Corruzione

  • Messinscena ingannatrice con una conferenza anticorruzione

    Era come un gallo che pensava che il sole sorgesse per ascoltarlo cantare

    George Eliot

    La parabola dei vignaioli malvagi è una tra le tante altre che Gesù raccontava ai suoi discepoli. Una parabola che si trova nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca. Gesù racconta di un uomo che aveva piantato una vigna nel suo terreno. Un giorno il proprietario della vigna decise di partire per un viaggio. Diede perciò la vigna in affitto a dei contadini vignaioli. Il che significava che al tempo della raccolta dell’uva loro dovevano tenere una parte della produzione per se e tutto il resto lo dovevano consegnare al proprietario. Ma i perfidi contadini decisero di tenere tutto per se e non dare niente ai servi mandati dal proprietario della vigna. E così fecero. L’evangelista Matteo ci racconta che “…i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono.” (Mt. 21; 35). La stessa sorte subirono anche altri servi mandati dal proprietario della vigna. Poi lui mandò suo figlio per prendere la sua parte della raccolta. “Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.” (Mt.21; 38–39). Poi l’evangelista ci racconta che Gesù domandò ai suoi discepoli: “Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?”. Ed essi risposero: “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo.” (Mt.21; 38–39). Gesù capì da quella risposta che i discepoli non avevano letto le Scritture e spiegò loro il vero significato della parabola. Facendo riferimento al simbolismo della “pietra” scartata dai costruttori che era diventata una pietra portante, una “pietra d’angolo”, Gesù disse ai discepoli: “…. a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato” (Mt. 21; 43–44). Ma in realtà Gesù voleva dare un chiaro e perentorio messaggio ai veri peccatori e malvagi; i capi sacerdoti e i farisei. Loro capirono benissimo a chi si rivolgevano quelle parole della parabola. Ce lo racconta l’evangelista. “Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta” (Mt. 21; 45–46).

    Neanche tre mesi dalla sua elezione, Papa Francesco, durante l’omelia nella cappella di Santa Marta in Vaticano, il 3 giungo 2013, si riferì proprio alla parabola dei vignaioli malvagi. L’obiettivo era quello di mettere in evidenza la differenza tra i peccatori, i santi e i corrotti. Un obiettivo che, visto quanto accade nel mondo in cui viviamo, va ben oltre i cristiani della Chiesa, ai quali si rivolgeva il Pontefice. L’obiettivo comprende anche tanti altri e soprattutto quelli che hanno ed esercitano delle responsabilità istituzionali e politiche. Perché dal loro modo di comportarsi quotidianamente con quelle responsabilità si potrebbero fare delle cose buone ed utili. Ma si potrebbero generare tante sofferenze umane, tante ingiustizie e tanti abusi con la cosa pubblica. Durante l’omelia nella cappella di Santa Marta in Vaticano, il 3 giungo 2013, Papa Francesco ha fatto riferimento ed ha commentato proprio la parabola dei vignaioli malvagi. Il Pontefice ha detto che “La parabola, però, ci parla di un’altra figura, di quelli che vogliono impadronirsi della vigna e hanno perso il rapporto con il padrone della vigna”. Che è il Signore. E poi ha sottolineato che “Queste persone si son sentite forti, si sono sentite autonome da Dio. Questi, pian pianino, sono scivolati su quella autonomia, l’autonomia nel rapporto con Dio: ‘Noi non abbiamo bisogno di quel Padrone, che non venga a disturbarci!’”. Papa Francesco era convinto ed ha ribadito perentorio e senza nessun equivoco, che “Questi sono i corrotti!”. Si, sono proprio i corrotti che, per il Santo Padre, “erano dei peccatoti come tutti noi, ma hanno fatto un passo avanti, come se fossero proprio consolidati nel peccato: non hanno bisogno di Dio!”. La ragione, secondo il Papa, è “…perché nel loro codice genetico c’è questo rapporto con Dio. E siccome questo non possono negarlo, fanno un dio speciale: loro stessi sono dio”. Sono proprio quelli, “sono i corrotti”. E poi ha aggiunto che “…Nelle ‘comunità cristiane’ i corrotti pensano solo al proprio gruppo”. E, riferendosi alle Sacre Scritture, il Pontefice ha fatto riferimento ad uno dei “corrotti per eccellenza”, Giuda Iscariota. Secondo il Pontefice Giuda “… da peccatore avaro è finito nella corruzione”. Non solo ma “…i corrotti diventano adoratori di se stessi. Quanto male fanno i corrotti nelle comunità cristiane! Che il Signore ci liberi dallo scivolare su questa strada della corruzione!”. Era convinto Papa Francesco, pronunciando queste parole durante l’omelia nella cappella di Santa Marta, il 3 giungo 2013.

    La corruzione è stata ed è tuttora una piaga sociale puzzolente ed infettiva in diversi Paesi del mondo. Anche in Albania dove, in questi ultimi anni, sta divorando tutto. Purtroppo si tratta di una vera, vissuta, sofferta e molto preoccupante realtà. Da alcuni anni ormai l’autore si queste righe, dati e fatti accaduti, pubblicamente noti e ufficialmente denunciati alla mano, ha informato il nostro lettore di una simile realtà. E, siccome si tratta di una realtà che riguarda chi esercita poteri politici ed istituzionali, partendo dai più alti livelli, tutto diventa molto allarmante. Una realtà quella legata alla galoppante corruzione in Albania, che sta mettendo sempre più in grosse difficoltà il primo ministro, che è anche la persona di massima responsabilità, almeno istituzionale, e la sua potente propaganda governativa. Una realtà che mette in difficoltà anche i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania, che purtroppo da anni hanno chiuso “occhi, orecchie e cervello” di fronte ad una simile, soffocante e paralizzante realtà, che si sta pericolosamente evolvendo ogni giorno che passa. Bisogna, a tutti i costi, offuscare la realtà e, se possibile, annientare questa percezione pubblica di una simile realtà. Ragion per cui hanno ideato ed attuato l’ennesima buffonata propagandistica. La hanno denominata la Conferenza nazionale anticorruzione ed è stata la solita messinscena ingannatrice, alla quale hanno partecipato tutti, il primo ministro, i suoi “ubbidienti ministri” ed altri dirigenti istituzionali. Ovviamente non potevano mancare neanche i soliti “rappresentanti internazionali”. Tutto si svolse il 13 giugno scorso, in una grande sala, riempita da “desiderosi partecipanti” dell’amministrazione pubblica, che hanno svuotato tutti gli uffici per essere presenti alla prima Conferenza nazionale anticorruzione!

    Il primo ministro albanese, intervenendo in quella conferenza, ha cercato di ingannare, come sempre e come suo solito, quando si trova in difficoltà. E trattandosi di una realtà ben nota a tutti, anche a quelli che parlano e scrivono in lingue diverse da quella albanese, perciò che non si può nascondere, il primo ministro e/o chi per lui, hanno scelto una ben studiata “strategia d’approccio”. Strategia che trattava la corruzione come un fenomeno a livello mondiale. Ma soprattutto che in Albania la corruzione si presenta come “un sistema dei rapporti del cittadino con lo Stato”! Lo ha detto il primo ministro, durante il suo discorso all’apertura di quella messinscena ingannatrice denominata come la prima Conferenza nazionale anticorruzione. Si proprio così! Mentre in Albania, ma non solo, si sa bene che la corruzione è un cancro che sta divorando tutto il tessuto sociale. In Albania la corruzione realmente, datti e fatti accaduti e che stanno accadendo, fatti documentati, pubblicati e ufficialmente denunciati alla mano, si presenta come consapevole comportamento di colui che ha, esercita ed fa uso abusivo di un potere politico e/o istituzionale della cosa pubblica. In più, e non poteva essere altrimenti, il primo ministro, durante tutto il suo discorso nell’ambito della buffonata propagandistica denominata la prima Conferenza nazionale anticorruzione, ha fatto quello che gli riesce fare senza nessuna difficoltà. E cioè mentire ed ingannare come se niente fosse. Senza batter ciglio, ha parlato di “vistosi successi nella lotta contro la corruzione” (Sic!). E siccome di solito, quando lui si trova in difficoltà, e questo sta accadendo sempre più spesso, lui non riesce a controllare il suo subconscio, anche durante il suo discorso ha parlato del sistema “riformato” della giustizia. La saggezza umana ci insegna che la lingua batte dove il dente duole. E si sa che in Albania il sistema “riformato” della giustizia è ormai controllato personalmente dal primo ministro e/o da chi per lui. Questo è un dato di fatto, pubblicamente noto e che quanto è accaduto e/o sta accadendo anche in questi ultimi giorni, testimonia proprio questa realtà. “Chi lo avrebbe pensato pochi anni fa che la giustizia in questo Paese avrebbe punito delle persone di alto rango?” (Sic!). Così ha detto “orgoglioso” il primo ministro durante il suo intervento. Mentre si sa benissimo che il sistema “riformato” della giustizia tutto potrà fare tranne che punire delle “persone di alto rango”. Non sarà questo forse un “incoraggiamento” che il primo ministro fa a se stesso, visto che nel suo subconscio sono accumulati e stivati tanti incubi dovuti ad altrettante malefatte ed abusi del potere conferito? Anche perché il primo ministro, di fronte ad un sistema di giustizia indipendente, con dei procuratori e giudici veramente professionisti, avrebbe avuto delle grossissime difficoltà, se non impossibile, giustificare tutta la sua ricchezza, almeno quella pubblicamente nota.

    Ma durante quella messinscena ingannatrice denominata proprio come la prima Conferenza nazionale anticorruzione, di successi nella lotta contro la corruzione non ha parlato solo il primo ministro albanese. A lui e alle sue dichiarazioni ha fatto eco anche quanto ha detto l’ambasciatrice statunitense. Ma anche questo ormai non stupisce, nonostante si tratti della corruzione in Albania. Proprio di quella corruzione che nel rapporto ufficiale, per il 2021 sull’Albania, del Dipartimento di Stato statunitense, il diretto datore di lavoro dell’ambascitrice, pubblicato il 12 aprile scorso si affermava che “il governo non ha applicato in maniera effettiva la legislazione che prevede condanne penali per corruzione agli ufficiali pubblici”. Nel sopracitato rapporto sull’Albania per il 2021, si afferma che “…La corruzione è stata diffusa in tutti i settori del governo e gli ufficiali [pubblici] spesso sono stati coinvolti in pratiche corruttive senza essere stati puniti”! In più veniva affermato che “Il livello delle indagini penali per gli ufficiali [pubblici] di alto rango è rimasto basso”. Questo e molto altro ancora è stato evidenziato nel rapporto ufficiale del Dipartimento di Stato statunitense sull’Albania, per il 2021. Mentre l’ambasciatrice statunitense in Albania durante la prima Conferenza nazionale anticorruzione ha detto che “…il governo ha aumentato la sua dedizione nella lotta contro la corruzione” (Sic!). Anzi lo ha considerata come una “stragrande dedizione”! Poi si è messa a pronunciare dei complimenti esagerati e del tutto fuori realtà, anzi, come se fossero pronunciati da qualche “leccapiede” del primo ministro. Come se niente fosse, l’ambasciatrice statunitense ha detto che “…al primo ministro albanese viene richiesto di parlare dell’Ucraina, oppure di altre questioni, perché l’Albania ha un peso”. Si ha un “peso”, ma come un Paese dove la corruzione la fa da padrona. Mentre per l’ambasciatrice la sala riempita, come di solito accade in tutte le dittature e i regimi totalitari, significa che “il governo albanese si è molto dedicato contro la corruzione, in una maniera che sorpassa la precedente dedizione.” (Sic!). A questo punto viene naturale la domanda: chi ha ragione e chi mente ufficialmente, il Dipartimento di Stato o l’ambasciatrice statunitense?! Perché non possono essere vere, allo stesso tempo, tutte è due le valutazioni fatte e pubblicamente espresse.

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto molti altri argomenti da trattare con la dovuta oggettività e spiegare che la “dedizione del governo nella lotta contro la corruzione in Albania” fa ridere anche i polli. Invece la prima Conferenza nazionale Anticorruzione svoltasi il 13 giugno scorso in Albania era semplicemente una messinscena ingannatrice. Mentre, anche in questa occasione, il primo ministro sembrava come un gallo che pensava che il sole sorgesse per ascoltarlo cantare.

  • Realtà malavitose che preoccupano

    Seguite i soldi e troverete la mafia, è tutto lì!

    Giovanni Falcone

    Era proprio il pomeriggio del 23 maggio di trent’anni fa, quando lo scoppio tremendo e pauroso di una miscela esplosiva di una mezza tonnellata di tritolo, nitrato d’ammonio e T4 ha ucciso il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della sua scorta. Un’attentato da tempo ideato, programmato e finalmente attuato alle 17.56 del 23 maggio 1992, da Cosa Nostra.  Il 23 maggio 2022, al Foro italico di Palermo, la Fondazione Giovanni Falcone ha organizzato una cerimonia di commemorazione di quella barbara uccisione, intitolata “La memoria di tutti, Palermo trent’anni dopo”. In quella cerimonia il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha detto: “Sono trascorsi trent’anni da quel terribile 23 maggio allorché la storia della nostra Repubblica sembrò fermarsi come annientata dal dolore e dalla paura”. Poi ha aggiunto che “…Falcone era un grande magistrato e un uomo con forte senso delle istituzioni. Non ebbe mai la tentazione di distruggere le due identità perché aveva ben chiaro che la funzione del magistrato rappresenta una delle maggiori espressioni della nostra democrazia”. Il Presidente Mattarella ha in seguito ribadito che Giovanni Falcone, come magistrato, “…fu il primo ad intuire e a credere nel coordinamento investigativo, sia nazionale sia internazionale, quale strumento per far emergere i traffici illeciti che sostenevano economicamente la mafia”.

    Il Presidente, durante il suo intervento, si è riferito anche a quanto sta accadendo in Ucraina in questi 89 giorni di sanguinosa, crudele e orribile guerra. Perché, secondo lui, “la giustizia è dunque la linea costante”. Poi ha sottolineato che in Ucraina si subiscono “…quegli stessi orrori di cui l’Italia conserva ancora il ricordo e che mai avremmo immaginato che si ripresentassero nel nostro Continente”. Il Presidente Mattarella è convinto che “…Ancora una volta sono in gioco valori fondanti della nostra convivenza”. E che ancora una volta “la violenza della prevaricazione pretende, nella nostra Europa, di sostituirsi alla forza del diritto”. Per il presidente “…il ripristino degli ordinamenti internazionali, anche in questo caso, è fare giustizia. Porre cioè la vita e la dignità delle persone al centro dell’azione della comunità internazionale”. Anche perché “…raccogliere il testimone della ‘visione’ di Falcone significa affrontare con la stessa lucidità le prove dell’oggi, perché a prevalere sia ovunque, in ogni dimensione, la causa della giustizia: al servizio della libertà e della democrazia”. Cosi ha concluso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il suo discorso al Foro italico Umberto I di Palermo, nell’ambito della commemorazione del trentesimo anniversario della barbara uccisione di Giovanni Falcone, di sua moglie e dei tre uomini della sua scorta.

    Soltanto 57 giorni dopo quel barbaro ed orrendo attentato a Giovanni Falcone Cosa Nostra ne attuò un altro simile. Erano le 17.15 di pomeriggio del 19 luglio 1992. Questa volta il bersaglio era uno dei più cari e stretti amici e collaboratori di Falcone, un magistrato come lui, Paolo Borsellino. Il tragico evento è ormai noto come l’attentato di via D’Amelio a Palermo. Sempre un attentato dinamitardo, che tolse la vita, oltre a Borsellino, anche a cinque uomini della sua scorta. Loro due, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con la loro devozione professionale, con la loro determinazione, con il loro operato stavano sconvolgendo e scombussolando i tanti e diversi interessi della mafia siciliana, ma non solo. Le loro inchieste diedero inizio ad un nuovo ed efficace svolgimento della lotta contro la criminalità organizzata, non solo in Italia. Con le loro inchieste e il loro continuo e determinato lavoro quotidiano, essi cominciarono a svelare le allora esistenti relazioni tra la Cosa Nostra e alcuni massimi rappresentanti del potere politico, sia locale che centrale. In più cominciarono ad indagare anche sui grossi trasferimenti finanziari, verso banche di altri Paesi, di denaro proveniente dalle attività malavitose. In una lettera che Giovanni Falcone indirizzava ad un suo collega ed amico ticinese, scriveva: “Caro Paolo, dopo i soldi della mafia arriveranno in Svizzera anche i mafiosi”. Una collaborazione lavorativa e di amicizia quella tra valorosi colleghi, che continuava da anni. Parte di quella collaborazione professionale era anche la ben nota e fruttuosa indagine, denominata “Pizza connection”, sui traffici dei stupefacenti tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America. Nonostante gli attentati mafiosi tolsero prematuramente la vita ai due coraggiosi e valorosi magistrati, che avevano messo in grosse difficoltà i vertici di Cosa Nostra, la loro opera continua con successo. I cittadini, milioni di cittadini e non solo in Italia, ricordano e ricorderanno con rispetto Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, così come anche tanti altri loro colleghi e collaboratori che hanno perso la vita in altri attentati mafiosi.

    La criminalità organizzata, nelle sue varie forme di organizzazione malavitosa, non è attiva solo in Italia. Lo avevano previsto e fortemente ribadito, più di trent’anni fa ormai, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma anche altri loro collaboratori. Una realtà questa che si sta ormai verificando e sta venendo denunciata da altri determinati, devoti e valorosi procuratori e magistrati, sia in Italia che in altri Paesi. E si tratta non solo delle tradizionali organizzazioni malavitose italiane ma anche di altre organizzazioni della criminalità organizzata, operanti in diversi Paesi. Organizzazioni che tentano e fanno di tutto per procurare sempre più spazio di operatività, compresa anche quella degli investimenti miliardari, una volta riciclato e diventato “pulito” il denaro sporco, proveniente da varie attività criminali. Organizzazioni che tentano e non di rado ci riescono, a coinvolgere anche rappresentanti del potere politico. Come avevano capito e denunciato, più di tren’anni fa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ed altri loro colleghi.

    Una simile realtà si sta verificando, con tutta la sua drammaticità e con tutte le sue preoccupanti conseguenze, anche in Albania. Da alcuni anni ormai e purtroppo, fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo, fatti facilmente verificabili, documentati ed ufficialmente denunciati alla mano, si sta consolidando una paurosa ed allarmante connivenza tra alcuni dei massimi dirigenti del potere politico e la criminalità organizzata. Una connivenza quella che è anche alla base di una nuova e sui generis dittatura ormai restaurata e che si sta consolidando in Albania. Una dittatura pericolosa, perché cerca di camuffarsi dietro una parvenza di pluripartitismo di facciata, coinvolgendo alcune “ubbidienti stampelle”, come il capo del partito democratico albanese, il maggiore partito dell’opposizione, dimissionario ormai dal marzo scorso. Da anni l’autore di queste righe ha cercato di informare il nostro lettore su questa preoccupante realtà, con la necessaria e dovuta oggettività. Così come ha informato da anni il nostro lettore anche sulla crescente attività, su tutto il territorio nazionale, sia della criminalità organizzata locale, sia della sua collaborazione con alcune delle più pericolose organizzazioni malavitose italiane, ‘Ndrangheta compresa. L’autore di queste righe ha informato, altresì, il nostro lettore anche delle ingenti somme di denaro, di miliardi che da alcuni anni si stanno riciclando in Albania. Denaro sporco proveniente dalla ormai ben radicata e diffusa corruzione, dall’abuso di potere, ma anche dalle attività criminali, sia in Albania che in altri Paesi, Italia compresa. Denaro sporco in possesso non solo della criminalità organizzata locale e di molti politici corrotti, partendo dai più alti livelli istituzionali e/o di rappresentanza in Albania. Ma anche denaro sporco in possesso delle organizzazioni criminali di altri Paesi, Italia compresa (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia, 4 maggio 2020; Realtà nascoste con inganno da falsari di parola, 19 ottobre 2020 ecc..).

    Una simile, grave, pericolosa e preoccupante realtà è stata evidenziata da anni ormai anche da due note organizzazioni specializzate internazionali. Una è la FATF (Financial Action Task Force on Money Laundering, nota anche come il Gruppo di Azione Finanziaria (GAFI); n.d.a.). Questo Gruppo d’Azione Finanziaria è stato costituito a Parigi nel 1989, durante il vertice dei capi di Stato e di governo dei sette paesi più industrializzati del mondo, noto anche come il vertice del G7. Il Gruppo rappresenta un organo intergovernativo ed ha come compito anche il coordinamento e l’armonizzazione degli ordinamenti legali di vari Paesi, allo scopo di permettere ed attuare una coordinata operazione di contrasto contro la criminalità organizzata. L’altra organizzazione internazionale specializzata è MONEYVAL (nome comunemente riconosciuto al Committee of Experts on the Evaluation of Anti-Money Laundering Measures and the Financing of Terrorism – Comitato d’Esperti per la Valutazione delle Misure contro il Riciclaggio di Denaro e il Finanziamento del Terrorismo; è una struttura di monitoraggio del Consiglio d’Europa; n.d.a.). Il compito di questa struttura è quello di valutare la conformità dei principali standard internazionali per contrastare il riciclaggio del denaro sporco ed il finanziamento del terrorismo. Un altro suo compito è quello di fare delle raccomandazioni alle autorità nazionali per migliorare il loro sistema legale a fare fronte a simili obiettivi.

    Ebbene, dal 2018 ad oggi, tutti i rapporti annuali di MONEYVAL sono molto critici con l’Albania per quanto riguarda il riciclaggio del denaro sporco. L’autore di queste righe ha informato, a tempo debito, il nostro lettore di una simile e preoccupante situazione. Riferendosi al Rapporto ufficiale per il 2018 di MONEYVAL, nel capitolo sull’Albania si evidenziava che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro [sporco] in Albania”. In più il Rapporto, riferendosi all’altolocata corruzione, specificava che essendo “…legata spesso alle attività della criminalità organizzata, genera ingenti quantità di introiti criminali”. Lo stesso Rapporto di MONEYVAL per il 2018, riferendosi alla [mancata] responsabilità delle autorità, specificava che “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro [sporco]…”! Una situazione quella albanese che, invece di essere stata presa seriamente in considerazione dalle autorità, è stata ulteriormente peggiorata. Lo mette ben in evidenza il seguente Rapporto ufficiale del MONEYVAL per il 2019. L’Albania è stata addirittura declassata e messa nella cosiddetta “zona grigia”. Il che significava che l’Albania doveva rimanere “sorvegliata e sotto un allargato monitoraggio”. Secondo quanto previsto dalle normative che regolano il funzionamento di MONEYVAL, si stabilisce che “…gli Stati si possono mettere sotto sorveglianza allargata nel caso in cui si identificano delle serie incompatibilità con gli standard…”.  E si fa riferimento agli standard delle istituzioni dell’Unione europea! I paesi di quella “zona grigia” sono continuamente monitorati da parte di FATF e di MONEYVAL. L’autore di queste righe in quel periodo, riferendosi alle conclusioni dei due sopracitati rapporti e alla vera, vissuta e sofferta realtà albanese, scriveva che “…Cercare di corrompere tutti, tutti che si prestano alla tentazione della corruzione e ai profitti che ne derivano, nonostante nazionalità, madre lingue e cittadinanza, fa parte della strategia di gestione della cosa pubblica, quella realmente attuata in Albania” (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia; 4 maggio 2020). L’Albania, anche secondo l’ultimo Rapporto ufficiale del MONEYVAL per il 2021 e pubblicato nel marzo scorso, dopo le apposite verifiche fatte dal FATF, continua ad essere nella sopracitata “zona grigia”!

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto bisogno di continuare ad informare il nostro lettore sul riciclaggio pericolosamente in aumento del denaro sporco in Albania, nonché della connivenza dei massimi rappresentanti del potere politico con la criminalità organizzata, sia quella locale che internazionale, ‘Ndrangheta compresa. Ma lo spazio non glielo permette. Egli è però convinto che si tratta di realtà malavitose che dovrebbero preoccupare molto. E non solo in Albania. Diventa perciò importante il consiglio di Giovanni Falcone “Seguite i soldi e troverete la mafia, è tutto lì!”.

  • Da quale pulpito arrivano quelle minacciose prediche?

    Una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica

    Montesquieu; dal libro Spirito delle leggi

    L’arroganza, la prepotenza e l’uso delle offese volgari da coatto sono delle ben note caratteristiche comportamentali del primo ministro albanese. Caratteristiche pubblicamente manifestate sempre ed ogniqualvolta lui si trova in difficoltà, cercando di spostare e tergiversare l’attenzione pubblica. Sono delle manifestazioni consapevolmente attivate, con degli obiettivi ben determinati. Ma non di rado scaturiscono anche dallo sfogo del suo perturbato subconscio. Lo ha fatto spesso anche in queste ultime settimane, cercando di apparire “critico con le “ingiustizie”. Con quelle ingiustizie attuate, guarda caso, dal “riformato” sistema di giustizia in Albania che, invece, ha l’obbligo istituzionale di condannarle. Il primo ministro ha “criticato” proprio quel sistema che, dal 2016 in poi, lo ha sempre e fortemente applaudito come una significativa “storia di successo”! Avendo, in quella ardua impresa, simile alle fatiche di Sisifo, anche il continuo appoggio istituzionale dei soliti “rappresentanti internazionali”, l’ambasciatrice statunitense in primis, spesso in palese violazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Chissà perché?! Ma le cattive lingue ne hanno parlato di quelle “alleanze” e di servizi profumatamente ricompensati. Trovandosi in vistose difficoltà, il primo ministro albanese, non a caso, ha scelto una simile “strategia offensiva”. Sì, perché, dopo quasi nove anni di governo, non ha niente di concreto da dimostrare agli albanesi come un successo. Non ha niente da dimostrare agli albanesi come un impegno pubblicamente preso e poi realizzato. Non ha nessun risultato nella lotta contro la criminalità organizzata. Anzi! Perché, grazie alla sua ben nota, documentata e pubblicamente denunciata connivenza con la criminalità organizzata, il primo ministro albanese e i suoi sono riusciti a condizionare, controllare e manipolare i risultati elettorali, sia delle elezioni politiche che di quelle amministrative. Il nostro lettore è stato informato da anni e a più riprese di questa preoccupante realtà. La “vittoria” elettorale del 25 aprile 2021, fatti accaduti, documentati e pubblicamente denunciati alla mano, ne è una testimonianza molto significativa, tra le tante altre. E, guarda caso, le istituzioni del sistema “riformato” di giustizia, proprio quelle che in queste ultime settimane sono diventate l’obiettivo delle “forti accuse” del primo ministro, non hanno per niente reagito. Anzi, hanno chiuso occhi, orecchie e cervello ed hanno steso un velo pietoso di fronte alle tante denunce pubblicamente fatte ed ufficialmente consegnate.

    Il primo ministro albanese non ha fatto niente, ma proprio niente, per combattere la galoppante e ben diffusa e radicata corruzione che sta divorando tutto. Il primo ministro albanese e/o chi per lui, abusando del potere conferito, hanno messo in atto un consapevole, programmato e pauroso sperpero del denaro pubblico, con tutte le gravissime conseguenze, ormai a portata di mano. Il primo ministro albanese non ha bloccato l’aumento del debito pubblico, come aveva promesso nel 2013, quando ha cominciato a governare. Ma, peggio ancora, lui e/o chi di dovere hanno messo in moto un pericoloso e gravissimo aumento del debito pubblico. Debito che ha continuamente generato un profondo fosso finanziario, difficilmente colmabile, visti i continui abusi, con tutte le preoccupanti conseguenze non solo per il prossimo futuro, ma anche a medio e lungo termine. Si tratta di un periodo, questo attuale, che ha portato allo scoperto scandali e abusi milionari che coinvolgono direttamente, almeno istituzionalmente, sia il primo ministro, sia altre persone molto vicine a lui. Tra le quali anche la sua eminenza grigia, il segretario generale del Consiglio dei ministri. Il nostro lettore è stato informato nelle ultime settimane proprio di queste realtà e di questi scandali, quello dei tre inceneritori compreso (Misere bugie ed ingannevoli messinscene che accusano, 4 aprile 2022; A ciascuno secondo le proprie responsabilità, 26 aprile 2022; Diaboliche alleanze tra simili corrotti, 9 maggio 2022).

    Il primo ministro albanese ha scelto, non a caso, proprio la riunione dell’assemblea del suo partito, svoltasi il 7 maggio scorso, per “tuonare”, con delle dirette critiche, contro i massimi rappresentanti delle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia. Come aveva fatto un mese fa, il 9 aprile, durante il congresso del suo partito. Il primo ministro ha scelto di “attaccare fortemente” proprio quei rappresentanti che hanno avuto il suo pieno e consapevole consenso e supporto quando sono stati selezionati e poi sono stati votati in parlamento, controllato sempre dal primo ministro. Queste verità, relative alla selezione e alle nomine dei rappresentanti delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia in Albania sono ormai pubblicamente note. Verità testimoniate dai fatti documentati dal momento della costituzione delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia e poi dall’insediamento degli “attentamente vagliati” dirigenti di quelle istituzioni. Ebbene, il 7 maggio scorso, durante la riunione dell’assemblea del partito, pienamente controllato con mano forte dal primo ministro, lui ha “fortemente criticato” i massimi rappresentanti di una di quelle nuove istituzione del sistema “riformato” di giustizia. Anzi, dell’istituzione per eccellenza del sistema, la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata. Una Struttura della quale fanno parte sia la Procura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata, sia l’Ufficio Investigativo Nazionale. Ma nelle sue “forti critiche ed accuse” il primo ministro si è riferito in generale alla Struttura, senza specificare i suoi componenti. Anche perché non gli servivano dato che si trattava di una sua buffonata propagandistica, l’ennesima. Il primo ministro, invece di trattare i tanti gravi problemi con i quali si stanno affrontando ogni giorno gli albanesi, compresi anche l’abusivo, sproporzionato, continuo e drammatico aumento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità, che stanno ulteriormente impoverendo gli albanesi, si è scatenato contro i dirigenti della Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata. Ma viste le tante difficoltà con le quali si sta confrontando lui, i suoi più stretti collaboratori ed alcuni dei suoi ministri/ex ministri, al primo ministro serviva uno “spettacolo pubblico” del genere. Il sistema giudiziario dovrebbe essere uno dei tre poteri indipendenti in uno Stato democratico, insieme con quello legislativo ed esecutivo. Ma questa divisione dei poteri, chiaramente formulata da Montesquieu nel suo libro Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, purtroppo non funziona più in Albania. Nel suo libro Montesquieu scriveva: “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Lungimirante qual era e riferendosi alla vitale necessità della divisione reale dei tre poteri, Montesquieu aveva previsto ed espresso nel 1748 la sua convinzione che “Una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica”. Dai tantissimi fatti accaduti e che stanno tuttora e purtroppo accadendo, fatti denunciati, verificati, verificabili e ormai di dominio pubblico alla mano, risulterebbe che quanto aveva previsto ed espresso Montesquieu si sta attuando in Albania. Sì, perché in Albania, da alcuni anni, è stata restaurata e si sta consolidando una nuova dittatura sui generis. Una dittatura come espressione della pericolosa alleanza tra i massimi dirigenti del potere politico, rappresentato istituzionalmente dal primo ministro, con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali e/o internazionali. L’autore di queste righe, informando il nostro lettore, da anni sta evidenziano e denunciando, nel suo piccolo, una simile, pericolosa e gravissima realtà. E non solo per gli albanesi, ma anche per gli altri Paesi europei, come risulta dai dati ufficiali pubblicati nei diversi rapporti delle istituzioni specializzate internazionali e di alcuni singoli Stati.

    Tornando a quanto ha detto pubblicamente il 7 maggio scorso il primo ministro albanese, durante la riunione dell’assemblea del partito da lui diretto e personalmente gestito, bisogna sottolineare un evidente e semplice fatto. Un fatto che tutti sanno, ma che il primo ministro ha fatto finta che non esista. E cioè il diretto e personale controllo, proprio da parte sua, dei massimi dirigenti delle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia in Albania e della loro sudditanza nei confronti del “dirigente massimo”. E per far credere a tutti il contrario, cioè che lui non controlla il sistema “riformato” di giustizia, ha messo in scena l’ennesima buffonata propagandistica. Una buffonata che però non ha raggiunto l’obiettivo preposto e non ha prodotto l’effetto desiderato. Ragion per cui, sempre in vistosa difficoltà, il primo ministro, due giorni dopo, l’11 maggio scorso, ha convocato una conferenza con i giornalisti. Al suo fianco c’era anche il ministro della Giustizia. Ma come ci insegna la saggezza umana millenaria che la lingua batte dove il dente duole, anche il primo ministro albanese ha cercato di giustificare quanto aveva pubblicamente dichiarato due giorni fa, durante la riunione dell’assemblea del suo partito, sui dirigenti delle nuove istituzioni del sistema “riformato” di giustizia. Rivolgendosi ai giornalisti presenti, lui ha detto, tra l’altro, che quanto aveva dichiarato “…alcuni lo hanno considerato [come] pressione sulla giustizia, alcuni altri lo hanno considerato [come] paura, oppure perdita del potere. …”. E poi, siccome lui sa benissimo ed è ben consapevole del diretto coinvolgimento suo e dei suoi più stretti collaboratori in diversi scandali milionari, noti anche all’opinione pubblica, locale ed internazionale, il primo ministro, riferendosi a se stesso e agli altri rappresentanti del suo partito, ha dichiarato che “… per noi non ci sono degli intoccabili e che chiunque di noi, che possa avere un conto aperto con la giustizia, troverà [sempre] una porta chiusa nella nostra casa politica”. E poi, sempre dando ragione alla saggezza umana millenaria, secondo la quale la lingua batte dove il dente duole, ha cercato di convincere tutti che lui personalmente non è stato coinvolto in questa riforma (della giustizia; n.d.a.) “…per dire una cosa e farne un’altra. E neanche per usare politicamente la giustizia e neanche per attaccare politicamente gli avversari politici…”. Le ennesime bugie, gli ennesimi tentativi di ingannare, l’ennesima bufala propagandistica, durante la quale il subconscio del primo ministro albanese ha contraddetto ed evidenziato quello che la sua parte razionale ha cercato di nascondere e camuffare. Ed il simbolismo di questa contraddizione era il ministro della Giustizia, seduto proprio al suo fianco durante quella conferenza con i giornalisti. Quel ministro che alcuni anni fa è stato pubblicamente accusato e denunciato, presso le nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, come parte attiva delle manipolazioni elettorali. Uno scandalo, quello, reso noto anche da diverse intercettazioni telefoniche, pubblicate da diversi media locali ed internazionali.  Ma la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata, quella “attaccata” dal primo ministro, purtroppo non ha mai indagato sul caso, facendo proprio finta che non esistesse. E poi, la domanda di un giornalista, che si riferiva proprio a questo fatto, evidenziando che la persona al suo fianco “…oggi è il ministro della Giustizia e non di fronte alla giustizia”, ha messo in vistosa difficoltà il primo ministro, l’innato bugiardo ed ingannatore. Dopo quella domanda il primo ministro non ha risposto più alle altre ed è andato via.

    A chi scrive queste righe, riferendosi al comportamento del primo ministro albanese, viene naturale la domanda; da quale pulpito arrivano quelle minacciose prediche? Da quello istituzionale del capo del governo, oppure da quello di un dittatore che vuol controllare tutto e tutti? Giustizia compresa. Bisogna tenere sempre presente però, che una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica, come giustamente scriveva Montesquieu. E chi scrive queste righe ne è veramente convinto.

  • Diaboliche alleanze tra simili corrotti

    Il diavolo sa ben citare la Sacra Scrittura per i suoi scopi.

    William Shakespeare; da ‘Il mercante di Venezia’

    Oggi è il 9 maggio. Una data questa con tanto simbolismo. Una data che per i russi e i loro alleati è legata alla fine della seconda guerra mondiale. In realtà, la capitolazione della Germania è stata firmata a Reims il 7 maggio 1945 tra i rappresentanti del Terzo Reich e quelli dell’esercito alleato. Ma per espressa volontà di Stalin è stato preteso, richiesto ed ottenuto un secondo atto della firma di capitolazione. Atto svolto nella tarda sera dell’8 maggio 1945, mentre a Mosca era già 9 maggio. Ragion per cui, tutti i Paesi occidentali festeggiano la fine della seconda guerra mondiale ogni 8 maggio, mentre la Russia (come l’Unione sovietica prima) e i suoi alleati festeggiano il 9 maggio la giornata della Vittoria.

    “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata, se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. Con queste parole Robert Schuman, l’allora ministro degli Esteri francese cominciava il 9 maggio 1950 la lettura del testo che ormai è comunemente riconosciuto come la Dichiarazione Schuman per la costituzione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Una Comunità che fu costituita il 18 aprile 1951 a Parigi, con la firma dell’Accordo, dai rappresentanti di sei Paesi; Belgio, Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo e Olanda. Il simbolismo di quell’Accordo è molto significativo tenendo presente sia la storia conflittuale tra la Francia e la Germania fino a pochissimi anni fa, sia la lungimiranza dei Padri Fondatori per un’Europa unita. La Dichiarazione Schuman è riconosciuta anche come atto di nascita dell’attuale Unione europea. Ragion per cui il 9 maggio, la Giornata dell’Europa, viene celebrata ormai da anni come una Giornata per la pace e l’Unità in Europa.

    Oggi il 9 maggio, il presidente russo, in occasione della giornata della Vittoria ha continuato a chiamare la sanguinosa e crudele guerra contro l’Ucraina “un’operazione militare speciale”. Rivolgendosi ai partecipanti alla parata militare ha chiesto loro di continuare a combattere finché “non ci sia posto nel mondo per i criminali nazisti”! Mentre soltanto ieri sono stati uccisi da una bomba russa 60 civili inermi che, come ha dichiarato il presidente ucraino “…stavano cercando di trovare rifugio nella costruzione di una normale scuola che è stata presa di mira da un attacco aereo russo”. E la guerra, la sanguinosa e crudele guerra in Ucraina purtroppo continua….

    Era il 9 febbraio scorso. Tra le tante notizie rapportate dai media in Italia c’è stata anche una che si riferiva agli arresti domiciliari ai quali erano stati sottoposti cinque indagati nell’ambito di una inchiesta coordinata dalla procura di Napoli. L’operazione era stata eseguita dai carabinieri del Ros (Raggruppamento operativo speciale n.d.a.). Tra gli arrestati c’erano un magistrato, sostituto procuratore a Salerno all’epoca dei fatti contestati, ed un’avvocatessa, sua compagna. Sono stati arrestati anche due imprenditori. Il quinto arrestato era un generale della Guardia di Finanzia in pensione. Riferendosi a quanto ha rapportato l’Agenzia Nazionale Stampa Associata (Ansa) sul caso, il generale in pensione insieme con gli altri due imprenditori arrestati avrebbero facilitato un consorzio di imprese per trasferire la sede da Napoli a Salerno, per sfuggire alle interdittive antimafia. Sempre secondo l’Ansa, tra le aziende facenti parte del consorzio c’erano anche alcune riconducibili alla criminalità organizzata ed a noti clan malavitosi, tutti soggetti delle indagini del Ros e della procura di Napoli. In più gli inquirenti hanno avuto buoni e basati motivi per credere che il trasferimento della sede del consorzio da Napoli a Salerno, nonché l’assegnazione di incarichi dirigenziali al generale in pensione e ad un altro generale dell’Arma dei carabinieri, anch’egli in pensione, era stato organizzato ed attuato per dare a tutto “una parvenza di liceità”. L’Ansa rapporta anche che le indagini che sono state svolte dall’ottobre 2020 al luglio 2021 avrebbero “…fatto luce su un vero e proprio “patto corruttivo” tra il magistrato a conoscenza, per ragioni d’ufficio, di informazioni coperte da segreto, e gli imprenditori del consorzio, i quali, avvalendosi della sua compiacenza, sarebbero riusciti a evitare i provvedimenti interdittivi della prefettura di Salerno, dove, peraltro, il consorzio in questione aveva la sua sede”. In più e sempre riferendosi alle fonti mediatiche, risulterebbe che tutti gli arrestati “sono indiziati, a vario titolo, dei reati di corruzione per l’esercizio delle funzioni, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione in atti giudiziari e induzione indebita a dare o promettere utilità”. Le stesse fonti mediatiche rapportano che dalle indagini risulterebbe anche che “…Gli imprenditori, inoltre, sempre avvalendosi dell’aiuto del magistrato, avevano intenzione di allacciare rapporti privilegiati con i funzionari del Palazzo di Governo di Salerno per conseguire la collocazione del consorzio nella cosiddetta “white list”. Tra gli obiettivi che si erano prefissati figura anche la sottoscrizione di un protocollo di legalità tra il loro consorzio e la Prefettura”.

    Chi scrive queste righe informava il nostro lettore il 4 aprile scorso di un articolo pubblicato il 28 marzo scorso sul Corriere della Sera ed intitolato Covid Lombardia, la missione albanese nel 2020 tra festini e multe (con un benzinaio infiltrato tra i medici). L’autore di quell’articolo trattava quanto accadeva, più di due anni fa ormai, con un gruppo di 30 medici ed infermieri arrivati il 29 marzo 2020 a Verona dall’Albania, per poi affiancare i colleghi italiani dell’ospedale di Brescia. L’autore del sopracitato articolo, dopo aver trattato il caso legato ai medici e agli infermieri albanesi arrivati in Italia, e dopo aver evidenziato e denunciato scandali, festini e multe, nonché quantità di denaro non dichiarato trasportato con l’aereo che aveva portato i medici e gli infermieri in Italia, aveva fatto riferimento anche ad un avvocato albanese che accompagnava il gruppo. “…Dopodiché, in questa narrazione a ritroso si deve, per la cronaca, evidenziare l’azione di collante del famoso avvocato albanese Engieli Agaci, difensore spesso di grossi narcotrafficanti e uomo assai ascoltato dalle nostre istituzioni” scriveva l’autore dell’articolo pubblicato il 28 marzo scorso sul Corriere della Sera.

    Chi scrive queste righe dopo aver informato il nostro lettore il 4 aprile scorso del contenuto di quell’articolo, aveva anche promesso di continuare a trattare in seguito chi era e che rappresentava il “famoso avvocato albanese”. Egli scriveva allora “…Guarda caso però, quel “famoso avvocato albanese” è anche il segretario generale del Consiglio dei ministri in Albania e anche l’eminenza grigia del primo ministro” (Misere bugie ed ingannevoli messinscene che accusano, 4 aprile 2022). Nel frattempo, dal 24 febbraio scorso, la guerra in Ucraina ha attirato tutta l’attenzione istituzionale, pubblica, civica ed umana a livello internazionale. Ragion per cui, nel suo piccolo, anche l’autore di queste righe ha cercato, sentitamente e doverosamente, di esprimere per il nostro lettore anche la sua opinione e le sue ferme convinzioni sulla guerra, dando così il suo umile e modesto contributo. Ma siccome le promesse devono essere sempre mantenute, egli ha continuato ad informare il nostro lettore anche dell’eminenza grigia del primo ministro albanese il 26 aprile scorso. Allora, riferendosi sempre al “difensore spesso di grossi narcotrafficanti”, scriveva “…Sono state diverse le denunce pubblicamente fatte e mai contestate dal diretto interessato, che accusano l’eminenza grigia del primo ministro albanese. Denunce ed accuse che hanno a che fare con tanti scandali milionari, con l’abuso del potere istituzionale, compresa la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali ed istituzionali che vedono direttamente ed istituzionalmente coinvolto “il famoso avvocato”” (A ciascuno secondo le proprie responsabilità, 26 aprile 2022).

    Guarda caso il generale in pensione della Guardia di Finanza, messo agli arresti domiciliari il 9 febbraio scorso insieme con un magistrato, un’avvocatessa, sua compagna e due imprenditori, è una persona ben nota anche in Albania. E guarda caso, sempre riferendosi alle fonti mediatiche e alle denunce pubbliche fatte e mai contestate, il generale in pensione della Guardia di Finanza risulterebbe essere anche una persona legata a dei rapporti “d’amicizia e di lavoro” con l’eminenza grigia del primo ministro albanese. Il generale è venuto in missione in Albania nel 1997, periodo molto turbato dagli scontri armati dovuti al crollo degli schemi finanziari piramidali e fraudolenti. Poi il generale è ritornato in Albania nell’ambito delle operazioni di monitoraggio dei terreni, sparsi su tutto il territorio nazionale, dove si coltivava la cannabis. A lui si è fatto riferimento anche in una indagine giornalistica, trasmessa due anni fa su RAI 3. Il generale risultava essere allora il dirigente di un’associazione culturale italiana, registrata in Albania. Un’associazione alla quale era stato “regalato” un vasto terreno sulla costa Albanese, guarda caso, da una persona indagata in Italia per i suoi legami con la Sacra Corona Unita. Contattato allora per telefono dal giornalista di RAI 3, il generale aveva risposto che nel periodo in cui gli era stato “regalato” il terreno “non era a conoscenza dei problemi legali che poteva avere avuto in Albania e men che meno in Italia” colui che gli aveva “regalato” il vasto terreno sulla costa, in una nota area esclusiva. Sempre dalle indagini di alcuni coraggiosi giornalisti albanesi, risulterebbe che “il famoso avvocato” offriva sempre il “generoso supporto” al suo amico generale, arrestato il 9 febbraio scorso in Italia. “Intermediazione” per il “regalo” del terreno sulla costa compresa. Dalle indagini dei giornalisti albanesi e riferendosi ad un diplomatico italiano, risulterebbe che tra il generale e l’eminenza grigia del primo ministro albanese i legami di collaborazione sono continuanti anche dopo che “l’avvocato difensore spesso di grossi narcotrafficanti e uomo assai ascoltato dalle nostre (italiane; n.d.a.) istituzioni” è diventato, nel settembre 2013, il segretario generale del Consiglio dei ministri in Albania. Incarico che esercita tuttora. Contattato dai coraggiosi giornalisti albanesi, il diretto interessato ha rifiutato di rispondere!

    Da alcuni anni ormai in Albania è stato pubblicamente denunciato un clamoroso e milionario scandalo che riguarda i contratti concessionari del governo albanese per tre inceneritori mai funzionanti e comunque profumatamente, ma illegalmente e irresponsabilmente, pagati con il denaro pubblico. E tutto ciò in uno dei Paesi più poveri in Europa! Ebbene, anche in questo caso, una delle persone direttamente coinvolte, per le sue mansioni istituzionali, è proprio l’eminenza grigia del primo ministro albanese! Con la sua firma sono state approvate e portate alla riounine del Consiglio dei ministri contratti concessionari clientelistici e corruttivi. Emblematico è il contratto stipulato, mandato per avere l’opinione dei vari ministri, rimandato con le opinioni positive da tutti, per poi essere ristipulato il contratto definitivo per uno dei tre inceneritori. Contratto che, con la firma del segretario generale del Consiglio dei ministri, “il famoso avvocato”, è stato approntato per la successiva riunione del Consiglio dei ministri. Tutto ciò accadeva in un solo giorno; il 16 dicembre 2014! Durante quella riunione, svolta l’indomani, 17 dicembre, è stato approvato all’unanimità quel contratto del tutto clientelistico e corruttivo. Chissà perché tanta fretta?!

    Chi scrive queste righe considera come diaboliche alleanze tra simili corrotti i legami del generale in pensione, arrestato il 9 febbraio scorso in Italia, ed il “famoso avvocato”, che dal settembre 2013 è il segretario generale del Consiglio dei ministri in Albania. Il suo “amico” generale è ormai agli arresti domiciliari. Mentre purtroppo l’eminenza grigia del primo ministro continua a firmare atti corruttivi e clientelistici milionari. E chi di dovere “acconsente”. Comprese le istituzione del sistema “riformato” della giustizia. Il diavolo sa ben citare la Sacra Scrittura per i suoi scopi.

  • Testimonianze di crudeltà, sofferenze ed inganni istituzionali

    L’arroganza, la presunzione, il protagonismo, l’invidia:

    questi sono i difetti da cui occorre guardarsi.

    Plutarco

    Da 68 giorni ormai continua la guerra in Ucraina. Dal 24 febbraio scorso, quando le truppe armate russe entrarono nei territori ucraini, violando la sovranità di una nazione indipendente e membro dell’Organizzazione delle Nazione Unite, la popolazione ucraina sta subendo tutte le crudeltà della guerra. Di quella guerra che il dittatore russo e la sua propaganda cinicamente l’hanno considerata e continuano a farlo, come “un’operazione militare speciale”. Di quella guerra che, dal 5 marzo scorso, in Russia è vietata per legge considerarla come tale: chi trasgredisce rischia una pena fino a 15 anni di carcere. Una guerra che non riguarda soltanto e purtroppo i cittadini ucraini, ma per le dirette e/o indirette conseguenze derivate, riguarda anche i cittadini di molti altri Paesi. Perciò riguarda, purtroppo, tutti noi. Si, perché le mancate forniture di gas, di altri carburanti, nonché di generi alimentari di primissima necessità, come il grano, il mais, l’olio alimentare ecc., ormai stanno generando una crisi multidimensionale e a livello globale. Secondo un alto rappresentante del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite “…quasi 4,5 milioni di tonnellate di grano sono state bloccate nei porti ucraini a causa dell’invasione russa”. Sottolineando e ribadendo che “…La fame non dovrebbe diventare un’arma”. Ma, dati e fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo alla mano, il dittatore russo e/o chi per lui stanno usando quell’arma consapevolmente ed irresponsabilmente non solo contro gli ucraini, ma in una vasta scala globale. La stessa allarmante situazione l’ha confermata oggi anche il presidente ucraino. Secondo lui “…Il conflitto in Ucraina potrebbe innescare una crisi alimentare che interesserà tutti i Paesi del mondo”. Egli ha affermato anche che “…l’Ucraina potrebbe perdere decine di milioni di tonnellate di grano perché la Russia ha bloccato i suoi porti sul Mar Nero”. Ragion per cui diventa obbligatorio, seguire sempre con la massima attenzione e trattare con la massima responsabilità quanto accade in Ucraina. Ma anche capire le ragioni che hanno portato ad una simile, grave, preoccupante, pericolosa e drammatica situazione. Comprese tutte le derivanti conseguenze.

    Le crudeltà dell’invazione russa in Ucraina e della spietata aggressione che continua ormai da 68 giorni ha causate molte vittime tra gli inermi, innocenti ed indifesi cittadini. Solo nella martoriata Mariupol, la “città di Maria”, secondo quanto ha dichiarato ieri il sindaco, le vittime sembrerebbe siano veramente molte. Paragonando quelle attuali alle vittime della seconda guerra mondiale, il sindaco di Mariupol affermava ieri che “Nell’arco di due anni, i nazisti uccisero circa 10mila civili a Mariupol. Gli occupanti russi ne hanno uccisi 20 mila in due mesi. Oltre 40 mila persone sono state trasferite con la forza”. Per lui si tratta di “…uno dei peggiori genocidi di una popolazione pacifica della storia moderna”. E riferendosi proprio ai crimini di guerra, proprio ieri la procuratrice generale ucraina dichiarava che “…sono oltre 9 mila, nel dettaglio 9.158, i casi di crimini di guerra indagati in Ucraina e che sarebbero stati commessi dalle forze russe dall’inizio dell’invasione”. Mentre l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati rapportava oggi che “…sono più di 5,5 milioni le persone che sono fuggite dall’Ucraina dall’inizio dell’invasione russa”. Solo nella regione di Kiev “…Sono 219 i bambini uccisi e 405 quelli rimasti feriti in Ucraina dall’inizio della guerra lanciata dalla Russia lo scorso 24 febbraio”. L’ha confermato oggi il procuratore generale della capitale ucraina. E riferendosi solo alla regione di Kiev, il capo della polizia della regione ha dichiarato oggi pomeriggio che “Purtroppo, abbiamo reperti orribili e abbiamo registrato i crimini commessi dall’esercito russo nella regione di Kiev quasi ogni giorno. Dei 1.202 corpi di civili uccisi, 280 sono ancora da identificare”. E queste sono una minima parte di quanto è accaduto in Ucraina dall’inizio della guerra 68 giorni fa e che continua ad accadere. Purtroppo si tratta di numeri che inevitabilmente sono destinati ad aumentare con il passare dei giorni. Oggi pomeriggio l’Ufficio dell’organizzazione delle Nazioni Unite per i diritti umani ha rapportato che in Ucraina “… sono 3.153 i morti accertati fra i civili dopo l’invasione russa del 24 febbraio”. Ribadendo però che “…si tratta delle uccisioni verificate, ma che il vero numero potrebbe essere molto più alto”.

    Dopo lunghe e difficili trattative tra i rappresentanti istituzionali ucraini, insieme con quelli dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e del Comitato internazionale della Croce Rossa da una parte e i rappresentanti russi dall’altra si è arrivato finalmente a un accordo d’evacuazione. Grazie a quell’accordo sono cominciati ieri, domenica, e stanno continuando anche oggi ad uscire i primi gruppi di civili assediati da diverse settimane nei sotterranei del complesso siderurgico di Mariupol. La “città di Maria”, pesantemente bombardata da settimane con artiglieria, missili di ogni genere e ormai rasa al suolo, è diventata la città simbolo delle barbarie, della spietatezza e della programmata devastazione messa in atto dalle forze armate russe in Ucraina. Le immagini trasmesse in diretta dalle emittenti televisive locali ed internazionali testimoniano le drammatiche e vissute sofferenze di centinaia di donne e bambini asserragliati da tempo ed in condizioni disumane nei sottofondi dell’acciaieria di Mariupol. Quel complesso siderurgico, o meglio quello che è rimasto dopo pesanti e lunghi bombardamenti, rappresenta anche l’ultimo baluardo dove si sono ritirati e stanno continuando la loro resistenza anche i militari del battaglione Azov. Le immagini, trasmesse durante le ultime ore oggi mostrano donne e bambini che sembra uscissero dalle tenebre, dalle catacombe. Riuscivano con molta difficoltà ad abituarsi alla luce naturale. Sono delle testimonianze viventi della crudeltà degli invasori russi, che hanno causato tante privazioni e tante sofferenze umane per i civili asserragliati nei sotterranei dell’acciaieria di Mariupol, la martoriata “città di Maria”. Ma sono, allo stesso tempo, anche delle testimonianze viventi ed inconfutabili che evidenziano, smentiscono e denunciano tutti gli inganni istituzionali e della propaganda russa, da quando è cominciato questa sanguinosa e orrenda guerra.

    Ieri, domenica 1 maggio, il ministro degli Esteri russo durante un’intervista a “Zona Bianca”, un programma di approfondimento politico di Rete 4 (Mediaset; n.d.a.), ha dichiarato tra l’altro, che “…La denazificazione dell’Ucraina non è argomento delle negoziazioni ma esiste”. Mentre per il battaglione Azov che sta difendendo eroicamente dall’inizio della guerra Mariupol ha dichiarato che “[esso] sostiene apertamente Hitler e il suo credo”. Il battaglione per il quale, oggi, il presidente ucraino ha dichiarato che “… fa parte della Guardia nazionale”. Il ministro degli Esteri russo, durante la sopracitata intervista televisiva, riferendosi alle origini ebree del presidente ucraino ha affermato che “…anche Hitler aveva origini ebree, i maggiori antisemiti sono proprio gli ebrei”. Le dichiarazioni del ministro degli Esteri russo hanno subito suscitato la reazione delle massime autorità istituzionali in Israele, ma anche dei rappresentanti delle istituzioni in Ucraina e delle altre organizzazioni. Sono “gravi” per il primo ministro di Israele le dichiarazioni del ministro russo. Aggiungendo anche che…si smetta immediatamente di ricorrere alla Shoah (parola ebraica che significa catastrofe, disastro e distruzione; n.d.a.) del popolo ebraico come strumento per polemiche politiche”. Per il ministro degli Esteri di Israele le parole del suo omologo russo sono “imperdonabili, oltraggiose e un errore storico”. Riferendosi alla Shoah del popolo ebreo durante la seconda guerra mondiale, il vice presidente della Commissione europea ha detto oggi che “I commenti di Lavrov sulla Shoah sono inaccettabili”. Aggiungendo anche che “Qualsiasi tentativo di trasformare le vittime della Shoah in carnefici è inaccettabile”. Mentre per il ministro degli Esteri ucraino le dichiarazioni dell’omologo russo fatte ieri “…Più in generale, dimostrano che la Russia di oggi è piena di odio verso le altre nazioni”.  Un simile parere lo ha espresso oggi anche uno dei consiglieri del presidente ucraino, per il quale “…Mosca sta semplicemente cercando argomenti per giustificare gli omicidi di massa degli ucraini”. Per il presidente di Yad Vashem il Museo della Memoria di Gerusalemme, le parole del ministro russo sono “False, deliranti e pericolose”, aggiungendo che si tratta di affermazioni “degne di ogni condanna”. Ha reagito anche la Comunità ebraica di Roma, tramite la sua presidente. Per lei “Le affermazioni del Ministro degli Esteri russo Lavrov sono deliranti e pericolose”.

    L’autore di queste righe valuta che, riferendosi alle sopracitate dichiarazioni del ministro degli Esteri russo, sarebbe proprio il caso di fare riferimento al Salmo 12 dell’Antico Testamento, quello attribuito a Davide, re degli ebrei.  Sono molto significativi i seguenti versi del Salmo: “Si dicono menzogne l’uno all’altro, labbra bugiarde parlano con cuore doppio. Recida il Signore le labbra bugiarde, la lingua che dice parole arroganti” (Salmo 12/3-4).

    Gli stessi versi sono molto significativi anche per degli altri rappresentanti diplomatici. Ma non in Ucraina e neanche in Russia. Bensì in Albania. Si tratta dell’ambasciatrice statunitense che, da quanto è stata accreditata, ha palesemente e consapevolmente violato quanto prevede l’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Lo ha fatto in ogni occasione presentata e/o creata “a proposito” per appoggiare, accreditare qualsiasi azione governativa. Ma anche per giustificare e/o addirittura offuscare e, se possibile, annientare qualsiasi scandalo governativo. E questi ultimi sono innumerevoli, sempre milionari e in palese violazione delle leggi in vigore. La stessa ambasciatrice, dati e fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, sta coprendo anche il voluto, ben programmato ed altrettanto bene attuato fallimento della riforma del sistema della giustizia in Albania. Tutto per mettere il sistema sotto il controllo personale del primo ministro e/o di chi per lui. L’autore di queste righe da anni ormai e molto spesso, partendo dal 2016, quando sono stati approvati gli emendamenti costituzionali per avviare la Riforma del Sistema di giustizia, ha informato il nostro lettore con la necessaria oggettività di tutto ciò. Ebbene il 12 aprile scorso è stato pubblicato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America il Rapporto annuale sui diritti dell’Uomo. Il contenuto del capitolo sull’Albania è stato molto critico, evidenziando anche il controllo del sistema “riformato” della giustizia, la corruzione, il controllo, il condizionamento e la manipolazione dei risultati elettorali da parte delle istituzioni governative, il controllo crescente del potere politico sui media e tanto altro. Si tratta proprio dell’esatto contrario di quello che da anni l’ambasciatrice statunitense, dipendente proprio di quel Dipartimento di Stato, ha fatto e sta cercando di fare tuttora. Chissà perché ed in cambio di che cosa?!

    Chi scrive queste righe è convinto che l’ambasciatrice statunitense in Albania è diventata, nolens volens, una “validissima sostenitrice” di tutte le malefatte del primo ministro e dei suoi. Mettendosi così in palese violazione non solo dell’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Ma così facendo lei si è messa anche in palese contrasto con quanto viene scritto da anni sull’Albania nei rapporti ufficiali del Dipartimento di Stato, suo datore di lavoro. Così facendo però lei sta appoggiando il consolidamento della nuova dittatura sui generis in Albania, come da anni sta cercando modestamente di denunciare chi scrive queste righe. E in tutto quello che l’ambasciatrice statunitense ha fatto e sta facendo si nota la sua arroganza, la sua presunzione, il suo protagonismo. Non si sa se si tratta anche della sua invidia. Ma invidia o no, secondo il saggio Plutarco, tutti gli altri rappresentano dei difetti dai quali occorre guardarsi.

  • A ciascuno secondo le proprie responsabilità

    Dire le bugie è un difetto e le bugie sono sempre inutili perché, prima o poi,

    si sa la verità e ci si guadagna solo la vergogna di averle dette.

    Jules Renard

    La guerra in Ucraina purtroppo sta continuando da 62 giorni. Da quel 24 febbraio scorso, quando le truppe armate cominciarono quello che il presidente russo chiamò “un’operazione militare speciale”. E guai se qualcuno, chi che sia, parlasse invece di una guerra. Guai, perché soltanto alcuni giorni dopo l’invasione dei territori ucraini, il parlamento russo approvò in fretta e furia. il 4 marzo scorso. una legge che fu decretata subito dopo dal presidente ed entrata in vigore il 5 marzo. Una legge, l’unico obiettivo della quale era quello di impaurire e dissuadere chiunque avesse intenzione di considerare e trattare quello che stava accadendo in Ucraina dal 24 febbraio come una guerra. In caso contrario, essendo considerato “traditore”, perché stava consapevolmente operando contro “l’interesse nazionale”, per ogni cittadino russo la pena sarebbe stata fino a 15 anni di carcere. Da 62 giorni ormai quanto sta accadendo in Ucraina denuncia però proprio una sanguinosa e spietata guerra che ha causato molte vittime tra gli inermi ed indifesi cittadini ucraini. Ogni giorno che passa si stanno rendendo pubblici ulteriori casi di una barbara e consapevole crudeltà, attuata dai russi. Domenica scorsa si celebrava la Pasqua ortodossa, ma nessuna tregua è stata concessa in modo che i credenti ucraini potessero onorare i riti religiosi e festeggiare. A niente sono valsi neanche gli appelli di Papa Francesco al patriarca della chiesa russa Kirill, convinto sostenitore del presidente russo. Ragion per cui in nessuna città ucraina è stata possibile celebrare la messa a mezzanotte; un importante rito ortodosso. Domenica scorsa, giorno della Pasqua ortodossa, non solo non è stata concessa nessuna tregua, ma, addirittura, sono continuati i pesanti bombardamenti dell’artiglieria e gli attacchi missilistici. Soltanto ad Odessa, dai bombardamenti dal mare Caspio, sono state uccise otto persone. Compresa una giornalista ucraina e sua figlia di soli tre mesi. Il 25 aprile i russi hanno bombardato cinque stazioni ferroviarie nella parte centrale ed occidentale dell’Ucraina. Sono stati, purtroppo, diversi i morti e i feriti soltanto da quei bombardamenti. Nel frattempo la Commissione europea ha proposto ieri alcuni emendamenti alle normative dell’Eurojust (l’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale; n.d.a.). Un’agenzia, il cui obbligo istituzionale è quello di aiutare le amministrazioni nazionali a collaborare per combattere il terrorismo e gravi forme di criminalità organizzata che interessano più di un Paese dell’Unione. Ieri la Commissione europea ha chiesto perciò quegli emendamenti proprio per dare all’agenzia “la possibilità legale di raccogliere, conservare e condividere le prove dei crimini di guerra”. Perché, facendo riferimento a quanto sta accadendo in Ucraina dall’inizio della sanguinosa e spietata guerra, risulterebbe che “…a causa del conflitto in corso, è difficile immagazzinare e conservare le prove in modo sicuro in Ucraina”. In seguito “all’operazione speciale”, da un rapporto ufficiale dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, reso noto il 24 aprile scorso, risulta che il numero esatto dei profughi ucraini è 5.186.744. In più, all’interno dell’Ucraina, gli sfollati sono oltre 7,7 milioni.

    Le notizie che ogni giorno arrivano dalle varie città, o meglio da quello che è rimasto dalle varie città ucraine, sono veramente drammatiche e molto preoccupanti. Preoccupanti, ma anche ciniche, come la notizia resa nota oggi dal ministro della Difesa ucraino. Secondo lui anche durante questi ultimi giorni “…si stanno susseguendo contro il territorio ucraino una serie di attacchi missilistici senza precedenti”. Lui ha ribadito anche che “…Nella fase attuale i combattimenti più pesanti si svolgono sul fronte orientale. Nonostante le richieste del presidente Volodymyr Zelensky di dichiarare una tregua durante le vacanze della Pasqua ortodossa, che si è celebrata domenica, il nemico ha lanciato una serie di attacchi missilistici senza precedenti […] Con particolare cinismo sui missili lanciati dai russi è stata apposta la scritta ‘Cristo è risorto'”. Sempre oggi l’autorità nucleare statale ucraina Energoatom ha confermato ufficialmente che “…Due missili da crociera lanciati dall’esercito russo hanno volato a bassa quota questa mattina sopra la centrale nucleare di Zaporizhzhia a Energodar, nell’Ucraina sud-orientale”. Specificando anche che “…Il sorvolo di missili a bassa quota proprio sopra il sito della centrale, dove si trovano sette impianti nucleari, comporta rischi enormi. I missili possono colpire uno o più impianti nucleari, è una minaccia di catastrofe nucleare e radioattiva per tutto il mondo”.

    Ma oltre ai rapporti ufficiali delle istituzioni locali ed internazionali, oltre alle dichiarazioni delle massime autorità ucraine, soprattutto quelle del Presidente della Repubblica, un enorme contributo per conoscere la vera, vissuta e drammaticamente sofferta realtà in Ucraina, lo hanno dato e lo stanno dando anche i tanti giornalisti ed inviati speciali dei giornali e delle televisioni da diversi Paesi del mondo. Proprio grazie ad essi, alla loro professionalità, al loro coraggio, ai loro sacrifici e alla loro abnegazione che adesso si sa molto dai diversi fronti di guerra in Ucraina. Grazie ai tanti giornalisti ed inviati speciali è stato possibile conoscere le spaventose verità e le crudeltà patite e sofferte da inermi, innocenti ed indifesi cittadini ucraini ogni giorno dal 24 febbraio scorso. Realtà e verità che la propaganda a servizio del dittatore russo cerca con tutti i modi di camuffare, alterare, annebbiare e, se possibile, annientare. Diffondendo anche molte notizie false per confondere e ingannare l’opinione pubblica, sia in Russia che altrove.  Grazie al coraggio, alla professionalità e ai tanti sacrifici dei giornalisti e degli inviati speciali dei giornali e delle televisioni è stato reso possibile sapere realmente quello che sta accadendo in Ucraina durante questi 62 giorni di sanguinosa e spietata guerra.

    Purtroppo notizie preoccupanti, anche se per fortuna non dovute alla guerra, pervengono da diverse parti del mondo. Notizie che evidenziano e rendono pubblici allarmanti abusi di potere, atti di corruzione ai massimi livelli istituzionali. Notizie che testimoniano, documentano e denunciano delle verità dovute e derivate dal reale e palese pericolo della restaurazione e del consolidamento di regimi autocratici in altri Paesi del mondo. Compresa l’Albania.

    Il 4 aprile scorso l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di un articolo pubblicato il 28 marzo 2022 sul Corriere della Sera ed intitolato Covid Lombardia, la missione albanese nel 2020 tra festini e multe (con un benzinaio infiltrato tra i medici). L’autore di quell’articolo trattava quanto accadeva due anni fa con un gruppo di 30 medici ed infermieri arrivati il 29 marzo 2022 a Verona dall’Albania per poi affiancare i colleghi italiani dell’ospedale di Brescia. Era un periodo drammatico dovuto all’allarmante propagazione della pandemia in Italia. L’autore di queste righe scriveva convinto allora, nel marzo del 2020, che “…Fatti accaduti alla mano, sembrerebbe che al primo ministro interessi soltanto l’apparizione mediatica e le immagini di facciata per usi puramente propagandistici”. L’autore di queste righe era convinto allora, come lo è anche oggi, che si trattava di “…una ghiotta opportunità per il primo ministro albanese di apparire mediaticamente a livello internazionale”. Egli esprimeva per il nostro lettore la sua ferma convinzione che si trattava di “…una ghiotta opportunità per il primo ministro albanese di apparire mediaticamente a livello internazionale” (Decisioni ipocrite e pericolose conseguenze; 30 marzo 2020).

    Nel sopracitato articolo, apparso sul Corriere della Sera il 28 marzo scorso, l’autore affermava che “…Analisti internazionali avevano sintetizzato l’essenza della delegazione quale mossa geopolitica, legittima e regolare, del premier Rama, classiche manovre diplomatiche per avanzare crediti e acquisire ulteriori punti nella corsa a entrare nell’Unione europea”. L’autore di quell’articolo ha fatto però anche una denuncia. Si perché, riferendosi al gruppo dei 30 medici ed infermieri albanesi arrivati in Italia, egli ribadiva che “…Sopra il mar Adriatico, la squadra di Tirana viaggiò a bordo di un aereo in compagnia – non esiste nessuna indagine in quanto all’epoca e anche dopo non si vollero compiere accertamenti -, di soldi in contanti. Più di quelli, molti di più, ma tanti di più, che sarebbero serviti per vivere a Brescia, poiché gli albanesi furono ospiti come lo furono i russi, costatici 3 milioni di euro”. In seguito egli evidenziava che “…a ritroso si deve per la cronaca evidenziare l’azione di collante del famoso avvocato albanese Engieli Agaci, difensore spesso di grossi narcotrafficanti e uomo assai ascoltato dalle nostre istituzioni”. Per rendere chiaro di che si trattava, l’autore di queste righe informava il nostro lettore che “…Guarda caso però, quel “famoso avvocato albanese” è anche il segretario generale del Consiglio dei ministri in Albania e anche l’eminenza grigia del primo ministro”. E poi, siccome lo spazio non glielo permetteva di continuare a trattare quell’argomento, prometteva al nostro lettore di continuare “…a trattare questo argomento, perché è convinto che aiuterà molto a comprendere la gravissima realtà albanese, dovuta al consolidamento della dittatura sui generis in Albania” (Misere bugie ed ingannevoli messinscene che accusano; 4 aprile 2022). Egli chiede scusa di non averlo fatto la settimana successiva, come aveva promesso, perché per due settimane non poteva non trattare, fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, la crudeltà con la quale gli invasori russi hanno massacrato centinaia di inermi, innocenti ed indifesi cittadini ucraini. Compresi, purtroppo, anche centinaia di donne e bambini. Ma siccome ogni promessa è un debito, l’autore di queste righe continuerà ad informare il nostro lettore anche della vera, vissuta e sofferta realtà albanese. Come ha cercato di fare, con la massima responsabilità ed oggettività da diversi anni ormai. Ragion per cui egli oggi informerà il nostro lettore chi è e cosa rappresenta l’avvocato, l’eminenza grigia del primo ministro albanese. Colui che, dal 2013 ad oggi, è anche il segretario generale del Consiglio dei ministri, e al quale si riferiva l’autore del sopracitato articolo apparso il 28 marzo scorso sul Corriere della Sera. Sono state diverse le denunce pubblicamente fatte e mai contestate dal diretto interessato, che accusano l’eminenza grigia del primo ministro albanese. Denunce ed accuse che hanno a che fare con tanti scandali milionari, con l’abuso del potere istituzionale, compresa la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali ed istituzionali che vedono direttamente ed istituzionalmente coinvolto “il famoso avvocato”. Proprio colui che, non a caso, l’autore del sopracitato articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 28 marzo scorso, lo evidenziava come “il difensore spesso di grossi narcotrafficanti”.

    Chi scrive queste righe continuerà ad informare il nostro lettore dei continui e crescenti scandali che si stanno evidenziando e denunciando in Albania. Scandali che vedono coinvolti direttamente il primo ministro, la sua eminenza grigia ed altri suoi fedelissimi, nonché certi “rappresentanti internazionali”. Tra i quali l’ambasciatrice statunitense in prima linea, in palese e scandalosa violazione dell’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Chi scrive queste righe pensa ed auspica che tutti loro debbano essere trattati secondo le proprie responsabilità e conseguenze causate. Egli condivide la convinzione di Jules Renard, cioè che dire le bugie è un difetto e le bugie sono sempre inutili perché, prima o poi, si sa la verità e ci si guadagna solo la vergogna di averle dette. Se solo i bugiardi riuscissero a vergognarsi però.

  • Misere bugie ed ingannevoli messinscene che accusano

    La propaganda è veramente un’arma, come i cannoni o le bombe, e imparare a difendersene è importante come trovare riparo durante un attacco aereo.

    George Orwell

    L’efferata aggressione russa in Ucraina continua, mietendo migliaia di vittime innocenti, a causare ingenti danni materiali. Una inconfutabile e purtroppo orribile testimonianza della spietatezza degli invasori russi è stata resa pubblicamente nota domenica scorsa. Nella cittadina di Bucha, che si trova nelle vicinanze della capitale ucraina, è stata scoperta una fossa comune dentro la quale sono stati trovati dei cittadini uccisi, alcuni addirittura con le mani legate dietro la schiena e con un colpo d’arma da fuoco dietro la testa. Il capo dei soccorsi locali, che ha organizzato ed attuato il recupero dei corpi, secondo fonti mediatiche, ha dichiarato: “Qui, in questa fossa, sono sepolte 57 persone”. Le orrende e crudeli immagini di quello che è stato subito considerato e denominato come il massacro di Bucha hanno suscitato l’indignazione e la reazione dell’opinione pubblica ed istituzionale a livello internazionale. Quelle immagini potrebbero rappresentare un’ulteriore prova e testimonianza a supporto delle accuse di genocidio attuato da parte delle forze armate russe in Ucraina. Ovviamente, e come hanno fatto dall’inizio della guerra in Ucraina, lo scorso 24 febbraio, i rappresentanti istituzionali e la propaganda governativa russa hanno negato tutto, scaricando tutte le responsabilità ed incolpando gli ucraini. Una strategia mediatica e propagandistica quella, scelta consapevolmente ed attuata accuratamente, dall’inizio di quella che il dittatore russo, sempre per motivi propagandistici, ha denominata “operazione speciale”. E non solo con delle dichiarazioni smentite dalla vera, vissuta e tragica realtà, ma anche con una continua diffusione di notizie false. Dopo il massacro di Bucha, il ministro degli Esteri ucraino ha chiesto la presenza, al più presto possibile, di una missione della Corte penale internazionale (il Tribunale per i crimini internazionali con sede all’Aia, in Olanda; n.d.a.). Il ministro, durante un’intervista, ha dichiarato: “Urge che la Corte penale internazionale e altre organizzazioni inviino missioni a Bucha e nelle altre città e villaggi liberati della regione di Kiev per lavorare con la polizia ucraina nella raccolta di ogni possibile evidenza dei crimini di guerra russi”. Nel frattempo il presidente ucraino continua a denunciare le atrocità dei russi, che hanno causato migliaia di vittime e immensi danni materiali e a chiedere degli aiuti di ogni genere. Il presidente ucraino ha chiesto anche ieri “aiuto, ma non col silenzio”. Mentre, riferendosi all’orrendo massacro, ha detto: “…Voglio che ogni madre di ogni soldato russo veda i corpi delle persone uccise a Bucha…”. La spietata ed orribile aggressione russa in Ucraina, proprio quella che il dittatore russo classifica e chiama, con irritante ed offensivo cinismo, “operazione speciale”, giustamente sta attirando tutta la dovuta ed indispensabile attenzione dell’opinione pubblica, delle istituzioni internazionali e dei singoli Stati. Anche il nostro lettore, da quando è cominciata l’invasione dell’Ucraina da parte delle forze armate russe, è stato sempre, continuamente, oggettivamente e responsabilmente informato da molti validi colleghi. Compreso anche l’autore di queste righe che, nel suo piccolo, ha cercato di dare il suo modesto contributo. Ragion per cui egli si ferma qui, per trattare, nei seguenti paragrafi, un caso che è ritornato la scorsa settimana all’attenzione dell’opinione pubblica, prima in Italia e poi anche in Albania. Un caso che evidenzia le misere bugie e le ingannevoli messinscene, messe in atto due anni fa, che continuano però ad accusare e che continueranno a farlo, finché la vera giustizia, al di sopra delle parti, non sia attuata e rispettata.

    Era il 29 marzo del 2020. Un gruppo di 30 medici ed infermieri, partiti dall’Albania, arrivarono a Verona, dove sono stati ufficialmente accolti. In seguito il gruppo partì e raggiunse Brescia, dove era stato prestabilito che essi prendessero servizio, a fianco dei loro colleghi italiani. Era il periodo in cui la pandemia aveva cominciato a farsi sentire con delle gravi e preoccupanti conseguenze in Italia, soprattutto nelle regioni del nord. Era anche il periodo in cui, nonostante gli effetti della pandemia in Albania non fossero simili a quelli in Italia, la situazione doveva essere affrontata con la dovuta serietà e responsabilità. Cosa che però e purtroppo non è stata fatta. L’autore di queste righe ha informato allora il nostro lettore di tutto ciò. Così come ha evidenziato, denunciato e condannato allora anche una clamorosa, irresponsabile, vergognosa ed ingannatrice messinscena mediatica, con un unico protagonista: il primo ministro albanese.

    Era il periodo in cui i cittadini albanesi erano stati costretti a rimanere chiusi in casa, abbandonati e delusi dal comportamento irresponsabile e preoccupante delle istituzioni. E tutto ciò in un Paese dove la maggior parte delle famiglie aveva delle scarsissime risorse finanziarie per affrontare degli “scenari apocalittici”, come venivano descritti dal loro primo ministro. Il quale però non diede alle famiglie bisognose nessun supporto concreto. Era un periodo però in cui, come scriveva l’autore di queste righe, il primo ministro aveva scelto “…di essere ogni giorno, e fino alla nausea, l’unico comunicatore mediatico, ‘l’uomo sapiente di tutto’ e ‘l’uomo onnipotente’ che decide di tutto e per tutti”. Era però un periodo in cui “…in tutte le sue apparizioni video, con le sue parole, consapevolmente o perché non riesce a rendersi conto, sta inculcando paura e sta generando terrore psicologico tra i cittadini segregati in casa”. Il primo ministro allora parlava soltanto di “scenari apocalittici”, di “guerre micidiali con un nemico invisibile” e di tanto altro. Ed è arrivato fino al punto di minacciare, addirittura, gli albanesi che sarebbero stati “tritati come carne di cane” dalla pandemia se non avessero ubbidito ai suoi ordini! L’autore di queste righe scriveva convinto allora, nel marzo del 2020, che “…Fatti accaduti alla mano, sembrerebbe che al primo ministro interessi soltanto l’apparizione mediatica e le immagini di facciata per usi puramente propagandistici”. E guarda caso, a fine marzo 2020, si presentò o si creò proprio l’occasione. Era il 29 marzo quando i media albanesi ed italiani annunciarono la partenza e l’arrivo in Italia di 30 medici ed infermieri che avrebbero dovuto assistere i loro colleghi italiani per combattere la pandemia. L’autore di queste righe era convinto allora, come lo è anche oggi che si trattava di “…una ghiotta opportunità per il primo ministro albanese di apparire mediaticamente a livello internazionale”. Tenendo presente la grave situazione pandemica in Italia in quel periodo, l’autore di queste righe scriveva “…I medici e infermieri che hanno scelto di affiancare i loro colleghi italiani hanno fatto un atto che merita rispetto. Ma l’uso mediatico del primo ministro è stato un atto vergognoso. E anche irresponsabile”. Allora era il periodo in cui, vista la propagazione preoccupante della pandemia, anche in Albania la presenza dei medici e degli infermieri stava diventando sempre più indispensabile. Anche perché da anni in Albania era stata evidenziata e denunciata a più riprese “…l’allarmante carenza, non solo in infrastrutture, di materiali e apparecchiature indispensabili ad affrontare la pandemia”. Così come, da alcuni anni allora, era stata denunciata a più riprese “…l’evidente carenza in risorse umane specializzate, medici ed infermieri compresi”. Si trattava di specialisti, i quali “…in seguito alle ben note e fallimentari politiche del governo nel settore della Sanità, […] hanno purtroppo scelto di lasciare il Paese ed andare a lavorare in altri Paesi, soprattutto in Germania”. E questo, allora come oggi, era ed è un fatto ben noto a tutti in Albania. Ed era proprio in una simile ed allarmante situazione pandemica che stava affrontando il Paese, quando il primo ministro albanese, decise di mandare in Italia 30 medici ed infermieri. L’autore di queste righe scriveva convinto che gli “scenari apocalittici”, di cui stava parlando da non pochi giorni allora il primo ministro albanese “non si affrontano con la propaganda, con le bugie, con gli inganni mediatici e con l’ipocrisia”. Perché “…I cittadini impauriti, psicologicamente terrorizzati, segregati in casa e minacciati di multe salatissime per le loro tasche ormai vuote hanno bisogno di certezze e garanzie. Perché i cittadini non devono sentire degli aberranti avvertimenti da parte del loro primo ministro, secondo i quali saranno “tritati come carne di cane” dalla pandemia se non obbediscono ai suoi ordini!” (Decisioni ipocrite e pericolose conseguenze; 30 marzo 2020).

    Riferendosi sempre all’arrivo in Italia del gruppo dei 30 medici ed infermieri, l’autore di queste righe informava allora il nostro lettore che “…Quell’evento è stato accompagnato da un impressionante rendiconto mediatico, seguito da un’altisonante eco, sia televisivo che della carta stampata”. Aggiungendo però che “…Al centro di tutto ciò non erano però e purtroppo i medici e gli infermieri, come giustamente e doverosamente doveva essere. No. Era, invece, il primo ministro albanese”. Considerando, perciò, tutto come “…semplicemente l’ennesima buffonata mediatica dalla quale il primo ministro albanese ha cercato di trarre vantaggio”. L’autore di queste righe esprimeva per il nostro lettore la sua ferma convinzione, secondo la quale “…Purtroppo si è trattato di una messinscena mediatica, della quale, però, i cittadini italiani sono stati ingiustamente e immeritatamente non solo disinformati, ma anche ingannati”. Un inganno quello, nolens volens, messo in atto dai media in Italia che hanno presentato il primo ministro albanese come un “modello interessante di positività.” (Obiettivi mascherati di una messinscena mediatica, 6 aprile 2020).

    Ebbene, due anni dopo e proprio il 28 marzo scorso sul Corriere della Sera è stato pubblicato un articolo di Andrea Galli, intitolato Covid Lombardia, la missione albanese nel 2020 tra festini e multe (con un benzinaio infiltrato tra i medici). In quel articolo si denunciava che “Sopra il mar Adriatico, la squadra di Tirana viaggiò a bordo di un aereo in compagnia – non esiste nessuna indagine in quanto all’epoca e anche dopo non si vollero compiere accertamenti -, di soldi in contanti. Più di quelli, molti di più, ma tanti di più, che sarebbero serviti per vivere a Brescia, poiché gli albanesi furono ospiti come lo furono i russi, costatici 3 milioni di euro”. In seguito si evidenziava che però “…se già erano stati notori i bagordi e i festini alcolici degli albanesi nell’hotel che li ospitò a Brescia rimediando perfino surreali multe per gli assembramenti, e se anche in quel caso vi fu a monte un accordo tra il là premier (Edi Rama) e quello italiano Giuseppe Conte (con ruolo apicale del ministro degli Esteri Luigi Di Maio), ecco, bisognerà che qualcuno chiarisca cosa diavolo ci faceva un benzinaio nel gruppo di trenta medici e infermieri, al cui interno in ogni modo spiccarono giovani professionisti di valore”. L’autore dell’articolo pubblicato il 28 marzo scorso sul Corriere evidenzia, tra l’altro, che “…Analisti internazionali avevano sintetizzato l’essenza della delegazione quale mossa geopolitica, legittima e regolare, del premier Rama, classiche manovre diplomatiche per avanzare crediti e acquisire ulteriori punti nella corsa a entrare nell’Unione europea”. E non a caso egli sottolineava che “…a ritroso si deve per la cronaca evidenziare l’azione di collante del famoso avvocato albanese Engieli Agaci, difensore spesso di grossi narcotrafficanti e uomo assai ascoltato dalle nostre istituzioni”. Guarda caso però, quel “famoso avvocato albanese” è anche il segretario generale del Consiglio dei ministri in Albania e anche l’eminenza grigia del primo ministro.

    Chi scrive queste righe, con ogni probabilità, continuerà la settimana prossima a trattare questo argomento, perché è convinto che aiuterà molto a comprendere la gravissima realtà albanese, dovuta al consolidamento della dittatura sui generis in Albania. Una dittatura questa basata sulla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti locali e internazionali.  Una realtà che la propaganda governativa cerca di “annientare”. Come sta facendo la propaganda del dittatore russo, da quando ha cominciato l’invasione dell’Ucraina. Aveva ragione George Orwell, secondo cui “La propaganda è veramente un’arma, come i cannoni o le bombe, e imparare a difendersene è importante come trovare riparo durante un attacco aereo.

  • Tempo di scelta tra la dittatura e la democrazia

    Deve assolutamente esistere una possibilità di togliere

    il potere immediato a chi ne fa cattivo uso.

    Bertrand Russell

    Gli ultimi sviluppi del conflitto in Ucraina, anche durante lunedì, 7 marzo, dimostrano e testimoniano tutta l’aggressività e la crudeltà delle forze d’invasione russa. Nonché dimostrano tutta l’inaffidabilità del presidente russo e dei suoi più stretti collaboratori, facendo riferimento a quanto lui e/o chi per lui dichiarano pubblicamente. Il conflitto, cominciato nelle primissime ore del 24 febbraio scorso, continua, causando ogni giorno centinaia di vittime innocenti e distruggendo tutto con i bombardamenti. I russi non hanno rispettato neanche quanto avevano accordato il 3 marzo scorso riguardo il cessate di fuoco temporaneo e i corridoi umanitari. Centinaia di migliaia di ucraini continuano, ogni giorno, a lasciare il Paese. Sono soprattutto donne e bambini, mentre gli uomini, ma non solo, rimangono a lottare contro gli invasori russi. La loro resistenza, il loro coraggio e i loro sacrifici estremi rappresentano un’ammirevole testimonianza della responsabilità civica e del loro patriottismo.

    Nel frattempo in Albania domenica scorsa, 6 marzo, si sono svolte le elezioni amministrative parziali in sei comuni. I cittadini dovevano eleggere i nuovi sindaci, dopo che i loro predecessori, tranne uno, sono stati costretti a lasciare il posto, oppure rimossi, per motivi giuridici, di corruzione e altro. E tutti loro rappresentavano il partito del primo ministro attuale. Bisogna sottolineare che il mandato dei sindaci eletti durerà soltanto un anno, fino alle nuove elezioni amministrative previste per il 2023. In più, si è trattato soltanto di elezioni dei sindaci e non dei consiglieri comunali, essendo quelli attuali eletti ormai nelle precedenti elezioni amministrative del 2019. Elezioni che sono state boicottate in un modo del tutto inspiegabile ed ingiustificato, dopo una decisione politica presa dai dirigenti dell’opposizione. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Domenica scorsa in lizza c’erano i rappresentanti della maggioranza governativa e quelli delle due fazioni del partito democratico albanese, il maggior partito dell’opposizione. Fazioni quelle ufficializzate dal dicembre scorso, dopo il congresso dell’11 dicembre ed, in seguito, dal referendum, svoltosi una settimana dopo, il 18 dicembre, per approvare le decisioni prese dallo stesso congresso convocato dalla maggioranza dei sui delegati, come previsto dallo Statuto del partito. Tutti i delegati del congresso, dal settembre scorso, hanno aderito a quello che da allora è ormai noto come il Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese. Un Movimento quello nato per ripristinare tutti i valori e i principi che sono stati riconosciuti ed incorporati nello Statuto dalla costituzione del partito democratico il 12 dicembre 1990, come primo partito di opposizione alla dittatura comunista. I delegati del congresso dell’11 dicembre hanno anche tolto il mandato rappresentativo a colui che, dal 2013, era diventato il capo del partito ma il suo operato, le sue alleanze e i suoi accordi occulti con il primo ministro, i cui contenuti sfuggono ai più, sono risultati fatali, in seguito, non solo per il partito democratico, ma anche per il percorso democratico della stessa Albania. Non solo: rimasto in una evidenziata e verificata minoranza, circondato da alcuni pochi ubbidienti seguaci, l’usurpatore della dirigenza del partito democratico e i suoi hanno messo in scena un [anti]congresso proprio il 18 dicembre scorso. Ma, sempre fatti accaduti alla mano, quel congresso tutto poteva essere tranne che un raduno di membri ed elettori del partito democratico, diventando così vergognosamente e pubblicamente una misera messinscena ed una bufala per salvare la faccia e la sedia. L’usurpatore della dirigenza del partito democratico albanese, in tutta questa sua impresa ingannatrice ha avuto tutto il necessario appoggio del primo ministro e delle strutture governative. Comprese anche le “comparse” per riempire gli spazi che potevano rimanere vuoti senza la loro presenza.

    Quell’usurpatore ha beneficiato anche del sostegno della propaganda governativa e degli analisti ed opinionisti a pagamento, controllati dal primo ministro e/o da chi per lui. Proprio quelli che, fino a qualche mese fa, avevano fatto dell’usurpatore un bersaglio facile da attaccare e ridicolizzare. Con il supporto del sistema “riformato” della giustizia l’usurpatore della dirigenza del partito democratico è riuscito a rimandare, chissà per quando, una decisione obbligata dalla legge del tribunale di Tirana, con la quale di doveva formalizzare quanto deciso dal sopracitato congresso dell’11 dicembre scorso. Un “prezioso” supporto quello da parte del sistema “riformato” di giustizia, personalmente controllato dal primo ministro e/o da chi per lui per la sua “stampella”. Il nostro lettore è stato informato di questi sviluppi a più riprese durante i mesi precedenti (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021; Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso, 22 novembre 2021; Il vizio esce con l’ultimo respiro, 13 dicembre 2021).

    Ma quello del primo ministro, non era un supporto senza beneficio. Anzi, era ed è proprio il primo ministro ad essere direttamente interessato che l’usurpatore della dirigenza del partito democratico continuasse ad avere ancora in uso il timbro e la sigla del partito. E, cercando di salvare la faccia, la fazione facente capo all’usurpatore della dirigenza del partito democratico ha presentato il suo candidato in tutti i sei comuni per le elezioni amministrative parziali del 6 marzo scorso. Ma i consiglieri e gli strateghi elettorali del primo ministro avevano un altro obiettivo: quello di usare la sigla del partito democratico come una diversione, un inganno durante le elezioni per confondere i votanti e facilitare la vittoria dei propri candidati.

    Questa volta il primo ministro e i suoi non si sono “impegnati pubblicamente” durante la campagna come nelle altre precedenti elezioni. Il che, comunque, non significa che lui abbia rinunciato al “vizio” di manipolare, condizionare e controllare il risultato elettorale. Anzi! Anche durante questa campagna elettorale, nonché durante la giornata delle elezioni, sono stati verificati, documentati e denunciati dai media non controllati e dai rappresentanti della Commissione per la ricostituzione del partito democratico diversi casi di uso abusivo del potere amministrativo, dell’uso abusivo di tutti i mezzi a disposizione, in piena violazione delle leggi in vigore. Tra le tante denunce fatte c’è stata una che coinvolgeva direttamente e personalmente uno dei sei candidati della maggioranza governativa. Da una registrazione telefonica, resa pubblicamente nota il 4 marzo scorso, si sentiva chiaramente una richiesta abusiva del candidato sindaco a “scopo elettorale” a suo favore. Ebbene, in qualsiasi altro Paese democratico, dove il sistema della giustizia risulta essere uno dei tre poteri indipendenti, le istituzioni del sistema giudiziario avrebbero avviato subito un’inchiesta sul caso. Ma non in Albania però, dove purtroppo il sistema “riformato” è selettivo e agisce dietro ordini arrivati dai massimi livelli del potere politico ed istituzionale.

    Durante la campagna per le elezioni amministrative parziali del 6 marzo scorso, purtroppo sono stati verificati anche degli interventi a “gamba tesa” dell’ambasciatrice statunitense in Albania. Interventi in violazione dell’articolo 41 della Convenzione di Vienna per le relazioni diplomatiche. Lo ha fatto da quando è stata accreditata, appoggiando il primo ministro. Ma negli ultimi mesi, guarda caso, ha appoggiato, sempre abusando del suo stato istituzionale, anche l’usurpatore della dirigenza del partito democratico. Lo ha fatto “generosamente” anche durante l’ultima campagna elettorale. Questi atteggiamenti dell’ambasciatrice statunitense, in palese violazione del suo mandato istituzionale, ormai sono noti anche al nostro lettore. L’autore di queste righe ricorda al nostro lettore però cosa è accaduto in Italia, dopo che l’ambasciatore statunitense aveva chiesto ai cittadini italiani di votare ‘No’ durante il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Ormai si sa l’immediata reazione di tutti i partiti politici contro la richiesta dell’ambasciatore. Così come si sa anche la sua giustificazione e le scuse da lui chieste subito dopo.

    I risultati delle elezioni amministrative parziali del 6 marzo sono stati ufficialmente resi ormai noti. I rappresentanti della maggioranza governativa hanno vinto cinque dei sei comuni, dove si votava per eleggere solo il sindaco. Uno dei nuovi sindaci che hanno avuto il mandato è anche colui che, come risultava dalla sopracitata registrazione telefonica, aveva chiesto favori elettorali! Basta solo questo caso per capire quello che la propaganda governativa cerca di nascondere. I risultati ufficiali delle elezioni del 6 marzo hanno sancito anche la significativa vittoria del candidato del Movimento per la ricostituzione del partito democratico nella città simbolo dell’anticomunismo in Albania. Ma quello che bisogna sottolineare e che è altrettanto significativo riguarda il deludente, bensì atteso, risultato elettorale della fazione del partito democratico facente capo all’usurpatore della dirigenza del partito. La vistosa differenza tra i candidati delle due fazioni testimonia in modo palese e senza ambiguità chi sono i veri rappresentanti del partito democratico, così come toglie ormai ogni “giustificazione” all’usurpatore. Adesso anche il timbro e la sigla del partito devono essere consegnati ai legittimi aventi diritto. L’importanza, quella vera e a lungo termine, di queste elezioni parziali amministrative in sei comuni, riguarda il chiarimento finale e per sempre: chi rappresenta il partito democratico albanese. Si sapeva che il primo ministro, come ha fatto anche in precedenza, avrebbe messo in moto la sua ben collaudata macchina elettorale, con l’appoggio della criminalità organizzata e dei milioni provenienti dalle attività illecite e dal riciclaggio dei denari sporchi, condizionando e controllando il risultato elettorale. Così come è successo anche durante le elezioni del 25 aprile scorso, delle quali il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Ma il risultato delle elezioni del 6 marzo scorso ha palesemente dimostrato che il Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese ha avuto un convincente e schiacciante appoggio elettorale, mentre l’usurpatore ha registrato l’ennesima sconfitta, la quinta e senza nessuna ben che minima vittoria, facendo lui così, a livello personale, veramente pena. Nel frattempo però un’altra “perdente illustre” di queste elezioni è anche l’ambasciatrice statunitense, dopo il suo investimento personale, in palese violazione della Convenzione di Vienna, schierandosi così apertamente in appoggio dell’altro “perdente illustre”, l’usurpatore della dirigenza del partito democratico. Proprio di colui che purtroppo, in tutti questi anni, ha facilitato il compito del primo ministro albanese e delle sue alleanze occulte, per restaurare una nuova ma sempre pericolosa dittatura.

    Chi scrive queste righe, fatti accaduti, documentati, denunciati, verificati e verificabili alla mano, è convinto che in Albania ormai è stata restaurata una nuova dittatura sui generis come espressione di una pericolosa alleanza del potere politico, istituzionalmente rappresentato dal primo ministro, con la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti locali e internazionali. Chi scrive queste righe è altrettanto convinto che ormai lo scontro non è più quello tra le diverse ideologie. Lo scontro, sia a livello locale che più ampio, come nel caso dell’Ucraina, è quello tra le dittature e le democrazie e/o delle “tendenze democratiche” di società che, dopo una travagliata storia, stanno cercando di avviare dei processi democratici. Perciò per i cittadini e coloro che essi rappresentano è proprio il tempo di scelta tra la dittatura e la democrazia. E come in Russia, anche in Albania i cittadini devono reagire. Perché come era convinto Bertrand Russell, deve assolutamente esistere una possibilità di togliere il potere immediato a chi ne fa cattivo uso. E l’uso cattivo del potere lo sta facendo in Ucraina il presidente russo. Mentre in Albania il primo ministro.

  • Uso scandaloso di dati personali

    Mentire fa parte del mestiere del politico.
    Perciò, nel senso morale della parola, un politico non può mentire.

    Richard Nixon

    Era l’estate del 1972. Negli Stati Uniti d’America era in pieno svolgimento la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 7 novembre. Di fronte al candidato repubblicano, il presidente uscente Richard Nixon, c’era il candidato democratico George McGovern. Ma proprio in quell’estate negli Stati Uniti d’America scoppiò quello che diventò uno dei più grandi scandali politici: lo scandalo Watergate. Si chiamò così perché tutto cominciò nell’albergo Watergate di Washington D.C.. In quell’albergo si trovavano gli uffici del Comitato nazionale democratico per il candidato MvGovern. Tutto si scoprì per puro caso, proprio quando una guardia della sicurezza dell’albergo notò qualcosa di sospetto in una porta che collegava il parcheggio sotterraneo con il pozzo delle scale e avvertì la polizia. Gli agenti, arrivati subito, trovarono cinque uomini entrati negli ambienti del quartier generale del Comitato nazionale democratico. Dalle indagini in seguito risultò che quelle persone erano ritornate in quelle stanze per riparare delle microspie, da loro installate, per fare delle intercettazioni telefoniche. Lo scandalo è stato seguito giornalisticamente da due giornalisti del Washington Post. Grazie al loro lavoro e alla collaborazione, di uno di  loro, con una persona allora denominata “Gola profonda – deep throat” – e rimasta sconosciuta fino al 2005, si scoprirono molti dettagli dello scandalo Watergate. Nonostante alcuni dei più stretti collaboratori del presidente uscente Nixon sapessero tutto, a scandalo scoppiato tentarono di sdrammatizzare il caso. Durante una conferenza stampa, il 19 giugno 1972, il portavoce della Casa Bianca dichiarò che si trattava semplicemente di “un tentativo di scasso di terza categoria” e che non aveva niente a che fare con il presidente e i suoi collaboratori. Ma quanto si scoprì in seguito, grazie anche ai due giornalisti del Washington Post, che nel 1973 sono stati insigniti del premio Pulitzer proprio per le loro incessanti indagini sullo scandalo Watergate, portò ad una approfondita inchiesta da parte di una commissione del Senato e di altre istituzioni specializzate statunitensi. Da quelle indagini risultò che si trattava proprio di un piano ben ideato e attuato, tramite delle intercettazioni, di spionaggio ed altro, dai collaboratori del presidente Nixon per facilitare la sua rielezione il 7 novembre 1972. Elezioni vinte proprio da lui con il 60.7% dei voti. Ma il presidente rieletto non riuscì a finire il suo secondo mandato, nonostante avesse cercato di incolpare gli altri di quello scandalo. In seguito alle dichiarazioni di alcuni collaboratori del presidente, che avevano “vuotato il sacco” davanti ai giudici, il 27 luglio 1974 la Commissione Giudicante per la Camera dei Rappresentanti ha votato a favore del impeachment per il presidente (messa in stato di accusa; n.d.a.) per “aver ostacolato il corso delle indagini”. Nei giorni successivi sono state aggiunte due altre accuse contro il presidente: quella di “abuso di potere” e quella di “ostacolo al Congresso”. Era proprio la pubblicazione, ai primi giorni di agosto 1974, di una registrazione segreta, nota da allora come la “Pistola fumante – Smoking gun”, che tolse ogni dubbio; il presidente era stato informato ed aveva permesso tutte le attività illecite, ormai note come lo scandalo Watergate. Di fronte a quegli imbarazzanti e accusatori sviluppi, Nixon diede le sue dimissioni come presidente degli Stati Uniti d’America l’8 agosto 1974.

    Era la primavera del 2021. In Albania era in pieno svolgimento la campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 aprile 2021. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di tutti i clamorosi abusi fatti, del diretto e determinante coinvolgimento della criminalità organizzata per condizionare e controllare il voto, dell’uso illegale delle risorse umane, coinvolgendo e spesso obbligando i dipendenti dell’amministrazione pubblica e i loro familiari a votare per il partito del primo ministro e di tanto altro (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile, 19 aprile 2021; Il regime che si sta riconfermando dopo il 25 aprile, 27 aprile 2021; Dopo il 25 aprile chi si giustifica si autoaccusa, 3 maggio 2021).

    Era l’11 aprile 2021 quando un media albanese pubblicò la notizia di un grande scandalo che coinvolgeva direttamente il partito del primo ministro ed alcune istituzioni governative. Si trattava di un sistema ben organizzato di 9027 persone, tutte con nomi e cognomi evidenziati e facilmente verificabili, chiamate anche  “patrocinatori”, intendendo come tali delle persone che dovevano “stare vicine” ad altre persone, molte più persone, non tanto per proteggerle, quanto per sapere tutto di loro, promettendo “vantaggi’ se avessero votato per il primo ministro, oppure minacciando loro se il voto a favore non fosse stato dimostrato e verificato. “Patrocinatori” si chiamavano anche i collaboratori del famigerato servizio segreto durante gli anni bui della dittatura comunista. E per contattare tutte quelle persone i “patrocinatori” hanno avuto a disposizione tutti i dati personali, dei dati confidenziali e protetti dalla legge in vigore in Albania. Dai dati ormai di dominio pubblico da quell’11 aprile 2021 risulta che sono state 910.061 le persone ad essere contattate e/o sulle quali i “patrocinatori” dovevano raccogliere ed elaborare tutte le necessarie informazioni. Dati alla mano ormai, la persona più giovane dell’elenco aveva circa 18 anni, mentre quella più anziana circa 99 anni! Ma quello che rende lo scandalo ancora più clamoroso e preoccupante è che la maggior parte dei “patrocinatori” erano dei dipendenti dell’amministrazione pubblica, sia centrale che locale. Ed erano anche dei dipendenti delle istituzioni, per i quali la legge impedisce categoricamente il diretto coinvolgimento in simili attività politiche, come tutti i dipendenti della polizia di Stato, delle strutture dell’esercito e della Guardia repubblicana. Ma in Albania le leggi, quando serve al potere politico, soprattutto quello del primo ministro, valgono quanto una carta straccia. Per il primo ministro, i suoi stretti collaboratori e la propaganda governativa i “patrocinatori” erano soltanto dei “membri del partito che fanno un valoroso lavoro” (Sic!).

    Guarda caso però, dopo essere stato reso pubblico lo scandalo dei “patrocinatori”, le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia hanno “sbagliato obiettivo”. Invece di indagare come e perché sono stati messi a disposizione per scopi elettorali e come e perché sono stati usati tutti quei dati sensibili e personali, protetti dalle leggi e dalle convenzioni internazionali, riconosciute anche dall’Albania, quelle istituzioni hanno subito cominciato le indagini contro i due giornalisti e fondatori del media che ha reso pubblico lo scandalo. I procuratori della Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata, una delle nuove istituzioni del “riformato” sistema della giustizia in Albania, che si sono occupati del caso, hanno chiesto ed ottenuto il permesso dal tribunale ed hanno subito sequestrato anche tutti i sistemi computeristici e i dati del media incriminato, nonché i telefonini personali dei due giornalisti. Una palese ed inconfutabile dimostrazione e testimonianza del totale controllo del sistema da parte del primo ministro e/o da chi per lui. Subito dopo i due giornalisti si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Con una sua immediata delibera del 22 aprile 2021, quella Corte ha considerato la decisione presa dal tribunale albanese non valida ed ha deciso che “Le autorità (del Sistema di giustizia albanese; n.d.a.) devono impedire l’attuazione della delibera […] per il sequestro della strumentazione che serve per la conservazione dei dati e delle informazioni, dei computer o altre strumentazioni elettroniche appartenenti al ricorrente (il media danneggiato; n.d.a.)”. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di questo scandalo subito dopo essere stato reso pubblico (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile; 19 aprile 2021).

    Ma quella era solo una parte di uno scandalo ben più grande e clamoroso. Scandalo che diventò pubblico il 21 dicembre scorso. E si trattava sempre dell’uso abusivo, illegale e scandaloso dei dati personali dei cittadini albanesi, con tutte le preoccupanti e pericolose conseguenze derivanti. Si trattava di dati che riguardavano i codici delle carte d’identità, i nomi e cognomi di circa 630.000 cittadini, albanesi e non, il posto di lavoro, il loro compito lavorativo e i rispettivi stipendi, sia nell’amministrazione pubblica e statale, che nel settore privato. Alcuni giorni dopo sono state rese pubbliche anche le targhe delle macchine e chi le possiede. Da quei dati, sempre protetti dalla legge in vigore in Albania, che sono in possesso soltanto delle poche e ben evidenziate istituzioni governative, sono emerse altre inconfutabili testimonianze dell’abuso di potere conferito per uso elettorale. Sono state evidenziate delle “assunzioni elettorali” tra il gennaio e l’aprile 2021, proprio prima e durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 aprile 2021, con le quali il primo ministro ha “vinto” il suo ambito terzo mandato. Ma, allo stesso tempo, sono stati evidenziati, palesemente documentati e testimoniati anche dei casi eclatanti di “stipendi d’oro” e di “doppi ed ingenti stipendi” non giustificati e non giustificabili, sia nel settore pubblico che quello privato. Stipendi esorbitanti per molti analisti ed opinionisti che da anni hanno venduto l’anima e si sono messi a disposizione della propaganda governativa. E tutto ciò in uno dei Paesi più poveri dell’Europa. Anche di fronte a questo nuovo scandalo il primo ministro e i suoi più stretti collaboratori, nonché i media da lui controllati, hanno cercato di spostare l’attenzione pubblica su degli aspetti minori ed insignificanti dello scandalo stesso. Ed in qualche modo ci sono riusciti. Anche perché gli scandali si susseguono in Albania. Mentre il sistema “riformato” della giustizia, guarda caso, non riesce mai a trovare i veri colpevoli. Nel frattempo però, proprio mentre il 21 dicembre scorso era stato reso pubblico “lo scandalo degli stipendi”, scandalo che ha attirato anche l’attenzione mediatica internazionale, l’ambasciatrice statunitense continuava e continua ad elogiare i “successi” del Sistema di giustizia in Albania. Quello “riformato”, anche e soprattutto con centinaia di milioni di dollari dei contribuenti statunitensi, mai giustificati. Chissà perché?! Ma anche con altre centinaia di milioni di euro dei contribuenti dei Paesi dell’Unione europea, come ha evidenziato la settimana scorsa il rapporto annuale della Corte dei Conti europea. Bisogna però sottolineare che tra lo scandalo Watergate e i due sopracitati casi dell’uso scandaloso, preoccupante e pericoloso dei dati personali in Albania, c’è un elemento in comune: quello di fare di tutto per mantenere il potere. E quando poi lo scandalo diventa pubblico si cerca di insabbiare la verità e di minimizzare e sdrammatizzare tutto.

    Chi scrive queste righe, riferendosi all’uso scandaloso dei dati personali in Albania, ma non solo, è convinto che il sistema “riformato” della giustizia è tutt’altro che indipendente. Ragion per cui ha indagato i due giornalisti, che hanno pubblicato lo scandalo, invece dei veri responsabili. Chi scrive queste righe si chiede cosa sarebbe successo negli Stati Uniti d’America se invece di indagare i collaboratori del presidente Nixon per lo scandalo Watergate le istituzioni specializzate avessero indagato i due giornalisti del Washington Post come colpevoli? Ma negli Stati Uniti, dove funziona il sistema della giustizia, sono state condannate tutte le persone coinvolte e il presidente si è dimesso. Mentre i due giornalisti sono stati insigniti del premio Pulitzer. Invece in Albania il primo ministro, godendo il suo terzo mandato, si vanta addirittura del contributo dei “valorosi patrocinatori” e cerca di minimizzare, mentendo, tutto il resto. Aveva ragione perciò il presidente Nixon, secondo il quale “Mentire fa parte del mestiere del politico. Perciò, nel senso morale della parola, un politico non può mentire”. Ne è testimonianza il primo ministro albanese.

  • Il caso Georgieva scuote il Fmi e gli Usa valutano le dimissioni

    Il ‘caso Georgieva’ scuote e imbarazza il Fondo monetario internazionale a ridosso del tradizionale appuntamento autunnale che a Washington vedrà riuniti tutti i ministri dell’economia e i governatori delle banche centrali mondiali. La posizione della direttrice del Fondo appare sempre più in bilico dopo le gravi accuse secondo cui avrebbe favorito la Cina quando lavorava alla Banca Mondiale, manipolando alcuni dati.

    Così all’indagine interna condotta dal board del Fondo si sarebbe aggiunta quella del Tesoro americano che, secondo fonti dell’amministrazione Biden, starebbe discutendo anche l’ipotesi di clamorose dimissioni. In particolare, nella stanza del segretario al Tesoro Janet Yellen si starebbe valutando se debbano essere gli Stati Uniti, i maggiori azionisti del Fondo monetario internazionale, a chiedere eventualmente il passo indietro della direttrice. Anche se per ora al Tesoro nessuno conferma e ci si limita ad affermare pubblicamente come per gli Usa “l’integrità delle istituzioni internazionali è una priorità assoluta”.

    Intanto Kristalina Georgieva, 68 anni, economista e politica bulgara che è stata anche commissario europeo per la programmazione finanziaria e il bilancio, si difende con forza respingendo ogni addebito. Sentita dal board del Fondo avrebbe affermato – secondo il testo della sua testimonianza ottenuto dal Financial Times – di non aver “mai fatto pressione per alterare dati o analisi solo per far piacere a un particolare governo”, e di non aver “mai fatto pressione su nessuno per manipolare dati”. La direttrice generale del Fondo avrebbe quindi evidenziato “cinque errori fondamentali” commessi secondo lei nel rapporto dello studio legale WilmerHale, quello a cui la Banca Mondiale ha affidato l’inchiesta: “Sono giunti a conclusioni sbagliate sulla base di impressioni e opinioni di persone che non hanno partecipato agli eventi”, ha denunciato la Georgieva.

    Ma in base alle testimonianze di centinaia di ex dipendenti della Banca Mondiale la politica bulgara sarebbe stata “direttamente coinvolta” negli sforzi per migliorare il posizionamento della Cina nel rapporto ‘Doing Business 2018’, mantenendola al 78mo posto invece di certificare lo scivolone all’85ma posizione. Si tratta di un rapporto annuale in cui si misurano i costi sostenuti dalle aziende in base alle leggi e ai regolamenti in 190 Paesi, per stabilire così dove è più conveniente fare impresa. Le presunte pressioni della Georgieva per modificare i dati, aggiunge l’inchiesta, sarebbero state esercitate mentre la Banca mondiale cercava di ottenere l’appoggio di Pechino per un aumento di capitale.

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