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L’incubo stagflazione

Nel novembre 2017 il governo in carica Gentiloni, appoggiato dal centro studi  di Confindustria, indicava per il 2018 una crescita del Pil in un +1,4%. Già allora giudicai ampiamente pressapochista ed ottimistica questa previsione indicando nella crescita del +1% un obiettivo molto più raggiungibile, risultando il nostro sviluppo economico sostanzialmente “esterovestito”, cioè legato alla crescita della domanda  internazionale perché soprattutto le nostre Pmi sono parte di filiere estere di alto di gamma, ulteriore conferma della centralità delle nostre imprese, al 95% medio piccole ma centrali sul mercato.

Progressivamente nel 2018 la crescita è andata via via diminuendo dal primo trimestre, fino ad arrivare al terzo con una crescita nulla (Pil Q3 +0,0%). Questa conferma del rallentamento  della crescita economica proietta il dato finale e complessivo annuale ad un +0,8% (fonte Confindustria), al massimo un +1% di Pil. Già questo andamento renderà necessaria una ulteriore manovra di correzione in quanto la spesa pubblica risulta finanziata da una entrata fiscale calcolata su di un Pil superiore per lo meno di 0,4%.

Contemporaneamente, a causa anche delle tensioni internazionali, l’inflazione registra un tasso di crescita del +1,4%, imputabile soprattutto alla crescita dei prodotti petroliferi: quindi un’inflazione importata e non certo espressione di un aumento dei consumi. Ulteriore conferma di tale situazione viene fornita dall’indice generale dei consumi che si ferma ad un +1,4%, quindi, se confrontato con l’inflazione, abbiamo una crescita zero dei consumi stessi.

In altre parole, nonostante negli ultimi due anni i governi Renzi e Gentiloni avessero affermato  esattamente il contrario, e cioè che la crescita economica fosse strutturale quando invece era semplicemente legata alla ripresa della domanda internazionale, e contrariamente a quanto afferma ancora l’attuale governo in carica, la crescita del PIL nominale risulta inferiore al tasso di inflazione: classico esempio di stagflazione. Innescando in questo modo un pericolosissimo vortice negativo nel quale progressivamente il differenziale tra inflazione e crescita economica (Pil 0,8/1%, inflazione 1,4%, quindi da un -0,6/0,4%) viene pagato dai consumatori attraverso una minore capacità di spesa e quindi fornendo un nuovo impulso alla decrescita (felice non lo sarà mai!!) come alla frenata del Pil.

Scenari economici che sarebbero potuti diventare ancora più negativi se la scelta del governo Gentiloni, su indicazione dei ministri Padoan e Calenda, fosse stata quella di aumentare l’IVA in modo tale da ridurre il peso del debito pubblico come conseguenza dell’aumento dell’inflazione: una strategia molto simile a quella dei sovranisti ispiratori della politica economica dell’attuale governo. In uno scenario così proposto il differenziale tra inflazione e crescita del PIL probabilmente sarà stato addirittura maggiore, con ulteriore aggravio per i consumatori italiani.

In questo conteso solo un rallentamento della domanda internazionale, che si tradurrebbe in una minore crescita internazionale, di fatto ridurrebbe la domanda di quei fattori inflattivi relativi alle materie prime, soprattutto per il petrolio, e di conseguenza a caduta diminuirebbe la possibilità di importare inflazione che così si adeguerebbe alla bassa crescita del Pil.

In altre parole il riequilibrio tra crescita e Pil, come l’allontanamento dall’incubo stagflazione,  verrebbe dal rallentamento della crescita internazionale, esattamente come la crescita economica italiana è dipesa dall’aumento della domanda e dello sviluppo internazionale. Ulteriore conferma di come le strategie di sviluppo economico degli ultimi vent’anni abbiano giocato sulla capacità delle aziende italiane market ed export oriented senza innescare alcuna politica di sostegno alla domanda interna. Il pericolo e l’incubo di una stagflazione. la quale divora il potere d’acquisto dei consumatori, rimane dietro l’uscio anche per la incapacità di comprenderne gli effetti ma soprattutto le cause.

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