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Patto con il diavolo

Finita la partita, re e pedone tornano nella stessa scatola

Proverbio

 Il 25 aprile 1993 è arrivato in Albania Papa Giovanni Paolo II. La prima visita di un Papa in un Paese che per Costituzione, sotto la dittatura, aveva bandito tutte le religioni. Durante quella visita il Papa, tra tanti messaggi, ha lanciato il monito: “Albania, rimani all’altezza dei doveri che ti attendono!”. Un messaggio significativo e lungimirante, visto quanto sta accadendo in Albania. E nonostante da quella visita ne sono passati ormai venticinque anni, nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, che la realtà vissuta in Albania, quella vera, sarebbe diventata così pericolosa e allarmante qual è.

Nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, tra tante cose che sono accadute nel frattempo, che la criminalità sarebbe stata così pericolosamente sviluppata e organizzata, a livello locale ed internazionale, da diventare un serio problema dentro e fuori l’Albania. Nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, che sarebbero stati in tanti, e non solo gli avversari politici del primo ministro, ad additarlo come ideatore e attuatore della famigerata strategia della cannabizzazione del Paese. Proprio di quella strategia che sembrerebbe aver avuto come coordinatore nazionale un ex ministro degli Interni. Nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, di un pericoloso e reale ritorno ad una nuova e occulta dittatura. Purtroppo, invece di vedere avverato il sogno per eccellenza “vogliamo l’Albania come tutta l’Europa”, gli albanesi adesso, venticinque anni dopo quella visita di Papa Giovani Paolo II, vedono che il loro obiettivo europeo sta sfumando e svanendo. Almeno quello di essere raggiunto soltanto per meriti e valori e non per altro.

Tornando alla sopracitata strategia della cannabizzazione dell’Albania e basandosi sui tantissimi fatti accaduti, ormai e pubblicamente noti, localmente ed internazionalmente, tutti sono concordi che niente di tutto ciò potesse succedere se non ci fosse stato, per lo meno, il beneplacito del primo ministro. Così come tutti sono concordi che grazie a quella famigerata strategia il primo ministro ha raggiunto il suo tanto ambito obiettivo: avere un secondo mandato. Perché, come hanno evidenziato anche gli osservatori internazionali, il voto degli albanesi nelle elezioni politiche del 25 giugno scorso è stato un voto significativamente condizionato, controllato e orientato. Perché, come si temeva allora e come si sa ormai, i miliardi della cannabis hanno fatto “il miracolo”.

L’Albania ha un limitato territorio e un’altrettanta limitata popolazione. Ragion per cui tutti sanno tutto di tutti. Perciò non poteva passare inosservata la diffusa coltivazione della cannabis, soprattutto dal 2015 in poi. Quanto stava accadendo è stato continuamente denunciato dall’opposizione e dai media non controllati. Quella realtà è stata trattata mediaticamente anche da noti giornali e agenzie internazionali. All’inizio le denunce venivano diabolicamente ridicolizzate, smentite e/o sfumate dal primo ministro in persona e dalla propaganda governativa. Nonostante gli enormi sforzi, era una missione impossibile. Non sono valsi a niente neanche gli spettacoli faraonici del primo ministro e del suo delfino, il “più virtuoso ministro degli Interni” (2013-2017), davanti a platee riempite di poliziotti in uniforme. Platee e scenari, in palese violazione della legge sulla depoliticizzazione della polizia di Stato, che ricordavano un periodo buio, vissuto non molto tempo fa. L’obiettivo era quello di far credere ad una realtà immaginaria, virtuale, senza cannabis e soltanto con successi della nuova “Polizia che Vogliamo”. Una nominazione coniata e tanto a cuore al primo ministro e al suo [allora] ministro degli Interni. In un simile raduno hanno fatto di tutto per diffamare un devoto commissario di polizia che aveva denunciato tutto nel 2015 (Patto Sociale n.193). Denunce che sono state confermate e si sono avverate soltanto due anni dopo. Tutto ciò reso pubblicamente noto in seguito ad una lunga e laboriosa indagine della procura di Catania (Patto Sociale n.285).

Da quel momento, e cioè dall’ottobre 2017 in poi, il primo ministro si è trovato in continue difficoltà. Difficoltà soprattutto in ambito internazionale, ma anche in quello interno. Ha dovuto ingoiare il rospo e parlare della cannabis. Proprio di quella cannabis, la cui esistenza l’aveva sempre e comunque negato con tutti i modi e mezzi. Sfacciato e bugiardo qual’è, una volta accettata come realtà, non ha mai riconosciuto nessuna responsabilità sua e dei suoi, ma, addiritura, ha cercato di parlare di “successi della polizia nella lotta contro la cannabis” (Sic!). E soprattutto ha dato un supporto politico e istituzionale all’accusato ex ministro degli Interni, il suo braccio destro nell’attuazione della famigerata strategia della cannabizzazione del Paese.

Nel frattempo il primo ministro aveva attuato anche il tanto ambito controllo del sistema della giustizia. Il lettore de “Il Patto Sociale” è stato ampiamente e continuamente informato di questo grave fatto. Dopo aver nominato un provisore Procuratore Generale, in palese e allarmante violazione della Costituzione, in seguito ad una votazione farsa in Parlamento, il primo ministro si sente ormai più sicuro. Ultimamente in Albania si trovano bloccate e incapaci di deliberare, sia la Corte Costituzionale che la Corte Suprema. Tutto ciò grazie alla sua maggioranza in Parlamento e/o al pieno controllo delle istituzioni derivate dall’altrettanta controllata riforma della giustizia.

Ultimamente, nell’arco di due settimane, con in mezzo una visita vergognosamente fallita del primo ministro a Berlino (Patto Sociale n.309), sono stati resi pubblicamente noti due atteggiamenti opposti dell’ex ministro degli Interni. Il 19 aprile scorso, dopo sei mesi, lui appare in Parlamento, per non perdere il suo mandato, secondo quanto previsto dalla legge. Soltanto dopo due settimane però, lo scorso 3 maggio, durante un’annunciata conferenza stampa dal Parlamento, l’ex ministro ha “consegnato volontariamente” il suo mandato di deputato! Continuando comunque, come ha fatto dall’ottobre 2017, a lanciare dei “messaggi mafiosi in codice” per il suo “protettore politico” e/o per altri, compreso l’attuale ministro degli Interni, suo collega del partito.  Forse per via del fratello di quest’ultimo, che sarebbe coinvolto, secondo le tante accuse pubbliche, nel traffico degli stupefacenti!

Sentendo le dichiarazioni del 3 maggio scorso dell’ex ministro degli Interni in Parlamento, vengono naturali alcune riflessioni. Si tratterebbe [forse] di un patto con il primo ministro, dopo la sua visita a Berlino?! Perché un simile cambiamento di comportamento da parte dell’ex ministro in attesa della decisione, a fine giugno prossimo, del Consiglio europeo per l’apertura dei negoziati? Che sarebbe una decisione vitale per il primo ministro (Patto Sociale n.308). Si tratterebbe di una fiducia mancata nei confronti del primo ministro, ma anche di mancanza di altre vie d’uscita per l’ex ministro? Chissà! Comunque, attenzione al solito inganno! Perché nel caso sia veramente un “patto” tra loro due, sembrerebbe un patto occulto tra criminali. Un patto con il diavolo.

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