Corruzione

  • Sarkozy alla sbarra, prima volta per un ex presidente transalpino

    E’ il primo capo dello Stato francese a comparire in tribunale come imputato accusato di corruzione. Abito scuro e camicia bianca, l’ex presidente Nicolas Sarkozy è giunto il 23 novembre poco prima delle 13.30 al tribunale di Parigi circondato da un nugolo di cameraman e fotografi per partecipare a quello che viene annunciato come un processo senza precedenti nella storia della Quinta Repubblica.

    E tuttavia, poco dopo l’apertura, il tribunale ha deciso la sospensione fino a giovedì prossimo, il tempo di ottenere i risultati di una expertise medica su uno degli altri principali imputati, l’ex alto magistrato settantatreenne Gilbert Azibert, oggi assente dall’aula per cause mediche.

    Poco prima del rinvio, Sarkozy ha salutato i legali presenti in tribunale nonché i membri della procura finanziaria che indagano sulla cosiddetta vicenda delle “intercettazioni”. Quando la presidente del tribunale Christine Maé ha enunciato le generalità del principale imputato – Nicolas Sarkozy de Nagy

    Bocsa – lui ha replicato secco: “E’ sufficiente Sarkozy”.

    Sessantacinque anni, appena alleggerito dalle accuse per le tangenti libiche a causa della ritrattazione del testimone chiave a suo carico, Sarkozy ha promesso di essere “combattivo” davanti al tribunale ed ha ripetuto negli ultimi giorni di non essere “un corrotto”.

    Il processo, rinviato subito al 26 novembre, dovrebbe durare fino al 10 dicembre, ma resta appeso come diversi altri appuntamenti giudiziari alla situazione della pandemia e potrebbe essere ulteriormente posticipato. Il caso delle intercettazioni, o “affaire Bismuth”, è legato a quello delle tangenti libiche per la campagna presidenziale del 2007. Quando i giudici misero sotto controllo il cellulare dell’ex presidente nel 2013 per indagare sul presunto denaro arrivato da Tripoli, scoprirono che Sarkozy utilizzava una linea segreta sotto il nome di Paul Bismuth per comunicare con il suo legale, Thierry Herzog.

    L’accusa ritiene che alcune conversazioni intercettate hanno rivelato l’esistenza di un “patto” di corruzione: Sarkozy, attraverso Herzog, avrebbe dato “una mano” ad Azibert per ottenere un incarico nel principato di Monaco a cui ambiva (e che non ha mai ottenuto). In cambio, Azibert avrebbe fornito informazioni coperte dal segreto su una procedura avviata nei confronti dell’ex capo dello Stato davanti alla Corte di Cassazione a margine di un altro scandalo, quello Bettencourt, dal nome dell’erede L’Oreal.

    Ritiratosi dalla politica attiva dopo la sconfitta alle primarie della destra a fine 2016, Sarkozy rischia fino a 10 anni di carcere e una mula di un milione di euro. Prima di lui, solo il suo predecessore Jacques Chirac fu messo sotto accusa e condannato nel 2011. In quel caso però non si trattava di un presunto caso di corruzione ma dello scandalo dei falsi impieghi al Comune di Parigi. E Chirac non comparve mai nell’aula di tribunale a causa del suo precario stato di salute.

  • Realtà nascoste con l’inganno da falsari di parola

    Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie.

    George Orwell

    La corruzione continua ad essere una piaga cancrenosa ed infestante per l’umanità. E come tale, con i suoi due intrinsechi aspetti, la tentazione di corrompere e l’accondiscendenza ad essere corrotti, purtroppo accompagna la società umana dalla notte dei tempi. La corruzione è un male che divora il sano tessuto sociale e il denaro pubblico. Quantità enormi di denaro pubblico che finiscono nelle tasche dei pochi, a scapito dei tanti. La corruzione deve essere combattuta sia dalle solide istituzioni dello Stato di diritto, a livello nazionale, che da quelle specializzate internazionali, a livello più ampio. Ma la corruzione non si può combattere con successo, senza una sensibilizzazione ed una consapevole partecipazione degli stessi cittadini. La corruzione ha rappresentato e continua a rappresentare un serio problema da affrontare anche per l’Unione europea. Ragion per cui, nel 1999, il Consiglio d’Europa decise di costituire una struttura specializzata, ormai nota come GRECO (Group of States against Corruption – Gruppo di Stati contro la Corruzione). L’obiettivo di questa struttura è il miglioramento delle capacità degli Stati membri del Consiglio d’Europa, che hanno aderito all’iniziativa, di combattere la corruzione secondo gli standard anti-corruzione dello stesso Consiglio. Attualmente al GRECO hanno aderito 48 Stati europei e gli Stati Uniti d’America. Anche l’Albania è uno degli Stati membri.

    E proprio il 13 ottobre scorso a Tirana si è svolta la Conferenza ad alto livello “Il rafforzamento dell’integrazione e la lotta contro la corruzione”. In quella conferenza il segretario esecutivo del GRECO ha presentato i risultati del Rapporto per l’Albania, resi pubblici ufficialmente alcuni giorni prima. Da notare che il precedente Rapporto sull’Albania è stato pubblicato sei anni fa. L’alto rappresentante del GRECO ha ringraziato tutte le autorità albanesi per l’organizzazione di quella importante conferenza. Poi, continuando il suo intervento, ha ribadito che “I rapporti del GRECO non sono delle percezioni; noi non elenchiamo i paesi. Noi evidenziamo in maniera oggettiva le misure prese o non prese dai paesi, attuate o non attuate per prevenire o lottare contro la corruzione’. Garantendo anche che i rapporti ufficiali del GRECO “…sono rapporti di fatto e non teorici”. In seguito l’alto rappresentante ha ringraziato le autorità albanesi, primo ministro in testa perché, dopo il rapporto di sei anni fa  “…9 delle 10 ultime raccomandazioni del GRECO per l’Albania, riguardanti la prevenzione della corruzione dei parlamentari, giudici e procuratori, sono state attuate integralmente”. Ed ha sottolineato convinto che “… Infatti, questo è un ottimo risultato e non è per merito del GRECO o del Consiglio d’Europa, oppure di qualche altra istituzione internazionale”. Non potevano, ovviamente, mancare tutti i ringraziamenti per le autorità albanesi che “…devono essere fiere e avere [tutto] il merito di questo progresso”. E mentre stava finendo il suo intervento, l’alto rappresentante del GRECO ha fatto un riferimento ad un rapporto mandato ultimamente dall’Albania a MONEYVAL (Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo; una struttura del Consiglio d’Europa). E qui arriva il bello! Sì, perché se si fa riferimento all’ultimo rapporto MONEYVAL sull’Albania, ma anche agli altri precedenti, risulta ben altro. Chi ha letto e conosce i contenuti di quei rapporti, e tenendo presente anche quanto ha detto il segretario esecutivo del GRECO (altra struttura sempre del Consiglio d’Europa) il 13 ottobre scorso a Tirana durante la sopracitata conferenza, potrebbe pensare perfino ad un lapsus freudiano di quest’ultimo. Sì, perché nel rapporto del MONEYVAL per il 2018 sull’Albania si evidenziava che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro [sporco] in Albania”. In quel rapporto si sottolineava anche il diretto legame tra il potere politico in Albania e le attività della criminalità organizzata. Legami e collaborazioni che spesso generano “ingenti quantità di introiti criminali”. E poi il rapporto constatava ed evidenziava una realtà allarmante, che sta generando preoccupanti e pericolose conseguenza in Albania. E cioè che la legge in Albania non è uguale per tutti. Perché secondo MONEYVAL “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro [sporco]…”. Questo e altro ancora era evidenziato nel Rapporto ufficiale per il 2018 del MONEYVAL sull’Albania. Ma, purtroppo, da allora le cose non sono migliorate, ma addirittura sono peggiorate. L’Albania risulta essere l’unico paese europeo, insieme con l’Islanda, classificato nel cosiddetto “Elenco grigio” per il riciclaggio del denaro sporco. I paesi di quell’“elenco grigio” sono continuamente monitorati da parte di FATF (Financial Action Task Force) e di MONEYVAL. Proprio nell’ultimo Rapporto ufficiale per il 2019, presentato il 21 febbraio scorso, l’Albania è stata purtroppo declassata, riferendosi agli anni precedenti, e messa nella “Elenco grigio”. Nel rapporto si sottolineava che “…l’Albania rimarrà sorvegliata e sotto un allargato monitoraggio”! Il significato del fatto di essere un “paese sorvegliato” si capisce chiaramente dalle normative che regolano il funzionamento dello stesso MONEYVAL. Secondo quelle normative “… Gli Stati si possono mettere sotto sorveglianza allargata nel caso in cui si identificano delle serie incompatibilità con gli standard”.  Standard che sono quelli stabiliti proprio dalle istituzioni dell’Unione europea! Di tutto ciò e ben altro ancora, l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore a tempo debito (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia; 4 maggio 2020).

    Durante la sopracitata conferenza tenuta a Tirana il 13 ottobre scorso, in seguito all’intervento elogiativo dell’alto rappresentante del GRECO, ha parlato, con frasi non meno entusiastiche, anche l’ambasciatrice statunitense a Tirana. Riferendosi all’impegno e ai successi del governo albanese nella lotta contro la corruzione, lei ha detto che “…l’Albania ha cominciato questo percorso e la riforma della giustizia ha cominciato a mostrare i risultati”. Poi, convinta, ha dichiarato che “….Se l’Albania continua su questa strada, potrà diventare un modello per le riforme del buon governo” (Sic!). Mentre, per finire in bellezza, il primo ministro ha scoperto chi erano e chi sono i veri responsabili e colpevoli della corruzione in Albania. Sì, proprio così. Secondo lui “La testa della corruzione in Albania non sono i politici”. Per il primo ministro albanese la testa della corruzione è stata ed è “… la corporazione dei giudici e dei procuratori che hanno usato il castigo della giustizia per dei conti che non hanno a che fare con i conti dello Stato”! Cercando così, rendendosi anche ridicolo oltre che incredibile, di assolvere i veri e i principali colpevoli della diffusa corruzione in Albania. E cioè i politici, lui compreso.

    Chi scrive queste righe, suo malgrado si deve fermare qui, nonostante avrebbe avuto molte altre cose da scrivere e analizzare. Ma ricorda a tutti quei falsari di parola, che hanno cercato di nascondere con l’inganno la vera realtà albanese durante la sopracitata conferenza del 13 ottobre scorso a Tirana, quanto ha scritto Dante nel canto XXX dell’Inferno. Proprio in quel canto il sommo poeta racconta dei falsari, di tutti i falsari, “I falsari di parola”, che soffrivano e penavano nella decima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno. Perché coloro che hanno parlato durante quella conferenza a Tirana, il 13 ottobre scorso, hanno concepito e usato il linguaggio politico in modo tale da far sembrare vere le bugie. Nascondendo però con l’inganno la vera realtà vissuta e sofferta quotidianamente dai cittadini albanesi.

  • Similitudini

    …La corruzione è dappertutto, il talento è raro. Perciò, la corruzione è

    l’arma della mediocrità che abbonda, e voi ne sentirete ovunque la punta.

    Honoré de Balzac; da “Papà Goriot”

    Così diceva convinto Vautrin al giovane Eugene de Rastignac. Correva l’anno 1819. In quel tempo tutti e due vivevano a Parigi. Vautrin, ladro e usuraio, era stato condannato ai lavori forzati, ma era evaso appena aveva potuto. Il suo vero nome era Jacques Collin, ma negli ambienti della malavita parigina lo avevano soprannominato ‘Inganna-la-morte’ (Trompe-la-Mort). La polizia lo stava cercando dappertutto, perché era una persona molto pericolosa. Eugene de Rastignac invece, uno dei personaggi non solo del romanzo Papà Goriot, ma anche di molti altri romanzi della Commedia Umana di Balzac, era un giovane di 21 anni, arrivato a Parigi per studiare legge. Lui non sapeva niente di Vautrin. Un giorno Vautrin cercava di spiegare a Rastignac che in questo mondo “non ci sono principi, ma soltanto eventi. Non ci sono leggi, ma soltanto circostanze”. E che “…l’uomo intelligente si adatta agli eventi e alle circostanze per dominarle”. Vautrin consigliava a Rastignac di “non insistere con le proprie convinzioni”, e nel caso servisse, se qualcuno glielo chiedeva, “doveva vendere i suoi principi”. Si, proprio vendere, in cambio di soldi o altro! Vautrin rappresentava a Parigi la “Società dei diecimila”, che era un raggruppamento non di ladri comuni, ma “di ladri di alto livello”. E lui gestiva enormi quantità di denaro per conto della Società. Balzac ci racconta che i soci erano persone che “non si sporcano le mani per delle piccole cose e non si immischiano in affari se non riescono a guadagnare, come minimo, diecimila franchi”. Da buon usuraio qual era, Vautrin vede anche in Rastignac una persona dalla quale poteva approfittare, essendo lui un povero giovane di provincia, ma ambizioso ed arrivista, Vautrin propone a Rastignac un accordo, dal quale poteva avere un guadagno del 20% come commissione. Accordo che non si concluse, anche perché, finalmente, Vautrin viene arrestato dalla polizia.

    Duecento anni dopo quegli eventi, maestosamente raccontati da Balzac nel suo romanzo Papà Goriot, le cose si ripetono, generando, tra l’altro, delle similitudini. In ogni parte del mondo, così come in Albania. Guarda caso, l’attuale primo ministro viene chiamato anche il “signor 20%”. Lo hanno soprannominato così dopo le diverse accuse pubbliche, fatte da quando era il sindaco di Tirana. Secondo quelle accuse lui, o chi per lui, chiedeva ai costruttori una commissione del 20% dell’investimento in cambio del permesso per costruire. Durante questi ultimi anni il primo ministro albanese è stato accusato ripetutamente e pubblicamente, documenti alla mano, in albanese e in altre lingue, di molti fatti gravi. Le accuse pubbliche riguardavano e riguardano, tra l’altro, gli stretti legami che lui, e/o chi per lui, ha con la criminalità organizzata. Legami che si basano su un solido supporto reciproco. Una collaborazione quella, che secondo le documentate e ripetute accuse pubbliche, ha permesso al primo ministro i suoi due mandati istituzionali e altre vittorie elettorali. Mentre alla criminalità organizzata ha garantito affari miliardari. Compresi, tra l’altro, la diffusa coltivazione della cannabis su tutto il territorio nazionale e il traffico illecito di stupefacenti. Traffico che continua indisturbato, come dimostrano i fatti resi noti dalle procure dei paesi confinanti, ma soprattutto quelle italiane. Soltanto una settimana fa è stato sequestrato sulle coste italiane un grosso carico di droga proveniente dall’Albania.

    Il primo ministro albanese è stato accusato di aver nascosto delle condanne in altri paesi europei. Accuse fatte, anche quelle, sia in albanese che in altre lingue. Una decina di giorni fa un noto collezionista di icone, durante un’intervista televisiva in prima serata, ha ripetuto la sua accusa. E cioè che l’attuale primo ministro albanese è stato arrestato e condannato in Francia agli inizi degli anni ’90 per traffico di icone rubate! Quella del collezionista, durante l’intervista televisiva una decina di giorni fa, non era soltanto una ripetuta accusa ma, come ha dichiarato lui, era anche una sfida pubblica al primo ministro. Ad oggi però, il primo ministro, che ha denunciato ufficialmente “per calunnia” molte persone, compresi politici, giornalisti e/o redazioni di giornali e altri media in Albania e in altri paesi, non ha detto neanche una sola parola e non ha presentato nessun ricorso “per calunnia” contro il collezionista di icone. E se fossero vere le accuse fatte dal collezionista, ma non solo da lui, sia in albanese che in altre lingue, allora si aggiunge un’altra similitudine tra il primo ministro albanese e Vautrin.

    Le similitudini non finiscono qui però. Sempre in base alle tante denunce e accuse pubbliche, risulterebbe che il primo ministro albanese sia anche il rappresentante istituzionale degli interessi miliardari di certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Guarda caso, un altra similitudine con Vautrin, che era il rappresentante della sopracitata “Società dei diecimila”, come ci racconta Balzac nel suo romanzo Papà Goriot. Il nostro lettore conosce ormai l’emblematico caso del barbaro e vigliacco abbattimento, notte tempo, il 17 maggio scorso, dell’edificio del Teatro Nazionale, in pieno centro di Tirana. Si tratta proprio del caso per eccellenza che dimostra e testimonia la stretta collaborazione tra il potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti. Una pericolosa collaborazione che sta alle fondamenta della nuova dittatura sui generis ormai restaurata ed operativa in Albania. L’unica incognita, almeno pubblicamente, è chi comanda in quella “combriccola”. Tutti ormai sanno però, che l’abbattimento del Teatro Nazionale rappresenta un affare criminale miliardario, che parte dal riciclaggio del denaro sporco, proveniente dai traffici illeciti e dalla corruzione ai più alti livelli, per poi continuare con grossi investimenti e introiti garantiti. Per agevolare ed ufficializzare tutto ciò, il primo ministro albanese presentò ed approvò in Parlamento una “legge speciale”, in piena estate del 2018, per passare in grande fretta la proprietà pubblica ad un privato, noto cliente del potere politico. Ormai il riciclaggio del denaro sporco è un’allarmante realtà in Albania. Una realtà che è stata testimoniata, tra l’altro, anche dai due ultimi rapporti annuali del MONEYVAL (Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo; una struttura del Consiglio d’Europa). Dai rapporti si evidenzia che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro in Albania”. E che “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro”! Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia; 4 maggio 2020). E non poteva essere diversamente, con un simile “rappresentante istituzionale” qual è il primo ministro albanese. Come era anche Vautrin per la sopracitata “Società dei diecimila”. E queste sopracitate sono soltanto alcune delle similitudini tra i due.

    Chi scrive queste righe trova attuale quanto scriveva Balzac nel suo Papà Goriot. E cioè che anche in Albania nel 2020, come in Francia del 1819, la corruzione la trovi dappertutto. Ed è l’arma della mediocrità che abbonda, la cui punta si sente ovunque. L’autore di queste righe è convinto però che, diversamente da quanto accadeva a Parigi nel 1819, dove Vautrin veniva arrestato dal sistema della giustizia, in Albania nel 2020 il sistema della giustizia è controllato personalmente proprio dal primo ministro. Nel 1819 Vautrin consigliava a Rastignac che, se servisse, “doveva vendere i suoi principi”. Mentre il primo ministro albanese, nel caso abbia mai avuto dei principi, ormai li ha già venduti ai richiedenti. Ad un buon prezzo però!

  • Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia

    Il corrotto è incapace di chiedere perdono, è andato oltre […]. La corruzione gli ha
    tolto anche quella capacità che tutti abbiamo di vergognarci, di chiedere perdono.

     Papa Francesco

    Proprio così! Lo ha detto Papa Francesco il 30 marzo scorso, durante l’omelia della messa a Santa Marta. Riferendosi al Libro del profeta Daniele (Dn. 13/1-9; 15-62) e al Vangelo secondo Giovanni (Gv. 8/1-11), egli ha parlato di due donne: dell’innocente Susanna e dell’adultera colta in flagrante. Tutte e due sono state giudicate e condannate a morte. Susanna, da innocente, era stata accusata di adulterio da due giudici senza scrupolo che volevano abusare di lei. Mentre l’adultera, da peccatrice, era stata accusata da scribi e farisei ipocriti. Dio però, volendo dare dei chiari e significativi esempi a tutti, non ha lasciato morire le due donne. Per volere di Dio Susanna è stata scagionata dalle false accuse, mentre sono stati condannati i due giudici corrotti. Il Signore ha anche perdonato l’adultera, liberandola dagli scribi e i farisei, dando loro, come ha detto il Santo Padre, “un po’ di tempo per pentirsi”. Mentre ai giudici corrotti no. Papa Francesco, riferendosi a quei passaggi delle Sacre Scritture, è stato perentorio con i corrotti di tutti i tempi e in ogni parte del mondo. Riferendosi a loro, che Dio non perdona mai, Papa Francesco ha detto durante la sopracitata omelia che “…il corrotto è incapace di chiedere perdono, è andato oltre. Si è stancato? No, non si è stancato, non è capace. La corruzione gli ha tolto anche quella capacità che tutti abbiamo di vergognarci, di chiedere perdono. No, il corrotto è sicuro, va avanti, distrugge, sfrutta la gente…va avanti. Si è messo al posto di Dio”!

    La storia ci insegna che, da che mondo è mondo, i corrotti e la corruzione hanno sempre causato danni enormi alla gente, in ogni parte del mondo. E continuano a farlo. Lo stanno facendo anche in Albania. Quanto è accaduto, soprattutto negli ultimi anni, e che purtroppo sta tuttora accadendo, rappresenta un’allarmante realtà che dovrebbe essere un’appello e un monito per tutti. Compresi anche i massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea e dei singoli Stati. Tutti devono sapere ed essere consapevoli che i cittadini albanesi, tra l’altro, stanno soffrendo anche le conseguenze della galoppante corruzione, ben radicata in tutte le istituzioni dello Stato. Questa non è un’opinione, bensì una realtà vissuta quotidianamente in Albania. Cercare di corrompere tutti, tutti che si prestano alla tentazione della corruzione e ai profitti che ne derivano, nonostante nazionalità, madre lingue e cittadinanza, fa parte della strategia di gestione della cosa pubblica, quella realmente attuata in Albania.

    Fatti accaduti alla mano, sembrerebbe che in Albania la corruzione e gli abusi di denaro pubblico stiano continuando anche in questo periodo di pandemia, non temendo per niente neanche il famigerato coronavirus, anzi! Dalle continue e documentate denunce pubbliche, fatte durante queste ultime settimane, risulterebbe che si stia pericolosamente abusando del denaro pubblico! Sembrerebbe che siano stati molti gli appalti abusivi, clientelistici e milionari, privi di ben che minima trasparenza. Secondo le denunce fatte, si tratterebbe di appalti classificati come “segreti” dalle istituzioni governative, in palese violazione della Costituzione e delle leggi in vigore. Le denunce si riferiscono a delle procedure abusive che non rispettano i parametri e i criteri previsti. Appalti riguardanti prodotti e mezzi necessari per affrontare la pandemia. Ma anche per delle ristrutturazioni di uffici governativi! Sempre secondo le denunce pubblicamente fatte, risulterebbe che durante queste ultime settimane ingenti somme di denaro pubblico siano state veicolate dal Tesoro dello Stato ai conti di determinati titolari di certi “contratti concessionari”, considerati come clientelistici dagli analisti. Tutto ciò, proprio in questo periodo di pandemia! Ed è soltanto quanto è stato pubblicamente reso noto ad ora. Tutto ciò, mentre nel frattempo tanti bisognosi, che hanno delle immediate necessità alimentari per la sopravvivenza quotidiana, non hanno avuto niente. Niente di tutto quello che ufficialmente è stato dichiarato e promesso a loro in questo periodo di pandemia e di severi restrizioni. Mentre ingenti somme di denaro pubblico vengono sperperate e divorate dai corrotti che gestiscono la cosa pubblica in Albania.

    La galoppante e ben strutturata corruzione in Albania è ormai, purtroppo, un dato di fatto. E sia questa corruzione che molti allarmanti fenomeni ad essa connessi e/o derivati negli ultimi anni sono stati evidenziati e rapportati anche dalle istituzioni specializzate internazionali. Una di quelle ben note istituzioni è anche MONEYVAL (Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, una struttura del Consiglio d’Europa). Nel suo Rapporto ufficiale del 2018 si richiedeva alle autorità governative e statali in Albania di prendere le dovute misure per impedire il ben evidenziato riciclaggio del denaro sporco. In quel Rapporto ci si riferiva alla corruzione come un preoccupante problema. Nelle conclusioni del Rapporto per l’Albania si sottolineava che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro [sporco] in Albania”. E poi proseguiva, riferendosi all’altolocata corruzione, specificando che “…legata spesso alle attività della criminalità organizzata, genera ingenti quantità di introiti criminali”. In seguito il rapporto, riferendosi alla [mancata] responsabilità delle autorità, specificava che “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro [sporco]…”! Queste conclusioni però non sono state prese in considerazione dalle autorità albanesi. Anzi, la situazione è peggiorata ulteriormente. Lo evidenzia senza ambiguità il Rapporto ufficiale di MONEYVAL per il 2019, pubblicato il 21 febbraio 2020 dal FATF (Financial Action Task Force). L’Albania è stata declassata e messa nella “zona grigia”. Nel rapporto si afferma che “…l’Albania rimarrà sorvegliata e sotto un allargato monitoraggio”! Il significato di questa affermazione si spiega da quanto previsto dalle normative, che regolano il funzionamento di MONEYVAL. Secondo quelle normative “…gli Stati si possono mettere sotto sorveglianza allargata nel caso in cui si identificano delle serie incompatibilità con gli standard…”.  E si fa riferimento agli standard stabiliti dalle istituzioni dell’Unione europea!

    Purtroppo anche in questo periodo di pandemia in Albania, oltre alla corruzione e agli abusi della cosa pubblica, sembrerebbe che si stia proseguendo con il riciclaggio del denaro sporco. Si, perché le istituzioni internazionali specializzate identificano che una delle attività che favorisce il riciclaggio è anche l’edilizia. E non “a caso” durante il 2019 è stato verificato un notevole e allarmante aumento del numero delle licenze per le costruzioni. Soprattutto nella capitale. Ebbene, l’edilizia è proprio una delle pochissime attività che continua indisturbata anche in questo periodo di pandemia. Mentre da un rapporto ufficiale risultava che durante il 2019 l’edilizia ha ricevuto crediti dalle banche soltanto del 20% circa. Il resto sono stati degli investimenti di “sconosciuta provenienza”!

    Chi scrive queste righe ricorda preoccupato al nostro lettore che proprio ad un paese come l’Albania, con questi gravi e allarmanti problemi con la corruzione ed il riciclaggio del denaro, il Consiglio europeo ha deliberato il 26 marzo scorso per l’apertura dei negoziati dell’adesione nell’Unione europea! Permettendo così ai corrotti di continuare indisturbati. Proprio quei corrotti per i quali Papa Francesco diceva che sono sicuri, vanno avanti, distruggono, sfruttano la gente, mettendosi al posto di Dio. Contro di loro bisogna soltanto ribellarsi per cacciarli via!

  • 13 giudici slovacchi arrestati per legami con il mandante dell’omicidio del giornalista Jan Kuciak

    In Slovacchia tredici giudici e altre cinque persone sono stati arrestati e accusati di corruzione e ostruzione alle indagini sulll’omicidio del giornalista Jan Kuciak. L’arresto è stato annunciata da una unità speciale di polizia che indaga sui contatti tra diversi giudici e l’uomo d’affari Marian Kocner, sospettato di aver ordinato l’assassinio.

    Kocner e altri tre imputati sono attualmente sotto processo per gli omicidi di Jan Kuciak e della sua fidanzata Martina Kusnirova. Kuciak aveva indagato sulle attività commerciali di Kocner nell’ambito di un’evasione fiscale che aveva coinvolto magnati e personaggi politici del paese.

    L’uomo di affari è stato accusato di corruzione di giudici, politici e pubblici ministeri ed a febbraio era stato condannato a 19 anni di prigione per un’altra vicenda che lo vede coinvolto in contraffazione e reati finanziari.

    L’omicidio di Kuciak nel 2018 ha scatenato grandi manifestazioni che alla fine hanno portato il primo ministro Robert Fico e il capo della polizia del paese a dimettersi, nonché all’elezione a Presidente dell’attivista anti-corruzione Zuzana Caputova.

  • Bugie scandalose elevate a livello statale

    Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie.

    George Orwell

    Dicono che il vizio va via con l’ultimo respiro. E sembra essere vero, almeno per quanto riguarda il primo ministro albanese. Le sue bugie, riguardanti la vissuta realtà in Albania, da qualche anno a questa parte, sono talmente tante e clamorose che lo hanno sbugiardato e reso ridicolo. Ma lui continua, perché quello di mentire sembrerebbe essere un suo innato vizio del quale non può farne senza. Soprattutto quando si trova in difficoltà. Soltanto durante i due mesi appena passati lui ha scandalosamente, vergognosamente, spudoratamente, ma consapevolmente, dato pubblicamente sfogo, per l’ennesima volta, al suo vizio. Questa volta però, da territori stranieri. Ha cercato di ingannare di nuovo gli albanesi, mentendo senza scrupolo alcuno e senza batter ciglio. Lo ha fatto dopo aver incontrato il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America e la cancelliera tedesca. Lo ha fatto anche da Bruxelles. Perché, succube della sua disperazione, delle sue bugie e dei suoi inganni, cerca almeno di “vendere” come successi soltanto invenzioni ingannevoli della sua spregiudicatezza. Invenzioni che mirano a far credere agli altri, che lui gode di un appoggio internazionale per il suo operato, sia in Albania, che nella regione. Ma le smentite ufficiali alle sue bugie, in lingue straniere, sono state immediate e chiare durante questi due ultimi mesi. Smentite che lo hanno reso di nuovo ridicolo, nonostante lui taccia e faccia finta di niente. Come sempre in casi simili che non sono stati pochi, anzi!

    Quello di mentire e di ingannare sembra essere veramente un vizio del primo ministro albanese. Dal settembre del 2013, quando ha cominciato il suo primo mandato governativo, lui ha mentito. Anzi, lo ha fatto anche prima. Lo ha fatto durante la campagna elettorale, promettendo mari e monti agli albanesi, consapevole però, che erano soltanto promesse per avere il loro appoggio. Una volta avuto il mandato, ha dovuto avere a che fare con la realtà, che non si poteva affrontare con delle belle parole e promesse ingannevoli, ma solo e soltanto con la dovuta responsabilità. Lui però è sfuggito a quelle responsabilità e ha fatto quello che sa fare meglio. Ha mentito e scaricato le sue responsabilità agli altri, cercando “nemici e sabotatori” ovunque, in Albania e sparsi per il mondo. Ormai, dopo più di sei anni che il primo ministro ha avuto l’incarico, dati e fatti accaduti alla mano, risulterebbe che lui non ha governato la cosa pubblica, non ha fatto niente di utile e di buono per i cittadini, non ha mai mantenuto almeno una delle sue promesse. Sempre dati e fatti accaduti alla mano, risulterebbe che il primo ministro albanese, durante questi anni, abbia consapevolmente e clamorosamente abusato del potere conferitogli e abbia deriso e calpestato la fiducia datagli dai cittadini. Dati e fatti accaduti alla mano, risulterebbe che durante questi anni, lui sia stato costretto, nolens volens, ed abbia soltanto cercato di governare gli innumerevoli scandali e i continui abusi con la cosa pubblica, suoi e di tutti coloro che lo circondano e hanno il suo appoggio e che, a loro volta, lo sostengono. Ma anche lo condizionano. Criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali e/o internazionali compresi.

    Dal 1o gennaio fino al 31 dicembre di quest’anno, l’Albania eserciterà la Presidenza dell’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). A proposito, il primo ministro albanese ha cercato in tutti i modi, sostenuto anche della sua propaganda governativa, di far credere che quella Presidenza fosse un suo personale successo. Anche in quel caso ha mentito vergognosamente. Perché quella Presidenza è stata negoziata dal 2006 e decisa finalmente nel 2013, quando al governo c’erano i suoi avversari politici. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò il 20 gennaio scorso. Il 5 febbraio 2020, il primo ministro albanese, nella veste del presidente di turno dell’OSCE, essendo anche il ministro degli esteri ad interim, ha incontrato il Segretario di Stato statunitense. Incontro dovuto proprio a quell’incarico. Incontro che però, il primo ministro albanese ha cercato di “venderlo” come un importante successo politico e personale, “scordandosi” di chiarire la verità. Dopo l’incontro, il primo ministro ha dichiarato che aveva discusso con il Segretario di Stato sulle sue ultime iniziative politiche in Albania, sull’Accordo regionale denominato come il “Mini-Schengen balcanico” ecc.. Il nostro lettore è stato costantemente informato di queste iniziative, e più specificatamente, sia la scorsa settimana che il 13 gennaio 2020. Ebbene, la portavoce del Segretario di Stato statunitense, poco dopo che il primo ministro albanese avesse mentito spudoratamente e consapevolmente, ha dichiarato chiaramente che durante l’incontro, si era discusso “delle priorità comuni durante la presidenza albanese dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa”! Sempre secondo la sua portavoce, il Segretario di Stato si era congratulato con il primo ministro albanese per “il contributo dell’Albania nella NATO e la presa di posizione contro le attività malefiche dell’Iran”. Si riferiva, soprattutto, ai circa 3200 membri dell’organizzazione MEK (Mojahedin-e Khalq), residenti in Albania da alcuni anni e in dura opposizione con il governo iraniano.

    Il 27 gennaio scorso il primo ministro albanese ha incontrato la cancelliera tedesca. Di nuovo, sia lui personalmente che, in seguito, la sua propaganda governativa, hanno mentito su quanto era stato discusso durante quell’incontro. Ma lui più ci si impegna e più si impantana e si trova in altre difficoltà, cercando di giustificare quanto ha detto precedentemente. E così facendo entra in un inevitabile cerchio vizioso di bugie e di inganni. Dopo il sopracitato incontro con la cancelliera tedesca, il primo ministro albanese ha dichiarato che aveva discusso ed aveva avuto il consenso e l’appoggio della cancelliera riguardo al sopracitato accordo del “Mini-Schengen balcanico”. Subito però è arrivata la smentita dal ministero degli Esteri tedesco. Secondo la dichiarazione ufficiale del ministero, la cancelliera considera la collaborazione regionale nei Balcani come “una priorità del Processo di Berlino”. Processo quello che, sostenendo solo un accordo tra tutti i sei paesi balcanici che stanno affrontando i loro percorsi europei, esclude proprio l’Accordo del “Mini-Schengen balcanico”, sostenuto da Serbia, Albania e Macedonia del nord. Altri inganni e bugie del primo ministro albanese, subito sbugiardate ufficialmente.

    Il primo ministro ha cercato di mentire e manipolare l’opinione pubblica in Albania anche con gli aiuti internazionali per i danni del terremoto di 26 novembre scorso. Lui e la sua propaganda governativa, subito dopo la “Conferenza dei donatori”, organizzata dalla Commissione europea a Bruxelles il 17 febbraio scorso, hanno parlato di aiuti. Ma in seguito, quando la Commissione ha pubblicato le donazioni, si è capito chiaramente che si trattava, nel circa 70% della somma totale (1.15 miliardi di euro), di crediti bancari e non di aiuti. Crediti che aggraverebbero ulteriormente il debito pubblico albanese, già di per se a livelli allarmanti e pericolosi.

    Un altro clamoroso scandalo, corredato di bugie e di inganni, riguarda una richiesta, da parte del Parlamento albanese, alla Commissione di Venezia (Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto) e reso pubblico due settimane fa. Scandalo tuttora in corso, sul quale il nostro lettore verrà informato in seguito.

    Chi scrive queste righe è convinto che in qualsiasi altro paese normale sarebbe bastato uno solo di questi scandali per far cadere il governo. Ma non in Albania però. Perché lì il linguaggio politico è concepito in modo tale da far sembrare vere le bugie. E soprattutto perché in Albania ormai è stata restaurata una nuova dittatura che ha elevato le bugie e gli inganni ad un livello statale.

  • In attesa di Giustizia: ce n’è per tutti

    C’era da aspettarselo, tutto sommato: il 12 febbraio la Corte Costituzionale ha esaminato le censure sollevate da più parti sulla legittimità costituzionale della legge c.d. “Spazzacorrotti” nella parte in cui ha esteso le preclusioni alle misure alternative al carcere previste dell’Ordinamento Penitenziario ai condannati per reati contro la Pubblica Amministrazione senza fare distinzioni tra i fatti commessi antecedentemente alla legge e quelli successivi.

    La Corte ha preso atto che vi è una costante interpretazione giurisprudenziale secondo la quale le modifiche peggiorative del comparto normativo sulle misure alternative al carcere vengono effettivamente applicate retroattivamente e ha deciso nel senso – per la verità abbastanza ovvio – che questa interpretazione è costituzionalmente illegittima perché l’applicazione di una legge che trasforma radicalmente la natura della pena e i riflessi sulla libertà personale rispetto a quella che era prevista al momento della commissione del reato viola il principio di legalità previsto dall’articolo 25 della Costituzione.

    Con questa decisione di cui sarà interessante la lettura delle motivazioni (probabilmente tra qualche settimana) ce n’è per tutti: per cominciare con una legislazione arraffazzonata il cui obiettivo principale è quello di realizzare un sistema penale carcerocentrico per soddisfare la pancia dell’elettorato.

    Panem et circences, una locuzione latina che si adatta perfettamente alle strategie politiche demagogiche dei giorni nostri: reddito di cittadinanza al posto del pane e galera al posto dei combattimenti tra gladiatori, cristiani e bestie feroci. Come dire, una tradizione imperiale – descritta mirabilmente da Giovenale – che si poteva abbandonare senza rimpianti.

    Legislazione sciatta la nostra e non da adesso: ad interventi spesso già discutibili per altri versi non si accompagna quasi mai l’indispensabile corredo delle norme transitorie: quelle che governano il passaggio da un regime ad un altro evitando criticità e discriminazioni.

    Già, una volta si diceva che i giuristi migliori erano quelli cui veniva affidata proprio la redazione delle norme transitorie: oggi, almeno a livello parlamentare, è già molto difficile trovarne qualcuno che sia presentabile.

    Una seconda stilettata della Corte va a quegli organi giudicanti di vario livello che hanno in passato sistematicamente dato una interpretazione non costituzionalmente orientata al problema della applicazione retroattiva di norme che incidono negativamente sulla entità pena e sulla sua natura, come tali applicabili solo in un tempo futuro e che, incomprensibilmente, sono stato ritenute per anni norme di diritto processuale (quello che regola lo svolgimento del processo, non la sanzione da infliggere a un colpevole. Due ambiti del diritto molto diversi: lo capiscono anche al bar, tranne, forse quello frequentato da Davigo) e come tali immediatamente efficaci.

    In fondo ce n’è anche per lo staff del Quirinale che ha sottoposto ineffabilmente la legge alla firma del Capo dello Stato (peraltro, ex giudice costituzionale).

    Persino l’Avvocato dello Stato, in questo caso Massimo Giannuzzi, che di solito sostiene la coerenza costituzionale delle norme sottoposte a scrutinio ha espresso la sua perplessità chiedendo una sentenza interpretativa che disapplichi l’estensione retroattiva della “Spazzacorrotti”. Giannuzzi ha spiegato di non sentirsi una controparte rispetto ai colleghi difensori, perché lo Stato di diritto deve essere un riferimento per tutti gli operatori di quel settore.

    Applausi a Giannuzzi, ottima, ineccepibile la decisione della Corte ma adesso raccontiamolo a chi è andato in carcere per una legge marchianamente incostituzionale.

  • La storia insegna ma…

    …Non è la stessa cosa essere peccatori ed essere corrotti, è ben diverso.

    Papa Francesco

    Così ha detto ieri (8 dicembre n.d.r.) il Santo Padre, durante la sua preghiera nel corso dell’Atto di venerazione dell’Immacolata a Piazza di Spagna a Roma. Ieri è stato celebrato il 165o anniversario della proclamazione del dogma della Chiesa cattolica, quello dell’Immacolata Concezione. Un dogma proclamato l’8 dicembre 1854 da papa Pio IX con la bolla “Ineffabilis Deus”. Ieri, rivolgendosi a Maria Immacolata, Papa Francesco ha detto: “E così tu ci rammenti che non è la stessa cosa essere peccatori ed essere corrotti: è ben diverso. Una cosa è cadere, ma poi, pentiti, rialzarsi con l’aiuto della misericordia di Dio. Altra cosa è la connivenza ipocrita col male, la corruzione del cuore, che fuori si mostra impeccabile, ma dentro è pieno di cattive intenzioni ed egoismi meschini”. Sottolineando così la differenza tra i peccatori e i corrotti, additando quest’ultimi.

    L’8 dicembre segna una ricorrenza anche nella storia dell’Albania. Proclamata la “Festa della Gioventù” dal Parlamento nel 2009, è una ricorrenza che ricorda l’avvio della prima protesta degli studenti dell’Università di Tirana contro il regime comunista. Era l’8 dicembre del 1990, proprio 29 anni fa. Quel giorno un gruppo di studenti e di docenti dell’università, con la loro protesta, hanno segnato una data molto importante e significativa nella storia recente albanese. Si tratta della prima protesta pacifica, chiamata “Il Movimento studentesco”, che ha dato inizio ad un processo inarrestabile, culminato poi con il crollo di una delle dittature comuniste più feroci conosciute dalla storia dell’umanità. Quella dell’8 dicembre 1990 era una vera e propria protesta contro il sistema. Allora gli albanesi indignati e arrabbiati si sono ribellati contro il regime e hanno vinto. Da allora sono passati 29 lunghi anni. Sono successe tante, tantissime cose, belle e meno belle. Ma sono state fatte anche molte, moltissime cose sbagliate, le cui conseguenze pesano tanto anche adesso, condizionando e ostacolando il normale processo democratico dell’Albania, avviato simbolicamente quell’8 dicembre 1990.

    L’autore di queste righe, riferendosi a quei memorabili avvenimenti, scriveva il 9 dicembre 2015, per il nostro lettore, che quella era una data con un particolare significato simbolico. “…Era proprio l’8 dicembre 1990 quando cominciò il crollo della dittatura comunista in Albania. Erano gli studenti dell’Università di Tirana che diedero il segnale, ribellandosi contro il giogo comunista. Entro pochi giorni gli studenti furono affiancati da decine di migliaia di cittadini. Così cominciò e si attuò la fine di un regime sanguinario 25 anni fa”.

    In seguito, 28 anni dopo quel dicembre 1990, nel dicembre 2018 gli studenti delle università di Tirana sono scesi di nuovo in piazza. Protestavano contro il governo e le istituzioni responsabili, chiedendo agevolazioni economiche e trattamenti finanziari ragionevoli per loro. Riferendosi a quelle proteste, l’autore di queste righe scriveva il 10 dicembre 2018 “…Tornando alla protesta degli studenti di questi ultimi giorni, tuttora in pieno svolgimento, non si può non ricordare la protesta dell’8 dicembre 1990. Si tratta della protesta per eccellenza, della protesta che ha messo in ginocchio la dittatura comunista in Albania. L’8 dicembre 1990 rappresenta il giorno che diede inizio alla caduta del più sanguinoso e intollerante regime comunista in Europa. E anche quella protesta cominciò con delle richieste “economiche”, per poi passare a delle richieste politiche, come la richiesta non negoziabile del pluralismo politico e del pluripartitismo”.

    Di nuovo dicembre. Adesso, 29 anni dopo la ribellione degli studenti e dei cittadini albanesi, i quali con le loro proteste hanno scosso e rovesciato la dittatura comunista in Albania, la storia si ripete. Purtroppo adesso, 29 anni dopo, in Albania si sta restaurando una nuova, subdola, ma non per questo meno pericolosa dittatura. Una dittatura che si sta camuffando dietro un pluralismo di facciata, ideata e attuata dal primo ministro e/o da chi per lui. Adesso in Albania governano i diretti discendenti dei dirigenti e degli alti funzionari della dittatura comunista, crollata dopo le massicce proteste di 29 anni fa. Ma a differenza dei genitori e dei parenti stretti, adesso i loro rampolli governano in connivenza con la criminalità organizzata e certi clan occulti. Ragion per cui l’attuale regime che si sta restaurando ogni giorno che passa è più pericoloso di quello costituito in Albania nel 1945 e durato per 46 lunghi e soffertissimi anni. La storia insegna sempre. Ma purtroppo ci sono coloro che sfruttano gli insegnamenti da essa tratti per far rivivere quello che è stato di negativo, dannoso e che ha causato tante sofferenze. Come il primo ministro albanese e i suoi sostenitori, che con la mentalità e i metodi della dittatura, stanno orientando nuovamente il percorso del paese verso il passato. Superando così anche i loro insegnanti e inventando nuove, pericolose e allarmanti connivenze. Ma, purtroppo, dalla storia recente non sono riusciti a trarre insegnamento neanche coloro che, con la loro indifferenza e la loro apatia stanno permettendo che tutto ciò possa accadere: i cittadini albanesi.

    Adesso, fatti alla mano, una persona sola controlla quasi tutte le istituzioni dello Stato. E sempre fatti alla mano, quella persona ha dimostrato da sempre, almeno da quanto è stato “inserito” nella politica attiva in Albania, le peggiori qualità che dovrebbe avere colui che dirige un governo e gestisce la cosa pubblica. Quella persona, fatti alla mano, sembrerebbe stia beneficiando anche di certi “sotterranei sostegni internazionali”, sia istituzionali che altri. E grazie anche a quei sostegni, ultimamente lui è riuscito a mettere sotto il suo personale controllo il “riformato” sistema della giustizia. Tutto ciò, dopo aver avuto il pieno e incondizionato controllo del Parlamento, dal febbraio di quest’anno, dopo che i deputati dell’opposizione hanno rassegnato il loro mandato parlamentare. E dopo aver fatto lo stesso con la maggior parte dei media, quelli più diffusi, pubblici e privati. E se questa non è una dittatura, allora cos’è?!

    Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana del devastante terremoto che ha colpito il territorio albanese il 26 novembre scorso. Purtroppo, oltre alle 52 vittime e i tanti e ingenti danni materiali, il terremoto ha messo a nudo anche la quasi totale mancanza dello Stato. Il terremoto ha evidenziato, senza mezzi termini, la falsità della propaganda governativa, personalmente diretta dal primo ministro, che con delle continue bugie e falsità aveva “dipinto” una realtà immaginaria, che niente aveva e ha a che fare con la vera, vissuta e sofferta realtà albanese. Il terremoto però ha “impedito” anche ai massimi rappresentanti dell’opposizione di ricordare e  celebrare l’8 dicembre. Come hanno fatto ogni anno. Chissà perché questa “dimenticanza”?! Il terremoto non poteva essere una scusa. Così come neanche alcune “apparizioni mediatiche” tra i terremotati, potevano sostituire una dovuta e dignitosa cerimonia per celebrare la ricorrenza dell’8 dicembre 1990.

    Chi scrive queste righe pensa che adesso, come 29 anni fa, il popolo sovrano dovrà di nuovo ribellarsi e scendere in piazza. Perché la storia insegna che questo è l’unico modo per combattere contro la dittatura. Cambiando anche il ben noto slogan di allora “Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa”. Ormai è tempo che i cittadini capiscano la differenza tra dire e fare e l’importanza del fare. Perciò i cittadini devono gridare convinti “Facciamo l’Albania come tutta l’Europa!”. E bisogna che essi capiscano anche che non è la stessa cosa essere peccatori ed essere corrotti. Peccatore potrebbe essere ognuno di loro, che si possa poi pentire. Ma corrotti sono pochi. Sono coloro che purtroppo gestiscono attualmente la cosa pubblica.

  • Italia al top nella corruzione. In base però a indici internazionali farlocchi, basati sulla ripetizione di luoghi comuni

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi del 5 dicembre 2019.

    Nel 2021 il G20 sarà presieduto dall’Italia. La fase di preparazione dei lavori, però, inizierà già da questo mese. Tra i vari dossier economico-finanziari, il nostro paese sembra intenda preparare con grande attenzione anche quelli concernenti la lotta alla corruzione. Non si può negare che la corruzione a casa nostra sia un problema profondo e diffuso in diverse fasce della società. Molto spesso, però, l’Italia è stata pesantemente e ingiustamente penalizzata da giudizi poco affidabili. Di conseguenza, spesso è finita in fondo alle graduatorie stilate sull’attendibilità dei paesi.

    Per esempio, il Corruption perception index (Cpi), l’indice di percezione della corruzione più noto e diffuso, che copre circa 180 paesi ed è preparato da Transparency International, nel 2018 pone l’Italia ancora al 53mo posto, assieme a Grenada e Oman.

    Al primo posto c’è la Danimarca, che sarebbe il paese meno corrotto al mondo. Detti indici fondamentalmente derivano da rilevazioni di percezione e si basano su interviste fatte a un numero selezionato di soggetti. Ciò viene giustificato dal fatto che il delitto di corruzione, di solito, non è palese ed è difficile da individuare. La percezione, però, oltre a essere molto soggettiva, può essere determinata da varie situazioni istituzionali e processuali, spesso totalmente differenti da paese a paese.

    Il sistema di contrasto alla corruzione in Italia, almeno teoricamente, è molto forte. Si fonda su alcune peculiarità: l’autonomia del pubblico ministero, l’indipendenza della magistratura, l’obbligatorietà dell’azione penale, un buon funzionamento delle attività d’indagine e l’assoluta libertà di stampa anche per la pubblicazione di notizie di reato fin dall’inizio delle indagini.

    Fatte salve le prerogative del presidente della repubblica, tutti i funzionari pubblici, fino alle più alte cariche dello Stato, possono essere sottoposti a investigazione anticorruzione. In altri paesi è previsto il cosiddetto «interesse nazionale» nel perseguire, ad esempio, una public company in casi di corruzione internazionale. Da noi, invece, no.

    Nel nostro sistema giuridico anche la semplice informazione di garanzia e l’iscrizione nel registro degli indagati, qualora oggetto di conoscenza legittima, possono essere pubblicate in tempo reale sui media.

    Tutto ciò conferma l’esistenza di una relazione direttamente proporzionale tra regole forti, lotta alla corruzione e percezione della stessa. Si potrebbe avere un grande paradosso per cui «più si combatte la corruzione e più la si rendi percepibile».

    Singolare, comunque, è il fatto che l’Italia, pur occupando un posto basso nei suddetti indici, venga sempre più chiamata ad assistere gli altri paesi che ne intendono copiare il sistema di lotta alla corruzione. È ovvio, quindi, che i metodi usati nella rilevazione della percezione debbano essere rivisti.

    In verità, suscitano perplessità le stesse definizioni di corruzione. Concepita inizialmente nel Cpi soltanto come bribery, la corruzione con o senza tangente, si è allargata alla frode internazionale, al riciclaggio e alla mala amministrazione. Naturalmente, paese che vai e percezione e interpretazione del concetto di corruzione che trovi. Infatti, oltre alla corruzione classica, vi sono altre forme tra cui la frode, l’appropriazione indebita, l’estorsione ecc.

    Anche le stesse domande poste nelle interviste possono essere intese in modi differenti. A ciò occorre aggiungere che tali indici pongono l’accento su alcuni concetti del liberismo economico, relativi agli scambi, al mercato, alla concorrenza, sottovalutando altri aspetti come l’eguaglianza e la giustizia sociale ed economica.

    Gli effetti negativi della corruzione sull’economia e sul sistema paese sono, purtroppo, tanti: distrazione di risorse, interpretazioni errate delle normative, riduzione dei livelli degli investimenti, dell’efficienza, della competitività e della produttività. I riverberi negativi incidono non poco sulla crescita e sul gettito fiscale.

    La collocazione nei posti bassi degli indici per una valutazione poco attendibile delle percezioni non è affatto indolore. Si indeboliscono l’immagine e la reputazione del paese e ciò, inevitabilmente, determina interessi più alti e meno investimenti internazionali. Si tenga inoltre presente che gli enti che stilano gli indici di corruzione sono di solito privati, a cominciare da Transparency International.

    Ciò non è un male in sé ma non può nemmeno essere considerato come l’emblema dell’indipendenza e dell’obiettività. Si ricordi, infatti, che, anche se in campi diversi, operano le tre note agenzie private americane di rating, quelle che sono state accusate di aver avuto un ruolo centrale nello scatenamento della Grande Crisi. Anche loro distribuiscono pagelle sullo stato delle economie, spesso con conseguenze devastanti. L’Italia ne sa qualcosa.

    Ecco perché ci sembra giusto e doveroso che l’Italia, ponga con forza all’attenzione del G20 e del suo Anti-Corruption working group la necessità di ridefinire i metodi usati nella formulazione degli indici suddetti, affiancando al criterio della percezione altri elementi più oggettivi e meglio misurabili. Senza dimenticare, ovviamente, di tenere conto delle strategie e degli strumenti adottati per la prevenzione, il contrasto e la repressione della corruzione. Nell’affrontare il delicato problema della corruzione, sarebbe opportuno coordinarsi con i paesi Brics, che nel loro ultimo summit di Brasilia su questo tema hanno deciso di impegnarsi anche per il recupero di fondi e attività trasferite all’estero.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Niente dovrebbe stupire più

    Il crimine e il vizio sono le due corna del diavolo.

    Victor Hugo

    Il 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino. Finiva così un periodo buio, il periodo delle dittature comuniste nei paesi dell’Europa dell’Est. Albania compresa, anche se era l’ultimo di quei paesi a liberarsi, nonostante quella albanese fosse stata la più sanguinosa. Ma 30 anni dopo la caduta del muro di Berlino e 29 anni dopo il crollo del regime comunista, purtroppo adesso in Albania si sta tornando di nuovo verso la dittatura. Anzi, una dittatura sui generis è ormai già stata restaurata in Albania. Si tratta di una dittatura “gestita” dall’alleanza occulta del potere politico con la criminalità organizzata e pochi oligarchi. Adesso in Albania, fatti alla mano, il primo ministro controlla quasi tutto. Controlla tutti i poteri di un normale sistema democratico. Perché oltre al potere esecutivo e a quello legislativo, ormai lui controlla anche il sistema della “giustizia riformata” e dei media. E, tramite lui, controllano tutto anche i suoi “alleati”: la criminalità e gli oligarchi. L’unica incertezza è che non si sa bene chi controlla realmente chi e cosa.

    Niente dovrebbe stupire più di quello che sta accadendo in Albania. Ormai dire che la criminalità organizzata abbia la protezione e collabori con i più alti livelli del potere politico è come sfondare una porta aperta. Perché, purtroppo, si tratta di una realtà vissuta e documentata. Si tratta di una connivenza che rappresenta uno dei pilastri della strategia concepita e messa in atto dall’attuale primo ministro e dai suoi collaboratori dal 2013 in poi. Una strategia che ha permesso a lui di salire e consolidare il suo personale potere. Ma che, allo stesso tempo, ha permesso alla criminalità organizzata di avere tutta la necessaria protezione e tutti gli spazi necessari garantiti per svolgere le sue attività. Come ha permesso anche ad alcuni, pochi oligarchi di arricchirsi a dismisura, approfittando dalla “generosità” governativa. Quella scelta ed attuata in Albania dal 2013 in poi è una strategia che però sta portando il paese, ogni giorno che passa, verso una nuova dittatura, ma altrettanto pericolosa. Si tratta di una dittatura che, però, è diabolicamente camuffata da una parvenza di fasullo pluralismo politico. Tutta una messinscena propagandistica per cercare di nascondere la ben radicata e capillare connivenza della criminalità organizzata con i massimi rappresentanti del potere politico e delle istituzioni statali. I fatti e le testimonianze di una simile realtà sono ormai di dominio pubblico. La massiccia coltivazione, in tutto il territorio, della cannabis e il suo illecito traffico verso i paesi confinanti è ormai una cosa evidenziata, denunciata e resa pubblicamente nota non solo in Albania. Così come lo smistamento e/o il traffico illecito della cocaina, dell’eroina e di altre droghe. E come il riciclaggio del denaro sporco e altre attività criminali. Una realtà, quella in Albania, la quale ha preoccupato e tuttora preoccupa seriamente le strutture specializzate in diversi paesi europei e che rappresenta l’essenza e il contenuto della sopracitata strategia messa in atto con successo nel Paese in questi ultimi anni. Di tutto ciò è stato messo al corrente costantemente e a tempo debito anche il nostro lettore.

    Il sistema della giustizia, uno dei tre basilari poteri che in un normale paese democratico dovrebbe essere un potere indipendente dagli altri due, in Albania, fatti e documenti alla mano, è un potere completamente, vergognosamente e pericolosamente controllato dal primo ministro e dai suoi “compari”. Quanto è accaduto il 1o novembre scorso è stata un’ulteriore e molto significativa testimonianza di una grave e paurosa realtà. La falsità della propaganda governativa, diretta personalmente dal primo ministro, che cerca affannosamente di far credere e convincere che “il nero è bianco”, proprio quella falsità è stata ulteriormente sgretolata da un attentato avvenuto il pomeriggio del 1o novembre scorso alla periferia di Durazzo. È stata assalita e colpita da decine di colpi di kalashnikov una macchina nella quale viaggiavano un procuratore della procura di Durazzo e un noto criminale della zona. Un rappresentante del sistema della giustizia e uno della criminalità organizzata. Tutti e due amici, come ha dichiarato in seguito il procuratore. Tutto accadeva poco dopo che i due avevano pranzato insieme in un ristorante. Dai proiettili sono rimasti feriti sia il procuratore che il criminale. Mentre l’autista del procuratore, pagato privatamente da lui, ferito gravemente durante l’attentato, purtroppo è deceduto una settimana dopo in ospedale. I media hanno seguito per giorni tutto quanto è accaduto. Anche perché il caso, di per sé, rappresenta realmente quanto accade in Albania; rappresenta il legame del “mondo di mezzo” con il potere politico e il sistema corrotto della giustizia. Ma rappresenta, soprattutto, la quintessenza della sopracitata strategia adottata ed attuata dal primo ministro e dai suoi. E proprio il primo ministro, alcune settimane fa, dall’aula del Parlamento, aveva tuonato e accusato quel procuratore. Lo hanno fatto in seguito anche il suo vice e altri ancora. Tutto perché il procuratore rappresentava l’organo d’accusa in un processo dove si stava giudicando il direttore dell’ipoteca di Durazzo per delle procedure abusive e corruttive, legate a passaggi illeciti di proprietà terriera. Si tratta di una area, quella di Durazzo, dove si intrecciano grandi interessi e/o scontri economici e criminali. Comprese le attività legate al traffico internazionale dei stupefacenti. Dopo l’attentato però il primo ministro non ha detto una parola. Proprio lui che non smette mai di dichiarare a voce, scrivere e commentare nei siti in rete, anche per delle cose di poca importanza. Uno dei suoi vizi. Chissà perché?!

    Tornando alle cronache dell’attentato, si è fatto sapere che nel portabagagli della macchina del procuratore sono stati trovati documentazione e fascicoli di alcuni tra i più scottanti processi giudiziari degli ultimi anni. Fascicoli che sono stati “rubati” mesi fa, una volta dagli uffici della posta e l’altra proprio dagli uffici della procura di Durazzo! Come mai? E quali interessi rappresentavano il procuratore e il suo amico che era con lui in macchina? Quest’ultimo, un noto criminale, risulta essere una persona coinvolta direttamente anche nei brogli elettorali a favore del partito del primo ministro. Insieme con altri criminali e funzionari delle istituzioni locali e con l’allora sindaco di Durazzo, persona molto vicina al primo ministro albanese. Una potente struttura quella, ben organizzata per controllare e/o manipolare i risultati elettorali. Tutto ciò lo dimostrerebbero delle intercettazioni telefoniche, pubblicate alcuni mesi fa da alcuni noti media internazionali. E tutto ciò come parte integrante della sopracitata strategia adottata e attuata dal primo ministro dal 2013 in poi. Di quella strategia che ha permesso ai criminali di diventare deputati e sindaci e ai pochi oligarchi di arricchirsi e per poi dividere la ricchezza con chi ha permesso tutto ciò.

    Chi scrive queste righe pensa che in Albania il più grande investitore sia la criminalità organizzata, insieme con i pochi oligarchi e in connivenza con il potere politico. L’unica cosa incerta sono le quote di partecipazione negli investimenti. L’autore di queste righe pensa anche che il perché di quanto è accaduto il 1o novembre scorso alla periferia di Durazzo meglio di tutti lo potrebbe e lo dovrebbe chiarire il primo ministro albanese. Proprio lui che ha pubblicamente accusato alcune settimane fa, in Parlamento, il procuratore ferito nell’attentato. Se chiamato dalla procura però. Cosa che sembrerebbe al limite del possible. O meglio, impossibile.

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