Dati

  • Sui fondali del Mediterraneo 850 infrastrutture per scambiare energia, dati e merci

    “Nel fondo del Mediterraneo la presenza di 850 infrastrutture critiche sostiene il flusso di energia, dati e merci che alimenta l’economia europea. In tutto 65 dorsali di telecomunicazione, 260 cavi primari, 47 cavi militari, 7 interconnessioni elettriche, 9 gasdotti, 5 oleodotti e 450 porti. Si tratta di numeri imponenti, destinati a crescere nei prossimi anni”. Così, Francesco Paolo Bello Managing partner di Deloitte Legal, è intervenuto sul ruolo cruciale che il mare sta assumendo come risorsa strategica nel panorama geopolitico su Voices, la piattaforma che ospita commenti a firma degli esperti Deloitte

    La Commissione europea prevede, infatti, 235 nuovi progetti transfrontalieri nel Mediterraneo, di cui 85 dedicati a elettricità, offshore e reti intelligenti. Attualmente, 7 interconnessioni elettriche toccano il Mediterraneo e altrettante sono in costruzione. La capacità aggiuntiva prevista è di circa 15 Gigawatt, rispetto ai 30 attuali. L’area è la seconda al mondo per sviluppo e la terza per investimenti dopo Nord Europa e USA. Gli investimenti in infrastrutture sottomarine di telecomunicazione passeranno da 2,5 miliardi (2020-2023) a 4,5 miliardi (2027-2030).

    Si tratta di una crescita esponenziale, che però oltre a soffrire gli effetti delle incertezze geopolitiche sconta anche le conseguenze della frammentazione normativa e istituzionale, a livello nazionale ed europeo. La distribuzione di competenze tra enti diversi rischia, infatti, di non risultare funzionale alla celere realizzazione di infrastrutture strategiche per l’approvvigionamento energetico e di dati e per la sicurezza nazionale.

    “I cavi sottomarini per l’energia e i dati sono infrastrutture critiche. La loro protezione richiede coordinamento tra attori civili e militari, tra istituzioni nazionali e alleanze internazionali. I cavi “dual use” – condivisi tra operatori civili e militari – richiedono una governance che bilanci trasparenza e riservatezza. Questa frammentazione riflette un’evoluzione storica dell’amministrazione pubblica, che ha sviluppato istituzioni specializzate nella gestione di specifiche materie non sempre strutturate per rispondere a sfide di natura trasversale”, commenta l’esperto.

    “La risorsa marina, tuttavia, è per sua natura multidimensionale, abbracciando aspetti di natura energetica, militare, commerciale, ambientale e culturale. Il mare ha, allora, bisogno di un nuovo modello di governance unitaria, non solo a livello nazionale ma anche europeo, un coordinamento interistituzionale che accentri in soggetti ad hoc competenze diversificate, in grado di proteggere e valorizzare la funzione strategica della risorsa marina”, continua Bello.

    Il legislatore ha iniziato a muoversi nella giusta direzione. La legge n. 9/2026 sulla dimensione subacquea ha istituito, infatti, l’Agenzia per la Sicurezza delle Attività Subacquee (ASAS): un soggetto dedicato capace di portare ordine, competenze specifiche e capacità operativa dove prima c’era frammentazione.

    Nello specifico, l’ASAS assume la forma di ente pubblico dotato di personalità giuridica, autonomia regolamentare, amministrativa e contabile. È incardinata presso la Presidenza del Consiglio dei ministri ed opera come struttura tecnica di supporto al decisore politico, allo scopo di fungere da raccordo tra le diverse amministrazioni competenti nella gestione della dimensione subacquea. Anche per questo motivo l’agenzia si discosta dal paradigma delle autorità amministrative indipendenti, presentando, piuttosto, i caratteri tipici delle c.d. amministrazioni per missione.

    “L’agenzia è anzitutto incaricata del coordinamento interistituzionale, anche con soggetti sovranazionali, competenti in materia subacquea. Deve, poi, garantire la riduzione delle interferenze tra attività operative civili e militari ed è competente a rilasciare autorizzazioni al compimento di attività di navigazione sottomarina. È tenuta, anche a tal fine, a stabilire, con appositi atti di regolazione tecnica, i requisiti dei mezzi subacquei e le qualifiche professionali dei soggetti abilitati a condurli”, spiega l’esperto Deloitte.

    La legge n. 70/2026 sulla valorizzazione della risorsa mare va nella stessa direzione così come il Piano del mare 2026-2028, che ha individuato priorità economiche, normative e sociali. Con queste premesse, il mare, da risorsa da governare, può diventare un laboratorio di innovazione normativa, al pari dello spazio. Luoghi di frontiera, lo spazio e il mare, che – nella loro diversità – esigono regole, meccanismi e soluzioni comuni.

    Dimensioni diverse che, però, si avvicinano: coordinamento tra attori civili e militari, protezione delle infrastrutture critiche e tutela dell’innovazione, bilanciamento tra trasparenza e riservatezza. Questioni che si pongono tanto rispetto al mare quanto rispetto allo spazio, a dimostrazione della somiglianza che ambienti così diversi presentano.

    “Il legislatore – europeo e nazionale – ha in questo modo preso coscienza del fatto che per guidare cambiamenti così complessi c’è bisogno di una governance solida, in grado di gestire ingenti risorse, assicurando la cura dell’interesse pubblico. In questo contesto, gli operatori economici sono chiamati a mettere a disposizione dell’Amministrazione tutto il loro valore aggiunto creando forme virtuose di cooperazione istituzionale”, scrive Bello.

    “La partnership pubblico-privato può rivelarsi lo strumento per raggiungere obiettivi attualmente nemmeno immaginabili. Il mare, risorsa strategica. Luogo di frontiera che ci chiama a grandi sfide, dal punto di vista normativo, istituzionale, imprenditoriale e professionale”, conclude l’esperto su Voices.

  • Troppa automazione, i consumatori perdono fiducia nelle comunicazioni commerciali delle aziende

    A maggio 2026 la fiducia dei consumatori italiani si è attestata a 93,4 punti, sotto i 96,8 di gennaio, segnale di un clima ancora prudente che sta cambiando il modo in cui le persone reagiscono ai messaggi commerciali delle aziende.

    Secondo i dati diffusi dall’ISTAT a fine maggio 2026, la fiducia delle famiglie resta più debole rispetto all’inizio dell’anno, in un contesto in cui cresce la cautela verso i consumi e verso le comunicazioni commerciali percepite come poco autentiche o troppo standardizzate.

    Il dato ha un risvolto concreto per qualsiasi azienda che comunica con i propri clienti. Gran parte di queste comunicazioni oggi è automatica. Sono le email che arrivano dopo l’iscrizione a un sito, i promemoria quando si lascia un prodotto nel carrello, gli aggiornamenti periodici di un negozio o i messaggi pensati per recuperare un cliente che non acquista da tempo. Si tratta spesso di email automatiche che hanno il fine di assistere il cliente nelle fasi di pre e post-acquisto ma che oggi possono e debbono servire anche come strumento per aumentare la fiducia nei confronti dei brand, a patto, naturalmente, di conoscere bisogni e desideri dei clienti, che è il principale obiettivo che le aziende che lavorano con la marketing automation devono porsi. Su questo lavora Active Powered, l’azienda che in Italia rappresenta ActiveCampaign e affianca oltre 1.200 imprese nella gestione del marketing automation.

    “In una fase di minore fiducia le persone alzano le difese e un messaggio uguale per tutti viene messo da parte in pochi secondi. Il rischio più concreto oggi è l’effetto ‘questo lo ha scritto un’intelligenza artificiale’. Quando un’email suona generica, standard, burocratica o impersonale, la credibilità dell’azienda cala, anche quando il prodotto è valido”, commenta Roberto Tarzia, COO e co-founder di Active Powered.

    Questi messaggi nascono per raggiungere migliaia di persone attraverso testi preimpostati. È un metodo efficiente, ma in un clima di sfiducia diventa anche il suo limite, perché chi legge riconosce subito lo schema e capisce di aver ricevuto una comunicazione inviata a tutti. L’uso poco attento dell’intelligenza artificiale accentua ulteriormente il problema, perché tende a rendere uguali tono e parole e produce testi corretti ma intercambiabili. Il risultato è una comunicazione piatta, che indebolisce il rapporto con il cliente invece di costruirlo.

    Il tema non riguarda solo l’umore dei consumatori, ma il valore stesso delle aziende. Secondo il Kantar BrandZ Most Valuable Italian Brands 2026, il valore complessivo dei 40 maggiori marchi italiani è cresciuto del 6% raggiungendo i 129 miliardi di dollari. A fare la differenza, però, non è la quantità di comunicazione, ma la capacità di un’azienda di restare rilevante e di distinguersi dalle altre, rispondendo a bisogni reali dei consumatori con una proposta riconoscibile e fortemente personalizzata su intenzioni e desideri del suo pubblico.

  • La distopia europea: dalla chat control all’euro digitale

    C’è un sottile filo conduttore che unisce i corridoi di Bruxelles, le torri di Francoforte e gli schermi dei nostri smartphone. Passo dopo passo, sotto la bandiera della sicurezza collettiva e della modernizzazione tecnologica, si sta delineando un’architettura sociale e digitale che fino a pochi anni fa non si sarebbe neppure potuta immaginare. Sono due le scelte politiche adottate dall’Unione Europea in particolare, apparentemente distanti ma profondamente sinergiche, che stanno ridisegnando i confini delle nostre libertà fondamentali: il cosiddetto “Chat Control” e l’introduzione dell’Euro Digitale.

    ​Il dibattito europeo è stato scosso dal voto del Parlamento Europeo sul rinnovo e l’estensione delle deroghe alla direttiva ePrivacy, tassello fondamentale di quella macro-normativa nota come “Chat Control”. Dietro al nobile e indiscutibile obiettivo di combattere la pedopornografia e proteggere i minori online, la proposta originaria della Commissione Europea nasconde un meccanismo senza precedenti: obbligare (o spingere fortemente) i fornitori di servizi di messaggistica — come WhatsApp, Signal, Telegram e i client di posta elettronica — a scansionare in modo automatico e preventivo i messaggi, le immagini e le comunicazioni private di tutti i cittadini.

    ​La vera criticità, quindi, risiede nell’aggiramento della crittografia end-to-end, la tecnologia che garantisce che solo il mittente e il destinatario possano leggere un messaggio. Per attuare il controllo ipotizzato i software dovrebbero analizzare i contenuti direttamente sui dispositivi degli utenti prima che vengano cifrati, oppure forzare i gestori a creare delle “backdoor” (porte sul retro).

    In questo nuovo contesto di controllo digitale molti giuristi hanno lanciato l’allarme: si tratta dell’equivalente digitale di uno Stato che apre e legge ogni singola lettera cartacea prima che venga imbucata, violando gli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. In quanto il rischio non è solamente rappresentato da un possibile errore degli algoritmi (i cosiddetti “falsi positivi” che potrebbero criminalizzare utenti innocenti), ma la creazione di un’infrastruttura permanente di sorveglianza di massa, pronta a essere convertita per qualsiasi altro scopo di controllo politico o sociale a seconda dell’indirizzo politico espresso dalla maggioranza europea.​Parallelamente, la Banca Centrale Europea (BCE) procede spedita verso l’introduzione dell’Euro Digitale, la valuta digitale della Banca Centrale (CBDC). Presentato come una comoda alternativa al contante e uno strumento di sovranità monetaria contro i giganti americani del tech, l’Euro Digitale porta con sé interrogativi inquietanti.

    ​A differenza del contante, che per sua natura garantisce l’anonimato e la totale libertà di utilizzo, una valuta emessa direttamente in forma digitale dalla banca centrale è, per definizione, tracciabile e potenzialmente “azzerabile”. Questo significa che l’autorità centrale possiede, teoricamente, la capacità tecnica non solo di registrare ogni singola transazione economica del cittadino, ma anche di porre limiti di spesa, stabilire scadenze per l’utilizzo del denaro o bloccare i fondi in base a criteri politici, fiscali o peggio di una mancata aderenza ai “precetti e comportamento sociali” stabiliti dallo stato in nome di un interesse comune.

    ​Anche se le istituzioni rassicurano sul rispetto della privacy, la concentrazione di un tale potere nelle mani di un unico organo tecnocratico rappresenta un punto di non ritorno per le libertà economiche, politiche ed individuali.

    ​Se analizzati separatamente, questi provvedimenti appaiono come riforme tecniche, ma se considerati nel loro insieme dimostrano il disegno di una distopia continentale: ​una società in cui lo Stato (o un’entità sovranazionale) ha il potere di monitorare in tempo reale cosa diciamo nelle nostre chat private e, contemporaneamente, possiede le chiavi di accesso e di controllo del nostro portafoglio digitale. In uno scenario simile, il dissenso politico, la critica editoriale o semplicemente lo stile di vita non allineato potrebbero essere sanzionati o disincentivati con un semplice clic limitando la capacità di spesa o segnalando automaticamente comunicazioni ritenute “inappropriate” dai filtri algoritmici.

    ​L’Europa, storicamente culla dei diritti dell’individuo, della privacy e delle libertà civili, rischia di trasformarsi nel laboratorio di un inedito modello di controllo centralizzato. La transizione ecologica e digitale non può avvenire al prezzo del baratto dei diritti inalienabili sia individuali che collettivi.

    Questa deriva digitale si sta trasformando in una partita decisiva per il futuro della democrazia stessa.

  • Le conversazioni con l’intelligenza artificiale possono diventare materiale probatorio in un processo

    Un giudice di Manhattan ha disposto che un amministratore delegato sotto processo per bancarotta consegnasse agli inquirenti 31 documenti prodotti in conversazione con Claude, il chatbot di Anthropic in quanto quelle chat, anche se riguardavano materiali preparati per i suoi legali, non sono coperte dal segreto professionale. Di fatto, la magistratura americana ha asserito che parlare con un’intelligenza artificiale non è come parlare con un avvocato e non gode delle tutele applicabili a quest’ultimo caso. Le grandi law firm americane si sono affrettate a spiegarlo ai loro clienti.

    Alla base della decisione giudiziale vi è l’idea che l’intelligenza artificiale è appunto qualcosa di artificiale, non è una persona ma un servizio, che genera dati. E i dati, in tribunale, possono essere chiesti, analizzati, usati sia in cause civili sia in procedimenti penali. Paradossalmente, nello stesso giorno in Michigan una donna che si difendeva da sola in una causa di lavoro ha ottenuto che le sue chat con ChatGPT fossero considerate “work-product” personale, cioè materiale di preparazione della propria difesa, e quindi non consegnabili al datore di lavoro.

    Mentre la giurisprudenza in materia muove i primi passi, più di una dozzina di grandi studi legali statunitensi ha iniziato a inviare ai clienti avvertenze esplicite: non usate i chatbot consumer per questioni sensibili, preferite piattaforme enterprise con garanzie contrattuali di riservatezza, e se proprio dovete chiedere un parere all’Ia su un tema legale, scrivete nel prompt che state agendo su indicazione di un avvocato. Lo studio newyorkese Sher Tremonte è arrivato addirittura a inserire una clausola nei contratti: se condividi con un chatbot le comunicazioni con il tuo legale, rischi di annullare tu stesso la protezione del segreto professionale. Hai “divulgato a terzi”, e il privilegio decade.

  • L’intelligenza artificiale fa la spesa per noi e anche le vending machines si adeguano

    Paolo Luino, general manager EMEA di Kitsune e tra i più autorevoli esperti internazionali di digital strategy, segnala che sempre più gli acquisti per i consumi individuali vengono svolti dall’intelligenza artificiale. Il cambiamento, segnala, è già visibile nelle piattaforme che milioni di persone utilizzano ogni giorno, gli strumenti di intelligenza artificiale non si limitano più a rispondere a una domanda: iniziano a compiere azioni. Un utente può chiedere un consiglio su un prodotto, delegare il confronto tra alternative, ottenere una selezione basata su criteri precisi e, in alcuni casi, arrivare fino alla scelta finale senza mai aprire un sito.

    «L’utente esprime un bisogno in linguaggio naturale -spiega Luino- e l’agente fa tutto il resto: analizza il web, confronta offerte, verifica disponibilità, incrocia recensioni e restituisce una decisione già filtrata. Il cliente interviene alla fine, quando il processo è già stato compiuto».

    È questo il punto di rottura. Nei passaggi precedenti -dal desktop al mobile- cambiava lo strumento, ma restava centrale il comportamento umano. Oggi, invece, cambia il decisore. «È il primo passaggio in cui la scelta non viene costruita da una persona, ma da un sistema che legge dati, li interpreta e li mette a confronto in pochi secondi».

    Il risultato è che il sito aziendale smette di essere una destinazione e diventa una fonte interrogata. Spesso senza essere mai visitata. E in questo nuovo contesto, tutto ciò che è stato progettato per attrarre, coinvolgere o persuadere un utente umano perde gran parte della sua efficacia.

    «Un agente non si lascia convincere -osserva Luino-. Non guarda il design, non legge headline emozionali, non si ferma sullo storytelling. Cerca informazioni. E le vuole trovare subito, in forma chiara, strutturata, confrontabile». Da qui nasce la necessità di ripensare completamente l’architettura del sito. Non più come una vetrina, ma come un sistema informativo interrogabile. E per farlo, Luino indica cinque interventi concreti, immediatamente applicabili.

    Il primo riguarda i dati: tutto ciò che l’azienda offre deve essere espresso in forma strutturata, leggibile da una macchina. Schema markup, informazioni organizzate, contenuti chiari e senza ambiguità. «Se i dati non sono strutturati, per un agente è come se non esistessero».

    Il secondo è la chiarezza: ogni pagina deve rispondere senza esitazioni a poche domande essenziali: cosa offri, a chi, a quale prezzo, con quali modalità. Senza passaggi impliciti, senza storytelling dispersivo. «Un agente è velocissimo, ma non ha pazienza: se non trova subito la risposta, passa oltre».

    Il terzo è l’interrogabilità tecnica: disponibilità di prodotto, condizioni, tempi, specifiche devono essere accessibili e verificabili. Feed aggiornati, sistemi interrogabili, informazioni in tempo reale. «Il passaggio è da azienda che si fa leggere ad azienda che si fa interrogare».

    Il quarto è la reputazione distribuita: l’agente non si limita al sito, ma incrocia segnali esterni. Recensioni, citazioni, menzioni su fonti autorevoli diventano determinanti per essere considerati affidabili. «Se il web non parla di te, l’AI non si fida».

    Il quinto è la freschezza delle informazioni: contenuti aggiornati, dati recenti, segnali temporali chiari. Gli agenti premiano ciò che è verificabile nel tempo. «Un contenuto non aggiornato è un contenuto che perde valore agli occhi dell’AI».

    A questi elementi si aggiunge un fattore strategico: la coerenza. Più un’azienda è chiara nel definire il proprio ambito, più viene riconosciuta come riferimento in quella categoria. Gli agenti apprendono per associazione, e quando quell’associazione si consolida, entra in gioco un meccanismo cumulativo che rafforza nel tempo le stesse scelte. «È un volano -spiega Luino-. Più vieni selezionato, più diventi la scelta naturale. E più diventi la scelta naturale, più continui a essere selezionato».

    Negli ultimi mesi Luino aveva sintetizzato il cambiamento in una formula chiara: la sfida non è più farsi trovare, ma diventare la fonte. Oggi, quel passaggio si evolve ulteriormente. «Non basta più essere citati: bisogna essere scelti -conclude-. Perché molto presto non saranno più le persone a visitare i siti e a confrontare offerte. Saranno gli agenti AI a farlo per loro. E a quel punto, o sei dentro il loro processo decisionale, oppure sei fuori dal mercato».

    Per le imprese, il tempo per adattarsi è limitato. Non si tratta di introdurre nuovi strumenti, ma di ripensare ciò che già esiste perché sia comprensibile, interrogabile e affidabile anche per un sistema automatico.

    «Chi continua a progettare il sito per un utente umano sta lavorando per un mondo che sta scomparendo. Il nuovo obiettivo non è essere visitati, ma essere selezionati».

    Anche sul fronte della vendita l’intelligenza artificiale si fa largo, a partire dalla distribuzione automatica: pagamenti cashless, interfacce touchscreen, macchine perennemente connesse e, sempre più, soluzioni di intelligenza artificiale stanno trasformando profondamente il vending: da semplici erogatori di prodotti a veri e propri punti vendita intelligenti, digitali e data-driven. È quanto emerge da una ricerca realizzata da JAKALA per Confida presentata in occasione di Venditalia 2026, la principale fiera internazionale del settore del vending alla Fiera di Rimini.

    Quasi il 90% degli operatori dichiara infatti di voler introdurre o integrare soluzioni di intelligenza artificiale entro i prossimi cinque anni. Le applicazioni più strategiche riguardano la riduzione degli out-of-stock (82%), la personalizzazione dell’offerta (82%), la previsione della domanda (73%) e la manutenzione predittiva (58%). Un’evoluzione che porterà l’AI a diventare uno dei principali motori di trasformazione del vending, migliorando efficienza operativa, qualità del servizio ed esperienza del consumatore finale.

    «La fotografia è di un settore che ha ormai imboccato una direzione chiara», commenta il Presidente di Confida Massimo Trapletti. «La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale rappresentano un’opportunità concreta per rafforzare la competitività del vending e consolidarne il ruolo come canale moderno di retail di prossimità. Tra l’altro, i fabbricanti italiani di vending machine sono leader a livello internazionale ed esportano la loro tecnologia Made in Italy in tutto il mondo”.

    La diffusione dell’AI si inserisce in un contesto di digitalizzazione già avanzata. Oggi il 60% dei gestori utilizza sistemi digitali per la gestione e il monitoraggio delle vending machine, mentre un ulteriore 13% ne sta valutando l’implementazione. Anche l’evoluzione dell’interfaccia e dei pagamenti è ormai matura: oltre il 70% degli operatori ha già installato macchine dotate di touchscreen e i pagamenti digitali – tramite app, mobile e contactless – sono ampiamente diffusi, ben il 38% delle macchine ne è dotato. In particolare, il valore delle transazioni via app è cresciuto del 33,8% rispetto al 2024. È proprio questa infrastruttura tecnologica – fatta di connettività, dati e interazione digitale – a rendere possibile l’adozione efficace dell’intelligenza artificiale, trasformando i dati raccolti in insight operativi per ottimizzare rifornimenti, manutenzione ed esperienza utente.

    In questo scenario si colloca anche SmartLink, il nuovo protocollo di comunicazione per le vending machine presentato ufficialmente a Venditalia. SmartLink rappresenta un tassello chiave della transizione digitale del settore, abilitando un’infrastruttura più efficiente, connessa e pronta per il futuro, in linea con un vending sempre più connesso e orientato ai dati.

    Il contesto è favorevole anche a livello macro. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il mercato dell’AI in Italia ha raggiunto nel 2025 un valore di 1,8 miliardi di euro, con una crescita annua di circa +50%. A trainare l’accelerazione è in particolare la “generative AI”, che oggi rappresenta quasi la metà del valore complessivo del mercato (46%). Una dinamica che segna il passaggio dalla sperimentazione all’implementazione concreta nei processi aziendali e che apre nuove opportunità anche per settori tradizionali come il vending, sempre più chiamati a integrare l’intelligenza artificiale per efficienza operativa, personalizzazione e nuovi modelli di servizio.

  • Gli stanziamenti dello Stato arrivano col contagocce e Spid diventa a pagamento

    Secondo la normativa italiana, un cittadino non è tenuto a fornire alla pubblica amministrazione dati che quest’ultima ha già, ma la digitalizzazione che semplifica la fornitura e la gestione dei dati e che dovrebbe essere completata entro il 2026, con i fondi Pnr, anche attraverso il wallet (portafoglio) digitale italiano ed europeo, non è priva di intoppi. Lo Stato ha promesso che Spid sarebbe stato gratuito per sempre per i cittadini ma Infocert e Aruba lo hanno reso a pagamento a partire dal secondo anno di abbonamento spiegando, nel caso di Infocert, che la decisione è stata presa perché lo Stato non ha ancora dato ai fornitori del servizio i 40 milioni di euro necessari a coprire almeno parte dei costi per lo stesso, ora erogato in perdita. Poste italiane, che fornisce il 70% degli Spid, ha introdotto una tariffa di 6 euro.

    I 40 milioni rappresentano già una forte riduzione rispetto ai 150 milioni che originariamente erano stati programmati per lo Spid, ma ad oggi l’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), l’ente tecnico pubblico che gestisce Spid ed eroga i fondi, ha annunciato che saranno anticipati solo 100mila euro, cui seguiranno prima una tranche del 20% il prossimo settembre e poi erogazioni bimestrali, sulla base del conseguimento di certi obiettivi da parte dei fornitori. Le solite cose all’italiana, insomma e mentre la pubblica amministrazione si riserva di fare come le pare i i fornitori potrebbero anche decidere di chiudere il servizio: a luglio scade la convenzione con lo Stato.

    Per gli accessi con identità digitali ci si può servire anche di CieID (carta d’identità elettronica, che dal 3 agosto soppianterà definitivamente quella cartacea tradizionale), ma su 100 accessi solo 5 avvengono attraverso questo sistema mentre 95 avvengono tramite Spid.

    Ad oggi, le condizioni pratiche dai fornitori di Spid sono le seguenti.

    Aruba Id, gestito da Aruba Pec, offre la possibilità di attivare lo Spid gratuitamente tramite carta d’identità elettronica, carta nazionale dei servizi (Cns), firma digitale o tessera sanitaria. Se si sceglie invece l’attivazione tramite videochiamata il costo è di 29,90 euro + iva (circa 36 euro). Dal secondo anno, Aruba applica un canone annuale di circa 6 euro (4,90 euro + Iva).

    Anche PosteId consente l’attivazione gratuita con Cie, Cns o firma digitale per il primo anno, ma dal secondo anno applica un canone annuo di circa 6 euro, tranne che per i cittadini con almeno 75 anni, i residenti all’estero, i minorenni e coloro che utilizzano lo Spid per finalità professionali.

    Il servizio Spid Power di SpidItalia, o Register.it, ilprimo anno costa circa 70 euro, mentre dal secondo anno, a questi 70 euro si aggiungeranno circa 12 euro. La registrazione può avvenire tramite Cie, Cns, firma digitale o videochiamata, con costi variabili a seconda della modalità scelta.

    InfoCert Id consente di ottenere Spid con registrazione è gratuita se si utilizza Cie, Cns o firma digitale, mentre per registrazione via video applica un costo di 19,80 euro + iva (24 euro circa). Dal secondo anno, InfoCert prevede un canone annuo di 4,90 euro + iva.

    Anche TeamSystem Id ha introdotto un canone annuale per lo Spid personale pari a circa 7 euro + iva, circa 8,50 euro. La registrazione può avvenire tramite diverse modalità, inclusi Cie, Cns, firma digitale, tutte modalità gratuite, o videochiamata.

    Id InfoCamere, gestito dalla società delle Camere di Commercio italiane, è privo di canone annuo se si utilizza l’identificazione avviene tramite Cie, Cns o firma digitale, e non prevede canoni annuali di rinnovo se non per registrazioni con videochiamata.

    Tim Id, gestito da Telecom Italia, Tim Id non prevede alcun canone annuale, la registrazione può essere gratuita se si sceglie Cie, Cns o firma digitale come metodo di riconoscimento, mentre il riconoscimento via video/webcam può avere costi variabili.

    Sielte Id consente di ottenere Spid senza costi ricorrenti, sempre a patto di utilizzare modalità di riconoscimento gratuite come Cie, Cns o firma digitale. Eventuali costi sono legati esclusivamente alla procedura di identificazione da remoto.

    Namiral Id offre Spid senza canone annuo per chi utilizza strumenti di identificazione digitale già certificati. I costi emergono solo nel caso di riconoscimento via webcam.

    Lepida Id è il provider Spid non prevede canoni annuali per lo Spid e consente l’attivazione tramite Cie, Cns o firma digitale.

    Il servizio Spid Etna Id è offerto da Etna Hitech e non applica canoni annuali per le identità personali. L’attivazione è gratuita tramite Cie, Cns e firma digitale, mentre il riconoscimento da remoto può prevedere un costo.

    Intesi Group per lo Spid personale non applica un canone annuo, mentre eventuali costi possono essere legati esclusivamente alla modalità di riconoscimento scelta in fase di attivazione, in particolare nel caso di identificazione da remoto tramite video.

  • Più furti di dati personali nel 2025, le frodi creditizie hanno superato gli 86 milioni di euro di valore

    Le frodi creditizie basate sul furto di identità continuano a rappresentare una minaccia preoccupante per il settore finanziario, con particolare impatto sul credito al consumo. Secondo l’ultima analisi dell’Osservatorio CRIF – Mister Credit sulle Frodi Creditizie, nel primo semestre 2025 in Italia sono stati registrati oltre 18.800 casi (+9,2% rispetto allo stesso periodo del 2024), e il valore economico complessivo frodato ha superato gli 86 milioni di euro.

    Osservando più nel dettaglio, si rileva che l’importo medio delle frodi rimane stabile (+0,1%) mentre l’importo totale aumenta del 9,3%, in continuità con la crescita del numero di casi. Emerge un orientamento dei truffatori verso valori più contenuti, segnando un’inversione di tendenza rispetto allo scorso anno. Infatti, oltre il 60% dei casi rilevati interessa un importo inferiore a 10.000 euro, mentre il numero di frodi superiori a tale soglia registra complessivamente un calo del 32,5%.

    Analizzando la distribuzione delle frodi, emerge un forte incremento dei casi con importi compresi tra 3.001 e 5.000 euro (+80%) e tra 5.001 e 10.000 euro (+60%). Particolarmente significativo anche l’aumento delle frodi con importi compresi tra 1.501 e 3.000 euro (+55%) che costituiscono la maggioranza dei casi rilevati, con una quota del 20,1%.

    Si osserva inoltre un crollo dei casi di importo superiore ai 20.000 euro (-38,5%), accompagnato dal calo delle frodi di importo compreso tra 10.001 e 20.000 euro (-22,1%). Questa riduzione significativa delle truffe di maggiore entità segnala un’evoluzione delle strategie dei frodatori, che tornano a concentrarsi su somme più contenute, privilegiando operazioni con maggiori possibilità di passare inosservate.

    Il prestito finalizzato, seppur continui ad essere la tipologia di prodotto maggiormente coinvolta nei casi di frode col 31,6%, mostra un trend in calo negli ultimi anni che si conferma anche nel primo semestre 2025 (-1,7% rispetto allo stesso periodo del 2024).  In forte aumento invece la categoria del prestito personale, che registra un +55,5% e rappresenta circa il 30,5% del totale dei casi stimati, raggiungendo quasi, per la prima volta, la quota dei prestiti finalizzati. Emergono inoltre notevoli decrementi nei casi di frode che interessano i mutui, che passano dall’8% al 3,2% (-60,5%), il credito revolving che, in controtendenza rispetto allo scorso anno, registra un calo del 59,2% e le carte di credito (-17,6%) che scendono all’8% del totale dei casi. Occorre infine sottolineare che il 3% dei casi di frode riguarda la tipologia più recente legata alla rateizzazione degli acquisti online, il cosiddetto Buy Now, Pay Later (BNPL), a conferma di come il fenomeno delle frodi sia in continua evoluzione.

    CRIF ha analizzato anche la tipologia di beni finanziati attraverso pratiche fraudolente, fornendo un quadro interessante sull’evoluzione delle preferenze dei truffatori. Rispetto al primo semestre 2024, l’acquisto di Elettrodomestici continua a essere la categoria più diffusa, rappresentando il 29,3% delle frodi, ma registra un decremento del 19,7%. Al secondo posto si colloca la categoria Consumi – comprendente beni generici, abbigliamento e lusso – che arriva al 24,2% con una crescita del 31,2%. Seguono l’acquisto di Beni Elettronici, Informatici e Telefonia, con l’11,8% (+52,9%) e di Auto e Moto con l’11,4%, in calo rispetto all’anno precedente (-15,2%). Non mancano purtroppo anche frodi che hanno per oggetto spese per la Salute (a quota 6,9%), per Immobili e Ristrutturazioni (6,4%), e per l’Arredamento (5,6%).

    Analizzando le principali tipologie di venditore presso cui i truffatori acquistano i beni finanziati mediante frodi creditizie, per i casi di frode dove il dato è disponibile si nota che il 73,1% si riferisce alla categoria Commercio e negozi della grande distribuzione (GDO), mentre il 21,6% a Servizi e l’1,8% a Informatica, media e telecomunicazioni.

    L’analisi della distribuzione delle frodi per genere conferma la tendenza in base a cui la maggioranza delle vittime (65,1%) sono uomini.

    Dall’analisi della distribuzione delle frodi per classi di età emerge invece un’inversione del trend rispetto allo scorso anno. Il maggior aumento percentuale di vittime delle frodi riguarda gli under 30 (+8,7%), che diventano la fascia d’età maggiormente colpita dal fenomeno con oltre 1 caso di frode su 5. Al contrario, si osserva un calo significativo tra i 31-40 anni (-8,9%). I 41-50 anni restano una delle fasce più colpite, con il 21,8% delle vittime, mentre i 51-60 anni arrivano al 19,0% del totale.

    La ripartizione percentuale delle frodi per regione mostra una maggiore incidenza in Lombardia, Sicilia, Campania e Lazio, seguite da Puglia e Piemonte. Anche nel primo semestre 2025 la Lombardia mantiene il primo posto di questa poco invidiabile classifica. Crescono in misura significativa le frodi Sicilia (+13,9%), così come in Umbria (+38,2%) e in Sardegna (+19,1%), mentre calano in Emilia-Romagna (-12,0%) e Calabria (-15,5%) Rapportando il numero dei casi al credito erogato nelle singole regioni, emerge però come l’incidenza delle frodi sia maggiore in Sicilia, Campania e Calabria; al contrario, le regioni meno colpite sono Veneto e Friuli-Venezia Giulia, mentre la Lombardia scivola oltre la metà della classifica.

    I consumatori che subiscono il furto d’identità generalmente scoprono di essere vittime di frode attraverso i seguenti canali: contatto da parte dell’istituto di credito che conferma l’erogazione di un finanziamento a loro nome; contatto da parte dell’istituto di credito o della società di recupero crediti per il pagamento di un finanziamento non richiesto; il rifiuto dell’accesso al credito, dovuto alla presenza di segnalazioni relative a rate non pagate.

    I tempi di scoperta delle frodi continuano a essere caratterizzati principalmente da due macrocategorie: da un lato, circa la metà dei casi viene scoperta entro i primi 12 mesi (in aumento del +13,2% rispetto al I semestre 2024), dall’altro, si registrano sempre più frequentemente frodi scoperte a distanza di tre, quattro o anche cinque anni, una categoria che ora rappresenta il 16% del totale (-11,3%).

    La categoria che ha registrato l’aumento maggiore nel primo semestre del 2025 è quella delle frodi scoperte entro i 6 mesi (+21,1%) che rappresentano il 45,3% dei casi, seguita da quella delle frodi rilevate tra 2 e 3

    Per proteggersi dalle truffe è consigliabile non condividere mai dati personali o codici di sicurezza senza aver verificato l’identità e l’affidabilità dell’interlocutore; diffidare da richieste insolite o urgenti, tipiche delle tecniche di ingegneria sociale; verificare sempre gli annunci online, controllando recensioni e correttezza dell’URL del sito; utilizzare canali ufficiali e piattaforme sicure per pagamenti e comunicazioni; segnalare immediatamente alle autorità qualsiasi sospetto di frode o furto d’identità.

  • Tramite smartphone regaliamo i dati sui nostri movimenti a chi li paga per sapere cosa facciamo

    Ciascuno di noi è una miniera di dati che la tecnologia è sempre più in grado di mettere a frutto e nel suo Dataroom Milena Gabanelli insieme a Simona Ravizza ci ricorda che anche i sistemi di geolocalizzazione e indirizzamento fanno sì che le informazioni su dove abitiamo, dove lavoriamo, chi frequentiamo, come ci curiamo e dove, possano finire nelle mani di una compagnia di assicurazioni, di aziende di marketing, di un avvocato, un investigatore privato o un ricattatore.

    Quando si acquista uno smartphone la prima operazione è quasi sempre quella di aprire Impostazioni, poi Privacy e sicurezza, e attivare la localizzazione. Serve a rintracciare il telefono in caso di furto o smarrimento, per accedere a Google maps, per seguire gli spostamenti dei figli, per vedere il meteo, conoscere l’oroscopo, fare incontri galanti, giocare a carte, ecc. Per attivare tutto questo occorre dare il proprio consenso all’informativa sulla privacy, dove di solito è indicato che i nostri dati possono essere ceduti a terzi, ma di fatto nessuno la legge (chiara o meno che sia l’informativa stessa). Così, senza che ci pensiamo troppo, la nostra posizione esatta, minuto per minuto, può essere registrata e archiviata nei server di società che di mestiere raccolgono, confezionano e rivendono dati personali (in gergo sono chiamati broker). Chi acquista i dati di localizzazione da un data broker ottiene file con milioni di righe di informazioni: ciascuna contiene il Maid (Mobile Advertising ID), ossia un codice alfanumerico che, come una targa dell’auto, non indica il nome dell’utente ma identifica in modo univoco il dispositivo; e poi il sistema operativo (Android o iOS); l’ora, la durata e il Paese di connessione; le coordinate esatte della posizione; e l’indirizzo IP utilizzato in quel momento.  Il prezzo dei dataset completi, cioè tutti i dati di posizione delle app relativi a un determinato territorio, possono variare dai 3 ai 5 mila dollari mensili. Chi compra questi dati non ottiene il nome del soggetto, ma un codice che permette di identificarlo (Maid). Con 5 centesimi in più per 100 contatti ci sono poi data broker che forniscono il Maid associato a nome, cognome, indirizzo e-mail. A questo punto l’acquirente può conoscere tutti i dati funzionali a quello che succede in una determinata area, ma anche associare i nostri spostamenti ai dati anagrafici, e quindi sapere chi sta facendo trattamenti sanitari, chi frequenta il circolo ippico, la sede di un partito, o chi entra al Ministero della Difesa.

    I pericoli legati alla vendita dei nostri dati di posizione sono enormi. A livello personale, chiunque può acquistare la nostra routine quotidiana e usarla a fini di ricatto o stalkeraggio. A livello aziendale e statale, si aprono le porte allo spionaggio industriale e a minacce per la sicurezza nazionale, monitorando gli spostamenti di dipendenti, funzionari o militari. Un’inchiesta di le Monde ha rivelato come attraverso una nota app di fitness venivano tracciati gli spostamenti del presidente Macron, mentre una indagine recentissima condotta insieme ai belgi di L’Echo e altre testate mostra il monitoraggio di funzionari Ue fino alle loro abitazioni.

    In Italia la divulgazione o diffusione illecita di dati personali, sensibili e non cedibili, costituisce reato ai sensi degli articoli 167 e 167-bis del Codice in materia di protezione dei dati personali (d.lgs. 196/2003). Tuttavia il consenso, che regolarmente viene prestato in modo inconsapevole, legittima il trattamento dei dati da parte dei broker, che peraltro operano per lo più all’estero. Attraverso il suo portavoce il Dipartimento Dg Justice, che presso la Commissione Ue si occupa del Regolamento generale sulla protezione dei dati (General Data Protection Regulation), la Commissione europea fa sapere di essere «consapevole dei risultati preoccupanti emersi da queste inchieste» e preoccupata «per il commercio dei dati di geolocalizzazione dei cittadini e dei funzionari della Commissione, un mercato di cui molti di noi e molti cittadini europei non sono consapevoli». E afferma: «Nella Ue disponiamo già di una legislazione solida, in particolare il Gdpr: qualsiasi dato personale può essere raccolto solo per finalità esplicite e legittime. Spetta alle autorità di vigilanza nazionali determinare se le norme europee in materia di protezione dei dati siano state violate. La Commissione è pronta a cooperare con tali autorità. Un importante promemoria: dobbiamo prestare molta attenzione quando le app e i servizi online ci chiedono di fornire il consenso, anche per tracciare la nostra posizione o la nostra attività su altre app e siti web a fini pubblicitari. Dopo aver appreso dell’indagine, la Commissione ha emanato nuove linee guida per il proprio personale sulle impostazioni di tracciamento pubblicitario nei dispositivi aziendali e privati, e ha informato altre istituzioni dell’Unione e i team di risposta agli incidenti informatici degli Stati membri».

  • La Commissione avvia indagini di mercato sui servizi di cloud computing a norma del regolamento sui mercati digitali

    La Commissione europea ha avviato tre indagini di mercato sui servizi di cloud computing a norma del regolamento sui mercati digitali. Due indagini di mercato valuteranno se Amazon e Microsoft debbano essere designate come gatekeeper per i loro servizi di cloud computing Amazon Web Services e Microsoft Azure, ai sensi del regolamento sui mercati digitali. In altre parole, si valuterà se esse fungano da importanti punti di accesso tra imprese e consumatori, pur non rispettando le soglie dei gatekeeper di tale regolamento per quanto riguarda le dimensioni, il numero di utenti e la posizione di mercato. La terza indagine di mercato valuterà se il regolamento sui mercati digitali possa contrastare efficacemente le pratiche che possono limitare la competitività e l’equità nel settore del cloud computing nell’UE.

    Il cloud computing è la spina dorsale di molti servizi digitali ed è fondamentale per lo sviluppo dell’IA. Per promuovere l’innovazione, la fiducia e l’autonomia strategica dell’Europa, i servizi cloud devono essere forniti in un ambiente equo, aperto e competitivo.

  • Taci il nemico ti ascolta

    Qualcuno, ingenuamente, nella migliore delle ipotesi, anche e soprattutto in Italia, dava per finita la Wagner dopo la morte, vera o presunta, di Prigozhin, caduto, misteriosamente, con il suo l’aereo mentre si dirigeva verso Mosca.

    In questi mesi gli uomini della Wagner non solo hanno continuato a combattere, sia in Ucraina che in altri paesi, specie africani, utilizzando in gran parte altre sigle di identificazione, ma hanno anche colpito e incendiato nel Regno Unito, a Londra, il luogo dove erano tenuti gli aiuti per l’Ucraina e, un po’ in tutta Europa, si sono organizzati per operazioni di sabotaggio o di supporto in varie forme, hackeraggio compreso, alla guerra di Putin e alla Federazione Russa.

    Sei sono i britannici che sono stati coinvolti per il sabotaggio al magazzino di aiuti per l’Ucraina, uno di questi è stato condannato a diciassette anni e la sua barba, come si evince dalla fotografia, potrebbe far pensare anche a collegamenti con gruppi estremisti islamici, d’altra parte è abbastanza noto che i gruppi terroristi hanno diversi tipi di rapporti  tra di loro, come avviene per le organizzazioni criminali, sappiamo, ad esempio, che la mafia albanese e la ‘ndrangheta collaborano sistematicamente.

    Con buona pace di certa politica italiana, Lega compresa, la vigilanza in Europa deve essere a tutto campo ed ogni euro speso oggi, per migliorare ed adeguare la nostra sicurezza, è la salvezza per noi tutti e per le future generazioni.

    Occorre anche una vigilanza costante di tutti, infatti ognuno di noi, anche inconsapevolmente, può divulgare propri dati sensibili fidandosi di persone o di attrezzature informatiche, è necessario essere sempre molto attenti perché gli errori di qualcuno possono avere ripercussioni pericolose, nocive, per la stessa sicurezza dell’Italia.

    In una situazione di incertezza e confusione, con diversi tipi di terrorismo, di informazione falsa e fuorviante e di controinformazione, forse è il momento di attualizzare il vecchi monito “taci il nemico ti ascolta” e di ricordare ad alleati ed avversari che ogni dichiarazione benevola verso Putin, ogni rallentamento nell’invio di aiuti, è una forma palese di complicità ai suoi molti delitti.

Pulsante per tornare all'inizio