Corruzione

  • Meglio perderli che trovarli

    Basta una sola persona che ci governa ricattata,

    o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio.

    Tina Anselmi

    Forse adesso sono poche le persone che si ricordano dell’ex ministro dell’Informazione di Saddam Hussein nel 2003. Si tratta di Mohamed Said al-Sahaf, un diplomatico che per circa nove anni, fino al 2001, è stato anche il suo ministro degli Esteri. Lui divenne “internazionalmente noto” ma anche “internazionalmente ridicolo” per le sue dichiarazioni, soprattutto nei primi giorni di aprile 2003. Allora, da quasi tre settimane, a partire dal 19 marzo 2003, un contingente composto da trecentomila soldati statunitensi e inglesi aveva cominciato una vasta operazione militare in Iraq, denominata “Iraqi Freedom”. L’obiettivo di quell’operazione era il rovesciamento del regime di Saddam Hussein. La motivazione ufficiale dell’attacco militare era il diretto e multiforme coinvolgimento di Saddam Hussein in sostegno del terrorismo islamico internazionale. Il 9 aprile 2003 le truppe d’attacco entrarono a Bagdad. Rimangono nella memoria collettiva le immagini trasmesse in diretta televisiva e seguite in tutto il mondo di quel 9 aprile. Specialmente quelle dove si vedeva la gigantesca statua del dittatore cadere giù. Un simbolismo molto significativo. Da quel 9 aprile 2003 il regime di Saddam Hussein non c’era più. Ma proprio mentre le truppe alleate avanzavano verso Bagdad, il ministro iracheno dell’Informazione, con diverse sue dichiarazioni televisive, assicurava non solo la resistenza dell’esercito iracheno ma, addirittura, la sconfitta degli alleati occidentali. Proprio due giorni prima della caduta del regime, il ministro dichiarava che le truppe di Saddam “…stavano comodamente vincendo la guerra”. Aggiungendo anche che “… i soldati americani, terrorizzati dai “colleghi” iracheni, si stavano suicidando, impiccandosi ai cancelli delle città”! Mentre l’indomani, e cioè l’8 aprile 2003, lo stesso ministro dichiarava: “…i carri armati statunitensi saranno catturati o bruciati. Gli americani si arrenderanno”! Stranamente a quelle dichiarazioni, all’inizio, credettero non solo parte degli iracheni che non vivevano a Bagdad, ma anche alcuni media dei Paesi arabi vicini. Proprio per quelle sue “invenzioni propagandistiche”, per quelle dichiarazioni totalmente irreali, a Mohamed Said al-Sahaf, ministro dell’Informazione di Saddam Hussein, i media occidentali diedero il soprannome “Ali il comico”. Il nome “Ali”, non essendo propriamente suo, faceva semplicemente riferimento ad un altro ministro di Saddam Hussein. Faceva riferimento al ministro della Difesa, Ali Hassan al-Majid, il quale era stato precedentemente soprannominato “Ali il chimico”. Un nomignolo coniato dopo l’attacco contro la cittadina di Halabja, nel Kurdistan iracheno, durante la guerra Iran-Iraq (1986-1989). In quell’attaco, comandato proprio da Ali Hassan al-Majid e svolto nel 1988, in seguito ad una sua barbara decisione, sono stati usati gas nervini contro gli abitanti della cittadina. Le vittime sono state alcune decine di migliaia. Invece e per fortuna le dichiarazioni irreali di “Ali i comico”, fatte semplicemente per “tenere alto il morale” dei soldati e dei cittadini iracheni, non hanno fatto nessuna vittima. Hanno fatto semplicemente ridere tutti coloro che conoscevano la vera realtà di quei giorni in Iraq.

    In ogni parte del mondo ci sono molte persone che somigliano ad “Ali il comico”. Come ci sono tante altre che, purtroppo, somigliano ad “Ali il chimico”. Anche in Albania. Ci sono due soprattutto, note pubblicamente per le loro ripetute e ridicole bugie, nonché per le loro “invenzioni propagandistiche” e le loro promesse mai mantenute. Una è il primo ministro. L’altra è il dirigente di quello che è rimasto del partito democratico, il primo partito d’opposizione in Albania, costituito nel dicembre 1990. Era quel partito che ha guidato gli albanesi a rovesciare la dittatura comunista. Anche adesso il partito democratico è il maggior partito di quella che dovrebbe essere una determinata e motivata opposizione e che, purtroppo, è diventata semplicemente un’opposizione di facciata e molto comoda per la propaganda del primo ministro. Ma fatti accaduti alla mano, in Albania ci sono anche delle persone che somigliano ad “Ali il chimico”. Alcuni pubblicamente note, come l’ex ministro degli Interni, che dietro gli ordini dell’attuale primo ministro, due anni fa ha usato ripetutamente ed in modo sproporzionato gas chimici nocivi contro cittadini inermi. E non solo contro i cittadini che protestavano, contestando il malgoverno, gli abusi di potere e la galoppante corruzione. Con l’uso dei gas chimici nocivi lo stesso ex ministro degli Interni, sempre anche con il beneplacito del primo ministro, ha ordinato alla polizia di Stato, in più occasioni, di far uscire dalle proprie abitazioni molti cittadini nelle primissime ore del giorno, compresi bambini e persone anziane. Tutto semplicemente perché quelle abitazioni, legalmente possedute, si dovevano demolire e al loro posto i “clienti del governo” dovevano costruire blocchi di edifici in cemento armato, guadagnare ingenti somme di denaro, per poi spartirle con chi aveva permesso tutto ciò. Le cattive lingue dicono che la vera ragione era il riciclaggio del denaro sporco, proveniente dai traffici illeciti e dalla corruzione. E le cattive lingue in Albania quasi sempre dicono la verità. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito.

    Colui che dirige quello che è rimasto del partito democratico in Albania, molto somigliante ad “Ali il comico”, è la persona che, dal 2013 ad oggi, ha fatto di quel partito un’impresa famigliare e clientelistica molto rimunerativa. Fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, dal 2013 ad oggi, dimostrano palesemente che lui, purtroppo, è un grande e recidivo bugiardo perdente. Lui ha promesso mari e monti e non ha mantenuto una, ma proprio una delle sue promesse. Come il primo ministro tra l’altro. Sembrano siano due gemelli, caratterialmente parlando. Da grande bugiardo, impostore e ciarlatano, ha sgretolato le strutture del partito e proprio come “Ali il comico”, ogni perdita ha cercato di presentarla come una grande vittoria, rendendosi così miseramente ridicolo.

    Colui che dirige quello che è rimasto del partito democratico in Albania, più che un legittimo dirigente, è un usurpatore del suo potere istituzionale. Lo dimostrano palesemente molti fatti accaduti, con tutte le derivanti e molto preoccupanti conseguenze per gli albanesi. Nonostante lui non abbia usato gas chimici nocivi contro di loro, per le gravose e drammatiche conseguenze delle sue scelte e delle cose [non]fatte, avrebbe anche lui delle somigliane con “Ali il chimico”. L’autore di queste righe da anni ormai, ha informato il nostro lettore di tutto ciò, compresi anche i due ultimi, sull’argomento, in ordine di tempo (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021).

    Giovedì scorso l’usurpatore di quello che è rimasto del partito democratico albanese, da misero impostore, ma anche da persona ricattabile, ricattata e sottomessa agli “ordini” detti e scritti in inglese, ha superato se stesso. In palese e clamorosa violazione dello Statuto del partito, ignorando anche le strutture dirigenziali, i cui membri sono stati ultimamente da lui selezionati e nominati, da solo nel suo ufficio, ha reso pubblica una sua personale decisione, sottolineando lui stesso che era tale. Ha, infatti, “deciso” di espellere dal gruppo parlamentare il capo storico del partito democratico, allo stesso tempo ex presidente della repubblica ed ex primo ministro. Lo ha fatto, da vigliacco, da misero ipocrita, bugiardo ed impostore qual è, all’ultimo momento, proprio la sera di giovedì scorso e poche ore prima che cominciasse, nella mattinata del giorno seguente, la prima sessione della decima legislazione del Parlamento. Una forzata e ordinata decisione, presa da una persona che, come dicono in tanti in Albania, è sotto pressione, perché è ricattata e ricattabile.

    Tutto cominciò il 19 maggio scorso, quando il Segretario di Stato statunitense dichiarò come persona “non grata” il capo storico del partito democratico albanese. Una decisione che suscitò molte reazioni in Albania. Sia per la sua fondatezza, che per la sua “imparzialità”. Il diretto interessato, subito dopo, ha presentato ricorso, come libero cittadino, accusando di calunnia il Segretario di Stato presso il Tribunale correzionale (Tribunal correctionnel; n.d.a.) di Parigi (Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali; 24 maggio 2021). La sera di giovedì scorso, l’usurpatore del partito democratico albanese, con un aspetto turbato e lugubre, riferendosi all’espulsione del capo storico del partito dal suo gruppo parlamentare, ha detto: “…Ho deciso che fino alla conclusione del trattamento della richiesta legale per fare trasparenza e fino alla definitiva decisione giudiziaria, il sig. Berisha (cognome del capo storico del partito; n.d.a.) non sarà membro del gruppo parlamentare del partito democratico”. Con quella decisione personale, che con molta probabilità è stata presa dietro una ripetuta pressione e dietro ricatto in lingua inglese, l’usurpatore ha violato quanto prevede e sancisce lo Statuto del partito. Lui, da laureato in giurisprudenza, ha violato anche uno dei principi base della stessa giurisprudenza; il principio della presunzione di innocenza. Principio, secondo il quale nessuno si può e si deve considerare colpevole sino a che non sia provato il contrario. Ma a lui, all’usurpatore del partito, poco importa. Basta che lui sia “in regola”, ubbidendo a coloro che lo tengono sotto pressione ricattandolo. Soprattutto a quelli che parlano e scrivono in inglese. Loro e lui sanno anche il perché! Nel frattempo è stata immediata e determinata la reazione del capo storico del partito. Ma non solo la sua. Sono state tantissime, in questi giorni, le reazioni della base del partito, nonché quelle di molti analisti ed opinionisti. Tutti condannano la “personale” decisione, letta giovedì scorso, con un aspetto turbato e lugubre, dall’usurpatore del partito democratico albanese.

    Chi scrive queste righe anche in questo caso, avrebbe avuto tanti altri argomenti da trattare e da analizzare oggettivamente per il nostro lettore. Cosa che farà nelle prossime settimane. Egli però pensa che, con molta probabilità, quello che sta accadendo in questi giorni in Albania potrebbe rappresentare un nuovo ed auspicabile inizio. Non solo per il partito democratico, ma, essendo quel partito un importante asset nazionale, anche per gli albanesi in generale e la costituzione, finalmente, di una vera democrazia in Albania. Rovesciando così la dittatura sui generis, ormai in azione e con tutte le drammatiche conseguenze per gli albanesi. Mentre persone come l’usurpatore del partito democratico ed il suo simile, il primo ministro Albanese, meglio, ma veramente meglio, perderli che trovarli. Per il bene di tutti. Perché, come diceva Tina Anselmi, basta una sola persona che ci governa ricattata, o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio.

  • La lotta contro le frodi e la corruzione ai danni del budget europeo nel nuovo episodio di UÈ! che Podcast

    È possibile ascoltare il nuovo episodio di UÈ! che Podcast per scoprire come l’Unione europea lavora ai casi di frode e corruzione ai danni del budget europeo, insieme a Rita Di Prospero, Capo unità di intelligence e analisi operativa di OLAF, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode.

    L’OLAF si muove a livello transnazionale per assicurarsi che i soldi dell’Ue, erogati sotto forma di fondi, non siano utilizzati illegalmente. Dagli scambi di merci tra stati alle indagini interne, le segnalazioni di casi sospetti possono essere effettuate dagli uffici che si occupano della gestione dei fondi europei, dagli operatori economici ma anche dai cittadini stessi. Si tratta quindi di uno strumento di controllo e verifica che lavora a stretto contatto con le autorità nazionali per portare a termine indagini molto importanti: lo dimostrano le ricerche sui recenti casi di frode legati all’arrivo di dispositivi di protezione individuale durante la pandemia Covid-19, che hanno portato al sequestro di oltre 44 milioni di articoli. E poiché frode e criminalità non conoscono confini, vengono messe in atto anche operazioni congiunte con paesi terzi per indagare su traffici mondiali di prodotti specifici quali, ad esempio, pesticidi contraffatti.

    Un impegno che si coordinerà al lavoro della nuova Procura Europea (EPPO), organo indipendente dell’Unione, di cui fanno parte 22 paesi membri, diventato operativo dal 1 giugno 2021 per svolgere indagini e azioni penali a protezione del budget europeo contro attività illegali.

    Ascoltando il podcast si saprà come l’Unione europea agisce nella lotta alle frodi e alla corruzione al budget europeo.

    Fonte: Commissione europea

  • Nasce la Procura europea, seguirà 3mila casi all’anno

    E’ operativa dal primo giugno la Procura europea, il nuovo organismo destinato a contrastare le frodi sui fondi Ue ha preso vita dopo alcuni mesi di ritardo ma in tempo per monitorare l’utilizzo dei miliardi di euro del Recovery Fund che stanno per essere distribuiti. Il suo lancio non è stato senza intoppi. Inizialmente previsto per la fine del 2020, è stato rinviato in particolare perché i 22 Stati partecipanti hanno tardato a nominare i loro procuratori delegati. Due non lo avevano ancora fatto alla vigilia dell’entrata in funzione dell’organo: Slovenia e Finlandia.

    L’Ufficio del procuratore generale europeo – Eppo in inglese -, guidato dall’ex capo della procura anti-corruzione romena Laura Kovesi, lavorerà “in completa indipendenza dalla Commissione, da altre istituzioni e organi dell’Ue, nonché dagli Stati membri”.

    L’organismo sovranazionale ha il compito di indagare, ma anche perseguire e assicurare alla giustizia i responsabili di reati che incidono sul bilancio dell’Ue. Un potere senza precedenti, che l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) non aveva. Si tratta dei reati di appropriazione indebita di fondi europei e corruzione, frode transfrontaliera dell’Iva che coinvolge almeno due Stati membri e importi superiori a 10 milioni di euro, riciclaggio di denaro. Per le sole frodi Iva transfrontaliere, l’Ue stima un danno annuo tra i 30 e i 60 miliardi di euro. Per gli altri reati le stime si aggirano intorno ai 500 milioni di euro all’anno. La Procura europea prevede di trattare circa 3 mila casi all’anno.

    L’Eppo si compone di un livello centrale, con sede in Lussemburgo. Al vertice, Laura Kovesi circondata da un collegio di 22 procuratori, uno per Stato partecipante. Dei 27 Paesi dell’Ue, Ungheria, Polonia, Irlanda, Svezia e Danimarca non sono parti interessate. I procuratori hanno prestato giuramento a settembre e sono responsabili della supervisione delle indagini
    e dei procedimenti giudiziari. Le attività’ vengono svolte sul campo dai procuratori aggiunti negli Stati membri.

    Finora sono stati nominati 88 vice procuratori in 20 Paesi, il che è sufficiente per l’inizio dei lavori. In Francia ce ne sono 4, in Italia 15, in Germania sono 11. Possono agire su tutto il territorio nazionale, organizzare il sequestro di beni, emettere mandati di cattura, avviare procedimenti.

    I Paesi hanno difficoltà a indagare sui reati transfrontalieri. Per ottenere informazioni da altri Stati, devono fare rogatorie, che a volte richiedono settimane, quando vanno a buon fine. Passaggi non più necessari con la Procura europea. “Possiamo semplicemente fare una telefonata o inviare un’email al nostro collega in Slovacchia o in Italia”, spiega il vice procuratore tedesco, Marcus Paintinger. “E’ un grande valore aggiunto”. E diventa fondamentale alla luce della partenza del gigantesco piano di ripresa da 750 miliardi di euro e sui chi bisognerà vigilare per evitare frodi. L’accusa “seguirà molto da vicino l’attuazione del Next Generation Eu in modo da garantire che tutti i fondi vengano utilizzati per aiutare le nostre economie a superare la crisi”, ha affermato il commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders.

  • Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali

    L’arroganza, la presunzione, il protagonismo, l’invidia:

    questi sono i difetti da cui occorre guardarsi.

    Plutarco

    Il 19 maggio scorso, un’inattesa notizia, arrivata da oltreoceano, ha scombussolato la politica e l’opinione pubblica in Albania. Il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America ha pubblicato, nel suo account personale Twitter, la dichiarazione come “persona non desiderata per entrare negli Stati Uniti” dell’ex Presidente della Repubblica (1992-1997) e l’ex primo ministro (2005-2013). Con lui anche sua moglie e i due figli. Questa drastica decisione è stata presa perché gli atti corruttivi dell’ex Presidente “…hanno minato la democrazia in Albania”. Il Segretario di Stato ha espresso la sua convinzione che l’ex primo ministro “…. era coinvolto in atti corruttivi come l’uso improprio dei fondi pubblici, interventi nei processi pubblici, compreso l’uso del suo potere a beneficio e all’arricchimento degli alleati politici e dei membri della sua famiglia”. Il Segretario di Stato ha ribadito anche che l’ex primo ministro, con la sua retorica, “…è pronto a difendere se stesso, i membri della sua famiglia e gli alleati politici, a scapito delle indagini indipendenti, degli sforzi anticorruzione e delle misure sulla responsabilità [penale]”.

    Per facilitare la chiave di lettura, il nostro lettore deve sapere che ormai l’ex primo ministro albanese, dichiarato “persona non grata” il 19 maggio scorso, dopo la sua sconfitta elettorale nel 2013 ha dato le dimissioni da ogni responsabilità istituzionale e politica, tranne quella di deputato, della quale ha beneficiato fino al febbraio 2019. Il che vuol dire che lui, da circa otto anni ormai, non gode di nessun “potere corruttivo”. Nel frattempo, nonostante le accuse politiche, nonostante il continuo e assordante accanimento verbale dell’attuale primo ministro e della propaganda governativa e mediatica contro di lui, nessun processo legale, in Albania e/o altrove, ha trattato quelle accuse e, men che meno, ha condannato l’ex primo ministro. Colui che dal 19 maggio scorso è stato dichiarato “persona non grata” per gli Stati Uniti d’America. Bisogna sottolineare che lui è anche il capo storico del partito democratico, il primo partito oppositore alla dittatura comunista, fondato in Albania nel 1990. Mentre l’attuale primo ministro è anche lui, dal 2005, il capo del partito socialista nel quale si “commutò”, nel 1991, il partito comunista albanese, l’unico partito durante la dittatura. Bisogna tenere presente anche che l’attuale primo ministro albanese, conoscendo il suo modo di fare e le immense potenzialità di cui dispone, non avrebbe mai e poi mai risparmiato il suo predecessore e avversario politico.

    Nel frattempo bisogna sottolineare che naturalmente l’Albania, per gli Stati Uniti d’America, non rappresenta un Paese al quale bisogna prestare nessuna attenzione particolare. Questo per diverse ed ovvie ragioni. Perciò, anche nel Dipartimento di Stato, dell’Albania si occupa qualche ufficio “periferico”, il cui compito è quello di procurare, mettere insieme ed elaborare informazioni e materiali che riguardano quello che accade lì, nella regione dei Balcani e che potrebbe “nuocere” agli interessi statunitensi. Oppure degli interessi, sempre nella stessa regione, di qualche “potere occulto” che è sempre in grado di esercitare delle influenzare lobbistiche su determinati uffici e/o funzionari di vari livelli dell’amministrazione statunitense. Nonostante quello che l’Albania rappresenta realmente per gli Stati Uniti d’America, per principio e comunque, nel rispetto e per garantire la credibilità delle istituzioni, dovrebbe essere sempre importante verificare prima l’attendibilità della fonte dalla quale provengono le informazioni e i materiali. Come dovrebbe essere altrettanto importante verificare la veridicità di quelle informazioni e del contenuto di quei materiali che verranno in seguito elaborati. Nel caso in questione, soltanto due giorni dopo che il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America dichiarava l’ex primo ministro albanese “persona non grata”, proprio dal Dipartimento di Stato sono state rese note anche le fonti dell’informazione e dei materiali che hanno costituito la base della drastica decisione presa. Alla richiesta di un media albanese fatta al Dipartimento di Stato è stata data ufficialmente la risposta che le informazioni e il materiale elaborato sul caso dell’ex primo ministro erano procurati dai media e dalle organizzazioni della società civile in Albania! Ebbene, chi conosce abbastanza la realtà albanese dovrebbe sapere benissimo anche che sia la maggior parte dei media che quelle organizzazioni della società civile da tempo sono controllate e pagate dal governo albanese e/o da chi per lui! Queste palesi verità le dovrebbero sapere anche gli impiegati dei vari uffici dell’ambasciata statunitense in Albania! Proprio quelli che devono procurare e poi preparare le dovute informazioni per i loro superiori negli Stati Uniti. Ma visto quanto è accaduto vengono naturali le domande: come mai l’ambasciatrice statunitense, che rappresenta ed è responsabile di quegli impiegati, sostiene, in fin dei conti, l’operato del primo ministro?! Come mai lei non vede, non sente e non conosce tutto ciò che accade realmente in Albania?! Come mai lei non se ne accorge della galoppante corruzione, del devastante abuso di potere, del diretto coinvolgimento della criminalità nei processi elettorali?! Come anche del coinvolgimento, in palese violazione della legge, della polizia di Stato negli stessi processi! E come mai lei non vede e non se ne accorge neanche del totale e palese fallimento della riforma del sistema di giustizia, che lei ha così tanto a cuore?! Un sistema messo ormai sotto il diretto controllo del primo ministro! Anche quanto è accaduto e denunciato prima, durante e dopo le elezioni del 25 aprile scorso ne rappresenta una inconfutabile testimonianza di tutto ciò! In più, sempre dalla sopracitata risposta del Dipartimento di Stato alla richiesta del media albanese risulta che parte delle informazioni e del materiale elaborato sul caso dell’ex primo ministro albanese dichiarato “persona non grata” dal Segretario di Stato sono state procurate dai rapporti preparati dallo stesso governo albanese! Tutto ciò potrebbe far capire al nostro lettore l’attendibilità delle fonti usate, la veridicità delle informazioni e del materiale raccolto e poi elaborato e la serietà/credibilità della decisione presa dal Dipartimento di Stato e dichiarato dal Segretario di Stato sul suo account personale Twitter il 19 maggio scorso!

    Immediata è stata anche la reazione del diretto interessato, l’ex primo ministro albanese. Con una risposta pubblica al Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, lui ribadiva il suo rammarico per la decisione presa, considerandola “senza nessuna base concreta”. Lui invitava il Segretario di Stato a “…rendere pubblico ogni fatto e documento che la Sua amministrazione, oppure chiunque al mondo, potesse avere a disposizione, per argomentare la Sua pretesa”. In seguito, come ha dichiarato anche durante una conferenza stampa, l’ex primo ministro ha presentato ricorso, come libero cittadino, accusando di calunnia il Segretario di Stato presso il Tribunale correzionale (Tribunal correctionnel; n.d.a.) di Parigi. Adesso tutto rimane ad essere seguito!

    Bisogna informare il nostro lettore che le sopracitate accuse del Segretario di Stato nei confronti dell’ex primo ministro albanese sono tutt’altro che convincenti. Anche se si fa riferimento al periodo prima del 2013. Sì, perché la stessa persona, nel 2009, quando era il consigliere per la sicurezza nazionale dell’allora vice presidente Biden, ha usato parole ben diverse ed elogiative nei confronti dell’allora primo ministro albanese e adesso da lui accusato e dichiarato persona “non grata”! Sono proprio sue le seguenti parole rivolte nel 2009 al primo ministro, quale rappresentante del governo albanese. L’attuale Segretario di Stato allora diceva: “Io valuto il successo del governo albanese nella lotta contro la criminalità organizzata, la corruzione e le riforme economiche”. E si tratta della stessa persona, l’ex primo ministro albanese, allora elogiato e adesso accusato e dichiarato “non grato” dalla stessa persona, allora consigliere per la sicurezza nazionale del vice presidente Biden e adesso suo Segretario di Stato. Eloquenti contraddizioni quelle del Segretario di Stato, ma anche eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali. Lui, però, sa certamente anche il perché di simili atteggiamenti pubblici!

    Ma purtroppo quello suo non è l’unico caso con il quale si mette in dubbio la serietà e l’imparzialità delle decisioni prese dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di un altro eclatante caso accaduto quattro mesi fa. Allora egli scriveva che “Il 23 febbraio scorso, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha conferito un nuovo Premio, quello dei “Campioni Internazionali dell’Anticorruzione”, a dodici personalità scelte che operano nel campo della giustizia in altrettanti Paesi del mondo”. Tra quei dodici premiati c’era anche un giudice albanese. Quel giudice premiato dall’attuale Segretario di Stato è “…una persona molto “chiacchierata” in questi ultimi anni. Non solo perché è un ex inquisitore del regime comunista […].Ma si tratta anche di un “uomo della legge” che, dati e fatti accaduti alla mano, ha continuamente infranto la legge”. (Un vergognoso, offensivo e preoccupante sostegno alla dittatura; 1 marzo 2021).

    Chi scrive queste righe, anche in questo caso avrebbe avuto bisogno di molto più spazio, per trattare questo argomento. Egli si chiede però quanto ne sappia il Segretario di Stato sull’Albania di oggi. Perché, come diceva alcuni giorni fa un ex ambasciatore italiano in Albania, la realpolitik pratica è particolarmente pericolosa, quando l’ignoranza prevale sulla sapienza. Anche perché, come era convinto Plutarco circa duemila anni fa, l’arroganza, la presunzione, il protagonismo sono tra i difetti da cui occorre guardarsi. Chi scrive queste righe aggiunge anche l’incoerenza.

  • Preferisce essere chiamato anche asino, ma mai e poi mai ladro

    Nei tempi antichi, barbari e feroci, i ladri s’appendevano alle croci:
    ma nei presenti tempi più leggiadri, s’appendono le croci in petto ai ladri.

    Giuseppe Mazzini

    Una mattina Pinocchio si accorse che qualcosa di strano era accaduto con le sue orecchie. Questo ci ha maestosamente raccontato Carlo Collodi nel capitolo 32 del suo famoso libro Le avventure di Pinocchio, Storia di un burattino. Proprio così, si accorse stordito che “…gli orecchi gli erano cresciuti più d’un palmo”. Si alzò, ma non trovando uno specchio per potersi vedere, Pinocchio empì d’acqua la catinella del lavamano, e specchiandovisi dentro, rimase stupefatto. Si, perché, come ci racconta Collodi, “…vide quel che non avrebbe mai voluto vedere: vide, cioè, la sua immagine abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini”. Era così grande la vergogna e la disperazione del povero Pinocchio, che subito “…cominciò a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro”. Una Marmottina, che abitava nel piano di sopra, preoccupata dalle grida e dai pianti, entrò nella stanza di Pinocchio e cominciò a prendersi cura di lui. Gli tastò il polso e poi, sospirando, disse: “…tu hai una gran brutta febbre… la febbre del somaro”. Una grave malattia quella, che avrebbe fatto diventare Pinocchio, entro poche ore, un asinino. E Marmottina spiegò a Pinocchio anche che “…oramai è scritto nei decreti della sapienza, che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giuochi e in divertimenti, debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari”. Allora Pinocchio capì tutto e piangendo disse a Marmottina: “…Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, Marmottina, è tutta di Lucignolo!”. Si proprio di Lucignolo, di quel suo compagno di scuola, che un giorno lo aveva convinto a non andare più a scuola, perché lì si annoiava a studiare. Era, invece, il Paese dei Balocchi dove dovevano andare e divertirsi dalla mattina alla sera. Dopo aver finito di parlare con Marmottima, ficcando un gran berretto di cotone in testa, Pinocchio andò subito ad incontrare Lucignolo. Ma, guarda caso, trovò anche lui sofferente della stessa sua malattia; la febbre del somaro. E mentre si confidarono che “…erano colpiti tutt’e due dalla medesima disgrazia”, qualcosa di incredibile cominciò ad accadere. Prima con Lucignolo e poco dopo anche con Pinocchio. Tutti e due “…si piegarono carponi a terra e, camminando colle mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza”. Collodi, però, ci racconta anche che “…il momento più brutto e più umiliante fu quello in cui sentirono spuntarsi di dietro la coda”. Tutti e due erano diventati degli asini che, invece di parlare tra di loro, cominciarono a ragliare. Erano tutte le brutte conseguenze della febbre del somaro. Questo ci ha raccontato Carlo Collodi nel capitolo 32 del suo famoso libro Le avventure di Pinocchio, Storia di un burattino.

    Era il 3 dicembre 2020, quando il primo ministro albanese, durante un’intervista televisiva in prima serata, ha fatto quello che fa sempre quando si trova in difficoltà: ha mentito in pubblico, cercando di dare la colpa agli altri. Quella volta è capitato alla sua fedelissima ministra della Giustizia, la quale mai e poi mai avrebbe osato di agire di testa sua, senza aver ricevuto, prima, ordine dal primo ministro e/o da chi per lui! Si trattava di una proposta di legge “presentata” dalla ministra che, da alcuni giorni, aveva suscitato una forte reazione pubblica. Un suo articolo prevedeva addirittura la condanna in carcere per chi produceva e/o propagava memi attraverso internet! Durante quell’intervista televisiva il primo ministro ha cercato di apparire come uno che non sapeva niente! Proprio lui che controlla tutto e tutti! E per convincere e rassicurare che non era responsabile dell’inserimento di quel articolo ha cercato di fare quello che lui non è mai stato: ha cercato di fare l’innocente e l’onesto. A forza di sembrare credibile, in quell’occasione, il primo ministro albanese ha dichiarato che “…non ho nessun problema se qualcuno si esprime in modo negativo nei miei confronti. Se mi dicono [che sono un] somaro, questa è un’opinione e non è un problema per me”. Ma poi ha detto proprio quello che, più che dal suo conscio, è stato suscitato e dettato dal suo subconscio. E cioè ha dichiarato che “…nel caso in cui mi dicessero [che sono un] ladro, allora questa non è [più] un’opinione”. Lasciando così capire che, in quel caso, il suo atteggiamento sarebbe stato ben diverso e che sarebbero stati guai per colui che avrebbe fatto una simile intollerabile accusa nei suoi confronti. Sì, perché per il primo ministro è proprio insopportabile e intollerabile che qualcuno lo consideri e, men che meno, lo chiami ladro in pubblico. Si tratterebbe di una reazione del suo subconscio, che cerca in tutti i modi di reagire e di cancellare, anche per se stesso, la tremenda verità; quella di essere un ladro. Ma non un ladro comune però, un ladro qualsiasi, bensì un ladro che, consapevolmente, da anni ha abusato e continua ad abusare dei milioni della cosa pubblica. Anche adesso, in tempo di pandemia!

    Tanto è vero e reale questo suo incubo, questa sua sofferenza psichica, che il 15 ottobre 2020, sempre durante un dibattito televisivo in prima serata, il primo ministro albanese ha ripetuto se stesso, facendo un’altra “strana” dichiarazione. Una dichiarazione quella, sempre suscitata dal suo subconscio e che riguarda il suo incubo di essere chiamato ladro. Durante quel dibattito, per convincere tutti che lui, uomo politico, non era un ladro, ha detto ai giornalisti: “…voi dite che i politici sono tutti ladri. Ma dovete scordarlo, perchè non ci sono ladri e bugiardi sopra i due metri”. E visto che il primo ministro ha una spiccata altezza corporea, si capisce, intendeva se stesso con quella affermazione. Ma anche in questo caso, nonostante parlasse dei “politici” in generale, lui, nel suo subconscio, continuava a reagire diversamente, riferendosi, come sempre, a se stesso. Mentre per quanto riguarda la sua dichiarazione sui ladri, sì, forse non ci sarebbero molti ladri con quella altezza corporea. Anche perché la percentuale degli esseri umani con quella altezza è molto limitata in tutto il mondo. In più, per motivi “tecnici” del mestiere, i ladri comuni, che devono entrare/nascondersi anche in spazzi stretti e limitati, non possono avere quell’altezza e quel volume corporeo. Invece il primo ministro albanese non è un ladro comune. Lui, dati e fatti accaduti, documentati e pubblicamente denunciati alla mano, da primo ministro, ha abusato e continua ad abusare del bene pubblico. E come se non abusa! Anche in questo periodo di pandemia. Lui abusa, sempre usufruendo del suo potere istituzionale, tramite il controllo, la gestione e l’orientamento delle influenze. Sia nel settore pubblico, che in quello privato. Facilitando così anche la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti, locali ed internazionali, con lui alleati. Anche questa è una realtà ben nota. Nel frattempo non si sa niente del numero dei bugiardi sopra i due metri, ai quali si riferiva il primo ministro durante il dibattito televisivo del 15 ottobre 2020! Molto probabilmente, anche in questo caso sarebbe stato il suo subconscio che avrebbe reagito, visto che la bugia è uno dei sui vizi innati. E proprio per le irresponsabilità istituzionali del primo ministro, per i suoi abusi di potere, per le sue bugie e inganni, nonché per le sue vendette personali, gli albanesi devono continuare a subire. Una brutta e preoccupante notizia è stata resa pubblica il 2 aprile scorso. L’Albania ha perso definitivamente la causa giudiziaria avviata nel 2015. Una causa avviata dopo la chiusura fortemente voluta per “vendetta” dal primo ministro, di una televisione privata, proprietà di un imprenditore italiano. Con quella decisione definitiva in appello è stata confermata la delibera del 2019,con la qualle ICSID (l’acronimo di International Centre for the Settlement of the Investment Disputes; una struttura specializzata, facente capo alla World Bank; n.d.a.) condannò lo Stato albanese a pagare all’imprenditore italiano, per danni subiti, la somma di 110 milioni di euro! Anche in questo caso i poveri cittadini albanesi devono pagare di tasca propria i vizi del primo ministro. Di colui che preferisce essere chiamato anche asino, ma mai e poi mai ladro!

    Chi scrive queste righe pensa che il primo ministro è la persona istituzionalmente e direttamente responsabile della grave situazione in cui si trova attualmente l’Albania. Proprio lui, il quale ogni volta che si trova in difficoltà, per via degli innumerevoli scandali governativi e abusi di potere, cerca di passare la colpa a chicchessia e a trovare “nemici” ovunque. Lui però non riconosce mai le sue colpe e le sue responsabilità. Chi scrive queste righe ricorda bene che per Pinocchio era veramente tremendo, era insopportabile e vergognoso essere diventato un somaro. Mentre per il primo ministro albanese essere un somaro non è un problema! Lo ha dichiarato lui stesso. Basta che nessuno lo chiami ladro! Chissà perché?! Chi scrive queste righe pensa che quanto affermava circa due secoli fa Giuseppe Mazzini, il grande statista italiano, riferendosi ai ladri, purtroppo continua ad essere attuale in diversi Paesi del mondo. Anche in Albania. E cioè che “Nei tempi antichi, barbari e feroci, i ladri s’appendevano alle croci: ma nei presenti tempi più leggiadri, s’appendono le croci in petto ai ladri.”. Il primo ministro albanese però, invece di essere “appeso alla croce” per quello che ha fatto, con la sua ben nota arroganza e la sua irresponsabilità ha messo a se stesso la croce al petto. Fino a quando però un asino sarà anche un ladro?!

  • Avvisaglie di coinvolgimento elettorale della criminalità

    Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello
    stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.

    Paolo Borsellino

    Ieri in Italia è stata celebrata la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Non a caso è stato stabilito che una simile ricorrenza, dal 1996, avvenga proprio il 21 marzo, il primo giorno della primavera. Un giorno che simboleggia la rinascita della vita e la speranza. Il presidente Mattarella ieri, nel suo messaggio, ha ribadito che “Le mafie cambiano le forme, i campi di azione, le strategie criminali. Si insinuano nelle attività economiche e creano nuove zone grigie di corruzione e complicità. Sono un cancro per la società e un grave impedimento allo sviluppo”. Un chiaro e molto significativo messaggio per tutti, e non solo in Italia. Sì, le mafie, la criminalità organizzata, non si fermano di fronte a niente, anzi! Cambiano le strategie, approfittando senza scrupoli di qualsiasi opportunità creata. Anche della pandemia. Lo ha detto chiaramente Papa Francesco ieri durante l’Angelus, nell’ambito della stessa ricorrenza: “Le mafie sono presenti in varie parti del mondo e, sfruttando la pandemia, si stanno arricchendo con la corruzione”. La criminalità organizzata, in qualsiasi parte del mondo, rappresenta una seria minaccia per tutti. Sì, perché prima o poi, in un modo o in un altro, chi più e chi meno, tutti saranno preda e vittime delle attività della criminalità organizzata. Compresi anche gli stessi dirigenti e/o membri, di qualsiasi livello, delle organizzazioni criminali. La storia sempre ci insegna. Come ci insegna che le conseguenze delle attività criminali, soprattutto quando si svolgono con la connivenza di coloro che devono gestire la cosa pubblica, sono gravi e creano vittime di ogni genere. Perché le vittime della criminalità organizzata non sono soltanto quelle che perdono la vita con le pallottole della criminalità. Sono molte di più le vittime causate dalle conseguenze dirette e/o indirette delle attività criminali e della connivenza della criminalità organizzata con il potere politico.

    Per definire un determinato modo di (mal)governare, c’è una parola particolare: la kakistocrazia. Come la maggior parte delle parole, usate ormai quotidianamente in molte lingue del mondo e che definiscono i sistemi sociali e politici, questa parola è stata coniata nell’antica Grecia. È una parola composta da due singole parole, kàkistos, che significa peggiore, e kratos, che significa comando. Perciò tradotta letteralmente, significherebbe “il potere dei peggiori”. Una parola che, da alcuni decenni, si sta riutilizzando sia in ambienti che si occupano degli studi che in quelli politici e mediatici. La kakistocrazia perciò è una parola che definisce e sintetizza il modo di governare dei peggiori. Il solo fatto che questa parola si sta utilizzando di nuovo testimonia, purtroppo, che in determinati Paesi del mondo la situazione è realmente drammatica e molto preoccupante. Una situazione che dovrebbe destare una reale preoccupazione, non solo per chi di dovere e i cittadini responsabili in questi Paesi, ma anche per le cancellerie degli altri Paesi confinanti e le istituzioni internazionali. Perché il Male non ha, non conosce e, men che meno, rispetta confini. Anche di tutto ciò la storia ci insegna.

    La kakistocrazia, purtroppo, è la parola che definirebbe propriamente il modo in cui, ormai da alcuni anni, stanno governando la cosa pubblica e tutto il resto in Albania. L’autore di queste righe, riferendosi alla realtà vissuta e sofferta dalla maggior parte della popolazione, da tempo sta sottolineando e ripetendo che in Albani è stata volutamente restaurata e si sta consolidando una nuova dittatura. Un regime sui generis quello albanese, come espressione concreta dell’alleanza dell’attuale potere politico, rappresentato dal primo ministro, con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali. Un regime dei peggiori, perciò una kakistocrazia, che sta generando gravi sofferenze per gli albanesi non coinvolti con il regime. Ragion per cui, chiunque cerca di trattare oggettivamente la realtà albanese non può chiudere gli occhi e le orecchie e far finta di niente di fronte a questa drammatica realtà e a quanto sta quotidianamente accadendo. Come hanno fatto da anni e continuano a farlo i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania e, spesso, anche a Bruxelles e in determinate cancellerie in Europa ed oltreoceano. Ragion per cui l’autore di queste righe continuerà a ribadire e sottolineare la pericolosità e la gravità delle conseguenze generate dalla kakistocrazia in Albania. Cercando, in questo modo, di descrivere quanto più oggettivamente possibile, riferendosi soltanto a dati e fatti pubblicamente noti, documentati e denunciati, la vissuta e sofferta realtà albanese.

    In qualsiasi Paese normale, dove si rispettano i sani principi morali, dove si garantisce il funzionamento dello Stato di diritto, come prevedono i criteri di Copenaghen (istituzioni statali e pubbliche stabili che possano garantire la democrazia, lo Stato di diritto ecc..), la criminalità organizzata e i raggruppamenti occulti si considerano parte integrante di un Male che danneggia seriamente la società. In qualsiasi Paese normale tutti loro sono considerati “dei peggiori”. Così come si considerano anche quelli, ai quali è stato conferito potere politico ed istituzionale e che, invece, cercano di mettere volutamente in atto la connivenza con la criminalità organizzata e i raggruppamenti occulti. Al contrario, i criteri morali e quelli “operativi” di coloro che gestiscono la cosa pubblica in Albania sono del tutto diversi. Il che, purtroppo, ha reso possibile, da qualche anno, la restaurazione e il consolidamento, in Albania, di una nuova dittatura sui generis, gestita dai “peggiori”, come rappresentanti di una funzionante e pericolosa kakistocrazia. Non a caso, in questi ultimi anni, i “peggiori’ in Albania, oltre a stabilire una stretta alleanza con la criminalità organizzata locale, hanno stabilito e rafforzato i legami anche con la criminalità internazionale. Compresa la ‘Ndrangheta italiana. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito e a più riprese. Anche alcune settimane fa (Pericolose e preoccupanti presenze mafiose; 1 febbraio 2021 e Pericoli che oltrepassano i confini nazionali; 8 febbraio 2021).

    Proprio in una simile grave e molto preoccupante realtà, il 25 aprile prossimo in Albania si svolgeranno le elezioni politiche. Il primo ministro, il rappresentante istituzionale del potere politico dei “peggiori”, sta cercando, costi quel che costi, un terzo mandato. Per se stesso ma anche per tutti gli altri “alleati”, rappresentanti della criminalità organizzata e dei raggruppamenti occulti, locali ed internazionali. Nel frattempo la situazione è tutt’altro che rassicurante in Albania. Anzi! La situazione si sta aggravando ogni giorno che passa. Lo stanno testimoniando le tante cose che stanno accadendo a ritmo pauroso e allarmante. La criminalità è diventata molto attiva. Attentati mafiosi e regolamenti di conti stanno insanguinando le vie e le piazza in diverse città. Ma la criminalità organizzata, quella alleata con il potere politico, si sta facendo valere. Ed è proprio questa criminalità che sta intimidendo anche i cittadini per costringerli a votare in modo tale da “facilitare” l’ottenimento del terzo mandato al primo ministro. Una testimonianza e una concreta dimostrazione di questa strategia ben ideata, programmata e messa in atto da qualche tempo ormai, è stata anche quella verificatasi il 14 marzo scorso. Durante la celebrazione di una festività di origini pagane, in una città albanese, si sono scontrati ed affrontati fisicamente due gruppi di sostenitori politici. Un significativo e molto eloquente caso, visto che si trattava di due gruppi capeggiati personalmente, uno dal primo ministro e l’altro dal capo dell’opposizione. Non si sa bene chi ha provocato chi. Quello che si sa ormai, perché è stato visto e rivisto da diverse registrazioni televisive e/o in rete, è che ci sono stati degli scontri fisici, con pugni e calci, tra i sostenitori del primo ministro e quelli del capo dell’opposizione. E i primi hanno avuto il meglio. Ma quello che è ancora più grave è che la maggior parte dei sostenitori del primo ministro erano membri della criminalità locale. Erano proprio quelli che circondavano il primo ministro, mentre lui camminava per le vie della città, come se fossero le sue guardie del corpo! Sono tutte persone con precedenti penali, ben note anche dalle strutture della polizia. Ma, nonostante la polizia di Stato fosse presente, nessuno degli aggressori è stato fermato. E poi, in seguito, anche dopo che l’opposizione ha denunciato l’accaduto con tanto di nomi e cognomi di tutti gli aggressori, accompagnatori del primo ministro quel 14 marzo scorso, le istituzioni del sistema “riformato” di giustizia non si sono mosse, come prevede la legge. Come se niente fosse accaduto!

    Chi scrive queste righe considera tutto ciò come un significativo anticipo di quello che accadrà in Albania durante questa vigilia delle elezioni politiche del 25 aprile prossimo. Egli è convinto che sono delle preoccupanti avvisaglie di coinvolgimento elettorale della criminalità organizzata, per far vincere al primo ministro il suo terzo mandato. Egli teme, altresì, che anche adesso il potere politico, rappresentato dal primo ministro, e le mafie non fanno la guerra tra di loro. Macché, loro, i peggiori”, si sono messi di nuovo d’accordo per condizionare e controllare l’esito delle prossime elezioni e continuare a gestire la cosa pubblica insieme. Che tutto ciò sia un chiaro, significativo e serio messaggio non solo per le persone responsabili in Albania, ma anche per le cancellerie europee e i massimi rappresentanti dell’Unione europea!

  • Pericoli che oltrepassano i confini nazionali

    I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene,

    quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori.

    Catone

    In Italia, in questi giorni, si sta cercando di porre fine alla crisi e di costituire un nuovo governo, guidato da Mario Draghi. L’Italia merita ed ha veramente bisogno di un governo forte, in grado di affrontare ed oltrepassare le tante difficoltà, adempiendo con successo agli impegni, nazionali ed internazionali, dei prossimi mesi. E che sia veramente la volta buona! Ma quanto è successo e sta succedendo però durante questi giorni, purtroppo, ha messo in chiara evidenza, tra l’altro, anche tanta ipocrisia, tante falsità ed incoerenze e la mancanza della moralità politica e civile da parte di non pochi rappresentanti dei partiti politici che potrebbero appoggiare il nuovo governo. Sono ormai di dominio pubblico le “forti e perentorie” dichiarazioni, così come le tante “contrapposizioni programmatiche e/o di principio”, che distinguevano e dividevano i diversi partiti fino ad alcuni giorni fa. Ma poi, come per magia, tutto cambiò. Si è dimenticato tutto quanto sia stato detto, come se niente fosse, e adesso i rappresentanti politici parlano di doveri patriottici, di responsabilità ed altro, “convinti” che tutto deve essere fatto solo e soltanto per il bene e nell’interesse dell’Italia! All’autore di queste righe tutto ciò fa ricordare le parole di Totò, in uno dei suoi bellissimi film: “Quello che ho detto, ho detto; e qui lo nego!”. In Italia, in questi giorni però non si parla e non si va più a “caccia” di “responsabili”, di “costruttori”, di “meritevoli”, di “europeisti” e altri simili. Cioè di tutti coloro che, fino ad una settimana fa, erano la speranza del presidente del Consiglio dimissionario. Ormai alcuni dei più ben noti e convinti “avversari” politici stanno diventando dei “responsabili collaboratori”. Ma che, con la solita ipocrisia e demagogia, con la stessa mancanza di moralità politica e civile, stanno semplicemente cercando di nascondere il loro attaccamento al potere e alle poltrone.

    In Albania, almeno da due anni ormai, purtroppo, si sta “convivendo” con una ben più grave crisi. Una crisi multidimensionale, che il primo ministro e la propaganda governativa fanno di tutto per nasconderla e/o offuscarla. Una crisi dovuta e causata dalla completa irresponsabilità di gestire la cosa pubblica, dalla consapevole e decisa scelta per la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Una connivenza quella, testimoniata da tanti scandali documentati, e altrettante denunce pubbliche. L’ultima evidenza, in ordine di tempo, è quella risultata dalle intercettazioni ambientali e telefoniche nell’ambito dell’operazione “Basso profilo”. Un’operazione quella, condotta e finalizzata con successo in Italia, dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro il 21 gennaio scorso. Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana dell’esito di questa operazione (Pericolose e preoccupanti presenze mafiose; 1o febbraio 2021). Ma, diversamente da una decina di giorni fa, dopo che tutto è diventato di dominio pubblico, adesso la propaganda governativa non risponde e non reagisce più alle pubbliche accuse. Anzi, adesso gli “strateghi” della propaganda governativa stanno cercando di spostare l’attenzione altrove. Non importa dove e come. Non importa su cosa e/o chi. Basta che si sposti l’attenzione. Basta che si possa parlare di altro, anche per pochi giorni! Anche con la consapevolezza di “screditare” un ex primo ministro e capo storico del partito socialista albanese: quello attualmente al potere. E lo hanno fatto, con la regia centrale coordinata dagli uffici del primo ministro. Giovedì scorso hanno convinto proprio quell’ex primo ministro e capo storico del partito socialista a fare delle misere e vergognose dichiarazioni, durante una trasmissione televisiva in prima serata. Proprio da colui, che nel 1998 nominò l’attuale primo ministro come ministro della cultura. Ed è stato proprio lui che, pochi anni dopo, riferendosi alla stessa persona, dichiarava: “…L’ho preso con le unghie non tagliate da Parigi, dove faceva il rifugiato”. Proseguendo, durante la stessa dichiarazione, e dicendo che “…L’ho tirato fuori dal pantano [dov’era caduto] come rifugiato e venditore di icone rubate […] e l’ho fatto ministro e sindaco del più grande comune dell’Albania (di Tirana; n.d.a.)”. Un’accusa pubblica quella, molto pesante, della quale l’accusato non ha detto mai una sola parola! Ma giovedì scorso però, l’ex primo ministro e il capo storico del partito socialista albanese ha detto dell’attuale primo ministro, quel “venditore di icone rubate”, che ormai “…è vistosamente maturato nell’ufficio del primo ministro”! Anche in questo caso l’autore di queste righe si è ricordato delle parole di Totò: “Quello che ho detto, ho detto; e qui lo nego!”. Le cattive lingue, che sono sempre a conoscenza di cose che sfuggono agli altri, hanno subito detto che quelle dichiarazioni sono state profumatamente compensate, perché i mezzi non mancano, anzi! Basta che si possa spostare l’attenzione dal nuovo scandalo; quello del diretto e/o indiretto coinvolgimento di alcune delle massime autorità politiche e amministrative in Albania. Primo ministro compreso, come risulterebbe dalle intercettazioni telefoniche e dalle indagini effettuate in Italia, nell’ambito dell’operazione “Basso profilo”.

    Da quelle intercettazioni ed indagini, nonché dall’inchiesta in corso, portata avanti dalla procura di Catanzaro, risulterebbe che la ‘Ndrangheta calabrese ormai sia presente anche in Albania con investimenti, appalti milionari ed altro. Il che permetterebbe alla ‘Ndrangheta, tra l’altro, anche di riciclare ingenti somme di denaro sporco, di illecita provenienza. E guarda caso, dalle stesse intercettazioni e dalle indagini fatte, risulterebbe anche che alcuni rappresentanti politici italiani, a livello locale, nazionale ed europeo, in “ottimi rapporti di amicizia e di collaborazione” con certi loro colleghi albanesi, contattati in questi ultimi anni da imprenditori e/o da intermediari della ‘Ndrangheta, abbiano “facilitato gli affari” in Albania. Bisogna sottolineare anche che, guarda caso, i governi italiani hanno sempre appoggiato l’attuale primo ministro albanese durante questi anni. Lo hanno fatto mentre si sapeva della criminalità organizzata in Albania, della connivenza di quella criminalità organizzata con il governo, della cannabizzazione diffusa del Paese e di tanto altro. E tutto ciò non poteva mai e poi mai essere attuato senza il beneplacito ed il diretto supporto governativo. Ormai è ben nota ed ufficialmente evidenziata anche la pericolosa e preoccupante collaborazione della criminalità organizzata albanese con quella italiana, ‘Ndranghta compresa. Una collaborazione che rappresenterebbe un grande pericolo per tutti e due i Paesi! Perché sono pericoli che oltrepassano i confini nazionali. Allora chissà perché però, tutto quell’appoggio dei governi italiani, o di alcuni loro ministri in particolare, per il primo ministro albanese durante questi ultimi anni?!

    Chi scrive queste righe nota, non senza rammarico, come alcuni “rappresentanti politici” cambino, di punto in bianco, le proprie “convinzioni ideologiche e programmatiche”. Come in Italia anche in Albania. E lo fanno semplicemente per riuscire a rimanere al potere, attaccati alle loro poltrone. Tutto il resto è ipocrisia e demagogia! In Italia, fino ad una settimana fa, si cercava, costi quel che costi, di far sopravvivere un governo, da mesi traballante, con l’appoggio dei “responsabili”. In Albania, il primo ministro sta cercando, costi quel che costi, di avere un terzo mandato nelle elezioni del 25 aprile prossimo! Anche con l’appoggio occulto delle cosche malavitose, come risulta averlo fatto anche in precedenza. Ma, a differenza dell’Italia, dove si indagano anche i politici, in Albania il sistema “riformato” della giustizia ubbidisce agli ordini del primo ministro. Ragion per cui “…I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori” come scriveva Catone.

  • Mani pulite alla cinese: giustiziato il tycoon condannato per tangenti

    Ex banchiere ed ex alto funzionario del Partito comunista cinese, Lai Xiaomin è stato giustiziato per corruzione e bigamia. E’ l’ultima figura di spicco a finire nelle maglie della feroce campagna anti-corruzione lanciata nel 2012 dal presidente Xi Jinping. Il tribunale di Tianjin si è spinto oltre, spacciandolo nella sentenza di condanna come “l’uomo più corrotto dalla fondazione della Repubblica popolare nel 1949” per le tangenti incassate da 277 milioni di dollari, direttamente o tramite terzi.

    Lai, al quale è stato concesso di incontrare i parenti stretti prima dell’esecuzione, è stato per anni il potente presidente di China Huarong Asset Management, uno dei 4 colossi statali di gestione dei crediti deteriorati, trasformato in un feudo privato. Del resto, resterà scolpita nell’immaginario collettivo cinese la grande stanza di uno dei suoi appartamenti imbottita di 200 milioni di yuan in contanti, del peso di circa 3 tonnellate, mostrata in un documentario a gennaio 2020 dalla tv statale Cctv, come parte di una serie dedicata a cinque casi clamorosi di corruzione. Nell’occasione, Lai parlò di “apatia di fronte a tanto denaro, diventato ormai una consuetudine”.

    La parabola discendente del potentissimo banchiere riflette l’atteggiamento della Cina di punire severamente la corruzione, ha detto uno dei giudici che ha provveduto alla stesura della sentenza, poiché si è scoperta “l’acquisizione illegale della più grande quantità di tangenti da decenni”. Il 5 gennaio, Lai era stato condannato a morte dal Tribunale secondario intermedio del popolo di Tianjin, con la revoca dei suoi diritti politici e la confisca di tutti i suoi beni. L’Alta corte del popolo di Tianjin, infine, ha confermato la pena di morte, respingendo il suo appello e presentandosi alla Corte suprema del popolo cinese per la verifica e l’approvazione finale, maturata perché aveva approfittato “del suo dovere e della sua posizione per ottenere vantaggi illegali”, appropriandosi anche di oltre 25,13 milioni di yuan. Mentre era sposato, ha convissuto con un’altra donna e ha avuto figli fuori dal matrimonio, ha aggiunto la Corte. Venerdì il giudice capo di primo grado ha spiegato la condanna a morte di Lai, hanno riferito i media locali con grande enfasi: gravi complotti criminali, che hanno causato “un cattivo impatto sociale e pesanti perdite sia per il Paese sia per i cinesi”.

    Lai ha accettato tangenti dal 2008 al 2018, per un numero di reati di corruzione che ha raggiunto quota 22, dalla raccolta di fondi ai progetti di appalto, fino all’ottenimento di promozioni e trasferimenti di lavoro. Anche se Lai ha reso “un servizio meritorio significativo”, tenendo in considerazione tutti i crimini contestati, questo non è stato sufficiente per una punizione più clemente. La maggior parte del maltolto è stata recuperata, con una parte consegnata alla tesoreria dello Stato e ad altri organi competenti.

    Il 22 gennaio, parlando alla quinta sessione della Commissione centrale per l’ispezione della disciplina, l’anti-corruzione del Pcc, Xi ha rinnovato la sua determinazione contro il “tarlo” che minaccia il partito e il raggiungimento degli obiettivi del 14esimo piano economico quinquennale del 2021-25, primari “per l’avanzamento e lo sviluppo della nazione”.

  • Pericolose e preoccupanti presenze mafiose

    Quanto terribile è il pericolo che giace nascosto!

    Publilio Siro

    “In Europa, nel futuro, credo che ci impegneremo molto con l’Albania, perché la mafia albanese è molto forte. In Albania c’è un pauroso livello della [sua] diffusione e della corruzione”. Così dichiarava, nel 2019, ad un media italiano, Nicola Gratteri, il procuratore capo della Dda (Direzione distrettuale antimafia; n.d.a.) di Catanzaro. Un procuratore di lunga, spiccata ed apprezzata carriera professionale nella lotta contro le organizzazioni malavitose in Italia e, in particolare, contro la ‘Ndrangheta calabrese. Lo stesso procuratore ha coordinato e condotto con successo anche l’operazione denominata “Basso profilo”. Un’operazione avviata nel 2016 e finalizzata una decina di giorni fa. Sono state 48 le persone raggiunte da un provvedimento restrittivo; 13 sono finite in carcere e 35 agli arresti domiciliari. In più, l’operazione ha portato anche al sequestro di ingenti valori monetari, oggetti preziosi ed altri beni materiali. Il principale indagato è un imprenditore, Antonio Gallo, accusato di “associazione a delinquere di stampo mafioso e di essere l’imprenditore in grado di interloquire, anche direttamente, con i boss delle cosche”. In seguito l’imprenditore, ritenuto il “braccio imprenditoriale delle cosche”, durante gli interrogatori di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il 21 gennaio scorso, durante una conferenza stampa, il procuratore capo Gratteri ha reso noto anche alcuni importanti dettagli di quell’operazione contro la ‘Ndrangheta nella provincia di Crotone. “Quella di oggi è un’indagine che dimostra il rapporto diretto tra ‘Ndrangheta, imprenditoria e politica. Epicentro di tutto è l’imprenditore Antonio Gallo, una persona eclettica che lavorava su più piani, che si muoveva con grande disinvoltura quando aveva di fronte lo ’ndranghetista doc, l’imprenditore o il politico” ha dichiarato Gratteri. L’obiettivo dell’imprenditore, secondo il procuratore, era quello di “…creare un monopolio sul territorio, per avere la possibilità di vincere gare truccate per la fornitura di prodotti per la sicurezza sul lavoro o per le pulizie anche a livello nazionale. Ed ecco qui che avviene l’aggancio con la politica”.

    Subito dopo la conferenza stampa del procuratore Gratteri, i media in Albania sono riusciti ad avere anche altre informazioni più dettagliate, contenute in centinaia di pagine. Si tratta di trascrizioni delle intercettazioni ambientali e telefoniche degli indagati dal 2016 in poi. In Albania l’impatto è stato immediato e forte, suscitando irritazione e sdegno pubblico e reazione politica e mediatica, soprattutto da parte di quei pochi media non controllati dal governo. E non poteva essere altrimenti. Dalle intercettazioni telefoniche, nell’ambito dell’operazione “Basso profilo”, risultava che il soprannominato imprenditore calabrese, il “braccio imprenditoriale delle cosche”, parlava e si riferiva anche ai suoi altolocati contatti in Albania. Contatti che, grazie alle sue conoscenze ed amicizie con politici in Italia portavano, oltre a degli imprenditori e funzionari pubblici albanesi, anche direttamente al sindaco di Tirana e al primo ministro. L’imprenditore calabrese si è già inserito in Albania da qualche anno ormai, aprendo, in un’area centrale e molto frequentata di Tirana, un negozio di prodotti per la sicurezza sul lavoro. Una delle attività che cita anche il procuratore Gratteri durante la sua sopracitata conferenza stampa. Un negozio che è stato tra gli argomenti discussi in questi giorni in Albania. L’imprenditore era molto interessato a trovare i giusti contatti ed appoggi istituzionali in Albania per avere delle licenze di costruzione, soprattutto a Tirana. Ma era altresì interessato a vincere degli appalti nel campo delle infrastrutture, del trattamento dei rifiuti, della sanità ed altro. Era disposto, lui e/o chi lui rappresentava, di riconoscere e pagare anche le dovute “percentuali” che, nel caso delle costruzioni a Tirana, arrivavano fino al 20%! E, “guarda caso”, tutti gli scandali milionari in Albania durante questi ultimi anni, alcuni dei quali confermati anche dalla Corte dei Conti, riguardano proprio quelle attività. Attività che risulterebbero essere molto “ambite” ed altrettanto “appetitose” anche per la ‘Ndrangheta, come viene confermato dalle intercettazioni telefoniche relative all’operazione “Basso profile”. Come mai e chissà perché?!

    Sia dalla conferenza stampa del procuratore Gratteri che dalle affermazioni di questi giorni degli specialisti, italiani ed albanesi, risulterebbe che in Albania la ‘Ndrangheta stia cercando, tra l’altro, di riciclare ingenti somme di denaro sporco provenienti dalle sue attività malavitose. Una realtà questa, evidenziata e confermata durante questi ultimi anni anche da diverse istituzioni specializzate internazionali. Secondo il rapporto per il 2019 del MONEYVAL (Istituzione del Consiglio d’Europa, specializzata nella lotta contro il riciclaggio del denaro sporco ed il terrorismo; n.d.a.), l’Albania è stata inserita nella “zona grigia”, dove si raggruppano tutti i Paesi con grande rischio per il riciclaggio del denaro sporco. Dagli studi delle istituzioni internazionali specializzate risulterebbe altresì che delle 141 imprese edili che tra il 2017 ed il 2019 hanno avuto delle licenze di costruzioni più alte di sei piani il 59% di queste non avevano le necessarie capacità finanziarie per finire le costruzioni stesse. Ma hanno, comunque, finito di costruire! Il che significherebbe che in Albania realmente si stanno riciclando ingenti somme di denaro sporco provenienti dalle attività illecite e dalla corruzione.

    La pubblicazione del contenuto delle intercettazioni telefoniche ha travolto e scombussolato i massimi rappresentanti della maggioranza governativa in Albania ed ha colto alla sprovvista e del tutto impreparata la propaganda governativa. Ma non è la prima volta durante queste ultime settimane (Peccati madornali e abusi peccaminosi, 25 gennaio 2021). Per cinque lunghi giorni, dopo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, il primo ministro albanese non ha detto e neanche ha scritto niente in merito. Ha lasciato quel difficile compito ad alcuni, pochissimi suoi zelanti e fedeli collaboratori e a degli opinionisti a pagamento. Ma siccome l’eco dello scandalo stava seriamente e gravemente aumentando, allora, il 26 gennaio scorso, lui ha deciso finalmente di parlare. E parlando, con area molto turbata, non ha fatto altro che ripetere uno scenario già noto e mettere in scena tutte le volte in cui lui si è trovato in grandi difficoltà. Il primo ministro, come suo solito in queste situazioni, ha negato tutto, ha cercato di minimizzare e ridicolizzare quanto risultava dalle intercettazioni ed ha anche minacciato i giornalisti, gli opinionisti e i media che lui non controlla. Ha offeso tutti loro con parole degne soltanto degli ubriaconi e dei coatti. Il primo ministro ha dichiarato tra l’altro, ma con aria cupa, anche che il negozio di Tirana del “braccio imprenditoriale delle cosche” era ormai un’attività fallita. Mentre, guarda caso, circa un mese fa, il ministero degli Esteri aveva fatto molti acquisti proprio in quel “negozio fallito”!

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per meglio informare il nostro lettore su questi gravi sviluppi. Perché ci sono tanti significativi dettagli che confermerebbero le attività della criminalità organizzata, sia locale che internazionale, in Albania. Compresa quella della ‘Ndrangheta. Presenze apparentemente di “basso profilo” con dei “negozi”, spesso sull’orlo di “fallimento”, ma che, in realtà, sono stati concepiti proprio per permettere diverse operazioni societarie e trasferimenti bancari offshore, nonché per intervenire, raccomandati, ad avere appalti pubblici e rappresentare grandi interessi occulti e criminali. L’autore di queste righe è convinto che negare tutto e con forza, quando si trova in grandi difficoltà, è la prima propensione del primo ministro albanese. Negare tutto con arroganza e determinazione, usando insulti, offese e minacce, è ormai un misero ed accusatorio “déjà vu”. Il suo modo di reagire, negando tutto, dimostra e testimonia proprio l’opposto contrario di quello che lui cerca di affermare. Nel caso in questione, la sua reazione testimonierebbe la reale, pericolosa e preoccupante presenza delle cosche mafiose in Albania, ‘Ndrangheta compresa. Ma niente di tutto ciò poteva facilmente accadere senza il suo consenso e il suo beneplacito. E se lo ha fatto avrà avuto, senz’altro, anche lui il suo tornaconto. I cittadini albanesi e chi di dovere nelle cancellerie occidentali e nelle istituzioni dell’Unione europea devono sapere, però, che si tratta sempre di presenze terribili. Anche perché si sta cercando di tenere nascosto il pericolo. Un pericolo non solo per l’Albania e gli albanesi, ma anche per molti altri Paesi europei, Italia compresa. Come ha dichiarato già nel 2019 anche il procuratore capo Nicola Gratteri. E cioè che “In Europa, nel futuro, credo che ci impegneremo molto con l’Albania”.

  • L’Ocse contro la grande corruzione

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** apparso su ItaliaOggi il 15 gennaio 2021.

    Prima di fine anno l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha organizzato l’International Anti-Corruption Day per mettere la lotta contro la corruzione al centro delle varie iniziative dei governi. È un problema spinoso e importante. È una delle grandi priorità, perché la corruzione per tutti i Paesi rappresenta una delle maggiori minacce alla crescita economica, mina i valori della democrazia, ed è una delle cause non secondarie delle disuguaglianze sociali.

    Il tutto è stato oggetto della conferenza internazionale organizzata online dal Global Forum on Trasparency and Exchange of Information for Tax Purposes, durante la quale è stato presentato il rapporto 2020 pubblicato dal Forum.

    Si ricordi che il Forum Globale sulla trasparenza e lo scambio di informazioni a fini fiscali fu creato dall’Ocse nel 2000 e successivamente ripreso e promosso dal G20 nel 2009, quando affermò «la fine dell’era del segreto bancario». Oggi esso coinvolge ben 161 giurisdizioni statali, tra membri dell’Ocse e altri partecipanti.

    Anche la pandemia del Covid1-19 ha fatto emergere l’urgenza di affrontare la «piaga globale» della corruzione. Al riguardo è partito un nuovo programma di lavori mirato a fronteggiare le situazioni di crisi e di emergenze, chiamato «Global Law Enforcement Response to Corruption in Crisis Situation».

    Contemporaneamente l’Ocse interviene a sostegno delle attività dei governi con delle Raccomandazioni per l’Integrità Pubblica, con lo scopo di trasformare eventuali azioni isolate in una strategia globale. E’ certamente positivo che il Forum abbia realizzato un training specializzato sulla materia per parecchie migliaia di dirigenti pubblici.

    In verità, l’Ocse è sempre stata in prima fila in questa battaglia, fin dal 1999, quando diede inizio alla Anti-Bribery Convention, cioè al lavoro congiunto contro le frodi. Un lavoro importante, anche se, bisogna ammetterlo, ancora troppo lento: 615 individui e 203 entità legali sono stati finora scoperti e condannati per frode. Attualmente sono in corso 528 indagini in 28 Paesi.

    Uno degli interventi di crescente importanza mira a disciplinare le attività di lobbying e promuoverne la trasparenza e la correttezza.

    Negli anni recenti le lobby hanno assunto un potere enorme. Operano con grandi mezzi finanziari, e anche con grandi competenze, per conto di interessi privati, spesso in contrapposizione con l’interesse pubblico degli Stati e delle comunità. Già prima della Grande Crisi si stimava che per ogni membro del Congresso americano vi fossero almeno tre agguerriti, e spesso molto preparati, lobbysti che lavoravano per far approvare progetti, programmi e riforme legislative fortemente desiderati dal mondo bancario, assicurativo e in generale dalla finanza. E non solo.

    Più recentemente l’Ocse ha opportunamente elaborato delle linee guida per aiutare i governi nella lotta contro la corruzione che, non lo si dimentichi, da tempo sta penetrando le imprese controllate dallo Stato. I danni e i rischi sono enormi quando la corruzione e il crimine cercano di penetrare e controllare persino certe strutture pubbliche. Si metterebbe in discussione il concetto stesso di Stato e di autorità pubblica.

    L’Ocse, per fortuna, è diventata particolarmente attiva anche nella lotta contro i crimini di carattere fiscale.

    Secondo il Global Forum report, 100 giurisdizioni statali nel 2019 si sono scambiate in modo automatico informazioni relative a 84 milioni di conti finanziari che rappresentavano asset per circa 10 mila miliardi di euro. Questo impegno dell’Ocse e del Global Forum, nel periodo 2009 -2020, ha reso possibile la «raccolta aggiuntiva» di oltre 107 miliardi di euro per il fisco, attraverso programmi di emersione volontaria, di indagini sui centri offshore e altre misure. Si noti che, di tale cifra, 29 miliardi sono stati raccolti nei Paesi in via di sviluppo.

    L’Ocse ha favorito la creazione dell’Anti Corruption Working Group all’interno del G20 per promuovere la convergenza d’azione tra gli Stati membri e per sostenere l’applicazione di standard di comportamento e d’intervento. È un fatto importante. Lo è ancor di più perché nel 2021 la presidenza italiana del G20 intenderebbe porre come priorità la lotta internazionale contro la corruzione.

    L’impegno del Global Forum e dell’Ocse per il 2021è di mantenere alto e puntuale lo scambio di informazioni tra i Paesi partecipanti, nonostante le restrizioni imposte dalla crisi sanitaria globale. Saranno apportati aggiustamenti se la pandemia dovesse creare delle situazioni difficili, perché la cooperazione internazionale nel campo fiscale non subisca rallentamenti. Allo scopo si è decisa la costituzione di una nuova Task force on Risk per identificare preventivamente l’insorgere di rischi rispetto all’attuazione e al rispetto degli standard relativi agli scambi di informazioni.

    Tutti provvedimenti opportuni che vanno nella giusta direzione. Tuttavia non si può dimenticare che la lotta alla corruzione potrà avere successo soltanto se la reputazione delle aziende, degli amministratori delegati, dei manager, dei governati pubblici sarà davvero elevata.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

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