Corruzione

  • Patti con Satana e irritanti bugie

    La brama di ricchezze è la radice di tutti i mali

    San Paolo

    Vade retro me Satana! Allontanati da me Satana! Così si descrive nel Vangelo di Marco (8;33) la scena del diverbio tra Gesù e Pietro. Tutto accadeva subito dopo l’annuncio, da parte di Gesù, della sua prossima morte e l’immediata reazione determinata e contraria di Pietro. Il riferimento da parte dell’evangelista Marco al Satana non è stato casuale. Perché così si metteva in chiaro che Pietro, con la sua reazione, si stava opponendo alla volontà di Dio. Volontà alla quale Gesù non doveva far altro che obbedire. Proprio quel Gesù che alcuni anni prima aveva subito e affrontato, per quaranta giorni nel deserto, le tre tentazioni di Satana. Riferendosi all’evangelista Marco, sappiamo che “Subito dopo lo Spirito lo sospinse (Gesù; n.d.a.) nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano” (Marco; 1/12-13). Secondo gli evangelisti, dopo essere stato battezzato da Giovanni Battista, Gesù digiuna per quaranta giorni e quaranta notti nel deserto. In quel periodo Satana lo tenta per tre volte. Le tentazioni riguardavano il cibo, il facile successo e il potere. Ma dopo ogni tentazione Gesù rispondeva fermamente e con saggezza a Satana, testimoniando la sua profonda ed imperturbabile fede nel Signore.

    La vita quotidianamente vissuta, dalla notte dei tempi ad oggi, insegna che quelle tre tentazioni sono sempre alla base di tante altre tentazioni con le quali possono essere affrontati ogni giorno gli esseri umani. Dipende poi da loro come reagiranno e da che parte staranno. Con Dio o con Satana. Con il Bene o con il Male. Una scelta, di fronte alla quale non sfugge e non può sfuggire nessuno durante la vita.

    Il 29 maggio scorso a Bruxelles, i rappresentanti della Commissione europea hanno presentato il Rapporto di progresso, per il 2019, dei Paesi aspiranti ad aderire all’Unione europea. Un Rapporto scritto in “burocratese”, come spesso accade in simili occasioni. Lo dimostrerebbe benissimo, perlomeno, il capitolo che riguarda l’Albania. Frasi che dicono e non dicono. Constatazioni importanti che dovrebbero essere e che invece mancano. Espressioni con le quali si cerca di spiegare, ma che, al contrario, si crea confusione. Un capitolo, quello sull’Albania che, soprattutto, tenta di nascondere la vera e allarmante situazione nella quale si trova il paese.

    Ma quelle che sono state veramente irritanti e prive di qualsiasi realtà erano le dichiarazioni di alcuni tra i massimi rappresentanti della Commissione. Il Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento, Johannes Hahn, riferendosi all’adempimento delle condizioni poste dal Consiglio europeo per l’Albania dichiarava il 29 maggio scorso che “alla luce del significativo progresso raggiunto […] la Commissione raccomanda al Consiglio di aprire i negoziati con l’Albania”. Parlando di successi, visti soltanto da lui e da pochi suoi simili, Hahn dichiarava che si sentiva “contento di vedere come l’Albania ha proseguito con la riforma della giustizia”. Ebbene, fatti alla mano, se c’è un enorme e stridente fallimento quello è proprio il totale fallimento della riforma della giustizia. Poi, riferendosi alle condizioni poste dal Consiglio europeo, che invece di cinque, dopo il vertice di Lussemburgo del 26 giugno 2018, sono diventate tredici e ben articolate, bisogna che qualcuno dica al Commissario Hahn che, sempre fatti alla mano, nessuna di quelle tredici condizioni, ad oggi, è stata adempita. Anzi! Ci sono alcune nelle quali sono stati fatti passi indietro. Come nella riforma della giustizia, per esempio. Che qualcuno glielo dica!

    Ovviamente non potevano mancare gli elogi dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini. Secondo lei “l’Albania è pronta per l’apertura dei negoziati”. Anche lei ha elogiato il successo con la riforma della giustizia e ha concluso la sua dichiarazione ripetendo che “l’Albania è pronta per l’avvio dei negoziati all’adesione”. Irritanti bugie e completa mancanza di senso di responsabilita istituzionale! Ma la Mogherini è recidiva in simili dichiarazioni, tanto che ormai nessuno la prende sul serio in Albania, anzi! Sembra che finalmente si sia reso conto anche il suo “garante”, Matteo Renzi. Nel suo libro appena pubblicato e intitolato “Un’altra strada. Idee per l’Italia” Renzi, riferendosi alla Mogherini, scrive che “l’impatto sulla politica estera è stato prossimo allo zero”! In più Renzi se ne assume la responsabilità per essersi imposto nel 2014 per la nomina di Mogherini.

    L’autore di queste righe poteva scrivere tanto sulle [volute] inadempienze nell’operato di alcuni alti dirigenti e rappresentanti della Commissione europea, sia a Bruxelles che a Tirana. Con tutte le gravi conseguenze, tuttora presenti. Sarà per un’altra volta. Una cosa è però certa. E cioè che l’Unione europea intesa, ideata ed attuata dai Padri Fondatori con la firma dei Trattati di Roma, il 25 marzo 1957, non è mai e poi mai quella rappresentata da alcuni rappresentati e funzionari della Commissione europea. Mogherini compresa.

    Chi scrive queste righe pensa che i rappresentanti della Commissione europea, sia a Bruxelles che a Tirana, con il loro operato e le loro dichiarazioni offendono l’intelligenza dei cittadini albanesi. Egli non riesce a capire dove trovano il coraggio coloro che raccomandano, senza condizioni, l’apertura dei negoziati all’Albania per l’adesione nell’Unione europea. Perché, dati e fatti alla mano, l’Albania sta diventando ogni giorno che passa un regime totalitario sui generis. Perché l’Albania è ormai un paese dove, tra l’altro, da un anno non funziona più la Corte Costituzionale, essendo l’unico paese al mondo in una simile e gravissima situazione. Di certo non si parla di dittature. Era accaduto soltanto in Austria nel 1938, durante l’Anschluss. Ma allora si trattava dell’occupazione dell’Austria da parte dei nazisti. Mentre in Albania adesso, oltre alla Corte Costituzionale, non funziona più neanche la Corte Suprema. È forse un caso?! Nel frattempo però nessuno degli alti rappresentanti della Commissione europea ha mai detto una sola parola su questa allarmante e pericolosissima realtà. E forse un caso?!

    Chi scrive queste righe da tempo è convinto che la riforma della giustizia in Albania rappresenta uno dei più clamorosi fallimenti ideati, previsti, voluti e attuati dal primo ministro e da tutti coloro che lo sostengono. Compresi anche alcuni alti rappresentanti della Commissione europea, i quali, dopo aver aiutato a rendere possibile la costituzione di tutte le condizioni che hanno portato a questa grave crisi in cui versa l’Albania, adesso vogliono e cercano di nascondere anche i loro continui fallimenti. Egli altresì è stato sempre convinto e pensa che i cittadini albanesi e chi li rappresenta devono mirare, cercare, lavorare, impegnarsi seriamente ed essere orgogliosi solo e soltanto se l’adesione dell’Albania all’Unione europea venga effettuata in base ai meriti.

    Finalmente chi scrive queste righe pensa che Satana non avrebbe e non ha mai avuto bisogno di chiedere un patto con alcuni alti rappresentanti della Commissione europea, sia a Bruxelles che a Tirana. Loro stessi sono corsi da lui mettendogli le anime in mano in cambio di quello che loro sanno, cedendo poi a tutte le sue tentazioni. Perché la brama di ricchezze, essendo la radice di tutti i mali, come diceva San Paolo, quando ti prende non conosce limiti.

     

  • Bugie e inganni

    L’un nasce ladro e l’altro ladroncello, né a tutti i prepotenti è ugual destino.
    Dove passa la vespa, nel tranello rimane il moscerino.

    Jean de La Fontaine; “Il corvo che volle imitare l’aquila”

    La favola comincia così: “Vedendo un corvo l’aquila, che audace rapiva un agnelletto, più debol, ma non men di lei vorace, vuol tentare il medesimo colpetto”. Perciò salta addosso a un bel montone, volendo imitare così il grande rapace. La Fontaine, basandosi su una favola di Esopo, si riferisce all’aquila non come simbolo di nobiltà, di fierezza e di libertà, bensì con altre e meno pregevoli connotazioni. Il corvo, che cominciava a godere il colpo, non sapeva però che il montone pesava molto e che aveva un pelo folto “che la barba parea di Polifemo”, come scriveva Jean de La Fontaine. Non solo non riusciva a sollevare quella preda, perché era pesante, ma sfortuna nella sfortuna, era proprio il pelo del montone, aggrovigliato nei suoi artigli, che non permise più a quel disgraziato corvo di staccarsi e fuggire, mentre il pastore si stava avvicinando minaccioso. Il pastore prese l’avido corvo e lo diede ai suoi pastorelli per usarlo come zimbello. Così finisce la favola. E le favole, si sa, tramite allegorie, simbolismi e metafore rappresentano la saggezza secolare dei popoli.

    Da anni in Albania si sta soffrendo per i ladri. Ma non per ladri qualsiasi, bensì per ladri molto pericolosi e altolocati politicamente. Ladri che nonostante abusino e rubino a più non posso, scappano sempre al tranello, mentre vengono presi soltanto i ladruncoli. Come il corvo della favola. In Albania questa grave realtà è ben conosciuta e di dominio pubblico, nonostante gli sforzi della propaganda governativa, che fa di tutto per nasconderla. Purtroppo non succede niente perché neanche i procuratori e i giudici non riescono a vedere e a constatare niente! Ergo, questa realtà non esiste! E non poteva essere altrimenti. Perché si sa, il sistema della giustizia, ormai pericolosamente politicizzato e messo sotto il controllo e al servizio del primo ministro, è il derivato diretto della volutamente fallita riforma della giustizia.

    Ma nonostante gli sforzi enormi e continui della propaganda governativa, sostenuta anche dalla “cecità e inattività” del sistema di giustizia, questa realtà non si può nascondere. Lo hanno notato ed evidenziato ormai alcuni tra i più importanti media internazionali. Senz’altro questa realtà la conoscono benissimo anche i servizi segreti di alcuni dei paesi occidentali presenti in Albania, perché quanto accade ormai lì ripercuote e desta preoccupazione anche da loro. Sia in termini di criminalità organizzata e di riciclaggio del denaro sporco, che di altro. Questa grave realtà è stata evidenziata anche nel Rapporto ufficiale per il 2018, che il Dipartimento di Stato ha presentato al Congresso degli Stati Uniti giovedì scorso. Un rapporto che mette nero sul bianco quanto accade realmente in Albania e che ha messo in affanno i diretti interessati, allo stesso tempo i diretti responsabili. I quali, primo ministro in testa, cercano di far finta di niente, per l’ennesima volta, con la disperata speranza che la propaganda governativa possa salvare il salvabile. E che, male che vada, fare in modo che nel tranello rimangano, come nella favola del corvo e dell’aquila, soltanto alcuni ladruncoli e non i veri ladri molto altolocati politicamente.

    Secondo il sopracitato Rapporto per il 2018 del Dipartimento di Stato, riferendosi ai media, l’Albania risulta essere “fonte della [produzione] di cannabis e, sempre di più, un paese di transito della cocaina e dell’eroina”. Per poi evidenziare che la criminalità organizzata albanese gestisce ormai il traffico della cocaina e dell’eroina dai paesi produttori dell’America latina e dell’Asia, verso i mercati europei. Un altro fatto, ben noto ormai in Albania, riguarda la corruzione governativa. Secondo il Rapporto “la corruzione governativa è ben diffusa” stimolando perciò un ambiente nel quale i trafficanti delle droghe “operano senza essere puniti”. In quanto al riciclaggio del denaro sporco, sempre nel sopracitato Rapporto si afferma che durante il 2018 il governo albanese non è riuscito a contrastare e combattere il riciclaggio. Dal Rapporto risulta che “Le costruzioni, i progetti per lo sviluppo delle imprese e i giochi d’azzardo sono i metodi più efficaci per il riciclaggio del denaro della criminalità [organizzata] albanese”.

    Si tratta di una realtà ormai e purtroppo ben nota e denunciata continuamente in Albania. Ma che “stranamente” è una realtà che “sfugge” agli occhi, alle orecchie e alla dovuta e doverosa attenzione istituzionale di alcuni “rappresentanti internazionali” accreditati in Albania. Dalle loro continue e non sempre appropriatamente fatte dichiarazioni pubbliche, risulterebbe che questa realtà “sfugge” però ad alcuni rappresentanti diplomatici statunitensi. I quali elogiano soltanto i “successi’ del governo e descrivono una realtà albanese molto rassicurante e promettente. Realtà che però è ben diversa da quella descritta dal sopracitato Rapporto per il 2018 del Dipartimento di Stato. Chissà perché?!

    Una realtà questa albanese, che sembrerebbe sia “sfuggita” anche al massimo rappresentante della Delegazione dell’Unione europea a Tirana. Il quale dichiarava, all’inizio della settimana scorsa, che dal giugno scorso ad oggi l’Albania “ha fatto un considerevole progresso”! Il che contrasta fortemente con quello che accade quotidianamente. Sembra che al rappresentante dell’Unione europea sia sfuggita, tra l’altro, la pubblicazione dei contenuti di alcune intercettazioni dalle quali risulta il coinvolgimento attivo della criminalità organizzata durante le elezioni politiche del 2017. Sembra che allo stesso rappresentante siano sfuggite anche le ultime pubblicazioni, durante la scorsa settimana, dei contenuti di alcune intercettazioni telefoniche che coinvolgerebbero alti funzionari della polizia di Stato che trattano con un “trafficante attore” per coprire uno scandalo governativo. Chissà perché?!

    A questo punto viene naturale la domanda: a chi e a cosa credere? Alla realtà quotidianamente vissuta e sofferta dai sempre più poveri cittadini in Albania? Alle evidenze documentate, da quei pochi media ancora non controllati e da alcuni rappresentanti dell’opposizione, sulla crescente e diffusa corruzione governativa? A tutto quello che risulta dalle intercettazioni telefoniche, dalle quali risulterebbero coinvolti alti funzionari della polizia di Stato? Alla provata connivenza della criminalità organizzata con i massimi livelli della politica? All’arroganza del primo ministro che adesso controlla personalmente tutto il sistema della giustizia, oltre a tante altre istituzioni pubbliche e statali? E ultimamente, anche ai contenuti del Rapporto per il 2018 del Dipartimento di Stato? Oppure alle dichiarazioni di alcuni “rappresentanti internazionali” in Albania? E poi, per chi lavorano realmente questi “rappresentanti internazionali”?! A chi e a cosa credere?

    Chi scrive queste righe è convinto che le bugie e gli inganni del primo ministro e dei suoi, compresi anche alcuni importanti “rappresentanti internazionali” non possono durare a lungo. Perché, come dice la saggezza popolare, con le bugie si può andare avanti in tutto il mondo, ma non si può mai tornare indietro. Egli è altresì convinto anche che verrà un giorno, quando insieme con i ladroncelli, saranno presi nel tranello anche i ladroni. E per l’Albania e gli albanesi prima questo giorno verrà e meglio sarà!

  • In attesa di Giustizia: botti di fine anno

    Chissà se a Capodanno assisteremo ad altre scene di giubilo dai balconi di Palazzo Chigi? La legge finanziaria è in via di approvazione in “zona Cesarini” e ce la dovrebbe fare, evitando il problematico esercizio provvisorio di bilancio; ci sarà poi da attendere il via libera definitivo da Bruxelles a gennaio inoltrato e la declinazione di una quantità di decreti attuativi. Forse niente botti di fine anno per questo motivo e, forse, la delicatezza del momento ha fatto passare in secondo piano l’approvazione del c.d. “Spazzacorrotti”: la complessa disciplina che rielabora il palinsesto delle norme a contrasto dei reati contro la Pubblica Amministrazione.

    In passato ne avevamo già trattato, quando era solo una bozza, ora meriterebbe approfondimenti non esauribili in un solo articolo ma – sin d’ora – è possibile considerare come ci sia poco da compiacersi per un intervento che, ancora una volta, non va alla radice del problema per marginalizzare il fenomeno corruttivo bensì tocca, più che altro, lo statuto penale inasprendo le pene. Il che, come si è visto in passato, come l’esperienza insegna anche in altri settori del diritto punitivo, non impatta significativamente sulla riduzione degli illeciti.

    D’altronde le linee guida di questo Governo sono chiare e irretrattabili: il Ministro della Giustizia, a proposito proprio dello “Spazzacorrotti” ebbe addirittura a dire, in fase di lancio del provvedimento, che “sarà molto difficile evitare il carcere anche in caso di sospensione condizionale”, con ciò alimentando la speranza che Babbo Natale gli abbia portato in dono un codice da rileggersi con attenzione prima di fare certe dichiarazioni.

    O, forse, il Guardasigilli intendeva riferirsi ad una diversa – ben diversa – norma prevista dall’Ordinamento Penitenziario (di cui i pentastellati sono nemici acerrimi) che prevede limiti molto rigorosi alla fruizione di benefici per i colpevoli di determinati reati quali l’associazione mafiosa, il narcotraffico organizzato, la violenza sessuale.

    Ora l’elenco è stato arricchito con i reati contro la Pubblica Amministrazione ma un legislatore quanto mai sciatto non ha fatto i conti con una necessaria armonizzazione del sistema creando confusione – non scenderemo qui in dettagli eccessivamente tecnici per i lettori – non solo con la legge penale sostanziale e processuale ma anche con riguardo alla giurisprudenza sia della Corte Costituzionale che della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

    Insomma, c’è poco da festeggiare, soprattutto per i cittadini e – tra questi – gli interpreti della legge: l’attesa di Giustizia non è nemmeno questa volta coronata positivamente tranne che, ai botti di fine anno, non si preferisca il tintinnare delle manette.

                                                                          

  • Despoti che scappano

    E sai perché non trovi sollievo nella fuga?
    Perché mentre fuggi ti porti sempre dietro te stesso.

    Lucio Anneo Seneca

    Dopo aver governato per dieci anni con il pugno di ferro la Macedonia (27 agosto 2006 – 18 gennaio 2016), dall’8 novembre scorso l’ex primo ministro è in fuga. Tutto ciò accadeva  soltanto poco prima d’essere stato accompagnato in carcere, dalla sua abitazione in Scopie. Abitazione di fronte alla quale c’erano sempre agenti delle truppe speciali, sue guardie del corpo e sua scorta. Ma nessuno ha visto e/o sentito niente. Condannato a due anni per corruzione e abuso di potere, e in attesa di altri probabili processi giudiziari, Nikola Gruevski, con il passaporto ormai confiscato, è riuscito comunque a scappare. Non si sa se di nascosto oppure con qualche “copertura occulta”. Da sottolineare che il mandato di cattura internazionale per Gruevski è stato rilasciato soltanto il 13 novembre scorso dalle autorità macedoni, mentre da cinque giorni risultava irreperibile. Sono tante le riflessioni che si possano fare, riferendosi al mancato controllo e alla fuga. Una, per esempio, potrebbe essere: a chi gioverebbe la fuga di Gruevski? Non è che forse, con Gruevski non più in Macedonia, si eliminerebbe una seria e presente preoccupazione per l’attuale primo ministro macedone e per altri politici locali?! Forse.

    Nella sua ben organizzata fuga, prima è entrato in Albania, ma non si sa dove e quando questo sia avvenuto. Perché non risulta registrato in nessuno dei punti di controllo di frontiera tra l’Albania e la Macedonia. Si sa però che è uscito dall’Albania, viaggiando con una macchina di proprietà dell’ambasciata ungherese a Tirana e usando una carta d’identità. Da un comunicato stampa della polizia albanese, risulta che Gruevski ha lasciato il territorio albanese per entrare in quello del Montenegro, l’11 novembre 2018 alle ore 19.11. In più si sa anche la targa della macchina diplomatica con la quale viaggiava. La fuga dell’ex primo ministro macedone è continuata poi nel territorio montenegrino, dal quale risulta essere uscito lo stesso giorno. Ma anche in questo caso, da notizie e indiscrezioni mediatiche, risulterebbero alcuni elementi, tipici dei film polizieschi e di spionaggio.

    La meta prestabilita, almeno per il momento, della fuga di Gruevski sembra essere l’Ungheria. E non a caso. Si sa pubblicamente che tra lui e il presidente Orban ci siano da tempo buoni rapporti di amicizia e di sostegno reciproco. Lo scorso 13 novembre sembra che Gruevski abbia postato un messaggio su Facebook, dichiarando che si trovava a Budapest, in attesa dell’asilo politico. La sua presenza in Ungheria la conferma una dichiarazione di un alto rappresentante del governo ungherese. Dalla dichiarazione risulta che le autorità ungheresi “hanno permesso a Gruevski di consegnare ufficialmente la richiesta di asilo e hanno sentito il suo ragionamento presso gli uffici per la Migrazione e Asilo a Budapest”. In più, nella dichiarazione si conferma che le autorità ungheresi tratteranno la richiesta e che la valuteranno “in accordo con le leggi ungheresi e quelle internazionali”. Sempre nella sopracitata dichiarazione si sottolinea che le autorità ungheresi non interverranno nelle questioni interne dei paesi sovrani, considerando perciò che “la valutazione della richiesta d’asilo per l’ex primo ministro (Gruevski; n.d.a.) sarà trattata soltanto per l’aspetto giuridico”. Nel frattempo, i rappresentanti dell’ambasciata ungherese in Albania non hanno accettato di commentare il perché dell’accompagnamento di Gruevski al passaggio di frontiera con il Montenegro, con una macchina diplomatica, insieme con uno o due impiegati dell’ambasciata.

    Una storia di fuga quella, che ha avuto l’attenzione mediatica internazionale in questi ultimi giorni. Ovviamente, come accade in simili casi, non mancano neanche le speculazioni e le false notizie. Ma comunque sia, si sa con certezza ormai che Gruevski è fuggito dalla Macedonia, dove doveva scontare una condanna di due anni di carcere per corruzione e abuso di potere legata all’acquisto di una macchina per circa 600.000 Euro. Si sa anche che su di lui gravano pure altre accuse di corruzione, di malgoverno ecc., e che la giustizia doveva determinare la veridicità. Accuse che si basano su fatti evidenziati e documentati. Scappando, lui, in qualche modo, ha ammesso la sua colpevolezza. Da indiscrezioni mediatiche risulterebbe anche che, da settembre scorso, Gruevski abbia provveduto a ritirare tutta la liquidità dai sui depositi bancari.

    L’ex primo ministro in fuga ha dominato la scena politica macedone in questi ultimi dodici anni. Ma la sua carriera politica comincia nel 1996, come consigliere locale a Scopie, per poi diventare ministro del Commercio nel 1998 e, un anno dopo, ministro delle Finanze. All’inizio della sua attività politica e governativa non era lo stesso che diventò in seguito. O, perlomeno, così appariva. È stato lui che ha avviato la riforma della deregolamentazione dell’economia, chiedendo anche la tassa sul valore aggiunto, la tassa piatta e la restituzione delle proprietà sequestrate durante il periodo del comunismo. All’inizio ha avuto un vasto consenso elettorale, non solo dai macedoni, ma anche dagli albanesi in Macedonia, che rappresentano circa il 25% della popolazione. Poi, nel 2015, ha cominciato il suo inarrestabile declino. Tutto dovuto alla pubblicazione di migliaia di intercettazioni telefoniche, da parte del suo avversario, l’attuale primo ministro macedone. Intercettazioni che testimoniavano degli abusi clamorosi del potere, delle diffusa corruzione, delle continue manipolazioni delle elezioni ecc. (Patto Sociale n.257).

    Il caso Gruevski però rappresenta più che un caso personale. Rappresenta un fenomeno, almeno regionale. Politici ai vertici del potere, onnipotenti, autocrati, spesso arroganti, ma comunque corrotti e coinvolti in chissà quanti scandali, si trovano attualmente anche in altri paesi della regione balcanica, come in Kosovo e in Serbia, ma soprattutto come in Albania.

    La continua e consapevole violazione della Costituzione e delle leggi sono purtroppo, fatti alla mano, una costante del modo di pensare e di agire del primo ministro albanese. La corruzione radicata e diffusa, la connivenza con la criminalità organizzata e l’uso di quest’ultima per garantire il condizionamento e la manipolazione del risultato elettorale, sono soltanto alcune delle gravi e allarmanti realtà vissute quotidianamente in Albania.

    Chi scrive queste righe è convinto che, in confronto a Gruevski, il primo ministro albanese ha molte più colpe e perciò, anche molte più ragioni per fuggire. E forse verrà, auguratamente, un giorno che lo faccia. Ma se ancora non lo ha fatto è perché il sistema della giustizia, tutto il sistema, è ormai da circa un anno, totalmente controllato da lui. Perciò il primo ministro non può indagare e condannare se stesso. Soltanto la rivolta popolare può salvare l’Albania e gli albanesi da un despota peggio di Gruevski. Ma prima però, bisogna costituire una vera, consapevole, determinata e attiva opposizione. Non come quella attuale, semplicemente di facciata, incapace e che facilita le malefatte del primo ministro. Un’opposizione che fa ridere anche i polli.

  • Chi mente e chi controlla chi e cosa?

    Nel paese della bugia, la verità è una malattia.
    Non ha vaccino, non ha cura e neanche a metri si misura.
    La verità è presagio solo di buona sorte e ai bugiardi
    non rimane che tenersi il naso lungo o le gambe corte.

     Gianni Rodari

    Coloro che hanno governato durante gli ultimi anni in Albania hanno mentito spudoratamente e senza sosta. Ma purtroppo ha mentito consapevolmente il primo ministro, sempre, ovunque e su tutto. Ha mentito anche quando ha chiesto supporto elettorale agli albanesi nel 2013, promettendo mare e monti. E anche la luna. Le sue bugie e i suoi inganni hanno avuto delle gravi ripercussioni nella vita pubblica del paese. Sta mentendo anche in queste ultime settimane, dopo allarmanti scandali, che ormai sfuggono dal suo controllo. E con lui stanno mentendo, in pieno panico, anche i suoi luogotenenti e la maggior parte dei media da lui controllati.

    Circa due settimane fa sono state rese pubbliche in Albania alcune intercettazioni, dalle quali si testimoniava la connivenza della criminalità organizzata con alti esponenti politici, molto vicini al primo ministro. Tutto ciò grazie ad una vasta operazione di polizia, chiesta e coordinata dalle strutture specializzate tedesche, statunitensi e di altri paesi europei. Sono stati arrestati alcuni noti trafficanti di stupefacenti. Tra loro anche due ex deputati della maggioranza del primo ministro. Altri, purtroppo, sono riusciti a sfuggire. Le cattive lingue dicono che qualcuno è stato protetto dalle strutture statali. E tra quelli anche politici molto altolocati.

    Quell’operazione è stata subito considerata un successo sbandierato e applaudito sia dal primo ministro, che dal ministro degli Interni. Ma alcune intercettazioni telefoniche, “stranamente” rese pubbliche in seguito, hanno rovinato la festa. Mentre altre intercettazioni, alcune settimane fa, hanno sgretolato degli scenari, concepiti dalla propaganda del primo ministro e messi in atto dalle strutture specializzate dello Stato. Scenari che dovevano ridicolizzare un precedente scandalo del maggio scorso, che vedeva coinvolto il fratello del ministro degli Interni. Scenari che invece, hanno dimostrato la falsità della propaganda governativa e hanno messo in difficoltà sia il primo ministro, che il ministro degli Interni. Ma dopo il successo della sopracitata operazione di polizia, coordinata dai servizi segreti stranieri, il ministro degli Interni ha avuto il suo momento di gloria. Ma che, purtroppo, non ha potuto goderlo per molto. Forse perché, con l’operazione e gli arresti, aveva “osato” troppo, pestando i piedi di persone molto potenti del mondo di mezzo. E quelli non scherzano.

    Sabato scorso, il 27 ottobre, inaspettatamente, è stata diffusa la notizia delle dimissioni del ministro degli Interni. Si, proprio di lui, che ancora paventava i risultati e godeva del successo della sopracitata operazione di polizia. Sabato 27 ottobre, di buon’ora, è stato il primo ministro albanese ad annunciare, via Twitter, che il ministro degli Interni aveva rassegnato le sue dimissioni. Un modo nuovo per annunciare avvenimenti di questo genere! Di regola lo doveva fare il ministro dimissionario e con una dichiarazione pubblica e ufficiale.E invece no. Il primo ministro informava di aver accettato le dimissioni del ministro e lo ringraziava “per il prezioso contributo”. Ha anche indicato il successore, del quale era sicuro che “porterà una nuova energia positiva” E pensare che fino a pochi giorni fa, il ministro dimissionario era sotto le luci della ribalta e il campione del successo della “Polizia che vogliamo”!

    Solo alcune ore dopo, il ministro dimissionario ha confermato la notizia, anche lui con un messaggio su Facebook. Viviamo ormai nell’era dei messaggi in rete! Ma come se non bastasse, “stranamente”, il messaggio iniziale del ministro è stato in seguito sostituito da lui, con una “piccola modifica” però. Piccola ma molto significativa. Un giallo dentro il giallo. Perché la “piccola modifica” riguardava il tempo nel quale il ministro aveva rassegnato le sue dimissioni. Nel primo messaggio era chiaramente scritto “con la mia volontà avant’ieri ho rassegnato al primo ministro le mie dimissioni”. Mentre nel successivo e modificato messaggio tutto era identico, tranne la cancellazione della parola “avant’ieri”. In seguito non sono mancati neanche i messaggi in codice tra i due diretti interessati. Il perché lo sa il ministro dimissionario e il primo ministro, conoscendo benissimo anche le vere ragioni delle dimissioni, se veramente di “volontarie dimissioni” si tratta, oppure di rimozione dall’incarico. O forse, come dicono alcune cattive lingue, lo sanno soprattutto i poteri occulti, criminalità organizzata compresa. Secondo le cattive lingue il ministro è stato rimosso dall’incarico perché aveva fatto quello che non doveva fare, urtando gli interessi del mondo di mezzo. Nel frattempo si continua a mentire e ad ingannare l’opinione pubblica con delle versioni appositamente fabbricate dalla affannata propaganda governativa.

    Comunque, ad oggi, sia il ministro che il primo ministro non hanno dato alcuna spiegazione sulla ragione delle “dimissioni volontarie”. E lo dovevano fare, perché è un obbligo istituzionale, in rispetto della trasparenza. Un fatto questo che non è sfuggito all’attenzione pubblica e a quella di alcuni media internazionali che hanno riferito sul caso. Chissà perché?!

    Da sottolineare che il ministro dimissionario è stato sempre accusato, sia per il suo passato durante la dittatura, che per la copertura che ha fatto al suo fratello trafficante internazionale di stupefacenti. Ma anche per il suo operato in questi ultimi anni, compreso quello come presidente della commissione parlamentare per la riforma della giustizia. Riforma che ormai risulta un clamoroso fallimento (Patto Sociale n. 285; 302; 307; 311 ecc.).

    Per la cronaca, sabato 27 ottobre, il presidente della Repubblica ha decretato le dimissioni del ministro degli Interni. Mentre sabato 3 novembre ha rifiutato ufficialmente di decretare il suo successore, scelto e indicato con insistenza dal primo ministro. Senza dare ulteriori spiegazioni. Anche in questo caso, chissà perché?! Sarà forse un nuovo scontro?!

    Chi scrive queste righe è convinto che un primo ministro responsabile non avrebbe mai scelto e chiesto di decretare come ministro una persona, il cui fratello è stato condannato per traffico internazionale di stupefacenti. E soprattutto, dopo che anche il suo predecessore aveva “rassegnato le dimissioni” per coinvolgimento e favoreggiamento del traffico illecito della cannabis. Come mai e chissà perché non ha avuto altre scelte da fare?! Ma anche se non fosse stato informato, cosa molto improbabile, un primo ministro responsabile avrebbe allontanato il ministro degli Interni a maggio scorso, quando era stato reso pubblico lo scandalo delle intercettazioni del fratello. Lo avrebbe fatto anche alcune settimane fa, quando è stato sgretolato e discreditato il gioco con “l’attore infiltrato”. Ma non lo ha fatto. Ha invece mentito e ingannato continuamente e spudoratamente.

    Parafrasando Gianni Rodari, si potrebbe dire che nel paese del crimine e della corruzione, l’onestà e l’integrità morale sono delle malattie. Mentre in Albania non si sa chi mente e chi controlla chi e cosa. Una cosa è certa però: che la criminalità organizzata è diventata sempre più forte e onnipresente.

  • Affievolimento delle responsabilità

    Non sono persone, sono cose. E con le cose non si può intendere.

    Anatole France

    “Il Consiglio dei topi” è una delle tante bellissime e molto significative favole di Jean de La Fontaine. Un gatto, di nome Mangialardo, un infame carnefice, era diventato il terrore dei topi. Era così vero che quei pochi rimasti ancora vivi, non osavano neanche metter fuori il muso. Perciò, dalla paura erano costretti a rimaner nascosti, a costo anche di morir di fame. Un giorno, mentre il gatto era andato a far visita alla sua amante, i topi si riunirono in consiglio. Dovevano decidere finalmente cosa fare per salvarsi dal gatto. Il presidente, un topo saggio, propose di attaccare al gatto un campanello, in modo che si sentisse quando il gatto si fosse avvicinato. I topi in consiglio applaudirono la proposta del presidente. Ma quando si trattò di scegliere colui che doveva attaccare il campanello al collo del gatto, tutti diedero le proprie ragioni e nessuno accettò. Al presidente non rimase altro che sciogliere la seduta. La morale della favola: a parlar sono tutti bravi, ma tutto cambia quando bisogna fare. Una significativa e sempre attuale allegoria, dalla quale bisogna sempre trarre insegnamento.

    Per qualsiasi paese è sempre una disgrazia quando viene governato da persone irresponsabili e corrotte, che convivono e condividono tutto con dei poteri occulti, Ma per un paese, in simili condizioni, è molto più grave quando ha anche un’opposizione che non convince e non nutre speranza; un’opposizione quasi inesistente, le cui responsabilità si affievoliscono ogni giorno che passa. Guai a quel paese con una simile opposizione, che crede di risolvere tutto e compiere devotamente i propri doveri, solo e soltanto tramite le dichiarazioni e le denunce contro il malgoverno. Perché le dichiarazioni e le denunce, da sole, non bastano a rovesciare un governo corrotto e che controlla tutto. Come nella favola di La Fontaine. Perché, nonostante quanto avevano detto e deciso i topi in consiglio, il gatto Mangialardo continuava indisturbato a girare senza campanello attaccato al collo.

    Purtroppo questo sta accadendo attualmente in Albania. La situazione sta diventando, ogni giorno che passa, più drammatica e allarmante. E non è retorica, ma realtà vissuta. Ormai gli scandali si susseguono l’un l’altro con una frequenza accelerata. Perciò coprirli, smentirli e portarli nel dimenticatoio sta diventando sempre più una seria preoccupazione anche per la potente e ben organizzata propaganda governativa, orchestrata direttamente dal primo ministro. Tant’è vero, che da una settimana a questa parte, il primo ministro ha cominciato a minacciare con una legge contro la diffamazione mediatica. E tutto ciò in un paese in cui ormai il sistema di giustizia, fatti ed evidenze alla mano, è completamente controllato dal primo ministro in persona. Basta riferirsi soltanto alle buffonate propagandistiche degli ultimi giorni, per convincersi che le procure e i tribunali sono succubi della volontà e delle minacce del primo ministro. Buffonate che in realtà stanno smascherando, tra l’altro, anche l’allarmante connivenza del potere politico con la criminalità organizzata. Soltanto grazie alle denunce dell’opposizione e di quei pochi media rimasti non controllati che il pubblico è venuto a conoscenza di tutto quel marcio. Per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta la campagna diffamatoria e minatoria della propaganda governativa con tutti i suoi mezzi si è messa in moto.

    In una simile situazione, fa bene l’opposizione a denunciare quando sta accadendo in Albania. Sono e saranno tante le cose da denunciare, anzi troppe! Soltanto quanto è successo durante queste due ultime settimane mette a nudo senza equivoci la grave situazione in cui versa il paese. Mette a nudo il fatto che diverse strutture e istituzioni statali sono messe al servizio del primo ministro, per coprire gli scandali clamorosi e cercare di ridicolizzare le denunce. Come ha fatto sempre il primo ministro in simili casi in passato. Perciò denunciare simili casi, tramite dichiarazioni ufficiali, è un obbligo istituzionale dell’opposizione. Le dichiarazioni e le denunce sono necessarie e utili, sono parte dei mezzi con i quali opera un’opposizione in una società democratica. Ma quelle non bastano, perché l’Albania non è ancora un paese democratico, essendo anche ufficialmente classificato come un paese con una “democrazia ibrida”. Purtroppo, fatti alla mano, in Albania ormai si sta restaurando un regime autoritario e autocratico. In Albania ormai si sta restaurando una nuova e camuffata dittatura, con soltanto una facciata, una parvenza di pluralismo. E l’opposizione sta rischiando di diventare parte di quella facciata. Così facendo, volente o nolente, l’opposizione sta diventando una copertura mediatica, molto utile e necessaria al primo ministro. Proprio a quel primo ministro che ormai controlla tutti e tre i poteri di una democrazia, definiti circa tre secoli fa da Montesquieu. In più il primo ministro ormai controlla anche i media, che al tempo di Montesquieu non erano ancora un potere. Perciò limitarsi soltanto alle dichiarazioni ufficiali e le denunce, come sta facendo adesso l’opposizione in Albania, significa semplicemente l’affievolimento delle sue responsabilità istituzionali. Il che, da qualche tempo, sta diventando veramente un serio e preoccupante problema (Patto Sociale n.255; 262; 268; 280; 291; 296; 300; 324).

    L’opposizione giustamente e doverosamente denuncia e accusa l’allarmante realtà. Mettendo in evidenza che la criminalità organizzata, in connivenza con il potere politico, primo ministro e alcuni ministri in testa, controlla ormai tutto il territorio. Controllando e condizionando anche il risultato elettorale, come ha accusato e accusa giustamente e doverosamente l’opposizione. Perciò non si spiega il perché delle ultime dichiarazioni del capo dell’opposizione che alle prossime elezioni, con il voto libero, metterà fine a questa grave situazione! Perché da un lato esprime la convinzione, realistica, che il governo convive con la criminalità organizzata, che controlla tutto il territorio, che il potere occulto decide di tutto e di tutti e, dall’altro lato, esprime la convinzione che il voto sarà libero e che deciderà il risultato delle elezioni! Una stridente contraddizione logica (magari!) che solo il capo dell’opposizione non doveva permettersi. Mentre le cattive lingue, da tempo, dicono che lui e alcuni suoi collaboratori seguano “una missione”. Chissà!

    Chi scrive queste righe è convinto che l’attuale governo in Albania bisogna rovesciarlo quanto prima, per tutto quello che ha fatto subire al paese e non solo. Ma è altresì convinto che questo governo non si rovescia con solo delle denunce e delle dichiarazioni ufficiali. Non si rovescia con messaggi sul Twitter e Facebook. Si rovescia nelle piazze e dalle piazze. La storia insegna che nessuna dittatura, in nessun paese e in qualsiasi tempo, non è stata rovesciata con il voto libero. Perché, per definizione, in una dittatura non viene mai permesso il voto libero. Perché una dittatura, per definizione, non permette mai il funzionamento di qualsiasi opportunità e/o mezzo che porterebbe alla sua fine. Perché, parafrasando Anatole France, quelli che governano in Albania non sono persone, sono dei criminali. E con i criminali non ci si può intendere!

  • Importanti decisioni da prendere

    Nella vita di qualunque nazione viene sempre il momento
    in cui restano solo due opzioni: arrendersi o combattere.

    Nelson Mandela

    L’Albania viene ufficialmente classificata dalle istituzioni specializzate internazionali come un paese con “una democrazia ibrida”, rimanendo ancora, dal 1991, in un lungo e sofferente periodo di transizione. Ma il peggio è che l’Albania, da alcuni anni, sta tornando inarrestabilmente verso una nuova dittatura. Sono tante le evidenze e i fatti accaduti che lo testimonierebbero. Gli ultimi, il 16 settembre scorso, rendendo omaggio all’ex dittatore comunista durante alcune attività ufficiali.

    In una simile e allarmante situazione, le responsabilità dell’opposizione dovrebbero aumentare di pari passo con l’aumento degli abusi del potere da parte di coloro che governano, con la preoccupante diffusione della corruzione, con la grave e problematica connivenza del potere politico con la criminalità organizzata, con la drammatica realtà causata dalla povertà diffusa ecc.. In una simile e allarmante situazione dovrebbero aumentare le reazioni forti e determinate dell’opposizione per contrastare ed evitare il peggio.

    Ormai è passato oltre un’anno dalla massiccia manifestazione pacifica ad oltranza (18 febbraio – 18 maggio), organizzata dall’opposizione e nota anche come la “Tenda della Libertà”. Durante quei tre mesi di protesta l’opposizione chiedeva garanzie per delle elezioni libere, oneste e democratiche in vista di quelle che si dovevano svolgere il 18 giugno 2017. Come conditio sine qua non l’opposizione chiedeva le dimissioni del primo ministro ed un nuovo governo tecnico che dovevano portare il paese verso le elezioni, non più a giugno ma in autunno 2017 (Patto Sociale n.255; 262). Purtroppo, dopo un lungo e mai trasparente incontro notturno tra il capo dell’opposizione e il primo ministro, loro dichiararono che si era giunti ad un accordo, che non è stato mai reso noto. Un accordo che ha permesso al primo ministro di vincere le elezioni con un risultato inaspettato anche per lui. Ma soprattutto un accordo che ha deluso tutte le aspettative dei manifestanti della “Tenda della Libertà”, deridendo e beffando i loro sacrifici (Patto Sociale n. 268). Il tempo ha dimostrato in seguito, soprattutto con il collasso elettorale dell’opposizione, che la giusta e sacrosanta causa di quella protesta è stata tradita senza rimorsi e senza alcuna convincente spiegazione da parte del capo dell’opposizione durante quell’incontro notturno del 17 maggio 2017 con il primo ministro.

    Da quel momento ad oggi la credibilità del capo dell’opposizione ha raggiunto i più bassi livelli. Soprattutto dopo la clamorosa sconfitta elettorale del giugno 2017 e l’altrattanto chiacchierata e contestata gara interna per l’elezione del capo del partito. In Albania ormai è opinione diffusa che il capo dell’opposizione sia, purtroppo, una persona poco affidabile. Mentre il primo ministro spesso, quando parla di lui, lo considera “un bravo ragazzo”. Chi sa perché?! Ormai in Albania c’è un’opposizione che più passa il tempo e più non convince nessuno, neanche coloro che la rappresentano. Ma essi, ognuno a modo suo e per delle proprie ragioni, cercano di trarre profitti e vantaggi. Così dicono almeno le cattive lingue. Mentre i cittadini patiscono le conseguenze. Una simile opposizione potrebbe servire al primo ministro, ma mai e poi mai all’Albania e agli albanesi. (Patto Sociale n.280; 291; 296; 300 ecc..).

    In una situazione del genere, è tempo di fare alcune domande, riferendosi alle accuse dell’opposizione, e che hanno bisogno di chiare risposte.

    È vero che la criminalità organizzata controlla tutto e tutti in Albania, potere politico compreso, oppure l’opposizione non conosce la realtà? È vero che la massiccia coltivazione della cannabis, diffusa su tutto il territorio, nonché il suo traffico illecito e di altre droghe pesanti, ha il beneplacito ed il supporto delle strutture statali e/o governative, oppure l’opposizione accusa a scopo politico? È vero che negli ultimi anni l’Albania è diventata, anche dai proventi della cannabis, un centro di lavorazione e di smistamento di droghe pesanti, cocaina compresa, verso i paesi europei, oppure l’opposizione sta delirando? È vero che il potere politico, tramite la criminalità organizzata, anche con i miliardi provenienti dalle droghe, condiziona, controlla e decide i risultati elettorali, oppure tutte queste accuse sono delle fandonie dell’opposizione? È vero che la corruzione sta cancrenizzando tutte le strutture e le istituzioni dello Stato e dell’amministrazione pubblica, oppure l’opposizione sta farneticando? È vero che l’Albania è diventato uno dei primi paesi nel mondo e il primo in Europa per il riciclaggio del denaro sporco, oppure l’opposizione e le istituzioni internazionali specializzate non stanno dicendo la verità? È vero che l’Albania è diventato uno tra i primi paesi per il numero di richiedenti asilo nei paesi europei, oppure l’opposizione sta cercando di incupire la realtà? È vero che le ragioni per le quali gli albanesi, soprattutto i giovani, lasciano il paese sono la disperazione, la povertà diffusa e la mancanza di qualsiasi speranza, oppure l’opposizione mente? È vero che la povertà sta aumentando paurosamente e che sta affliggendo sempre più famiglie, oppure l’opposizione accusa il governo ingiustamente? È vero che il sistema dell’istruzione pubblica si sta sgretolando con tutte le gravi conseguenze per il futuro del paese, oppure l’opposizione sta bluffando? È vero che alcuni, pochissimi oligarchi, legati al potere politico con accordi occulti, concepiscono la stipulazione di determinate leggi e/o altri atti normativi ad personam e poi condizionano la loro approvazione, oppure l’opposizione fa delle accuse infondate? È vero che con alcuni atti irresponsabili del primo ministo e di chi per lui si stanno minacciando seriamente gli interessi del paese e l’integrità territoriale dell’Albania, oppure l’opposizione parla a vanvera? È vero che l’incapacità della Corte Costituzionale e della Corte Suprema di svolgere le proprie funzioni è conseguenza diretta di un piano diabolico del primo ministro, oppure l’opposizione sta cercando di creare una tempesta nel bicchiere? È vero che la riforma del sistema della giustizia, sbandierata come un enorme successo dal primo ministro è, in realtà, un totale fallimento, oppure l’opposizione sta calunniando? È vero che ormai tutto il sistema della giustizia è controllato dal primo ministro, oppure l’opposizione sta cercando di ingannare l’opinione pubblica a casa e le istituzioni internazionali? È vero che in Albania si sta restaurando una nuova dittatura, quella in cui il potere politico, la criminalità organizzata e alcuni oligarchi, legati da accordi occulti, controllano e decidono su tutto e tutti, oppure l’opposizione sta facendo una disperata propaganda? Perché se tutto o parte di quelle accuse fossero vere, allora bisogna agire immediatamente. E non con delle parole e promesse non mantenute.

    Chi scrive queste righe è convinto che la situazione in Albania è veramente grave. Tenendo presente la realtà, egli crede fermamente nell’importanza e nell’indispensabilità delle proteste. Perché è convinto che quando il governo viola e calpesta i diritti dei propri cittadini, allora il più sacro diritto e l’indispensabile dovere dei cittadini è la ribellione contro il governo per rovesciarlo.

  • In attesa di Giustizia: giustizia per pubblici proclami

    Nel corso di una gremita conferenza stampa, il Premier Conte ha annunciato l’approvazione in Consiglio dei Ministri del testo di decreto che individua nuovi interventi a contrasto della corruzione.

    Il testo non è ancora disponibile e, dunque, ragioniamo solo sulle anticipazioni fatte senza poter scendere più di tanto nei dettagli tecnici individuando eventuali criticità. A prima vista, alcune sono già evidenti.

    Non vi è dubbio che il malaffare pubblico-privato sia uno dei mali endemici del nostro Paese e che imponga un contrasto adeguato: la sensazione è che – ancora una volta – si proceda per pubblici proclami volti essenzialmente a soddisfare le aspettative un po’ forcaiole della piazza. Dunque, di chi vota e, forse, tornerà a votare prima di cinque anni.

    Vediamo quali sono le linee guida dell’intervento proposto: utilizzo di infiltrati delle Forze dell’Ordine, inasprimento delle pene, creazione di nuove figure di reato (pare oltre una mezza dozzina), DASPO sul modello della giustizia sportiva ai corrotti e cioè a dire esclusione dai pubblici appalti a vita, salvo riabilitazione ma con termini molto maggiori di quelli previsti in via ordinaria per tutti gli altri reati:  omicidi, fatti di grande criminalità mafiosa, traffico di stupefacenti e violenze sessuali incluse.

    Una prima domanda che sorge spontanea è: ma se uno dei soggetti coinvolti nei fatti di corruzione è necessariamente un funzionario dell’apparato dello Stato non dovrebbe forse essere l’Amministrazione da cui dipende a dover vigilare per prima sui propri dipendenti? Senza, dunque, alcuna  necessità di ricorrere ad agenti sotto copertura che non è ben chiaro al momento in che modo, quando e con quale ruolo dovrebbero e potrebbero infiltrarsi non potendo fungere da agenti provocatori e cioè stimolare l’illecito.

    Una seconda perplessità riguarda il cosiddetto DASPO e in particolare i termini per ottenere la riabilitazione (vale a dire la cessazione per buona condotta dagli effetti pregiudizievoli di una condanna penale) più che raddoppiati rispetto alla previsione normativa per altre tipologie di delitti anche gravissimi: disposizione in odore di incostituzionalità ai sensi dell’art. 3 che detta la uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge in combinazione con l’art. 27 che tratta le finalità rieducative – dunque non meramente afflittive – della pena.

    E ancora a questo proposito: quale funzionario della Pubblica Amministrazione condannato per corruzione dovrebbe mai restare al suo posto e non essere licenziato? E quale corruttore privato avrebbe, già oggi, i requisiti per contrattare con la Pubblica Amministrazione che, facendo buon governo della sua discrezionalità, lo può (lo dovrebbe) comunque escludere dalla partecipazione alle gare? Il DASPO lo abbiamo già, volendo, basta sapere impiegare gli strumenti a disposizione

    Non mancano infine, come anticipato, né l’inasprimento delle pene, né la introduzione di nuovi reati: vedremo questi ultimi in cosa consistono e, soprattutto, come sono costruite le ipotesi auspicando che non siano confuse o doppioni di altre già esistenti o di difficile omologazione con il palinsesto punitivo già esistente.

    Quanto all’inasprimento delle pene, presunto rimedio frequentemente adottato a fronte di emergenze reali o presunte, basterebbe che il nostro legislatore dia una lettura anche superficiale al saggio “Punizione Suprema” che illustra come, nel sistema  americano, nemmeno la pena di morte  abbia svolto alcun effetto dissuasivo rispetto alla commissione di omicidi il cui numero e tasso percentuale rimane inesorabilmente invariato nonostante l’impegno profuso dal boia negli Stati dove è prevista. Andrà a finire che ad un aumento del rischio, invece che ridursi il fenomeno, aumenterà  il prezzo della corruzione: come è già avvenuto dopo “Mani Pulite”.

    Forse è presto per criticare, bisognerà leggere il testo quando verrà reso pubblico e soprattutto quello approvato; qualcosa, tuttavia, lascia già perplessi e per prima la considerazione che ancora una volta si è pensato a come reprimere e sanzionare comportamenti illegali  che inquinano il sistema economico  e non a prevenirne efficacemente la commissione.

  • Ormai è già settembre

    L’uomo vuole sempre sperare. Anche quando è convinto di essere disperato.

    Alberto Moravia

    Nel 1969 veniva proiettato un film del regista Sydney Pollack “Non si uccidono così anche i cavalli?” (They shoot horses, don’t they?). Tutto tratto dal romanzo pubblicato nel 1935 dallo scrittore Horace McCoy, titolo compreso. Evocando quanto accadeva in California subito dopo la grande depressione succeduta alla crisi del 1929, il film rimane sempre attuale con le sue allegorie e i suoi messaggi. Tutto si svolge durante una maratona di ballo. Erano gare diffuse in quel periodo. Gare massacranti, alle quali partecipava gente disperata e portata agli estremi fisici e psicologici, dalla schiacciante povertà causata dalla crisi. Coppie di ballerini, create spesso a caso, dovevano gareggiare fino all’esaurimento delle loro forze, in maratone che duravano per tanti giorni, con la sola speranza e l’unico obiettivo: vincere un premio in denaro. Gente di età, formazione e provenienza molto diversa, spinta dalla disperata necessità e speranza di sopravvivenza. Ignara però che dal premio in denaro i vincitori dovevano cedere una cospicua parte all’organizzatore della maratona, che era in realtà il vero vincitore. Quando Gloria, un’aspirante attrice e una delle protagoniste principali del film, viene a sapere questa crudele verità chiede al suo compagno di ballo di spararle, come si farebbe con un cavallo zoppo. Proprio come si fa vedere all’inizio del film; l’uccisione di un cavallo che non serviva più a niente. Un’allegoria su quanto succede quotidianamente, anche adesso, in diverse parti del mondo. Un’allegoria che si riferisce alla predestinata sorte di tutti coloro che si illudono, non essendo in grado e/o non riuscendo a prendere seriamente in considerazione quello che può veramente succedere in una realtà che precipita di male in peggio.

    Un’allegoria che si verifica quotidianamente anche in Albania in questi ultimi anni. Quanto sta succedendo dimostra le sofferenze continue, le umilianti situazioni in cui si trovano, loro malgrado, sempre più persone. Persone che, spinte dalla disperazione, si aggrappano a qualsiasi effimera opportunità per avere qualche soldo in più. Vendendo corpo e anima, vendendo la dignità e annientando ulteriormente le aspettative per un futuro migliore. Futuro che, certo, non lo salva neanche l’indifferenza. Anzi! Tutto in un paese sul quale sta incombendo lo spettro di una crisi multidimensionale. I segnali non mancano e stanno aumentando paurosamente con il tempo. Non a caso sempre più persone stanno scappando dall’Albania verso i paesi europei. Tanti richiedenti asilo che, come numero, sono ai primi posti, insieme con i siriani, gli afgani, gli eritrei ecc.. Sono fatti e cifre che smentiscono ogni e qualsiasi tentativo di propaganda governativa. Attualmente l’Albania sta precipitando in una situazione, che purtroppo ha tante cose in comune con quanto accadeva in America durante la grande depressione, dopo la crisi del 1929.

    Ma quanto sta succedendo in questi ultimi anni in Albania dimostra anche il cinismo, la spietatezza e la crudeltà di coloro che governano, criminalità organizzata compresa. Sì, perché ormai sono stati tanti i fatti accaduti e pubblicamente noti, non solo in Albania, che testimoniano la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata. Fino al punto che non si sa chi governa realmente. Anche perché è noto: criminali non sono soltanto quelli che uccidono, trafficano, rubano e violentano. Anzi! I veri criminali sono proprio quelli che concepiscono, organizzano, ordinano e rendono possibile che tutte quelle cose accadano.

    La connivenza tra lo Stato, governo in testa, e la criminalità organizzata in Albania, la testimoniano le enormi quantità di cannabis coltivate sul tutto il territorio e il suo inarrestabile traffico illecito verso le coste italiane e altri paesi europei. Cose del genere non possono mai e poi mai succedere senza il beneplacito politico e l’appoggio delle strutture dello Stato. Quantità che, soltanto l’anno scorso, si valuta abbiano portato introiti miliardari in euro. La testimonia, altresì, l’aumento delle quantità delle droghe pesanti, cocaina compresa, che si smistano dall’Albania verso altri paesi europei. La testimonia il coinvolgimento, ormai evidenziato, di molti alti funzionari della polizia di Stato in una simile attività criminale. Una connivenza testimoniata anche dal fatto che l’ex ministro degli Interni, grazie ad una lunga indagine della procura di Catania, ormai è sotto inchiesta in Albania. Le cattive lingue dicono che se non sia stato ancora arrestato lo deve solo e soltanto alla copertura politica e alla pressione sulla procura che sta indagano. Tutto orchestrato dal primo ministro in persona, dopo alcuni chiari e molto significativi messaggi mafiosi che gli ha mandato l’ex ministro. Una connivenza testimoniata palesemente anche da un altro fatto. E cioè che “stranamente” l’attuale ministro degli Interni (un ex inquisitore durante il regime comunista), colui che è succeduto a quello sopracitato, ha degli scheletri nell’armadio. Suo fratello è stato condannato in Italia per traffico illecito di stupefacenti. Come mai? Ma la connivenza tra il potere politico e la criminalità organizzata la dimostrano anche tanti altri fatti ormai pubblicamente noti. La dimostra, tra l’altro, quanto sta accadendo ultimamente, durante questi mesi, con la recrudescenza delle attività criminali e la “strana” incapacità della polizia di Stato e delle procure ad intervenire. Come succedeva nell’America degli anni’30 del secolo passato con le bande criminali che cercavano di controllare il territorio per lo spaccio delle droghe e altro.

    Anche durante questi mesi estivi non sono mancati altri allarmanti fatti, eloquenti avvisaglie di una situazione grave e molto preoccupante. Proprio perché durante questi mesi estivi c’era il campionato mondiale di calcio e, in generale, con l’attenzione pubblica un po’ assopita, alcune diaboliche menti hanno scelto proprio questo periodo per portare avanti dei progetti corruttivi, in palese contrasto con la Costituzione della Repubblica e le leggi in vigore.

    Oltre all’esempio per eccellenza dell’abuso del potere politico ed istituzionale, e cioè quello del Teatro Nazionale (Patto Sociale n.316), durante questi mesi estivi se ne sono aggiunti altri. Sono stati evidenziati ulteriori casi che testimoniano il [voluto] fallimento della riforma di giustizia e il controllo, da parte del primo ministro, di tutto il sistema. Sono stati denunciati molti appalti pubblici abusivi e corruttivi. Sono stati denunciati altri gravi scandali, tuttora in corso. La criminalità organizzata è stata molto attiva con delle uccisioni mafiose. Una giornalista investigativa è stata minacciata a suon di raffiche di mitra contro l’abitazione. Tutto ciò e altro soltanto durante questi due mesi estivi.

    Nel frattempo l’opposizione ha dichiarato pubblicamente che a settembre cominceranno le proteste inarrestabili, con l’unico obiettivo: la caduta del governo. Chi scrive queste righe auspica che non sia l’ennesima delusione. Sarà tutto da vedere. Forse coloro che dirigono l’opposizione, hanno beneficiato di un lungo periodo di “ritiro spirituale” estivo e porteranno a termine questa azione politica. Sarà anche la loro sfida, con tutte le conseguenze. Si vedrà, ormai è già settembre!

  • Dannoso operato di alcuni rappresentanti

    I diplomatici tradiscono tutto, tranne che le loro emozioni.

    Victor Hugo

    Dopo il crollo della dittatura comunista, il ruolo dei rappresentanti diplomatici e delle istituzioni internazionali è stato determinante e di grande importanza. Positivo, quando hanno contribuito alla costituzione di una nuova società democratica e allo sviluppo del paese, negativo, quando hanno fatto il contrario, servendo determinati interessi personali e di gruppi occulti. E lo hanno fatto. Almeno alcuni di loro. Ma non sempre, come è stato in seguito dimostrato, hanno agito in conformità con le politiche e gli obiettivi degli Stati che rappresentavano. Spesso avrebbero agito a titolo personale, seguendo e obbedendo a degli interessi occulti. Soprattutto durante questi ultimi anni.

    In Albania i rappresentanti diplomatici non sempre hanno rispettato quanto prevede e stabilisce la Convenzione di Vienna. Convenzione entrata in vigore il 18 aprile 1961 che, tra l’altro, sancisce i diritti e/o i doveri che determinano e disciplinano le norme del diritto internazionale e l’operato degli stessi rappresentanti diplomatici. E lo hanno fatto perché essi obbedivano a quanto era stato chiesto loro dalle istituzioni e/o da gruppi d’interesse del paese che rappresentavano. Oppure perché, di loro propria iniziativa, avevano assunto una determinata posizione e svolgevano un altrettanto determinato ruolo. Di certo la ”colpa” non è stata tutta loro. Perché c’è stato sempre anche chi chiedeva, ordinava e ricompensava. Perciò la “colpa” è stata ed è tuttora anche e soprattutto di quelli che hanno chiesto e/o permesso che tutto ciò accadesse.

    Alcuni ambasciatori, in determinate e cruciali occasioni, dovevano agire solo e soltanto secondo i loro obblighi istituzionali. Almeno dovevano informare correttamente le istituzioni che rappresentavano delle problematiche realtà albanesi. Ma non lo hanno fatto. Invece, in altre determinate occasioni, dovevano tacere e non assumere attributi che non spettava loro, sempre secondo i loro obblighi istituzionali, e non lo hanno fatto. Hanno scelto di schierarsi a fianco dei rappresentanti del potere politico, primo ministro in testa. Lo hanno fatto anche quando loro avevano del torto marcio e andavano apertamente contro gli interessi dei cittadini e del paese ospitante. Lo hanno fatto, nonostante avessero avuto sempre tutte le necessarie informazioni sulla vera e vissuta realtà. Ma hanno scelto diversamente, incuranti che con le loro dichiarazioni, atteggiamenti e/o atti pubblici potevano aiutare il male. Lo hanno fatto, altalenandosi tra il ruolo di governatore dell’Albania, a quello di portavoce del primo ministro (Patto Sociale n.254; 283; 284; 288; 290; 292; 293 ecc.). Le cattive lingue sono convinte che tutto ciò sia accaduto solo e soltanto in cambio di cospicui benefici materiali e non solo. E come spesso è successo, le cattive lingue hanno avuto l’occhio lungo, sapendo bene quello che hanno detto.

    Una significativa sintesi dei problematici e spesso dannosi atteggiamenti di certi ambasciatori e altri rappresentanti delle istituzioni internazionali, presenti in Albania è stata fatta il 15 dicembre 2017, durante una trasmissione televisiva in prima serata, dall’attuale ambasciatore dell’OSCE in Albania, dall’ottobre 2016. Egli è un buon conoscitore della realtà albanese, essendo stato anche l’ambasciatore della Germania a Tirana nel periodo 2007 – 2010. Facendo mea culpa, l’ambasciatore ha dichairato, tra l’altro, che “È proprio il caso di una riflessione per la comunità internazionale su quello che è andato male in Albania, nel senso della democrazia, perché c’è una percezione, secondo la quale sembra che quando le cose vanno bene è tutto merito degli stranieri, mentre quando vanno male la responsabilità è delle autorià locali”.

    Un significativo caso è quello legato alla massiccia coltivazione della cannabis su tutto il territorio e il traffico illecito della cannabis e di altre droghe pesanti. Una seria ed attuale preoccupazione per diverse agenzie specializzate, sia in Europa che negli Stati Uniti d’America, ma che è stata costantemente e ostinatamente ignorata e negata dall’ambasciatore statunitense e dalla rappresentante dell’Unione europea. Parlando di questa allarmante realtà, il loro collega dell’OSCE, durante la sopracitata intervista, ha dicharato che “C’è stato un prolungato silenzio, mentre il problema pullulava, finché scoppiò”. Per poi proseguire, chiedendosi “Cosa poteva fare meglio la comunità internazionale? Ho regolarmente riflettuto su questa situazione (della cannabis; n.d.a.). Far sapere chiaramente e dall’inizio i problemi è qualcosa che aiuta tutti.[…] Penso che tutti stiamo cercando di trarre delle conclusioni da quello che è ormai successo”.

    Quanto è accaduto in Albania ultimamente dimostra, evidenze alla mano, che alcuni ambasciatori, con il loro operato, si sono comportati come dei veri governatori dell’Albania.  Oltrepassando e ignorando così anche quanto previsto dalla Convenzione di Vienna. Ovvimanente tutto ciò non poteva succedere senza il beneplacito del potere politico locale. Un caso eclatante è stato quello della riforma del sistema di giustizia. Riforma che, nonostante quanto è stato detto e propagandato dal 2016 ad oggi, sia dal primo ministro che dall’ambasciatore statunitense e da quella dell’Unione europea, in realtà ha attualmente bloccato il sistema stesso. Basta riferirsi soltanto all’incapacità, ormai da alcune settimane, della Corte Costituzionale di deliberare (Patto Sociale n.314). Le conseguenze sono già evidenti e molto serie. Ma il vero e grave problema è che ormai il sistema della giustizia viene controllato dal primo ministro. Gli ultimi allarmanti sviluppi in Albania rappresentano delle ulteriori e serie avvisaglie del ritorno ad un sistema totalitario. Tutto ciò grazie anche all’incondizionato appoggio dei sopramenzionati ambasciatori e di alcuni altri rappresentanti delle istituzioni internazionali, subalterni a loro, che dovevano sostenere tecnicamente la riforma.

    Le allarmanti conseguenze di questa situazione si stanno evidenziando chiaramente anche dallo scandalo, tuttora in corso, del Teatro Nazionale (Patto Sociale n.316). Giovedì scorso il Parlamento, con i soli voti della maggioranza governativa, ha approvato una legge speciale, con procedure d’urgenza, in palese contrasto con quanto prevede la Costituzione e le leggi in vigore nella Repubblica d’Albania. Legge che prevede l’abbattimento del Teatro, il passaggio ad un costruttore privato e la costruzione, al posto del Teatro, di alcuni mostri di cemento armato. Una fonte milionaria di profitti corruttivi per chi lo ha ideato e ormai permesso quella legge anticostituzionale. Ma la Corte Costituzionale non può più deliberare. Chissà se per caso?! Mentre gli ambasciatori continuano a non vedere e non sapere niente.

    Chi scrive queste righe è convinto che anche simili dannosi operati, di certi rappresentanti diplomatici, possano agevolare il ritorno ad un regime totalitario in Albania. Tra poco, a fine mandato, i due sopracitati ambasciatori lasceranno l’Albania. Se ne andranno, ma lasceranno dietro non pochi seri problemi, creati anche da loro stessi. Egli non saprà mai però, se e come hanno tradito anche la loro coscienza. Se ne hanno una.

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