor Creighton: “…Questi uomini istituirono un sistema di persecuzione, con un tribunale speciale, funzionari speciali, leggi speciali. […] Hanno inflitto, per quanto potevano, pene di morte e dannazione a tutti coloro che vi si opponevano”. E poi proseguiva, scrivendo “…quello che mi stupisce e mi disabilita è che tu parli del Papato non come se esercitasse una giusta severità, ma come se non esercitasse alcuna severità […], ma ignori, neghi anche, almeno implicitamente, l’esistenza della camera di tortura e del rogo”. In seguito Lord Acton esprimeva il suo fermo convincimento, il quale ormai, anche dopo più di un secolo, rimane molto attuale e significativo. Lord Acton scriveva: “…Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente. I grandi sono quasi sempre uomini cattivi, anche quando esercitano influenza e non autorità: ancor di più quando si aggiunge la tendenza o la certezza della corruzione per autorità. Non c’è eresia peggiore di quella che l’ufficio santifichi il detentore di esso”. Una convinzione, quella di Lord Acton, tuttora attuale e che rapporta il comportamento dei “grandi”, di quegli che esercitano poteri istituzionali nel mondo di oggi e che non sono più i papi ai quali si riferiva il noto storico britannico nella sua lettera del 5 aprile 1887 inviata a Mandell Creighton.

    La scorsa settimana è stato pubblicato il rapporto dell’Eurostat sulla corruzione in Europa, che si riferiva al periodo 2015-2021. L’analisi prendeva in considerazione non solo i dati riguardanti i Paesi europei, ma anche una combinazione delle inchieste e le valutazioni sulla corruzione basati su 13 fonti diverse. Ebbene, da quel rapporto l’Albania e la Russia risultavano essere i due Paesi con gli indici di corruzione maggiormente peggiorati in Europa. Dai risultati di quel rapporto risultava che l’Albania e la Russia erano i due Paesi con la più alta percezione sulla diffusione della corruzione nel sistema pubblico. In più risultava che l’Albania aveva avuto un peggioramento dell’indice della corruzione anche in riferimento a se stessa durante il periodo 2015-2021. Ma nel rapporto si evidenziava che i sistemi efficaci della giustizia rappresentano una precondizione nella lotta contro la corruzione. Dal rapporto risultava che la corruzione causa, oltre al grande danno finanziario, anche un danno sociale, legato soprattutto al reale rafforzamento delle attività della criminalità organizzata. Il rapporto dell’Eurostat evidenziava la stretta correlazione tra l’indice della corruzione e la percezione dell’indipendenza del sistema della giustizia. L’Albania rappresenta un significativo esempio, che testimonia come nei Paesi con un sistema di giustizia non indipendente, se non addirittura controllato, la diffusione della corruzione è molto alta.

    Se si trattasse semplicemente della sceneggiatura di un film sull’evasione fiscale, sulle attività illecite o temi del genere, tutti sarebbero stati concordi che all’autore non mancavano una spiccata immaginazione e una spinta di fantasia. Ma in realtà non si tratta per niente della sceneggiatura di un film. Si tratta, invece, di un clamoroso scandalo corruttivo realmente accaduto in Albania. Di uno scandalo convintamente documentato ed ufficialmente denunciato, da alcuni anni e a più riprese, presso le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia. Si tratta di uno scandalo che, nel caso fosse stato verificato, anche in minima parte, in un normale Paese dove funziona il sistema della giustizia, e cioè uno dei tre poteri indipendenti di uno Stato democratico, avrebbe causato non solo l’immediata caduta del governo centrale e di alcune amministrazioni locali, ma anche una vasta inchiesta giudiziaria per consegnare alla giustizia tutte le persone coinvolte, nessuna esclusa. Quello scandalo accaduto in Albania, sul quale, soprattutto durante quest’anno sono pubblicate e depositate tante prove documentarie, comunemente noto come lo scandalo degli inceneritori, di tre inceneritori, uno dei quali nella capitale, riguarda delle vere e proprie “concessioni” corruttive per degli impianti che da anni vengono pagati con dei milioni dalle casse dello Stato, cioè con dei milioni del denaro pubblico e non dai privati. Strane “concessioni” quelle. E non sono solo le tre concessioni degli inceneritori, ma bensì la maggior parte delle concessioni “generosamente offerte” in questi ultimi anni in Albania dallo Stato ai privati. Privati che presentano soltanto la richiesta per “sviluppare” un progetto, ma che non pagano niente; semplicemente approfittano enormi guadagni sanciti con delle “leggi speciali” e/o con delle decisioni governative. Così è stato anche nel caso dei tre inceneritori. Milioni di euro pagati ma che però, dati e fatti alla mano, adesso anche documentati ed ufficialmente depositati, non sono stati spesi per la costruzione degli impianti. Perché non ci sono degli impianti. E men che meno degli impianti funzionanti. Nel caso della capitale non esiste proprio niente! Ma da anni gli abitanti pagano una tassa supplementare per affrontare i costi dell’inceneritore, i cui lavori non sono mai stati avviati! Si tratta di uno scandalo che coinvolgerebbe tante persone, alcune molto altolocate, compreso il primo ministro, alcuni sindaci, compreso quello della capitale ed altri funzionari dell’amministrazione pubblica, centrale e locale. Un significativo ruolo in questo scandalo sembrerebbe lo abbia avuto il segretario generale del Consiglio dei ministri, un fedelissimo del primo ministro, noto come la sua eminenza grigia. Il nostro lettore è stato informato in questi ultimi mesi di diversi scandali, compreso quello dei tre inceneritori. Così come è stato informato anche delle “abilità” dell’eminenza grigia del primo ministro e dei suoi legami con esponenti della criminalità organizzata, sia in Albania che in Italia (Misere bugie ed ingannevoli messinscene che accusano, 4 aprile 2022; A ciascuno secondo le proprie responsabilità, 26 aprile 2022; Diaboliche alleanze tra simili corrotti, 9 maggio 2022; Da quale pulpito arrivano quelle minacciose prediche, 16 maggio 2022).

    In Albania ormai da alcuni anni si sta parlando dello scandalo dei tre inceneritori. Sono state fatte delle denunce pubbliche, soprattutto da esponenti di un partito dell’attuale opposizione. L’anno scorso è stata costituita anche una commissione parlamentare per indagare e verificare tutto quello che si sapeva allora sulle “concessioni” dei tre inceneritori. Tutto si concluse con un rapporto e poi niente. Nessuna indagine avviata però dalle istituzioni del “riformato” sistema della giustizia in Albania, nonostante il rapporto della commissione parlamentare dava delle indicazioni, sulla base delle quali si potevano aprire diverse inchieste. Niente! Tranne due arresti, quello di un ex ministro dell’ambiente due anni fa, rappresentante di un partito di coalizione governativa e l’altro, l’anno scorso, dell’ex segretario del ministero dell’ambiente, anche quello rappresentante dello stesso partito della coalizione governativa nel periodo che sono state avviate le procedure delle tre “concessioni” degli inceneritori. Si tratta di un partito che ormai sta all’opposizione. Ragion per cui loro due, gli “illustri arrestati” si potevano “consegnare” alla giustizia, per dimostrare sia la “volontà” politica del primo ministro per non “ostacolare” le indagini, sia la “determinazione” del sistema “riformato” della giustizia per condannare i “veri responsabili”. Cosa che fa ridere anche i polli. Perché in Albania tutti sanno, almeno quegli che ragionano incondizionati e con il proprio cervello in base ai fatti accaduti da anni ormai, pubblicamente noti e non solo quelli relativi agli inceneritori ma anche di tanti altri, che i veri responsabili non sono e non possono essere quei due arrestati. I veri responsabili sono ben altri e molto più altolocati. Partendo dal primo ministro in persona. Ma lui e la sua ben organizzata e potente propaganda hanno fatto di tutto per “annebbiare” l’effetto delle denunce e delle accuse pubbliche basate sui fatti d’allora. Il primo ministro, per dimostrare la “bontà” degli inceneritori, ha cercato di convincere tutti che si trattava di progetti in difesa dell’ambiente e della pulizia delle città. Si perché, oltre alle tre città dove si dovevano costruire gli inceneritori anche altre, circostanti, dovevano portare a bruciare i propri rifiuti. Ma tutto dietro dei pagamenti che oltrepassavano le capacità di pagamento dei rispettivi comuni. Fatto di per se che ha creato e sta tuttora creando dei grossi problemi finanziari. Ma soprattutto non risolve niente, perché i rifiuti non si bruciano non avendo ancora degli inceneritori funzionanti e neanche costruiti. Nonostante ciò il primo ministro, per convincere della “bontà” delle concessioni degli inceneritori ha, addirittura, organizzato in pompa magna li dove si doveva costruire e fare funzionare uno degli inceneritori, anche delle riunioni del consiglio dei ministri nella primavera del 2018. Lo ha rifatto di nuovo nel autunno del 2020 con delle strutture del partito durante la campagna elettorale per le elezioni del 25 aprile 2021.

    Mentre quanto sta emergendo in queste due ultime settimane fa veramente rabbrividire. Dati e fatti inconfutabili che dimostrano e testimoniano senza ombra di dubbio una corruzione scandalosa e degli abusi clamorosi del potere, partendo dai massimi livelli politici ed istituzionali. Dati e fatti che porterebbero fino allo stesso primo ministro, al sindaco della capitale, al segretario generale del Consiglio dei ministri, nonché a diversi attuali ministri ed alti funzionari delle istituzioni pubbliche. Dai dati documentati risulta che quanto sta emergendo in queste due ultime settimane, come ormai testimoniano anche i diretti interessati, dei pensionati, alcuni ultra novantenni, persone che non riescono a mettere insieme pranzo e cena e, addirittura, anche una persona defunta, sono stati, senza saperlo, proprietari milionari di alcune “ditte fantasma” che servivano semplicemente per far circolare i milioni per dei lavori mai fatti negli inceneritori. “Strano” però il silenzio del primo ministro sugli inceneritori. Da due settimane nessun commento, neanche un leggero “cinguettio” in rete. Proprio lui, che non lascia perdere un’occasione per intervenire, dalla mattina alla sera. E come lui anche i soliti “rappresentanti internazionali. Chissà perché?!

    Chi scrive queste righe poteva riempire tante altre pagine, informando il nostro lettore di questo scandalo e del clamoroso abuso di potere tuttora in corso. Auspicando però che non si avveri, nel caso dei cittadini albanesi, quanto affermava Simone de Beauvoir. E cioè che loro non si devono abituare allo scandalo in corso. Ma anche a tanti altri. Devono, invece, reagire determinati, tenendo sempre ben presente la convinzione di Lord Acton, secondo la quale il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente.

Back to top button