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Accordi tra Usa e Paesi africani per ridefinire l’impegno sanitario americano nel Continente Nero

Da fine dicembre gli Stati Uniti hanno firmato accordi di cooperazione sanitaria con 15 Paesi africani, sottolineando la volontà di voler “ridefinire” le regole delle precedenti intese sulla salute in ambito internazionale. Protocolli d’intesa sono stati sottoscritti dal dipartimento di Stato con Kenya, Ruanda, Liberia, Uganda, Lesotho, Eswatini, Mozambico, Camerun, Nigeria, Madagascar, Sierra Leone, Botswana, Etiopia, Costa d’Avorio e Malawi, per un impegno complessivo di oltre 3,2 miliardi di dollari. Fondi, precisa Washington, che saranno finalizzati a rafforzare la resilienza dei Paesi firmatari in ambito sanitario, ma anche a tracciare una nuova via della cooperazione con l’Africa. Nell’ambito della Strategia sanitaria globale “America First” – si legge nel documento pubblicato il 30 dicembre dal dipartimento di Stato in cui si annunciano i primi accordi – gli Stati Uniti “stanno riorientando l’assistenza sanitaria globale per proteggere il popolo americano dalle minacce delle malattie infettive, ponendo fine alla dipendenza a tempo indeterminato dai contribuenti statunitensi”. Questo approccio, si precisa, “viene attuato attraverso protocolli d’intesa che chiedono ai beneficiari degli aiuti statunitensi di investire le proprie risorse e di assumersi la responsabilità dei risultati”.

Della durata di cinque anni, gli accordi bilaterali si caratterizzano per l’impegno da parte dei Paesi africani firmatari ad assumersi progressivamente una maggior quota di responsabilità nella spesa sanitaria. Il Kenya, primo ad aver sottoscritto l’intesa a dicembre, dovrà così aumentare nel giro del quinquennio la spesa sanitaria nazionale di 850 milioni di dollari per assumere una maggiore responsabilità finanziaria man mano che il sostegno degli Stati Uniti – previsto fino a 1,6 miliardi di dollari – diminuirà. La Costa d’Avorio, destinataria di uno stanziamento da 937 milioni di dollari, viene da parte sua sollecitata ad “assumersi maggiori responsabilità nella prevenzione, nell’individuazione e nella risposta alle malattie infettive che possono minacciare gli Stati Uniti”. Gli Usa forniranno quindi nell’arco di cinque anni fino a 487 milioni di dollari in assistenza mirata, mentre Abidjan investirà 450 milioni di dollari in nuovi finanziamenti nazionali per la sanità “per raggiungere l’autosufficienza”; 125 milioni di dollari del co-investimento, aggiunge Washington, “saranno destinati all’assunzione della piena responsabilità degli operatori sanitari in prima linea e dei prodotti sanitari essenziali”. Perfino nel caso del Malawi, uno dei Paesi più poveri e più densamente popolati del continente, Washington sollecita Lilongwe ad aumentare la sua spesa sanitaria annuale di ulteriori 143,8 milioni di dollari durante i cinque anni di accordo, a fronte di aiuti Usa per 792 milioni di dollari. Il protocollo d’intesa firmato con il Malawi, ribadisce l’amministrazione Trump, segna “un cambiamento radicale rispetto ai sistemi di erogazione paralleli delle Ong e alle strutture di personale sanitario da esse create, restituendo la responsabilità di tali risorse al governo nazionale”.

La strategia statunitense punta di fatto a far co-investire i governi del continente africano in settori ritenuti prioritari per la salute locale, ma anche in progetti di più ampio interesse, come quello della digitalizzazione rivolta alle aree rurali. Seppur calibrati in funzione di ogni singolo Paese, dal punto di vista sanitario gli interventi si focalizzano soprattutto sulla lotta alle principali malattie infettive – Aids, tubercolosi e malaria -, sull’eradicazione della poliomielite, la sorveglianza delle malattie e la risposta alle epidemie, oltre che sul sostegno alla salute materno-infantile. Secondo il dipartimento di Stato Usa, ogni memorandum stabilisce inoltre “criteri specifici, scadenze rigorose e sanzioni per prestazioni insufficienti”, con un rigoroso quadro di monitoraggio delle prestazioni per massimizzare l’efficacia dei fondi investiti. Per il momento, assenze degne di nota dalla firma di queste intese sono il Sudafrica, la Tanzania e la Repubblica democratica del Congo (Rdc), tutti Paesi che prima della seconda amministrazione Trump avevano ricevuto ingenti sovvenzioni dal Piano di emergenza per l’Aids del Presidente degli Stati Uniti (Pepfar).

Le nuove intese firmate dagli Usa con l’Africa in ambito sanitario si inseriscono nella volontà di Trump di rivedere radicalmente l’approccio assistenzialista statunitense nei confronti dei Paesi terzi. Il ritiro da organismi come l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) o perfino dal Trattato quadro delle Nazioni Unite sul clima ha pesantemente compromesso l’azione di iniziative umanitarie avviate da tempo in territori ad elevato rischio sanitario (fra questi il Sudan, il Burkina Faso o il Lesotho). Dall’inizio del suo secondo mandato alla guida degli Stati Uniti, Donald Trump ha disposto il ritiro del suo Paese da 66 organismi internazionali, 31 dei quali legati all’Onu. In ambito sanitario, ad aver maggiormente danneggiato gli sforzi dei Paesi africani nella lotta alle malattie infettive è stata tuttavia la sospensione o eliminazione della maggior parte dei programmi finanziati dall’Usaid, l’agenzia governativa statunitense per gli aiuti allo sviluppo. Secondo stime citate da “Global Policy”, oltre il 90 per cento dei contratti di aiuto internazionali sostenuti dall’agenzia sono stati ridotti o cancellati, inclusi programmi a tutela di servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, la nutrizione, la protezione sociale e la risposta alle crisi umanitarie. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) conferma a sua volta che circa i due terzi dei programmi globali di salute bilaterale sottoscritti in precedenza dagli Usa sono stati ridotti, con tagli che in alcuni settori hanno raggiunto il 50 per cento dei fondi stanziati. Tagli significativi hanno riguardato anche i finanziamenti a istituzioni come il Fondo globale o l’Alleanza Gavi per i vaccini.

Nella nuova strategia di cooperazione sanitaria che sta promuovendo in Africa, Washington punta ora ad attribuire un ruolo significativo alla partecipazione del settore militare. A dicembre si sono riuniti a Rabat, in Marocco, i rappresentanti dei ministeri della Salute e della Difesa di 30 Paesi africani e statunitensi membri dell’Alleanza africana per la risposta alle epidemie (Apora). Durante il seminario, incentrato sul rafforzamento della sicurezza sanitaria attraverso l’operatività della collaborazione civile-militare nella preparazione e nella risposta alle epidemie, è emerso che diversi accordi sono stati stipulati fra i ministeri della Difesa e della Salute di Paesi africani, allo scopo – ha spiegato il colonnello Michael Cohen, chirurgo presso il Comando degli Stati Uniti per l’Africa (Africom) – di “rafforzare le capacità e le competenze dei (loro) sistemi sanitari” e renderli “autosufficienti nel giro dei prossimi cinque, dieci anni”. “Quando analizziamo le epidemie, la prima domanda (da farsi) è ‘qual è l’impatto sulla sicurezza nazionale?’”, ha aggiunto Cohen, in linea con le considerazioni del colonnello dell’Aeronautica militare statunitense Thomas Stamp, chirurgo del Comando delle forze aeree statunitensi in Europa e in Africa che ha invitato a vedere nelle epidemie “non solo emergenze di salute pubblica, ma anche significative minacce alla sicurezza”. Costituita nel 2014 sotto il mandato di Barack Obama in risposta all’epidemia di ebola scoppiata in Africa, l’alleanza Apoa è passata in poco più di dieci anni da 12 Paesi fondatori ai 38 di oggi, testimoniando di un crescente interesse ad una collaborazione trasversale nella risposta alle emergenze di salute pubblica in tutto il continente africano.

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