Corruzione

  • Pericoli che oltrepassano i confini nazionali

    I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene,

    quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori.

    Catone

    In Italia, in questi giorni, si sta cercando di porre fine alla crisi e di costituire un nuovo governo, guidato da Mario Draghi. L’Italia merita ed ha veramente bisogno di un governo forte, in grado di affrontare ed oltrepassare le tante difficoltà, adempiendo con successo agli impegni, nazionali ed internazionali, dei prossimi mesi. E che sia veramente la volta buona! Ma quanto è successo e sta succedendo però durante questi giorni, purtroppo, ha messo in chiara evidenza, tra l’altro, anche tanta ipocrisia, tante falsità ed incoerenze e la mancanza della moralità politica e civile da parte di non pochi rappresentanti dei partiti politici che potrebbero appoggiare il nuovo governo. Sono ormai di dominio pubblico le “forti e perentorie” dichiarazioni, così come le tante “contrapposizioni programmatiche e/o di principio”, che distinguevano e dividevano i diversi partiti fino ad alcuni giorni fa. Ma poi, come per magia, tutto cambiò. Si è dimenticato tutto quanto sia stato detto, come se niente fosse, e adesso i rappresentanti politici parlano di doveri patriottici, di responsabilità ed altro, “convinti” che tutto deve essere fatto solo e soltanto per il bene e nell’interesse dell’Italia! All’autore di queste righe tutto ciò fa ricordare le parole di Totò, in uno dei suoi bellissimi film: “Quello che ho detto, ho detto; e qui lo nego!”. In Italia, in questi giorni però non si parla e non si va più a “caccia” di “responsabili”, di “costruttori”, di “meritevoli”, di “europeisti” e altri simili. Cioè di tutti coloro che, fino ad una settimana fa, erano la speranza del presidente del Consiglio dimissionario. Ormai alcuni dei più ben noti e convinti “avversari” politici stanno diventando dei “responsabili collaboratori”. Ma che, con la solita ipocrisia e demagogia, con la stessa mancanza di moralità politica e civile, stanno semplicemente cercando di nascondere il loro attaccamento al potere e alle poltrone.

    In Albania, almeno da due anni ormai, purtroppo, si sta “convivendo” con una ben più grave crisi. Una crisi multidimensionale, che il primo ministro e la propaganda governativa fanno di tutto per nasconderla e/o offuscarla. Una crisi dovuta e causata dalla completa irresponsabilità di gestire la cosa pubblica, dalla consapevole e decisa scelta per la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Una connivenza quella, testimoniata da tanti scandali documentati, e altrettante denunce pubbliche. L’ultima evidenza, in ordine di tempo, è quella risultata dalle intercettazioni ambientali e telefoniche nell’ambito dell’operazione “Basso profilo”. Un’operazione quella, condotta e finalizzata con successo in Italia, dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro il 21 gennaio scorso. Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana dell’esito di questa operazione (Pericolose e preoccupanti presenze mafiose; 1o febbraio 2021). Ma, diversamente da una decina di giorni fa, dopo che tutto è diventato di dominio pubblico, adesso la propaganda governativa non risponde e non reagisce più alle pubbliche accuse. Anzi, adesso gli “strateghi” della propaganda governativa stanno cercando di spostare l’attenzione altrove. Non importa dove e come. Non importa su cosa e/o chi. Basta che si sposti l’attenzione. Basta che si possa parlare di altro, anche per pochi giorni! Anche con la consapevolezza di “screditare” un ex primo ministro e capo storico del partito socialista albanese: quello attualmente al potere. E lo hanno fatto, con la regia centrale coordinata dagli uffici del primo ministro. Giovedì scorso hanno convinto proprio quell’ex primo ministro e capo storico del partito socialista a fare delle misere e vergognose dichiarazioni, durante una trasmissione televisiva in prima serata. Proprio da colui, che nel 1998 nominò l’attuale primo ministro come ministro della cultura. Ed è stato proprio lui che, pochi anni dopo, riferendosi alla stessa persona, dichiarava: “…L’ho preso con le unghie non tagliate da Parigi, dove faceva il rifugiato”. Proseguendo, durante la stessa dichiarazione, e dicendo che “…L’ho tirato fuori dal pantano [dov’era caduto] come rifugiato e venditore di icone rubate […] e l’ho fatto ministro e sindaco del più grande comune dell’Albania (di Tirana; n.d.a.)”. Un’accusa pubblica quella, molto pesante, della quale l’accusato non ha detto mai una sola parola! Ma giovedì scorso però, l’ex primo ministro e il capo storico del partito socialista albanese ha detto dell’attuale primo ministro, quel “venditore di icone rubate”, che ormai “…è vistosamente maturato nell’ufficio del primo ministro”! Anche in questo caso l’autore di queste righe si è ricordato delle parole di Totò: “Quello che ho detto, ho detto; e qui lo nego!”. Le cattive lingue, che sono sempre a conoscenza di cose che sfuggono agli altri, hanno subito detto che quelle dichiarazioni sono state profumatamente compensate, perché i mezzi non mancano, anzi! Basta che si possa spostare l’attenzione dal nuovo scandalo; quello del diretto e/o indiretto coinvolgimento di alcune delle massime autorità politiche e amministrative in Albania. Primo ministro compreso, come risulterebbe dalle intercettazioni telefoniche e dalle indagini effettuate in Italia, nell’ambito dell’operazione “Basso profilo”.

    Da quelle intercettazioni ed indagini, nonché dall’inchiesta in corso, portata avanti dalla procura di Catanzaro, risulterebbe che la ‘Ndrangheta calabrese ormai sia presente anche in Albania con investimenti, appalti milionari ed altro. Il che permetterebbe alla ‘Ndrangheta, tra l’altro, anche di riciclare ingenti somme di denaro sporco, di illecita provenienza. E guarda caso, dalle stesse intercettazioni e dalle indagini fatte, risulterebbe anche che alcuni rappresentanti politici italiani, a livello locale, nazionale ed europeo, in “ottimi rapporti di amicizia e di collaborazione” con certi loro colleghi albanesi, contattati in questi ultimi anni da imprenditori e/o da intermediari della ‘Ndrangheta, abbiano “facilitato gli affari” in Albania. Bisogna sottolineare anche che, guarda caso, i governi italiani hanno sempre appoggiato l’attuale primo ministro albanese durante questi anni. Lo hanno fatto mentre si sapeva della criminalità organizzata in Albania, della connivenza di quella criminalità organizzata con il governo, della cannabizzazione diffusa del Paese e di tanto altro. E tutto ciò non poteva mai e poi mai essere attuato senza il beneplacito ed il diretto supporto governativo. Ormai è ben nota ed ufficialmente evidenziata anche la pericolosa e preoccupante collaborazione della criminalità organizzata albanese con quella italiana, ‘Ndranghta compresa. Una collaborazione che rappresenterebbe un grande pericolo per tutti e due i Paesi! Perché sono pericoli che oltrepassano i confini nazionali. Allora chissà perché però, tutto quell’appoggio dei governi italiani, o di alcuni loro ministri in particolare, per il primo ministro albanese durante questi ultimi anni?!

    Chi scrive queste righe nota, non senza rammarico, come alcuni “rappresentanti politici” cambino, di punto in bianco, le proprie “convinzioni ideologiche e programmatiche”. Come in Italia anche in Albania. E lo fanno semplicemente per riuscire a rimanere al potere, attaccati alle loro poltrone. Tutto il resto è ipocrisia e demagogia! In Italia, fino ad una settimana fa, si cercava, costi quel che costi, di far sopravvivere un governo, da mesi traballante, con l’appoggio dei “responsabili”. In Albania, il primo ministro sta cercando, costi quel che costi, di avere un terzo mandato nelle elezioni del 25 aprile prossimo! Anche con l’appoggio occulto delle cosche malavitose, come risulta averlo fatto anche in precedenza. Ma, a differenza dell’Italia, dove si indagano anche i politici, in Albania il sistema “riformato” della giustizia ubbidisce agli ordini del primo ministro. Ragion per cui “…I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori” come scriveva Catone.

  • Mani pulite alla cinese: giustiziato il tycoon condannato per tangenti

    Ex banchiere ed ex alto funzionario del Partito comunista cinese, Lai Xiaomin è stato giustiziato per corruzione e bigamia. E’ l’ultima figura di spicco a finire nelle maglie della feroce campagna anti-corruzione lanciata nel 2012 dal presidente Xi Jinping. Il tribunale di Tianjin si è spinto oltre, spacciandolo nella sentenza di condanna come “l’uomo più corrotto dalla fondazione della Repubblica popolare nel 1949” per le tangenti incassate da 277 milioni di dollari, direttamente o tramite terzi.

    Lai, al quale è stato concesso di incontrare i parenti stretti prima dell’esecuzione, è stato per anni il potente presidente di China Huarong Asset Management, uno dei 4 colossi statali di gestione dei crediti deteriorati, trasformato in un feudo privato. Del resto, resterà scolpita nell’immaginario collettivo cinese la grande stanza di uno dei suoi appartamenti imbottita di 200 milioni di yuan in contanti, del peso di circa 3 tonnellate, mostrata in un documentario a gennaio 2020 dalla tv statale Cctv, come parte di una serie dedicata a cinque casi clamorosi di corruzione. Nell’occasione, Lai parlò di “apatia di fronte a tanto denaro, diventato ormai una consuetudine”.

    La parabola discendente del potentissimo banchiere riflette l’atteggiamento della Cina di punire severamente la corruzione, ha detto uno dei giudici che ha provveduto alla stesura della sentenza, poiché si è scoperta “l’acquisizione illegale della più grande quantità di tangenti da decenni”. Il 5 gennaio, Lai era stato condannato a morte dal Tribunale secondario intermedio del popolo di Tianjin, con la revoca dei suoi diritti politici e la confisca di tutti i suoi beni. L’Alta corte del popolo di Tianjin, infine, ha confermato la pena di morte, respingendo il suo appello e presentandosi alla Corte suprema del popolo cinese per la verifica e l’approvazione finale, maturata perché aveva approfittato “del suo dovere e della sua posizione per ottenere vantaggi illegali”, appropriandosi anche di oltre 25,13 milioni di yuan. Mentre era sposato, ha convissuto con un’altra donna e ha avuto figli fuori dal matrimonio, ha aggiunto la Corte. Venerdì il giudice capo di primo grado ha spiegato la condanna a morte di Lai, hanno riferito i media locali con grande enfasi: gravi complotti criminali, che hanno causato “un cattivo impatto sociale e pesanti perdite sia per il Paese sia per i cinesi”.

    Lai ha accettato tangenti dal 2008 al 2018, per un numero di reati di corruzione che ha raggiunto quota 22, dalla raccolta di fondi ai progetti di appalto, fino all’ottenimento di promozioni e trasferimenti di lavoro. Anche se Lai ha reso “un servizio meritorio significativo”, tenendo in considerazione tutti i crimini contestati, questo non è stato sufficiente per una punizione più clemente. La maggior parte del maltolto è stata recuperata, con una parte consegnata alla tesoreria dello Stato e ad altri organi competenti.

    Il 22 gennaio, parlando alla quinta sessione della Commissione centrale per l’ispezione della disciplina, l’anti-corruzione del Pcc, Xi ha rinnovato la sua determinazione contro il “tarlo” che minaccia il partito e il raggiungimento degli obiettivi del 14esimo piano economico quinquennale del 2021-25, primari “per l’avanzamento e lo sviluppo della nazione”.

  • Pericolose e preoccupanti presenze mafiose

    Quanto terribile è il pericolo che giace nascosto!

    Publilio Siro

    “In Europa, nel futuro, credo che ci impegneremo molto con l’Albania, perché la mafia albanese è molto forte. In Albania c’è un pauroso livello della [sua] diffusione e della corruzione”. Così dichiarava, nel 2019, ad un media italiano, Nicola Gratteri, il procuratore capo della Dda (Direzione distrettuale antimafia; n.d.a.) di Catanzaro. Un procuratore di lunga, spiccata ed apprezzata carriera professionale nella lotta contro le organizzazioni malavitose in Italia e, in particolare, contro la ‘Ndrangheta calabrese. Lo stesso procuratore ha coordinato e condotto con successo anche l’operazione denominata “Basso profilo”. Un’operazione avviata nel 2016 e finalizzata una decina di giorni fa. Sono state 48 le persone raggiunte da un provvedimento restrittivo; 13 sono finite in carcere e 35 agli arresti domiciliari. In più, l’operazione ha portato anche al sequestro di ingenti valori monetari, oggetti preziosi ed altri beni materiali. Il principale indagato è un imprenditore, Antonio Gallo, accusato di “associazione a delinquere di stampo mafioso e di essere l’imprenditore in grado di interloquire, anche direttamente, con i boss delle cosche”. In seguito l’imprenditore, ritenuto il “braccio imprenditoriale delle cosche”, durante gli interrogatori di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il 21 gennaio scorso, durante una conferenza stampa, il procuratore capo Gratteri ha reso noto anche alcuni importanti dettagli di quell’operazione contro la ‘Ndrangheta nella provincia di Crotone. “Quella di oggi è un’indagine che dimostra il rapporto diretto tra ‘Ndrangheta, imprenditoria e politica. Epicentro di tutto è l’imprenditore Antonio Gallo, una persona eclettica che lavorava su più piani, che si muoveva con grande disinvoltura quando aveva di fronte lo ’ndranghetista doc, l’imprenditore o il politico” ha dichiarato Gratteri. L’obiettivo dell’imprenditore, secondo il procuratore, era quello di “…creare un monopolio sul territorio, per avere la possibilità di vincere gare truccate per la fornitura di prodotti per la sicurezza sul lavoro o per le pulizie anche a livello nazionale. Ed ecco qui che avviene l’aggancio con la politica”.

    Subito dopo la conferenza stampa del procuratore Gratteri, i media in Albania sono riusciti ad avere anche altre informazioni più dettagliate, contenute in centinaia di pagine. Si tratta di trascrizioni delle intercettazioni ambientali e telefoniche degli indagati dal 2016 in poi. In Albania l’impatto è stato immediato e forte, suscitando irritazione e sdegno pubblico e reazione politica e mediatica, soprattutto da parte di quei pochi media non controllati dal governo. E non poteva essere altrimenti. Dalle intercettazioni telefoniche, nell’ambito dell’operazione “Basso profilo”, risultava che il soprannominato imprenditore calabrese, il “braccio imprenditoriale delle cosche”, parlava e si riferiva anche ai suoi altolocati contatti in Albania. Contatti che, grazie alle sue conoscenze ed amicizie con politici in Italia portavano, oltre a degli imprenditori e funzionari pubblici albanesi, anche direttamente al sindaco di Tirana e al primo ministro. L’imprenditore calabrese si è già inserito in Albania da qualche anno ormai, aprendo, in un’area centrale e molto frequentata di Tirana, un negozio di prodotti per la sicurezza sul lavoro. Una delle attività che cita anche il procuratore Gratteri durante la sua sopracitata conferenza stampa. Un negozio che è stato tra gli argomenti discussi in questi giorni in Albania. L’imprenditore era molto interessato a trovare i giusti contatti ed appoggi istituzionali in Albania per avere delle licenze di costruzione, soprattutto a Tirana. Ma era altresì interessato a vincere degli appalti nel campo delle infrastrutture, del trattamento dei rifiuti, della sanità ed altro. Era disposto, lui e/o chi lui rappresentava, di riconoscere e pagare anche le dovute “percentuali” che, nel caso delle costruzioni a Tirana, arrivavano fino al 20%! E, “guarda caso”, tutti gli scandali milionari in Albania durante questi ultimi anni, alcuni dei quali confermati anche dalla Corte dei Conti, riguardano proprio quelle attività. Attività che risulterebbero essere molto “ambite” ed altrettanto “appetitose” anche per la ‘Ndrangheta, come viene confermato dalle intercettazioni telefoniche relative all’operazione “Basso profile”. Come mai e chissà perché?!

    Sia dalla conferenza stampa del procuratore Gratteri che dalle affermazioni di questi giorni degli specialisti, italiani ed albanesi, risulterebbe che in Albania la ‘Ndrangheta stia cercando, tra l’altro, di riciclare ingenti somme di denaro sporco provenienti dalle sue attività malavitose. Una realtà questa, evidenziata e confermata durante questi ultimi anni anche da diverse istituzioni specializzate internazionali. Secondo il rapporto per il 2019 del MONEYVAL (Istituzione del Consiglio d’Europa, specializzata nella lotta contro il riciclaggio del denaro sporco ed il terrorismo; n.d.a.), l’Albania è stata inserita nella “zona grigia”, dove si raggruppano tutti i Paesi con grande rischio per il riciclaggio del denaro sporco. Dagli studi delle istituzioni internazionali specializzate risulterebbe altresì che delle 141 imprese edili che tra il 2017 ed il 2019 hanno avuto delle licenze di costruzioni più alte di sei piani il 59% di queste non avevano le necessarie capacità finanziarie per finire le costruzioni stesse. Ma hanno, comunque, finito di costruire! Il che significherebbe che in Albania realmente si stanno riciclando ingenti somme di denaro sporco provenienti dalle attività illecite e dalla corruzione.

    La pubblicazione del contenuto delle intercettazioni telefoniche ha travolto e scombussolato i massimi rappresentanti della maggioranza governativa in Albania ed ha colto alla sprovvista e del tutto impreparata la propaganda governativa. Ma non è la prima volta durante queste ultime settimane (Peccati madornali e abusi peccaminosi, 25 gennaio 2021). Per cinque lunghi giorni, dopo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, il primo ministro albanese non ha detto e neanche ha scritto niente in merito. Ha lasciato quel difficile compito ad alcuni, pochissimi suoi zelanti e fedeli collaboratori e a degli opinionisti a pagamento. Ma siccome l’eco dello scandalo stava seriamente e gravemente aumentando, allora, il 26 gennaio scorso, lui ha deciso finalmente di parlare. E parlando, con area molto turbata, non ha fatto altro che ripetere uno scenario già noto e mettere in scena tutte le volte in cui lui si è trovato in grandi difficoltà. Il primo ministro, come suo solito in queste situazioni, ha negato tutto, ha cercato di minimizzare e ridicolizzare quanto risultava dalle intercettazioni ed ha anche minacciato i giornalisti, gli opinionisti e i media che lui non controlla. Ha offeso tutti loro con parole degne soltanto degli ubriaconi e dei coatti. Il primo ministro ha dichiarato tra l’altro, ma con aria cupa, anche che il negozio di Tirana del “braccio imprenditoriale delle cosche” era ormai un’attività fallita. Mentre, guarda caso, circa un mese fa, il ministero degli Esteri aveva fatto molti acquisti proprio in quel “negozio fallito”!

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per meglio informare il nostro lettore su questi gravi sviluppi. Perché ci sono tanti significativi dettagli che confermerebbero le attività della criminalità organizzata, sia locale che internazionale, in Albania. Compresa quella della ‘Ndrangheta. Presenze apparentemente di “basso profilo” con dei “negozi”, spesso sull’orlo di “fallimento”, ma che, in realtà, sono stati concepiti proprio per permettere diverse operazioni societarie e trasferimenti bancari offshore, nonché per intervenire, raccomandati, ad avere appalti pubblici e rappresentare grandi interessi occulti e criminali. L’autore di queste righe è convinto che negare tutto e con forza, quando si trova in grandi difficoltà, è la prima propensione del primo ministro albanese. Negare tutto con arroganza e determinazione, usando insulti, offese e minacce, è ormai un misero ed accusatorio “déjà vu”. Il suo modo di reagire, negando tutto, dimostra e testimonia proprio l’opposto contrario di quello che lui cerca di affermare. Nel caso in questione, la sua reazione testimonierebbe la reale, pericolosa e preoccupante presenza delle cosche mafiose in Albania, ‘Ndrangheta compresa. Ma niente di tutto ciò poteva facilmente accadere senza il suo consenso e il suo beneplacito. E se lo ha fatto avrà avuto, senz’altro, anche lui il suo tornaconto. I cittadini albanesi e chi di dovere nelle cancellerie occidentali e nelle istituzioni dell’Unione europea devono sapere, però, che si tratta sempre di presenze terribili. Anche perché si sta cercando di tenere nascosto il pericolo. Un pericolo non solo per l’Albania e gli albanesi, ma anche per molti altri Paesi europei, Italia compresa. Come ha dichiarato già nel 2019 anche il procuratore capo Nicola Gratteri. E cioè che “In Europa, nel futuro, credo che ci impegneremo molto con l’Albania”.

  • L’Ocse contro la grande corruzione

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** apparso su ItaliaOggi il 15 gennaio 2021.

    Prima di fine anno l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha organizzato l’International Anti-Corruption Day per mettere la lotta contro la corruzione al centro delle varie iniziative dei governi. È un problema spinoso e importante. È una delle grandi priorità, perché la corruzione per tutti i Paesi rappresenta una delle maggiori minacce alla crescita economica, mina i valori della democrazia, ed è una delle cause non secondarie delle disuguaglianze sociali.

    Il tutto è stato oggetto della conferenza internazionale organizzata online dal Global Forum on Trasparency and Exchange of Information for Tax Purposes, durante la quale è stato presentato il rapporto 2020 pubblicato dal Forum.

    Si ricordi che il Forum Globale sulla trasparenza e lo scambio di informazioni a fini fiscali fu creato dall’Ocse nel 2000 e successivamente ripreso e promosso dal G20 nel 2009, quando affermò «la fine dell’era del segreto bancario». Oggi esso coinvolge ben 161 giurisdizioni statali, tra membri dell’Ocse e altri partecipanti.

    Anche la pandemia del Covid1-19 ha fatto emergere l’urgenza di affrontare la «piaga globale» della corruzione. Al riguardo è partito un nuovo programma di lavori mirato a fronteggiare le situazioni di crisi e di emergenze, chiamato «Global Law Enforcement Response to Corruption in Crisis Situation».

    Contemporaneamente l’Ocse interviene a sostegno delle attività dei governi con delle Raccomandazioni per l’Integrità Pubblica, con lo scopo di trasformare eventuali azioni isolate in una strategia globale. E’ certamente positivo che il Forum abbia realizzato un training specializzato sulla materia per parecchie migliaia di dirigenti pubblici.

    In verità, l’Ocse è sempre stata in prima fila in questa battaglia, fin dal 1999, quando diede inizio alla Anti-Bribery Convention, cioè al lavoro congiunto contro le frodi. Un lavoro importante, anche se, bisogna ammetterlo, ancora troppo lento: 615 individui e 203 entità legali sono stati finora scoperti e condannati per frode. Attualmente sono in corso 528 indagini in 28 Paesi.

    Uno degli interventi di crescente importanza mira a disciplinare le attività di lobbying e promuoverne la trasparenza e la correttezza.

    Negli anni recenti le lobby hanno assunto un potere enorme. Operano con grandi mezzi finanziari, e anche con grandi competenze, per conto di interessi privati, spesso in contrapposizione con l’interesse pubblico degli Stati e delle comunità. Già prima della Grande Crisi si stimava che per ogni membro del Congresso americano vi fossero almeno tre agguerriti, e spesso molto preparati, lobbysti che lavoravano per far approvare progetti, programmi e riforme legislative fortemente desiderati dal mondo bancario, assicurativo e in generale dalla finanza. E non solo.

    Più recentemente l’Ocse ha opportunamente elaborato delle linee guida per aiutare i governi nella lotta contro la corruzione che, non lo si dimentichi, da tempo sta penetrando le imprese controllate dallo Stato. I danni e i rischi sono enormi quando la corruzione e il crimine cercano di penetrare e controllare persino certe strutture pubbliche. Si metterebbe in discussione il concetto stesso di Stato e di autorità pubblica.

    L’Ocse, per fortuna, è diventata particolarmente attiva anche nella lotta contro i crimini di carattere fiscale.

    Secondo il Global Forum report, 100 giurisdizioni statali nel 2019 si sono scambiate in modo automatico informazioni relative a 84 milioni di conti finanziari che rappresentavano asset per circa 10 mila miliardi di euro. Questo impegno dell’Ocse e del Global Forum, nel periodo 2009 -2020, ha reso possibile la «raccolta aggiuntiva» di oltre 107 miliardi di euro per il fisco, attraverso programmi di emersione volontaria, di indagini sui centri offshore e altre misure. Si noti che, di tale cifra, 29 miliardi sono stati raccolti nei Paesi in via di sviluppo.

    L’Ocse ha favorito la creazione dell’Anti Corruption Working Group all’interno del G20 per promuovere la convergenza d’azione tra gli Stati membri e per sostenere l’applicazione di standard di comportamento e d’intervento. È un fatto importante. Lo è ancor di più perché nel 2021 la presidenza italiana del G20 intenderebbe porre come priorità la lotta internazionale contro la corruzione.

    L’impegno del Global Forum e dell’Ocse per il 2021è di mantenere alto e puntuale lo scambio di informazioni tra i Paesi partecipanti, nonostante le restrizioni imposte dalla crisi sanitaria globale. Saranno apportati aggiustamenti se la pandemia dovesse creare delle situazioni difficili, perché la cooperazione internazionale nel campo fiscale non subisca rallentamenti. Allo scopo si è decisa la costituzione di una nuova Task force on Risk per identificare preventivamente l’insorgere di rischi rispetto all’attuazione e al rispetto degli standard relativi agli scambi di informazioni.

    Tutti provvedimenti opportuni che vanno nella giusta direzione. Tuttavia non si può dimenticare che la lotta alla corruzione potrà avere successo soltanto se la reputazione delle aziende, degli amministratori delegati, dei manager, dei governati pubblici sarà davvero elevata.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Sarkozy alla sbarra, prima volta per un ex presidente transalpino

    E’ il primo capo dello Stato francese a comparire in tribunale come imputato accusato di corruzione. Abito scuro e camicia bianca, l’ex presidente Nicolas Sarkozy è giunto il 23 novembre poco prima delle 13.30 al tribunale di Parigi circondato da un nugolo di cameraman e fotografi per partecipare a quello che viene annunciato come un processo senza precedenti nella storia della Quinta Repubblica.

    E tuttavia, poco dopo l’apertura, il tribunale ha deciso la sospensione fino a giovedì prossimo, il tempo di ottenere i risultati di una expertise medica su uno degli altri principali imputati, l’ex alto magistrato settantatreenne Gilbert Azibert, oggi assente dall’aula per cause mediche.

    Poco prima del rinvio, Sarkozy ha salutato i legali presenti in tribunale nonché i membri della procura finanziaria che indagano sulla cosiddetta vicenda delle “intercettazioni”. Quando la presidente del tribunale Christine Maé ha enunciato le generalità del principale imputato – Nicolas Sarkozy de Nagy

    Bocsa – lui ha replicato secco: “E’ sufficiente Sarkozy”.

    Sessantacinque anni, appena alleggerito dalle accuse per le tangenti libiche a causa della ritrattazione del testimone chiave a suo carico, Sarkozy ha promesso di essere “combattivo” davanti al tribunale ed ha ripetuto negli ultimi giorni di non essere “un corrotto”.

    Il processo, rinviato subito al 26 novembre, dovrebbe durare fino al 10 dicembre, ma resta appeso come diversi altri appuntamenti giudiziari alla situazione della pandemia e potrebbe essere ulteriormente posticipato. Il caso delle intercettazioni, o “affaire Bismuth”, è legato a quello delle tangenti libiche per la campagna presidenziale del 2007. Quando i giudici misero sotto controllo il cellulare dell’ex presidente nel 2013 per indagare sul presunto denaro arrivato da Tripoli, scoprirono che Sarkozy utilizzava una linea segreta sotto il nome di Paul Bismuth per comunicare con il suo legale, Thierry Herzog.

    L’accusa ritiene che alcune conversazioni intercettate hanno rivelato l’esistenza di un “patto” di corruzione: Sarkozy, attraverso Herzog, avrebbe dato “una mano” ad Azibert per ottenere un incarico nel principato di Monaco a cui ambiva (e che non ha mai ottenuto). In cambio, Azibert avrebbe fornito informazioni coperte dal segreto su una procedura avviata nei confronti dell’ex capo dello Stato davanti alla Corte di Cassazione a margine di un altro scandalo, quello Bettencourt, dal nome dell’erede L’Oreal.

    Ritiratosi dalla politica attiva dopo la sconfitta alle primarie della destra a fine 2016, Sarkozy rischia fino a 10 anni di carcere e una mula di un milione di euro. Prima di lui, solo il suo predecessore Jacques Chirac fu messo sotto accusa e condannato nel 2011. In quel caso però non si trattava di un presunto caso di corruzione ma dello scandalo dei falsi impieghi al Comune di Parigi. E Chirac non comparve mai nell’aula di tribunale a causa del suo precario stato di salute.

  • Realtà nascoste con l’inganno da falsari di parola

    Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie.

    George Orwell

    La corruzione continua ad essere una piaga cancrenosa ed infestante per l’umanità. E come tale, con i suoi due intrinsechi aspetti, la tentazione di corrompere e l’accondiscendenza ad essere corrotti, purtroppo accompagna la società umana dalla notte dei tempi. La corruzione è un male che divora il sano tessuto sociale e il denaro pubblico. Quantità enormi di denaro pubblico che finiscono nelle tasche dei pochi, a scapito dei tanti. La corruzione deve essere combattuta sia dalle solide istituzioni dello Stato di diritto, a livello nazionale, che da quelle specializzate internazionali, a livello più ampio. Ma la corruzione non si può combattere con successo, senza una sensibilizzazione ed una consapevole partecipazione degli stessi cittadini. La corruzione ha rappresentato e continua a rappresentare un serio problema da affrontare anche per l’Unione europea. Ragion per cui, nel 1999, il Consiglio d’Europa decise di costituire una struttura specializzata, ormai nota come GRECO (Group of States against Corruption – Gruppo di Stati contro la Corruzione). L’obiettivo di questa struttura è il miglioramento delle capacità degli Stati membri del Consiglio d’Europa, che hanno aderito all’iniziativa, di combattere la corruzione secondo gli standard anti-corruzione dello stesso Consiglio. Attualmente al GRECO hanno aderito 48 Stati europei e gli Stati Uniti d’America. Anche l’Albania è uno degli Stati membri.

    E proprio il 13 ottobre scorso a Tirana si è svolta la Conferenza ad alto livello “Il rafforzamento dell’integrazione e la lotta contro la corruzione”. In quella conferenza il segretario esecutivo del GRECO ha presentato i risultati del Rapporto per l’Albania, resi pubblici ufficialmente alcuni giorni prima. Da notare che il precedente Rapporto sull’Albania è stato pubblicato sei anni fa. L’alto rappresentante del GRECO ha ringraziato tutte le autorità albanesi per l’organizzazione di quella importante conferenza. Poi, continuando il suo intervento, ha ribadito che “I rapporti del GRECO non sono delle percezioni; noi non elenchiamo i paesi. Noi evidenziamo in maniera oggettiva le misure prese o non prese dai paesi, attuate o non attuate per prevenire o lottare contro la corruzione’. Garantendo anche che i rapporti ufficiali del GRECO “…sono rapporti di fatto e non teorici”. In seguito l’alto rappresentante ha ringraziato le autorità albanesi, primo ministro in testa perché, dopo il rapporto di sei anni fa  “…9 delle 10 ultime raccomandazioni del GRECO per l’Albania, riguardanti la prevenzione della corruzione dei parlamentari, giudici e procuratori, sono state attuate integralmente”. Ed ha sottolineato convinto che “… Infatti, questo è un ottimo risultato e non è per merito del GRECO o del Consiglio d’Europa, oppure di qualche altra istituzione internazionale”. Non potevano, ovviamente, mancare tutti i ringraziamenti per le autorità albanesi che “…devono essere fiere e avere [tutto] il merito di questo progresso”. E mentre stava finendo il suo intervento, l’alto rappresentante del GRECO ha fatto un riferimento ad un rapporto mandato ultimamente dall’Albania a MONEYVAL (Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo; una struttura del Consiglio d’Europa). E qui arriva il bello! Sì, perché se si fa riferimento all’ultimo rapporto MONEYVAL sull’Albania, ma anche agli altri precedenti, risulta ben altro. Chi ha letto e conosce i contenuti di quei rapporti, e tenendo presente anche quanto ha detto il segretario esecutivo del GRECO (altra struttura sempre del Consiglio d’Europa) il 13 ottobre scorso a Tirana durante la sopracitata conferenza, potrebbe pensare perfino ad un lapsus freudiano di quest’ultimo. Sì, perché nel rapporto del MONEYVAL per il 2018 sull’Albania si evidenziava che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro [sporco] in Albania”. In quel rapporto si sottolineava anche il diretto legame tra il potere politico in Albania e le attività della criminalità organizzata. Legami e collaborazioni che spesso generano “ingenti quantità di introiti criminali”. E poi il rapporto constatava ed evidenziava una realtà allarmante, che sta generando preoccupanti e pericolose conseguenza in Albania. E cioè che la legge in Albania non è uguale per tutti. Perché secondo MONEYVAL “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro [sporco]…”. Questo e altro ancora era evidenziato nel Rapporto ufficiale per il 2018 del MONEYVAL sull’Albania. Ma, purtroppo, da allora le cose non sono migliorate, ma addirittura sono peggiorate. L’Albania risulta essere l’unico paese europeo, insieme con l’Islanda, classificato nel cosiddetto “Elenco grigio” per il riciclaggio del denaro sporco. I paesi di quell’“elenco grigio” sono continuamente monitorati da parte di FATF (Financial Action Task Force) e di MONEYVAL. Proprio nell’ultimo Rapporto ufficiale per il 2019, presentato il 21 febbraio scorso, l’Albania è stata purtroppo declassata, riferendosi agli anni precedenti, e messa nella “Elenco grigio”. Nel rapporto si sottolineava che “…l’Albania rimarrà sorvegliata e sotto un allargato monitoraggio”! Il significato del fatto di essere un “paese sorvegliato” si capisce chiaramente dalle normative che regolano il funzionamento dello stesso MONEYVAL. Secondo quelle normative “… Gli Stati si possono mettere sotto sorveglianza allargata nel caso in cui si identificano delle serie incompatibilità con gli standard”.  Standard che sono quelli stabiliti proprio dalle istituzioni dell’Unione europea! Di tutto ciò e ben altro ancora, l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore a tempo debito (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia; 4 maggio 2020).

    Durante la sopracitata conferenza tenuta a Tirana il 13 ottobre scorso, in seguito all’intervento elogiativo dell’alto rappresentante del GRECO, ha parlato, con frasi non meno entusiastiche, anche l’ambasciatrice statunitense a Tirana. Riferendosi all’impegno e ai successi del governo albanese nella lotta contro la corruzione, lei ha detto che “…l’Albania ha cominciato questo percorso e la riforma della giustizia ha cominciato a mostrare i risultati”. Poi, convinta, ha dichiarato che “….Se l’Albania continua su questa strada, potrà diventare un modello per le riforme del buon governo” (Sic!). Mentre, per finire in bellezza, il primo ministro ha scoperto chi erano e chi sono i veri responsabili e colpevoli della corruzione in Albania. Sì, proprio così. Secondo lui “La testa della corruzione in Albania non sono i politici”. Per il primo ministro albanese la testa della corruzione è stata ed è “… la corporazione dei giudici e dei procuratori che hanno usato il castigo della giustizia per dei conti che non hanno a che fare con i conti dello Stato”! Cercando così, rendendosi anche ridicolo oltre che incredibile, di assolvere i veri e i principali colpevoli della diffusa corruzione in Albania. E cioè i politici, lui compreso.

    Chi scrive queste righe, suo malgrado si deve fermare qui, nonostante avrebbe avuto molte altre cose da scrivere e analizzare. Ma ricorda a tutti quei falsari di parola, che hanno cercato di nascondere con l’inganno la vera realtà albanese durante la sopracitata conferenza del 13 ottobre scorso a Tirana, quanto ha scritto Dante nel canto XXX dell’Inferno. Proprio in quel canto il sommo poeta racconta dei falsari, di tutti i falsari, “I falsari di parola”, che soffrivano e penavano nella decima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno. Perché coloro che hanno parlato durante quella conferenza a Tirana, il 13 ottobre scorso, hanno concepito e usato il linguaggio politico in modo tale da far sembrare vere le bugie. Nascondendo però con l’inganno la vera realtà vissuta e sofferta quotidianamente dai cittadini albanesi.

  • Similitudini

    …La corruzione è dappertutto, il talento è raro. Perciò, la corruzione è

    l’arma della mediocrità che abbonda, e voi ne sentirete ovunque la punta.

    Honoré de Balzac; da “Papà Goriot”

    Così diceva convinto Vautrin al giovane Eugene de Rastignac. Correva l’anno 1819. In quel tempo tutti e due vivevano a Parigi. Vautrin, ladro e usuraio, era stato condannato ai lavori forzati, ma era evaso appena aveva potuto. Il suo vero nome era Jacques Collin, ma negli ambienti della malavita parigina lo avevano soprannominato ‘Inganna-la-morte’ (Trompe-la-Mort). La polizia lo stava cercando dappertutto, perché era una persona molto pericolosa. Eugene de Rastignac invece, uno dei personaggi non solo del romanzo Papà Goriot, ma anche di molti altri romanzi della Commedia Umana di Balzac, era un giovane di 21 anni, arrivato a Parigi per studiare legge. Lui non sapeva niente di Vautrin. Un giorno Vautrin cercava di spiegare a Rastignac che in questo mondo “non ci sono principi, ma soltanto eventi. Non ci sono leggi, ma soltanto circostanze”. E che “…l’uomo intelligente si adatta agli eventi e alle circostanze per dominarle”. Vautrin consigliava a Rastignac di “non insistere con le proprie convinzioni”, e nel caso servisse, se qualcuno glielo chiedeva, “doveva vendere i suoi principi”. Si, proprio vendere, in cambio di soldi o altro! Vautrin rappresentava a Parigi la “Società dei diecimila”, che era un raggruppamento non di ladri comuni, ma “di ladri di alto livello”. E lui gestiva enormi quantità di denaro per conto della Società. Balzac ci racconta che i soci erano persone che “non si sporcano le mani per delle piccole cose e non si immischiano in affari se non riescono a guadagnare, come minimo, diecimila franchi”. Da buon usuraio qual era, Vautrin vede anche in Rastignac una persona dalla quale poteva approfittare, essendo lui un povero giovane di provincia, ma ambizioso ed arrivista, Vautrin propone a Rastignac un accordo, dal quale poteva avere un guadagno del 20% come commissione. Accordo che non si concluse, anche perché, finalmente, Vautrin viene arrestato dalla polizia.

    Duecento anni dopo quegli eventi, maestosamente raccontati da Balzac nel suo romanzo Papà Goriot, le cose si ripetono, generando, tra l’altro, delle similitudini. In ogni parte del mondo, così come in Albania. Guarda caso, l’attuale primo ministro viene chiamato anche il “signor 20%”. Lo hanno soprannominato così dopo le diverse accuse pubbliche, fatte da quando era il sindaco di Tirana. Secondo quelle accuse lui, o chi per lui, chiedeva ai costruttori una commissione del 20% dell’investimento in cambio del permesso per costruire. Durante questi ultimi anni il primo ministro albanese è stato accusato ripetutamente e pubblicamente, documenti alla mano, in albanese e in altre lingue, di molti fatti gravi. Le accuse pubbliche riguardavano e riguardano, tra l’altro, gli stretti legami che lui, e/o chi per lui, ha con la criminalità organizzata. Legami che si basano su un solido supporto reciproco. Una collaborazione quella, che secondo le documentate e ripetute accuse pubbliche, ha permesso al primo ministro i suoi due mandati istituzionali e altre vittorie elettorali. Mentre alla criminalità organizzata ha garantito affari miliardari. Compresi, tra l’altro, la diffusa coltivazione della cannabis su tutto il territorio nazionale e il traffico illecito di stupefacenti. Traffico che continua indisturbato, come dimostrano i fatti resi noti dalle procure dei paesi confinanti, ma soprattutto quelle italiane. Soltanto una settimana fa è stato sequestrato sulle coste italiane un grosso carico di droga proveniente dall’Albania.

    Il primo ministro albanese è stato accusato di aver nascosto delle condanne in altri paesi europei. Accuse fatte, anche quelle, sia in albanese che in altre lingue. Una decina di giorni fa un noto collezionista di icone, durante un’intervista televisiva in prima serata, ha ripetuto la sua accusa. E cioè che l’attuale primo ministro albanese è stato arrestato e condannato in Francia agli inizi degli anni ’90 per traffico di icone rubate! Quella del collezionista, durante l’intervista televisiva una decina di giorni fa, non era soltanto una ripetuta accusa ma, come ha dichiarato lui, era anche una sfida pubblica al primo ministro. Ad oggi però, il primo ministro, che ha denunciato ufficialmente “per calunnia” molte persone, compresi politici, giornalisti e/o redazioni di giornali e altri media in Albania e in altri paesi, non ha detto neanche una sola parola e non ha presentato nessun ricorso “per calunnia” contro il collezionista di icone. E se fossero vere le accuse fatte dal collezionista, ma non solo da lui, sia in albanese che in altre lingue, allora si aggiunge un’altra similitudine tra il primo ministro albanese e Vautrin.

    Le similitudini non finiscono qui però. Sempre in base alle tante denunce e accuse pubbliche, risulterebbe che il primo ministro albanese sia anche il rappresentante istituzionale degli interessi miliardari di certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Guarda caso, un altra similitudine con Vautrin, che era il rappresentante della sopracitata “Società dei diecimila”, come ci racconta Balzac nel suo romanzo Papà Goriot. Il nostro lettore conosce ormai l’emblematico caso del barbaro e vigliacco abbattimento, notte tempo, il 17 maggio scorso, dell’edificio del Teatro Nazionale, in pieno centro di Tirana. Si tratta proprio del caso per eccellenza che dimostra e testimonia la stretta collaborazione tra il potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti. Una pericolosa collaborazione che sta alle fondamenta della nuova dittatura sui generis ormai restaurata ed operativa in Albania. L’unica incognita, almeno pubblicamente, è chi comanda in quella “combriccola”. Tutti ormai sanno però, che l’abbattimento del Teatro Nazionale rappresenta un affare criminale miliardario, che parte dal riciclaggio del denaro sporco, proveniente dai traffici illeciti e dalla corruzione ai più alti livelli, per poi continuare con grossi investimenti e introiti garantiti. Per agevolare ed ufficializzare tutto ciò, il primo ministro albanese presentò ed approvò in Parlamento una “legge speciale”, in piena estate del 2018, per passare in grande fretta la proprietà pubblica ad un privato, noto cliente del potere politico. Ormai il riciclaggio del denaro sporco è un’allarmante realtà in Albania. Una realtà che è stata testimoniata, tra l’altro, anche dai due ultimi rapporti annuali del MONEYVAL (Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo; una struttura del Consiglio d’Europa). Dai rapporti si evidenzia che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro in Albania”. E che “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro”! Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia; 4 maggio 2020). E non poteva essere diversamente, con un simile “rappresentante istituzionale” qual è il primo ministro albanese. Come era anche Vautrin per la sopracitata “Società dei diecimila”. E queste sopracitate sono soltanto alcune delle similitudini tra i due.

    Chi scrive queste righe trova attuale quanto scriveva Balzac nel suo Papà Goriot. E cioè che anche in Albania nel 2020, come in Francia del 1819, la corruzione la trovi dappertutto. Ed è l’arma della mediocrità che abbonda, la cui punta si sente ovunque. L’autore di queste righe è convinto però che, diversamente da quanto accadeva a Parigi nel 1819, dove Vautrin veniva arrestato dal sistema della giustizia, in Albania nel 2020 il sistema della giustizia è controllato personalmente proprio dal primo ministro. Nel 1819 Vautrin consigliava a Rastignac che, se servisse, “doveva vendere i suoi principi”. Mentre il primo ministro albanese, nel caso abbia mai avuto dei principi, ormai li ha già venduti ai richiedenti. Ad un buon prezzo però!

  • Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia

    Il corrotto è incapace di chiedere perdono, è andato oltre […]. La corruzione gli ha
    tolto anche quella capacità che tutti abbiamo di vergognarci, di chiedere perdono.

     Papa Francesco

    Proprio così! Lo ha detto Papa Francesco il 30 marzo scorso, durante l’omelia della messa a Santa Marta. Riferendosi al Libro del profeta Daniele (Dn. 13/1-9; 15-62) e al Vangelo secondo Giovanni (Gv. 8/1-11), egli ha parlato di due donne: dell’innocente Susanna e dell’adultera colta in flagrante. Tutte e due sono state giudicate e condannate a morte. Susanna, da innocente, era stata accusata di adulterio da due giudici senza scrupolo che volevano abusare di lei. Mentre l’adultera, da peccatrice, era stata accusata da scribi e farisei ipocriti. Dio però, volendo dare dei chiari e significativi esempi a tutti, non ha lasciato morire le due donne. Per volere di Dio Susanna è stata scagionata dalle false accuse, mentre sono stati condannati i due giudici corrotti. Il Signore ha anche perdonato l’adultera, liberandola dagli scribi e i farisei, dando loro, come ha detto il Santo Padre, “un po’ di tempo per pentirsi”. Mentre ai giudici corrotti no. Papa Francesco, riferendosi a quei passaggi delle Sacre Scritture, è stato perentorio con i corrotti di tutti i tempi e in ogni parte del mondo. Riferendosi a loro, che Dio non perdona mai, Papa Francesco ha detto durante la sopracitata omelia che “…il corrotto è incapace di chiedere perdono, è andato oltre. Si è stancato? No, non si è stancato, non è capace. La corruzione gli ha tolto anche quella capacità che tutti abbiamo di vergognarci, di chiedere perdono. No, il corrotto è sicuro, va avanti, distrugge, sfrutta la gente…va avanti. Si è messo al posto di Dio”!

    La storia ci insegna che, da che mondo è mondo, i corrotti e la corruzione hanno sempre causato danni enormi alla gente, in ogni parte del mondo. E continuano a farlo. Lo stanno facendo anche in Albania. Quanto è accaduto, soprattutto negli ultimi anni, e che purtroppo sta tuttora accadendo, rappresenta un’allarmante realtà che dovrebbe essere un’appello e un monito per tutti. Compresi anche i massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea e dei singoli Stati. Tutti devono sapere ed essere consapevoli che i cittadini albanesi, tra l’altro, stanno soffrendo anche le conseguenze della galoppante corruzione, ben radicata in tutte le istituzioni dello Stato. Questa non è un’opinione, bensì una realtà vissuta quotidianamente in Albania. Cercare di corrompere tutti, tutti che si prestano alla tentazione della corruzione e ai profitti che ne derivano, nonostante nazionalità, madre lingue e cittadinanza, fa parte della strategia di gestione della cosa pubblica, quella realmente attuata in Albania.

    Fatti accaduti alla mano, sembrerebbe che in Albania la corruzione e gli abusi di denaro pubblico stiano continuando anche in questo periodo di pandemia, non temendo per niente neanche il famigerato coronavirus, anzi! Dalle continue e documentate denunce pubbliche, fatte durante queste ultime settimane, risulterebbe che si stia pericolosamente abusando del denaro pubblico! Sembrerebbe che siano stati molti gli appalti abusivi, clientelistici e milionari, privi di ben che minima trasparenza. Secondo le denunce fatte, si tratterebbe di appalti classificati come “segreti” dalle istituzioni governative, in palese violazione della Costituzione e delle leggi in vigore. Le denunce si riferiscono a delle procedure abusive che non rispettano i parametri e i criteri previsti. Appalti riguardanti prodotti e mezzi necessari per affrontare la pandemia. Ma anche per delle ristrutturazioni di uffici governativi! Sempre secondo le denunce pubblicamente fatte, risulterebbe che durante queste ultime settimane ingenti somme di denaro pubblico siano state veicolate dal Tesoro dello Stato ai conti di determinati titolari di certi “contratti concessionari”, considerati come clientelistici dagli analisti. Tutto ciò, proprio in questo periodo di pandemia! Ed è soltanto quanto è stato pubblicamente reso noto ad ora. Tutto ciò, mentre nel frattempo tanti bisognosi, che hanno delle immediate necessità alimentari per la sopravvivenza quotidiana, non hanno avuto niente. Niente di tutto quello che ufficialmente è stato dichiarato e promesso a loro in questo periodo di pandemia e di severi restrizioni. Mentre ingenti somme di denaro pubblico vengono sperperate e divorate dai corrotti che gestiscono la cosa pubblica in Albania.

    La galoppante e ben strutturata corruzione in Albania è ormai, purtroppo, un dato di fatto. E sia questa corruzione che molti allarmanti fenomeni ad essa connessi e/o derivati negli ultimi anni sono stati evidenziati e rapportati anche dalle istituzioni specializzate internazionali. Una di quelle ben note istituzioni è anche MONEYVAL (Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, una struttura del Consiglio d’Europa). Nel suo Rapporto ufficiale del 2018 si richiedeva alle autorità governative e statali in Albania di prendere le dovute misure per impedire il ben evidenziato riciclaggio del denaro sporco. In quel Rapporto ci si riferiva alla corruzione come un preoccupante problema. Nelle conclusioni del Rapporto per l’Albania si sottolineava che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro [sporco] in Albania”. E poi proseguiva, riferendosi all’altolocata corruzione, specificando che “…legata spesso alle attività della criminalità organizzata, genera ingenti quantità di introiti criminali”. In seguito il rapporto, riferendosi alla [mancata] responsabilità delle autorità, specificava che “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro [sporco]…”! Queste conclusioni però non sono state prese in considerazione dalle autorità albanesi. Anzi, la situazione è peggiorata ulteriormente. Lo evidenzia senza ambiguità il Rapporto ufficiale di MONEYVAL per il 2019, pubblicato il 21 febbraio 2020 dal FATF (Financial Action Task Force). L’Albania è stata declassata e messa nella “zona grigia”. Nel rapporto si afferma che “…l’Albania rimarrà sorvegliata e sotto un allargato monitoraggio”! Il significato di questa affermazione si spiega da quanto previsto dalle normative, che regolano il funzionamento di MONEYVAL. Secondo quelle normative “…gli Stati si possono mettere sotto sorveglianza allargata nel caso in cui si identificano delle serie incompatibilità con gli standard…”.  E si fa riferimento agli standard stabiliti dalle istituzioni dell’Unione europea!

    Purtroppo anche in questo periodo di pandemia in Albania, oltre alla corruzione e agli abusi della cosa pubblica, sembrerebbe che si stia proseguendo con il riciclaggio del denaro sporco. Si, perché le istituzioni internazionali specializzate identificano che una delle attività che favorisce il riciclaggio è anche l’edilizia. E non “a caso” durante il 2019 è stato verificato un notevole e allarmante aumento del numero delle licenze per le costruzioni. Soprattutto nella capitale. Ebbene, l’edilizia è proprio una delle pochissime attività che continua indisturbata anche in questo periodo di pandemia. Mentre da un rapporto ufficiale risultava che durante il 2019 l’edilizia ha ricevuto crediti dalle banche soltanto del 20% circa. Il resto sono stati degli investimenti di “sconosciuta provenienza”!

    Chi scrive queste righe ricorda preoccupato al nostro lettore che proprio ad un paese come l’Albania, con questi gravi e allarmanti problemi con la corruzione ed il riciclaggio del denaro, il Consiglio europeo ha deliberato il 26 marzo scorso per l’apertura dei negoziati dell’adesione nell’Unione europea! Permettendo così ai corrotti di continuare indisturbati. Proprio quei corrotti per i quali Papa Francesco diceva che sono sicuri, vanno avanti, distruggono, sfruttano la gente, mettendosi al posto di Dio. Contro di loro bisogna soltanto ribellarsi per cacciarli via!

  • 13 giudici slovacchi arrestati per legami con il mandante dell’omicidio del giornalista Jan Kuciak

    In Slovacchia tredici giudici e altre cinque persone sono stati arrestati e accusati di corruzione e ostruzione alle indagini sulll’omicidio del giornalista Jan Kuciak. L’arresto è stato annunciata da una unità speciale di polizia che indaga sui contatti tra diversi giudici e l’uomo d’affari Marian Kocner, sospettato di aver ordinato l’assassinio.

    Kocner e altri tre imputati sono attualmente sotto processo per gli omicidi di Jan Kuciak e della sua fidanzata Martina Kusnirova. Kuciak aveva indagato sulle attività commerciali di Kocner nell’ambito di un’evasione fiscale che aveva coinvolto magnati e personaggi politici del paese.

    L’uomo di affari è stato accusato di corruzione di giudici, politici e pubblici ministeri ed a febbraio era stato condannato a 19 anni di prigione per un’altra vicenda che lo vede coinvolto in contraffazione e reati finanziari.

    L’omicidio di Kuciak nel 2018 ha scatenato grandi manifestazioni che alla fine hanno portato il primo ministro Robert Fico e il capo della polizia del paese a dimettersi, nonché all’elezione a Presidente dell’attivista anti-corruzione Zuzana Caputova.

  • Bugie scandalose elevate a livello statale

    Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie.

    George Orwell

    Dicono che il vizio va via con l’ultimo respiro. E sembra essere vero, almeno per quanto riguarda il primo ministro albanese. Le sue bugie, riguardanti la vissuta realtà in Albania, da qualche anno a questa parte, sono talmente tante e clamorose che lo hanno sbugiardato e reso ridicolo. Ma lui continua, perché quello di mentire sembrerebbe essere un suo innato vizio del quale non può farne senza. Soprattutto quando si trova in difficoltà. Soltanto durante i due mesi appena passati lui ha scandalosamente, vergognosamente, spudoratamente, ma consapevolmente, dato pubblicamente sfogo, per l’ennesima volta, al suo vizio. Questa volta però, da territori stranieri. Ha cercato di ingannare di nuovo gli albanesi, mentendo senza scrupolo alcuno e senza batter ciglio. Lo ha fatto dopo aver incontrato il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America e la cancelliera tedesca. Lo ha fatto anche da Bruxelles. Perché, succube della sua disperazione, delle sue bugie e dei suoi inganni, cerca almeno di “vendere” come successi soltanto invenzioni ingannevoli della sua spregiudicatezza. Invenzioni che mirano a far credere agli altri, che lui gode di un appoggio internazionale per il suo operato, sia in Albania, che nella regione. Ma le smentite ufficiali alle sue bugie, in lingue straniere, sono state immediate e chiare durante questi due ultimi mesi. Smentite che lo hanno reso di nuovo ridicolo, nonostante lui taccia e faccia finta di niente. Come sempre in casi simili che non sono stati pochi, anzi!

    Quello di mentire e di ingannare sembra essere veramente un vizio del primo ministro albanese. Dal settembre del 2013, quando ha cominciato il suo primo mandato governativo, lui ha mentito. Anzi, lo ha fatto anche prima. Lo ha fatto durante la campagna elettorale, promettendo mari e monti agli albanesi, consapevole però, che erano soltanto promesse per avere il loro appoggio. Una volta avuto il mandato, ha dovuto avere a che fare con la realtà, che non si poteva affrontare con delle belle parole e promesse ingannevoli, ma solo e soltanto con la dovuta responsabilità. Lui però è sfuggito a quelle responsabilità e ha fatto quello che sa fare meglio. Ha mentito e scaricato le sue responsabilità agli altri, cercando “nemici e sabotatori” ovunque, in Albania e sparsi per il mondo. Ormai, dopo più di sei anni che il primo ministro ha avuto l’incarico, dati e fatti accaduti alla mano, risulterebbe che lui non ha governato la cosa pubblica, non ha fatto niente di utile e di buono per i cittadini, non ha mai mantenuto almeno una delle sue promesse. Sempre dati e fatti accaduti alla mano, risulterebbe che il primo ministro albanese, durante questi anni, abbia consapevolmente e clamorosamente abusato del potere conferitogli e abbia deriso e calpestato la fiducia datagli dai cittadini. Dati e fatti accaduti alla mano, risulterebbe che durante questi anni, lui sia stato costretto, nolens volens, ed abbia soltanto cercato di governare gli innumerevoli scandali e i continui abusi con la cosa pubblica, suoi e di tutti coloro che lo circondano e hanno il suo appoggio e che, a loro volta, lo sostengono. Ma anche lo condizionano. Criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali e/o internazionali compresi.

    Dal 1o gennaio fino al 31 dicembre di quest’anno, l’Albania eserciterà la Presidenza dell’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). A proposito, il primo ministro albanese ha cercato in tutti i modi, sostenuto anche della sua propaganda governativa, di far credere che quella Presidenza fosse un suo personale successo. Anche in quel caso ha mentito vergognosamente. Perché quella Presidenza è stata negoziata dal 2006 e decisa finalmente nel 2013, quando al governo c’erano i suoi avversari politici. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò il 20 gennaio scorso. Il 5 febbraio 2020, il primo ministro albanese, nella veste del presidente di turno dell’OSCE, essendo anche il ministro degli esteri ad interim, ha incontrato il Segretario di Stato statunitense. Incontro dovuto proprio a quell’incarico. Incontro che però, il primo ministro albanese ha cercato di “venderlo” come un importante successo politico e personale, “scordandosi” di chiarire la verità. Dopo l’incontro, il primo ministro ha dichiarato che aveva discusso con il Segretario di Stato sulle sue ultime iniziative politiche in Albania, sull’Accordo regionale denominato come il “Mini-Schengen balcanico” ecc.. Il nostro lettore è stato costantemente informato di queste iniziative, e più specificatamente, sia la scorsa settimana che il 13 gennaio 2020. Ebbene, la portavoce del Segretario di Stato statunitense, poco dopo che il primo ministro albanese avesse mentito spudoratamente e consapevolmente, ha dichiarato chiaramente che durante l’incontro, si era discusso “delle priorità comuni durante la presidenza albanese dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa”! Sempre secondo la sua portavoce, il Segretario di Stato si era congratulato con il primo ministro albanese per “il contributo dell’Albania nella NATO e la presa di posizione contro le attività malefiche dell’Iran”. Si riferiva, soprattutto, ai circa 3200 membri dell’organizzazione MEK (Mojahedin-e Khalq), residenti in Albania da alcuni anni e in dura opposizione con il governo iraniano.

    Il 27 gennaio scorso il primo ministro albanese ha incontrato la cancelliera tedesca. Di nuovo, sia lui personalmente che, in seguito, la sua propaganda governativa, hanno mentito su quanto era stato discusso durante quell’incontro. Ma lui più ci si impegna e più si impantana e si trova in altre difficoltà, cercando di giustificare quanto ha detto precedentemente. E così facendo entra in un inevitabile cerchio vizioso di bugie e di inganni. Dopo il sopracitato incontro con la cancelliera tedesca, il primo ministro albanese ha dichiarato che aveva discusso ed aveva avuto il consenso e l’appoggio della cancelliera riguardo al sopracitato accordo del “Mini-Schengen balcanico”. Subito però è arrivata la smentita dal ministero degli Esteri tedesco. Secondo la dichiarazione ufficiale del ministero, la cancelliera considera la collaborazione regionale nei Balcani come “una priorità del Processo di Berlino”. Processo quello che, sostenendo solo un accordo tra tutti i sei paesi balcanici che stanno affrontando i loro percorsi europei, esclude proprio l’Accordo del “Mini-Schengen balcanico”, sostenuto da Serbia, Albania e Macedonia del nord. Altri inganni e bugie del primo ministro albanese, subito sbugiardate ufficialmente.

    Il primo ministro ha cercato di mentire e manipolare l’opinione pubblica in Albania anche con gli aiuti internazionali per i danni del terremoto di 26 novembre scorso. Lui e la sua propaganda governativa, subito dopo la “Conferenza dei donatori”, organizzata dalla Commissione europea a Bruxelles il 17 febbraio scorso, hanno parlato di aiuti. Ma in seguito, quando la Commissione ha pubblicato le donazioni, si è capito chiaramente che si trattava, nel circa 70% della somma totale (1.15 miliardi di euro), di crediti bancari e non di aiuti. Crediti che aggraverebbero ulteriormente il debito pubblico albanese, già di per se a livelli allarmanti e pericolosi.

    Un altro clamoroso scandalo, corredato di bugie e di inganni, riguarda una richiesta, da parte del Parlamento albanese, alla Commissione di Venezia (Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto) e reso pubblico due settimane fa. Scandalo tuttora in corso, sul quale il nostro lettore verrà informato in seguito.

    Chi scrive queste righe è convinto che in qualsiasi altro paese normale sarebbe bastato uno solo di questi scandali per far cadere il governo. Ma non in Albania però. Perché lì il linguaggio politico è concepito in modo tale da far sembrare vere le bugie. E soprattutto perché in Albania ormai è stata restaurata una nuova dittatura che ha elevato le bugie e gli inganni ad un livello statale.

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